Yahweh
Yahweh (anche Yahveh)[1] è il dio del popolo ebraico o Israele. Questo dio originariamente venne descritto dalla Bibbia come un dio potente e creatore (Genesi, 1), ma anche legato da un patto agli uomini: severo nel punire le colpe, attento verso i penitenti, viene descritto in diverse fasi sia come un dio locale che come un dio universale.
Indice |
Monolatria e monoteismo ebraico[modifica]
| Per approfondire, vedi Monolatria e Monoteismo. |
La Bibbia, che è testo sacro, oltre che per gli Ebrei (limitatamente all'Antico Testamento), anche per i Cristiani e per i Musulmani, descrive Yahweh come il vero Dio che ha condotto il popolo ebraico fuori dall'Egitto, fornendolo dei Dieci comandamenti[2]. Yahweh è un "dio geloso" (secondo l'esatta definizione del testo biblico[3]), perché redarguisce gli Ebrei relativamente al culto di divinità di altre nazioni o alla fabbricazione di idoli[4].
L'identità di Yahweh come dio unico e universalistico perché artefice del mondo, da un lato, e come dio nazionale ed etnico, in quanto unico dio cui Israele deve tributare il culto, dall'altro, oscilla tra le due versioni anche in ragione della datazione dei testi biblici e dei diversi contesti.
Così, nella Genesi, il tema della creazione accentua evidentemente il carattere universalistico dell'opera di Yahweh: non esistono Ebrei in quella fase in cui Dio dà forma all'informità pristina. Ed i "libri narrativi" tendono ad accentuare il carattere universalistico di Yahweh, almeno nelle vicende relative ad Adamo, Eva, i primi patriarchi. Il quadro di riferimento è dunque più vasto che non il racconto delle vicende del popolo ebraico. Il racconto di Genesi, 1-3 è peraltro vicino alle cosmogonie delle civiltà vicine: non manca una tendenza antropomorfizzante (ad esempio, nel riferimento al riposo di Yahweh al settimo giorno della creazione[5] o nell'ira che manifesta di fronte all'infrazione del berit, ossia del patto tra Dio e il suo popolo) e la descrizione della creazione come imposizione di ordine al caos.
Elementi fondamentali dell'antica religiosità ebraica[modifica]
Il patto di Yahweh con il popolo ebraico[modifica]
Il rapporto tra Yahweh e il popolo ebraico è descritto dai cosiddetti "libri narrativi" della Bibbia come berit, termine che va tradotto "patto" o "alleanza", ma che sta anche per "promessa" e che è reso nella Bibbia dei Settanta come diathèke e nella Vulgata di Girolamo come testamentum[6]. Il racconto biblico può essere considerato il racconto della storia di questa alleanza fra Yahweh e il suo popolo, il quale in più occasioni infrange il patto, incorrendo in punizioni, in calamità che giungono a minacciarne l'esistenza. L'infrazione, nel racconto biblico, è intesa fondamentalmente come abbandono del culto esclusivo di Yahweh, tanto in favore di un sincretismo con le divinità locali della regione di Canaan, quanto in vista di una vera e propria sostituzione nel culto, ad esempio in favore del dio fenicio Baal. Ma anche l'errore nell'espletare l'attività cultuale, pur nel riconoscimento della divinità nazionale, è considerato, nel racconto biblico, foriero di sventure.
Esposizione della legge e racconto storico, nei libri "apodittici" (Esodo, Levitico, Numeri, oltre che Deuteronomio) e in quelli "narrativi" (Giosuè, Giudici, Primo e secondo libro di Samuele, Primo e secondo libro dei Re) della Bibbia, sono intimamente legati, perché nella storia delle venture ebraiche è contenuta anche la consegna della legge. Al di là del valore embrionale (sul piano nomocratico) degli incontri tra Yahweh e i patriarchi, momenti salienti di questa consegna sono ritenuti tradizionalmente l'incontro con Mosè sul monte Sinai (Esodo, 20.1-17) e il ritrovamento di un libro delle leggi nel Tempio di Salomone ai tempi di Giosia (Secondo libro dei Re, 22.3-13), libro che si suppone corrisponda al Deuteronomio.
