Battaglia delle Forche Caudine

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Battaglia delle Forche Caudine
Il teatro degli scontri della seconda guerra sannitica
Il teatro degli scontri della seconda guerra sannitica
Data 321 a.C.
Luogo Forche Caudine
Esito Resa romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Sconosciuti Sconosciuti
Perdite
Insignificanti Ignote
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La battaglia delle Forche Caudine fu un importante avvenimento della seconda guerra sannitica, in cui i Sanniti di Gaio Ponzio Telesino sconfissero i Romani, imponendo loro poi l'umiliazione di passare sotto i gioghi. La società romana ne fu tanto scossa da ricordarlo per secoli come marchio negativo per la Repubblica associandolo alla disfatta dell'Allia e poi alla battaglia di Canne. Secondo la versione che ne dà Tito Livio, si trattò di una resa, non di un vero scontro: i due eserciti non scesero alle armi perché i Romani si accorsero subito di non avere speranza di vittoria.

Situazione[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine della prima guerra sannitica, nel 341 a.C., i Sanniti avevano ottenuto la pace dai romani e si erano impegnati a rimanere neutrali nelle incessanti guerre e battaglie che opponevano la bellicosa Repubblica romana agli altrettanto bellicosi popoli vicini.

Nel 327 a.C. i Sanniti ruppero i trattati appoggiando i Palepolitani; dopo una serie di sfortunate battaglie, nel 322 a.C. furono sconfitti da Roma e dovettero accettare condizioni umilianti: la consegna di Brutulo Papio come istigatore dell'insurrezione, di tutte le sue ricchezze (di Brutulo, suicidatosi, fu poi consegnata la salma) e la restituzione dei prigionieri. I Sanniti speravano inoltre di poter riottenere lo status di alleati ma Roma, non fidandosi, non concesse l'alleanza.

Nel 321 a.C. la situazione cambiò drasticamente. A Roma furono eletti consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino. I Sanniti fecero loro comandante Gaio Ponzio Telesino. Questi, a quanto ci narra Livio, era:

(LA)
« [...] patre longe prudentissumo natum, primum ipsum bellatorem ducemque. »
(IT)
« [...] figlio di un padre famoso per la grande saggezza, e lui stesso combattente e stratega di prim'ordine. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 1)

I Sanniti avevano inviato i loro ambasciatori, col corpo di Brutulo, per trattare le condizioni di riparazione; ma Roma non aveva accettato di concludere la pace. Ponzio, allora tenne un infiammato discorso per ravvivare gli spiriti del suo popolo. Livio riporta il testo del discorso, ovviamente presunto, come era d'uso all'epoca. È però estremamente interessante osservare qualche tratto:

(LA)
« [...] quorum saevitiam non mors noxiorum, non deditio exanimatorum corporum, non bona sequentia domini deditionem exsatient, [placari nequeant] nisi hauriendum sanguinem laniandaque viscera nostra praebuerimus. »
(IT)
« [...] la cui ferocia non è stata saziata dalla morte dei colpevoli, né dalla consegna dei loro cadaveri, né dai beni che accompagnavano il trasporto dei loro defunti proprietari, né lo sarà mai se non dall'offerta del nostro sangue da bere e delle nostre carni da sbranare. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 1)

Svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

La trappola[modifica | modifica wikitesto]

Un dipinto di età romana sulla battaglia.

Nelle more delle trattative di pace, l'esercito romano era ancora stanziato nel Sannio, vicino a Calatia. Gaio Ponzio spostò il suo esercito e lo fece accampare presso Caudio in tutta segretezza. Da lì mandò una decina di soldati, travestiti da pastori, con l'ordine di cercare di farsi catturare dai romani che stavano predando il territorio per raccontare ai nemici che l'esercito sannita stava assediando Luceria in Apulia. Luceria era una città alleata di Roma, e Roma doveva aiutare i buoni e fedeli alleati a difendersi.

Per arrivare a Luceria i consoli avevano due possibilità: una strada più aperta e sicura ma più lunga che costeggiava l'Adriatico e una più breve che doveva attraversare le strettoie di Caudio. Dove siano Caudio e queste strettoie non è ben definito; evidentemente come accadde con Alesia per i Galli, la localizzazione di Caudio è stata rimossa dai romani. Però Livio ci descrive il luogo dove le legioni romane furono intrappolate:

(LA)
« saltus duo alti angusti silviosique sunt montibus circa perpetuis inter se iuncti. Iacet inter eos satis patens clausus in medio campus herbidus aquosusque, per quem medium iter est. Sed antequam venias ad eum, intrandae prima angustiae sunt et aut eadem qua te insinuaveris retro via repetenda aut, si ire porgo perras, per alium saltum artiorem impeditoremque evadendum. »
(IT)
« due gole profonde, strette, ricoperte di boschi, congiunte l'una all'altra da monti che non offrono passaggi, delimitano una radura abbastanza estesa, a praterie irrigate, nel mezzo della quale si apre la strada; ma per arrivare a quella radura bisogna prima passare attraverso la prima gola; e quando tu l'abbia raggiunta, per uscirne, o bisogna ripercorre lo stesso cammino o, se vuoi continuare in avanti, superare l'altra gola, più stretta e irta di ostacoli. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 2, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Con ogni probabilità per risparmiare tempo e portare aiuto agli alleati, i consoli romani si incamminarono e fecero incamminare le loro legioni fra quelle strettoie. Però, a quanto pare, non si preoccuparono di mandare qualcuno in avanscoperta. Così i romani scoprirono gli sbarramenti dei Sanniti e notarono i nemici sulle alture circostanti quando giunsero alla seconda gola.

