Emma Dante
Emma Dante (Palermo, 6 aprile 1967) è un'attrice teatrale, regista teatrale e drammaturga italiana.
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[modifica] Biografia
[modifica] Infanzia
Nasce a Palermo nel 1967 ma trascorre la sua infanzia a Catania dove si trasferisce da piccola con la famiglia per seguire il lavoro del padre. Nel 1986, all'età di diciannove anni, appena conseguito il diploma di Liceo Classico, decide di tornare a Palermo, dove risiede tutt'oggi.
[modifica] Formazione
Al ritorno nella sua città natale Emma Dante ha il primo incontro con il teatro: la scuola Theatres di Michele Perriera, di cui frequenta un solo anno, durante il quale però impara molto da un importante teorico del teatro italiano. Decide di lasciare la Theatres perché si accorge che il teatro di Perriera, fortemente legato all'espressionismo, non le suscita forti emozioni.
Nel 1987, spinta della madre, che la vuole lontana dalla Sicilia, Emma Dante decide di intraprendere la carriera teatrale vera e propria iscrivendosi al concorso per l’ammissione all'Accademia d'Arte Drammatica “Silvio D'Amico” di Roma. Si presenta alle selezioni con un testo di Henry Miller: “Proprio pazza per Henry”; dopo una performance mediocre, - come ammesso dalla stessa Dante nell’intervista concessa Andrea Porceddu che è alla base del libro Palermo Dentro, Il teatro di Emma Dante - viene ammessa.
Il periodo dell'Accademia è segnato dall'incontro con Elena Stancanelli, Arturo Cirillo, Davide Iodice, Lorenza Indovina, Ilaria Borrelli, Roberto Romei e Sabrina Scuccimarra, alcuni tra i principali esponenti della nuova generazione teatrale italiana, all’epoca suoi compagni di corso. Durante gli anni di studio lavora con insegnanti del calibro di Mario Ferrero e Lorenzo Salvedi, Elena Polvedo, Enzo Siciliano, Paolo Terni e Ninni Giromella; in occasione di un seminario proposto dalla scuola ha occasione di conoscere Andrea Camilleri, con cui produce uno spettacolo su “La Morsa” di Luigi Pirandello.
Gli anni dell’Accademia risultano particolarmente proficui per ampliare le conoscenze di Emma Dante in ambito teatrale, ha infatti l’opportunità di leggere un numero elevato di testi teatrali, i cosiddetti classici, che sono alla base di tutta la sua attività come regista e attrice.
[modifica] Percorso Artistico
Alla fine degli anni '80 Emma Dante si avvicina al teatro di avanguardia. Si trova di fronte a spettacoli dell'Odin Teatret e dello scenenggiatore statunitense MacKinlay Kantor. È proprio durante uno spettacolo di Kantor “La macchina dell'amore e della morte” che la Dante riconosce di aver avuto quella che lei chiama “la folgorazione teatrale” che la guiderà verso una precisa direzione artistica come regista. In “La macchina dell’amore e della morte”, gli attori guidati da Kantor danno le spalle al pubblico e, dice la Dante: le spalle di Kantor per me sono il teatro, ecco in quell'occasione, forse, ci fu un piccolo scarto che mi aiutò a capire che non mi interessava fare teatro, seguire la tradizione, ma dare le spalle al pubblico e fare ricerca.
Appena uscita dall'Accademia, nel 1990 si unisce alla Compagnia della Rocca dove lavora con Roberto Guicciardini. Gli spettacoli a cui partecipa sono “Turandot”, “Le preziose ridicole” e “Rinoceronti”.
Nel 1995 le compagnie di Torino si uniscono in un grande consorzio denominato “Canto per Torino”, diretto da Gabriele Vacis. A quell’esperienza teatrale partecipa anche Emma Dante, subito prima di lasciare definitivamente la Compagnia della Rocca e Torino. Il sogno di lavorare con Gabriele Vacis (il regista da cui ha imparato il training attoriale, alla base di tutti i suoi spettacoli, “la schiera”: il gruppo di attori che compongono la compagnia disposti a schiera, intenti a tenere un ritmo musicale facendo passi avanti e indietro come mossi da un metronomo. Su questi movimenti, talvolta rapsodici, talvolta armonici, Vacis costruisce i suoi personaggi: il modo di camminare, di muoversi, di tenere il tempo di ogni personaggio dei suoi spettacoli è frutto di questo training. Emma Dante ha rielaborato il lavoro a “schiera” e lo utilizza con gli attori della sua compagnia durante la scelta e l’assegnazione dei ruoli)era maturato in lei, fin dagli anni dell’Accademia.
Lasciata la città di Torino dopo l’esperienza di “Canto per Torino”, Dante frequenta un laboratorio di canto con Cesare Ronconi. Emma Dante ricorda quel periodo come uno dei più formativi della sua carriera poiché ebbe l’occasione di incontrare Valeria Moriconi e capire che fare l'attrice vuol dire vivere in un'altra dimensione fatta di negazione della vita privata, essere sempre in viaggio e quindi vivere ogni volta in un posto diverso. Nello stesso anno però - dopo aver interpretato “La Rosa Tatuata”, spettacolo diretto da Gabriele Vacis - decide di prendere una pausa dallo studio del teatro per seguire il fidanzato a Catania.
[modifica] La compagnia Sud Costa Occidentale
Dopo il periodo di “riflessione”, sul ruolo del teatro nella sua vita e il ritorno a Palermo per ragioni famigliari, Emma Dante decide di fondare la sua compagnia. Nasce così la “Sud Costa Occidentale”.
