Culti della Ragione e dell'Essere Supremo

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Festa dell'Essere Supremo, 1794. Musée Carnavalet, Parigi

Il culto della Ragione, il culto dell'Essere Supremo e la successiva teofilantropia sono forme di culto razionalista, sorti durante la Rivoluzione francese.

Il culto della "Dea Ragione" era una sorta di religione atea, mentre quello dell'Essere Supremo - religione di Stato della Prima repubblica francese per alcuni mesi - era una specie di devozione religiosa di ispirazione deista. Queste particolari credenze si diffusero in maniera organizzata in Francia soprattutto dalla fine del 1792 al 1794.[1]

Contesto[modifica | modifica wikitesto]

Questi culti si propagarono nel clima d'insicurezza dovuto al pericolo d'invasione da parte di truppe straniere, in particolare prussiane, che minacciavano di restaurare l'antico regime.[1]

Essi costituirono elementi, accanto al calendario rivoluzionario francese, della scristianizzazione che accompagnò la Rivoluzione francese. Trovarono giustificazione in una certa forma di resistenza civica, come la ricerca della difesa dei diritti della Rivoluzione, soprattutto della libertà, dal momento che il clero cattolico - e, per estensione, il cattolicesimo - era considerato una "quinta colonna" dell'assolutismo nella nazione minacciata proprio dalle truppe dei regimi assolutistici europei dell'epoca (Austria, Prussia, Russia).[1] Questi "culti" ebbero il loro apogeo durante il periodo del Terrore, con il culto dell'Essere Supremo, istituito per decreto dalla Convenzione nazionale su proposta di Maximilien Robespierre, leader del Club dei Giacobini e del Comitato di salute pubblica.[1]

Origini filosofiche[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista filosofico, i culti della Ragione e dell'Essere Supremo derivano dal sincretismo degli ideali razionalisti degli illuministi, del deismo di Voltaire e soprattutto delle idee di Rousseau, a cui s'ispirava Robespierre.[1]

Essi volevano rappresentare una simbolica adorazione degli ideali di libertà (d'espressione, di pensiero, ecc.) e di uguaglianza nati con l'Illuminismo. Una nuova Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino fu emanata nel 1793, dopo quella del 1789.

Dal punto di vista politico, questi culti erano emanazione del giacobinismo radicale, soprattutto nel caso del culto dell'Essere Supremo.[1]

La scristianizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Il termine scristianizzazione è una descrizione convenzionale dei risultati di una serie di politiche distinte, condotte da vari governi di Francia tra l'inizio della Rivoluzione francese del 1792 e il Concordato del 1802, che costituiscono la base del più tardo e meno radicale movimento di laicità. L'obiettivo della campagna è stato la distruzione della pratica religiosa cattolica e della religione stessa.[1] C'è stato un lungo dibattito scientifico sulla possibilità che il movimento di scristianizzazione sia stato motivato da istanze popolari o imposto da chi era al potere. I rivoluzionari più radicali ritenevano, in particolare, la religione cattolica superstiziosa e tirannica, sostenendo che ogni essere umano si sarebbe dovuto ispirare a ideali come la ragione, la libertà e la natura. Il deputato François-Antoine de Boissy d'Anglas, protestante, arrivò ad affermare: «Il cattolicesimo è servile per sua natura al dispotismo, per essenza intollerante e dominatore, abbruttente per la specie umana, complice di tutti i crimini del re».[2] Tra coloro, a vario titolo, che appoggiarono la scristianizzazione e videro con favore la diffusione di ateismo e agnosticismo vi furono personalità anche in contrasto fra di loro sui metodi e le idee, sia moderati che radicali: Joseph Fouché, Pierre-Gaspard Chaumette, Jean-Paul Marat, Nicolas de Condorcet, Jacques-René Hébert[3]

