Yahweh

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Il tetragrammaton YHWH in fenicio (1100 a.C. - 300 d.C.), in aramaico (X secolo a.C.-I secolo d.C.) e in ebraico moderno: le quattro lettere vanno lette da destra verso sinistra

Yahweh (anche Yahveh[1], talvolta in italiano Jahvè[2]) è il nome di Dio nella religione ebraica, derivante dall'ebraico יהוה. Viene descritto dalla Bibbia come un dio potente e creatore (Genesi, 1), e legato da un patto agli uomini: giusto e severo nel punire le colpe, attento verso i penitenti, viene descritto in diverse fasi sia come un dio locale che come il Dio universale.

Origine e significato del nome[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tetragramma biblico.

Il nome in questa forma "Yahweh" (e altre) rappresenta una moderna versione accademica dell'ebraico biblico יהוה, parola composta da quattro lettere (yodh, he, waw, he, in qualche modo corrispondenti alle lettere dell'alfabeto latino YHWH, o JHVH) e perciò detta "tetragramma". La lingua ebraica (a tutt'oggi) è dotata di lettere dal valore consonantico, mentre la vocalizzazione (variabile e importante ai fini del significato delle parole) è indicata ortograficamente attraverso altri segni diacritici, notazioni vocaliche introdotte in epoca storica molto più tarda delle consonanti, perché adottate dai Masoreti intorno alla seconda metà del I millennio d.C.[3] Mentre è indiscusso che il nome del dio ebraico è indicato nella Bibbia con le quattro lettere summenzionate, resta incerta la sua pronuncia e oggetto di dibattito sia tra gli studiosi, sia tra i fedeli delle diverse confessioni che fanno riferimento al "Dio di Abramo".

Gli ebrei evitavano di pronunciarne il nome per non profanarlo ("non nominare il nome di Dio invano", terzo comandamento secondo la tradizione ebraica, secondo comandamento secondo la tradizione cattolica), mentre nella Bibbia è reso per iscritto soltanto con il tetragramma e quindi la pronuncia del nome è a tutt'oggi incerta: gli ebrei talvolta usavano il termine Adonai, che significa "maestro", uso poi ripreso dai Cristiani. Gli ebrei continuano ad utilizzare la forma di ADONAI (Signore) per designare il Dio di Israele, tranne la House of Yahweh che utilizza il nome di Yahweh per designare il corretto nome di Dio ed i Testimoni di Geova, che invece preferiscono continuare ad usare il termine YEHOWAH, italianizzato in Geova. Gli altri Cristiani hanno preferito il termine "Kyrios" (Signore, in lingua greca) ovvero "Dominus" (Signore, in lingua latina) ovvero "Signore" o "Dio" in lingua italiana, tant'è che nella parte della Bibbia comunemente chiamata Nuovo Testamento, redatta dai Cristiani, il termine non viene mai usato, mentre compare circa 7.000 volte nell'Antico Testamento. Le chiese cristiane, compresa la cattolica, pur avendo usato in passato sia il termine Yahweh (o Yahwè) sia il termine Geova (più raramente), oggi usano solo sporadicamente il termine Yahwè nella lettura di passi biblici dell'Antico Testamento, tranne appunto i Testimoni di Geova, che fanno un uso costante ed abituale del termine Geova , la House of Yahweh che utilizza il nome di Yahweh per designare il corretto nome di Dio, mentre gli Ebrei continuano ad usare il termine Adonai. Il termine Yahweh viene talora abbreviato in Yah o Jà (ad esempio allelu-jà, che significa "lode a Yahweh"). Si ricordi che l'italiano Gesù deriva in ultima analisi, attraverso la mediazione greco-latina, dall'aramaico Yehoshuah (le cui vocali sono certe) e che pacificamente significa "Yehowah è salvezza", molto simile (e corrispondente per significato) al nome ebraico Yĕhowašhūà, reso in italiano come Giosuè, il che farebbe dubitare della correttezza della vocalizzazione prevalentemente prescelta per il tetragramma.