Fin dagli esordi decide di affidarsi ad attori provenienti dall’Accademia perché più preparati sui classici e sulle basi della recitazione teatrale, successivamente con il lavoro imparato negli anni della gavetta da Roberto Guicciardini e Gabriele Vacis, sarà lei a “formarli per il teatro”, a dargli cioè una tecnica riconoscibile, come lei stessa afferma: la tecnica è il ritmo del tuo parlare, il ritmo del tuo respiro, il tuo modo di camminare: ovvero tutte quelle caratteristiche che noi abbiamo, normalmente, nella vita. La regista palermitana sostiene che il talento da solo non sia sufficiente, l'attore deve lasciarsi “contaminare” dallo spettacolo per non risultare altrimenti sterile: non è l'attore che dà un senso allo spettacolo ma è il teatro a giocare con la vita dell'attore.
[modifica] Ritmo
Il ritmo è uno degli elementi centrali del teatro di Emma Dante: durante i laboratori e i training lavora molto con la musica, con i suoni, con i gesti ripetitivi, quasi ossessivi, degli attori. Il ritmo è, nella visione del teatro di Emma Dante, l’istinto che viene fuori, che viene lasciato libero. Questo la spinge a teorizzare che per essere attori sia necessaria una perdita totale della vergogna e di qualsiasi tipologia di giudizio e auto - giudizio; l’attore deve sentirsi libero da un retroterra culturale che lo limiterebbe nella sua espressione artistica. I training attoriali, generalmente della durata di una settimana, della Sud Costa Occidentale servono proprio a questo, a capire tra coloro che si presentano per le selezioni chi sarà in grado di lasciarsi andare totalmente e diventare un attore.
[modifica] Dialetto
Gli attori della compagnia Sud Costa Occidentale parlano o in alcuni casi, mimano (non essendo tutti siciliani), il dialetto siciliano, utilizzando parole spesso intraducibili in italiano, una sorta di grammelot alla maniera di Dario Fo, caratterizzato da una sonorità cruda, pungente, che rende con maggiore immediatezza i concetti da esprimere, e che spesso si traduce con il linguaggio del corpo. L'uso della lingua siciliana non impedisce alla Sud Costa di lavorare molto anche all'estero, in particolare in Francia.
[modifica] Teatro Sociale
Il teatro di Emma Dante non è politico ma sociale, poiché denuncia le storture del sud, ma più in generale di tutto il Paese, casi universali, archetipi dell’umanità. Negli spettacoli della Dante le famiglie sono sole, allo sbando, non vi è mai una riferimento allo Stato che risulta assente. Le piéce, generalmente brevi, raccontano una vita quotidiana fatta di fatica per la sopravvivenza, in spazi e tempi identificabili, in cui c'è poco spazio per l'amore, ma piuttosto per l'animalità e la violenza; tuttavia non c'è catarsi, il dolore rimane celato addosso e viene trasmesso agli spettatori.
Sud Costa Occidentale, il nome della compagnia, si presenta in una duplice veste di orgoglio e marchio d’infamia per il degrado e la violenza di una regione che non ha mai accolto la Dante come meriterebbe, un teatro che denuncia come in certi luoghi la sottomissione delle donne sia la normalità, in una società arcaica oppressa da una chiesa maschilista a volte in relazione con la mafia, due sistemi assolutistici che danno l'idea di una libertà fittizia, un'intricata rete in cui l'individuo è in trappola.
Dopo aver fondato la Sud Costa Occidentale, Emma Dante fatica a trovare la consacrazione al grande pubblico. A Palermo inizia a ideare e mettere in scena alcuni spettacoli: “Il sortilegio” tratto dal romanzo di Gabriel Garcia Marquez, “Dell'amore e di altri demoni”, sovvenzionato dalla Regione Siciliana per un paio di repliche; “Gli Insulti” tratto da Aldo Nove; “La principessa sul pisello”; “La donna serpente” tratto da una favola di Gasparo Gozzi, infine uno spettacolo tratto da “La panne” di Friedrich Durrenmatt. Fino al successo del 2004 con Vita Mia.
[modifica] Teatrografia
[modifica] Trilogia della Famiglia
“Vita Mia”, “MPalermu” e “Carnezzeria” fanno parte di quella che viene definita la ‘’Trilogia della Famiglia’’. Una serie di spettacoli collegati dal tema centrale della famiglia. Da varie angolazioni Emma Dante affronta uno dei capisaldi della nostra società, mostrandoci tutte le sue debolezze, le sue frustrazioni e le sue criticità.
[modifica] Vita Mia
Interpreti: Ersilia Lombardo (madre), Enzo Di Michele (fratello), Giacomo Guarnieri (fratello), Alessio Piazza (fratello).
Luci: Cristian Zucaro.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: Sud Costa Occidentale, Roma Europa Festival 2004, Scènes étrangeres- la rose des vents, lille, Festival Castel dei mondi 2004.
Testo e Regia: Emma Dante
Il primo grande successo nella carriera registica di Emma Dante arriva con Vita mia che debutta a ottobre del 2004 a Villa Medici (Roma).
Vita Mia porta in scena la vicenda essenziale, scarna, di una famiglia composta da una madre e tre figli maschi che si trovano di fronte alla morte del più piccolo. In tutti gli spettacoli di Emma Dante risulta mancante una delle figure fondamentali della famiglia, in questo caso il padre. Una delle spiegazioni di questa mancata presenza ce la spiega la Dante quando afferma che neanche lei si sente una regista vera e propria perché non si mette a tavolino a studiare un copione, né tanto meno scrive un'elaborazione preventiva, ma lascia che siano i suoi attori a compiere il ruolo del regista, così allo stesso modo è come se la mancanza di uno dei due genitori costringesse il figlio a responsabilizzarsi. Una morte portata in proscenio per l’intera durata dello spettacolo, un funerale sui generis proposto da Emma Dante, una sorta di delirio carnascialesco in cui il morto si alza continuamente dal letto – bara e non smette di girare per tutto l’arco del palcoscenico su una bicicletta. Un’atmosfera giocosa che sembra mettere da parte la tragedia della morte ma che allo stesso tempo ne acuisce un senso più profondo. Il pubblico vive ancora più da vicino la tragedia di questa famiglia, e vive insieme a loro la perdita del gioco (in senso freudiano) che non potrà più aver luogo. L’obiettivo dichiarato di Emma Dante è proprio quello di suscitare delle reazioni emotive forti, giocare con il pubblico (che in questo spettacolo è seduto tutto intorno al letto, come a comporre una schiera silenziosa di partecipanti al rito funebre, con l’abbattimento di quella “quarta parete” tanto cara al teatro di tradizione che qui vede la sua completa frantumazione). Questo tipo di atteggiamento riporta all'avanspettacolo, dove il pubblico può interagire con gli attori che hanno la possibilità di rispondere in maniera diretta senza mediazioni. Vita Mia compone, insieme a Carnezzeria e Mpalermu quella che viene definita: “Trilogia della Famiglia”.
