Iefte

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« [....] E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, i quali, per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trassero forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri »
(Paolo nella lettera agli Ebrei (11, 32-34) parlando degli uomini di fede dell'antichità - Bibbia CEI ediz. 1974)
Ritorno di Iefte raffigurato con la figlia che lo accoglie con il suo tamburello, di Giovanni Antonio Pellegrini.

Iefte (talvolta Jefte, o Jephta; dall'ebraico יפתח Yiftach / Yiptha) è un personaggio biblico della tribù di Manasse menzionato nel Libro dei Giudici, che servì come giudice[1] di Israele per un periodo di sei anni (Giudici 12,7).

Iefte è un personaggio biblico noto per aver fatto a Dio un voto senza riserve, voto che alla fine coinvolse la stessa sua unica figlia. È nel libro biblico di Giudici, dell'Antico Testamento, che vengono narrati gli avvenimenti inerenti a questo voto.

Prima di intraprendere la guerra con i pagani Ammoniti,[2] Iefte pronunciò a Dio questo voto: «Se darai nelle mie mani i figli d'Ammon, quando io ritornerò vincitore, chiunque per primo uscirà da casa mia per venirmi incontro, sarà del Signore e lo offrirò in olocausto»[3][4](Giudici 11,30-31)

Iefte combatté e vinse. Al suo ritorno a Mizpa la prima della sua casa che gli si fece incontro, danzando con un tamburello per festeggiare il padre e la sua vittoria, fu la sua unica figlia; le Sacre Scritture non citano il suo nome. Appena Iefte la vide, preso dalla disperazione, si lacerò le vesti. La fanciulla, turbata dal gesto, chiese al padre quale mai fosse il motivo di tanto turbamento. Il padre le parlò quindi del voto fatto a Dio, in tutta risposta ella gli rispose di adempiere quello che aveva promesso, ma di permetterle di trascorrere due mesi sulle montagne per piangere la sua verginità con le sue compagne. Trascorso il tempo la fanciulla fece ritorno a casa e si sottopose volontariamente al voto fatto dal padre. Su cosa consistesse in effetti tale voto e cosa realmente fosse "l'olocausto" ci sono da parte degli studiosi, tra le altre, due principali diverse interpretazioni (Giudici 11,34-40).

Il personaggio biblico[modifica | modifica wikitesto]

« ...abbandonarono l'Eterno e non lo servirono più »
(Giudici 10,6 - Nuova Diodati)

Figlio di una prostituta, Iefte fu giudice nella regione montuosa ad est del Giordano, Galaad, regione citata più volte nella Bibbia.

Iefte sorse come giudice in un tempo in cui gli Israeliti si erano allontanati dalla vera adorazione, adorando dei pagani come Baal, Astarte, gli dei di Siria, di Sidone, di Moab, gli dei dei filistei e dei figli di Ammon, (Giudici 10,6), un tempo in cui «...abbandonarono l'Eterno e non lo servirono più». Allontanato dai fratelli, probabilmente per una questione di eredità, Iefte si trasferì nella regione di Galaad nel comprensorio di Tob.

Iefte, raffigurato nel Promptuarii Iconum Insigniorum di Guillaume Rouillé

Gli abitanti della regione erano in quel tempo obiettivo delle scorribande di predoni ammoniti, un popolo pagano e crudele, che per i loro continui furti di bestiame perpetuati da oltre 18 anni, causava gravi perdite economiche agli abitanti israeliti della regione. Quello, secondo il racconto del libro biblico di Giudici, fu anche il tempo in cui il popolo, da prima allontanatosi dall'adorazione del vero Dio, rinsavì e chiese a Dio di essere aiutato anche con la scelta di un uomo giusto che potesse aiutarli e prendere anche il comando nell'imminente guerra, che avrebbe visto contrapposti gli ammoniti e le loro stesse tribù israelite della regione di Galaad.