Primi Israeliti, politeismo e origini dell'Ebraismo[modifica | modifica sorgente]

Alla luce di quanto ci viene rivelato da scavi e ritrovamenti archeologici, dai quali si intuisce che i primi Israeliti avevano cercato di distinguersi dai popoli vicini al loro territorio, in particolare dai Cananei, appare piuttosto interessante che Yahweh, proprio una delle divinità introdotte nel pantheon cananeo durante la cattività babilonese, sia divenuta durante il VI secolo a.C. il dio nazionale ed unico del popolo d'Israele. Le testimonianze archeologiche dimostrano che gli Israeliti durante questo periodo erano entrati a far parte del popolo dei Cananei. Yahweh (che dai Cananei veniva chiamato anche Yahu o Yahwi) veniva considerato un dio della guerra, al pari quindi di altre divinità simili come ad esempio El, ed era uno dei personaggi del ciclo mitologico di Baal. Asherah, considerata spesso la dèa consorte di El, in numerose iscrizioni viene ritenuta essere invece la consorte di Yahweh[4]. Inoltre migliaia di statuette di creta riportate alla luce suggeriscono che in realtà i primi Israeliti non adoravano un solo dio, ma bensì una moltitudine di dèi, e quindi erano politeisti[4].

Appare quindi probabile che l'adorazione di Yahweh si sia originata nel sud della terra di Canaan (Edom, Moab, Madian) a partire dall'Età del bronzo (XIV secolo a.C.)[5] e che il suo culto sia stato diffuso a nord dalla popolazione nomade dei Cheniti. Cornelis Petrus Tiele, ideatore dell'"ipotesi Chenita" (1872), riteneva che storicamente Yahweh fosse stato una divinità dei Madianiti e che il profeta Mosè fosse uno di loro; sempre secondo Tiele, sarebbe stato Mosè a portare dal nord ad Israele il culto di Yahweh. Quest'idea è basata su un'antica tradizione (Libro dei Giudici 1,16,4,11) che vuole il padre adottivo di Mosè essere stato un sacerdote Madianita di Yahweh, che, per così dire, voleva preservare il ricordo dell'origine Madianita del dio. Mentre dagli studiosi e dagli storici moderni viene ampialmente accettato il ruolo che i Cheniti hanno avuto nel trasmettere il culto di Yahweh[6], quello di Mosè trova poco supporto negli studi moderni.

Monolatria e monoteismo ebraico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monolatria e Monoteismo.

La Bibbia, che è testo sacro, oltre che per gli Ebrei (limitatamente all'Antico Testamento), anche per i Cristiani e per i Musulmani, descrive Yahweh come il vero Dio che ha condotto il popolo ebraico fuori dall'Egitto, fornendolo dei Dieci comandamenti[7]. Yahweh è un "dio geloso" (secondo l'esatta definizione del testo biblico[8]), perché redarguisce gli Ebrei relativamente al culto di divinità di altre nazioni o alla fabbricazione di idoli[9].

L'identità di Yahweh come dio unico e universalistico perché artefice del mondo, da un lato, e come dio nazionale ed etnico, in quanto unico dio cui Israele deve tributare il culto, dall'altro, oscilla tra le due versioni anche in ragione della datazione dei testi biblici e dei diversi contesti.

Così, nella Genesi, il tema della creazione accentua evidentemente il carattere universalistico dell'opera di Yahweh: non esistono Ebrei in quella fase in cui Dio dà forma all'informità pristina. Ed i "libri narrativi" tendono ad accentuare il carattere universalistico di Yahweh, almeno nelle vicende relative ad Adamo, Eva, i primi patriarchi. Il quadro di riferimento è dunque più vasto che non il racconto delle vicende del popolo ebraico. Il racconto di Genesi, 1-3 è peraltro vicino alle cosmogonie delle civiltà vicine: non manca una tendenza antropomorfizzante (ad esempio, nel riferimento al riposo di Yahweh al settimo giorno della creazione[10] o nell'ira che manifesta di fronte all'infrazione del berit, ossia del patto tra Dio e il suo popolo) e la descrizione della creazione come imposizione di ordine al caos.

