Lettera VII

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Lettera VII
Titolo originale Z'
Delphi Platon statue 1.jpg
Presunto ritratto di Platone rinvenuto a Delfi
Autore Platone o Speusippo
1ª ed. originale IV secolo a.C.
Genere epistola
Lingua originale greco antico
Serie Lettere di Platone

La Lettera VII, insieme alla Lettera VIII, è oggi considerata dalla stragrande maggioranza degli studiosi l'unica delle tredici lettere di Platone ragionevolmente attribuibile al filosofo ateniese. In essa Platone narra le principali fasi della sua formazione filosofica e politica, soffermandosi in particolare sul fallimento dei tre tentativi fatti a Siracusa per cercare di riformare la città, ponendovi a capo un re filosofo.

Data di composizione e attribuzione[modifica | modifica wikitesto]

La data di stesura della lettera è successiva alla morte di Dione, a cui viene fatto riferimento in 334a (quindi dopo il 354 a.C.). Scrivendo ai familiari del suo amico e discepolo, Platone (o chi per lui) ha occasione di riflettere sulla sua vita, fornendoci un’interessante e importantissima fonte biografica. Ciò induce molti studiosi contemporanei a ritenere che l’autore di questa lettera sia effettivamente Platone, sebbene in realtà non sia possibile affermarlo con assoluta certezza. D’altra parte, se non di Platone si tratta, è ragionevole pensare che l’autore sia stato comunque un suo familiare o una persona a lui molto vicina, tanto da poter conoscerne a fondo la personalità e la vita: in questo caso si è ipotizzato che a scrivere la Lettera VII possa essere stato niente meno che Speusippo.[1]

Gli intenti politici di Platone in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

I parenti del defunto Dione scrivono a Platone per avere da lui qualche consiglio. Nel rispondere, il filosofo approfitta dell'occasione per ricordare la sua gioventù, il suo iniziale interesse per la politica e il suo distacco da essa a seguito del fallimento del regime dei Trenta Tiranni e della morte di Socrate, da cui la decisione di dedicarsi alla filosofia. Platone ricorda infatti di essere stato invitato dai parenti ad entrare a far parte del governo di Atene durante la tirannide dei Trenta, verso cui nutriva grandi speranze per il risanamento della polis. Grande però fu la delusione quando il loro governo si dimostrò di gran lunga peggiore dei precedenti, e la delusione si accrebbe ancor di più quando la rinata democrazia, più moderata, finì col condannare a morte Socrate, l'uomo più savio di Atene, che in più di un'occasione si era rifiutato di compiere le nefandezze ordinategli dai Trenta.[2] Amareggiato da tanta corruzione morale, Platone decise allora di dedicarsi alla filosofia (326b). Non per questo però si dimenticò della politica, ma anzi cercò a più riprese di dare concretezza ai suoi progetti, così da non essere ricordato come un semplice «facitore di parole» (328c).

L'occasione per mettere in pratica i suoi progetti gli fu offerta da Dione, il quale gli scrisse per chiedergli di aiutarlo a riformare la città di Siracusa. Platone narra così dei suoi viaggi in Italia meridionale, a Taranto da Archita e soprattutto a Siracusa ospite di Dione, il quale lo presentò al tiranno Dionisio il Vecchio, e in seguito al figlio Dionisio il Giovane. Tuttavia, dai tre viaggi che fece non ottenne niente, se non di essere tenuto quasi come un prigioniero da Dionisio il Giovane.[3]

L'intento di Platone e Dione era di istruire l'ancor giovane Dionisio II alla filosofia, in modo da poter istituire un nuovo governo retto da un re filosofo. Tuttavia, i due si dovettero scontrare con le macchinazioni di corte, che miravano a diffondere falsità e calunnie nei loro confronti. Lo stesso Dionisio tenne un comportamento decisamente ambiguo: da un lato affermò di nutrire interesse per la filosofia e amicizia verso Platone, ma al contempo si lasciò influenzare dalle maldicenze di corte e finì con l'esiliare Dione e far allontanare Platone. Le cose poi peggiorarono con il terzo viaggio, quando Dionisio invitò nuovamente Platone a Siracusa e spedì addirittura una nave a prelevarlo da Atene. Tuttavia, appena giunto in Sicilia la situazione precipitò a causa di alcune sommosse militari. Inoltre, Platone si inimicò il sovrano sostenendo di fronte a lui i diritti di Dione, con il risultato di essere costretto a rimanere, ospite sgradito, a Siracusa, senza poter tornare in patria e per di più rischiando la propria vita. Tornato infine ad Atene grazie all'aiuto dell'amico Archita, Platone maledì la sua scelta di andare a Siracusa e perse i contatti con Dione, il quale, tornato poi in Sicilia, riuscì a detronizzare Dionisio e prendere il potere, ma morì in seguito a una congiura.

