Dio (ebraismo)

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1leftarrow.pngVoce principale: Dio.

(HE)

« אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה / Eyeh Asher Eyeh »

(IT)

« Io sono quello che sono[1] »

(Esodo 3.14)

La concezione di Dio nell'ebraismo è rigorosamente monoteistica. Dio è un essere unico indivisibile incomparabile che è la causa prima dell'universo e causa ultima di tutta l'esistenza. La tradizione ebraica insegna che il vero aspetto di Dio è incomprensibile e inconoscibile, e che è solo l'apparenza rivelata di Dio che ha causato l'esistenza dell'universo e interagisce con l'uomo e col mondo. Nell'Ebraismo, l'unico Dio di Israele è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che è la guida del mondo, ha liberato Israele dalla schiavitù in Egitto e ha dato loro le 613 mitzvot sul Monte Sinai, come descritto nella Torah. Ha anche dato le Sette Leggi di Noè a tutto il genere umano.

Nella religione ebraica, e nella Torah, Dio è quindi visto come l'Essere supremo, creatore, governatore del mondo e degli uomini, giudice supremo e padre, la cui giustizia è temperata dalla misericordia, i cui propositi sono realizzati da agenti prescelti che possono essere sia individui sia nazioni. Dio comunica la sua volontà attraverso profeti e altri strumenti stabiliti.

La fede del popolo ebraico è in un primo momento un culto di monolatria (conosciuto anche come enoteismo): ogni popolo ha il suo Dio, ma il Dio del popolo ebraico è l'unico che Israele adora e serve. Sono eco di questa concezione passi biblici come quelli che dicono: "Il Signore è il nostro Dio, il più grande di tutti gli dèi", riferendosi in questo caso ai 70 angeli principi delle 70 Nazioni. Ci si riferisce a lui come il "Dio dei nostri padri", "il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe".

Il Dio degli ebrei è creatore di tutte le cose, che ha plasmato dal nulla. Il profeta Ezechiele, rappresentando la maestosità del "Creatore" e della sua perfetta organizzazione in un simbolico carro celeste, parlò della presenza di quattro creature viventi, cherubini, ai lati di questo carro. Ogni creatura aveva quattro facce che rappresentano i quattro principali archetipi angelici poi correlati nell'esegesi ebraica anche agli attributi di Dio. In particolare le figure descritte da Ezechiele sono:

  • una faccia d'aquila, che simboleggia la profonda sapienza di Dio (Proverbi 2:6);
  • una faccia di toro, che con la sua leggendaria potenza raffigura l'onnipotenza di Dio (Giobbe 37:23);
  • una faccia di leone, simbolo della coraggiosa giustizia di Dio (Deuteronomio 32:4);
  • una faccia d'uomo, simbolo dell'amore di Dio, in quanto l'uomo è l'unica creatura in grado di manifestare intelligentemente questa qualità.

Il Dio degli ebrei è un dio impegnato in loro favore (all'inizio), e verso tutti gli uomini (tempi più tardi). Israele nasce come popolo quando sperimenta che Dio lo libera della schiavitù d'Egitto. Da quel momento in avanti Dio è colui che dice "presente" (la radice del nome è la stessa radice del verbo essere coniugato al presente indicativo = Io sono = Io sono qui con te), e gli è accanto per accompagnarlo e salvarlo. Anche le circostanze dolorose, come cadere in mano dei nemici o l'Esilio babilonese, sono interpretate come un'azione di Dio che corregge il suo popolo a causa dei suoi peccati ma ciò solo in alcuni episodi storici infatti il fine della storia, apice della Creazione, riguarda l'era messianica.

Il Dio di Israele ha un nome proprio, scritto YHWH (ebraico: יְהֹוָה – ebr. moderno: Yehovahtiberinese: Yəhōwāh) nella Bibbia ebraica. Il nome YHWH è una combinazione del futuro, presente e passato del verbo "howa" ((HE) הוה) che significa "essere" e tradotto significa letteralmente "L'Uno Autoesistente". Una ulteriore spiegazione del nome fu data a Mosè quando YHWH dichiarò: "Eyeh Asher Eyeh" ((HE) אהיה אשר אהיה) "Io Sono Colui Che È" (Esodo 3.14, tradotto anche " "Io Sono Colui Che Sono") – il nome si riferisce a Dio come Dio è veramente, l'Essenza rivelata di Dio, che trascende l'universo. Rappresenta inoltre la compassione di Dio verso il mondo. Nella tradizione ebraica un altro nome di Dio è Elohim, relativo all'interazione tra Dio e l'Universo, Dio manifestato nel mondo fisico, designando la giustizia di Dio, e significa: "Colui che è la totalità dei poteri, delle forze e delle cause dell'Universo".[2]

Nomi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Nomi di Dio nella Bibbia.