Elementi fondamentali dell'antica religiosità ebraica[modifica | modifica sorgente]

Il patto di Yahweh con il popolo ebraico[modifica | modifica sorgente]

Ipotetica ricostruzione dell'Arca dell'Alleanza

Il rapporto tra Yahweh e il popolo ebraico è descritto dai cosiddetti "libri narrativi" della Bibbia come berit, termine che va tradotto "patto" o "alleanza", ma che sta anche per "promessa" e che è reso nella Bibbia dei Settanta come diathèke e nella Vulgata di Girolamo come testamentum[11]. Il racconto biblico può essere considerato il racconto della storia di questa alleanza fra Yahweh e il suo popolo, il quale in più occasioni infrange il patto, incorrendo in punizioni, in calamità che giungono a minacciarne l'esistenza. L'infrazione, nel racconto biblico, è intesa fondamentalmente come abbandono del culto esclusivo di Yahweh, tanto in favore di un sincretismo con le divinità locali della regione di Canaan, quanto in vista di una vera e propria sostituzione nel culto, ad esempio in favore del dio fenicio Baal. Ma anche l'errore nell'espletare l'attività cultuale, pur nel riconoscimento della divinità nazionale, è considerato, nel racconto biblico, foriero di sventure.

Esposizione della legge e racconto storico, nei libri "apodittici" (Esodo, Levitico, Numeri, oltre che Deuteronomio) e in quelli "narrativi" (Giosuè, Giudici, Primo e secondo libro di Samuele, Primo e secondo libro dei Re) della Bibbia, sono intimamente legati, perché nella storia delle venture ebraiche è contenuta anche la consegna della legge. Al di là del valore embrionale (sul piano nomocratico) degli incontri tra Yahweh e i patriarchi, momenti salienti di questa consegna sono ritenuti tradizionalmente l'incontro con Mosè sul monte Sinai (Esodo, 20.1-17) e il ritrovamento di un libro delle leggi nel Tempio di Salomone ai tempi di Giosia (Secondo libro dei Re, 22.3-13), libro che si suppone corrisponda al Deuteronomio.

I momenti salienti del berit

La preghiera[modifica | modifica sorgente]

È a questo "dio geloso" che vengono indirizzate le speranze dei profeti, sia in direzione del perdono che della catastrofe, e il lirismo dei Salmi. La "nomocrazia" dei "libri apodittici" fa riferimento al volere di Yahweh sia per quanto riguarda l'aspetto prettamente religioso che per l'aspetto etico-morale e sociale della vita ebraica. Inizialmente, però, i personaggi biblici delle origini, che, come è ovvio, non hanno a disposizione "il Libro", volgono a Yahweh le loro preghiere per ottenerne un'indicazione o un premio.

Nel racconto biblico, pregano anche i patriarchi e i re. I Salmi stessi, in grossa parte, sono preghiere.

Il sacrificio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Korban.
Il Sommo sacerdote offre un capro in sacrificio a Dio durante la celebrazione dello Yom Kippur. Illustrazione di Henry Davenport Northrop da Treasures of the Bible (1894).

"I racconti biblici fondano il sacrificio cruento come corretto ed efficace mezzo di comunicazione fra la sfera umana e la divina"[12]. La predilezione di Yahweh per il sacrificio cruento di animali è attestata in Genesi[13]. Noè offre animali in sacrificio non appena scampa al diluvio[14] ed è a quel punto che Yahweh gli detta le regole per consumare gli animali avendo cura prima di scolarne il sangue[15].

Come detto, l'errore nella pratica cultuale compromette questa comunicazione tra uomo e dio. I peccati dei figli di Eli[16] o quelli di Saul[senza fonte] si configurano come difetti cultuali, che denunciano, in effetti, poco rispetto nei confronti di Yahweh.

La tipologia del sacrificio corretto è descritta nei "libri apodittici": possono essere sacrificati a Yahweh bovini, caprini, ovini, volatili. I tipi fondamentali del sacrificio[17] (e a questo schema i testi biblici sono sostanzialmente fedeli) sono:

  • עלה, con nikud עֹלָה, ('olah, "salire, salire a"[18], le ceneri dell'animale "salgono" verso l'alto), tradotto come olocausto[19][20] (ascende in fumo[18]), nella torah è il primo sacrificio menzionato per nome[21]: la vittima viene sgozzata dall'offerente (che dev'essere un sacerdote, nel caso di volatile) e bruciata totalmente; nel caso d'un quadrupede la pelle viene risparmiata; l'offerta spetta interamente alla divinità.
  • zebaḥ ṡelamim - sacrificio di comunione o "pacifico": la vittima viene sgozzata come per l'olocausto, ma fatta a pezzi; le parti grasse, le viscere, fegato e reni vengono offerte alla divinità; il resto viene diviso tra il sacerdote e l'offerente, che lo consuma in un pasto cultuale con i familiari.
  • sacrifici espiatori[22]: all'offerente non è destinata alcuna parte dell'offerta, che va ai sacerdoti o bruciato fuori del santuario. Sono distinguibili in:
    • ḥaṭṭa't - "sacrificio del peccato": serve ad espiare un grave peccato (tanto del Gran Sacerdote quanto della comunità) e comporta una articolata procedura di manipolazione del sangue dell'animale.
    • 'aṣam - "sacrificio di riparazione": è un pagamento al sacerdote o alla parte lesa di una somma pari al contenzioso di cui si ha colpa, maggiorata di un quinto.
  • Analogo ai sacrifici espiatori è il rito del capro espiatorio.

Assai peculiare risulta poi il sacrificio officiato per la Pasqua. Oltre ai sacrifici cruenti, venivano offerti vegetali, pani non lievitati, incenso.

Il sacrificio umano[modifica | modifica sorgente]

« E hanno edificato gli alti luoghi di Baal per bruciare nel luogo i loro figli come olocausti al Baal, cosa che io non avevo comandato e di cui non avevo parlato, e che non mi era salita in cuore »
(Yahweh in Geremia capitolo 19 versetto 5)

La Bibbia, in genere, condanna i sacrifici umani[23]. La richiesta che Yahweh fa ad Abramo di offrire in olocausto Isacco sottolinea l'obbligatorietà del dettato divino in tutti i casi, perché ne è implicata la fede. Il filosofo cristiano Soren Kierkegaard in Timore e tremore[24] osserva che l'etica religiosa di Abraamo, superiore a qualsiasi altro tipo di "etica" è pronta ad "ubbidire" in tutti i casi, anche i più estremi.[25].

Il racconto del sacrificio della figlia di Iefte[26] non presenta condanne esplicite.[27]. Mentre la tradizione ebraica e altri studiosi[28] ipotizzano che quello della figlia di Iefte fu un vero sacrificio umano, altri teologi, accademici e biblisti, lo escudono[29][30][31][32][33][34][35][36]. Ad esempio il biblista, teologo ed accademico Ethelbert William Bullinger asserisce: "Possiamo concludere dall'intero volume delle Scritture, come pure dai Salmi 106:35-38, Isaia 57:5 ecc. che il sacrificio umano era un'abominazione agli occhi di Dio; e non possiamo immaginare che Dio l'avrebbe accettato, o che Iefte avrebbe offerto, sangue umano. Sostenere questa idea è una diffamazione su Jehovah come pure su Iefte"[37][38].

L'anatema[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cherem.

Una pratica spesso descritta nella Bibbia è il ḥerem ("anatema")[39]: il popolo combattente votava alla distruzione il nemico e ciò valeva tanto per le persone quanto per i beni (inclusi gli animali). È evidente che questa pratica entrava in qualche modo in conflitto con quella sacrificale, in quanto gli animali catturati al nemico e distrutti per il ḥerem non potevano essere sacrificati a Yahweh.[40]

I sacerdoti[modifica | modifica sorgente]

Le pratiche cultuali, eccetto che nel caso dei patriarchi (che le mettevano in pratica in proprio, in qualità di capifamiglia), erano coordinate dal clero. Sui sacerdoti abbiamo informazioni soprattutto dal Levitico (libro che, nella tradizione greca prende il nome dalla tribù di Levi). Al tempo dei patriarchi, gli Ebrei non sono ancora qualificati come "popolo" ed è per questo che, nel Genesi, non si parla di una "casta funzionale": si menzionano invece sacerdoti di altre nazioni, Egizi o Cananei, o il misterioso re di Salem, il sacerdote di El Elyon Melchisedec.

