Libro di Daniele

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Antico Testamento
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Sino a qui riferimenti ebraici

Deuterocanonici
(non canonici per/secondo gli ebrei,
canonici per cattolici e ortodossi,
apocrifi per protestanti)
Ortodosso
Copto
Siriaco (Peshitta)
Progetto Religione
uso tabella

Il Libro di Daniele (ebraico דניאל, dani'èl; greco Δανιήλ, danièl; latino Daniel) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana. Esso descrive le vicende ambientate nell'esilio di Babilonia (587-538 a.C.) del profeta Daniele, saggio ebreo che rimane fedele a Dio, e visioni apocalittiche preannuncianti il Figlio dell'Uomo-Messia e il regno di Dio.

È scritto solo in parte in ebraico, perché contiene una sezione in aramaico di estensione maggiore (Dan 2,4-7,28). Secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione definitiva del libro è avvenuta in Giudea attorno al 164 a.C.[senza fonte]

La traduzione greca della Settanta contiene alcune sezioni assenti nel testo masoretico (Preghiera di Azaria e Cantico dei tre giovani nella fornace; Storia di Susanna; Bel e il Drago) composte probabilmente ad Alessandria d'Egitto attorno alla metà del II secolo a.C.[senza fonte]

Generalità[modifica | modifica sorgente]

Inserito dai cristiani tra i cosiddetti profeti maggiori, il libro di Daniele non viene classificato fra i testi profetici del canone ebraico.

Le sezioni in greco sono considerate deuterocanoniche ed escluse dal canone ebraico e protestante.

Secondo molti degli esegeti moderni sarebbe uno scritto tardivo, assai posteriore a quelli di Isaia, Geremia ed Ezechiele. Si pensa che sia stato scritto durante la persecuzione di Antioco IV di Siria, per infondere coraggio agli Ebrei cui era stato vietato di praticare la propria religione. Più che testo profetico sarebbe quindi un libro apocalittico, di un genere fiorito in età ellenistica a partire dal III secolo a.C.. Come nel caso dei libri di questo tenore, esso opera distinzioni nette tra bene e male, tra Dio e i demoni, tra buoni e cattivi, promettendo la vittoria finale dei primi e la condanna definitiva dei secondi.

Nella versione più ampia (Settanta) il libro di Daniele è trilingue:

  • i capitoli 1 e 8-12 ci sono pervenuti in ebraico;
  • i capitoli da 2, 4 a 7, 28 ci sono pervenuti in aramaico;
  • i capitoli 3, 24-90 e 13-14 ci sono giunti in greco.

L'attuale collocazione del capitolo 13, dovuta a San Girolamo, è narrativamente incongrua perché nell'episodio compare un Daniele giovinetto mentre nei capitoli precedenti è già anziano. Nella Settanta, infatti, il capitolo 13, contenente l'episodio di Susanna e i vecchioni, precede tutto il resto del testo, e svolge la funzione di introdurre la figura di Daniele, giudice saggio e fedele. Questa collocazione conferiva al libro una struttura concentrica, in cui il testo greco formava una cornice, che includeva il testo ebraico, che a sua volta include il testo aramaico.

Suddivisione del testo[modifica | modifica sorgente]

I primi 6 capitoli[modifica | modifica sorgente]

Nei primi 6 capitoli si racconta la storia di Daniele, deportato giovinetto a Babilonia al tempo di Ioiakim re di Giuda, e presentato subito come l'ebreo esemplare (come lo hanno definito i biblisti), che si rifiuta categoricamente di cedere al culto politeistico[senza fonte]. Nel capitolo 2 egli scioglie l'enigma del sogno di Nabucodonosor, rappresentato dalla celebre statua con il capo d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi di ferro ed argilla. L'immagine è talmente famosa da essere stata ripresa anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia, nella descrizione del Veglio di Creta:

« La sua testa è di fin oro formata,

e puro argento son le braccia e il petto,
poi è di rame infino a la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che 'l destro piede è terra cotta;
e sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto. »

(Inferno XIV, 103-111)

In effetti i quattro metalli rappresentano quattro imperi (quello neo-babilonese, quello persiano, quello di Alessandro Magno, quello siriano dei Seleucidi), mentre i piedi in parte di ferro e in parte d'argilla alludono, secondo alcuni, forse al matrimonio tra Antioco II di Siria e Berenice d'Egitto, secondo altri all'impero romano.

Il capitolo 3 descrive il famoso episodio dei tre giovani nella fornace, con il celebre Cantico di Azaria, Anania e Misaele che è tra le fonti ispiratrici del Cantico delle Creature di Francesco d'Assisi.