Secondo l'Ebraismo ortodosso, i sette nomi di Dio sui quali gli scribi devono prestare particolare attenzione e le cui singole lettere non devono mai essere cancellate, sono: YHWH, El, Eloah, Elohim, Elohay, Shaddai, Tzeva'ot.[3]

YHWH[modifica | modifica wikitesto]

Il nome "YHWH" è noto come Tetragramma — letteralmente: "le quattro lettere". Gli ebrei tradizionalmente non lo pronunciano,[4] e si riferiscono a Dio invece con Hashem, letteralmente: "il Nome". Durante la preghiera il nome viene sostituito con Adonai, che potrebbe significare "il [mio] Signore".

Molti biblisti asseriscono che la vocalizzazione dell'ebraico יְהֹוָה (ebr. moderno: Yehovahtiberiense: Yəhōwāh) combini le consonanti YHWH con le vocali di "Adonai" come richiamo mnemonico, per impedire al lettore di pronunciare il nome proprio di Dio YHWH, che è proibito a tutti gli ebrei dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Pertanto, la pronuncia errata di Yəhōwāh sarebbe in realtà una forma ibrida di annotazione, molto probabilmente sviluppata nel Medioevo dagli studiosi masoretici. Nella teologia cristiana a volte si presume che possa essere stata presente nelle tradizioni magiche al di fuori dell'Ebraismo, nella tarda antichità. [5]

Aiuto
YHWH (info file)
Pronuncia di YHWH come Yəhōwāh

D'altro canto, alcuni esegeti sostengono che la pronuncia della combinazione masoretica di consonanti e vocali potrebbe riflettere una tradizione antica, dato che le vocali di "Yehovah" e "Adonai" non sono in realtà esattamente identiche, e molti nomi ebraici teoforici contengono "yeho" (le prime due sillabe di "Yəhōwāh "in ebraico - gio in italiano) all'inizio del nome, come ad esempio Yehoshua (Giosuè), Yehonatan (Gionata) e Yehoshafat (Giosafat). Ciò implica che una vocalizzazione del nome YHWH simile a quella indicata dai diacritici masoretici sia riflessa anche da alcuni nomi ebraici antichi, e sarebbe quindi possibile che rispecchino una vocalizzazione del nome realmente utilizzata.[6]

Divinità[modifica | modifica wikitesto]

Divinità[7] è il termine che a volte viene usato dall'Ebraismo per riferirsi a "Dio come Dio è in Se Stesso".

Concezione razionalista[modifica | modifica wikitesto]

Nella filosofia di Maimonide e di altri filosofi ebrei razionalisti, c'è poco che possa essere basato sulla "Divinità" che non sia quello della sua "esistenza", e anche questo può solo essere asserito ambiguamente.

« Come può quindi essere rappresentata una relazione tra Dio e ciò che è diverso da Dio, quando non vi è alcuna nozione che comprenda in alcun modo entrambi, in quanto l'esistenza di Dio è, a nostro parere, affermata, che Dio sia esaltato, e di ciò che è diverso da Dio solo a titolo di equivocazione assoluta. Non vi è, in verità, nessuna relazione, in nessun modo, tra Dio e qualsiasi delle creature di Dio. »
(Maimonide, Moreh Nevuchim)

Concezione mistica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cabala.

Nel pensiero mistico ebraico (Cabala), il termine "Divinità" di solito si riferisce al concetto di En Sof (אין סוף), che è l'aspetto di Dio che si trova al di là delle emanazioni (sefirot). La "conoscibilità" della Divinità nel pensiero cabalistico non è migliore di quella che è determinata dai pensatori razionalisti. Come dice Rabbi Jacobs (1973), "di Dio, come Dio che è in Se Stesso - En Sof - assolutamente nulla si può dire, e nessun pensiero può comprenderlo".