Il popolo scelse Iefte, un uomo giusto e devoto a Dio, a lui sarebbe stato dato il comando di tutti gli uomini di Galaad contro i "figli di Ammon". Iefte accettò l'incarico ed in maniera equilibrata e giudiziosa cercò in un primo momento la mediazione. Mandò un messaggero al re di Ammon per denunciare le loro ingiustificate scorribande nei territori di Galaad.

In tutta risposta il re accampò una scusa provocatoria, rispondendo che gli ammoniti erano autorizzati a fare razzie perché le terre che ora occupava Israele erano in effetti state sottratte agli stessi ammoniti. Iefte fece notare che quella tesi non corrispondeva a verità e che fosse molto strano in tutti i casi, che per 300 anni a Israele non era stata contestata nessuna abusiva occupazione, e che lo si facesse solo ora.(Giudici 11,19-27)

Il problema vero, sentenziò Iefte, era un problema di adorazione e di devozione al vero Dio. Agli ammoniti, adoratori malvagi di Milcom o Moloch e di Chemosh, dei spietati e crudeli a cui venivano sacrificati esseri umani, soprattutto bambini, non sarebbe stato ceduto nemmeno un palmo del loro paese. Iefte aveva ormai capito, che la guerra con gli ammoniti era inevitabile, per cui chiese a Dio la sua guida per combattere quel popolo senza scrupoli, pronunciando un voto. In cambio della vittoria su quel popolo pagano, vittoria che secondo Iefte in tutti i casi sarebbe stata attribuita solo e unicamente al Dio di Israele, lui era disposto a "sacrificare" il primo e chiunque gli fosse venuto incontro al suo ritorno dalla battaglia.

La battaglia contro gli ammoniti si risolse con una loro schiacciante sconfitta, per cui Iefte, quando tornò a casa, mantenne la promessa votiva fatta a Dio.

Secondo il racconto di Giudici, dopo questi avvenimenti, il giudice Iefte incontrò l'opposizione degli efraimiti, israeliti anch'essi, che accamparono la scusa e la falsa accusa di non essere stati chiamati per unirsi agli abitanti di Galaad nella guerra contro gli ammoniti. Una menzogna, Iefte infatti aveva rivolto anche alla tribù di Efreaim quell'invito. Ne conseguì una disputa e quindi una guerra, con il risultato che gli efraimiti furono sconfitti da Iefte in due riprese, l'ultima con la sconfitta e l'annientamento di 42.000 efraimiti.

Nel racconto che ne fa Samuele nel suo primo libro, Iefte è definito "il liberatore" mandato da Dio, mentre nella lettera agli Ebrei, l'apostolo Paolo annovera Iefte fra «...il folto nuvolo di testimoni fedeli dell'antichità».

Il voto di Iefte, sacrificio o dedicazione a Dio?[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione del sacrificio cruento della figlia di Jefté in un'opera di Dionigi Gerolamo Donnini - Fondazione Pietro Manodori

Biblisti, apologeti e accademici, danno interpretazioni controverse al termine "olocausto", conseguente al voto fatto dal giudice Iefte, controversia quindi sulla reale sorte toccata a sua figlia.

Il termine "olocausto" infatti, è inteso da alcuni[5] in senso letterale, un vero e proprio sacrificio umano, per cui la figlia di Iefte venne uccisa e quindi sacrificata al Dio biblico alla stessa maniera di come venivano sacrificati gli animali, ovvero per scannamento.

D'altronde biblisti ed apologeti[6][7] fanno notare che questo sarebbe stato il solo e unico caso di sacrificio umano a Dio in tutta la Bibbia. Dio era stato da sempre avverso a tali sacrifici e aveva giudicato severamente, fino all'annientamento, i popoli che seguivano tali pratiche sacrificando a dei pagani donne e bambini.

