Asherah

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Asherah (ugaritico: 𐎀𐎘𐎗𐎚, 'ṯrt; ebraico: אֲשֵׁרָה), nella mitologia semitica è la Grande Madre semitica, che compare in un grande numero di fonti tra cui testi in accadico come Ashratum/Ashratu e in ittita come Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s). Asherah è generalmente considerata coincidente con la dea ugaritica Athirat (nome è più correttamente traslitterato come ʼAirat).

Il Libro di Geremia, scritto attorno al 628 a.C., contiene un probabile riferimento ad Asherah quando usa il titolo "regina dei cieli" nei capitoli 7 e 44.

Ad Ugarit[modifica | modifica wikitesto]

Nei testi ugaritici antecendeti al 1200, Athirat è quasi sempre indicata col suo titolo completo, rabat ʼAirat yammi (ugaritico: 𐎗𐎁𐎚 𐎀𐎘𐎗𐎚 𐎊𐎎; rbt ʼart ym), «Signora Athirat del Mare» o, in maniera più completa, «Colei che cammina sul mare». Questo nome ricorre dodici volte nell'Epica di Ba'al.[1] Diversi traduttori e commentatori ritengono che il nome derivi dalla radice ugaritica ʼar, «falcata», imparentata alla radice ebraica ʼšr dallo stesso significato.

L'altro suo epiteto divino era qaniyatu ʾilhm (ugaritico: 𐎖𐎐𐎊𐎚 𐎛𐎍𐎎, qnyt ʾlm) che si potrebbe tradurre con «creatrice degli dèi (Elohim)».[1]

Nei testi ugaritici Athirat è la consorte del dio El; vi è anche un riferimento ai 70 figli di Athirat, presumibilmente gli stessi 70 figli di El. Nei documenti ugaritici Athirat e Astarte (ʿAshtart) sono chiaramente distinte, sebbene in fonti non-ugaritiche tarde la distinzione tra le due dee vada sparendo, o a causa di errori di scrittura o per un possibile sincretismo. In quanto sposa di El/Ilu, Athirat è detta Elath («Dea», la forma femminile di El; si veda Allat) o Rabit (Signora) e Qodesh/Kedes «La Santa».

In alcune liste divine accadiche Ashratum appare come una delle mogli del dio Amurru [2]. In maniera contraddittoria, Ashtart è ritenuta collegata alla dea mesopotamica Ishtar, talvolta rappresentata come la figlia di Anu, mentre nei miti ugaritici Ashtart è una delle figlie di El, la controparte semitica occidentale di Anu.

Presso gli Ittiti, questa dea compare come Asherdu(s) o Asertu(s), la consorte di Elkunirsa (dal titolo ugaritico El-qan-arsha, «El creatore della Terra») e madre di 77 o 88 figli.

Nelle lettere di Amarna un re degli Amorriti è chiamato Abdi-Ashirta, «Servo di Asherah».[3]

In Egitto[modifica | modifica wikitesto]

A partire dalla XVIII dinastia, in Egitto inizia a comparire con una certa prominenza una dea semitica chiamata Qudshu, «Santità», identificata con la dea egiziana Hathor. Questa Qudshu non sarebbe da identificare con Ashtart o Anat, in quanto queste due dee compaiono col loro nome e con iconografie differenti. Questa dea scompare in epoche successive, a partire da quella persiana, a causa del sincretismo tra Qudshu e Athirat/Ashrtum.

In Israele e Giuda[modifica | modifica wikitesto]

Iconografia della giara di Kuntillet Ajrud, con tre figure antropomorfiche e l'iscrizione «Yahweh [...] e la sua asherah»

Verso la metà del secondo millennio, in Palestina (a Tell-Tanek) Athirat è presente quale sposa -paredra di Haddu/Ba'al. Sia i ritrovamenti archeologici che i testi biblici documentano tensioni, nel periodo monarchico, tra gruppi che veneravano Yahweh insieme a divinità locali come Asherah e Ba'al e gruppi che insistevano con la venerazione esclusiva di Yahweh.[4][5] La fonte deuteronomista fornisce la prova di un forte partito monoteistico durante il regno di re Giosia (seconda metà del VII secolo), ma la forza e il predominio di una precedente venerazione monoteistica di Yahweh è discussa, in quanto dipendente da quanto materiale deuteronomistico sia basato su fonti più antiche e quanto sia il frutto di un'invenzione dei redattori deuteronomistici volta a rinvigorire la loro visione teologica.[6] I ritrovamenti archeologici registrano l'ampia diffusione del politeismo all'esterno e all'interno di Israele durante il periodo della monarchia.[5]