I Leviti sono descritti, nel testo biblico, come una tribù senza territorio: "il loro territorio [...] è appunto il servizio sacerdotale, dal quale traggono il proprio sostentamento"[41]. La presenza della radice mlk ("re") nel nome di diversi sacerdoti (e lo stesso vale per Melchisedec) ha fatto pensare ad un legame speciale fra l'istituto sacerdotale e quello monarchico.

Se l'ipotesi di una redazione dei testi canonici in età post-esilica è valida, è possibile leggere molti dei passi biblici relativi ai conflitti interni alla casta sacerdotale in funzione delle rivalità che si svilupparono al rientro (538 a.C.) dall'esilio babilonese, deciso e messo in opera da Nabucodonosor II nel 587 a.C. Il sacerdozio degli esiliati si reputava discendente di Sadoq, il sacerdote che nel Primo libro dei Re (2.35) prende il posto di Abiatar. Il sacerdozio palatino, invece, quello che avevo seguito le alterne sorti della monarchia "suddita" dei Babilonesi[42], rivendicava una discendenza da Aronne. La vittoria dovette essere dei sadociti: come tali vengono identificati i sommi sacerdoti del Secondo Tempio. In questa luce potrebbe spiegarsi il racconto del peccato di Aronne (Esodo, 32.1-6), assimilabile ai vitelli d'oro che Geroboamo porrà a Bethel e Dan (Primo libro dei Re, 12.26-30).

La maggioranza dei biblisti è convinta che "la competenza specifica dei sacerdoti ebraici descritti dalla Bibbia non è tanto il sacrificio quanto la divinazione"[43]. Si è già detto del fatto che, nel Genesi, i patriarchi gestiscono in proprio il sacrificio, anche in assenza di sacerdoti (quelli yahwisti ovviamente mancano nel Genesi).

Per la divinazione, i sacerdoti si servivano di oggetti conservati in un pettorale dell'efod: tale cleromanzia si svolgeva come domanda di fronte a due alternative. All'una e all'altra alternativa erano associati degli oggetti, detti urim e tummim. Questa forma di divinazione è già scomparsa nelle narrazioni bibliche che si riferiscono ai tempi di Davide e l'interrogazione della volontà divina passa interamente ai profeti[44].

La funzione dei sacerdoti in epoca arcaica è, dunque, di difficile interpretazione. Altrettanto difficile risulta comprendere il rapporto fra i sacerdoti e la Torah, che in alcuni passi è intesa non tanto come testo sacro, ma piuttosto come "istruzione", "insegnamento" e in certi passi addirittura come "pratica divinatoria" (anche l'etimologia del termine indirizza verso questa conclusione)[45].

I santuari[modifica | modifica sorgente]

Iconografia della giara di Kuntillet Ajrud, con tre figure antropomorfiche e l'iscrizione "Yahweh [...] e la sua asherah"
Dracma di Yehud Medinata del IV secolo a.C. rinvenuta a Gaza. Le lettere YHW (Yahu) sono incise sopra il volatile(?) che il dio tiene in mano. Egli è a petto nudo, indossa un himation e siede su di una ruota alata. Questa potrebbe essere l'unica raffigurazione di Yahweh che sia mai esistita.[senza fonte]

Mentre i testi apodittici identificano il luogo santo con la sola Arca dell'Alleanza, quelli storici, dalla Genesi in poi, parlano di santuari veri e propri. Il termine bet (ב, "casa") indicava l'area sacra piuttosto che il sacello in quanto costruzione, mentre sono quasi assenti riferimenti a simulacri o rappresentazioni figurative, se non in relazione a santuari non israeliti. Nella Bibbia si parla poi spesso di stele (maṣṣebot). La bamah ("alto luogo") è talvolta[46] connotata negativamente.[45] Si trattava, secondo Vaughan[47], di un imponente altare monumentale, ma, al di là di questa interpretazione, il contesto resta oscuro. Quanto alla 'asherah, poteva trattarsi di un oggetto ligneo, dato che in molti punti della Bibbia si dice che viene bruciato.