Il voto: un sacrificio animale?[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni altri[chi?] hanno ipotizzato che Iefte, nel pronunciare il suo voto, si riferisse ad un sacrificio animale anziché ad una persona. Quindi l'animale che per primo fosse uscito da casa sua, sarebbe stato sacrificato.

Contesto e usanze israelite, ad avviso di alcuni apologeti, non confortano questa tesi.

Il voto di Iefte in effetti recitava: «Chiunque uscirà dalla porta di casa mia per venirmi incontro» (Giudici, 11:31) Ma :

  1. Gli Israeliti non avevano animali per i sacrifici in casa.
  2. Di che reale valore sarebbe stato un sacrificio animale in cambio di una vittoria, tanto da potersi considerare "un voto" di un certo peso, visto che gli Israeliti sacrificavano regolarmente animali a Dio?

Il voto: Un sacrificio umano?[modifica | modifica wikitesto]

Altri[5] ipotizzano un sacrificio cruento secondo cui la figlia di Iefte venne uccisa e quindi sacrificata a Dio dalla stesso padre Iefte.

Una delle principali domande che alcuni importanti biblisti si sono posti è stata: Poteva essere mai possibile, che l'amorevole Dio della Bibbia avesse accettato un sacrificio umano, pratica da Lui osteggiata e aspramente da sempre condannata?

Fanno notare inoltre che se quello di Iefte fosse stato realmente un sacrificio umano, questo può considerarsi l'unico sacrificio umano a Dio. In tutte le Sacre Scritture non troviamo nessun altro racconto di un altro sacrificio umano. La sua unicità nel racconto dell'intera Bibbia, dovrebbe suscitare secondo alcuni, il dubbio se anche quello di Iefte fosse davvero un sacrificio umano. Quanto coerente sarebbe stato il Dio della Bibbia, che condanna e annienta gli amalechiti, proprio per la loro pratica di sacrifici umani, e poi ne accetta uno da un suo fedele servitore come fu Iefte, che era stato utilizzato da Dio proprio per punire quelli amalechiti per quello stesso tipo di pratica? Inoltre, la figlia di Iefte era innocente, poteva mai una legge giustificare la sua uccisione, anche se offerta come olocausto a Dio?

Una pagina del Dictionnaire de la Bible di Fulcran Vigouroux

Se Iefte, un servitore che aveva operato fino ad allora sotto la potenza dello spirito di Dio (Giudici, 11:29) fosse stato un personaggio che avesse compiuto una azione sconsiderata, come mai Samuele, nel Vecchio Testamento, lo chiama "liberatore mandato da Dio"(1° libro di Samuele, 12:11) e Paolo nel Nuovo Testamento lo cita come un "esempio" eccelso di fede da seguire? (Ebrei, 11:32-34) Il biblista e teologo Ethelbert William Bullinger[8][9][10] in una sua pubblicazione che analizzava «...il gran nuvolo di testimoni...» di Ebrei 11[6][11] ammette che Iefte era un uomo non solo di grande fede, ma versato nella legge di Dio, lo dimostra il suo messaggio al re ammonita, per cui conosceva esattamente che cosa Dio gradiva e che cosa aborriva nell'adorazione che lo riguardava.

La fede basata sulla conoscenza dei propositi di Dio viene messa in risalto, secondo Bullinger, anche da ciò che scrive Paolo su di lui nella sua Lettera agli Ebrei, capitolo 11, dove Iefte è considerato esempio di fede: «Che avrebbe sacrificato sua figlia, e che Dio non avrebbe reprobo con una sola parola di disapprovazione un sacrificio umano è una teoria incredibile ed inaccettabile. E solo una umana interpretazione, su cui i Teologi hanno differito in tutte le età, e la quale non è mai stata raggiunta con un esame accurato del testo», così come fece, secondo Bullinger invece, il filosofo, grammatico e commentatore biblico ebreo Rabbi David KimhiRadak[12][13][14] nell'esaminare e tradurre il termine "voto".

