Libro di Giona

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Il Libro di Giona (ebraico יונה, yonàh; greco Ιωνάς, ionás; latino Ionas) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.

È scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione definitiva del libro è avvenuta in Giudea dopo l'Esilio di Babilonia (circa 530-500 a.C.).

È composto da soli 4 capitoli e descrive la predicazione del profeta Giona a Ninive ambientata nell'VIII secolo a.C., sottolineando l'invito alla conversione per tutti i popoli, non solo gli Ebrei.

Generalità[modifica | modifica sorgente]

Per la sua brevità il libro Giona è stato inserito tra i cosiddetti profeti minori; ma, più che della effettiva messa per iscritto della predicazione di un profeta, come avviene per Isaia, Geremia e per tutti gli altri profeti maggiori e minori, si tratta di una sorta di "racconto esemplare" come quelli di Tobia e Giuditta, catalogati invece tra i libri storici dell'Antico Testamento. Si pensa che sia stato scritto molto tempo dopo l'epoca a cui si riferisce, in ambiente postesilico.

Contenuto[modifica | modifica sorgente]

Nel capitolo 1 la Parola del Signore è rivolta a Giona, figlio di Amittai, e gli viene comandato di andare a predicare a Ninive, la Grande Città. Giona invece fugge a Tarsis via nave; di questa localizzazione si dirà più sotto. Ma la nave è investita da un temporale e rischia di essere colata a picco dalla violenza delle onde. Giona allora ritrova improvvisamente il proprio coraggio e svela ai compagni di viaggio che la colpa dell'ira divina è sua, poiché ha rifiutato di obbedire a JHWH; perché la nave sia salva, egli deve essere gettato in mare.

E così, ecco nel capitolo 2 l'episodio che ha ispirato generazioni di scrittori e artisti. Giona è gettato in mare, ma un "grande pesce" lo inghiotte. Dal ventre del pesce, dove rimane tre giorni e tre notti, Giona rivolge a Dio un'intensa preghiera, che ricorda uno dei Salmi. Allora, dietro comando divino, il pesce vomita Giona sulla spiaggia.

Nel capitolo 3, Giona ottempera la sua missione e va a predicare ai niniviti. Questi, contro ogni aspettativa, gli credono, proclamano un digiuno, si vestono di sacco e Dio decide di risparmiare la città. Ma qui riemerge l'istinto ribelle di Giona: lui non è contento del perdono divino, voleva la punizione della città di Ninive. Così, nel capitolo 4, si siede davanti alla città e chiede a Dio di farlo morire.

L' episodio più gustoso del libretto si trova proprio nel capitolo 4. Il Signore fa spuntare un ricino sopra la sua testa per apportargli ombra, ed egli se ne rallegra. Ma all'alba del giorno dopo un verme rode il ricino che muore, il sole e il vento caldo flagellano Giona, che invoca di nuovo la morte. Allora l'autore riporta le parole di Dio, divenute celeberrime:

« Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita; ed io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali? »   (Giona 4,10-11)

Alcuni simboli[modifica | modifica sorgente]

Tarsis[modifica | modifica sorgente]

Tarsis appare nella Bibbia (Genesi 10,4) come il terzo figlio di Javan, a sua volta quartogenito di Jafet, figlio di Noè: è la cosiddetta Tavola delle Genti, i cui protagonisti non sono nomi di persona ma indicazioni geografiche. Javan ricorda la Ionia, una delle regioni storiche della Grecia, ed i suoi figli, oltre a Tarsis, sono Elisa (ricorda Ellenia, cioè la Grecia stessa), gli abitanti di Cipro (Chittim) e quelli di Rodi (Rodanim).

Tarsis è stato identificato con la città di Tartesso, fiorente centro mercantile conquistato dai Cartaginesi nel 553 a.C., posto alla foce del Guadalquivir sulla costa atlantica della Spagna, e da alcuni identificato con la mitica Atlantide. Poiché si trovava al di fuori delle famose Colonne d'Ercole, è evidente che esso rappresentava la più occidentale tra tutte le città conosciute dagli Ebrei, e quindi il messaggio dell'autore biblico è evidente: Dio ordina a Giona di andare verso oriente, a Ninive, ed invece lui fugge all'estremo occidente!