- I momenti salienti del berit
- Con Noè: Genesi, 9.9-17
- Con Abramo: Genesi, 15.18
- Con il popolo ebraico: Esodo, 19.5-6
- Con Davide: Salmi, 88.4-5
La preghiera[modifica]
È a questo "dio geloso" che vengono indirizzate le speranze dei profeti, sia in direzione del perdono che della catastrofe, e il lirismo dei Salmi. La "nomocrazia" dei "libri apodittici" fa riferimento al volere di Yahweh sia per quanto riguarda l'aspetto prettamente religioso che per l'aspetto etico-morale e sociale della vita ebraica. Inizialmente, però, i personaggi biblici delle origini, che, come è ovvio, non hanno a disposizione "il Libro", volgono a Yahweh le loro preghiere per ottenerne un'indicazione o un premio.
Nel racconto biblico, pregano anche i patriarchi e i re. I Salmi stessi, in grossa parte, sono preghiere.
Il sacrificio[modifica]
| Per approfondire, vedi Korban. |
"I racconti biblici fondano il sacrificio cruento come corretto ed efficace mezzo di comunicazione fra la sfera umana e la divina"[7]. La predilezione di Yahweh per il sacrificio cruento di animali è attestata in Genesi[8]. Noè offre animali in sacrificio non appena scampa al diluvio[9] ed è a quel punto che Yahweh gli detta le regole per consumare gli animali avendo cura prima di scolarne il sangue[10].
Come detto, l'errore nella pratica cultuale compromette questa comunicazione tra uomo e dio. I peccati dei figli di Eli[11] o quelli di Saul[senza fonte] si configurano come difetti cultuali, che denunciano, in effetti, poco rispetto nei confronti di Yahweh.
La tipologia del sacrificio corretto è descritta nei "libri apodittici": possono essere sacrificati a Yahweh bovini, caprini, ovini, volatili. I tipi fondamentali del sacrificio[12] (e a questo schema i testi biblici sono sostanzialmente fedeli) sono:
- עלה, con nikud עֹלָה, ('olah, "salire, salire a"[13], le ceneri dell'animale "salgono" verso l'alto), tradotto come olocausto[14][15] (ascende in fumo[13]), nella torah è il primo sacrificio menzionato per nome[16]: la vittima viene sgozzata dall'offerente (che dev'essere un sacerdote, nel caso di volatile) e bruciata totalmente; nel caso d'un quadrupede la pelle viene risparmiata; l'offerta spetta interamente alla divinità.
- zebaḥ ṡelamim - sacrificio di comunione o "pacifico": la vittima viene sgozzata come per l'olocausto, ma fatta a pezzi; le parti grasse, le viscere, fegato e reni vengono offerte alla divinità; il resto viene diviso tra il sacerdote e l'offerente, che lo consuma in un pasto cultuale con i familiari.
- sacrifici espiatori[17]: all'offerente non è destinata alcuna parte dell'offerta, che va ai sacerdoti o bruciato fuori del santuario. Sono distinguibili in:
- ḥaṭṭa't - "sacrificio del peccato": serve ad espiare un grave peccato (tanto del Gran Sacerdote quanto della comunità) e comporta una articolata procedura di manipolazione del sangue dell'animale.
- 'aṣam - "sacrificio di riparazione": è un pagamento al sacerdote o alla parte lesa di una somma pari al contenzioso di cui si ha colpa, maggiorata di un quinto.
- Analogo ai sacrifici espiatori è il rito del capro espiatorio.
Assai peculiare risulta poi il sacrificio officiato per la Pasqua. Oltre ai sacrifici cruenti, venivano offerti vegetali, pani non lievitati, incenso.