Per quanto vi sia nella Bibbia in generale abbondanza di riferimenti ai santuari, ogni libro ha il suo "sistema" e connota con autonomia l'uno o l'altro positivamente o negativamente, così come ne giudica l'autorevolezza e l'antichità. Così, da una parte, il mito legato al sogno di Giacobbe[48] e alla costruzione dell'altare (in quel luogo che Giacobbe chiamerà El-Bethel, "il dio di Bethel") è assolutamente positivo, in quanto fondante l'idea stessa di santuario ebraico. Ma già quando di Bethel si parla in relazione alla coppia di santuari di Geroboamo (Dan e, appunto, Bethel) lo si fa in modo negativo[49], mentre in altri punti della Bibbia i giudizi sono discordanti. Per Dan, invece, il Libro dei Giudici[50] conferma la condanna, legando il santuario ad un ephod d'argento rubato e rifuso.[51]

Complessivamente, solo due sembrano i luoghi assolutamente corretti per il culto: l'Arca stessa e il tempio fatto costruire da Salomone. È poi significativo che la costruzione del tempio suggelli il passaggio da un'epoca turbolenta (segnata dall'esodo, dalla conquista della terra, dal governo dei Giudici) ad una più stabile e pacifica. Il senso di questo passaggio è rafforzato dal fatto che a costruire il tempio non sia Davide ma il figlio Salomone (šalom, "pace").[52]

L'aldilà[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sheol.

È stato ipotizzato che la quasi assenza di riferimenti a riti funebri nella Bibbia possa essere dovuta ad una presa di distanza da una tradizione religiosa in cui aveva invece forte peso il culto dei morti (particolarmente dei re). I libri apodittici di fatto non prescrivono alcunché intorno ai riti di sepoltura. Pure, esiste un immaginario biblico relativo alla morte, così come si può ricavarlo dai racconti di funerali di patriarchi e re o dai Salmi (in cui abbondano i riferimenti all'oltretomba). Secondo Brichto (1973), i riti funebri degli antichi Ebrei si fondavano sul rapporto tra possesso della terra da parte dei discendenti e memoria che costoro hanno del defunto. La terra garantisce la continuità del sangue: la memoria dei discendenti garantisce attraverso i riti la sorte del defunto. Mancanza di discendenti e conseguente cessazione dei riti, ma anche lo sradicamento dei gruppi familiari, determinano un peggioramento della condizione del defunto.[53]

Resta comunque vero, come afferma Podella (1987), che il panorama che dell'aldilà offre la Bibbia è il meno ricco tra quelli delle altre culture del Vicino Oriente antico. Il mondo dell'aldilà è indicato con il termine še'ol, un luogo oscuro, una sorta di prigione sotterranea. In certi casi, certi simbolismi si appoggiano sulla personificazione della morte, come nota Tromp (1969). A dispetto dell'importanza dei riti funebri, non si evince l'esistenza di una "ideologia della ricompensa": non c'è insomma un rapporto esplicito tra condotta terrena e sorte nell'oltretomba.[54]

Yahweh e la monarchia[modifica | modifica sorgente]

Nel corso della storia dei due regni, in rari momenti, il culto di Yahweh godette del favore dei monarchi, con tentativi di riforma in direzione yahwista, anche se sempre su incitazione di figure estranee alla monarchia, in particolare dei profeti. Tre sono gli episodi più significativi, riferibili ai seguenti re:

Il riduzionismo critico[modifica | modifica sorgente]

La ricostruzione del culto di Yahweh non può non partire dal testo biblico. Gli studi sono stati spesso latori di una "riduzione", sensibile alle istanze di una religiosità ormai fortemente connotata in termini yahwisti, con l'accentuazione di un monoteismo che neppure la stessa Bibbia sembra provare. È al contrario nell'ottica della sconfessione del patto in favore di altre divinità (come Astarte, Baal o Asherah) o l'adozione da parte del popolo ebreo di pratiche ritenute "negative" dalla religione codificata posteriormente, come la necromanzia, che va letto il ribadirsi costante del berit (cioè, l'alleanza tra Yahweh e il suo popolo) a fronte di un rapporto tanto tormentato[11].