Nel capitolo 4 parla Nabucodonosor in prima persona, descrivendo il sogno del grande albero. Invece il capitolo 5 presenta una cesura netta, perché il re non è più Nabucodonosor ma Baldassar, un suo discendente, e Daniele è ormai anziano. L'episodio qui narrato è anch'esso celeberrimo, immortalato tra l'altro da Rembrandt ne Il festino di Baltassar, olio su tela ora alla National Gallery di Londra: il re, offuscato dai fumi dell'alcool, si mette a banchettare negli arredi sacri derubati al Tempio di Gerusalemme, compiendo un grave sacrilegio, e subito compaiono dal nulla delle dita che scrivono le tre parole «Mene, Teqel, Peres», cioè «misurare, pesare, dividere». È Daniele a decifrare l'enigma, annunciando al re il terribile decreto divino: Dio ha misurato i giorni del re e vi ha posto fine; è stato pesato sulla bilancia e trovato leggero; il suo regno sarà diviso e dato ai Medi e ai Persiani. La profezia si compie puntualmente.

Nel capitolo 6 infine c'è la prima versione dell'episodio di Daniele nella fossa dei leoni (la seconda versione è nel capitolo 14).

Le profezie[modifica | modifica sorgente]

Daniele in mezzo ai leoni.
Dipinto di Pieter Paul Rubens.

I capitoli 7-12 rappresentano una diversa sezione, caratterizzata da una serie di visioni, definite notturne; il libro entra così nella sua parte più propriamente apocalittica.

La prima (capitolo 7) è quella delle quattro bestie. [1] Anche queste bestie simboleggiano in effetti dei regni, e c'è posto anche per Antioco IV Epifane, il persecutore degli Ebrei che avevano storpiato il suo nome in Epimane (il pazzo), e contro cui insorsero i fratelli Maccabei.

Ben più importante, anche in vista della lettura cristologica che ne ha fatto il Nuovo Testamento, è la visione dell'Antico di Giorni e del Figlio dell'Uomo (titolo che Gesù applicò a se stesso). Le successive visioni sono quella dell'ariete e del capro e quella delle settanta settimane (vedi più sotto), composte da anni e non da giorni, ricordata anche da Alessandro Manzoni:

« ...Quando, assorto in suo pensiero,

lesse i giorni numerati,
e degli anni ancor non nati
Daniel si ricordò. »

(Alessandro Manzoni, La Resurrezione)

Infine, il capitolo 11 contiene la successione dei sovrani fino alla morte del re Antioco, importante per datare il libro, mentre il capitolo 12 è il più "apocalittico" di tutti, trattando della risurrezione finale e degli ultimi tempi. Un testo destinato a dare speranza ai confratelli, in un'epoca di fiera persecuzione.[senza fonte]

L'appendice deuterocanonica[modifica | modifica sorgente]

I capitoli 13 e 14, considerati canonici dalla Chiesa cattolica ma non da Ebrei e Riformati, contengono due gustosi episodi. Il primo è la storia di Susanna, che più volte ha ispirato gli artisti e va considerata come la parabola del giusto innocente, accusato ingiustamente ma salvato dal Signore per mezzo di un suo inviato, in questo caso il fanciullo Daniele. Nella Septuaginta questo capitolo è posto per primo nel Libro di Daniele, in accordo con l'età del profeta. Venne posto dopo il testo ebraico e aramaico solo con la Vulgata di Sofronio Eusebio Girolamo.

Nel secondo, Daniele appare di nuovo anziano e compie due grandi imprese sotto il regno di Ciro (il primo o il secondo? Alcuni studi indicano sia in realtà Cambise I di Persia[senza fonte]): prima smaschera l'inganno dei sacerdoti del dio Bel che consumavano di notte i cibi offerti all'idolo, e poi uccide il drago adorato dai babilonesi. Per questo Daniele finisce di nuovo nella fossa dei leoni, ma un angelo del Signore chiude la bocca alle fiere e ordina ad Abacuc il profeta di sfamare Daniele nella fossa. Alla fine Ciro lo fa liberare e proclama la grandezza del Dio d'Israele. Secondo l'ordine dei libri biblici della Septuaginta questa proclamazione concludeva l'antico testamento.

Queste storie edificanti mettono in luce che la ricompensa e l'aiuto di Dio non possono che arridere al giusto. Daniele inoltre si qualifica come scopritore di imposture, in accordo con il resto del libro in cui si condanna la pretesa degli imperatori di esigere culto divino. Nella Septuaginta questi due capitoli includono il testo originalmente ebraico, che a sua volta include i capitoli il cui testo ci è pervenuto solo in aramaico.

Storicità[modifica | modifica sorgente]

Sulla storicità degli eventi narrati nel libro di Daniele vi sono state (e vi sono) molte controversie. Infatti lo stesso protagonista appare anche in testi extrabiblici nei panni del sapiente per antonomasia, e dunque potrebbe essere un personaggio esemplare molto diffuso nelle letterature del Vicino Oriente antico (come re Artù nei romanzi del ciclo Bretone)[senza fonte].

