Marco Minucio Felice

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Marco Minucio Felice (in latino; Marcus Minucius Felix; II secolo ca. – III secolo ca.) è stato uno scrittore e avvocato romano.

Convertito al cristianesimo, fu grande esponente della letteratura apologetica cristiana (secondo, in quanto a fama, al solo Tertulliano). È famoso per l'Octavius, un dialogo tra il pagano Cecilio Natale e il cristiano Ottavio Ianuario, un avvocato provinciale, amico e compagno di studi di Felice; Sofronio Eusebio Girolamo gli attribuisce una seconda opera, il romanzo didascalico De fato, di cui però non vi sono tracce.

Non è noto con certezza quando visse: la sua vita è variamente collocata tra il 160 e il 300.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Quasi nulla è noto della vita di Minucio Felice. Il suo Octavius è simile all'Apologeticum di Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, e la datazione della vita di Felice dipende dal rapporto tra la sua opera e quella dello scrittore africano morto nel 230. Nelle citazioni degli autori antichi (Seneca, Varrone, Cicerone) è più preciso di Tertulliano e questo concorderebbe col suo essere anteriore a Tertulliano, come afferma anche Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio; Sofronio Eusebio Girolamo lo vuole invece posteriore a Tertulliano, sebbene si contraddica dicendolo posteriore a Tascio Cecilio Cipriano in una lettera e anteriore in un'opera. Per quanto riguarda gli estremi della sua esistenza Felice menziona Marco Cornelio Frontone, morto nel 170; il trattato Quod idola dii non sint è basato sull'Octavius; dunque se quello è di Cipriano (morto nel 258), Minucio Felice non fu attivo oltre il 260, altrimenti il termine ante quem è Lattanzio, attorno al 300.

Anche la zona d'origine di Felice è sconosciuta. Lo si ritiene talvolta di origine africana, sia per la sua dipendenza da Tertulliano, sia per i riferimenti alla realtà africana: la prima ragione, però, non è indicativa, in quanto dovuta al fatto che all'epoca i principali autori di lingua latina erano africani, e dunque il loro era lo stile cui ispirarsi; la seconda, inoltre, potrebbe dipendere esclusivamente dal fatto che il personaggio pagano dell'Octavius, Cecilio Natale, era africano, come attestato da alcune iscrizioni. Cionondimeno, è significativo che entrambi i personaggi dell'Octavius abbiano nomi citati in iscrizioni africane,[1] e che lo stesso valga per il nome Minucio Felice.[2]

I personaggi dell'Octavius sono reali, tutti e tre avvocati. Il pagano, Cecilio Natale, era nativo di Cirta (dove l'omonimo registrato dalle iscrizioni aveva ricoperto cariche sacerdotali) e viveva a Roma, come Minucio, di cui seguiva l'attività forense; Ottavio, invece, è appena arrivato nella capitale all'epoca in cui è ambientata l'opera, e ha lasciato la propria famiglia nella provincia d'origine.

L'Octavius[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Octavius.

L'Octavius è un dialogo che ha per protagonisti lo stesso scrittore, Cecilio e Ottavio e che si svolge sulla spiaggia di Ostia. Mentre i tre passeggiano sul litorale Cecilio, di origine pagana, compie un atto di omaggio nei confronti della statua di Serapide. Da ciò nasce una discussione in cui Cecilio attacca la religione cristiana ed esalta la funzione civile della religione tradizionale, mentre Ottavio, cristiano, attacca i culti idolatrici pagani ed esalta la tendenza dei Cristiani alla carità e all'amore per il prossimo. Alla fine del dialogo Cecilio si dichiara vinto e si converte al Cristianesimo, mentre Minucio, che funge da arbitro, assegna ovviamente la vittoria ad Ottavio.

Un Cristianesimo solo per l'élite societaria[modifica | modifica wikitesto]

Il Cristianesimo di Minucio è lo stesso dei ceti dirigenti, i quali non vogliono che il cambiamento di religione sia accompagnato da sommovimenti sociali e sono convinti che debbano comunque sopravvivere la finezza e l'equilibrio costruiti da secoli di civiltà greco-latina.

Nel progetto di Minucio Felice, infatti, non c'è spazio per le "stranezze" giudaiche e per gli estremismi dei cristiani radicali.

Non si può negare che il Cristianesimo sia autentico, spontaneo, genuino e sincero, ma certamente nulla ha della carica rivoluzionaria che ne aveva facilitato la diffusione fra i ceti subalterni e che per alcuni intellettuali (Tertulliano era uno di loro) costituiva ancora il fascino principale della nuova religione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ottavio Ianuario a Saldae (CIL VIII, 8962) e Cecilio a Cirta (CIL VIII, 7097, CIL VIII, 7098, CIL VIII, 6996).
  2. ^ A Tebessa (CIL VIII, 1964) e Cartagine (CIL VIII, 12499).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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