Origene

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Origene

Origene, in greco Ὠριγένης (Ōrigénēs), detto Adamanzio (in latino: Origenes Adamantius, «resistente come l'acciaio»; Alessandria d'Egitto, 185Tiro, 254), è stato un teologo e filosofo greco antico, noto anche come Origene di Alessandria.

È considerato uno tra i principali scrittori e teologi cristiani dei primi tre secoli. Di famiglia greca, fu direttore della «scuola catechetica» di Alessandria (Didaskaleion). Interpretò la transizione dalla filosofia pagana al cristianesimo e fu l'ideatore del primo grande sistema di filosofia cristiana.

Origene non dev'essere confuso con l'omonimo filosofo pagano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origene fu un grande filosofo cristiano e scrisse molti testi di natura teologica, anche se, per umiltà, non alluse quasi mai a se stesso nelle sue opere. Tuttavia, Eusebio di Cesarea gli dedicò quasi l'intero sesto libro della Storia ecclesiastica, inoltre, in collaborazione con Panfilo di Cesarea compose l'"Apologia per Origene"; tale opera, che pure ai suoi tempi poteva essere considerata di parte, dimostra tuttavia che Eusebio era ben informato sui dettagli della vita e del pensiero di Origene. Delle sue opere si trovano tracce anche nelle opere di Gregorio Taumaturgo, nelle controversie tra Sofronio Eusebio Girolamo e Tirannio Rufino, in Epifanio di Salamina (Haereses, LXIV) e in Fozio I di Costantinopoli (Bibliotheca Cod. 118).

Vita ad Alessandria (185-232)[modifica | modifica wikitesto]

Nacque probabilmente ad Alessandria d'Egitto nel 185 da genitori cristiani di lingua greca. Origene era appena un diciassettenne quando, nel 202, la persecuzione di Settimio Severo si abbatté sulla Chiesa di Alessandria. Quando suo padre, Leonida, fu gettato in prigione, Origene avrebbe voluto condividere il suo destino, ma non fu in grado di farlo, poiché sua madre gli aveva nascosto gli abiti, pertanto riuscì solamente a scrivere una lettera ardente ed entusiastica a suo padre, con la quale lo esortava a perseverare coraggiosamente nella sua scelta. Quando Leonida patì il martirio e le sue fortune vennero confiscate dalle autorità imperiali, il figlio dovette provvedere per la madre e i suoi sei fratelli più giovani. Riuscì ad adempiere a questo gravoso compito lavorando come insegnante, vendendo i suoi manoscritti, e grazie al generoso aiuto di una ricca signora che ammirava il suo talento.

Poco tempo dopo, il rettore della più famosa scuola teologica cristiana, Clemente Alessandrino, dovette fuggire a causa delle persecuzioni. In assenza di catechisti, Origene, pur essendo laico, iniziò ad insegnare nell'istituto[1]. Solo un anno dopo ottenne il permesso formale di insegnare dottrina cristiana dal vescovo Demetrio (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, II; Girolamo, De viris illustribus, LIV). La scuola, che era frequentata anche da pagani, presto divenne un asilo per neofiti, confessori e martiri. Tra questi ultimi: Basilide, Potamiena, Plutarco, Sereno, Eraclide, Erone, un altro Sereno, e una catecumena, Herais (Eusebio, Hist. eccl., VI, IV). Origene li accompagnò al martirio incoraggiandoli con le sue esortazioni.

Nonostante avesse iniziato ad insegnare ad un'età così giovane, riconobbe la necessità di completare la propria istruzione. Frequentando le scuole filosofiche, specialmente quella di Ammonio Sacca, che fu anche maestro di Plotino, si dedicò allo studio dei filosofi, in particolare di Platone e degli Stoici. In questo non faceva altro che seguire le orme dei suoi predecessori Panteno e Clemente. In seguito, quando quest'ultimo mise a disposizione della scuola catechetica le sue opere, imparò l'ebraico, e si mise in contatto con alcuni ebrei che lo aiutarono a risolvere alcuni suoi dubbi. Verso il 210, il suo estremo rigore ascetico nel seguire le Sacre Scritture lo portò forse ad evirarsi, pratica non del tutto inusuale alle origini cristiane. Secondo alcuni autori, per questa automutilazione il vescovo Demetrio non lo volle mai ordinare sacerdote[2].

Il corso dei suoi lavori ad Alessandria fu interrotto da cinque viaggi. Intorno al 213, sotto papa Zefirino e l'imperatore Caracalla, desiderò vedere "l'antichissima Chiesa di Roma" (Eusebio, Storia ecclesiastica, VI, XIV). Poco dopo fu invitato dal governatore d'Arabia, che era desideroso di incontrarlo (VI, XIX). Fu probabilmente nel 215 o 216, quando la persecuzione di Caracalla imperversava in Egitto, che visitò la Palestina, dove Teoctisto di Cesarea e Alessandro di Gerusalemme, lo invitarono a predicare nonostante fosse ancora un laico. Verso il 218 l'imperatrice Mammea, madre di Alessandro Severo lo portò ad Antiochia (VI, XXI). Finalmente, molto più tardi, sotto Ponziano di Roma e Zebino di Antiochia (Eusebio, VI, XXIII), si recò in Grecia. Al suo passaggio a Cesarea, Teoctisto[3], vescovo di quella città, assistito da Alessandro, vescovo di Gerusalemme, lo consacrò sacerdote. Demetrio, nonostante avesse fornito Origene di lettere di accredito, fu offeso moltissimo da questa ordinazione che aveva avuto luogo senza che ne fosse a conoscenza e, come pensava, in deroga ai suoi privilegi. Quest'ultimo era invidioso della crescente influenza del suo catechista (Eusebio VI, VIII). Al suo ritorno ad Alessandria, Origene percepì presto l'ostilità del suo vescovo, intuì la bufera che si stava addensando e lasciò l'Egitto (231). I dettagli di questa vicenda furono riportati da Eusebio nel secondo libro perduto dell' Apologia per Origene; secondo Fozio che aveva letto l'opera, furono convocati ad Alessandria due concili, il primo di questi esiliò Origene, mentre l'altro lo depose dal sacerdozio (Bibliotheca Cod. 118). Girolamo, comunque, affermava espressamente che non fu condannato per alcun punto della sua dottrina.

L'esilio a Cesarea Marittima (232-254)[modifica | modifica wikitesto]

Espulso da Alessandria, Origene fissò la sua dimora a Cesarea in Palestina (232). Insieme al suo protettore e amico Teoctisto, fondò una nuova scuola teologica, che venne dotata della più ricca biblioteca di tutta l'antichità cristiana[4], e ricominciò il suo Commentario su San Giovanni dal punto in cui era stato interrotto.

