Didaché

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Pagina di un'edizione americana del 1880

La Didaché o Dottrina dei dodici apostoli è un testo cristiano di autore sconosciuto, rinvenuto nel 1873 in un manoscritto gerosolimitano, il Codex Hierosolymitanus. Probabilmente scritto in Siria nel I secolo, il testo sarebbe contemporaneo ai libri più tardivi del Nuovo Testamento.

Testo didascalico, la Didaché contiene una catechesi della "via della morte" e della "via della vita", con indicazioni di morale per la comunità, inclusa una lista di vizi e virtù, e testi liturgici sul battesimo e sull'eucaristia.

È divisa in tre sezioni principali: una che riguarda dottrine Cristiane, una riguardante riti come il battesimo e l'eucarestia, e l'organizzazione della Chiesa. Venne persino considerata come parte del Nuovo Testamento da alcuni Padri della Chiesa anche se la maggioranza la considerò un apocrifo; per questo non fu accettata nel canone del Nuovo Testamento eccetto che dalla Chiesa ortodossa etiope. La Chiesa cattolica la inserisce nella letteratura subapostolica.

Gli studiosi erano a conoscenza della Didaché grazie a riferimenti ad essa di altri scritti, ma il testo si considerava perduto.[1]

Scoperta[modifica | modifica wikitesto]

Considerata perduta, la Didaché venne riscoperta da Philotheos Bryennios, il vescovo greco-ortodosso di Nicomedia della Chiesa Ortodossa d'Oriente, nel 1873 da un Codice Gerosolimitano greco scritto nel 1053. Bryennios la pubblicò dieci anni dopo. Dallo stesso manoscritto aveva pubblicato nel 1875 le Lettere di Clemente nella loro interezza.

Poco dopo la pubblicazione iniziale di Bryennios, lo studioso Otto von Gebhardt identificò in un manoscritto nella Abbazia di Melk in Austria una traduzione in latino della prima parte della Didaché. Gli studiosi posteriori la considerano una testimonianza indipendente alla tradizione della sezione delle Due Vie (vedi sotto). Il Dr. J. Schlecht ritrovò nel 1900 un'altra traduzione in latino dei primi cinque capitoli con il titolo più lungo, anche se con l'omissione di "dodici" e con l'aggiunta De doctrina Apostolorum. Sono state rinvenute anche traduzioni in copto ed etiope, dopo la pubblicazione originale di Bryennios.

Data della compilazione[modifica | modifica wikitesto]

Il titolo in greco

Diversi studiosi datano la Didaché alla prima metà del II secolo. Nel 1886, poco dopo che la Didaché era stata pubblicata ed una sessantina di anni prima della scoperta dei Rotoli del Mar Morto e dei Codici di Nag Hammadi, il professore scozzese M. D. Riddle commentò "Bryennios e Harnack datano la stesura tra il 120 ed il 160, Hilgenfeld tra il 160 ed il 190, altri studiosi inglesi e americani variano il periodo tra l'80 ed il 120".[2] Negli anni '40 e '70 diversi critici proposero una data di stesura originale, prima di modifiche successive, verso l'anno 70 o poco dopo,[3] ed altri nel tardo II secolo[4] o anche nel III secolo.[5] Il filologo Jean Paul Audet ha proposto gli anni 50-70 del I secolo (Prinzivalli e prof. Manlio Simonetti, in introduzione "Seguendo Gesù" e su L'Osservatore Romano del 13.02.2010). Non ci sono dubbi che la Didaché fosse già nota nel III secolo.

Primi riferimenti[modifica | modifica wikitesto]

La Didaché è menzionata da Eusebio di Cesarea (324 circa) come Insegnamenti degli apostoli dopo i libri riconosciuti come canonici (Storia ecclesiastica III, 25):

« Tra gli apocrifi, vengono anche collocati il libro degli Atti di Paolo, l’opera intitolata Il Pastore, l’Apocalisse di Pietro e dopo questi la lettera attribuita a Barnaba, i cosiddetti Insegnamenti degli Apostoli; poi, come s’è già detto, l’Apocalisse di Giovanni. Qualcuno, come già detto, la rifiuta, ma altri la uniscono ai libri universalmente accettati. »

Atanasio (367) e Tirannio Rufino (380 circa) inseriscono la Didaché tra i libri deuterocanonici. (Rufino gli dà un curioso titolo alternativo: Judicium Petri, "Giudizio di Pietro".) Viene rigettata da Niceforo (810 circa), Pseudo-Anastasio, e Pseudo-Atanasio nella Sinossi e nel canone dei 60 Libri. Viene accettata dal Canone delle Costituzioni Apostoliche 85, da Giovanni di Damasco e dalla Chiesa ortodossa etiope. Le Adversus Aleatores scritte da un imitatore di Cipriano, la cita per nome. Le citazioni non riconosciute sono molto comuni, anche se meno sicure. La sezione Due Vie condivide lo stesso linguaggio con la Lettera di Barnaba, capitoli da 18 a 20, a volte parola per parola, a volte con aggiunte, spostamenti e riduzioni, e Barnaba 4, 9 sembra derivare dalla Didaché 16, 2-3 o viceversa. Sembra anche ripercuotersi sul Pastore di Erma, e Ireneo, Clemente di Alessandria,[6] e Origene sembrano anche utilizzare il testo del libro; così faceva a Occidente Optato e il Gesta apud Zenophilum. La Didascalia apostolorum viene costruita sulla Didaché. Le Ordinanze ecclesiastiche apostoliche usano una parte del testo e le Costituzioni apostoliche hanno accorpato la Didascalia. Sembra inoltre riecheggiare anche nei testi di Giustino di Nablus, Taziano, Teofilo di Antiochia, Cipriano e Lattanzio.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Il testo può essere suddiviso in quattro parti, che molti studiosi convengono essere state unite da fonti separate da un successivo redattore: la prima si può definire le Due Vie, la Via della Vita e la Via della Morte (capitoli 1-6); la seconda parte è una spiegazione del comportamento rituale nel battesimo, nel digiuno e nella Comunione (capitoli 7-10); la terza parla del ministero e di come comportarsi coi profeti viaggianti (capitoli 11-15) e la parte finale (capitolo 16) è una breve rivelazione.