« En Sof è il luogo dell'oblio e del dimenticare. Perché? Perché si può ottenere la realtà di tutte le Sefirot dalla profondità della saggezza superna, da dove si può distillare una cosa da un'altra. Tuttavia, per quanto riguarda En Sof, non vi è nessun aspetto in nessun luogo dove si possa cercare o approfondire; nulla si può sapere di En Sof, poiché è nascosto e celato nel mistero del nulla assoluto. »
(David ben Judah Hehasid[8])

Monoteismo[modifica | modifica wikitesto]

« Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n'è altro. »   (Deuteronomio 4.39 [1])

L'Ebraismo si basa su un rigoroso monoteismo: questa dottrina esprime la credenza in un solo Dio indivisibile.[9] Il culto di molteplici dei (politeismo) e il concetto di un Dio singolo con più persone (come nella dottrina della Trinità) sono altrettanto inimmaginabili dall'Ebraismo. La principale e più importante dichiarazione per eccellenza in termini di definizione di Dio è lo Shemà Israel, originariamente apparso nella Bibbia ebraica: "Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno", anche tradotto come " Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo" (Deuteronomio 6.4).

Dio è concepito come eterno, creatore dell'universo e fonte della moralità. Dio ha il potere di intervenire nel mondo. Il termine "Dio" corrisponde quindi ad una vera realtà ontologica e non è solo una proiezione della psiche umana. Maimonide descrive Dio in questo modo: "C'è un Essere, perfetto in ogni modo possibile, che è la causa ultima di ogni esistenza. L'intera esistenza dipende da Dio e deriva da Dio."

Poiché tutta l'esistenza emana da Dio, la cui esistenza non dipende da altro, alcuni saggi ebrei hanno percepito Dio come interpenetrante nell'Universo, quest'ultimo stesso reputato una manifestazione dell'esistenza di Dio. In questo modo l'Ebraismo può considerarsi simile al panenteismo, affermando sempre un monoteismo genuino. La Bibbia ebraica e la letteratura rabbinica classica professano il teismo e rifiutano il deismo. Tuttavia, nelle opere dei filosofi ebrei medievali, come Abraham ibn Daud e Gersonide, forse influenzati dalla filosofia neoaristotelica, si può riscontrare una visione di cosiddetta onniscienza limitata.[10]

Per l'Ebraismo, l'idea di Dio come una dualità o trinità è un'eresia - viene considerata simile al politeismo. "[Dio] causa di tutto, è Uno. Ciò non significa che è il primo di una serie, né che è uno come una specie (che comprende molti individui), né uno come per un oggetto fatto di molti elementi, né come un singolo oggetto semplice che può essere diviso all'infinito. Dio è invece un'unità dissimile da qualsiasi altra unità possibile." Ciò viene riportato nella Torah: "Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno".(6.4)[11]

Sebbene gli ebrei affermino che i concetti trinitari di Dio siano errati, esiste una minoranza che ritiene i non ebrei che credono in tali concetti (Shituf)[12] non colpevoli di politeismo, a patto che rispettino le Leggi noachiche.

Divina Onnipotenza[modifica | modifica wikitesto]

La fede ebraica nell'onnipotenza di Dio è profondamente radicata nella Bibbia:[13]

  • "Perché Sara ha riso dicendo: «Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia?» C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore?" Genesi 18.13-14
  • "Date al Signore gloria e potenza." Salmi 29.1

Anche la maggior parte della letteratura rabbinica presenta Dio con gli attributi di onnipotenza, onniscienza e infinita bontà. Questo è ancora il modo principale in cui la maggior parte degli ebrei ortodossi e molti non-ortodossi vedono Dio.

La questione della teodicea è stata sollevata nuovamente, soprattutto dopo gli orrori estremi dell'Olocausto, e diverse risposte teologiche sono emerse, che vengono esaminate sotto la voce separata: "Teologia dell'Olocausto". Le questioni centrali prendono in considerazione se e come Dio sia onnipotente e infinitamente buono, data l'esistenza del male nel mondo, in particolare la Shoah.