(LA)
« In eum campum via alia per cava rupem Romani demisso agmine cum ad alias angustias protinunt pergerent, saepta deiectu arborum saxorumque ingentium obiacente mole invenere. »
(IT)
« I romani, discesi con tutto l'esercito nella radura per una strada ricavata nelle rocce, quando vollero attaccare senza indugi la seconda gola, la trovarono sbarrata da tronchi d'albero e da ammassi di poderosi macigni. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 2, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Ovviamente le legioni romane cercarono di ritornare per la via da cui erano giunte ma trovarono la prima gola chiusa con uno sbarramento uguale a quello dell'altra. Questo è uno dei tanti momenti in cui Livio smette di essere "storico" e diventa "narratore".

(LA)
« Sistunt inde gradum sine ullius imperio stuporque omnium animos ac velut torpor quidam insolitus membra tenet, intuentesque alii alios, cum alterum quisque compotem magis mentis ac consilii ducerent, diu immobiles silent. »
(IT)
« Senza che ne venga dato l'ordine si arrestano: gli animi sono presi da sgomento, le membra irrigidite da una specie di torpore; si guardano gli uni gli altri come se ciascuno cercasse nel viso del compagno un'idea o un progetto di cui si sente privo: immobili in lungo silenzio. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 2, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Poco scientifico, secondo i canoni moderni, ma Livio ci fa quasi vedere i soldati e gli ufficiali fermi, silenziosi, che gettano attorno sguardi smarriti.

L'abitudine alla disciplina dell'esercito romano cominciò a farsi valere. Furono alzate le tende dei consoli, come da regolamento si iniziò a costruire il vallo vicino all'acqua e a scavare il terrapieno, anche se i nemici irridevano i Romani dall'alto e se loro stessi si rendevano conto della disperata situazione.

Scese la notte e passò fra conciliaboli e piani di evasione sempre ritenuti di impossibile attuazione. Anche i Sanniti, però, erano indecisi su come comportarsi. Avevano preso la classica tigre per la coda. Bisognava decidere cosa farne. Il comandante dei Sanniti si rivolse al padre.

Erennio[modifica | modifica wikitesto]

Mappa di dove avvenne lo scontro delle Forche Caudine
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Erennio Ponzio.

Gaio Erennio Ponzio, per la sua età e per l'indebolimento del corpo, si era ritirato non solo dall'uso delle armi ma anche dalla politica. Ma conservava una mente lucida e in pieno vigore. Il figlio mandò un messaggero per chiedere al padre cosa fare delle catturate legioni. L'anziano sannita come risposta consigliò di lasciar andare i romani senza torcere loro un capello.

La risposta non fu gradita dall'esercito sannita che rimandò il messaggero per avere qualche altra indicazione. La seconda risposta di Erennio fu di uccidere tutti i romani, dal primo all'ultimo.

Questo stile ambiguo, quasi da oracolo, stupì Gaio Ponzio che temendo una caduta mentale dell'anziano genitore lo fece portare in Consiglio con un carro. Giunto che fu, Erennio si limitò a spiegare il senso delle sue risposte: se i soldati fossero stati lasciati andare, si sarebbe potuto contare sulla gratitudine di Roma; se l'esercito romano fosse stato distrutto, Roma non avrebbe potuto riarmarsi in breve tempo e i Sanniti avrebbero potuto vincerla definitivamente. Non esisteva una terza soluzione. Dice Livio: "tertium nullum consilium esse". E pone in bocca all'anziano nobile sannita parole "profetiche":

(LA)
« [...] servate modo quod ignominia inritaveritis: ea est Romana gens, quae victa quiescere nesciat. Vivet semper in pectoribus illorum quidquid istuc praesens necessitas unisserit neque eos ante multiplices poenas expetitas a vobis quiescere sinet »
(IT)
« [...] Conservate ora coloro che avete inaspriti col disonore: il popolo romano non è un popolo che si rassegni ad essere vinto; rimarrà sempre viva in lui l'onta che le condizioni attuali gli hanno fatto subire, e non si darà pace se non dopo averne fatto pagare il fio ad usura »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 3, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Le proposte di Erennio non furono accettate ed egli fu riportato a casa sua.