[modifica] Carnezzeria
Interpreti: Gaetano Bruno (fratello), Sabino Civilleri (fratello), Enzo Di Michele (fratello), Manuela Lo Sicco (Nina).
Scene: Fabrizio Lupo.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: CRT Centro di Ricerca per il teatro.
Testo e Regia: Emma Dante
Lo spettacolo inizia ex-abrupto con Nina che è incinta pur non avendo un marito o un fidanzato e, durante tutto lo spettacolo, i fratelli simulano atti sessuali espliciti che permettono al pubblico di inferire come la gravidanza di Nina possa essere il frutto di un rapporto incestuoso coi fratelli o col padre. Loro stessi probabilmente hanno subito abusi nell’ambito famigliare e li rivivono in scena con un processo analettico che li riporta seppur solo col ricordo ad un'infanzia fortemente turbata.
I tre fratelli, che ricordano da vicino i Bravi di Manzoni, sono dei tipi loschi che annunciano di aver avuto l’ordine di accompagnare Nina al suo matrimonio con l’uomo dei suoi sogni, ovvero il padre del bambino che porta in grembo. Un matrimonio che non avrà mai luogo. I tre infatti, mentono a Nina per condurla lontano da casa, lontano probabilmente dagli occhi della gente.
In scena troviamo Nina vestita da sposa con l’abito bianco e il velo sul viso, nonostante questo i suoi atteggiamenti sono visibilmente infantili. Si comporta come una bambina che per la prima volta va in vacanza e scopre un mondo fatto di animali, di pesci (ci troviamo in una località di mare) e di mille altre cose di cui Nina chiede spiegazione ai fratelli.
Il matrimonio a cui deve essere accompagnata si rivelerà un funerale, il suo. I fratelli hanno l’intenzione di ucciderla o abbandonarla (non è chiaro per tutta la durata dello spettacolo) in modo da nascondere l’abominio di un rapporto familiare fondato su relazioni incestuose.
Il climax dello spettacolo culmina con la morte finale di Nina che si impicca con il velo del suo abito da sposa liberandosi e liberando la famiglia da tutto il dolore di una vita di sofferenza trascorsa nell’ombra.
[modifica] Mpalermu
Interpreti: Gaetano Bruno, Sabino Civilleri, Tania Garibba, Ersilia Lombardo, Manuela Lo Sicco.
Luci: Cristian Zucaro.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: Sud Costa Occidentale.
Testo e Regia: Emma Dante.
MPalermu è una riflessione amara sulla famiglia del Sud, così si potrebbe raccontare in una sola riga la storia di una famiglia che ha come unico scopo – non raggiunto – uscire dalla propria casa.
Tutto lo spettacolo gioca sul desiderio frustrato di lasciare la propria abitazione per una gita fuori porta. Un sogno immediatamente soffocato dalla routine e dalla testardaggine con cui i protagonisti difendono convinzioni anche di poco conto. Troviamo perciò la famiglia Carollo in continua lotta intestina, con l’intento scoperto dell’autrice di far diventare questa famiglia metafora perfetta di una Palermo ancorata alle sue tradizioni e alle sue cerimonie.
Una città che secondo la Dante resta condannata all’immobilismo di idee passate, pur celandosi sotto una maschera di dinamismo frenetico.
I cinque attori rappresentano in scena parenti congiunti, che offrono sul palcoscenico l’immagine di una famiglia che è a sua volta specchio di una città e di sentimenti appartenenti a un passato ormai remoto. La regista afferma che a Palermo non si compiono azioni, si mettono in scena cerimonie [1] ed ecco sul palco cinque giovani attori che attraverso la forte fisicità della loro recitazione celebrano una vera e propria cerimonia. Questo teatro dell’impossibile fa di Palermo una sorta di rappresentazione simbolica dell’anima del mondo, incessantemente indaffarata e incessantemente morente[2].
Con questo spettacolo Emma Dante partecipa e vince il premio Scenario (2001) e il premio Ubu (2002).
[modifica] Medea
Interpreti: Iaia Forte (Medea), Tommaso Ragno (Giasone), Gaetano Colella (Creonte), Francesco Villano, Luigi Di Gangi, Stefano Miglio, Alessio Piazza, Antonio Puccia (Donne di Corinto).
Musiche: fratelli Mancuso.
Scene: Fabrizio Lupo.
Luci: Tommaso Rossi.
Produzione: Teatro stabile Mercadante di Napoli in collaborazione con amat.
Medea (stagione teatrale 2003-2004) da Euripide è uno degli spettacoli più criticati e (forse) meno riusciti di Emma Dante. Lo storico e prestigioso Teatro Mercadante di Napoli, si è dimostrato ancora poco abituato all'estro creativo della giovane artista siciliana che ha saputo conquistare una posizione di assoluto rilievo nel panorama registico italiano esprimendo il dissidio interiore spesso indigesto, la sofferenza feroce e mortifera che Medea ben testimonia.
