Critica del Giudizio
| Critica della Facoltà del Giudizio | |
|---|---|
| Autore | Kant |
| 1ª ed. originale | 1790 |
| Genere | filosofia |
| Lingua originale | tedesco |
La Critica del Giudizio è uno scritto di Immanuel Kant.[1] In tale opera, pubblicata nel 1790, il filosofo condusse un'analisi critica del Giudizio estetico, che anticipava temi e modi di sentire fatti propri di lì a poco dai maggiori esponenti del Romanticismo.
Indice |
[modifica] Il problema
Nella Critica della ragion pura Kant aveva trattato della giustificazione dei giudizi scientifici ridando fondamento teorico al rapporto causa-effetto per cui la natura si presentava determinata secondo necessità (vigendo «il dominio del concetto della natura, o il sensibile»). L'uomo quindi, quando agisce nella natura, è necessitato dalle leggi causali. Lo stesso uomo però nella Critica della Ragion pratica tendeva a riconoscersi man mano più libero nella sua azione morale (vigendo «il dominio del concetto della libertà, o il soprasensibile»). Come e dove si conciliano nell'uomo questi due aspetti contrapposti? Questo è il problema da risolvere affidato alla Critica del giudizio.
| « Sebbene vi sia un incommensurabile abisso tra il dominio del concetto della natura o il sensibile, e il dominio del concetto della libertà o il soprasensibile, in modo che nessun passaggio sia possibile dal primo al secondo (mediante l'uso teoretico della ragione) quasi fossero due mondi tanto diversi che l'uno non potesse avere alcun influsso sull'altro...
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(I. Kant, La Critica del giudizio, Bari 1964)
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[modifica] Il giudizio riflettente
L'accordo dunque tra il mondo della necessità naturale e quello della libertà Kant lo trova in quello che egli chiama "giudizio riflettente".
Qui il termine riflettente vuole indicare che il soggetto non mette in opera il giudizio "determinante" (o giudizio sintetico a priori) con cui conosceva gli oggetti tramite l'intelletto, ma "riflette" come uno specchio la realtà interiore su quella esterna.
Nei giudizi determinanti della ragion pura conoscere significava collegare un predicato a un soggetto, ponendo ad esempio in relazione a con b; nel giudizio riflettente, invece, conoscere significa collegare a con se stessi, con l'io, attribuendo ad a una finalità o uno scopo che portiamo dentro di noi. Ciò significa che l'autore di quel collegamento ora è coinvolto nel giudizio stesso che egli dà.
In questo caso la ragione non è più sottoposta alla necessità delle leggi conoscitive di causa-effetto, ma è libera nel formulare i propri legami associativi, e vive perciò la dimensione dell'assoluto che era preclusa invece alla pura ragione. La libertà, che nella ragion pratica era un postulato verso cui tendeva l'agire etico dell'uomo, ora non è più solo un ideale da raggiungere ma una realtà.
Il giudizio riflettente quindi serve:
- a stabilire un ponte tra il mondo naturale (necessità) e il mondo della libertà (rivelato dalla volontà morale);
- a dare la risposta alla domanda: qual è il fine della natura? Che senso ha il mondo che mi circonda?
In tal senso il giudizio riflettente si esprime:
- nel giudizio estetico che può essere:
- soggettivo, basandosi sul sentimento del bello
- oggettivo, basandosi sul sentimento del sublime che si distingue a sua volta in:
- sublime matematico
- sublime dinamico
- nel giudizio teleologico.
I giudizi riflettenti si distinguono cioè in estetici e teleologici. Estetici quando riconosciamo immediatamente la bellezza di un oggetto. Teleologici quando la bellezza obbedisce a interessi esterni, propri dell'essere umano.
[modifica] Giudizio estetico
Come già visto nella critica della ragion pura, anche in quest'opera Kant compie una rivoluzione copernicana: il bello non è una qualità oggettiva (propria) delle cose, non esistono oggetti belli di per sé, ma è l'uomo ad attribuire tale caratteristica agli oggetti. Il giudizio estetico basato sul sentimento del bello è quello con cui noi avvertiamo la bellezza e l'armonia di un'opera o di un paesaggio, realizzando un accordo tra l'oggetto sensibile (ciò che percepiamo e su cui "riflettiamo") e l'esigenza di libertà (ciò che noi liberamente sentiamo).
