La pace

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La pace
Commedia
La dea Eirene con il piccolo Pluto(Atene, circa 370 a.C.)
La dea Eirene con il piccolo Pluto
(Atene, circa 370 a.C.)
Autore Aristofane
Titolo originale Εἰρήνη
Lingua originale Greco antico
Prima assoluta 421 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Personaggi
  • Trigeo
  • Ermes
  • Ierocle
  • Due servi di Trigeo
  • Due figlie di Trigeo
  • Polemos, dio della guerra
  • Il dio della mischia
  • Un fabbricante di falci
  • Un mercante d'armi
  • Due ragazzi
  • Opora, dea del raccolto
  • Teoria, dea della festa
  • Un fabbricante di anfore
  • Un fabbricante di elmi
  • Un fabbricante di lance
  • Coro di contadini
 

La pace (Εἰρήνη) è una commedia di Aristofane messa in scena nel 421 a.C., in un'epoca a cui fanno da sfondo i tristi eventi della Guerra del Peloponneso.

Nella Pace, il protagonista, Trigeo, dopo un'ardita spedizione celeste, riesce ad allontanare dalla Grecia i venti di guerra, con gran disperazione dei fabbricanti di armi e degli altri mestatori. La commedia riflette il clima di speranza per l'avvenire di quel periodo immediatamente precedente alla stipula della Pace di Nicia del 421 a.C.

Il titolo trae il nome dalla divina Eirene, dea della Pace.

In polemica con gli autori che si conquistavano il favore del pubblico, regalando leccornie prima delle rappresentazioni, Aristofane arrivò a distribuire agli spettatori presenti alla prima della commedia un chicco di grano.[1]

Trama[modifica | modifica sorgente]

La prima edizione dell'opera in lingua italiana, pubblicata a Venezia nel 1545.

Atene, 421 a.C. Sono anni duri. La guerra del Peloponneso imperversa e la Grecia è provata dal protrarsi di privazioni e stenti.

Trigeo, vignaiolo dell’Attica, esausto per le tribolazioni patite, si risolve a tentare un ardito rendez-vous con le divinità olimpiche. Per salire da Zeus, ci va non con un destriero alato, né con altra "nobile" creatura dei cieli, ma, parodiando i temi delle tragedie, a cavallo di uno scarabeo stercorario. Una creatura molto terrena sul cui dorso accingersi all’incredibile anabasi (spedizione) celeste.

Ma un vettore così umile e insolito comporta non pochi rischi. Infatti, durante il sorvolo dei cieli, il lezzo che esala dal basso spinge in picchiata la ghiotta bestiola, dalla straordinaria sensibilità per certi odori terreni, rischiando di mandare a morte il suo cavaliere.[2] Ciò la dice lunga sulle consuetudini igieniche non proprio impeccabili di alcuni e dà modo a Trigeo di stigmatizzarne con insulti feroci le incurie igieniche.

Ma il viaggio gli riserverà una sorpresa ben triste: gli dei olimpici hanno abbandonato i cieli di Grecia. Ad annunciarglielo è Ermes, l’unico ancora rimasto: quel luogo un tempo così felice, è divenuto ora una finestra aperta su un disgustoso spettacolo, un mondo ormai dilaniato dalla discordia e, in apparenza, definitivamente consegnato a Polemos. In quelle lande non vi è più posto per Eirene, reclusa infatti da Polemos nelle profondità della Terra, lasciata a languire in un antro custodito da enormi macigni.

Polemos, dal canto suo, sarebbe già pronto per l’atto finale: le città giacciono in un enorme mortaio in attesa di essere sminuzzate come ingredienti di un bel pesto. Se solo ci fosse il pestello, ovvero un uomo in gamba, un bel mestatore, in grado di trascinare le polis in una lotta fratricida. Uomini del genere un tempo abbondavano in terra di Grecia: Cleone l’ateniese, per esempio, oppure Brasida, il pestello spartano.[3] Ma entrambi sono morti, ora...

Trigeo, appresa la notizia, capisce che è il momento favorevole per agire, chiamando a raccolta tutti i greci e, tutti insieme, liberare Eirene dalla sua prigione.

Ne nasce una sequenza di equivoci alla fine dei quali, tra i popoli dell’Ellade, solo i contadini danno prova di possedere le doti di concordia necessarie a reggere l’impresa. Tira e tira, cantando tutti in coro, i macigni sono rimossi e Eirene può riemergere dalle viscere della terra, con gran dispiacere di mestatori mercanti di armi. Reca con sé il ramo d'ulivo e la cornucopia, in braccio il piccolo Pluto, simbolo dei beni che si possono trarre dalla natura e si accompagna ad Opora, la stagione del raccolto, e a Teoria, la Festa.

Trigeo e Opora scatenano la gioia di tutti, manifestando, a sorpresa, l’intenzione di sposarsi.

La scena si chiude allora con un komos nuziale, in cui si alza il canto del coro, condito da lazzi salaci, oscenità e piccanti allusioni: non si venderanno più armi,[4] non si vestiranno più elmi, né si mangerà più cacio e cipolle,[5] e la vita non si consumerà in guerre tristissime. Ma, accanto al focolare, solo bevute, allegri simposi e baccano con gli amici. E gli sposi vivranno felici tra le gioie bucoliche e allusive del pigiare e del cogliere fichi.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Allardyce Nicoll, Lo spazio scenico, storia dell'arte teatrale, Bulzoni editore, 1992.
  2. ^ Intervista a Guido Paduano
  3. ^ Cleone era noto, per l’appunto, con il soprannome di Pestello. Qui i due sono accomunati nella stessa cordata dei nemici dei popoli e della pace.
  4. ^ Un fabbricante di armi, deluso, viene infatti invitato a riconvertire i suoi strumenti: l'armatura concava è buona come latrina; le trombe si adattano a supporti per il giocoso intrattenimento del kottabos, e così via.
  5. ^ Alimenti tipici dei soldati in guerra.

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