La rivisitazione dei testi classici e di quei topoi culturali di cui essi si fanno portatori nel mondo contemporaneo rappresenta certamente una cifra stilistica di Emma Dante che, in molti suoi spettacoli inserisce elementi, situazioni e personaggi che si avvicinano, si rimescolano e spesso finiscono per cozzare contro archetipi universali, in particolare quello familiare. Medea rientra perfettamente all'interno di quel valore supremo di famiglia che già nella cultura classica affrontava inerme la propria deflagrazione sia interna che esterna.
La Medea di Euripide, già nel 431 A.C. (data della sua prima messa in scena), racconta la storia di una donna che, non potendo sopportare il tradimento del marito, mette in atto il terribile piano di morte della contendente in amore e dei propri figli. Come detto, questo spettacolo rientra a pieno titolo nell’idea di famiglia che soffre e muore ben rappresentata dalla Trilogia della Famiglia della Dante e analizzata da Anna Barsotti nel libro La lingua teatrale di Emma Dante: Mpalermu, Carnezzeria, Vita Mia.
I problemi realizzativi di questo spettacolo, a cui si faceva accenno all'inizio dell'analisi, nascono dal fatto che, la Dante precedentemente abituata a lavorare col suo gruppo, la Compagnia Sud Costa Occidentale, fondata da lei nel 1999, si trova ora a dover dirigere due dei più grandi attori del panorama teatrale italiano: Iaia Forte nel ruolo di Medea e Tommaso Ragno nel ruolo di Giasone. I due protagonisti, dalle indubbie doti recitative, sono forse poco adatti a soddisfare e esternare quel rapporto carnale e viscerale con il personaggio che risulta di fondamentale importanza nelle messinscene di Emma Dante.
Pur trovandosi di fronte ad una recitazione pulita e convincente, lo spettatore attento che abitualmente segue gli spettacoli della Dante si accorgerà della notevole differenza recitativa rispetto ad un Sabino Civilleri de La Scimia, ad un Gaetano Bruno de Il festino o ad una Manuela lo Sicco di Carnezzeria. La differenza è probabilmente da ricercarsi nell'assenza di un metodo di lavoro omogeneo e continuativo, di quel training attoriale di cui si faceva cenno nella sezione biografica.
La Medea del Mercadante presenta, nonostante il poco successo ai botteghini e le numerose critiche, lodevoli spunti di riflessione, soprattutto per quando riguarda l'interessante scenografia di Fabrizio Lupo, le musiche in scena dei Fratelli Mancuso e gli adattamenti della Dante al testo di Euripide.
[modifica] La Scimia
Interpreti: Gaetano Bruno (prete), Sabino Civilleri (scimmia), Marco Fubini (prete), Valentina Picello (perpetua), Manuela Lo Sicco (perpetua).
Adattamento: Elena Stancanelli.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: CRT Centro di ricerca per il teatro, Biennale di Venezia.
Testo e Regia: Emma Dante.
La scimia è uno spettacolo liberamente ispirato a Le due zitelle di Tommaso Landolfi.
La Scimia è una piecè volutamente forte e dissacrante, perché, attraverso una critica del culto religioso cattolico, si scaglia contro i costumi e l’ottusità di una società moderna troppo spesso ancorata al passato negli usi e nelle credenze. Proprio per questo suo accento forte, può non piacere ad un pubblico legato alla tradizione. Ma la rappresentazione della Dante non è mai blasfema è solo adatta a cogliere un senso non tradizionale della fede.
Gran parte delle recensioni raccontano di uno spettacolo dalle tinte forti, breve ma intenso e con ritmi vertiginosi e frenetici, che si avvale di una scenografia essenziale ma efficace e di giochi di luce innaturali.
Il vivace animale del titolo, la scimmia, mette in atto una vera rivolta attorno all'altare e a due giovani preti, scombina la fede di Lilla e Nena, due zitelle brutte e devote al punto d’imporsi una vita di preghiera e penitenza. In questa vita non c’è spazio per i peccati della scimmia, che non viene perdonata e condannata per i suoi atteggiamenti lascivi e amorali. Con il suo buffo corpo, la sua bassezza, l'essere mosso da impulsi e desideri, l'animale provocherà una disputa teologica accesissima, attraverso la quale si giungerà all’inesorabile condanna. La sua morte.
Lilla e Nena, riacciuffano l’animale e lo legano con un guinzaglio; sono sconvolte per lo scempio e arrabbiatissime con lui. "Questo peccato gravissimo dev’essere espiato" dice alterato uno dei sacerdoti: la scimmia deve morire perché Dio perdoni la sua ignobile colpa. La scimmia - spiega Emma Dante - è una creatura di Dio, ed è un altro corpo preso in prestito per raccontarci, da secoli, la stessa storia [3].
La Dante sembra suggerire che l’errore più grave è quello compiuto dall’uomo, che con la sua malizia legge in tutto questo il perverso e il blasfemo finendo con l’accanirsi contro il prossimo e contro Dio stesso. La scena finale ha un grande impatto emotivo, vediamo la scimmia salire sull’altare e sovrapporsi al crocefisso ed ecco che la scimmia, come Gesù, diviene capro espiatorio vittima della stupidità dell’uomo che, obnubilato dai rituali e simboli non coglie più l’importanza del perdono e la vera essenza della religione.
[modifica] Cani di bancata
Interpreti: Sabino Civilleri, Sandro Maria Campagna, Salvatore D'onofrio, Ugo Giacomazzi, Vincenzo di Michele, Manuela Lo Sicco, Stefano Miglio, Carmine Maringola, Alessio Piazza, Antonio Puccia.
Scene: Emma Dante, Carmine Maringola.
Costumi: Emma Dante.
Luci: Cristian Zucaro.
Assistente alla drammaturgia: Eleonora Lombardo.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: CRT Centro di Ricerca per il Teatro in collaborazione con Palermo teatro Festival.
Testo e Regia: Emma Dante.
Cani di Bancata è uno spettacolo in cui l'autrice siciliana si confronta, per la prima volta, con il tema scottante e attuale, della mafia e dei crimini mafiosi.