Il sentimento del bello è:
- puro: non è collegato alla reale esistenza dell'oggetto rappresentato;[2]
- disinteressato: l'oggetto bello non deve rispondere né a scopi utilitaristici né ad imperativi altrui;
- universale: il bello è ciò che piace universalmente, condiviso da tutti, senza che sia sottomesso a qualche concetto o ragionamento, ma vissuto spontaneamente come bello;
- necessario: evidentemente non di necessità logica, non esistono regole esplicite per il giudizio estetico.
Kant dice che si tratta di " una normalità senza norma " e che anzi la stessa contemplazione degli oggetti belli è in grado di educare il gusto estetico e di portare l'uomo al riconoscimento necessario della loro bellezza.
In parole più semplici l'oggetto bello creato dall'artista soddisfa le esigenze della necessità naturale, poiché, per quanto libera sia la scelta del materiale utilizzato per l'opera d'arte, questo dovrà necessariamente rispettare le leggi fisiche, ma nello stesso tempo nella sua opera l'artista esprime "liberamente" il suo ideale di bellezza, e lo fa non per utilità né per un fine impartitogli dall'esterno.
Affine al sentimento del bello è quello del sublime. Se il bello è qualcosa che ha forma (quindi proporzione e armonia) il sublime è informe e illimitato.
Il sentimento del sublime matematico è quello per il quale tutti noi di fronte a fenomeni di smisurata grandezza (lo spazio cosmico) o di smisurata potenza naturale (sublime dinamico), proviamo, per i nostri stessi limiti, un senso d'insufficienza, di paura, timore. Ma in un secondo tempo, quando riemerge la nostra razionale volontà, questo sentimento della propria impotenza sensibile rivela per contrasto la coscienza di una potenza illimitata, di una nostra superiorità in quanto razionalità operante che trasforma in positivo il precedente sentimento negativo.
[modifica] Giudizio teleologico
Il bello non ha di per sé nessuna concreta consistenza ma la sua essenza è in un valore simbolico. L'esistenza della bellezza è un segno per cui noi rappresentiamo nella realtà una finalità interiore di cui troviamo il senso nella nostra finalità razionale, nella nostra vita morale. È con il giudizio teleologico (dal greco teleos, "fine") che scopriamo nella natura, attraverso il bello, un fine.
Il bello naturale ci fa intuire l'esistenza di un sommo "artista" simile a noi ma con una volontà enormemente superiore alla nostra che consegue attraverso il bello il suo scopo, il suo fine : il "trionfo del bene".
All'umanità veniva assegnato nella Critica della ragion pratica il conseguimento del sommo bene, mentre a un'entità suprema quello del trionfo del bene.
Così il mondo necessitato della natura e quello della libertà non sono più antitetici, ma esprimono una sola e medesima realtà. Nella realtà, nella storia, nella vita c'è un fine, che sfuggiva al semplice intelletto: si avrà pertanto una concezione finalistica della natura che si aggiunge a quella meccanicistica e la integra; le si aggiunge senza sconvolgerla, perché ha inizio solo là dove cessa la spiegazione meccanicistica.
Kant apre qui la strada alla concezione romantica della natura come inesauribile e spontanea forza vitale dove si esprime la divinità.
[modifica] Note
- ^ Il titolo tedesco è Kritik der Urteilskraft, e la traduzione più corretta sarebbe quindi Critica della Facoltà del Giudizio.
- ^ Il sentimento del bello non va infatti confuso con il piacevole, che è invece collegato alla reale esistenza dell'oggetto.
[modifica] Bibliografia essenziale
- Francesca Menengoni, La critica del giudizio di Kant. Introduzione alla lettura, Nuova Italia Scientifica, Roma 1995.
- Francis O'Farrell, Per leggere la Critica del Giudizio di Kant, PUG, Roma 1993.