La critica della scrittura e le «dottrine non scritte»[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ai temi biografici e politici, la Lettera VII ha attirato l’interesse degli interpreti contemporanei anche per la critica della scrittura in essa contenuta, che può senz’altro essere messa in relazione con Fedro 274b-276a. In particolare, a destare attenzione è il passo 341c, in cui Platone dice:

« Questo tuttavia io posso dire di tutti quelli che hanno scritto e scriveranno dicendo di conoscere ciò di cui io mi occupo per averlo sentito esporre o da me o da altri o per averlo scoperto essi stessi, che non capiscon nulla, a mio giudizio, di queste cose. Su di esse non c'è, né vi sarà, alcun mio scritto. »
(Trad.: A. Maddalena, Roma-Bari 1966)

E ancora, in 344c:

« Perciò, chi è serio, si guarda bene dallo scrivere di cose serie, per non esporle all'odio e all'ignoranza degli uomini. Da tutto questo si deve concludere, in una parola, che, quando si legge lo scritto di qualcuno, siano leggi di legislatore o scritti d'altro genere, se l'autore è davvero un uomo, le cose scritte non erano per lui le cose più serie, perché queste egli le serba riposte nella parte più bella che ha. »
(Trad.: A. Maddalena, Roma-Bari 1966)

Platone sembra dire che vi sarebbero delle dottrine della massima importanza, che però non possono essere comunicate per iscritto per via della debolezza intrinseca di questo mezzo, e che devono essere tenute nascoste ai più, perché incapaci di comprenderle. Alla ricostruzione di queste «dottrine non scritte» (agrapha dogmata) si sono dedicati, a partire dagli anni ottanta del XX secolo, gli studiosi facenti parte della cosiddetta Scuola di Tubinga-Milano. Secondo questi interpreti, professori nelle università di Tubinga (Krämer, Gaiser, Szlezák) e Cattolica di Milano (principalmente Giovanni Reale), vi sarebbe una dottrina segreta che Platone ha preferito comunicare solo oralmente e solo ai propri allievi, alla quale avrebbe fatto riferimento di tanto in tanto nei dialoghi e che è possibile ricostruire attraverso le testimonianze di Aristotele e pochi altri (Sesto Empirico, Alessandro di Afrodisia, Aristosseno).[4] Fare luce su queste dottrine significa pervenire al cuore stesso della filosofia platonica, allontanandosi dall'interpretazione tradizionale per fornirne una nuova e rivoluzionaria (quello che questi studiosi chiamano «nuovo paradigma ermeneutico»), in grado di risolvere molti dei problemi interpretativi più dibattuti.[5] La nuova immagine di Platone che ne risulta supera il dualismo oggetti sensibili/realtà ideale, mostrando come la stessa dottrina delle idee sia solo una parte di una più ampia e complessa dottrina dei princìpi.[6]

Tuttavia, va detto che questa interpretazione così rivoluzionaria non è accettata da tutti gli studiosi, ma, anzi, la sua comparsa è stata accompagnata da vivaci polemiche. Questo perché le critiche alla scrittura di cui si è detto non rimandano necessariamente all'esistenza di una sapienza segreta. In particolare, molti studiosi fanno notare che nei passi citati Platone avrebbe più semplicemente voluto dire che la verità non si apprende banalmente dai libri o dai testi scritti in generale, bensì dall'indagine interiore e dal dialogo continuo; ed essendo una conquista dell'anima, «essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma si accende da fuoco che balza» (341c-d). In questo senso, i dialoghi non avrebbero valore ultimativo, poiché la ricerca filosofica deve essere continuata al di là dello scritto, nell'anima, e la sua acquisizione è un evento immediato e improvviso, non comunicabile.[7] D'altra parte, la stessa incomunicabilità di queste dottrine porterebbe a pensare che non solo la scrittura, ma anche l'oralità non sia in grado di trasmetterle.[8] Infine, per quanto riguarda la ricostruzione di queste dottrine orali, in molti hanno messo in dubbio la validità delle testimonianze di Aristotele e Sesto Empirico – il primo perché scrisse quei passi animato da spirito teoretico e non storiografico, interessato cioè a confrontarsi con le teorie dei predecessori reinterpretandole alla luce della sua filosofia,[9] e il secondo, nonostante un diverso approccio alle dottrine precedenti, perché vissuto molti secoli dopo Platone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ M.I. Finley, Plato and Pratical Politics, in Aspects of Antiquity, Harmondsworth 1977, pp. 78-87.
  2. ^ Lettera VII 324c-325d.
  3. ^ Lettera VII 350a-b.
  4. ^ G. Reale, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, Milano 1998, pp. 115-120. Nell'interpretazione della Tubinga-Milano, i testi scritti fungono solo da supporto («soccorso») alla memoria, mentre le «cose di maggior valore» sono trattate oralmente.
  5. ^ G. Reale, Platone, cit., pp. 321-325.
  6. ^ Oltre al mondo sensibile e al mondo delle idee esisterebbe, al di là di quest'ultimo, un superiore piano ontologico (primario) occupato dai princìpi primi (Uno e Diade), da cui discendono le idee; inoltre, particolare risalto viene dato ai concetti matematici e alla loro particolare posizione. Vedi il paragrafo: Le dottrine non scritte.
  7. ^ F. Trabattoni, Scrivere nell'anima, Firenze 1994, pp. 200-245.
  8. ^ M. Isnardi Parente, Filosofia e politica nelle Lettere di Platone, Napoli 1970, pp. 152-154.
  9. ^ Si vedano al riguardo i contributi di Margherita Isnardi Parente a: E. Zeller, R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, vol. III/1, pp. 108-131, vol. III/2, pp. 907-14, 938-963.

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