Credenza religiosa
La credenza religiosa è il presupposto della fede, che è l'assunzione da parte di una persona di un fondamento di verità trascendente che si esprime in pensieri e comportamenti conformi. Così essa viene definita nell'incipit della voce in Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano (revisione Fornero: UTET 1998, p. 243):
| « Nel significato più generale, l'atteggiamento di chi riconosce per vera una proposizione: perciò l'impegno alla validità di una nozione qualsiasi. La credenza non implica di per sé la validità oggettiva della nozione alla quale impegna; né d'altronde esclude questa validità. » |
La "Enciclopedia della filosofia" (De Agostini 2000, p. 187) ne dà la seguente definizione:
| « La credenza, in senso filosofico generale, è l'atteggiamento soggettivo di assenso verso una nozione o una proposizione, delle quali non implica né esclude necessariamente la validità oggettiva. Si distingue dal dubbio, che sospende l'assenso, e dalla certezza, in cui l'assenso si fonda sull'evidenza oggettiva dell'assunto. » |
In senso stretto la credenza può anche presentarsi come non fondamentalmente religiosa, para-religiosa o pseudo-religiosa, ma è indubitabile che dal punto di vista filosofico e antropologico sia la credenza nel trascendente la forma di gran lunga più diffusa e interessante come oggetto di studio.
Indice |
Storia [modifica]
Una storia della credenza non può iniziare che dal Rig Veda, il più antico testo religioso su cui si fonda una fede che tutt'oggi interessa un miliardo di persone.
La parola Veda significa "Conoscere" e letteralmente sta a indicare "le visione dei Savi", gli Sruti ovvero "i ritmi dell'Infinito che l'anima percepisce. La credenza nei Veda è la più antica espressione della credenza umana documentata. I Veda considerati sono quattro: RgVeda, YajurVeda, SamaVeda, AtharvaVeda. La loro scrittura è attribuita a un periodo oscillante intorno al XV a.C. e si compongono di Mantra (inni alla divinità) e di Brahmana (precetti e doveri)
Le Upanishad rappresentano lo sviluppo filosofico della credenza vedica come evoluzione di essa e sono scritte dopo l'XVIII secolo a.C. e arrivano sino al II secolo a.C.
L'Enuma Elish costituisce in ambito iranico il secondo esempio di letteratura sacra arcaica determinante una credenza nel divino, con protagonista assoluto Marduk. Risalente al XIII asecolo a.C. l'Enuma Elish o “Poema della creazione” veniva recitato al capodanno babilonese come propiziatorio. Il poema celebrava la divinità di Marduk quale ordinatore del mondo e le sue straordinarie capacità demiurgiche, succedendo ad Enlil quadre padre di tutto il pantheon. L'importanza dell'Enuma Elis sta nel fatto di essere un primo esauriente modello cosmogonico, dalle origini dell essere alla formazione di un "tutto" universale. Se ne possiede un antichissimo frammento babilonese e tre versioni compiute: una tardo-babilonese, una assira più arcaica e una più recente (Biblioteca di Assurbanipal a Ninive). Più o meno come l'Antico Testamento l'Enuma Elis che lo precede di parecchi secoli tratta di una religione etnica e nazionalistica.
Il complesso di libri denominato Bibbia (dalla parola greca βιβλία', plurale di βιβλός = papiro) contiene il testo sacro fondamentale della credenza monoteista, il Pentateuco, il tasto sacro fondamentale del monoteismo. Esso è la Sacra Scrittura per eccellenza per le tre religioni monoteiste abramitiche in quanto contiene i fondamenti della credenza nel dio unico. Mentre gli Ebraici e i Cristiani lo assumono in blocco come verità rivelata, e quindi indiscutibile, i Mussulmani la considerano sì opera di rivelazione divina, ma i nseguito manipolata dai sacerdoti ebrei. Il nome “Pentateuco” designa l’insieme dei primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio e tale termine, di origine greca, indica i “cinque” libri fondamentali della fede, ritenuti tradizionalmente scritti da Mosè su ispirazione diretta di Dio. Nella tradizione ebraica il Pentateuco costituisce la Torah, cioè la Legge che fornisce le basi della credenza in quanto donazione divina per l’insegnamento delle basi dottrinarie della credenza stessa.
La paternità di Mosè di questi scritti, fatti risalire dalla tradizione al X –IX secolo a.C., sembrava indiscussa, con l’eccezione di qualche dettaglio non significativo ritenuto apposto successivamente da altri profeti. Nel XII secolo però l’esegeta Ibn Ezra metteva in evidenza delle manchevolezze tali da farne scendere la composizione a tempi più recenti sì da mettere in discussione l’attribuzion a Mosè. Gli esegeti moderni tendono, anche se non univocamente, a ritenere la critica di Ibn Ezra corretta specialmente per il fatto che da un punto di vista stilistico è ritenuta insostenibile l’attribuzione a un autore unico, trattandosi di un coacervo di spezzoni di più autori assemblati successivamente.