Presto fu nuovamente circondato di discepoli. Il più famoso di questi fu, sicuramente, Gregorio Taumaturgo, che, insieme a suo fratello Apollodoro, seguì i corsi di Origene per cinque anni. Durante la persecuzione di Massimino il Trace (235-237), Origene si recò presso il suo amico Firmiliano, vescovo di Cesarea in Cappadocia, che lo trattenne per un lungo periodo. In questa occasione, fu ospitato da una signora cristiana chiamata Giuliana, che aveva ereditato gli scritti di Simmaco l'Ebionita, traduttore dell'Antico Testamento (Palladio, Hist. Laus., 147).

Gli anni successivi furono dedicati quasi ininterrottamente alla composizione dei "Commentari". Eusebio fa menzione solamente di alcune escursioni sui luoghi santi, di un viaggio ad Atene (Eusebio, VI il XXXII), e di due viaggi in Arabia, uno dei quali (244) fu intrapreso per la conversione di Berillo di Bostra, un patripassiano (Eusebio, VI, XXXIII; Girolamo, De viris illustribus, LX), l'altro per confutare certi eretici che negavano la Risurrezione (Eusebio, Storia ecclesiastica, VI, XXXVII).

L'età non ne diminuì le attività: quando scrisse il Contra Celsum e il "Commentario su San Matteo" aveva 60 anni. La persecuzione di Decio (250) gli impedì di continuare questi lavori. Origene fu imprigionato e barbaramente torturato, ma il suo coraggio non venne meno nella sua prigionia, da dove scrisse lettere che trasmettono lo spirito dei martiri (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, XXXIX). Alla morte di Decio (251), Origene era ancora vivo, ma non gli sopravvisse per molto. Morì, probabilmente, per le sofferenze patite durante la persecuzione nel 253 o nel 254, all'età di 69 anni (Eusebio, Historia ecclesiastica, VII, I). Passò i suoi ultimi giorni a Tiro, sebbene la ragione per cui si ritirò colà è ignota. Fu sepolto con tutti gli onori come confessore della Fede. Per molto tempo il suo sepolcro, dietro l'altare maggiore della cattedrale di Tiro fu meta di pellegrinaggio. Oggi, poiché della cattedrale restano solo un cumulo di rovine, l'ubicazione esatta della tomba è ignota.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Pochi autori furono fecondi come Origene. Epifanio stimava in 6.000 il numero delle sue opere, sicuramente considerando separatamente i diversi libri di un'unica opera, le omelie, le lettere, e i suoi più piccoli trattati (Haereses, LXIV, LXIII). Questa cifra, pur riportata da molti scrittori ecclesiastici sembra, tuttavia, grandemente esagerata. Girolamo assicurava che l'elenco delle opere di Origene steso da Panfilo non contenesse più di 2.000 titoli (Contra Rufinum, II, XXII; III, XXIII); ma questo elenco era evidentemente incompleto.

Scritti esegetici[modifica | modifica wikitesto]

Origene dedicò tre generi di scritti all'interpretazione delle Sacre Scritture: commentari, omelie, e scholia (San Girolamo, Prologus interpret. homiliar. Orig. in Ezechiel).

  • I commentari (tomoi, libri, volumina) sono l'esito di un'approfondita lettura dell'Antico e del Nuovo Testamento. Un'idea della loro estensione si può avere dal fatto che le parole di Giovanni: «All'inizio era il Verbo», fornirono materiale per un intero rotolo. Di questi sopravvivono, in greco, solamente otto libri del Commentario su San Matteo, e nove libri del Commentario su San Giovanni; in latino, una traduzione anonima del Commentario su San Matteo che comincia con il capitolo XVI, tre libri e mezzo del Commentario sul Cantico dei Cantici tradotto da Tirannio Rufino, e un compendio del Commentario sulla Lettera ai Romani dello stesso traduttore.
  • Le omelie (homiliai, homiliae, tractatus) sono discorsi pubblici sui testi delle Sacre scritture, spesso estemporanee e registrate così come veniva dagli stenografi. L'elenco è lungo e indubbiamente doveva essere più lungo se era vero che Origene, come Panfilo dichiarava nella sua Apologia, predicava pressoché ogni giorno. Ne rimangono 21 in greco (venti sul Libro di Geremia, più la celebre omelia sulla Strega di Endor); mentre in latino ne sopravvivono 118 tradotte da Rufino, 78 tradotte da san Girolamo e alcune altre di dubbia autenticità, conservate in una raccolta di omelie. Il Tractatus Origenis recentemente scoperto non è opera di Origene, sebbene si avvalga dei suoi scritti. Origene fu chiamato padre dell'omelia perché fu colui che maggiormente rese popolare questo tipo di letteratura, nella quale si trovano così tanti istruttivi dettagli sui costumi della Chiesa primitiva, sulle sue istituzioni, sulla disciplina, sulla liturgia, e sui sacramenti. Il 5 aprile 2012, la filologa Marina Molin Pradel ha ritrovato ventinove omelie inedite di Origene in un codice bizantino dell'XI secolo, il Monacense greco 314, conservate alla Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera[5].
  • Gli scholia (scholia, excerpta, commaticum interpretandi genus) sono note esegetiche, filologiche, o storiche su parole o brani della Bibbia, come le annotazioni dei grammatici alessandrini in calce agli scrittori profani. A parte pochi brevi frammenti, gli scholia sono tutti perduti.

Opere dottrinali[modifica | modifica wikitesto]

Tra di esse possono essere annoverate:

  • De principiis, opera giunta a noi soltanto nella traduzione latina di Rufino e nelle citazioni della Philocalia (che potrebbe contenere circa un sesto dell'opera). Il De principiis, composto ad Alessandria in quattro libri, tratta, in successione, lasciando spazio a numerose digressioni, di: (a) Dio e la Trinità, (b) il mondo e la sua relazione con Dio, (c) l'uomo e il libero arbitrio, (d) le Sacre scritture, la loro ispirazione e interpretazione. Quest'ultimo è il cosiddetto Trattato di ermeneutica biblica, nel quale Origene fornisce una sistematizzazione dei criteri interpretativi dell'Antico Testamento.