Il sacrificio umano[modifica]
La Bibbia, in genere, condanna i sacrifici umani[18]. La richiesta che, però, Yahweh fa ad Abramo di offrire in olocausto Isacco sottolinea l'obbligatorietà del dettato divino in tutti i casi. Il racconto del sacrificio della figlia di Iefte[19] non presenta condanne esplicite.[20]
L'anatema[modifica]
| Per approfondire, vedi Cherem. |
Una pratica spesso descritta nella Bibbia è il ḥerem ("anatema")[21]: il popolo combattente votava alla distruzione il nemico e ciò valeva tanto per le persone quanto per i beni (inclusi gli animali). È evidente che questa pratica entrava in qualche modo in conflitto con quella sacrificale, in quanto gli animali catturati al nemico e distrutti per il ḥerem non potevano essere sacrificati a Yahweh.[22]
I sacerdoti[modifica]
Le pratiche cultuali, eccetto che nel caso dei patriarchi (che le mettevano in pratica in proprio, in qualità di capifamiglia), erano coordinate dal clero. Sui sacerdoti abbiamo informazioni soprattutto dal Levitico (libro che, nella tradizione greca prende il nome dalla tribù di Levi). Al tempo dei patriarchi, gli Ebrei non sono ancora qualificati come "popolo" ed è per questo che, nel Genesi, non si parla di una "casta funzionale": si menzionano invece sacerdoti di altre nazioni, Egizi o Cananei, o il misterioso re di Salem, il sacerdote di El Elyon Melchisedec.
I Leviti sono descritti, nel testo biblico, come una tribù senza territorio: "il loro territorio [...] è appunto il servizio sacerdotale, dal quale traggono il proprio sostentamento"[23]. La presenza della radice mlk ("re") nel nome di diversi sacerdoti (e lo stesso vale per Melchisedec) ha fatto pensare ad un legame speciale fra l'istituto sacerdotale e quello monarchico.
Se l'ipotesi di una redazione dei testi canonici in età post-esilica è valida, è possibile leggere molti dei passi biblici relativi ai conflitti interni alla casta sacerdotale in funzione delle rivalità che si svilupparono al rientro (538 a.C.) dall'esilio babilonese, deciso e messo in opera da Nabucodonosor II nel 587 a.C. Il sacerdozio degli esiliati si reputava discendente di Sadoq, il sacerdote che nel Primo libro dei Re (2.35) prende il posto di Abiatar. Il sacerdozio palatino, invece, quello che avevo seguito le alterne sorti della monarchia "suddita" dei Babilonesi[24], rivendicava una discendenza da Aronne. La vittoria dovette essere dei sadociti: come tali vengono identificati i sommi sacerdoti del Secondo Tempio. In questa luce potrebbe spiegarsi il racconto del peccato di Aronne (Esodo, 32.1-6), assimilabile ai vitelli d'oro che Geroboamo porrà a Bethel e Dan (Primo libro dei Re, 12.26-30).
La maggioranza dei biblisti è convinta che "la competenza specifica dei sacerdoti ebraici descritti dalla Bibbia non è tanto il sacrificio quanto la divinazione"[25]. Si è già detto del fatto che, nel Genesi, i patriarchi gestiscono in proprio il sacrificio, anche in assenza di sacerdoti (quelli yahwisti ovviamente mancano nel Genesi).
Per la divinazione, i sacerdoti si servivano di oggetti conservati in un pettorale dell'efod: tale cleromanzia si svolgeva come domanda di fronte a due alternative. All'una e all'altra alternativa erano associati degli oggetti, detti urim e tummim. Questa forma di divinazione è già scomparsa nelle narrazioni bibliche che si riferiscono ai tempi di Davide e l'interrogazione della volontà divina passa interamente ai profeti[26].
La funzione dei sacerdoti in epoca arcaica è, dunque, di difficile interpretazione. Altrettanto difficile risulta comprendere il rapporto fra i sacerdoti e la Torah, che in alcuni passi è intesa non tanto come testo sacro, ma piuttosto come "istruzione", "insegnamento" e in certi passi addirittura come "pratica divinatoria" (anche l'etimologia del termine indirizza verso questa conclusione)[27].