Il concetto di credenza in filosofia [modifica]
Per Platone la credenza era una forma di conoscenza inferiore (Repubblica, VI, 510 a), concernente le cose sensibili, materiali, quindi le non-divine, cioè gli enti costituenti quel mondo materiale fatto di copie delle Idee divine che egli contrapponeva al mondo dello spirito, quello delle Idee appunto. Per Aristotele (De anima, III, 428 a 20) essa è un correlato dell'opinione, poiché avere un'opinione significa credervi. È con Sant'Agostino che il termine consegue il significato che poi rimarrà immutato per secoli, quello di "pensiero con assenso" (De Praed. Sanct., 2). Più o meno negli stessi termini la pensa San Tommaso che in Summa Theologiae (II, 2, q. 2, a. 1) la vede come l'essenza della fede, come ferma accettazione di un messaggio trascendente e vero, ma dal punto di vista gnoseologico come conoscenza di tipo non del tutto perfetto, prescindendo essa dal ragionamento logico.
L'autorità della tradizione aristotelica e tomista si conservava molto a lungo, finché nel Seicento le nuove avvisaglie del pensiero illuminista aprivano nuovi orizzonti nella cultura britannica. John Locke nell'opera Saggio sull'intelligenza umana (IV, 16, 9) divideva nettamente la conoscenza dalla credenza. David Hume aggiungeva nel secolo dopo, in Ricerche sull'intelletto umano (V, 2), che la credenza è spesso solo una forma di rafforzamento di qualcosa di immaginato, per quanto poi egli stesso fosse un sincero credente nella realtà di Dio, nella sua esistenza e nella verità della Bibbia.
La categoria di credenza in antropologia [modifica]
Gli antropologi vedono la credenza come un insieme di fattori ideologici, perlopiù di carattere mitico-religioso, dotati di coerenza interna rispetto a un pensiero comunitario accettato e condiviso. In base ad essa i componenti di una comunità collocano se stessi sia rispetto alle loro origini ancestrali e sia rispetto al mondo esterno. In pratica, la credenza è la modalità-base con cui i raggruppamenti umani si costituiscono ed è fondata su elementi mitici sull'origine del mondo e del gruppo che assume la credenza stessa. Specialmente i gruppi umani arcaici si collocano, rispetto al mondo reale, in una loro identità definibile il loro "modo d'essere", che rapporta l'immanenza alla trascendenza.
L’antropologo francese Lucien Lévy-Bruhl, in La mentalità primitiva del 1922 ha chiaramente individuato la credenza come la base delle culture arcaiche, che utilizzano proficuamente la razionalità nell’affrontare tutti i problemi della vita quotidiana, ma che sono poco inclini ad utilizzarli sul piano metafisico, cioè per ciò che concerne il "senso" del loro stare al mondo. Un pensiero che egli chiama pre-logico, ovvero sentimentale, misticheggiante, spontaneo, totalizzante ed irrazionale. Esso determina tutto un bagaglio di riferimenti fondamentali che precedono ciò che noi moderni chiamiamo “razionalizzazione” e Lévy-Bruhl parla specificamente di “preconnessione” mistica del pensiero primitivo. Il cuore della questione sta nel fatto, secondo lui, che l’uomo arcaico utilizzava assai poco il concetto di “causa seconda”, quella contenente il mondo reale nei rapporti cause-effetti, per tendere a ricondurre tutto alla Causa Prima, cioè a un divino esclusivamente “creduto” sulla base di una mitologia rivelata direttamente dal divino stesso.
Il latore di tale messaggio divino è lo sciamano, il profeta delle comunità arcaiche, il "Salvatore" della comunità secondo Ernesto De Martino. Secondo De Martino l’uomo arcaico vive sotto il dominio della credenza magica e va quindi soggetto ad una continua precarietà del concetto di "mondo", sempre sul filo del rasoio della perdita del "sé" e della sua riconquista tramite la credenza, reiterata dallo sciamano nei suoi riti continui. Questi, attraverso lo stato di trance entra in comunicazione diretta con il mondo dello spirito sur-mondano per conto della comunità, mettendo in gioco se stesso quale “Cristo magico” che si offre come vittima per la salvezza degli altri. L'impressione che si ricava dalle analisi di De Martino è che la credenza religiosa espressa dall’uomo arcaico rimanga sostanzialmente la stessa della religiosità posteriore. Il compito della credenza è infatti "esistenziale", cioè la continua restaurazione di un "ordine" divino sempre a rischio di sovvertimento da parte delle forze maligne per instaurare "disordine". Va però considerato che nel mondo magico descritto da De Martino, dominato dalla magia, la religione non ha ancora assunto i caratteri della "istituzione" basata sui testi sacri e su procedure fisse. Non “una volta per tutte” ogni sacerdote replica sull'altare l'epifania del divino, ma “ogni volta” il Cristo magico deve salvare il suo popolo dalle "forze del male", che sono molto più misteriose delle "forze del bene".
Bibliografia [modifica]
- Anthropological Approach to the Study of Religion, a cura di M.Banton, 3 volumi, Londra 1966.
- Victor Brochard, De la croyance
- Gérald Bronner, L'empire des croyances, PUF, 2003
- Frank Ramsey, Vérité et probabilité, 1926, in Logique, philosophie et probabilités, Vrin, 2003
- Paul Diel, La Divinité, étude psychanalytique, PUF, 1949
- Emmanuel Anati, La Religion des Origines, Bayard Éditions, 1999.
Voci correlate [modifica]
Collegamenti esterni [modifica]
- (EN) Think without Beliefs Does rational thinking require the adherence to beliefs at all?
- (EN) Ethics of Belief Classic WK Clifford essay that belief by its nature is unethical, with counterpoint by William James.
- (FR) Sommes-nous responsables de nos croyances ? par Pascal Engel
- (FR) Sondage CSA sur les croyances des Français, mars 2003
- Credenza e fenomenologia religiosa