Titolo[modifica | modifica wikitesto]

Una copia del manoscritto

Mentre ci si riferisce al manoscritto generalmente come la Didaché, il titolo usato nei documenti e scritti dei Padri della Chiesa era "L'insegnamento dei Dodici Apostoli" (Διδαχὴ τῶν δώδεκα ἀποστόλων, Didachē tōn dōdeka apostolōn). Un titolo ancora più completo, o forse un sottotitolo, si può trovare più avanti nello stesso manoscritto "L'Insegnamento del Signore ai Gentili[7] tramite i Dodici Apostoli" (Διδαχὴ κυρίου διὰ τῶν δώδεκα ἀποστόλων τοῖς ἔθνεσιν, Didachē kyriou dia tōn dōdeka apostolōn tois ethnesin).

Le Due Vie[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Philotheos Bryennios, colui che scoprì il manoscritto

La prima sezione (Capitoli 1-6) inizia così: "Ci sono due vie, una della vita e una della morte e c'è una grande differenza tra queste due vie."[8] Molti studiosi ritengono che l'introduzione sia presa da un trattato ebreo dallo stesso titolo[senza fonte], ma con notevoli alterazioni, come fa notare la Jewish Encyclopedia, 1906:

La teoria più accettabile[senza fonte] che molti propongono sull'indole e sulla composizione della Didaché è quella proposta da Charles Taylor nel 1886, e accettata nel 1895 anche da A. Harnack (che nel 1884 aveva dichiarato vigorosamente le proprie origini cristiane) - che la prima parte della Didaché, l'insegnamento riguardante le 'Due Vie era originariamente un manuale d'istruzioni usato per l'iniziazione dei proseliti nella Sinagoga; venne solo più tardi convertito come un manuale cristiano ed attribuito a Gesù ed agli Apostoli.[9]

La Catholic Encyclopedia, 1913, conferma quest'idea, e presenta la visione di altri studiosi:

È idea di molti critici che la parte delle Due Vie sia più vecchia del resto della Didaché e sia stata in origine un testo ebraico, usato per l'istruzione dei proseliti. L'uso degli Oracoli sibillini e di altre fonti ebraiche è probabile e la concordanza del secondo capitolo col Talmud è certificabile. D'altra parte Funk ha mostrato che (a parte le ammesse interpolazioni del primo capitolo, versetti 3-6 e le occasionali citazioni del N.T.) il V.T. generalmente non viene citato direttamente, ma dai cori. Bartlet suggerisce una catechesi ebraica orale alla base. Ma l'uso di simile materiale dovrebbe sorprenderci se fatto da chi considerava ipocriti i giudei e ancora di più vedendo i testi veementi contro gli ebrei. L'intera base della teoria viene infatti distrutta dal fatto che il resto del libro, completamente Cristiano nel suo soggetto, ha un'altrettanto notevole concordanza col Talmud nei capitoli 9 e 10. Inoltre dovremmo ricordare che lo scrittore visse in un periodo iniziale dove l'influenza giudaica era ancora molto sentita nella chiesa. Raccomandava ai Cristiani di non digiunare coi Giudei o pregare con loro, anche se i due digiuni e i tre periodi di preghiera venivano modellati sull'esempio giudaico. Similmente i profeti stavano al posto del Sommo Sacerdote.[10]


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Aaron Milavec, The Didache: text, translation, analysis, and commentary, Liturgical Press, 2003, ISBN 0-8146-5831-8, p. xi.
  2. ^ THE ANTE-NICENE FATHERS The Rev. Alexander Roberts, D.D. & James Donaldson, LL.D., EDITORS, VOLUME VII FATHERS OF THE THIRD AND FOURTH CENTURIES: Wm. B. Eerdmans, 1886, Introductory Notice by Professor M. B. Riddle, D.D., Time and Place of Composition.
  3. ^ (Kleist 1948; Rordorf and Tuilier 1978)
  4. ^ (Vokes 1970)
  5. ^ (Peterson 1959)
  6. ^ Clemente cita la Didaché come scrittura. Durant, Will. Caesar and Christ. New York: Simon and Schuster. 1972
  7. ^ Alcuni traducono "Nazioni", vedi Strong's 1484
  8. ^ Holmes, Padri Apostolici
  9. ^ Didache. JewishEncyclopedia.com entry. Accesso 1º maggio 2006.
  10. ^ Didache. Catholic Encyclopedia 1913. Accesso 3 maggio 2006.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andrea Tomasetto (a cura di), Alle origini del Cristianesimo, Torino, ISBN 88-7547-002-2
  • W. Rordorf - A. Tuilier, La doctrine des douze Apôtres (Didachè)... (Sources Chrétiennes, 248), Paris 1978.
  • Giuseppe Visonà, Didachè. Insegnamento degli Apostoli. Introduzione, testo, traduzione e note (Letture cristiane del primo millennio, 30), Milano 2000.

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