I santuari[modifica]
Mentre i testi apodittici identificano il luogo santo con la sola Arca dell'Alleanza, quelli storici, dalla Genesi in poi, parlano di santuari veri e propri. Il termine bet (ב, "casa") indicava l'area sacra piuttosto che il sacello in quanto costruzione, mentre sono quasi assenti riferimenti a simulacri o rappresentazioni figurative, se non in relazione a santuari non israeliti. Nella Bibbia si parla poi spesso di stele (maṣṣebot). La bamah ("alto luogo") è talvolta[28] connotata negativamente.[27] Si trattava, secondo Vaughan[29], di un imponente altare monumentale, ma, al di là di questa interpretazione, il contesto resta oscuro. Quanto alla 'asherah, poteva trattarsi di un oggetto ligneo, dato che in molti punti della Bibbia si dice che viene bruciato.
Per quanto vi sia nella Bibbia in generale abbondanza di riferimenti ai santuari, ogni libro ha il suo "sistema" e connota con autonomia l'uno o l'altro positivamente o negativamente, così come ne giudica l'autorevolezza e l'antichità. Così, da una parte, il mito legato al sogno di Giacobbe[30] e alla costruzione dell'altare (in quel luogo che Giacobbe chiamerà El-Bethel, "il dio di Bethel") è assolutamente positivo, in quanto fondante l'idea stessa di santuario ebraico. Ma già quando di Bethel si parla in relazione alla coppia di santuari di Geroboamo (Dan e, appunto, Bethel) lo si fa in modo negativo[31], mentre in altri punti della Bibbia i giudizi sono discordanti. Per Dan, invece, il Libro dei Giudici[32] conferma la condanna, legando il santuario ad un ephod d'argento rubato e rifuso.[33]
Complessivamente, solo due sembrano i luoghi assolutamente corretti per il culto: l'Arca stessa e il tempio fatto costruire da Salomone. È poi significativo che la costruzione del tempio suggelli il passaggio da un'epoca turbolenta (segnata dall'esodo, dalla conquista della terra, dal governo dei Giudici) ad una più stabile e pacifica. Il senso di questo passaggio è rafforzato dal fatto che a costruire il tempio non sia Davide ma il figlio Salomone (šalom, "pace").[34]
L'aldilà[modifica]
| Per approfondire, vedi Sheol. |
È stato ipotizzato che la quasi assenza di riferimenti a riti funebri nella Bibbia possa essere dovuta ad una presa di distanza da una tradizione religiosa in cui aveva invece forte peso il culto dei morti (particolarmente dei re). I libri apodittici di fatto non prescrivono alcunché intorno ai riti di sepoltura. Pure, esiste un immaginario biblico relativo alla morte, così come si può ricavarlo dai racconti di funerali di patriarchi e re o dai Salmi (in cui abbondano i riferimenti all'oltretomba). Secondo Brichto (1973), i riti funebri degli antichi Ebrei si fondavano sul rapporto tra possesso della terra da parte dei discendenti e memoria che costoro hanno del defunto. La terra garantisce la continuità del sangue: la memoria dei discendenti garantisce attraverso i riti la sorte del defunto. Mancanza di discendenti e conseguente cessazione dei riti, ma anche lo sradicamento dei gruppi familiari, determinano un peggioramento della condizione del defunto.[35]
Resta comunque vero, come afferma Podella (1987), che il panorama che dell'aldilà offre la Bibbia è il meno ricco tra quelli delle altre culture del Vicino Oriente antico. Il mondo dell'aldilà è indicato con il termine še'ol, un luogo oscuro, una sorta di prigione sotterranea. In certi casi, certi simbolismi si appoggiano sulla personificazione della morte, come nota Tromp (1969). A dispetto dell'importanza dei riti funebri, non si evince l'esistenza di una "ideologia della ricompensa": non c'è insomma un rapporto esplicito tra condotta terrena e sorte nell'oltretomba.[36]
Yahweh e la monarchia[modifica]
Nel corso della storia dei due regni, in rari momenti, il culto di Yahweh godette del favore dei monarchi, con tentativi di riforma in direzione yahwista, anche se sempre su incitazione di figure estranee alla monarchia, in particolare dei profeti. Tre sono gli episodi più significativi, riferibili ai seguenti re:
- Iehu, re di Israele (842-815 a.C.) in Secondo libro dei Re, 9-10 che spodestò Iehoram (849-842 a.C.): il racconto biblico lega l'iniziativa di Iehu all'intransigenza del profeta Elia e al discepolo di questi, Eliseo.