Sovranità di Dio[modifica | modifica wikitesto]

« Io sono il Signore tuo Dio »   (Esodo 20.2 [2])

I sono il tuo Creatore, il tuo Legislatore, il tuo Giudice; il Direttore dei tuoi pensieri, dei tuoi sentimenti, delle tue parole e azioni. Ciascuna delle tue possessioni interiori ed esteriori ti sono state elargite dalla Mia mano; ogni respiro della tua vita ti è stato ripartito da Me. Considera te stesso e tutto ciò che è tuo quale Mia proprietà e dedicati interamente a Me, con ogni frazione delle tue possessioni, ogni momento del tuo tempo; con mente, sensi, forza fisica e mezzi, con parola e azione. Sii lo strumento, l'agente della Mia volontà con tutto ciò che hai ricevuto e riceverai; e unisciti quindi liberamente al coro della creazione come Mia creatura, Mio servo, come uomo e come israelita.
(Samson Raphael Hirsch, Horeb, Vol. I, 4.4)

Interrelazione umana con Dio[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte dell'Ebraismo classico considera Dio come personale, il che significa che gli esseri umani hanno un rapporto con Dio e viceversa. Gran parte del midrash e molte preghiere del siddur (libro di devozioni) raffigurano un Dio che si interessa all'umanità, più o meno allo stesso modo in cui gli esseri umani si interessano a Dio.

Harold Kushner, un rabbino conservatore, scrive che "Dio dimostra il Suo amore per noi, scendendo a colmare il divario immenso tra Lui e noi. Dio manifesta il Suo amore per noi, invitandoci a entrare in un'Alleanza (brit) con Lui, e condividendo con noi la Sua Torah."[14]

Secondo l'Ebraismo, le azioni delle persone non hanno la capacità di influenzare Dio positivamente o negativamente. Il Libro di Giobbe nella Bibbia ebraica afferma:

« Contempla il cielo e osserva, considera le nubi: sono più alte di te. Se pecchi, che gli fai? Se moltiplichi i tuoi delitti, che danno gli arrechi? Se tu sei giusto, che cosa gli dai o che cosa riceve dalla tua mano? Su un uomo come te ricade la tua malizia, su un figlio d'uomo la tua giustizia! »   (Giobbe 35.5-8 [3])

Qualsiasi convinzione che un intermediario tra l'umanità e Dio possa essere utilizzato, quando necessario o anche opzionalmente, è sempre stata considerata eretica. Maimonide scrive che "Dio è l'unico che possiamo servire e lodare .... Non possiamo agire in questo modo nei confronti di nessun altro al di sotto di Dio, che si tratti di un angelo, una stella, o uno degli elementi .... Non ci sono intermediari tra noi e Dio. Tutte le nostre preghiere devono essere dirette a Dio .... niente altro deve essere mai preso in considerazione."

Alcune autorità rabbiniche differiscono da questo punto di vista. In particolare Nachmanide era del parere che fosse permesso di chiedere agli angeli di supplicare Dio in nostro favore. Questo argomento si manifesta in particolare nella preghiera selichah chiamata "Machnisay Rachamim", una richiesta agli angeli di intercedere presso Dio. Edizioni moderne delle Selichot includono questa preghiera.

Natura di Dio[modifica | modifica wikitesto]

Dio non ha fisicità, né corporeità, ed è eterno. Una convinzione corollaria è che Dio è totalmente differente dall'uomo e non può in nessun modo essere considerato antropomorfico, come indicato nei Tredici principi di fede di Maimonide. Tutte le dichiarazioni contenute nella Bibbia ebraica e nella letteratura rabbinica che utilizzano l'antropomorfismo si reputano essere presunti linguistici o metafore, in quanto sarebbe altrimenti impossibile parlare di Dio.

Sapienza di Dio[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il Libro della Sapienza,[15] la Sapienza di Dio ha 21 attributi:

« In essa c'è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell'uomo, stabile, sicuro, senz'affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. La sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. È un'emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell'Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s'infiltra. È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine della sua bontà. Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza. Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere. »   (Libro della Sapienza 7.22-30 [4])