Era evidenza comune che per i cristiani l'A.T. andava letto come opera che prefigurava l'avvento salvifico di Cristo. Ma non si riusciva a codificare questo principio con una regola[6]. Origene affermò che si poteva rintracciare nel testo stesso il senso “spirituale” cercato dai cristiani. L'Antico Testamento è espresso in due forme: letterale ed allegorico. Nel De Principiis IV,2,4 Origene afferma: «Il metodo che a noi sembra imporsi per lo studio delle Scritture e la comprensione del loro senso è il seguente; esso è già indicato dagli scritti stessi. […] Bisogna dunque scrivere tre volte nella propria anima i pensieri delle Sacre Scritture, affinché il più semplice sia edificato da ciò che è come la carne (sarx) della Scrittura – definiamo così l’accezione immediata – e colui che è un po’ esaltato lo sia per effetto di ciò che è come la sua anima (psyche) e colui che è perfetto (…) lo sia della legge spirituale (pneuma) che contiene l’ombra dei beni futuri».

  • Sulla preghiera, un opuscolum giuntoci per intero nella sua forma originale, che fu inviato da Origene al suo amico Ambrogio, che in seguito sarebbe stato imprigionato a causa della Fede.

Opere apologetiche[modifica | modifica wikitesto]

Tra esse ricordiamo:

  • Contra Celsum. Negli otto libri dell'opera, Origene segue il suo avversario, il filosofo neoplatonico Celso, punto su punto, confutando dettagliatamente ognuna delle sue affermazioni. È un modello di ragionamento, erudizione e onesta polemica. L'opera ci permette anche di ricostruire nel dettaglio il pensiero del filosofo pagano. Origene adottò un tipo di apologia seriamente costruita, che investiva i vari aspetti del rapporto tra paganesimo e cristianesimo, non escluso quello politico: l'autore affermava infatti quell'autonomia della religione dal potere che sarà poi sviluppata con decisione da Ambrogio da Milano in ambito latino[7];
  • Esortazione al martirio, un opuscolum giuntoci per intero nella sua forma originale, che fu inviato da Origene al suo amico Ambrogio, che in seguito sarebbe stato imprigionato a causa della Fede.

Opere filologiche[modifica | modifica wikitesto]

Il merito più importante di Origene fu quello di iniziare lo studio filologico del testo biblico nella scuola di Cesarea. Tale tecnica avrebbe, in seguito, influenzato anche Girolamo.

Il prodotto di tale attività furono gli Exapla, una vera e propria edizione critica della Bibbia redatta per offrire alle varie comunità un testo unitario e attendibile, con un metodo non dissimile da quello filologico ellenistico (cui si richiamava anche per i segni con cui si indicavano parti notevoli o difficili del testo). Il titolo dell'opera indica le "sei versioni" del testo disposte su sei colonne:

  1. testo ebraico originale;
  2. Testo ebraico traslitterato in greco (per facilitarne la comprensione, visto che l'ebraico non ha vocali almeno fino al VII secolo ed è perciò poco comprensibile);
  3. Traduzione greca di Aquila (età di Publio Elio Traiano Adriano, estremamente fedele all'originale);
  4. Traduzione greca di Simmaco l'Ebionita;
  5. Traduzione dei Settanta;
  6. Traduzione greca di Teodozione.

Nel caso dei Salmi, l'edizione diventava un Oktapla, cioè presentava altre due colonne con altrettante traduzioni supplementari. Vista la mole dell'opera, essa era disponibile in un solo esemplare ed era un lavoro di scuola a cui Origene fece da sovrintendente. Purtroppo di questo lavoro esistono pochissimi frammenti, ma, grazie a scrittori successivi, se ne conosce il piano.

Epistole[modifica | modifica wikitesto]

Siamo in possesso di sole due lettere di Origene: una indirizzata a Gregorio Taumaturgo sulle Sacre scritture, l'altra a Giulio Africano sulle aggiunte greche al Libro di Daniele. Delle altre lettere origeniane si conservano estratti e citazioni in autori come Eusebio, Girolamo e Rufino, che restituiscono, sia pure parzialmente, le difficili condizioni in cui l'autore si trovava a operare.

Influenza di Origene[modifica | modifica wikitesto]

Durante la sua vita, Origene con i suoi scritti, i suoi insegnamenti, e i rapporti interpersonali esercitò un'enorme influenza. Firmiliano di Cesarea, che si considerava suo discepolo, visse con lui per un lungo periodo per trarre profitto dalla sua cultura (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, XXVI; Palladio, Hist. Laus., 147). Alessandro di Gerusalemme, suo allievo alla scuola catechetica era suo fedele e intimo amico (Eusebio, VI XIV), così come Teotisto di Cesarea che lo ordinò (Fozio, Cod. 118). Berillo di Bostra, che Origene aveva redento dall'eresia, gli fu profondamente legato (Eusebio, VI, XXXIII; Girolamo, De viris illustribus, LX). Anatolio di Laodicea tessé le sue lodi nel Carmen Paschale (P. G., X 210). Il dotto Giulio Africano lo consultò e se ne conosce la replica di Origene (P. G., XI 41-85). Ippolito di Roma apprezzò grandemente il suo valore (Girolamo, De viris illustribus, LXI). Dionisio di Alessandria, suo alunno e successore alla scuola catechetica, quando divenne patriarca di Alessandria gli dedicò il trattato "Sulla Persecuzione" (Eusebio, VI il XLVI) e, alla notizia della sua morte, scrisse una lettera in cui si profuse in numerosi elogi verso il suo maestro (Fozio, Cod. 232). Gregorio Taumaturgo, che fu suo allievo per cinque anni a Cesarea, gli dedicò un panegirico. Non c'è prova che Eraclio, suo discepolo, collega, e successore alla scuola catechetica, prima di essere elevato al Patriarcato di Alessandria, vacillasse nella sua amicizia. Il nome di Origene era così apprezzato che quando si doveva por fine a uno scisma o mettere a tacere un'eresia, veniva fatto appello alla sua figura.

Dopo la morte, la sua reputazione continuò a crescere. Panfilo, martirizzato nel 307, compose, insieme a Eusebio, un'"Apologia di Origene" in sei libri, dei quali, solo il primo è stato conservato in una traduzione latina da Rufino (P. G., XVII 541-616). Origene, a quei tempi, aveva molti altri apologisti i cui nomi ci sono ignoti (Fozio, Cod. 117 e 118). Anche i successivi direttori della scuola catechetica continuarono a seguire le sue orme. Teognosto, nel suo Hypotyposes, secondo Fozio (Cod. 106), lo seguì addirittura troppo da vicino, sebbene la sua opera fosse approvata da Atanasio di Alessandria. Girolamo, addirittura, indicava Pierio col soprannome di Origenes junior (De viris illustribus, LXXVI). Didimo il Cieco compose un'opera per spiegare e giustificare gli insegnamenti contenuti nel De principiis (Girolamo, Adv. Rufin., I, VI). Atanasio non esitava a citarlo con grandi encomi (Epist. IV ad Serapion., 9 e 10) e spiegava che dovesse essere interpretato non letteralmente (De decretis Nic., 27).