- Ezechia, re di Giuda (715-686 a.C. circa[37]).
- Giosia, re di Giuda (640-609 a.C.) e la sua riforma, la cui portata è comunque oggetto di dibattito tra gli storici.
Origine e significato del nome[modifica]
| Per approfondire, vedi Tetragramma biblico. |
Il nome in questa forma "Yahweh" (e altre) rappresenta una moderna versione accademica dell'ebraico biblico יהוה, parola composta da quattro lettere (yod, he, waw, he, in qualche modo corrispondenti alle lettere dell'alfabeto latino YHWH, o, secondo qualcuno, JHVH) e perciò detta "tetragramma". La lingua ebraica (a tutt'oggi) è dotata di lettere dal valore consonantico, mentre la vocalizzazione (variabile e importante ai fini del significato delle parole) è indicata ortograficamente attraverso altri segni diacritici, notazioni vocaliche introdotte in epoca storica molto più tarda delle consonanti, perché adottate dai Masoreti intorno alla seconda metà del I millennio d.C.[38] Mentre è indiscusso che il nome del dio ebraico è indicato nella Bibbia con le quattro lettere summenzionate, resta incerta la sua pronuncia e oggetto di dibattito sia tra gli studiosi, sia tra i fedeli delle diverse confessioni che fanno riferimento al "Dio di Abramo". Gli ebrei evitavano di pronunciarne il nome per non profanarlo ("non nominare il nome di Dio invano", secondo comandamento secondo la tradizione cattolica, terzo comandamento secondo la tradizione ebraica), mentre nella Bibbia è reso per iscritto soltanto con il tetragramma e quindi la pronuncia del nome è a tutt'oggi incerta: gli ebrei talvolta usavano il termine Ado_nai, che significa "signore", uso poi ripreso dai Cristiani, tranne i Testimoni di Geova, che usano il termine YEHOWAH, italianizzato in Geova. Gli altri Cristiani hanno preferito il termine "Kyrios" (Signore, in lingua greca) ovvero "Dominus" (Signore, in lingua latina) ovvero "Signore" o "Dio" in lingua italiana, tant'é che nella parte della Bibbia comunemente chiamata Nuovo Testamento, redatta dai Cristiani, il termine non viene mai usato, mentre compare circa 7.000 volte nell'Antico Testamento. Le chiese cristiane, compresa la cattolica, pur avendo usato in passato sia il termine Yahweh (o Yahwè) sia il termine Geova (più raramente), oggi usano solo sporadicamente il termine Yahwè nella lettura di passi biblici dell'Antico Testamento, tranne appunto i Testimoni di Geova, che fanno un uso costante ed abituale del termine Geova, mentre gli Ebrei continuano ad usare il termine Ado_nai. Il termine Yahweh viene talora abbreviato in Yah o Jà (ad esempio allelu-jà, che significa "lode a Yahweh"). Si ricordi che l'italiano Gesù deriva dall'aramaico Yehoshuah (le cui vocali sono certe) e che pacificamente significa "Yehowah è salvezza", molto simile (e corrispondente per significato) al nome ebraico Yĕhowašhūà, reso in italiano come Giosuè, il che farebbe dubitare della correttezza della vocalizzazione prevalentemente prescelta per il tetragramma.