Poiché tutto ciò viene attribuito anche a Dio, è chiaro che questa "sapienza" è considerata solo come uno strumento, non come delegato del Divino. La Sapienza parla anche del "Logos" (Siracide 2.2-3;9.1-2;16.12;18.14-16 etc.) e questo, preso in relazione alla sua concezione particolare di Sapienza, rende il libro un anello importante della catena che porta dalla concezione assoluta di Dio del Giudaismo palestinese alla teoria dell'agenzia mediatrice della Parola (Λόγος, "Memra")[16] in Filone di Alessandria.[17] Filone è il filosofo ebreo che con coraggio, anche se non sempre in modo coerente, tenta di armonizzare l'esistenza sopramondana e la maestà del Dio Unico con il Suo essere il Creatore e Regolatore di tutto. Ripristinando il linguaggio del Tanakh, secondo il quale "dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera" (Salmi 33.6) - passo che è anche alla base dell'uso targumico di Memra (vedi antropomorfismo ) - e nel complesso, ma non sempre, ipotizzando che la materia fosse increata, Filone introduce il Logos come l'agente mediatore tra Dio nell‘Alto e il mondo fenomenico terreno.[18]

Dio e le 70 Nazioni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Tavola delle Nazioni.

Molti numeri possiedono uno speciale simbolismo nell'Ebraismo - i 4 bicchieri di vino, i 5 Libri di Mosè, le 12 Tribù d'Israele, i 613 mitzvot, ecc. - ma un numero che forse non è stato considerato troppo speciale è il numero 70.

Il Midrash Alpha Beisa spiega il significato importante di questo numero:

“Dio, che ha settanta Nomi, diede la Torah, che ha settanta nomi, a Israele, che ha settanta nomi (i settanta nomi di Dio a di Israele sono elencati da Ba'al ha-Turim nel suo commentario a Numeri 11.16), e che si originò da settanta persone che andarono giù in Egitto con Giacobbe (elencate in Genesi 46.8-27), e fu scelto tra settanta nazioni (elencate in Genesi 10), per celebrare settanta giorni santi dell'anno (52 Shabbat e 18 festival, inclusi i Giorni Intermedi di Pesach e Succot). La Torah fu trasmessa a settanta anziani (Midrash Yelamdeinu), e tutelata dal Sinedrio dei 70 Saggi (Numeri 11.16) ... Ci sono 70 configurazioni della Torah (Zohar, Genesi 36), che fu tradotta in settanta lingue per renderla comprensibile a settanta nazioni (Sotah 32a), e fu scolpita su settanta pietre dopo che Israele ebbe attraversato il Giordano (Deuteronomio 27.8) verso la Terra Santa. Nella Città Santa di Gerusalemme, che ha settanta nomi, costruirono il Tempio, che ha settanta colonne. Colà, durante il Succot, settanta sacrifici venivano offerti (29.13-34) per il bene delle settanta nazioni del mondo che hanno settanta rappresentanti tra gli angeli celesti.”[19][20]

Il rabbino Judah Loew, noto anche come il Maharal di Praga (1520 c. -1609), scrive che il numero sette rappresenta l'interezza di questo mondo naturale, che fu creato in sette giorni (sei giorni di creazione, completati nello Shabbat) e che dureranno per settemila anni (seimila anni, più uno Shabbat di mille anni - cfr. Talmud Sanhedrin 97a). Inoltre qualsiasi numero per dieci rappresenta il suo pieno potenziale espanso – cosicché settanta di qualcosa rappresenta tutti i potenziali aspetti di tale cosa nel mondo naturale.[21]

Il Maharal di Praga scrive inoltre che il numero 70 è basilare per i punti fondamentali della storia: dopo il Diluvio, settanta nazioni discesero da Noè; settanta lingue emersero alla costruzione della Torre di Babele; la nazione ebraica iniziò con le settanta persone che andarono in Egitto con Giacobbe; e nel Mondo a venire, le settanta nazioni principali riconosceranno Dio come l'Unico e Solo Signore del mondo.

Rabbi Avraham Chaim Feuer, nel suo importante commentario ai Tehillim,[22] cita Rabbi David Feinstein che spiega il significato dei molti paralleli del numero 70 – settanta nazioni, settanta membri della famiglia di Giacobbe, settanta lingue principali, settanta configurazioni della Torah, ecc. – come segue:

Ognuna delle 70 nazioni rappresenta una caratteristica unica, come dicono i Saggi, una eccelleva in guerra, un'altra in dissolutezze, una terza in bellezza, e così via. Tutte queste virtù e tensioni di carattere sono presenti anche in Israele, poiché ogni persona ha doni da sviluppare e tentazioni da superare. Dio vuole che tutte le nazioni si elevino al loro massimo potenziale spirituale. Queste variazioni erano presenti in ciascuno dei membri della famiglia di Giacobbe. E le settanta lingue usate da Mosè hanno in parallelo le settanta configurazioni della Torah; ognuna parla ad una delle settanta caratteristiche con cui Dio ha popolato il mondo. Israele, come modello spirituale e leader del mondo, deve dimostrare in sé che la sua eminenza è alla portata di ogni nazione; che ogni tipo di persona può vivere una vita elevata, guidata dalla Torah. Di conseguenza, una parte significativa della vita ebraica ruota intorno al numero 70 per simboleggiare che ogni virtù nazionale può essere sfruttata a fini sacri.

Un altro parallelo del numero 70 ha a che fare con il punto decisivo finale della storia:

Salmi 20, che inizia con le parole "Lamnatzei’ach Mizmor L’Dovid – Al maestro del coro, un Salmo di Davide.", viene recitato quotidianamente verso la fine del servizio della preghiera Shacharit. In questo Salmo, si chiede a Dio: "rispondici, o Signore, quando ti invochiamo" nei momenti di grande sofferenza e angoscia. Il Gaon di Vilna, nello Yahel Ohr (2:119:2) nota che ci sono settanta parole in questo Salmo, corrispondenti ai settanta anni di travagli e sofferenze - che i testi classici riportano come le "doglie della nascita del Messia"- che il popolo ebraico dovrà provare prima che il Messia arrivi e li redima. L'augurio del Gaon è che tutti meritino di vedere l'era messianica, quando tutte le settanta nazioni del mondo si uniranno con il popolo ebraico - sotto un'unica Torah e un Unico Dio.[23]