L'ammirazione per il grande alessandrino fu eguale fuori dall'Egitto. Gregorio Nazianzeno diffuse in tutta l'Anatolia il suo pensiero[8]: in collaborazione con Basilio Magno, pubblicò, con il titolo di Philocalia, un volume contenente brani selezionati del maestro. Nel suo "Panegirico di San Gregorio Taumaturgo", Gregorio di Nissa defriniva Origene "principe della cultura cristiana"[9]. A Cesarea in Palestina l'ammirazione dei dotti per Origene divenne una passione. Panfilo scrisse un'"Apologia"; Euzoio trascrisse le sue opere su pergamena[10]; Eusebio le catalogò attentamente e ne fece ampio uso.
I latini non furono meno entusiasti dei greci. Secondo Girolamo, i principali imitatori latini di Origene furono Eusebio di Vercelli, Ilario di Poitiers, Ambrogio da Milano e Vittorino di Pettau[11]. Eccetto Rufino, che praticamente è solo un traduttore, Girolamo, probabilmente, è lo scrittore latino che deve di più a Origene. Di fronte alle controversie sull'ortodossia del suo pensiero, non lo ripudiò mai completamente. Basta leggere i prologhi alle sue traduzioni di Origene (Omelie sul Vangelo secondo Luca, sul Libro di Geremia, sul Libro di Ezechiele e sul Cantico dei Cantici), e le prefazioni ai suoi Commentarii (Libro di Michea, Lettera ai Galati e Lettera agli Efesini, ecc.).

Tra queste espressioni di ammirazione e lode, si levarono anche delle voci discordi. Metodio di Olimpo, vescovo e martire (311), compose molte opere contro Origene, fra cui un trattato Sulla Risurrezione, del quale Epifanio riporta un lungo estratto (Haereses, LXVI, XII-LXII). Eustazio di Antiochia, che morì in esilio intorno al 337, criticò il suo allegorismo[12]. Anche Alessandro di Alessandria, martirizzato nel 311, lo attaccò, se si deve dar credito a Leonzio di Bisanzio e all'imperatore Giustiniano I. Ma i suoi avversari più accaniti furono gli eretici: Sabelliani, Ariani, Pelagiani, Nestoriani e Apollinaristi.

Dottrina[modifica | modifica wikitesto]

Le speculazioni filosofiche del grande direttore del Didaskaleion lo esposero a feroci critiche e condanne, soprattutto dal IV secolo in poi. Tuttavia egli nella prefazione al De principiis scrisse una regola, così formulata nella traduzione di Rufino: «Illa sola credenda est veritas quae in nullo ab ecclesiastica et apostolica discordat traditione». Pressoché la stessa norma viene espressa in termini equivalenti in molti altri passaggi dell'opera: «non debemus credere nisi quemadmodum per successionem Ecclesiae Dei tradiderunt nobis»[13]. In base a questi principi, Origene si appellava continuamente alla preghiera ecclesiastica, all'insegnamento ecclesiastico, e alla regola ecclesiastica della fede (kanon). Egli accettava solamente i quattro Vangeli Canonici perché la tradizione non ne ammetteva altri; sosteneva la necessità del battesimo perché era concorde con la pratica della Chiesa fondata sulla tradizione Apostolica; avvertiva coloro che interpretavano le Sacre scritture, di non fare affidamento sul proprio giudizio ma "sulla regola della Chiesa istituita da Cristo". Per questo, aggiungeva, "noi abbiamo solamente due luci che ci possano guidare, Cristo e la Chiesa; la Chiesa riflette fedelmente la luce ricevuta da Cristo, come la luna riflette i raggi del sole. Il segno distintivo del cattolico è l'appartenenza alla Chiesa, al di fuori della quale non c'è salvezza; al contrario, colui che abbandona la Chiesa cammina nell'oscurità, è un eretico". È attraverso il principio dell'autorità che Origene era solito smascherare e combattere gli errori dottrinali ed era lo stesso principio che invocava quando enumerava i dogmi della fede.

Sulla base di tali presupposti si può iniziare a esaminare la dottrina di Origene, basata su tre punti fondamentali:

  • Allegorismo nell'interpretazione delle Sacre Scritture;
  • Subordinazione delle Persone Divine;
  • Teoria delle prove successive e della salvezza finale.

Allegoria nell'interpretazione delle Sacre Scritture[modifica | modifica wikitesto]

I brani principali sull'ispirazione, il significato e l'interpretazione delle Sacre Scritture sono riportati in greco nei primi 15 capitoli del Philocalia. Secondo Origene, le Sacre Scritture sono ispirate, perché sono la parola e l'opera di Dio. Ma, lontano dall'essere uno strumento inerte, l'autore ispirato ha il pieno possesso delle sue facoltà, è consapevole di ciò che sta scrivendo; è libero di riferire il suo messaggio o no; non è perso in un delirio passeggero come gli oracoli pagani, poiché disagi fisici, disturbi dei sensi o perdita momentanea della ragione altro non sono che prove dell'azione degli spiriti maligni. Dato che le Sacre scritture derivano da Dio, dovrebbero avere le caratteristiche distintive dell'opera Divina: la verità, l'unità, e la pienezza. La parola di Dio non può essere falsa; pertanto non possono essere ammessi errori o contraddizioni nelle Sacre scritture (In Joan., X, III). Essendo l'autore delle Sacre Scritture unico, la Bibbia può essere considerata più un libro unico che una raccolta di libri (Philocalia, V, IV-VII), uno strumento perfettamente armonioso (Philocalia, VI, I-II). Ma la caratteristica più Divina delle Sacre Scritture è la loro pienezza: «Non c'è nelle Sacre scritture il più piccolo brano (cheraia) che non rifletta la saggezza di Dio» (Philocalia, I, XXVIII, cf. X, I). Ci sono imperfezioni nella Bibbia: antilogie, ripetizioni e discontinuità; ma queste imperfezioni divengono perfezioni poiché ci conducono all'allegoria e al significato spirituale (Philocalia, X, I-II).