Il suo linguaggio fatto di parole, di suoni, di corpi in movimento è spesso usato come preciso riferimento a persone e fatti realmente esistenti, in questo caso appartenenti al mondo mafioso ( un famigerato “Zio Totò).
La mafia è una femmina-cagna che mostra i denti prima di aprire le cosce, dice la Dante. È a capo di un branco di figli che, come cagnolini scodinzolanti, si mettono in fila per baciarla. Il suo bacio è l’onore. La cagna dà ai figli il permesso di entrare: Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre (Cosanostra) e dello Spirito Santo. In un continuo rituale che prima bastona e castiga i figli più giovani per vederli risorgere dentro un vestito imbrattato di sangue e ricevere la benedizione della Madre. I figli lo abbracciano e pronunciano il giuramento: "Entro col sangue ed uscirò col sangue. Il patto si stringe".
Questa è la mafia di Emma Dante, per uno spettacolo dai toni forti come forte è il messaggio che vuole trasmettere al pubblico, un nuovo modo di affrontare il tema della mafia, di Cosa Nostra in particolare. Un rito a metà tra il pagano e il sacro attraverso il quale nascono piccoli mafiosi e che culmina in una "farsa": i mafiosi diventano politici in giacca e cravatta, che si masturbano di fronte ad una cartina dell’Italia siculo-centrica e conquistata dagli appalti e da una politica mafiosa. Una vera e propria orgia di potere.
Lo spettacolo viene spesso presentato con l’accompagnamento musicale iniziale di Carmen Consoli, siciliana doc, amica della Dante e come lei, schierata nella lotta contro ogni tipo di mafia.
[modifica] Le Pulle
Interpreti: Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri, Emma Dante, Ersilia Lombardo, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola,Clio Gaudenzi, Antonio Puccia.
Musiche originali: Gianluca Purcu alias Iu.
Testi delle canzoni: Emma Dante.
Scene: Carmine Maringola.
Luci: Cristian Zucaro.
Costumi: Emma Dante.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: Teatro Mercadante di Napoli, Théatre du rond-point di Parigi.
Testo e Regia: Emma Dante.
L’operetta amorale, con cui definisco questo spettacolo - spiega l’artista palermitana - è un atto unico di carattere popolare in cui la recitazione si alterna col canto e l’argomento che viene trattato non ha relazione con la comune morale[4]. Le protagoniste sono delle Puttane (Pulle in palermitano), per la precisione prostitute transessuali che seppur additate dalla morale cattolica come peccatrici, credono in Dio. Le Pulle è ambientato in un bordello gestito dalla regina Mab presa in prestito dal “Romeo e Giulietta” di Shakespeare.
Mab con l’aiuto di tre fate, innesca femminilità e desiderio nei quattro uomini-trans. Con questa pièce a metà tra il musical e l’operetta ci vengono raccontate le storie di queste prostitute emarginate dalla società e in cerca della realizzazione dei loro sogni, attraverso suoni, canzoni, corpi, immagini pittoresche e evocative la Dante ci permette di entrare nel loro mondo, di entrare in contatto affettivo con loro.
Queste Pulle, che lamentano costantemente la loro condizione ai margini della società, hanno coscienza dell’impossibile realizzazione dei loro desideri in un mondo che le vede solo come peccatrici e perverse.
[modifica] Il Festino
Interpreti: Gaetano Bruno.
Luci: Antonio Zappalà.
Foto: Carmine Maringola.
Produzione: Sud Costa Occidentale
Testo e Regia: Emma Dante.
Nel suo “festino” Emma Dante, con il crudo realismo che la contraddistingue, porta in scena la disabilità mentale di Paride. Attraverso il monologo di Gaetano Bruno, l’unico attore in scena, la regista siciliana da vita al mondo fantastico che c’è nella testa del personaggio. Questo mondo è popolato da amici immaginari (le scope, uniche invitate alla festa per fargli compagnia) e da ricordi del passato molto dolorosi. Alla sua festa Paride immagina di dialogare col fratello gemello Iacopo (disabile fisico) e ricorda l’abbandono del padre.
Il testo è in italiano ed è molto lontano dai fitti dialoghi in lingua siciliana tipici della Dante.
In quest’opera si celebra il dramma di una vita interna nascosta, tutto raccolto fra le quattro mura di una famiglia "normale". Ultimo atto della festa è il suicidio di Paride vissuto come volo, liberazione al termine di una vita in salita. Destra, sinistra destra sinistra, muovi le gambe, Iacopo... ora sì che ti faccio volar.
[modifica] Mishelle di Sant'Oliva
Interpreti: Giorgio Li Bassi, Francesco Guida.
Luci: Irene Maccagnani.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: Sud Costa Occidentale.
Testo e Regia: Emma Dante
Lo spettacolo anche questa volta scava all’interno di un ambito domestico pieno di miseria, economica e morale.
Mishelle di Sant’Oliva, (un palese richiamo nel titolo del quartiere palermitano della prostituzione) mischia il tragico e il grottesco attraverso una scenografia essenziale (due sedie, due tende, due corde nodose) e la bravura dei due protagonisti: Gaetano e il figlio Salvatore .
Il primo, Gaetano, è un anziano distrutto dalla solitudine e dal ricordo della moglie scomparsa, mentre il figlio Salvatore è un travestito che si prostituisce e che cerca in modo affettuoso di avvicinarsi al padre. Ma il padre è disgustato dai suoi atteggiamenti e lo spettacolo si muove tra dialoghi, liti e incomprensioni dei due personaggi che pur contrastandosi violentemente condividono lo stesso dolore per l’abbandono della madre e moglie, scappata per poter fare la ballerina, in realtà finendo poi col prostituirsi.
Salvatore conosce la reale condizione della madre e il suo travestirsi è un modo per stabilire un contatto col padre ricordando in qualche modo la madre perduta. Soltanto alla fine il padre ravviserà negli atteggiamenti di Salvatore l’ombra della moglie desiderata e il muro di distacco tra i due si scioglierà nell’abbraccio di due corpi stremati dal dolore.