Il pesce[modifica | modifica sorgente]

Giona viene vomitato dalla balena. Miniatura tedesca del Medioevo

Quando il libro di Giona parla di un grande pesce, più che ad una balena o a uno squalo bianco (come ipotizzato da alcuni), presumibilmente l'autore biblico pensa ad uno dei mostri marini primordiali citati nel libro di Giobbe, simboli del caos. Nel racconto esso rappresenta da un lato l'ineluttibilità della volontà divina (il pesce verosimilmente scodella Giona nei pressi del punto di partenza) e dall'altro l'abisso in cui Giona era sprofondato con la sua disobbedienza. Ad ogni modo, quest'immagine ha conosciuto una fortuna incredibile nella letteratura. Tra gli altri viene ripresa:

« Tre giorni di cammino »[modifica | modifica sorgente]

Quest'espressione indica le dimensioni di Ninive ed è, a detta di alcuni, un'iperbole. Infatti nel libro dell'Esodo il "cammino di tre giorni" è quello necessario per uscire dall'Egitto e compiere un pellegrinaggio nel deserto ed offrire sacrifici al Signore (Esodo 5,3). Dopo tre giorni di cammino, inoltre, dopo il passaggio del Mar Rosso il popolo eletto raggiunge Mara (Esodo 15,23), luogo dove si manifesta la Misericordia di Dio, a cui evidentemente vuole alludere l'autore del libro di Giona.

La destra e la sinistra[modifica | modifica sorgente]

L'espressione non saper distinguere la destra dalla sinistra si trova solo nel libro di Giona. È abbastanza evidente che essa equivale a non saper distinguere il Bene e il Male, espressione con cui nel Deuteronomio sono caratterizzati i bambini 1,39. Nella città, quindi, ci sono oltre centoventimila bambini innocenti e innumerevoli animali, della cui salvezza Iddio si preoccupa. Gli stessi niniviti, inoltre, possono essere considerati come dei bambini che non hanno ancora conosciuto la Parola di Dio.

Significato[modifica | modifica sorgente]

Chiaro appare il messaggio del libro di Giona, al di là del linguaggio metaforico usato dall'autore. Esso intende sostenere con entusiasmo l'apertura universalistica che stava avvenendo in alcuni ambienti del giudaismo postesilico, soprattutto nell'ambito della diaspora ebraica nell'intero ecumene. Se, da un lato, non mancavano correnti inclini alla chiusura a riccio dell'Ebraismo contro ogni infiltrazione ideologica dall'esterno, ben testimoniate dai libri di Esdra e Neemia, d'altra parte si avvertiva da più parti l'esigenza di un impegno missionario verso i Gentili.

Ninive era un popolo di oppressione per Israele, eppure a Giona, che qui rappresenta il rifiuto di questa nuova città, è chiesto di invitare alla conversione proprio quella città. Dopo che egli ha accettato a malincuore di farlo, il suo rifiuto della decisione divina di risparmiare la città spiega assai bene i motivi della fuga nella direzione opposta. Giona non si rassegna ad accettare un Dio misericordioso, preferendogli il Dio del giudizio inesorabile, soprattutto contro un impero tanto odioso come quello assiro. Al suo sfogo, che rasenta la bestemmia, Iddio risponde con la parabola del ricino, il cui significato è altrettanto chiaro. Noi tutti siamo pronti a preoccuparci per le piccole cose della vita; perché Dio non dovrebbe preoccuparsi altrettanto dell'intera umanità, anche quella peccatrice e pagana, affinché possa essere salvata essa pure?

Verosimiglianza storica[modifica | modifica sorgente]

La natura di "parabola" del Libro di Giona è confermata da molti dettagli storicamente poco verosimili. Secondo gli storici, infatti, nell'VIII secolo a.C. Ninive non era la capitale dell'Assiria e perciò non esisteva alcun re di Ninive. Gli assiri, poi, erano caratterizzati da una politica religiosa di imposizione violenta delle proprie credenze e perciò si può escludere che un profeta d'Israele sia stato lasciato libero di predicare per tre giorni in una città assira nel nome di un dio straniero. Il racconto sembra essere stato scritto secoli dopo, quando il periodo storico, in cui esso è ambientato, era ormai un periodo lontano, quasi leggendario.

Ancor meno verosimile è, ovviamente, la permanenza per tre giorni nel ventre di un pesce, di cui già nel Vangelo si dà un'interpretazione simbolica. Nell'ultimo decennio del XIX secolo a Londra un certo James Bartley si esibì a pagamento come "il Giona del XIX secolo", sostenendo di essere stato ingoiato da un capodoglio durante una caccia al largo delle isole Falklands e di essere stato ricuperato vivo tre giorni dopo dai suoi compagni, che avevano finalmente ucciso il cetaceo. Come prova del soggiorno nel ventre del pesce mostrava le condizioni della propria pelle che a suo dire era stata irrimediabilmente danneggiata dai succhi gastrici del pesce. La notizia passò di bocca in bocca e di giornale in giornale finché cominciò ad essere citata anche dai predicatori fondamentalisti come prova dell'inerranza biblica [1].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Edward B. Davis, A Whale of a Tale: Fundamentalist Fish Stories, Perspectives on Science and Christian Faith, 43:224-237 (1991), on-line. La storia è creduta ancora nel 1948 nella The Tyndale New Testament Lecture, un documentato e serio studio pubblicato da Tyndale Press che cerca di dimostrare l'inerranza del libro di Giona ( G.Ch. Aalders, The Problem of the Book of Jonah, BiblicalStudies.org.uk. URL consultato l'11-5-2013. )

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