In un primo momento, partendo dalla tricotomia platonica[14], Origene affermava che i testi della Sacra Scrittura dovevano essere letti secondo tre prospettive: la lettura carnale, la lettura psichica e la lettura pneumatica (corrispondenti al senso grammaticale, al significato per l'anima ed alla dimensione escatologica). C’era dunque un legame profondo tra l'uomo e la Bibbia, tra l'interpretazione della Bibbia e le fasi della salvezza[15]

Sebbene egli stesso ci avvisi che questi brani sono le eccezioni, si può notare come Origene ammettesse troppi casi in cui le Sacre Scritture non andavano interpretate letteralmente. Le due grandi regole di interpretazione stilate dall'esegeta di Alessandria, prese per loro stesse e indipendentemente da interpretazioni erronee, sono a prova di critica. Esse possono essere così formulate:

  • Le Sacre Scritture devono essere interpretate in una maniera degna di Dio, loro unico autore.
  • Il senso corporale (o letterale) delle Sacre Scritture non deve essere seguito quando questo comporti qualsiasi cosa impossibile, assurda o indegna di Dio. Siccome la Bibbia è opera di Dio, allora è necessario lo sforzo umano della ricerca per capirne il senso. Bisogna superare l’evidenza del testo per scoprirne l’intenzione.

I problemi sorgono dall'applicazione di queste regole. Origene ricorse troppo facilmente all'allegoria semplicemente per spiegare apparenti antilogie o antinomie. Considerava che alcuni resoconti o precetti della Bibbia fossero indegni di Dio se fossero stati presi alla lettera. Giustificava l'allegoria con il fatto che altrimenti alcune parti o precetti abrogati sarebbero inutili per il lettore: un fatto che gli fosse apparso contrario alla provvidenza dell'ispiratore divino e alla dignità del documento era quindi letto in questa maniera. Sebbene le critiche dirette contro il suo metodo allegorico da Epifanio e da Metodio non fossero infondate, tuttavia molti rimproveri sorgevano da malintesi.

Subordinazione delle Persone Divine[modifica | modifica wikitesto]

Le tre Persone della Trinità si distinguono dalle creature per tre caratteristiche: l'assoluta immaterialità, l'onniscienza, e la sostanziale santità. Come è ben noto, molti antichi scrittori ecclesiastici attribuivano agli spiriti creati una sorta di ambiente aereo o etereo senza il quale non potevano interagire. Sebbene non prenda una decisa posizione, Origene era di questa opinione, tuttavia, non appena si poneva una domanda sulle Persone Divine, era perfettamente sicuro che non avessero un corpo e non fossero contenute in un corpo; e questa caratteristica apparteneva solamente alla Trinità (De principiis, IV, 27; I, VI, II, II, 2; II, IV 3 ecc.). La conoscenza di ogni creatura, essendo essenzialmente limitata, è imperfetta e capace di essere sempre aumentata. Ma sarebbe impensabile che le Persone Divine possano passare dallo stato d'ignoranza alla conoscenza. Come poteva il Figlio, che è la Saggezza del Padre, essere ignorante di qualsiasi cosa? (In Joan., 1,27; Contra Celsum, VI, XVII). Allo stesso modo non si può ammettere l'ignoranza dello Spirito che "indaga le cose profonde di Dio" (De principiis, I, V, 4; I, VI, 2; I, VII, 3; "In Num. him"., XI, 8 ecc.). Come la sostanziale santità è privilegio esclusivo della Trinità, così è anche l'unica fonte di tutta la santità creata. Il peccato viene perdonato solo grazie all'azione simultanea di Padre, Figlio, e Spirito Santo. In una parola le tre Persone della Trinità sono indivisibili nel loro essere, nella loro presenza e nel loro operare.

Insieme a questi testi perfettamente ortodossi ci sono alcuni che devono essere interpretati con estrema attenzione, ricordando che la lingua della teologia ancora non era perfettamente sviluppata e che Origene fu il primo ad affrontare questi spesso difficili problemi. Apparirà allora, che la subordinazione delle Persone Divine, così grandemente utilizzata contro Origene consisteva, generalmente, in differenze di attribuzioni (il Padre creatore, il Figlio redentore, lo Spirito santificatore) che sembravano assegnare alle Persone un diverso campo d'azione, o nella pratica liturgica di pregare il Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo, o nella teoria così diffusa all'interno della Chiesa greca dei primi cinque secoli, che il Padre aveva una preminenza (taxis) sulle altre due Persone, per il solo fatto che ordinariamente il Padre era preminente per dignità (axioma), poiché rappresentava l'intera Divinità, della quale era il principio (arché), l'origine (aitios), e la fonte (pege). Ecco perché Atanasio difendeva l'ortodossia di Origene sulla Trinità e perché Basilio e Gregorio di Nazianzo risposero agli eretici che rivendicavano l'appoggio della sua autorità che lo avevano frainteso.

Origene fu il primo esegeta cristiano a porre in relazione la filosofia antica con il cristianesimo. Nella sua teoria, le tre ipostasi neoplatoniche poste a fondamento dell'universo corrispondono l'Uno alla persona del Padre, il pensiero-essere alla persona dello Spirito Santo (relazione di amore fra il Padre e il Figlio, fra l'Uno e la materia) e la materia (intesa unita alla forma) al Figlio. Esse non sono più viste come tre ipostasi degradanti ma come tre entità pari, distinte e identiche nello stesso tempo.

Origine e destino degli esseri razionali[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema che ne risulta non è coerente, tanto che Origene, francamente riconoscendo le contraddizioni degli elementi incompatibili che stava tentando di unire, si tirava indietro dalle conseguenze, rifiutava le conclusioni logiche, e spesso correggeva con professioni di fede ortodosse l'eterodossia delle sue speculazioni. Deve essere detto che pressoché tutti i testi dei quali si tratterà, sono contenuti nel De principiis, opera in cui l'autore si avventura su un terreno più pericoloso. Il loro sistema può essere ridotto a poche ipotesi, l'errore e il pericolo dei quali non fu riconosciuto da Origene. Era un sostenitore del libero arbitrio, tanto che Erasmo da Rotterdam affermava di imparare più filosofia da una pagina di Origene che da dieci di Agostino[16]. Naturalmente, Lutero, che scrisse il De servo arbitrio, era di tutt'altro parere.[17]

Eternità della creazione[modifica | modifica wikitesto]

Qualunque cosa esiste fuori da Dio fu creata da Lui: il catechista di Alessandria difese sempre più energicamente questa tesi contro i filosofi pagani che ammettevano una materia non creata (De principis, II, I, 5; In Genes., I, 12, in Migne, XII, 48-9). Ma egli credeva che Dio creò dall'eternità, pertanto "è assurdo", affermava, "immaginare la natura di Dio inattiva, o la Sua bontà inefficace, o il Suo dominio senza soggetti" (De principiis, III, V, 3). Di conseguenza era costretto ad ammettere una duplice serie infinita di mondi prima e dopo il mondo attuale.