Un altro aspetto di questa riduzione da parte della critica consiste nell'appiattimento della fede ebraica nei termini di un quadro unitario che scritti così eterogenei come quelli biblici non possono offrire. Se è impossibile sperare di ricostruire le caratteristiche storiche del culto dei patriarchi (e anzi nella loro storicità "nemmeno gli studiosi più tradizionalisti credono più"[56]), è almeno possibile rievocare quelle dell'età monarchica (1000 a.C. circa). Oltre al dato del racconto biblico, la figura di Yahweh e il suo rapporto con gli Ebrei va rivisto alla luce di nuovi dati archeologici e epigrafici, anche relativamente alla datazione dei testi biblici.[57]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Si adotta qui quella che è generalmente considerata l'originale pronuncia ebraica di YHWH (anche YHVH):
    « The original pronunciation of YHVH is generally reconstructed as “Yahveh” or “Yahweh,” on the basis of early Greek transcriptions. »
    (S. David Sperling, Encyclopedia of Religion, vol. 7, New York, Macmillan, 2005, p. 3538)
    Un'altra forma per rendere la pronuncia di YHWH è Jehova(h), da cui l'italiano Geova (cfr. Geova in Il Devoto-Oli 2012. Vocabolario della lingua italiana), è frutto di una errata trascrizione (cfr. S. David Sperling, in Encyclopedia of Religion, cit., p. 3538) avvenuta in epoca medievale (cfr. R.T.A. Murphy in The New Catholic Encyclopedia, vol. 7, New York, Gale, 2003, pp. 750-1).
  2. ^ AA.VV., Jahve in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  3. ^ C. Grottanelli, cit., p. 4.
  4. ^ a b (EN) Archeologia della Bibbia Ebraica NOVA
  5. ^ Robert K Gnuse, No Other Gods: Emergent Monotheism in Israel, Sheffield Academic Press (1997) pp. 74-87
  6. ^ DDD (1999:911).
  7. ^ Esodo, 20.2.
  8. ^ Esodo, 20.5; Deuteronomio, 6.4-5.
  9. ^ Isaia, 42.8.
  10. ^ Genesi, 2.2.
  11. ^ a b C. Grottanelli, cit., p. 7-8.
  12. ^ C. Grottanelli, cit., p. 18.
  13. ^ 4.3-5.
  14. ^ Genesi, 8.20-21.
  15. ^ Genesi, 9.2-4.
  16. ^ Primo libro di Samuele, 2.12-17.
  17. ^ Si veda C. Grottanelli, cit., p. 19.
  18. ^ a b Biblios.com
  19. ^ Si veda Levitico, 1.
  20. ^ Giovanni Deiana, Levitico, p. 49-56.
  21. ^ da The Living Torah, di Rabbi Aryeh Kaplan.
  22. ^ Si veda Levitico, 4-6.
  23. ^ Libro di Geremia, 19.5, 7.31; Libro dei Salmi, 106.35-38, Libro di Isaia,57.5-21
  24. ^ Frygt og Baeven [Johannes de Silentio], 1843), tr. Franco Fortini e K.M.Guldbrandsen, Edizioni di Comunità, Milano 1948; altra ed. tr. Cornelio Fabro, Rizzoli, Milano 1972, ISBN 978-88-17-16562-4.
  25. ^ "Abramo è pronto ad ubbidire, non invoca contro il cielo per il comando di Dio apparentemente crudele. Dio gli ha permesso di avere quel figlio miracolosamente da sua moglie sterile, Dio può chiedergli qualsiasi cosa, anche di sopprimerlo in Suo sacrificio. Abramo ha fede anzi è l'eroe della fede. Proprio in questo consiste l'ubbidienza, ubbidire subito e incondizionatamente, all'ultimo momento. Abramo non riflette, ubbidisce. Se Dio comanda, vuol dire che quel comando è giusto! Abramo non valicò con le riflessioni i limiti della fede. Le riflessioni hanno solo l'effetto di far trasgredire i limiti, dice Kierkegaard. Ma Abramo, il Padre della Fede, rimase nella Fede lungi dai limiti, da quei confini in cui la fede svanisce nella riflessione" (Soren Kierkegaard, Timore e tremore, a cura di Cornelio Fabro, BUR, Milano 2009, pp. 11-12.
  26. ^ Libro dei Giudici, 11.
  27. ^ C. Grottanelli, cit., p. 20.