Nabonide e Baldassarre[modifica | modifica sorgente]

I dati storici contenuti nel testo, soprattutto nei capitoli 1-6, sono stati al centro di numerose controversie. In Dan 5,1 si cita "re Baldassarre", che i testi caldei citano come figlio dell'ultimo sovrano della dinastia, Nabonide (Nabonedo) e lo ricordano come capo delle truppe babilonesi all'epoca della campagna di Ciro in Mesopotamia. Se Baldassarre non fu mai re è però probabile che egli ebbe la reggenza per alcuni anni, mentre il padre era a Tema, in Arabia, per curare una grave malattia. La memoria dell'autore biblico dunque si riferirebbe alla reggenza e non alla salita al trono. La datazione dell'inizio delle visioni notturne del profeta in Dan 7,1 va evidentemente riferita al primo anno della reggenza di Baldassarre.

Alcune conferme[modifica | modifica sorgente]

Per quanto Baldassarre, allo stato delle conoscenze attuali, non risulti sia mai stato formalmente incoronato, gli storici greci Erodoto e Senofonte ci confermano che Babilonia fu presa dai Persiani mentre era in corso una festa religiosa, senza quasi che gli abitanti se ne rendessero conto. Proprio come racconta il capitolo 5 del libro di Daniele.

Dario il Medo?[modifica | modifica sorgente]

In Dan 5,31 si ha un'altra incongruenza storica quando si dice che Babilonia venne conquistata ed a Baldassarre (abbiamo visto che si trattava invece di Nabonide) succedette un certo Dario il Medo. Ma un re dei Medi con questo nome è sconosciuto. Evidentemente l'autore biblico si basa su tradizioni non scritte ma orali, e confonde Ciro con il suo successore Dario I, figlio di Istaspe, satrapo dell'Ircania, che regnò dal 521 al 486 a.C. Infatti in Dan 6,1-2 si accenna al fatto che questo Dario il Medo riorganizzò l'impero in satrapie: proprio ciò che storicamente ha fatto Dario I (Ciro e suo figlio Cambise erano invece dei conquistatori). Fu invece dopo la distruzione di Ninive avvenuta nel 612 a.C. che agli Assiri succedettero i Caldei in Mesopotamia e i Medi di re Ciassare in Iran. Anche in questo caso l'autore fa confusione tra gli episodi.[senza fonte]

Si potrebbe, invece, avanzare l'ipotesi che questo Dario il Medo non sarebbe altro che un governatore del regno di Babilonia, costituito da Ciro il Grande. Alcune opere di consultazione, infatti, propendono per l'identificazione di Dario il Medo con Gubaru (di solito identificato col Gobria della Ciropedia di Senofonte), che conquistò Babilonia e ne diventò governatore per conto di Ciro il Grande. Le prove addotte sono in sintesi le seguenti:

  • Un antico testo cuneiforme, la Cronaca di Nabonedo, nel descrivere la caduta di Babilonia dice che Ugbaru "governatore di Gutium e l'esercito di Ciro entrarono a Babilonia senza combattere"; poi, dopo aver descritto l'ingresso di Ciro in città avvenuto 17 giorni più tardi, l'iscrizione afferma che Gubaru, "il suo governatore, insediò dei governatori in Babilonia", la stessa cosa che viene detta di Dario il Medo nel testo biblico (Dan 6:1,2).
  • Altri testi cuneiformi indicano inoltre che Gubaru, finché rimase in vita, per 14 anni fu governatore non solo di Babilonia ma dell'intera regione e anche della "regione oltre il fiume", che includeva Siria, Fenicia e Palestina fino al confine con l'Egitto. Quindi Gubaru governava una regione che si estendeva per tutta la lunghezza della Mezzaluna Fertile, più o meno i vecchi territori del precedente impero babilonese.
  • Va ricordato che in (Dan 9,1) viene detto che Dario il Medo "era stato costituito" (quindi messo al potere da qualcun altro, il che fa pensare che fosse un governatore, come questo Gubaru) "re sul regno dei Caldei", ma non "re di Persia" come invece viene definito Ciro (Dan 10:1). Anche in (Dan 5:31) si dice che Dario "ricevette il regno", non che lo conquistò o lo ereditò. Quindi si avanza l'ipotesi che "Dario" fosse il titolo regale assunto da questo satrapo della Babilonia, essendo "Dario" un antico titolo reale iraniano, e che costui assumesse la dignità reale mentre Ciro aveva assunto quello di "re dei re". Altri storici confermano questa possibilità, affermando che "su tutta questa regione, Gobria (Gubaru) governava quasi come un monarca indipendente" e, quindi, rendendo plausibile che Dario il Medo fosse in realtà un viceré che governava sul regno dei Caldei ma subordinato a Ciro, il supremo monarca dell'impero persiano.