Uguaglianza originale degli Spiriti Creati[modifica | modifica wikitesto]

"In principio tutte le nature intellettuali furono create uguali e simili, poiché Dio non aveva motivo per crearle altrimenti" (De principiis, II, IX, 6). Le loro attuali differenze sono derivate solamente dal loro differente uso del dono del libero arbitrio. Gli spiriti creati buoni e felici si stancarono della loro felicità (op. cit., I, III, 8) e precipitarono, alcuni più, altri meno (I, VI, 2). Da quel momento si creò la gerarchia degli angeli; da quel momento nacquero anche le quattro categorie di intelletti creati: angeli, stelle (supponendo, come è probabile, che esse fossero animate, De principiis, I, VII, 3), uomini, e demoni. Ma i loro ruoli potranno essere, un giorno, cambiati; poiché ciò che il libero arbitrio ha fatto, il libero arbitrio può disfare, e solo la Trinità è essenzialmente immutabile nella bontà.

Essenza e ragion d'essere della materia[modifica | modifica wikitesto]

La materia esiste solamente in funzione dello spirito; se lo spirito non ne avesse bisogno, la materia non esisterebbe, poiché il suo fine non è in sé stessa. Ma sembrava a Origene - sebbene non si avventurasse in dichiarazioni di tal fatta - che gli spiriti creati, anche quelli più perfetti non potessero fare a meno di una materia, estremamente diluita e sottile, che gli serviva come veicolo e mezzo d'azione (De principiis, II, II, 1; I, VI, 4 ecc.). La materia, perciò, fu creata insieme allo spirito, anche se lo spirito è, logicamente, precedente; e la materia non cesserà mai di esistere perché lo spirito, comunque perfetto, ne avrà sempre bisogno. Ma la materia, che è suscettibile di trasformazioni infinite, si adatta alle diverse condizioni degli spiriti. "Quando è funzionale agli spiriti più imperfetti, si solidifica, si addensa, e forma i corpi del mondo visibile. Se è funzionale ad intelligenze superiori, splende con la luminosità dei corpi celesti e serve da abbigliamento per gli angeli di Dio, ed i bambini della Risurrezione" (op. cit., II, II, 2).

Universalità della Redenzione e la Salvezza Finale: l'apocatastasi[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni testi delle Scritture (es.: I Cor. xv, 25-28) sembrano estendere a tutti gli esseri razionali il beneficio della Redenzione. Nel teorizzare ciò, Origene afferma di essere guidato dal principio filosofico, che enunciò molte volte, che la fine è sempre come l'inizio: "Noi pensiamo che la bontà di Dio, attraverso la mediazione di Cristo, porterà tutte le creature ad una stessa fine" (De principiis, I, IV, 1-3). La salvezza universale (apocatastasi), necessariamente, discende da questi principi.

Secondo Origene, alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale e tutte le creature saranno reintegrate nella pienezza del divino, compresi Satana e la morte: in tal senso, dunque, le pene infernali, per quanto lunghe, avrebbero un carattere non definitivo ma purificatorio. I dannati esistono, ma non per sempre, poiché il disegno salvifico non si può compiere se manca una sola creatura.

Gli origenisti[modifica | modifica wikitesto]

L'influenza di Origene sul pensiero di altri autori cristiani, fino al VII secolo, fu enorme. Tra questi possiamo ricordare:

Costoro diedero vita al movimento origenista che, poiché non sempre si basava sul pensiero di Origene nella sua interpretazione originaria, si scontrò due volte con il Cristianesimo ortodosso nelle cosiddette crisi origeniste.

Le controversie su Origene e sui suoi insegnamenti sono di carattere molto singolare e molto complesso. Esse irruppero all'improvviso, dopo lunghi intervalli, e assunsero un'importanza tale da essere stata imprevedibile pensando al loro leggero inizio. Furono rese complesse da dispute personali e questioni estranee al soggetto fondamentale di cui si dibatteva, tanto che una breve e rapida esposizione delle polemiche è difficile e pressoché impossibile. Improvvisamente calarono di tono in maniera così repentina che si è costretti a concludere che le controversie erano superficiali e che l'ortodossia di Origene non era il solo punto in discussione.

Prima crisi origenista[modifica | modifica wikitesto]

Eruppe nei deserti egiziani, raggiunse il suo massimo in Palestina e terminò a Costantinopoli con la condanna di Giovanni Crisostomo. Nella seconda metà del IV secolo, i monaci di Nitria professavano un esagerato entusiasmo per Origene, mentre il fratelli del vicino monastero di Sceta, per paura dell'allegorismo caddero nell'antropomorfismo. Queste dispute dottrinali gradualmente contagiarono i conventi di Palestina che dipendevano da Epifanio di Salamina, convinto antiorigenista, che aveva combattuto con le sue opere l'origenismo, era determinato a prevenirne l'espansione e a estirparlo completamente. Quest'ultimo, nel 394, si recò a Gerusalemme. Qui, alla presenza del vescovo di quella città, Giovanni che era ritenuto un origenista, predicò scagliandosi con forza contro gli errori di Origene. Giovanni, a sua volta, si scagliò contro l'antropomorfismo, riferendosi così chiaramente a Epifanio, che nessuno poté fraintenderlo. Presto, però, la disputa fu resa più accesa da un altro incidente: Epifanio consacrò sacerdote Paoliniano, fratello di Girolamo, in un luogo soggetto alla sede di Gerusalemme. Giovanni si lamentò profondamente di questa violazione delle sue prerogative e la replica di Epifanio non fu di natura tale da placarlo.