Il riduzionismo critico[modifica]
La ricostruzione del culto a Yahweh e di questa divinità non può non partire dal testo biblico. Gli studi sono stati spesso latori di una "riduzione", sensibile alle istanze di una religiosità ormai fortemente connotata in termini yahwisti, con l'accentuazione di un monoteismo che neppure la stessa Bibbia sembra provare. È al contrario nell'ottica della sconfessione del patto in favore di altre divinità (come Astarte, Baal o Asherah) o l'adozione da parte del popolo ebreo di pratiche ritenute "negative" dalla religione codificata posteriormente, come la necromanzia, che va letto il ribadirsi costante del berit (cioè, l'alleanza tra Yahweh e il suo popolo) a fronte di un rapporto tanto tormentato[6].
Un altro aspetto di questa riduzione da parte della critica consiste nell'appiattimento della fede ebraica nei termini di un quadro unitario che scritti così eterogenei come quelli biblici non possono offrire. Se è impossibile sperare di ricostruire le caratteristiche storiche del culto dei patriarchi (e anzi nella loro storicità "nemmeno gli studiosi più tradizionalisti credono più"[39]), è almeno possibile rievocare quelle dell'età monarchica (1000 a.C. circa). Oltre al dato del racconto biblico, la figura di Yahweh e il suo rapporto con gli Ebrei va rivisto alla luce di nuovi dati archeologici e epigrafici, anche relativamente alla datazione dei testi biblici.[40]
Primi Israeliti, politeismo e origini dell'Ebraismo[modifica]
Alla luce di quanto ci viene rivelato da scavi e ritrovamenti archeologici, dai quali si intuisce che i primi Israeliti avevano cercato di distinguersi dai popoli vicini al loro territorio, in particolare dai Cananei, appare piuttosto interessante che Yahweh, proprio una delle divinità introdotte nel pantheon Cananeo durante la cattività babilonese, sia divenuta durante il VI secolo a.C. il dio nazionale ed unico del popolo d'Israele. Le testimonianze archeologiche dimostrano che gli Israeliti durante questo periodo erano entrati a far parte del popolo dei Cananei. Yahweh (che dai Cananei veniva chiamato anche Yahu o Yahwi) veniva considerato un dio della guerra, al pari quindi di altre divinità simili come ad esempio El, ed era uno dei personaggi del ciclo mitologico di Baal. Asherah, considerata spesso la dèa consorte di El, in numerose iscrizioni viene ritenuta essere invece la consorte di Yahweh[41]. Inoltre migliaia di statuette di creta riportate alla luce suggeriscono che in realtà i primi Israeliti non adoravano un solo dio, ma bensì una moltitudine di dèi, e quindi erano politeisti[42].
Appare quindi probabile che l'adorazione di Yahweh si sia originata nel sud della terra di Canaan (Edom, Moab, Madian) a partire dall'Età del bronzo (XIV secolo a.C.)[43] e che il suo culto sia stato diffuso a nord dalla popolazione nomade dei Cheniti. Cornelis Petrus Tiele, ideatore dell'"ipotesi Chenita" (1872), riteneva che storicamente Yahweh fosse stato una divinità dei Madianiti e che il profeta Mosè fosse uno di loro; sempre secondo Tiele, sarebbe stato Mosè a portare dal nord ad Israele il culto di Yahweh. Quest'idea è basata su un'antica tradizione (Libro dei Giudici 1,16,4,11) che vuole il padre adottivo di Mosè essere stato un sacerdote Madianita di Yahweh, che, per così dire, voleva preservare il ricordo dell'origine Madianita del dio. Mentre dagli studiosi e dagli storici moderni viene ampialmente accettato il ruolo che i Cheniti hanno avuto nel trasmettere il culto di Yahweh[44], quello di Mosè trova poco supporto negli studi moderni.
Note[modifica]
- ^ Si adotta qui quella che è generalmente considerata l'originale pronuncia ebraica di YHWH (anche YHVH).