In questa analisi Bullinger conclude: «Possiamo concludere dall'intero volume delle Scritture, come pure dai Salmi 106:35-38, Isaia 57:5 ecc. che il sacrificio umano era un'abominazione agli occhi di Dio; e non possiamo immaginare che Dio l'avrebbe accettato, o che Iefte avrebbe offerto, sangue umano. Sostenere questa idea è una diffamazione su Jehovah come pure su Iefte».[6][7]

Anche l'accademico, teologo e apologista Fulcran Vigouroux nel suo Dictionnaire de la Bible sostiene lo stesso punto di vista di Bullinger, sostenendo che il voto di Iefte non riguardava il sacrifico umano della figlia.[5]

D'altronde The Catholic Encyclopedia sostiene un punto di vista diverso, giudicando quel periodo in cui avvennero gli avvenimenti raccontati nel libro biblico di Giudici, un periodo in cui non esisteva alcuna etica di comportamento, una condizione "eticamente barbara" e trasgressiva,[15] un clima in cui quindi, il sacrificio umano da parte degli abitanti di Galaad era credibile e praticabile.

Il teologo e studioso biblico Adam Clarke, nel suo Commentario del libro biblico di Giudici sostiene invece che non ci fu nessun sacrificio umano proprio perché erano le stesse precise leggi di Dio date ad Israele a vietarlo. Dopo aver esaminato i diversi tipi di sacrifici compiuti in quel tempo, umani per i pagani ed animali per gli israeliti, in una sua importante opera,[16] il teologo sostiene che Iefte non avrebbe potuto sacrificare sua figlia per le seguenti ragioni e considerazioni:

Figlia di Iefte con tamburello - in una illustrazione di Jacques Joseph Tissot
  1. Il sacrificio di bambini al dio ammonita Moloc era considerato da Dio un abominio. In diversi e innumerevoli occasioni Dio esprime il suo odio verso tale pratica. Esisteva "una legge precisa", che vietava i sacrifici umani, riportata in Levitico, 20:2,3 e che prevedeva verso i trasgressori la pena di morte. Inoltre quella pratica era considerata una profanazione del suo nome santo. Se questo era vero per i sacrifici fatti agli dei pagani, il sacrificio umano della figlia di Iefte fatto a Dio stesso, non poteva essere altro che considerato un abominio maggiore, più grande e più dissacrante. Inoltre non c'è nessun precedente nel Vecchio Testamento che riguardi quella pratica abominevole.
  2. Isacco non rappresenta il precedente di un sacrificio umano, per lui non ci fu nessun sacrificio, Dio mandò un angelo a fermare la mano di Abramo. Il suo sacrificio fu proposto solo come prova della fede del patriarca.
  3. Che Iefte potesse uccidere in tutta autonomia la figlia, sacrificandola a Dio violava un'altra precisa legge. Nessun padre con un figlio dissoluto e impenitente, secondo la espressa legge contenuta in Deuteronomio, 21:18-21, poteva prendere decisioni per punizioni importanti, senza che il figlio fosse stato prima giudicato da un tribunale costituito nei tempi biblici dagli anziani del luogo. Anziani che dovevano raggiungere in tutti i casi un giudizio condiviso. A maggior ragione alla luce di quella legge biblica, Iefte non solo non poteva arrogarsi il diritto di togliere la vita alla figlia con la sola sua autorità, a una figlia per di più che non aveva commesso nessun errore, ad una figlia innocente.
  4. Anche sul valore del voto Clarke fa notare una contraddizione. La Mishnah, ovvero la legge tradizionale degli ebrei, al ver. 212 asseriva, che se un ebreo dedicava suo figlio o la figlia, il suo schiavo o schiava, ebrei, tale voto di dedicazione non sarebbe stato valido. Nessun uomo poteva dedicare ciò che non era suo.