Due nuovi personaggi, a questo punto, irruppero nella mischia. Fin dai tempi in cui Girolamo e Rufino si stabilirono uno a Betlemme e l'altro sul Monte Oliveto, erano vissuti in amicizia fraterna. Entrambi ammirarono, imitarono, e tradussero Origene, ed erano in buoni rapporti col loro vescovo, finché, nel 392, Aterbio, un monaco di Sceta, venne a Gerusalemme e li accusò entrambi di origenismo. Girolamo, molto sensibile alla questione dell'ortodossia, si risentì molto dell'insinuazione di Aterbio e, due anni più tardi, passò dalla parte di Epifanio, di cui tradusse in latino la replica a Giovanni di Gerusalemme. Rufino, non si sa come, venne a conoscenza di questa traduzione che non doveva essere pubblica e Girolamo lo sospettò di averla ottenuta con dei sotterfugi. Poco tempo dopo si riconciliarono, ma non durò a lungo. Nel 397 Rufino, che si era trasferito a Roma, tradusse in latino il De principiis di Origene e, nella sua prefazione, seguì l'esempio di Girolamo di cui ricordava l'elogio in ditirambi che questi aveva indirizzato al catechista alessandrino. L'eremita di Betlemme, fortemente indispettito da questa azione, scrisse ai suoi amici per confutare il suo coinvolgimento tramite Rufino, denunciare gli errori di Origene a Papa Anastasio I, tentare di portare il Patriarca di Alessandria alla causa antiorigenista e iniziare una disputa con Rufino, caratterizzata da grande acredine da ambo le parti.

Fino al 400 Teofilo di Alessandria fu un noto origenista. Era in confidenza con Isidoro, un ex monaco di Nitria, e i suoi amici, "gli Alti Fratelli", leader accreditati del partito origenista. Questi aveva sostenuto Giovanni di Gerusalemme contro Epifanio, il cui antropomorfismo aveva denunciato a papa Siricio. Improvvisamente cambiò idea, non se ne seppe mai la ragione. Si disse che i monaci di Sceta, dispiaciuti per la sua lettera pasquale del 399, occuparono la sua residenza episcopale e lo minacciarono di morte se non avesse salmodiato la palinodia. Tuttavia, la cosa certa è che litigò per questioni economiche con Isidoro e "gli Alti Fratelli" che lo criticavano per la sua avidità e la sua mondanità. Quando Isidoro e "gli Alti Fratelli" ripararono a Costantinopoli, dove Crisostomo gli offrì ospitalità e intercedette per loro senza, tuttavia, ammetterli alla comunione finché non fossero state ritirate le censure pronunciate contro di loro, l'irascibile Patriarca di Alessandria giurò di sopprimere dappertutto l'origenismo e, con questo pretesto, di distruggere Crisostomo che odiava e invidiava. Per i successivi quattro anni fu spietatamente attivo: condannò i libri di Origene al Concilio di Alessandria (400), con l'ausilio di un gruppo di armati scacciò i monaci da Nitria, scrisse ai vescovi di Cipro e di Palestina per farli aderire alla sua crociata antiorigenista, compose le lettere pasquali del 401, 402, e 404 contro la dottrina di Origene e spedì una lettera a Papa Anastasio con la quale chiedeva la condanna dell'origenismo. Il successo che ebbe superò persino le sue speranze; i vescovi di Cipro accettarono il suo invito. Quelli di Palestina, riuniti a Gerusalemme, condannarono gli errori loro indicati, aggiungendo che non venivano insegnati nelle loro diocesi: Anastasio, pur dichiarando che Origene gli era del tutto ignoto, condannò i brani estratti dai suoi libri; Girolamo iniziò a tradurre in latino le varie elucubrazioni del patriarca e la sua violenta diatriba con Crisostomo; Epifanio, precedendo Teofilo a Costantinopoli, trattò Crisostomo come temerario e quasi eretico, finché intravide la verità e sospettò che, probabilmente, era stato ingannato. Pertanto, lasciò improvvisamente Costantinopoli e morì in mare prima di arrivare a Salamina.

È ben noto come Teofilo, convocato dall'imperatore per giustificare la sua condotta nei confronti di Isidoro e degli "Alti Fratelli", grazie alle sue macchinazioni riuscì abilmente a cambiare ruolo. Invece di essere l'accusato, divenne l'accusatore. Fece convocare Crisostomo di fronte al conciliabolo della Quercia (ad Quercum) e ne provocò la condanna. Non appena la sete di vendetta di Teofilo si fu saziata, non si sentì più nulla dell'origenismo. Il Patriarca di Alessandria cominciò a leggere Origene, pretendendo di poter dividere le rose dalle spine, e si riconciliò con gli "Alti Fratelli" senza chiedergli di ritrattare. Appena le dispute personali si sopirono, lo spettro dell'origenismo svanì.

Seconda crisi origenista[modifica | modifica wikitesto]

Nel 514 alcune dottrine eterodosse di carattere molto singolare si erano diffuse fra i monaci di Gerusalemme e della sua periferia. Probabilmente i semi della disputa furono sparsi da Stefano Bar-Sudaili, un problematico monaco espulso da Edessa, che giunse a un origenismo tutto particolare, infarcito di panteismo. Disegni e intrighi continuarono per i successivi 30 anni. I monaci sospettati di origenismo venivano espulsi dai loro conventi e poi riammessi, solamente per essere nuovamente scacciati. I loro leader e protettori erano Nonno che, fino alla sua morte avvenuta nel 547, li tenne uniti, Teodoro Askidas e Domiziano che si erano guadagnati il favore dell'imperatore ed erano stati ordinati vescovi, uno della sede di Ancyra in Galazia, l'altro di quella di Cesarea in Cappadocia, sebbene continuassero a risiedere a corte (537). In queste circostanze, fu inviato a Giustiniano uno scritto contro l'origenismo, da chi e in quale occasione è ignoto, poiché i due racconti che ci sono giunti differiscono tra loro (Cirillo di Scitopoli, Vita Sabae; e Liberato, Breviarium, XXIII). Dopo la morte di Nonno, il nuovo movimento origenista si divise in due correnti:

  • isocristi, che sostenevano che alla fine del mondo tutti gli spiriti sarebbero divenute uguali a quello di Cristo, l'unico spirito non macchiato dal peccato originale;
  • protoctisti, che sostenevano che Cristo era superiore e migliore di tutti gli altri spiriti. Essi rifiutarono la preesistenza delle anime e si schierarono con gli ortodossi contro gli isocristi. Costoro li soprannominarono tetraditi, poiché li accusavano di trasformare la Trinità in una tetrade con l'introduzione della natura umana di Cristo.

In ogni caso, l'imperatore in seguito scrisse il suo Liber adversus Origenem, contenente, oltre a un'esposizione delle ragioni della sua condanna, ventiquattro testi censurabili tratti dal De principiis, e dieci precetti da anatemizzare. Giustiniano ordinò che il patriarca Menna riunisse tutti i vescovi presenti a Costantinopoli e gli facesse sottoscrivere questi anatemi. Ciò avvenne nel sinodo locale (synodos endemousa) del 543. Una copia dell'editto imperiale fu inviata agli altri patriarchi, compreso Papa Vigilio. Tutti confermarono la loro piena adesione. Per Vigilio esistono la testimonianza di Liberato (Breviarium, XXIII) e di Cassiodoro (Institutiones, 1).