Ad esempio, una struttura cultuale a Taanach (Israele settentrionale, vicino Megiddo) e risalente al X secolo a.C. mostra usi chiaramente politeistici. La struttura ha quattro livelli, o registri. Su quello inferiore, c'è una figura femminile con mani poggiate sulle teste di leoni che le sono posti lateralmente; la figura femminile può essere interpretata come una dea, Asherah, Astarte o Anat. Il terzo registro presenta due figure simili a sfingi alate con uno spazio vuoto tra loro. Il secondo livello contiene un albero sacro fiancheggiato su ambo i lati da ibis, mentre il quarto registro presenta un quadrupede (un bovino o un cavallo) sovrastato dal disco solare. Non è chiaro se Taanach fosse sotto controllo israelita o cananita quando la struttura cultuale fu costruita, e le interpretazioni sono varie.[7] Se il quadrupede sul quarto livello fosse un bovino, potrebbe essere identificato con Yahweh o con Baal, col disco solare a rappresentare o il dio del sole o il cielo.[8][9] La maggior parte degli autori concordano col fatto che l'albero sacro al secondo livello vada identificato con una asherah, inteso come oggetto di culto piuttosto che come l'immagine di una divinità.[9][10] Le sfingi alate al secondo livello sono state interpretate come cherubini, tra i quali sarebbe stato rappresentato un'invisibile Yahweh, sebbene un'interpretazione alternativa sia che lo spazio vuoto servisse per permettere agli osservatori di vedere un fuoco o delle figurine all'interno della struttura.[11] Sebbene una varietà di interpretazioni sia possibile, Mark S. Smith conclude che «assumendo che la datazione di questa struttura al X secolo sia corretta, essa testimonia il politeismo in quest'area».[8]

Un altro esempio di politeismo nel Levante meridionale è la scoperta di una combinazione di iscrizioni e iconografie in un centro religioso/foresteria a Kuntillet Ajrud, nel deserto del Sinai settentrionale, che risale all'VIII secolo a.C.[12] Tra i vari ritrovamenti, una grande giara ha attirato molta attenzione. Sul fianco della giara, sono presenti motivi iconografici che mostrano tre figure antropomorfiche e un'iscrizione che nomina appaiati «Yahweh [...] e la sua asherah»[13]. L'iscrizione suggerì le prime identificazioni delle due figure in piedi con Yahweh e la sua consorte Asherah, ma lavori successivi le identificarono come figure di Bes.[14] Un certo numero di studiosi, inclusi William G. Dever[15] e Judith Hadley,[16] continuano a interpretare l'iscrizione come un riferimento ad Asherah intesa come una dea israelita e consorte dei Yahweh. William Dever ha scritto un libro intitolato Did God Have a Wife?[15] («Dio aveva una moglie?») che fa una panoramica dei ritrovamenti archeologici sottolineando la scoperta nel territorio dell'antico Regno di Israele di numerose figurine femminili come una prova a favore della sua teoria, secondo la quale Asherah ricopriva il ruolo di dea e consorte di Yahweh nella religione popolare israelita del periodo monarchico. Di opinione differente sono altri autori, tra cui Mark S. Smith,[17] John Day[18] e Andre Lemarie,[19] i quali considerano l'«asherah» di queste iscrizioni come un oggetto di culto, un albero stilizzato o un luogo di venerazione attraverso il quale la benedizione di Yahweh era impartita, piuttosto che una dea che potesse fungere da consorte.[20] «Né l'iconografia né il testo ci obbligano ad interpretare la relazione tra "Yahweh ... e la sua asherah" in Ferro IIB nel senso di una relazione (sessualmente sancita) di due forze che sono accoppiate, e così imporci di conferire ad asherah la condizione di compagna. L'"asherah di Yahweh" non ha lo stesso rango di Yahweh, ma è piuttosto un'entità di mediazione, che porta la sua benedizione ed è concepita mentalmente nella forma di un albero stilizzato che era così subordinato a Yahweh».[21]

La Bibbia ebraica usa il termine «asherah» in due sensi, come un oggetto di culto e come un nome divino.[22] Come oggetto di culto, l'asherah può essere «costruito», «abbattuto» e «bruciato», e Deuteronomio 16:21 proibisce di piantare alberi come asherah:

« Non erigerai per te nessuna ascerah di alcuna specie di legno accanto all'altare che costruirai all'Eterno, il tuo Dio. »   (Deuteronomio 16:21)

intendendo un albero stilizzato o un tronco potato.[23] In altri versi si intende chiaramente una dea, come, per esempio, in Secondo libro dei Re, 23:4-7, dove degli oggetti sono realizzati «per Baal e Asherah»:[24]

« 4 Il re comandò quindi al sommo sacerdote Hilkiah, ai sacerdoti del secondo ordine e ai portinai di portare fuori dal tempio dell'Eterno tutti gli oggetti che erano stati fatti per Baal, per Ascerah e per tutto l'esercito del cielo; poi li bruciò fuori di Gerusalemme nei campi del Kidron e portò le loro ceneri a Bethel. 5 Inoltre soppresse i sacerdoti idolatri che i re di Giuda avevano stabilito per bruciare incenso negli alti luoghi nelle città di Giuda e nei dintorni di Gerusalemme, e quelli che bruciavano incenso a Baal, al sole, alla luna, ai segni dello zodiaco e a tutto l'esercito del cielo. 6 Fece portare l'Ascerah dalla casa dell'Eterno fuori di Gerusalemme al torrente Kidron; la bruciò presso il torrente Kidron, la ridusse in cenere e fece gettare le sue ceneri sui sepolcri della gente del popolo. 7 Demolì anche le case degli uomini che si davano alla prostituzione sacra che si trovavano nella casa dell'Eterno, dove le donne tessevano tende per Ascerah. »   (2 Re 23:4-7)