Questi argomenti, ad avviso di Clark, sono decisivi contro la supposizione che Iefte fece un sacrificio umano. Inoltre il sacrificio, che ad avviso di Clark consistette nel voto di celibato della figlia, per soddisfare quella legge, non poteva essere fatto contro la volontà della figlia stessa, così com'è dimostrato dalla storia e dalla considerazione che la figlia di Iefte ebbe dalle figlie di Israele per aver adempiuto il suo dovere filiale. Considerazione che come la storia di Giudici dimostra, veniva manifestata ogni anno in una commemorazione di quattro giorni in ricordo della sua scelta.

Il voto di dedicazione della figlia di Iefte simile a quello dei netinei[modifica | modifica wikitesto]

Se il voto di Iefte,ad avviso di alcuni studiosi e biblisti,[8][9][10][12][13][14] non fu cruento e non ci fu nessuna uccisione, in cosa consisté allora l'offerta del giudice d'Israele? Fu un voto di dedicazione promosso da Iefte per sua figlia al servizio di Dio, l'appartenenza ad una categoria di persone che ricorda i netinei. Un moderno commentatore biblico, Samuel Landers, sostiene infatti (in Did Jephthah Kill his Daughter di Biblical Archeology Review), che tutte le evidenze bibliche dimostrano che la figlia di Iefte non fu materialmente sacrificata in un olocausto a Dio, bensì fu a Lui dedicata con un voto che prevedeva il nubilato come quello dei netinei[17] I "netinei" (in ebraico: הַנְּתִינִים, "i dati") era il nome dato agli assistenti del Tempio dell'antica Gerusalemme. Il termine è applicato in forma verbale ai Gabaoniti nel libro biblico di Giosuè. Il sostantivo si trova invece 19 volte nel testo masoretico della Bibbia ebraica, una volta in 1 Cronache 9, poi in Esdra e Neemia, e sempre al plurale[18](Esdra 2:43,70,. 7:07, 24 , 08:17, 20; Ne 3:26; 07:46, 60, 73; 10:29). I Lessici biblici sono concordi nell'affermare che "Netinei" deriva dalla radice semitica NTN, "dare".[19]. Quindi negli anni della sua dedicazione, secondo questo punto di vista, la vergine figlia di Iefte servì presso un santuario a Dio come assistente ed aiutante, così come facevano proprio i netinei.

Iefte nella musica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le mansioni dei Giudici di Israele
  2. ^ I belligeranti Ammoniti vengono citati dallo storico Giuseppe Flavio anche come nemici di Nabucodonosor II, che nel quinto anno dopo la desolazione di Gerusalemme, tornò a far guerra a Moab e Ammon. Antichità giudaiche, X, 181, [IX, 7]
  3. ^ Iefte secondo la Treccani
  4. ^ Iefte e i giudici secondo la Treccani
  5. ^ a b c Jephte (Iefte) in The Catholic Encyclopedia
  6. ^ a b c Great cloud of witnesses in Hebrews 11, Kregel Publications, 1979, pp. 324-331
  7. ^ a b Considerazioni di Bullinger sul voto di Iefte
  8. ^ a b su E. W. Bullinger 1
  9. ^ a b Su E.W. Bullinger 2
  10. ^ a b Studi sulle Scritture di Bullinger
  11. ^ Il gran nuvolo di testimoni di Ebrei capitolo 11
  12. ^ a b Su David Kimhi 1
  13. ^ a b su David Kihmi 2
  14. ^ a b su David Kihmi 3
  15. ^ The Catholic Encyclopedia su Jephte (Iefte)
  16. ^ Commentario biblico di Adam Clark: Giudici capitolo XI
  17. ^ "Did Jephthah Kill his Daughter?", Solomon Landers, - Biblical Archaeology Review - agosto 1991.
  18. ^ Strong's Concordance
  19. ^ Theologisches Wörterbuch zum Alten Testament o l'edizione inglese The Theological Dictionary of the Old Testament Vol.10 ed. Ringren, per N-T-N "Netinim", p102,105,106,107

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