Carneade

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Carneade di Cirene

Carneade di Cirene (Cirene, 214 a.C.Atene, 129 a.C.) è stato un filosofo greco antico della corrente degli scettici. Viene considerato come il fondatore della terza Accademia di Atene (nota anche come Nuova Accademia).

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Originario del nord Africa e figura considerata minore fra i filosofi del suo tempo, è ricordato tuttavia come oratore appassionato (si dice dimenticasse di cibarsi per preparare i suoi lunghi discorsi tenuti in pubbliche piazze) e sottile dialettico.

Nel 155 a.C. Carneade fece parte, con Critolao e Diogene di Babilonia, della celebre ambasceria inviata a Roma dagli Ateniesi multati per aver saccheggiato Oropo; qui riscosse successo argomentando, in due giorni successivi, a favore e contro l'esistenza di una legge naturale universalmente valida. Le sue argomentazioni scettiche sulla giustizia scandalizzarono e sconvolsero gli ambienti della cultura conservatrice di Roma: egli affermava che se i Romani avessero voluto essere giusti avrebbero dovuto restituire i loro possessi agli altri e andarsene, ma in tal caso sarebbero stati stolti. In questo modo arrivò alla conclusione che saggezza e giustizia non andassero d'accordo.

« ...ed espose tale tesi: tutti i popoli dominatori, innanzitutto i Romani capi del mondo, se avessero voluto essere giusti con il rendere le altrui proprietà, avrebbero dovuto ritornare come poveri alla vita nelle capanne »
(Cicerone, De re publica, 3,21)

Fu uno scettico radicale e il primo filosofo a sostenere il fallimento dei metafisici che volevano scoprire un significato razionale nelle credenze religiose. Criticò lo stoicismo ad Atene e fu scolarca dell'Accademia platonica.

Pensiero di Carneade[modifica | modifica wikitesto]

Carneade, pur ammettendo che niente può essere in senso assoluto criterio di verità, sosteneva l'impossibilità di conoscere, perché un essere umano, in quanto tale, sospende il giudizio su tutte quante le cose. A suo avviso infatti c'è differenza tra il non evidente e il non comprensibile: infatti tutte le cose sono incomprensibili ma non tutte sono non evidenti. Questa distinzione, che tendeva a salvare in un certo modo l'evidenza del fenomeno, portò poi Carneade a stabilire comunque un criterio che se non era vero era però probabile (pithanon). I suoi critici, tuttavia, sottolineano come tendesse a mutare pensiero nel raggio di un breve tempo e anche per questa ragione, forse, il suo insegnamento è risultato piuttosto frammentato (oltre che per il fatto che non lasciò nulla di scritto, tanto che sarebbe poi toccato ad un suo discepolo – Clitomaco, originario di Cartagine – esporne le argomentazioni nei propri scritti, peraltro andati perduti).

Carneade ne I promessi sposi[modifica | modifica wikitesto]

Carneade è conosciuto – e spesso nominato come sinonimo di persona poco nota – in ragione della celebre citazione contenuta ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Nell'incipit dell'VIII capitolo, Don Abbondio, uno dei personaggi principali del romanzo, è nella sua stanza che legge un panegirico in onore di San Carlo Borromeo, all'interno del quale è menzionato il filosofo. È a questo punto che esclama tra sé e sé la lapidaria battuta, destinata a diventare a suo modo famosa (e a condizionare molte biografie di personaggi considerati, appunto, dei carneadi per antonomasia): "Carneade! Chi era costui?".

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