Mito di Er
Il mito di Er è uno dei miti descritti nelle opere del filosofo greco Platone. È narrato in una delle sue opere più ampie, La Repubblica, in conclusione del Libro X, l'ultimo.
È considerato uno dei più importanti miti escatologici dei dialoghi di Platone. I suoi contenuti sono ispirati in maniera rilevante dal mito orfico e pitagorico della metempsicosi, ma contiene anche l'affermazione di una nuova responsabilità etica nei confronti del proprio destino dopo la morte, concetto questo in parte estraneo alla concezione della vita e della morte della tradizione greca.
Racconto [modifica]
Il mito narra di Er, un eroe guerriero della Panfilia morto in battaglia. Il suo corpo raccolto e portato sul rogo come da usanza, mentre stava per essere arso, si ridestò dal sonno eterno e raccontò quello che aveva visto nell'aldilà. Vide delle voragini attraverso le quali le anime passavano nel mondo ultraterreno, due delle quali si aprivano sulla terra e le rimanenti, in perfetta corrispondenza, su nel cielo. Le anime pie andavano in "Paradiso" (in cielo), quelle cattive non all'inferno bensì in una specie di "Purgatorio" (la terra) nel quale potevano ancora aspirare al perdono. Nel mezzo delle voragini vi erano dei giudici, che ad ogni loro sentenza ordinavano ai giusti di dirigersi in alto a destra (in cielo) e agli ingiusti di andare verso la parte sinistra in basso (sulla terra).
La loro condizione di "Non-Vivi" durava 1000 anni al termine dei quali esse senza un ordine logico e prestabilito si dovevano reincarnare. Questo per l'autore sta a significare che nonostante la casualità della vita, siamo noi gli artefici del nostro destino, dobbiamo stare attenti a compiere una scelta giudiziosa e a non lasciarci abbagliare dall'apparenza brillante di certe vite, che celano peccato ed infelicità.
La narrazione si apre con il discorso di Lachesi declamato alle anime da un araldo. Proprio questo discorso contiene il concetto sopra detto della responsabilità etica, affermando le libertà e le responsabilità morali dell'uomo; infatti le azioni di ogni uomo compiute durante la sua vita dipendono direttamente dalla qualità della sua anima. Ognuno perciò è chiamato a scegliere il proprio "demone", che sarebbe un ente intermediario tra gli dei e gli uomini, non del tutto divino ma neanche umano. Questo demone rappresenta proprio il carattere morale, le caratteristiche etiche, il modello di uomo e il tipo di vita che ciascuna anima vivrà dopo la reincarnazione. Platone afferma così che ciò che era stato considerato il Destino è in realtà la personalità individuale; è quindi inutile incolpare gli Dei per ciò che ci capita, la responsabilità infatti ci appartiene tutta.
La parte più interessante del mito è appunto questa scelta: al centro della scena c'è Lachesi, vengono distribuiti dall'araldo dei numeri a caso che vengono raccolti dalle anime. Costituiscono l'ordine in cui potranno scegliere il corpo in cui reincarnarsi. A questo punto gli si mostrano i possibili corpi e rispettive vite in cui potranno reincarnarsi. Non è però detto che l'ordine, e quindi il caso, sia determinante in maniera definitiva: il numero di Destini possibili è più grande infatti di quello delle anime. Sono invece determinanti i trascorsi dell'ultima reincarnazione: i saggi sceglieranno il miglior corpo, quello del filosofo; gli stolti che saranno magari stati poveri sceglieranno il corpo di un ricco, non capendo l'unico vero piacere che è la filosofia. Platone dichiara che l'unico principio che deve guidare questa scelta è la giustizia. La giustizia però non è sufficiente: qualunque sia stata la vita prescelta, la felicità e l'infelicità, il bene e il male, la ricchezza e la povertà si trovano tutti confusi e interconnessi tra loro cosicché è impossibile districarli con l'aiuto della sola giustizia; serve pertanto anche una profonda educazione nella dialettica, che ci permetta di rendere la nostra anima in grado di affrontare la difficile scelta.
Tutti, a parte l'eroe Er, bevono nel fiume Lete, la cui acqua cancella la memoria e ciò motiva la nostra ignoranza sulla vita precedente, anche se possiamo ricordare alcuni concetti appresi nella vita precedente o nel momento in cui la nostra anima, alla sua creazione, ha contemplato per qualche istante l'Iperuranio, attraverso il meccanismo della reminiscenza e grazie all'innatismo. In quest'ultima parte vengono introdotti molti dei contenuti degli insegnamenti orfici e misterici sulla metempsicosi. Le anime possono dunque reincarnarsi in corpi di animali o uomini, già questa scelta viene influenzata dalla propria personalità: i malvagi sceglieranno i corpi di bestie pericolose e aggressive mentre i buoni opteranno per quelli di animali mansueti. Platone narra di alcuni esempi di scelte di anime famose, anche se questo viene considerato solo un espediente narrativo per concedersi ad una metafora sulla condizione umana, la storia ci insegna centinaia di casi di miseria o grandezza umana. Molte delle anime scelgono dunque il nuovo corpo secondo le abitudini contratte nella vita precedente, dato che molti sbagliano e ricadono nei propri vizi. Due casi particolari raccontati da Platone riguardano la scelta fatta da Aiace Telamonio e da Odisseo: il primo, ricordandosi dei suoi travagli a causa della disputa per le armi di Achille persa proprio con Odisseo, rifuggiva il ridiventare un uomo e quindi scelse un leone (che comunque rispecchia il suo carattere); mentre Odisseo, ridotto senza ambizioni dal ricordo dei precedenti dolori che dovette sopportare in vita, se ne andava in giro cercando il corpo di un individuo privato e schivo da ogni seccatura, scelse un corpo proprio come cercava. Dopo ogni scelta ciascuna anima se ne andava e tornava nel mondo terreno.