Culto della Ragione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo i massacri di settembre (2 settembre 1792), numerose chiese furono trasformate in templi della Ragione, a partire dalla Chiesa di Saint-Paul-Saint-Louis nel quartiere Marais. Il nuovo culto si espresse nel 1793 e nel 1794 anche attraverso cortei carnevaleschi, spogliazioni di chiese cattoliche, cerimonie iconoclaste e così via.[1] Il culto della Ragione cominciò a svilupparsi nella provincia francese, particolarmente a Lione e nel Centro, dove fu predicato da rappresentanti in missione spesso vicini all'hébertismo. Il movimento si radicalizzò arrivando a Parigi con la festa della Libertà nella Cattedrale di Notre-Dame il 10 novembre 1793, organizzata da Pierre-Gaspard Chaumette. Il culto fu celebrato da una donna avvenente simboleggiante la dea Ragione, una cantante lirica di Parigi.[1] Joseph Fouché (nella Nièvre e nella Côte-d'Or) e Chaumette (a Parigi) furono fra gli organizzatori principali di questi avvenimenti, con gli hébertisti, anche se lo stesso Jacques-René Hébert, che pure vi partecipò, non era completamente d'accordo con il totale ateismo e l'anti-cristianesimo, essendo più vicino alle posizioni del prete costituzionale e proto-comunista Jacques Roux. Fouché fece togliere ogni simbolo religioso in luogo esterno alle chiese, e porre su alcuni cimiteri la scritta: "La morte è un sonno eterno".[4] Le chiese cattoliche furono chiuse o riconvertite al nuovo credo il 24 novembre 1793 e il culto cattolico fu proibito. Le regioni più interessate dal fenomeno furono la Borgogna e i dipartimenti dell'attuale regione Centro, la regione parigina, la regione lionese, il nord e il nord della Linguadoca. L'est, l'ovest, l'Aquitania (eccetto la Lot e Garonna) furono relativamente poco coinvolti. Un numero elevato di chierici refrattari venne condannato a morte, numerosi beni della Chiesa furono requisiti, si praticò il culto dei martiri della Rivoluzione e fu ideato il calendario rivoluzionario (l'inizio dell'anno era il 22 settembre, anniversario della proclamazione della repubblica), in quanto quello gregoriano ruotava intorno alla suddivisione e alla scansione del tempo basato su cicli settimanali in uso nella religione ebraica e cristiana. I sostenitori di questa ideologia, Jacques-René Hébert in primis, vollero rompere ogni legame con il passato, pensando che la responsabilità di tutti i mali era della Chiesa. Il processo di scristianizzazione fu talmente improvviso, irruente e ateo che indusse il deista Robespierre a porre un freno a questa situazione, approvando una commissione per la libertà di culto.[1]

Culto dell'Essere supremo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Deismo.
Cattedrale di Clermont-Ferrand: «Le peuple français reconnoit l'Etre Suprême et l'immortalité de l'âme» (Il popolo francese riconosce l'Essere supremo e l'immortalità dell'anima) (iscrizione emersa durante un restauro)