I riferimenti ad asherah in Isaia 17:8 e 2:8 suggeriscono che non vi era distinzione nel pensiero antico tra l'oggetto e la dea:[25]

« Non si volgerà più agli altari, opera delle sue mani e non guarderà più a quel che le sue dita hanno fatto, agli Ascerim e agli altari per l'incenso. »   (Isaia 17:8)
« Il loro paese è pieno di idoli; si prostrano davanti all'opera delle loro stesse mani, davanti a ciò che le loro dita hanno fatto. »   (Isaia 2:8)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Driver, G.R., "Canaanite Myths and Legends", T & T Clark, Edinburgh, 1971
  2. ^ P. Merlo, La dea Ašratum, Airatu, Ašera, Roma 1998, 11-27.
  3. ^ Raphael Patai, «The Goddess Asherah», Journal of Near Eastern Studies 24.1/2 (1965:37-52) p. 39.
  4. ^ 1 Re 18, Geremia 2.
  5. ^ a b Keel (1998); Smith, (2001).
  6. ^ Steven L. McKenzie, «Deuteronomistic History», The Anchor Bible Dictionary Vol. 2, Doubleday (1992), pp. 160-168; Smith, (2001) pp. 151-154
  7. ^ Patrick D. Miller, The Religion of Ancient Israel, Westminster John Knox Press (2000) pp. 43-45
  8. ^ a b Smith (2002), p. 53.
  9. ^ a b Hadley (2000), pp. 175-176
  10. ^ Keel (1998), pp. 207-237
  11. ^ Hadley (2000), pp. 174-175
  12. ^ Ze’ev Meshel, Kuntillet ‘Ajrud: An Israelite Religious Center in Northern Sinai, Expedition, Summer 1978, pp. 50-55
  13. ^ Merlo (1994)
  14. ^ Day (2002), pp. 50-51
  15. ^ a b Dever (2005).
  16. ^ Hadley (2000), pp. 122-136.
  17. ^ Smith (2002), p. xxxii-xxxvi.
  18. ^ Day (2002), pp. 50-52
  19. ^ André Lemaire, «Who or What Was Yahweh's Asherah?», BAR 10:06, Nov/Dec 1984
  20. ^ «Kuntillet ‘Ajrud», Mercer Bible Dictionary, Mercer University Press (1991) pp. 494-494.
  21. ^ Keel (1998) p. 237.
  22. ^ K. van der Toorn, Bob Becking, Pieter Willem van der Horst, Dictionary of deities and demons in the Bible, p. 99.
  23. ^ Van der Toorn, p.101.
  24. ^ Van der Toorn, p. 102.
  25. ^ Van der Toorn, p. 103.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Tilde Binger, Asherah: Goddess in Ugarit, Israel, and the Old Testament (Sheffield Academic Press,1997) ISBN 1-85075-637-6.
  • John Day, Yahweh and the Gods and Goddesses of Canaan, Sheffield Academic Press (2002)
  • William G. Dever, Did God Have A Wife? Archaeology And Folk Religion In Ancient Israel (Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2005)
  • Judith M. Hadley, The Cult of Asherah in Ancient Israel and Judah: Evidence for a Hebrew Goddess, Cambridge University Press (2000)
  • Othmar Keel, Christoph Uehlinger, Gods, Goddesses, and Images of God in Ancient Israel, Fortress Press (1998)
  • Jenny Kien, Reinstating the Divine Woman in Judaism (Universal 2000)
  • Asphodel P. Long, In a Chariot Drawn by Lions (Crossing Press 1993).
  • Paolo Merlo, "L'Ašerah di Yhwh a Kuntillet ˁAjrud. Rassegna critica degli studi e delle interpretazioni", in Studi Epigrafici e Linguistici sul Vicino Oriente antico 11, 1994, 21-55.
  • Paolo Merlo, La dea Ašratum, Atiratu, Ašera. Un contributo alla storia della religione semitica del Nord, (Corona Lateranensis, Roma 1998).
  • Raphael Patai, The Hebrew Goddess (Wayne State University Press 1990)
  • William L. Reed, The Asherah in the Old Testament (Texas Christian University Press, 1949).
  • Mark S. Smith, The Origins of Biblical Monotheism: Israel's Polytheistic Background and the Ugaritic Texts, Oxford University Press (2001)
  • Mark S. Smith, The Early History of God, Yahweh and Other Deities in Ancient Israel, Eerdmans (2002)
  • Steve A. Wiggins, A Reassessment of "Asherah": A Study According to the Textual Sources of the First Two Millennia B.C.E. (Kevelaer: Verlag Butzon & Bercker; Neukirchen-Vluyn: Neukirchener Verlag, 1993). Seconda edizione: (Piscataway, NJ: Gorgias Press, 2007) ISBN 1-59333-717-5.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]