  28. ^ Jephte (Iefte) in The Catholic Encyclopedia
  29. ^ Il teologo e studioso biblico Adam Clarke nel suo Commentario del libro biblico di Giudici sostiene che non ci fu nessun sacrificio umano proprio perché erano le stesse precise leggi di Dio date ad Israele a vietarlo. Dopo aver esaminato i diversi tipi di sacrifici compiuti in quel tempo, umani per i pagani, ed animali per gli israeliti, in una sua opera, elenca tutte le ragioni perché il sacrificio umano della figlia di iefte era impensabile (vedi la voce Iefte)
  30. ^ Commentario biblico di Adam Clark: Giudici capitolo XI
  31. ^ Fulcran Vigouroux nella suo Dictionnaire de la Bible sostiene che il voto di Iefte non riguardava il sacrifico umano della figlia.
  32. ^ La fede basata sulla conoscenza dei propositi di Dio, viene messa in risalto, secondo Ethelbert William Bullinger, anche da ciò che scrive l'apostolo Paolo su di lui in Ebrei capitolo 11 dove Iefte è considerato esempio di fede : "Che avrebbe sacrificato sua figlia, e che Dio non avrebbe reprobo con una sola parola di disapprovazione un sacrificio umano è una teoria incredibile ed inaccettabile. E solo una umana interpretazione, su cui i Teologi hanno differito in tutte le età, e la quale non è mai stata raggiunta con un esame accurato del testo"
  33. ^ Il filosofo, grammatico e commentatore biblico ebreo Rabbi David KimhiRadak sostiene che non ci fu nessun voto di sacrificio letterale
  34. ^ Su David Kimhi 1
  35. ^ su David Kihmi 2
  36. ^ su David Kihmi 3
  37. ^ Great cloud of witnesses in Hebrews 11, Kregel Publications, 1979, pp. 324-331.
  38. ^ (EN) Ethelbert William Bullinger, Did Jephthah really sacrifice his daughter ? An analysis of Judges 11:31.
  39. ^ Si veda, ad esempio, il Primo libro di Samuele, 15.
  40. ^ C. Grottanelli, cit., p. 20-21.
  41. ^ C. Grottanelli, cit., p. 21.
  42. ^ Non è chiaro quando il davidico Yehoyakin, salito al trono nel 599 a.C., abbia potuto tornare dall'esilio (in cui si trovava fin dal 587) ed esercitare la funzione di "re vassallo" (sharru in accadico, naṡi' in ebraico) dei Babilonesi: è possibile che ciò accadesse solo nel 561, quando il trono passò nelle mani di Awil-Marduk. Cfr. P. Sacchi, cit., p. 55-56.
  43. ^ C. Grottanelli, cit., p. 22.
  44. ^ C. Grottanelli, cit., pp. 22-23.
  45. ^ a b C. Grottanelli, cit., p. 23.
  46. ^ Primo libro dei Re, 3.2-3; 22.44; Secondo libro dei Re, 12.4; 14.4; 15.4,35
  47. ^ Patrick H. Vaughan, The meaning of 'bāmâ' in the Old Testament, 1972, citato in C. Grottanelli, cit., p. 24.
  48. ^ Genesi, 28.11-22; 35.6-7.
  49. ^ Primo libro dei Re,12.
  50. ^ 17-18.
  51. ^ C. Grottanelli, cit., p. 24.
  52. ^ C. Grottanelli, cit., p. 25-26.
  53. ^ C. Grottanelli, cit., p. 28.
  54. ^ C. Grottanelli, cit., p. 29.
  55. ^ Secondo libro dei Re, 18 e Secondo libro delle Cronache, 29-31
  56. ^ C. Grottanelli, cit., p. 9.
  57. ^ C. Grottanelli, cit., p. 14-15.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Cristiano Grottanelli, «La religione di Israele prima dell'Esilio», in Ebraismo, ed. Laterza, Roma-Bari, 2007, ISBN 978-88-420-8366-5.
  • Paolo Sacchi, «Il Giudaismo del Secondo Tempio», in Ebraismo, ed. cit.

Bibliografia in altre lingue[modifica | modifica sorgente]

(EN) Gerard Gertroux, The name of God Y.eh.oW.ah wich is I_Eh_oU_Ah : Its Story, University Press of America, Boston Way, Lanham, Maryland
(FR) Didler Fontane, Le nom divin dans le Nouvean Testament, L'Harmattan, Paris 2007

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