Studi recenti[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine del XX secolo e inizio del XXI, ci sono stati notevoli nuove scoperte, sia iconografiche che epigrafiche, che hanno ispirato un revival di interesse per la religione israelita e le radici del monoteismo nella Bibbia. Nessun consenso è stato raggiunto dagli studiosi sulle origini del monoteismo nell'antica Terra di Israele, ma YHWH "chiaramente è derivato dal mondo degli dei del Vicino Oriente Antico."[24]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Traduzione di Rav Dario Disegni, in Bibbia ebraica- Pentateuco e Haftaroth, Firenze, Giuntina, 2010, p.95
  2. ^ "Eyeh asher Eyeh", saggio pdf di Gerardo Sachs sul Nome di Dio, da Jewish Bible Quarterly, Vol. 38, No. 4, 2010.(EN)
  3. ^ Rambam, Hilkhot Yesodey HaTorah, cap. 6 halakhah 2
  4. ^ Gli Ebrei considerano dall'antichità il tetragramma troppo sacro per essere pronunciato. La Halakhah prescrive che "il nome dev'essere pronunciato come Adonai", che anche è considerato un nome sacro, da usarsi solamente durante le preghiere; prescrivendo anche che per farvi riferimento si doveva usare la forma impersonale haShem ("il Nome") - cfr. Stanley S. Seidner,"HaShem: Uses through the Ages." Rabbinical Society Seminar, Los Angeles, 1987. Nelle traduzioni della Bibbia ebraica in altre lingue, normalmente si usa "il Signore" o "l'Eterno"; queste due ultime forme sono usate anche da quasi tutte le traduzioni cristiane dell'Antico Testamento.
  5. ^ Roy Kotansky, Jeffrey Spier, "The 'Horned Hunter' on a Lost Gnostic Gem", The Harvard Theological Review, Vol. 88, No. 3 (luglio 1995), p. 318: "Anche se molti studiosi credono che "Geova" sia una tarda (1100 e.v. circa) forma ibrida derivata dalla combinazione delle lettere latine JHVH con le vocali di Adonai (la versione tradizionalmente pronunciata di יהוה), molti testi magici in semitico e greco stabilisce una prima pronuncia anticipata del nome divino sia come Yehovah che Yahweh".
  6. ^ Nehemia Gordon, The Pronunciation of the Name (EN)
  7. ^ In altre lingue, il termine ha connotati semantici simili: cfr. per es. inglese: "Godhead", ingl. antico: Godhād = l'Essere Divino, Dio Vivente.
  8. ^ Cit. in Daniel C. Matt, "Ayin: The concept of nothingness in Jewish mysticism", su The Problem of Pure Consciousness, 1990, Oxford University Press, pp. 121–159.
  9. ^ int. al. "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio.
  10. ^ Gersonide "Opinioni sull'onniscienza".
  11. ^ Maimonide, I 13 principi di fede, Secondo Principio.
  12. ^ Fonti ebraiche usano il termine Shituf (traslitterazione dell'ebraico: שיתוף; anche traslitt. shittuf o schituf; letteralmente "associazione") per il culto e l'adorazione del Dio di Israele in una maniera che l'Ebraismo reputa non essere monoteistica. Il termine connota una teologia che non è completamente politeistica, ma che non viene considerata puramente monoteistica. tale termine è usato principalmente per la Trinità cristiana dalle autorità legali ebraiche che desiderano distinguere il Cristianesimo dal vero e proprio politeismo. Sebbene all'ebreo sia proibito adottare una teologia shituf, i non ebrei possono in qualche modo affermare una tale teologia senza essere considerati idolatri dagli ebrei. Pur tuttavia, se il Cristianesimo sia shituf o proprio politeismo, rimane tuttora in discussione nella teologia ebraica.
  13. ^ "Jewish Beliefs about God" in C/JEEP Curriculum Guide American Jewish Committee (EN)
  14. ^ Rabbi Harold Kushner, To Life! A Celebration of Jewish Being and Thinking, 1993..
  15. ^ Il testo di questa sezione è ricavato dalla Jewish Encyclopedia, "Wisdom of God" ed è un commentario del Libro della Sapienza, testo contenuto nella Bibbia cristiana ma non accolto nella Bibbia di religione ebraica. Composto da 19 capitoli, è scritto in lingua greca e redatto in Alessandria d'Egitto. L'antica tradizione cristiana lo aveva attribuito al saggio Re Salomone, ma nel 405, Girolamo lo attribuì a Filone di Alessandria e così anche Bonaventura da Bagnoregio. Gli studiosi biblici ritengono che la lingua usata e le idee espresse conducono ad un'origine greca del libro e che l'autore sia un ebreo di Alessandria d'Egitto.
  16. ^ Memra (= "Ma'amar" o "Dibbur", "Logos"), "La Parola" nel senso di parola o discorso creativo o direttivo, emessa da Dio che manifesta la Sua potenza nel mondo della materia o della mente; termine usato specialmente nel Targum quale sostituto di "il Signore" quando si deve evitare un'espressione antropomorfica.
  17. ^ La Lettera di Aristea non presenta una modifica più chiara della concezione di Dio (ma si veda la dichiarazione Eleazar in questa lettera, che dice "c'è un solo Dio e il suo potere è su tutte le cose"). Aristobulo, nei versi orfici (cfr. Jewish Encyclopedia: "Aristobulus of Paneas") insegna che Dio è invisibile (v. 20), ma che attraverso la mente Egli possa essere contemplato (vv. 11, 12). Creatore e Signore del mondo, Egli stesso è principio, mezzo e fine (vv. 8, 34, 35, 39). Ma la Sapienza esisteva prima del cielo e della terra; Dio è il "modellatore del cosmo" (v. 8) — tutte indicazioni che, sebbene non sufficientemente chiare per costituire la base di una conclusione, suggeriscono che nella teologia di Aristobulo avviene un allontanamento dalla dottrina della trascendenza di Dio e del Suo diretto controllo su tutto come il Creatore ex nihilo.
  18. ^ Jewish Encyclopedia, articolo "Wisdom of God" (EN) URL consultato 15/01/2013
  19. ^ Michael L. Munk, עולם האותיות: The Sacred Letters As a Guide to Jewish Deed and Thought, Mesorah, 1983, pp. 183-184.
  20. ^ articolo su torchweb (EN) URL consultato 15/01/2013
  21. ^ "Parshas Noach (5772)" su torchweb, cit.
  22. ^ Avraham Chaim Feuer, Schottenstein Ed Tehillim, Artscroll, 2001. ISBN 9781578195626
  23. ^ Parshas Noach (5772), cit..
  24. ^ Mark S. Smith, The early history of God: Yahweh and the other deities in ancient Israel, Eerdmans Publishing Co., 2ª ed., 2002. ISBN 978-0-8028-3972-5

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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