[modifica] Eva e la bambola
Voce e Chitarra: Carmen Consoli.
Musicisti: Massimo Roccaforte (mandolino), Santi Pulvirenti (chitarra acustica e buzouki), Puccio Panettieri (batteria e percussioni), Marco Siniscalco (contrabbasso), Andrea Di Cesare (violino), Giancarlo Parisi (fiati).
Voce recitante: Simona Malato.
Scenografie: Valerio di Pasquale.
Costumi: Lou.
Produzione: Francesco Barbaro.
Testi Teatrali: Emma Dante.
Eva e la Bambola è la performance creata da Emma Dante per Carmen Consoli nel suo tour teatrale 2007/2008.
La stessa Dante parla della musica di Carmen per spiegare la messa in scena del suo tour: I suoi testi sono brevi atti unici dolci e tremendi con una parata di eroi tragici, peccatori imbelli del nostro tempo che abitano un mondo in cui si confondono verità e menzogna, santità e sudiciume, estasi e maledizione. La sua canzone è una donna determinata e forte che partendo da un teatro di provincia viaggia per le metropoli, fiera di mostrarsi diversa dai luoghi comuni che la vorrebbero remissiva e sottomessa. Mi piacerebbe rappresentare a teatro la sua canzone sotto una luce a pioggia che bagna il corpo di un’Eva sposa con una mela in mano. Un momento di dubbio ed Eva, peccatrice e imperfetta, mangia il frutto proibito. In questo istinto originario sta la musica di Carmen, in un “matrimonio” col peccato, senza nessuna preghiera di assoluzione.[5]
[modifica] La trilogia degli occhiali
La Trilogia degli occhiali consiste in tre spettacoli autonomi (Acquasanta,Ballarini, Castello della Zisa) ma legati, che portano in scena i temi della povertà, della malattia e della vecchiaia.
Le tre storie sono raccolte nell’omonimo romanzo edito da Rizzoli.
La Dante lega i tre spettacoli attraverso il ruolo unificatore degli occhiali, indossati dai protagonisti delle tre storie. Attraverso questo stratagemma affronta temi diversissimi fra loro soprattutto nel linguaggio e nella cifra stilistica. Il legame fra i tre atti lo si scopre nella mano della regista che anche in questo lavoro non abbandona la sua fonte ispiratrice: il mondo degli ultimi, gli emarginati, i malati, gli abbandonati, fra vecchiaia e solitudine colti in un momento buio della loro esistenza. Repubblica elogia il nuovo spettacolo della Dante così: un talento poetico unico in Italia che in questo nuovo lavoro, alla ricchezza del mondo creativo dell’autrice, affianca una ricerca linguistica straordinaria sui dialetti dell’Italia del sud.
[modifica] Acquasanta
Interpreti: Carmine Maringola.
Luci: Cristina Fresia.
Foto: Giuseppe Di Stefano.
Produzione: Sud Costa Occidentale, Teatro Mercadante di Napoli, CRT di Milano, Thèatre du rond-point di Parigi.
Testo e Regia: Emma Dante.
Acquasanta è la storia di un mozzo, che rievoca la sua vita da marinaio, ancorato alla prua di una nave immaginaria. ’O Spicchiato è stato lasciato a terra perché "ha dichiarato il proprio amore al mare, a guagliona sua’’. Si era imbarcato all’età di 15 anni e da allora non era mai sceso dalla nave.
Non crede alla terraferma, per lui è ‘n’illusione. Sopra la sua testa pende il tempo del ricordo: una trentina di contaminati ticchettìano inesorabili. Poi suonano e tutto tace. Il mare smette di respirare e ‘o Spicchiato rivive l’abbandono[6] questo racconta la regista, spiegando il suo personaggio.
Il monologo del protagonista è in napoletano stretto e “O Spicchiato”, legato da spesse funi quasi a voler ricordare una camicia di forza che lo imprigiona, dona voce al capitano e ai marinai raccontando di salvataggi immaginari e ricordando il suo amore di sempre, il mare.
[modifica] Ballarini
Interpreti: Sabino Civilleri, Manuela Lo Sicco.
Luci: Cristina Fresia.
Foto: Carmine Maringola.
Produzione: Sud Costa Occidentale.
Testo e Resgia: Emma Dante.
Ballarini è la storia di due anziani che danzano e tirano fuori da un baule i ricordi di una vita assieme. Tutto questo a pochi minuti dallo scoccare dell’anno nuovo. Sulle note di vecchie canzoni lui e lei festeggiano l’arrivo di un nuovo anno ballando a ritroso la loro storia d’amore.
[modifica] Il castello della Zisa
Interpreti: Claudia Benassi, Onofrio Zummo, Stéphanie Taillandier.
Luci: Cristina Fresia.
Foto: Carmine Maringola.
Produzione: Sud Costa Occidentale.
Testo e Regia: Emma Dante.
Il castello della Zisa, con Claudia Benassi, Stéphanie Taillandier e Onofrio Zummo, è la storia di un ragazzo down, Nicola, che abitava nel quartiere popolare che da nome all’opera e che ora vive in un istituto assistito da due suore che lo lavano e lo curano. La storia è incentrata sul sogno di questo ragazzo ritardato che crede di avere una missione: difendere il castello da diavoli e mostri, e così dalla mattina alla sera resta incantato davanti alla finestra che guarda verso il castello, guardiano di quelle ricchezze.
[modifica] Carmen di Bizet
A Emma Dante è stata affidata l’apertura della stagione del Teatro alla Scala 2009/2010. Si tratta del lavoro più difficile per la regista palermitana, lontana culturalmente dal mondo della lirica e dai clichè scaligeri.
