Sensibilità (filosofia)
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Nicola Abbagnano ha definito la sensibilità in senso filosofico in quattro tipi:
| « 1°, L'intera sfera delle operazioni sensibili dell'uomo, comprensiva sia della conoscenza sensibile sia degli appetiti, degli istinti e delle emozioni. 2°, La capacità di ricevere sensazioni e di reagire agli stimoli. Per es., "La S. delle piante". 3°, La capacità di giudizio o di valutazione in un campo determinato. Per es., "S.morale", "S.artistica", ecc. 4°, la capacità di partecipare alle emozioni altrui o di simpatizzare. In questo senso si dice sensibile chi si commuove con gli altri e insensibile chi resta indifferente alle emozioni altrui. » |
| (N.Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET 1971, p.782) |
Introduzione [modifica]
In filosofia la parola ha due significati principali, quello di s.estetica e quello di s.morale. Nel primo caso essa è facoltà concernente l'intuizione della bellezza nell'arte, nella musica e nella poesia, nel secondo si tratta dell'intuizione della moralità e della solidarietà umana.
Storia del termine [modifica]
Per quanto la storia del concetto di sensibilità si leghi a quello di senso, se ne distingue per il suo valore assiologico rispetto alla neutralità di senso. Tutti provano in qualche misura un senso derivante da azioni di qualcosa o qualcuno dall'esterno sul nostro pensare, ma non tutti sono "sensibili" a ciò, per cui la sensibilità è "misura" della capacità di senso.
Voci correlate [modifica]
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