Paul Barras

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Paul François Jean Nicolas

Paul François Jean Nicolas, visconte di Barras (Fox-Amphoux, 30 giugno 1755Chaillot, 29 gennaio 1829), è stato un politico francese, attivo durante la Rivoluzione francese, e principale leader del Direttorio che governò il paese nel periodo 1795 - 1799.

Barras nacque da una famiglia della piccola nobiltà del dipartimento di Var. Entrò nell'esercito francese all'età di sedici anni, servendo nelle colonie e prese parte ad azioni militari nelle Indie sotto Bellecombe e di Pierre André de Suffren. Combatté anche nella difesa di Pondichéry. Dopo la pace del 1783 mise fine alla sua carriera dando le dimissioni a seguito di un alterco col maresciallo de Castries, ministro della Marina. Ritiratosi con il grado di capitano, si trasferì a Parigi. Dal 1783 al 1789 si trovò a Parigi, privo di potere e di occupazione. Fu accusato di aver frequentato le peggiori case da gioco che allora pullulavano nella capitale. Bell'uomo, frequentò le maggiori intellettuali dell'epoca, in particolare la cantante Sophie Arnould.

La Rivoluzione francese[modifica | modifica wikitesto]

Fu per puro caso che assistette alla presa della Bastiglia il 14 luglio 1789. Fino ad allora il visconte di Barras non aveva idee politiche ben definite. Incontrò Mirabeau presso Sophie Arnould. Fu forse quest'incontro che lo spinse ad iscriversi prima alla massoneria e successivamente al club dei giacobini ed a lanciarsi nella politica come repubblicano. Si presentò alle elezioni per l'Assemblea legislativa e fu eletto delegato del Var fra 554 altri. Non fu eletto deputato ma membro della Alta Corte di Orléans. Quando questa dovette essere sciolta, rientrò a Parigi come Commissario dell'Armata d'Italia.

La Convenzione[modifica | modifica wikitesto]

Eletto deputato supplente del dipartimento di Var alla Convenzione nel 1792, sedette con i montagnardi e votò a favore dell'esecuzione capitale di Luigi XVI. Dopo la morte di quest'ultimo, la Convenzione, attaccata da tutte le parti, nominò rappresentanti delegati nelle province e nell'esercito. Barras partì in missione nelle Basse ed Alte Alpi con l'amico Stanislas Fréron per reclutare 300 000 soldati. Di fronte all'insurrezione nata prima a Tolone e poi estesasi a Marsiglia, diede prova d'iniziativa e di coraggio e, persuaso del tradimento del generale Brunet, lo fece arrestare nella sua stessa armata. Fu allora che ricevette l'ordine di riprendere Tolone che era insorta sotto l'azione del partito realista ed aveva aperto le porte alle flotte nemiche di Gran Bretagna e di Spagna e consegnato una parte della flotta agli inglesi. Temendo uno sbarco del nemico, Barras affidò ad un giovane capitano di artiglieria, Napoleone Bonaparte, la difesa delle coste della Provenza. Bonaparte, dice Barras nelle sue memorie, diede allora prova di grande attivismo e non esitò a dichiararsi ultra-montagnardo. Barras gli accordò la sua benevolenza e la sua protezione, ma non attribuì al futuro imperatore altro che un ruolo secondario nella presa di Tolone: Il vero conquistatore di Tolone fu il generale Dugommier.[1]. Riconquistata la fortezza navale mediterranea Barras vi si arricchì pesantemente grazie alla malversazione.

Il Terrore[modifica | modifica wikitesto]

Di ritorno a Parigi (23 gennaio 1794) su richiesta del Comitato di salute pubblica, Barras fu acclamato dalla Convenzione e felicitato di aver ben meritato per la nazione, ma l'accoglienza del Comitato, informato della sua azione corrotta in Tolone dopo la caduta della città, fu glaciale, come pure quella dello stesso Robespierre. Allontanato dopo un certo tempo da Parigi, fu accusato subito dopo di aver destituito il tribunale di Marsiglia. Egli si batté ed ottenne l'appoggio della Convenzione e dei giacobini. Successivamente si appoggiò a Danton e Laignelot, ma Danton, accusato di saccheggio durante una missione in Belgio, fu arrestato (11 Germinale, cioè 31 marzo 1794). Allora Barras cambiò fronte, si mise a capo dei nemici di Robespierre e fu uno degli artefici, insieme a Tallien e Fouché della sua caduta, il 9 Termidoro (25 luglio 1794): comandante della forza armata municipale di Parigi, si impadronì di lui e mise fine al periodo cosiddetto del Terrore.