Questa Carmen, capolavoro di Georges Bizet basato sull’omonima novella di Prosper Mérimée (non senza incisive modifiche), è stata diretta da Daniel Baremboim con la regia di Emma Dante. La regista è la coraggiosa scelta di Stéphan Lissner, sovrintendente e direttore artistico che l’ha fortemente voluta per la prima della Scala. La stessa Emma Dante all’inizio si è mostrata recalcitrante nell’accettare questa sfida ma infine, con l’aiuto (da lei stessa confermato) di Baremboim, è nata l’intesa necessaria per far cooperare regia e musica.
Altra scelta coraggiosa della direzione musicale è la giovane mezzo soprano Anita Raschevlishvili, di origine georgiana e appena venticinquenne senza esperienza di grandi ruoli operistici. La scelta di Baremboim si è però rivelata vincente sia per la mezzo soprano che per il tenore Jonas Kaufmann apprezzati anche dai loggionisti.
La regia della Dante, al contrario, non è uscita dalla prima senza contestazioni soprattutto dagli abituè della Scala, catapultati nel meridione pittoresco di Emma Dante.
La regista dice della sua Carmen: Carmen è una creatura nuova per me, e mi sento più vicina a quella di Mérimée che a quella di Bizet: le donne dei miei spettacoli sono scimunite che un contesto di furia, dolore e sottomissione ha rincoglionito. Carmen invece non è una vittima, è una ribelle che trasgredisce ogni regola, che diserta ogni perbenismo: conosce da sempre il suo destino di morte e per sete di libertà, è lei ad andarle incontro[7].
L’entusiasmo della Dante per questa regia e l’apporto del genio di Baremboim hanno riscontrato l’apprezzamento da parte del pubblico più giovane, nella serata a loro dedicata. Non altrettanto entusiasta l’accoglienza da parte del folto pubblico intervenuto per la prima che ha concluso con quattordici minuti di fischi mischiati per la verità a timidi applausi.
I loggionisti in rivolta non hanno apprezzato le scelte ardite della Dante e la forte carica sessuale di cui era intriso l’intero spettacolo. La scelta di usare simboli cristiani (ad esempio il carro funebre che segue Carmen dall’inizio alla fine dell’opera) hanno inquietato gli abituè scaligeri.
Lo stesso Franco Zeffirelli (direttore dell’Aida per l’apertura della scala del 2006) definisce il lavoro della Dante come frutto di una scelta sbagliata: Io credo nel diavolo e ieri sera alla Scala ho visto in scena proprio il diavolo. Quello spettacolo è il frutto di una scelta sbagliata, pericolosa soprattutto per i giovani. Immaginiamo un ragazzino che non è mai stato all'opera e va alla Scala, meraviglioso scrigno di bellezza, per vedere quella Carmen[8].
Zeffirelli boccia l’operato di Emma Dante, definendola una donna irresponsabile, frutto di una cultura sbagliata, che coadiuvata da un pessimo scenografo ha fatto uso di brutti costumi provinciali. Sempre Zeffirelli: È uno scandalo che la Scala abbia fatto una simile porcata, con la presunzione di volere insegnare ai giovani cos'è l'opera. Questa signora ha trasformato Carmen in un demonio, dimostrando di non conoscere la letteratura ottocentesca, che è piena di donne che si ribellano allo strapotere maschile, senza per questo essere dei diavoli. E Carmen è una di loro[9].
Lo sdegno del regista romano, anche se in maniera più pacata si rivolge anche a Baremboim, straordinario pianista e grandioso direttore, è un giocherellone ma stavolta si è reso complice di un crimine. Con Kleiber e Karajan una cosa simile non sarebbe mai successa[10].
Baremboim difende a spada tratta la Dante e le sue scelte, sicuro del fatto che questa regia diventerà leggenda ma che, per essere capita appieno avrà bisogno ancora di qualche anno e due o tre riprese. La regista stessa si difenderà dalle accuse spiegando che lo spettacolo originale non ha subito forzature e le cose che non son state capite perché non rientravano nel libretto, non sono per forza provocazioni ma una sua interpretazione della storia di una donna forte e libera che non si lascia intimidire dal destino di morte certa al quale sa di andare in contro.
La forte carica sessuale dello spettacolo viene apprezzata da Lina Sotis che ammette di non aver mai visto in quarantatre anni di prime niente di così erotico sul palcoscenico e ancora Paolo Isotta sul Corriere della Sera scrive: Ci sono grovigli di corpi femminili, le sigaraie all’uscita del turno, che paiono un’immensa medusa ove i serpenti sono i corpi delle femmine stesse. Non si può che rimanere ammirati dalla forza e dalla "verità" di quest’interpretazione scenica[11].
L’autore del bestseller “Il Codice Da Vinci” Dan Brown, presente alla prima della Scala, si è recato dietro le quinte a parlare con la Dante definendo la sua performance spettacolare e ricordandole che molto spesso essere controversi è meglio che essere universalmente adorati (com’è accaduto a lui).
[modifica] I romanzi
[modifica] Via Castellana Bandiera (Rizzoli, 2008)
E’ il primo romanzo di Emma Dante e ha vinto il Premio Vittorini 2009. La storia è incentrata sull’incrocio tra due auto in via Castelli Bandiera. Questa strada poco più grande di un budello non permette ad entrambe le macchine di passare senza doversi fermare e lasciare il passaggio l’una all’altra. Ma né Samira, anziana albanese che abita in quella via, né Rosa, una ragazza che vive a Milano ma è d’origine palermitana, accettano di arretrare.
L’incontro delle due auto porta così all’incontro tra due generazioni differenti e allo scontro tra mondi diversi. Da una parte, Samira il cognato Saro Calafiore, capostipite di una famiglia costruita tra odio e dissapori, opportunismo e costrizioni e Rosa dall’altra, che si è allontanata dalla famiglia perché il padre non voleva accettare una figlia lesbica. Attorno alle due donne si muovono personaggi grotteschi, a partire dalla famiglia Calafiore intenta ad organizzare un giro di scommesse per sfruttare a loro vantaggio il faccia a faccia. Il complotto avrà però esiti sconvolgenti.