La resa[modifica | modifica wikitesto]

I consoli romani, atteso che non avevano altra via d'uscita, mandarono dei legati per chiedere una pace equa o che i Sanniti si schierassero per la battaglia, ma ovviamente Gaio Ponzio non accettò e pose le sue condizioni:

(LA)
« inermes cum singulis vestimentis sub iugum missurum; alias condiciones pacis aequas victis ac victoribus fore: si agro Samnitium decederetur, coloniae abducerentur, suis inde legibus Romanum ac Samnitem aeque foedere victurum »
(IT)
« li avrebbero fatti passare sotto il giogo, disarmati, vestiti della sola tunica. Le altre condizioni di pace accettabili ai vinti e ai vincitori: il ritiro dell'esercito dal territorio dei Sanniti e quello delle colonie ivi mandate; in seguito Romani e Sanniti sarebbero vissuti ciascuno con le proprie leggi in giusta alleanza. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 4, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

Lucio Lentulo, figlio del difensore del Campidoglio assalito da Brenno e i suoi Galli e legato di grande valore bellico, avendo già dimostrato di non avere paura, poteva parlare apertamente di resa. Lo fece. In una sorta di assemblea informale si alzò per consigliare la resa, razionalizzandola come difesa della patria che altrimenti, perso l'esercito, ne sarebbe rimasta priva. Contrariamente a quanto era accaduto ai tempi del padre, non c'era un esercito romano fuggito a Veio e pronto a ritornare alla riscossa con Furio Camillo.

I consoli si recarono da Ponzio per discutere la resa. Ponzio voleva gettare le basi di un vero e proprio trattato ma i consoli replicarono che non era possibile; la cosa doveva essere decisa dal popolo romano e confermata dai Feziali con gli opportuni riti. Fu quindi fissata la data della consegna delle armi, degli ostaggi e del rilascio dell'inerme esercito romano.

Alla fine giunse il momento dell'ignominia.

(LA)
« Iam primum cum singulis vestimentis inermes extra vallum exire iussi; et primi traditi obsides atque in custodiam abducti: tum a consulibus abire lictores iussi paludamentaque detracta [...]Primi consules propri seminudi sub iugum missi; tum ut quisque gradu proximus erat, ita ignominiae obiectus; tum deinceps singule legiones: circumstabant armati hostes, exprobrantes eludentesque, gladii etiam plerisque intentati, et vulnerati quidam necatique, si vultus eorum indignitate rerum acrior victorem offendisset. »
(IT)
« Furono fatti uscire dal terrapieno inermi, vestiti della sola tunica: consegnati in primo luogo e condotti via sotto custodia gli ostaggi. Si comandò poi ai littori di allontanarsi dai consoli; i consoli stessi furono spogliati del mantello del comando [...] Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi; poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado; infine le singole legioni. I nemici li circondavano, armati; li ricoprivano di insulti e di scherni e anche drizzavano contro molti le spade; alquanti vennero feriti ed uccisi, sol che il loro atteggiamento troppo inasprito da quegli oltraggi sembrasse offensivo al vincitore. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 5 - 6, Mondadori, Milano, trad.: C. Vitali)

I soldati romani, oltre che insultati e scherniti come riportato da Tito Livio, furono anche sodomizzati dalle truppe sannite, a partire dai consoli.[1]

L'episodio è ricordato anche da Niccolò Machiavelli nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio:

« Era, come di sopra si è detto, il Consolo e lo esercito romano assediato da' Sanniti: i quali avendo posto ai Romani condizioni ignominiosissime (come era volergli mettere sotto il giogo, e disarmati rimandargli a Roma), e per questo stando i Consoli come attoniti, e tutto lo esercito disperato [...] »

Reazioni[modifica | modifica wikitesto]

L'esercito romano si diresse verso l'alleata Capua senza osare entrare in città. I Capuani uscirono per portare soccorso in cibo, vestiti, armi e perfino i simboli del potere per i consoli. Ma i Romani sembravano abulici e concentrati nel dolore e nella vergogna. A Roma, alla notizia del disastro, si abbandonò l'idea di una nuova leva e si ebbero spontanee manifestazioni di lutto: furono chiuse botteghe e sospese le attività del Foro. I senatori tolsero il laticlavio e gli anelli d'oro. Addirittura ci furono proposte di non accogliere gli sconfitti in città. Questo non accadde ma i soldati, gli ufficiali e i consoli si chiusero in casa. Tanto che il Senato dovette nominare un dittatore per l'esercizio delle attività politiche. Ma il popolo non accettò le magistrature e si dovettero eleggere due interreges: Quinto Fabio Massimo e poi Marco Valerio Corvo. Questi proclamò consoli Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore, i migliori comandanti militari disponibili.

Localizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Localizzazione delle Forche Caudine.

La documentazione storica non riporta l'indicazione precisa della sede dell'evento. Così, a partire dal XV secolo, un grande numero di studiosi di antichità si è cimentato nella sua identificazione. A questi, in tempi più recenti, si sono aggiunti pareri delle popolazioni locali, affetti generalmente da una certa dose di campanilismo.

L'opinione più ampiamente accettata attualmente è di fatto quella che è stata avanzata per prima, cioè che il luogo delle Forche Caudine sia una valle fra i comuni di Arienzo ed Arpaia attraversata dalla via Appia; in particolare la seconda gola, che i Romani intendevano attraversare per uscire da essa, sarebbe l'attuale stretta di Arpaia. Tuttavia vi sono pareri contrari a questa ipotesi, che propongono altre ricostruzioni dell'evento piuttosto dettagliate.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ [1]