Un'altra forma per rendere la pronuncia di YHWH è Jehova(h), da cui l'italiano Geova (cfr. Geova in Il Devoto-Oli. Vocabolario della lingua italiana 2012), è frutto di una errata trascrizione (cfr. S. David Sperling, in Encyclopedia of Religion, cit., p. 3538) avvenuta in epoca medievale (cfr. R.T.A. Murphy in The New Catholic Encyclopedia, vol. 7, New York, Gale, 2003, pp. 750-1).« The original pronunciation of YHVH is generally reconstructed as “Yahveh” or “Yahweh,” on the basis of early Greek transcriptions. » (S. David Sperling, Encyclopedia of Religion, vol. 7, New York, Macmillan, 2005, p. 3538) - ^ Esodo, 20.2.
- ^ Esodo, 20.5; Deuteronomio, 6.4-5.
- ^ Isaia, 42.8.
- ^ Genesi, 2.2.
- ^ a b C. Grottanelli, cit., p. 7-8.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 18.
- ^ 4.3-5.
- ^ Genesi, 8.20-21.
- ^ Genesi, 9.2-4.
- ^ Primo libro di Samuele, 2.12-17.
- ^ Si veda C. Grottanelli, cit., p. 19.
- ^ a b Biblios.com
- ^ Si veda Levitico, 1.
- ^ Cfr. Giovanni Deiana, Levitico, p. 49-56.
- ^ da The Living Torah, di Rabbi Aryeh Kaplan.
- ^ Si veda Levitico, 4-6.
- ^ Libro di Geremia, 19.5.
- ^ Libro dei Giudici, 11.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 20.
- ^ Si veda, ad esempio, il Primo libro di Samuele, 15.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 20-21.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 21.
- ^ Non è chiaro quando il davidico Yehoyakin, salito al trono nel 599 a.C., abbia potuto tornare dall'esilio (in cui si trovava fin dal 587) ed esercitare la funzione di "re vassallo" (sharru in accadico, naṡi' in ebraico) dei Babilonesi: è possibile che ciò accadesse solo nel 561, quando il trono passò nelle mani di Awil-Marduk. Cfr. P. Sacchi, cit., p. 55-56.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 22.
- ^ C. Grottanelli, cit., pp. 22-23.
- ^ a b C. Grottanelli, cit., p. 23.
- ^ Primo libro dei Re, 3.2-3; 22.44; Secondo libro dei Re, 12.4; 14.4; 15.4,35
- ^ Patrick H. Vaughan, The meaning of 'bāmâ' in the Old Testament, 1972, citato in C. Grottanelli, cit., p. 24.
- ^ Genesi, 28.11-22; 35.6-7.
- ^ Primo libro dei Re,12.
- ^ 17-18.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 24.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 25-26.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 28.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 29.
- ^ Secondo libro dei Re, 18 e Secondo libro delle Cronache, 29-31
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 4.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 9.
- ^ C. Grottanelli, cit., p. 14-15.
- ^ (EN) Archeologia della Bibbia Ebraica NOVA
- ^ (EN) Archeologia della Bibbia Ebraica NOVA
- ^ Robert K Gnuse, No Other Gods: Emergent Monotheism in Israel, Sheffield Academic Press (1997) pp. 74-87
- ^ DDD (1999:911).
Bibliografia[modifica]
- Cristiano Grottanelli, «La religione di Israele prima dell'Esilio», in Ebraismo, ed. Laterza, Roma-Bari, 2007, ISBN 978-88-420-8366-5.
- Paolo Sacchi, «Il Giudaismo del Secondo Tempio», in Ebraismo, ed. cit.
Voci correlate[modifica]
- Alleanza (Bibbia)
- Archeologia biblica
- Kuntillet Ajrud
- Nazireato
- Nomi di Dio nel Corano
- Nomi di Dio nella Bibbia
- Nome ed epiteti di Gesù
- Vicino Oriente antico
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