Ci si sarebbe aspettato che Domiziano e Teodoro Askidas, attraverso il loro rifiuto di condannare l'origenismo, sarebbero caduti in disgrazia all'interno della corte; ma essi sottoscrissero tutto quello che gli venne chiesto di firmare e divennero più potenti che mai. Askidas si prese anche una vendetta persuadendo l'imperatore a condannare Teodoro di Mopsuestia, ritenuto nemico giurato di Origene (Liberato, Breviarium, XXIV; Facondo di Ermiano, Defensio trium capitul, I, II; Evagrio, Historia, IV, XXXVIII). Il nuovo editto di Giustiniano, di cui non resta alcuna copia diede il via ai lavori del quinto concilio ecumenico in cui furono condannati Teodoro di Mopsuestia, Iba di Edessa, e Teodoreto di Cirro (553).

Ierace e gli ieraciti[modifica | modifica wikitesto]

Una trattazione particolare merita un discepolo di Origene, Ierace, che all'inizio del IV secolo fondò a Leontopolis, sul delta del Nilo, una setta mistica. Questa setta, quasi monastica, formata da uomini e donne che non avevano mai contratto matrimonio fu detta degli ieraciti. Ierace sosteneva che lo Spirito Santo gli fosse giunto in sogno sotto la forma di Melchisedech (sacerdote citato in Genesi 14,18) e gli aveva rivelato che la resurrezione della carne non esisteva poiché la lotta tra il Bene e il Male era tutta spirituale. Inoltre, solo gli adulti potevano ottenere, grazie a questa lotta, i meriti per conseguire il diritto di accesso al Regno dei Cieli.

Conclusioni sulla vicenda origenista[modifica | modifica wikitesto]

Origene e l'origenismo furono condannati dal concilio del 553? Molti scrittori lo credono, ma un egual numero lo nega; la maggior parte degli autori moderni o è indecisa o risponde con delle riserve. Basandosi su recenti studi sulla questione si può dire che:

  • È certo che il quinto concilio ecumenico fu convocato esclusivamente per trattare l'affare dei Tre Capitoli, e che né Origene né l'origenismo, ne siano stati la causa.
  • È sicuro che, nonostante le proteste di papa Vigilio (537-555) che, sebbene si trovasse a Costantinopoli, rifiutò di partecipare ai lavori, il concilio si aprì il 5 maggio 553 e che nelle otto sessioni conciliari (dal 5 maggio al 2 giugno), negli Atti dei quali siamo in possesso viene trattata solamente la questione dei Tre Capitoli.
  • Infine, è sicuro che solamente gli Atti riguardanti la quaestio dei Tre Capitoli furono sottoposti al papa per la sua approvazione, che fu concessa l'8 dicembre 553 e il 23 febbraio 554.
  • È un fatto che papa Vigilio, e i successori, Pelagio I (556-561), Pelagio II (579-590), Gregorio I (590-604), nel trattare del quinto concilio si occuparono solamente dei Tre Capitoli, non facendo alcun riferimento all'origenismo, e parlando come se non fossero a conoscenza della sua condanna.
  • Si deve ammettere che prima dell'apertura del concilio, che era stata posticipata per le proteste del Papa, i vescovi già riuniti a Costantinopoli dovettero giudicare, per ordine dell'imperatore, una forma di origenismo che non aveva praticamente nulla in comune con Origene, ma che era seguita, come sappiamo, da uno dei partiti origenisti della Palestina. Gli argomenti a supporto di questa ipotesi possono essere trovati in Dickamp.
  • I vescovi certamente sottoscrissero i dieci anatemi proposti dall'imperatore ed è vero che un noto origenista, Teodoro di Scitopoli, fu costretto a ritrattare. Ma non esiste alcuna prova che fu chiesta l'approvazione del papa che, oltretutto, a quel tempo stava protestando contro la convocazione del concilio. È facilmente spiegabile il fatto che questa proposizione extra-conciliare fosse confusa, in seguito, per una delibera ufficiale del concilio ecumenico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Manlio Simonetti, Emanuela Prinzivalli, Storia della letteratura cristiana antica. Bologna, EDB, 2010.
  2. ^ Johannes Quasten, Patrologia. I primi due secoli (II - III), Marietti, 1980, p. 316.
  3. ^ Enrico Cattaneo, I ministeri nella Chiesa antica: testi patristici dei primi tre secoli, Paoline, 1997, p. 360, ISBN 978-88-315-1370-8.
  4. ^ La gnosi cristiana. Origene. URL consultato il 18 luglio 2012.
  5. ^ Ritrovate ventinove omelie inedite di Origene in L'Osservatore Romano, 13 giugno 2012. URL consultato il 14.4.2013.
  6. ^ Andrea Vaccaro, Origene, il vincitore del paradosso biblico in Avvenire (Milano), 7 gennaio 2010.
  7. ^ Così giustificava Origene la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: "Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro... questi agirebbe senz'altro in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo dells Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l'ordinamento in vigore...". (Contra Celsum GCS Orig. 428)
  8. ^ (Suidas, Lexicon, ed. Bernhardy, II, 1274: Origenes he panton hemon achone)
  9. ^ (P.G., XLVI 905)
  10. ^ (Girolamo, De viris illustribus, XCIII)
  11. ^ (Girolamo, Adv. Rufin., I, II; Ad Augustin. Epist., CXII, 20)
  12. ^ (P.G., XVIII 613-673)
  13. ^ (In Matt., ser. 46, Migne, XIII 1667)
  14. ^ Platone distingue tra «carne», «mente» (νοῦς) e «anima» (ψυχή).
  15. ^ L'interpretazione degli antichi della lettera (o corpo) di un testo è diversa da quella odierna. Oggi si indaga sul senso letterale, mentre Origene indagava in senso grammaticale, il letterale in opposizione al significato figurato. Per questo i significati che Origene legava alle parole erano diversi da quelli che attualmente vengono loro legati.
  16. ^ Jacques Liébaert, Michel Spanneut, Antonio Zani, Introduzione generale allo studio dei Padri della Chiesa, Queriniana, Brescia, 1998, p. 98.
  17. ^ Com'è noto, Sant'Agostino (Lutero apparteneva all'ordine degli agostiniani) era contrario al libero arbitrio e nella sua polemica contro i pelagiani si spinse ai limiti dell'eresia, anche se fu Pelagio a essere poi giudicato eretico.

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