Don Abbondio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vai a: navigazione, cerca
Don Abbondio
L'incontro tra don Abbondio e i bravi
L'incontro tra don Abbondio e i bravi
Universo I promessi sposi
Autore Alessandro Manzoni
Etnia italiano

Don Abbondio è uno dei personaggi principali de I promessi sposi, il più noto romanzo di Alessandro Manzoni. Di fatto, la figura del religioso, dopo il preambolo, apre la narrazione del celebre romanzo. È un uomo codardo, pigro e schivo, che si sottrae davanti alle difficoltà e agli ostacoli che incontra.

« ...proseguiva il suo cammino, guardando a terra e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano d'inciampo nel sentiero...egli, continuò a leggere tratti el suo salmo e si fermava.... dopo alcuni tratti egli si fermava e lo leggeva...
[...]Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro. »

Un'altra battuta famosa di Don Abbondio, poi diventata proverbiale, è all'inizio dell'VIII capitolo, in cui, mentre distrattamente legge sulla poltrona, rumina tra sé e sé:

« ...Carneade. Chi era costui? »

Famoso è il modo in cui rivolge a Renzo Tramaglino, per confonderlo con un uso mistificatorio e prevaricatore di frasi latine oscure per il suo interlocutore[1]:

« Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?
Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?
Error, conditio, votum, cognatio, crimen,
Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,
Si sis affinis,
...."
cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
"Si piglia gioco di me?" interruppe il giovine. "Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?"  »

Il personaggio è tuttavia scarsamente descritto dal punto di vista fisico; a parte alcuni accenni dell'autore a due occhi grigi, una bassa statura e una costituzione corpulenta, non emerge nient'altro riguardo all'aspetto dell'anziano curato. La sua età non viene precisata, ma nel cap. I si dice che "il pover'uomo era riuscito a passare i sessant'anni, senza gran burrasche". Il curato è dunque nato prima del novembre 1568. Il casato del personaggio, come fa presente Manzoni stesso, non è presente nel manoscritto da cui l'autore trae il romanzo.

Indice

[modifica] Ruolo nella narrazione

Quando Don Rodrigo decide di impossessarsi di Lucia Mondella, fa minacciare dai bravi il curato(Don Abbondio) del paese, durante la sua solita passeggiata serale:

« "Or bene," gli disse il bravo all'orecchio, ma in tono solenne di comando, "questo matrimonio non s'ha da fare, né domani, né mai." »

Debole ed impaurito, don Abbondio diventa irragionevole e non segue il dovere di sposare Renzo e Lucia, cedendo alle minacce. Renzo e Lucia escogitano dunque il matrimonio a sorpresa, ma quando Renzo e Lucia si trovano di fronte al curato, non fanno in tempo a pronunciare la formula che li renderebbe a tutti gli effetti sposi che Don Abbondio, compreso l'inganno, fugge. Il curato viene richiamato al suo dovere dal cardinale Federigo Borromeo, che gli affida il compito di ricondurre Lucia, rapita dall'Innominato, presso la casa della madre. Don Abbondio svolge il compito affidatogli, spaventato a morte, perché dubita della sincera conversione dell'Innominato, che interpreta come un inganno. Dopo la discesa dei Lanzichenecchi, sia pur controvoglia, si rifugia, costretto da Perpetua, nel castello dell'Innominato, sulla cui conversione nutre ancora seri dubbi. Nemmeno la tragedia della peste, che incide in modo vario ma ben riconoscibile nella vita e nella psicologia degli altri personaggi, don Abbondio ha un atteggiamento più generoso e comprensivo. Solo dopo che il dramma della malaria si è concluso, che la vita è tornata a scorrere come prima e che vi è l'assicurazione ufficiale che non vi è più alcun pericolo, data dalla morte di Don Rodrigo, Don Abbondio si convince a celebrare il matrimonio dei due promessi sposi. L'esperienza della peste, che Don Abbondio ha vissuto sulle sue spalle, lo ha provato molto fisicamente (il curato è molto più magro e scarno di prima, e ora cammina con un bastone), ma non psicologicamente. Il personaggio infatti non è stato soggetto ad una evoluzione; fino all'ultimo il curato dubita persino della reale morte di Don Rodrigo, ma se ne convince quando la notizia giunge ufficialmente. Egli rappresenta la chiesa corrotta del 1600: infatti costui è prete non per vocazione, bensì per le opportunità offerte dalla carica di prete. Fra' Cristoforo è in contrapposizione a Don Abbondio in quanto rappresenta la chiesa giusta ed è mentore dei meno colti e dei più svantaggiati. Al contrario, il curato schiaccia con la sua cultura la povera gente.

[modifica] Don Abbondio secondo Sciascia

Un interessante contributo (ancorché controcorrente rispetto alla critica "ufficiale" ed eterodosso rispetto al dogmatismo provvidenzialista) all'interpretazione di questa figura venne data da Leonardo Sciascia, corroborato in questo dalle tesi di Angelandrea Zottoli espresse nel suo "Il sistema di don Abbondio", scrive Sciascia:

« don Abbondio è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettualmente vince, è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”. Il suo sistema è un sistema di servitù volontaria: non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia spagnola del secolo XVII. Un sistema perfetto, tetragono, inattaccabile. Tutto vi si spezza contro. L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con don Abbondio alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano… »

[modifica] Interpreti in televisione e in teatro

Il personaggio è stato interpretato molte volte negli adattamenti teatrali, tra i quali quello sperimentale di Davide Calabrese (I promessi sposi in 10 minuti).

In sceneggiati televisivi è stato impersonato da:

[modifica] Note

  1. ^ latinorum, Vocabolario Treccani on line, dal sito dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana

[modifica] Voci correlate

Letteratura Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Letteratura
Strumenti personali
Namespace
Varianti
Azioni
Navigazione
Comunità
Stampa/esporta
Strumenti
Altre lingue