Tuttavia, Robespierre, temendo l'influenza e il ritorno delle masse alla religione cattolica, che egli stesso aveva fatto tornare legale con il ristabilimento della libertà religiosa, proclamò religione di Stato il culto laico e deista dell' "Essere Supremo", basato sulle teorie di Rousseau, e in parte di Voltaire, ma il suo decreto gli attirò l'ostilità sia dei cattolici sia degli atei.[5]. Robespierre - che aveva intenzione di sostituire, con il deismo e il panteismo naturalistico, la dea Ragione - prese però anche le difese del clero costituzionale, i religiosi che si erano opposti ai preti refrattari, giurando fedeltà alla Repubblica, e accettò anche l'invito di una famiglia amica di tenere a battesimo il loro bambino, segno della sua volontà di conciliazione con i cattolici repubblicani. Molti atei e coloro che gli rimproveravano la sua spiritualità rousseauiana, spesso lo ridicolizzavano a parole. Anche Condorcet, portavoce dei salotti illuministi, enciclopedista e scettico verso il deismo, aveva affermato che "Robespierre è un prete e non sarà mai altro che un prete".[6] Nelle intenzioni di Robespierre, il culto dell'Essere Supremo avrebbe dovuto celebrare l'unità nazionale e favorire la pacificazione, con la vittoria in guerra e la possibile fine del periodo di emergenza del Terrore.[7] Se la precedente scristianizzazione aveva di fatto proibito ogni culto, soprattutto quello cattolico, tranne la celebrazione simbolica della Dea Ragione, il nuovo culto nazionale tentava una conciliazione tra opposte visioni. Robespierre fece votare una legge sul riconoscimento di questa nuova forma di spiritualità, in cui si affermava all'articolo 1 che "il popolo francese riconosce l'Essere supremo e l'immortalità dell'anima". La frase venne apposta anche su molte chiese, riconvertite a templi della ragione o dell'Essere supremo, senza che vi si celebrasse alcun culto. Gli articoli 2 e 3, infatti, dichiaravano che "il solo culto che si conviene all'Essere Supremo è la pratica dei doveri dell'uomo", cioè l'odio verso i tiranni, il rispetto dei deboli, la pratica della giustizia, ecc. Gli altri articoli confermano la libertà di culto e la laicità, ma puniscono gli assembramenti aristocratici e le istigazioni fanatiche.[8][1] Per Robespierre si trattava di una religione naturale, un culto razionale, con istituzione di feste consacrate alle virtù civiche, con lo scopo, secondo lui, "di sviluppare il civismo e la morale repubblicana".[9][10]

Il culto dell'Essere Supremo fu un culto eminentemente deista, influenzato dal pensiero dei filosofi del secolo dei Lumi, e concepiva una divinità che non interagisce con il mondo naturale e non interviene nelle faccende terrene degli uomini, e si concretizzò in una serie di feste civiche, destinate a riunire periodicamente i cittadini e a "rifondare" la Città attorno all'idea divina, ma soprattutto a promuovere valori sociali e astratti come l'Amicizia, la Fraternità, il Genere umano, l'Infanzia, la Gioventù o la Gioia.[11] L'8 giugno 1794 (il 20 pratile), Robespierre e altri deputati celebrarono la Festa dell'Essere Supremo al Campo di Marte. L'Incorruttibile svolse una specie di ruolo di "sacerdote" del nuovo culto, guidando una processione che segnò l'apogeo del suo prestigio, ma anche l'inizio della sua fine. Molti deputati lo insultarono e lo minacciarono apertamente.[12]Questa fase coincise con il suo temporaneo ritiro dalla Convenzione.[13]

La festa dell'Essere supremo[modifica | modifica wikitesto]

La Festa dell'Essere supremo vista dal Campo di Marte.

La festa dell'Essere supremo, celebrata l'8 giugno 1794,fu la manifestazione di questa unanimità mistica, morale e civica che Maximilien de Robespierre prevedeva per il futuro come condizione della pace e della gioia. La festa dell'Essere Supremo conobbe un grande successo in Francia e fu quella di cui più a lungo si conservarono tracce visibili.[1] Essa fu celebrata particolarmente nella regione parigina, la Normandia, il nord, la regione lionese, la Linguadoca e la Provenza, l'Aquitania e la Borgogna. Le regioni meno interessate invece furono l'Alto Reno e in una certa misura l'ovest, in particolare la cattolica Vandea.

