Intelletto
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Per intelletto si intende quella facoltà mentale che ha ogni essere umano di comprendere la realtà e di farsi delle idee, la quale comporta a sua volta la capacità di scegliere, discernere, confrontare, comparare, dissociare, associare, sintetizzare. L'insieme di queste funzioni viene chiamata capacità intellettuale.
Il termine "intelletto" deriva dal latino intellectus (dal verbo intelligere), composto di intus + legere, che significa «leggere dentro».
Indice |
[modifica] In filosofia
| « L'intelletto annulla il fato. Finché un uomo pensa, egli è libero. » | |
Il termine "intelletto" fu adoperato per la prima volta dalla scolastica medioevale per tradurre l'espressione nous ("nùs") che i greci contrapponevano alla diànoia, la ragione. Di Nous si parla per la prima volta nella filosofia greca antica con Anassagora che lo riferisce ad un Pensiero, una divinità ordinatrice che interviene a trasformare il caos iniziale in cosmo, l'universo ordinato.
Sarà Platone poi a definire per la prima volta il nous come intuizione delle forme ideali.
Aristotele gli attribuì la capacità di leggere dentro: per lui infatti l'intelletto riesce a penetrare nell'interiorità, a cogliere ciò che ha l’essere in proprio, cioè la sostanza, quel sostrato che rimane sempre unico e identico a se stesso, prescindendo dalle particolarità esteriori.
Fu in proposito che Aristotele distinse la diànoia (o ragione) dall'intelletto: solo quest'ultimo per lui riesce a dare garanzia di verità. La razionalità logica o sillogistica, infatti, è capace di trarre unicamente conclusioni coerenti con le premesse, di effettuare cioé deduzioni corrette da un punto di vista formale, ma senza garantire in alcun modo la verità dei contenuti; per cui se il ragionamento parte da premesse false, anche il risultato sarà falso. Compito dell'intelletto è dunque quello di cogliere la verità delle premesse, attraverso un processo chiamato epagoghé (traducibile impropriamente con induzione), nel quale i sensi fanno attivare un primo movimento del pensiero ancora latente, altrimenti detto "intelletto potenziale"; in seguito a vari passaggi, si ha infine l'intervento di un trascendente "intelletto attivo", dotato cioé di conoscenza in atto, capace di "astrarre" le forme universali dagli oggetti. L'intelletto si colloca così al vertice più alto della conoscenza, essendo non solo in grado di dare un fondamento universale e oggettivo ai sillogismi, ma comportando anche un'esperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a se stesso, che costituiva per Aristotele la quintessenza della saggezza.
Nella filosofia neoplatonica (in particolare Plotino) l'Intelletto è la seconda ipostasi, il livello di realtà che possiede più pienamente pensiero ed essere. Esso è molteplice, in quanto composto da diversi intelligibili o archetipi, ma più unitario rispetto al livello successivo, l'Anima, perché ogni intelligibile conosce sé stesso unitamente agli altri. Possiede una forma di pensiero intuitiva e perfetta, non discorsiva e non legata alle categorie di spazio e di tempo.
Durante il Medioevo, nella scolastica venne mantenuta la differenza tra ragione e intelletto: mentre la prima conosce discorsivamente una realtà nelle sue relazioni con gli altri oggetti, l'intelletto arriva invece a penetrarne l'essenza in senso assoluto.
Anche per Nicola Cusano l'intelletto è superiore alla ragione perché rappresenta la sfera "divina" nell'uomo: a differenza della logica razionale, che è limitata dal principio di non-contraddizione (comune anche agli animali), l'intelletto riesce ad intuire la comune radice di ciò che appare contraddittorio alla semplice ragione, cogliendo unitariamente il molteplice tramite quella "coincidenza degli opposti" che è propria di Dio.
Kant distinguerà a sua volta l'intelletto dalla ragione, ma collocando quest'ultima al di sopra, attribuendo all'intelletto (facoltà del finito) la possibilità di costruire scienza, e assegnando invece alla ragione il compito di rendere conto dei limiti della conoscenza umana. L'attività dell'intelletto consiste per Kant nella capacità di sintetizzare a priori la molteplicità dei fenomeni tramite le categorie. Egli definì quindi le quattro regole formali associate alle categorie con cui l'intelletto ordina i dati sensibili:
- assiomi dell'intuizione (quantità);
- anticipazioni della percezione (qualità);
- analogie dell'esperienza (relazione);
- postulati del pensiero empirico (modalità).
Le categorie dell'intelletto sono distinte a loro volta dalle forme a priori della sensibilità (spazio e tempo): per mezzo di quest'ultime un oggetto ci è "dato"; per mezzo dell'intelletto un oggetto è "pensato". I pensieri dell'intelletto presuppongono infine una suprema attività ordinatrice che è l'io penso, il quale opera appunto tramite i giudizi dell'intelletto.
[modifica] Bibliografia
- Terence Irwin, I principi primi di Aristotele, Vita e Pensiero, Milano 1996
- Mario Dal Pra, Storia della filosofia, Franco Angeli, 1996
- Silvestro Marcucci, Guida alla lettura della "Critica della ragion pura" di Kant, Laterza, Bari 2003
- Thomas A. Szlezák, Platone e Aristotele nella dottrina del Nous di Plotino, traduzione di Alessandro Trotta, Vita e pensiero, Milano 1997 ISBN 88-343-0872-7
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
- Paolo Scroccaro, Intelletto e Ragione tra Aristotele e Popper.