A sostegno di questa ipotesi viene osservato che, nei rapporti con i sudditi babilonesi, Ciro era "re di Babilonia, re delle nazioni", sostenendo in tal modo che l'antica dinastia di monarchi babilonesi rimaneva ininterrotta ed "egli lusingava la loro vanità, si assicurava la loro lealtà" dando il titolo formale di re al satrapo, come in questo caso al satrapo Gobria che rappresentava l'autorità sovrana dopo la partenza del re.

La successione dei re persiani[modifica | modifica sorgente]

La successione dei re persiani presenta delle incongruenze rispetto alle conoscenze storiche attuali. In Dan 6,29 Ciro è presentato come successore di Dario, invece Dario I salì al potere quattro anni dopo la morte di Ciro il Grande. L'inesattezza si annulla se a Dario si sostituisce Ciassare o suo figlio Astiage. In Dan 9,1 Dario è chiamato "figlio di Serse", ma era esattamente il contrario: Serse (l'Assuero del Libro di Ester) era figlio di Dario.

I testi deuterocanonici[modifica | modifica sorgente]

Tali testi, non contenuti della Bibbia ebraica e in quella protestante, narrano gli episodi di Susanna, dei sacerdoti di Bel e del drago; sono privi di riferimenti precisi che li rendano episodi storicamente accertabili. L'unico elemento accostabile storicamente a un mito preesistente è quello del drago ucciso da Daniele con un impasto di pece, grasso e peli; presumibilmente si tratta del mitico Mus-Hus, il dragone rappresentato ai piedi del dio Marduk, il protettore di Babilonia e custode delle porte della città. La sua uccisione rappresenterebbe il trionfo dell'unico Dio JHWH sugli dei caldei.

Da notare che in Dan 14,33 si cita Abacuc come contemporaneo di Daniele ma il profeta che portò questo nome visse invece nel VII secolo a.C. Il particolare irriverente per cui il profeta viene trasportato sollevandolo per i capelli segnala che l'autore biblico intende l'episodio in termini metaforici e non letterali. Il "cibo" portato da Abacuc è il conforto della sua stessa profezia,che attesta un termine alle sofferenze dei giusti (si veda in particolare Ab 2,3-4)[senza fonte]

Tutto ciò naturalmente non inficia il significato religioso del libro di Daniele, e ci dice semplicemente che l'autore attinse a tradizioni orali che avevano dimenticato o distorto l'esatta successione cronologica degli eventi. Non bisogna perdere di vista il fatto che il libro fu scritto nel II secolo a.C., quindi 400 anni dopo gli eventi che racconta, per un fine ben preciso (rincuorare Israele perseguitato), e non certo con intenti storiografici nel senso moderno del termine [senza fonte]

Le 70 settimane[modifica | modifica sorgente]

Lo scrittore cattolico Vittorio Messori, nel suo best-seller Ipotesi su Gesù (1976), dedica un capitolo alla profezia di Daniele delle settanta settimane fissate da Dio a partire dal ritorno in patria degli Ebrei dopo la cattività babilonese, durante le quali il popolo ebraico avrebbe dovuto espiare le proprie colpe in attesa del Messia (Dan 9,24). Questa cifra, che molti ritengono del tutto simbolica, viene presentata da Messori come una profezia sconvolgente. Queste 70 settimane, secondo il Messori, sono formate da anni, non da giorni, per un totale di 490 anni di attesa. Ora, secondo la Bibbia la cattività babilonese, cominciata nel 587 a.C., è durata 70 anni esatti. Fatti i conti, l'avvento del Messia era così fissato per il 27 a.C.. Se invece il computo dei 490 anni è fatto partire dall'Editto di Artaserse del 457 a.C., che secondo molti segnò il vero ritorno dei Giudei a Gerusalemme, si arriva addirittura al 34 d.C. che è la data in cui fu ucciso il diacono Stefano, e quindi del compimento delle promesse messianiche. La missione di predicare il messaggio del ritorno di Messia si orientò verso i gentili con la conversione di Saulo di Tarso (Paolo).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Si presume una reminiscenza di miti babilonesi in cui questi animali rappresentano le forze della natura, ostili a Dio ma da Lui sottomesse; inevitabile il rimando ai segni dello Zodiaco caldeo.: la figura del demone Anzû nel Ciclo di Ninurta può essere vista quale archetipo della quarta bestia. (EN) John H. Walton, The Book of Daniel: Composition and Reception, John Joseph Collins, Peter W. Flint, Cameron VanEpps, BRILL, 1º gennaio 2002, pp. 69–90, ISBN 0-391-04127-4.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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