Svolgimento della festa a Parigi[modifica | modifica wikitesto]

In quei giorni dalle Tuileries al Campo di Marte, l'inno all'Essere Supremo scritto dal poeta rivoluzionario Théodore Desorgues fu cantato dalla folla su musica di Gossec. Robespierre precedeva i deputati della Convenzione di cui era presidente. Avanzava solo, e per la circostanza vestiva un abito celeste cinto da una fascia tricolore. Teneva in mano un bouquet di fiori e di spezie. La folla immensa, venuta per il grande spettacolo, era incitata da Jacques-Louis David. Davanti alla statua della Saggezza, Robespierre diede fuoco a manichini che simboleggiavano l'ateismo, l'ambizione, l'egoismo e la falsa semplicità.[1]

Alcuni deputati della Convenzione presenti derisero la cerimonia, chiacchieravano, si rifiutarono di marciare al passo. Nonostante l'impressione profonda prodotta da questa festa, il culto dell'Essere Supremo fallì nel creare l'unità morale fra i rivoluzionari e contribuì anzi a suscitare, poco dopo il suo stabilimento, una crisi politica in seno al governo rivoluzionario.[1]

I culti razionalisti dopo la caduta dei giacobini[modifica | modifica wikitesto]

Con la caduta di Robespierre, il culto deista dell'Essere supremo, da non confondere con quello massonico del Grande Architetto dell'Universo, cadde in disuso, anche se sopravvisse sotto la forma detta teofilantropia, una setta rousseuiana, che per i legami ideologici con il giacobinismo, venne ritenuta pericolosa da Napoleone Bonaparte, che la soppresse nel 1802.[1] Vennero fatti tentativi, da parte di simpatizzanti giacobini locali, di diffondere questi culti anche nelle repubbliche sorelle, ad esempio in quelle formatesi in Italia, soprattutto nelle zone dove i francesi furono meglio accolti e si piantarono gli Alberi della Libertà, ma ebbero poco seguito tra la popolazione e scomparvero subito.[14]

Riunione di teofilantropi

Fortuna postuma[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Raquel Capurro, il culto del Grand-Etre sviluppato da Auguste Comte con la religione dell'umanità, che egli ideò nella fase detta religiosa del positivismo, è un retaggio del culto della Ragione e del culto dell'Essere supremo.[15] Alcuni teofilantropi, che si ispiravano anche ad antiche filosofie come epicureismo e stoicismo, e vecchi simpatizzanti della religione dell'Essere Supremo, dopo la proibizione del culto, rimasero liberi pensatori, altri entrarono nella massoneria, altri propagarono il deismo sotto diverse forme, come il giacobino Filippo Buonarroti, che influenzerà parzialmente Giuseppe Mazzini, e vi furono anche tentativi successivi di riproposizione sotto diverse forme.[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o da "La Rivoluzione Francese", in Storia Illustrata, anno 1968, del mese di dicembre, numero 133.
  2. ^ Rivoluzione: anno 1793
  3. ^ Il 10 agosto e la scristianizzazione
  4. ^ "Scristianizzazione" sul sito Robespierre.it
  5. ^ Kennedy, Emmet (1989). A Cultural History of the French Revolution. Yale University Press. ISBN 0-300-04426-7, pag. 343-345
  6. ^ Lamendola, Recensione a "Robespierre politico e mistico".
  7. ^ Kennedy, 345
  8. ^ Michel Vovelle, Serge Bonin, 1793: la révolution contre l'Église: de la raison à l'être suprême, éd. Complexe, 1988, p. 45, 274.
  9. ^ Kennedy, 315-316.
  10. ^ Vovelle, Bonin, p. 45, 274.
  11. ^ Vovelle, Bonin, p. 45, 274.
  12. ^ Mathiez-Lefebvre, vol II 110 e segg.
  13. ^ Walter, 447 e segg.
  14. ^ Gianni Perna, Clero e potere civile: La Repubblica cisalpina a Varese, pp. 82 e 95, Periodico della CCIAA di Varese, sezione Cultura e storia, Lombardia Nord-Ovest, marzo 2004
  15. ^ Le positivisme est un culte des morts : Auguste Comte - Raquel Capurro
  16. ^ Jean-Pierre Chantin, Dictionnaire du monde religieux dans la France contemporaine, Beauchesne (2003), p. 67

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Studi storici[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]