Il Direttorio[modifica | modifica wikitesto]

A dicembre dello stesso anno fu nominato membro del Comitato di sicurezza nazionale e nel febbraio dell'anno successivo presidente della Convenzione termidoriana. Incaricato della difesa della Convenzione contro gli insorti realisti, il suo ruolo nella giornata dell'insurrezione del 13 vendemmiaio dell'anno IV (5 ottobre 1795) fu determinante: grazie all'intervento, da lui comandato, di Napoleone Bonaparte, l’insurrezione fu stroncata dalle scariche di mitraglia ordinate dal giovane ufficiale còrso.

Eletto membro del Direttorio il 31 ottobre 1795 al momento della creazione di quest'ultimo, egli giocò un ruolo chiave senza soluzione di continuità per quattro anni, incarnando la figura di una sinistra termidoriana ferma di fronte alla minaccia realista. Con Reubell e La Réveillère egli formò una specie di triunvirato. Per assicurarsi il potere, i tre direttori compirono il Colpo di Stato del 18 fruttidoro (4 settembre 1797) e proscrissero due dei loro colleghi, Barthélemy, Lazare Carnot e un gran numero di membri dei due Consigli, accusandoli di tendenze realiste. Egli partecipò anche al colpo di Stato del 22 Floreale dell'anno VI (11 maggio 1798). È possibile che egli abbia avviato trattative con i Borboni in vista di un rientro e della restaurazione sul trono del Conte di Provenza, fratello di Luigi XVI, ma fu preceduto dal colpo di Stato del 18 brumaio.

Il 18 brumaio e l'esilio[modifica | modifica wikitesto]

Al suo ritorno dall'Egitto, Bonaparte e l'abate Sieyès rovesciarono il Direttorio con il colpo di Stato del 18 Brumaio, ed il Direttorio disciolto e sostituito da un Consolato di tre membri, ma in pratica il potere fu concentrato nelle mani del Primo Console, Napoleone Bonaparte. Barras fu relegato nel suo castello di Grosbois, quindi esiliato a Bruxelles. Autorizzato al rientro in Francia, a Montpellier in Provenza, fu nuovamente spedito in esilio da Napoleone a Roma (1810). Alla caduta dell'impero fu autorizzato, nonostante il suo passato di regicida (unico non bandito dalla Francia con la legge del 1816), a risiedere a Chaillot, nei pressi di Parigi ove morì tredici anni dopo dimenticato da tutti. La salma fu inumata nel Cimitero del Père-Lachaise di Parigi.

Caricatura datata 1805 ed opera di James Gillray: Barras intrattenuto dalla danza di due giovani nude, mogli di altrettanti personaggi famosi, Thérésa Tallien e Giuseppina Bonaparte

Il personaggio[modifica | modifica wikitesto]

Barras è passato alla storia come personaggio corrotto e corruttore, capace di qualsiasi compromesso pur di rimanere nel novero di coloro che contano, uomo di costumi dissoluti. Lo si accusa di aver introdotto corruzione e venalità nella amministrazione e di averne dilapidato grandi somme. Nei salotti della Parigi che contava era noto per sapersi circondare di donne belle ed intellettuali. Era particolarmente amico di Teresa Cabarrus, soprannominata "Notre-Dame de Thermidor" per aver spinto il proprio amante di allora, il membro della Convenzione Tallien, a rovesciare Robespierre. Barras aveva sposato durante il periodo giovanile una ragazza della sua zona ma non si degnò mai di rivederla. Era anche convinzione comune che Giuseppina Tascher de la Pagèrie, vedova del generale Beauharnais, fosse stata sua amante e che fosse stato Barras a spingerla fra le braccia di Napoleone Bonaparte, che la sposò poco prima della sua partenza per la prima campagna d'Italia. Barras scrisse le proprie memorie in più volumi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dopo l'assedio di Tolone Bonaparte fu nominato generale di brigata con l'ordine di aggregarsi all'armata d'Italia. Fu questo il primo incontro con Napoleone Bonaparte, che Barras ricorderà successivamente, quando si verificò l'insurrezione realista che minacciò la Convenzione (13 vendemmiaio dell'anno IV cioè 5 ottobre 1795)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Jean Tulard, Jean-François Fayard, Alfred Fierro, Dizionario storico della Rivoluzione francese, Ed. Ponte alle Grazie, Firenze, 1989.

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