Repubblica parla della Dante così: nel passaggio dalla scrittura scenica a quella letteraria, la Dante si porta appresso i suoi "Cani di bancata", i suoi personaggi torvi, tanto violenti quanto violentati, e il suo gusto per la sberla allo spettatore, in questo caso lettore. Mira al ventre, Emma Dante, e chi cerca cartoline da Palermo o eroi seducenti ha sbagliato libro. E così, giusto per rimarcare le radici, via Castellana Bandiera diventa il palcoscenico di una tragicommedia tutta palermitana nella quale, alla maniera di Roberto Alajmo e del suo "È stato il figlio", la macchina si pone come un irrinunciabile simbolo di possesso e di potere, strumento di protervia col quale imporre la propria legge nel Far West del quartiere Fiera. Una sorta di protesi del proprio corpo grazie alla quale esigere rispetto in nome di un paraurti più poderoso di quelli altrui, di un clacson più strombazzante di quelli «avversari»[12].
[modifica] Anastasia, Genoveffa e Cenerentola (La tartaruga Edizioni, 2011)
E’ il racconto dal quale è tratto l’omonimo spettacolo della Compagnia Sud Costa Occidentale (con Claudia Benassi, Italia Carroccio, Valentina Chiribella, Onofrio Zummo Luci Gabriele Gugliara).
Il Libro parla della storia della sguattera Cenerentola e delle sue sorellastre rivisitata dalla regista. Dentro la casa dove Cenerentola fa da sguattera, la matrigna e le due sorellastre si presentano in maniera totalmente diversa da come invece appaiono all’esterno. È un continuo gioco tra il dentro e il fuori. A casa sono malvestite e trasandate e comunicano tra loro in un siciliano ricco di parole ed espressioni colorite. Ma quando entrano a stretto contatto con l’alta società, negli ambienti aristocratici, i loro modi diventano raffinati e austeri.
Le tre arpie pettegole si riempiono la bocca di citazioni in francese, mostrando grande rispetto per le regole del galateo. La stessa cosa fa il principe: il suo disagio lo esprime in siciliano, usato come mezzo per esprimersi con schiettezza. Cenerentola è l’unica a usare sempre lo stesso linguaggio proprio perché non ha niente da nascondere.
La favola che racconta la Dante, sia per adulti che per piccini ha due morali: a prima è che bisogna sempre essere la stessa persona sia dentro che fuori dalle mura di casa, la seconda è che i cattivi non devono diventare eroi e non possono restare impuniti.
[modifica] La favola del pesce cambiato (L’arboreto edizioni, Mondaino 2007)
Definita da molti come una favola che spiega il mistero della nascita, è interamente scritta da Emma Dante e propone ai lettori una cornice pittorica coi disegni di Gianluigi Toccafondo.
È la storia della trasformazione del pesce che nuota fino allo stremo delle forze per vincere la sua gara e crolla appena raggiunta la vittoria. Ed è storia della paura provata dall’animale (che tanto ricorda un bambino in cerca di avventura) che si abbandona fiducioso al suo futuro e lotta e mentre cresce a dismisura interrogandosi sul senso di stare in una vasca che gli sta sempre più stretta.
La favola del pesce cambiato è quindi la storia dell’amore per la vita e per la ricerca della propria identità. Ciò che rende più affascinante questa favola è il connubio tra il testo e il disegno, una sorta di riscrittura in una nuova grafia, fatta di colori e di pennelli. Il risultato di questo esperimento è che la parola di Emma Dante e il disegno di Gianluigi Toccafondo non sono separabili, come non lo sono il pesce e la vasca della favola.
[modifica] Note
- ^ http://www.emmadante.it/mpalermu.html
- ^ http://www.emmadante.it/mpalermu.html
- ^ http://www.emmadante.it/lascimia.html
- ^ http://www.emmadante.it/lepulle.html
- ^ http://www.emmadante.it/evaelabambola.html
- ^ http://www.emmadante.it/acquasanta.html
- ^ http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2009/11/24/news/emma_dante_uneretica_alla_scala_la_mia_carmen_un_virus_nellopera-1822677/
- ^ http://magazine.excite.it/milano-fischi-alla-scala-per-la-regia-della-carmen-N33025.html
- ^ http://www.laltracampana.com/zeffirelli-questa-carmen-e-un-demonio/
- ^ http://www.laltracampana.com/zeffirelli-questa-carmen-e-un-demonio/
- ^ http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_dicembre_8/emma-dante-regia-carmen-scala-contestata-zeffirelli-1602124081571.shtml
- ^ http://palermo.repubblica.it/dettaglio/il-nuovo-romanzo-di-emma-dante/1505148
[modifica] Bibliografia
- Andrea Porcheddu,Palermo dentro. Il teatro di Emma Dante, Editrice Zona, Collana Pedane Mobili, 2005.
- Anna Barsotti, La lingua teatrale di Emma Dante. MPalermu, Carnezzeria, Vita mia, Edizioni ETS, Pisa, 2009.
- Emma Dante intervistata da Federica Antonelli e Celeste Bellofiore, Estratti di un teatro bastardo, in "Atti e Sipari", 1, 2007
- Sicilia, Palermo, metafore… e il caso Emma Dante, in Atti e Sipari, 5, 2009.
[modifica] Collegamenti esterni
- Sito ufficiale di Emma Dante
- Sito della compagnia di Emma Dante
- Sito ufficiale del CRT Centro di Ricerca per il Teatro
- Donna di scena, donna di libro. La lingua teatrale di Emma Dante di Anna Barsotti, parte I da drammaturgia.it
- Donna di scena, donna di libro. La lingua teatrale di Emma Dante di Anna Barsotti, parte II da drammaturgia.it
- Recensione de Le pulle di Emma Dante