Credenza religiosa

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John Locke ritratto da Godfrey Kneller
Misachico en el noroeste argentino.JPG

La credenza religiosa è il presupposto della fede, che è l'assunzione, da parte di una persona e/o di un gruppo, di un fondamento di verità trascendente, che si esprime in pensieri e comportamenti conformi. Così essa viene definita nell'incipit della voce in Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano (revisione Fornero: UTET 1998, p. 243):

« Nel significato più generale, l'atteggiamento di chi riconosce per vera una proposizione: perciò l'impegno alla validità di una nozione qualsiasi. La credenza non implica di per sé la validità oggettiva della nozione alla quale impegna; né d'altronde esclude questa validità. »

La "Enciclopedia della filosofia" (De Agostini 2000, p. 187) ne dà la seguente definizione:

« La credenza, in senso filosofico generale, è l'atteggiamento soggettivo di assenso verso una nozione o una proposizione, delle quali non implica né esclude necessariamente la validità oggettiva. Si distingue dal dubbio, che sospende l'assenso, e dalla certezza, in cui l'assenso si fonda sull'evidenza oggettiva dell'assunto. »

In senso stretto la credenza può anche presentarsi come non fondamentalmente religiosa, para-religiosa o pseudo-religiosa, ma è indubitabile che dal punto di vista filosofico e antropologico sia la credenza nel trascendente la forma di gran lunga più diffusa e interessante come oggetto di studio.

Il concetto di credenza in filosofia[modifica | modifica sorgente]

Per Platone la credenza era una forma di conoscenza inferiore (Repubblica, VI, 510 a), concernente le cose sensibili, materiali, quindi le non-divine, cioè gli enti costituenti quel mondo materiale fatto di copie delle Idee divine, che egli contrapponeva al mondo dello spirito, quello delle Idee appunto. Per Aristotele (De anima, III, 428 a 20) essa è un correlato dell'opinione, poiché avere un'opinione significa credervi. È con Sant'Agostino che il termine consegue il significato che poi rimarrà immutato per secoli, quello di "pensiero con assenso" (De Praed. Sanct., 2). Più o meno negli stessi termini la pensa San Tommaso d'Aquino, che in Summa Theologiae (II, 2, q. 2, a. 1) la vede come l'essenza della fede, come ferma accettazione di un messaggio trascendente e vero, ma dal punto di vista gnoseologico come conoscenza di tipo non del tutto perfetto, prescindendo essa dal ragionamento logico.

L'autorità della tradizione aristotelica e tomista si conserva molto a lungo, finché nel Seicento le nuove avvisaglie del pensiero illuminista aprieanno nuovi orizzonti nella cultura britannica. John Locke nell'opera Saggio sull'intelligenza umana (IV, 16, 9) divide nettamente la conoscenza dalla credenza. David Hume aggiunge, un secolo dopo, in Ricerche sull'intelletto umano (V, 2), che la credenza è spesso solo una forma di rafforzamento di qualcosa di immaginato, per quanto poi egli stesso fosse un sincero credente nella realtà di Dio, nella sua esistenza e nella verità della Bibbia.

La categoria di credenza in antropologia[modifica | modifica sorgente]

Gli antropologi vedono la credenza come un insieme di fattori ideologici, perlopiù di carattere mitico-religioso, dotati di coerenza interna rispetto a un pensiero comunitario accettato e condiviso. In base ad essa i componenti di una comunità collocano se stessi sia rispetto alle loro origini ancestrali e sia rispetto al mondo esterno. In pratica, la credenza è la modalità-base con cui i raggruppamenti umani si costituiscono ed è fondata su elementi mitici sull'origine del mondo e del gruppo che assume la credenza stessa. Specialmente i gruppi umani arcaici si collocano, rispetto al mondo reale, in una loro identità definibile il loro "modo d'essere", che rapporta l'immanenza alla trascendenza.

L’antropologo francese Lucien Lévy-Bruhl, in La mentalità primitiva del 1922 ha chiaramente individuato la credenza come la base delle culture arcaiche, che utilizzano proficuamente la razionalità nell’affrontare tutti i problemi della vita quotidiana, ma che sono poco inclini ad utilizzarli sul piano metafisico, cioè per ciò che concerne il "senso" del loro stare al mondo. Un pensiero che egli chiama pre-logico, ovvero sentimentale, misticheggiante, spontaneo, totalizzante ed irrazionale. Esso determina tutto un bagaglio di riferimenti fondamentali che precedono ciò che noi moderni chiamiamo “razionalizzazione” e Lévy-Bruhl parla specificamente di “preconnessione” mistica del pensiero primitivo.

Il cuore della questione sta nel fatto, secondo lui, che l’uomo arcaico utilizzava assai poco il concetto di “causa seconda”, quella contenente il mondo reale nei rapporti cause-effetti, per tendere a ricondurre tutto alla Causa Prima, cioè a un divino esclusivamente “creduto” sulla base di una mitologia rivelata direttamente dal divino stesso. Il latore di tale messaggio divino è lo sciamano, il profeta delle comunità arcaiche, il "Salvatore" della comunità secondo Ernesto De Martino. Secondo De Martino l’uomo arcaico vive sotto il dominio della credenza magica e va quindi soggetto ad una continua precarietà del concetto di "mondo", sempre sul filo del rasoio della perdita del "sé" e della sua riconquista tramite la credenza, reiterata dallo sciamano nei suoi riti continui.

Questi, attraverso lo stato di trance entra in comunicazione diretta con il mondo dello spirito sur-mondano per conto della comunità, mettendo in gioco se stesso quale “Cristo magico” che si offre come vittima per la salvezza degli altri. L'impressione che si ricava dalle analisi di De Martino è che la credenza religiosa espressa dall’uomo arcaico rimanga sostanzialmente la stessa della religiosità posteriore. Il compito della credenza è infatti "esistenziale", cioè la continua restaurazione di un "ordine" divino sempre a rischio di sovvertimento da parte delle forze maligne per instaurare "disordine". Va però considerato che nel mondo magico descritto da De Martino, dominato dalla magia, la religione non ha ancora assunto i caratteri della "istituzione" basata sui testi sacri e su procedure fisse. Non “una volta per tutte” ogni sacerdote replica sull'altare l'epifania del divino, ma “ogni volta” il Cristo magico deve salvare il suo popolo dalle "forze del male", che sono molto più misteriose delle "forze del bene".

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Anthropological Approach to the Study of Religion, a cura di M.Banton, 3 volumi, Londra 1966.
  • Victor Brochard, De la croyance
  • Gérald Bronner, L'empire des croyances, PUF, 2003
  • Frank Ramsey, Vérité et probabilité, 1926, in Logique, philosophie et probabilités, Vrin, 2003
  • Paul Diel, La Divinité, étude psychanalytique, PUF, 1949
  • Emmanuel Anati, La Religion des Origines, Bayard Éditions, 1999.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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