Giambattista Basile

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Giambattista Basile
Giambattista Basile

Giambattista Basile (Parete (CE), prob. 1575 – Giugliano in Campania1632) è stato un letterato e scrittore italiano di epoca barocca, primo a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare.

Fu detto anche il Boccaccio napoletano.

Indice

[modifica] La vita

Da giovane fu soldato mercenario al servizio della Repubblica della Serenissima, spostandosi tra Venezia e Candia, l'odierna Creta.

In questo periodo, l'ambiente della colonia veneta dell'isola gli permise di frequentare una società letteraria, l'Accademia degli Stravaganti.

I primi documenti della sua produzione letteraria pervenutici sono del 1604 e sono costituti da alcune lettere scritte come sorta di prefazione alla Vaiasseide dell'amico e letterato napoletano Giulio Cesare Cortese.

L'anno seguente viene messa in musica la sua villanella Smorza crudel amore.

Rientrato a Napoli nel 1608, pubblica il suo poemetto Il Pianto della Vergine.

Nel 1611 prese servizio alla corte di Luigi Carafa, principe di Stigliano al quale dedicò un testo teatrale, Le avventurose disavventure e successivamente seguì la sorella Adriana, celebre cantante dell'epoca alla corte di Vincenzo Gonzaga a Mantova, entrando a far parte della Accademia degli Oziosi. Curò fra l'altro la prima edizione delle rime di Galeazzo di Tarsia[1].

Nella città lombarda fece stampare madrigali, dedicati alla sorella e odi e, nel 1613 le Egloghe amorose e lugubri, seconda edizione riveduta ed ampliata de Il Pianto della Vergine ed il dramma in cinque atti La Venere addolorata.

Tornato a Napoli, fu governatore di vari feudi per conto di alcuni signori meridionali.

Nel 1618 uscì L'Aretusa, un idillio dedicato al principe Caracciolo di Avellino e l'anno seguente un testo teatrale in cinque atti Il Guerriero amante.

Morì a Napoli, nel 1632.

[modifica] Opere

« L'Italia possiede nel Cunto de li cunti o Pentamerone del Basile
il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari... »
(Benedetto Croce, premessa a Lo cunto de li cunti, Laterza, Bari, 1925)

Le sue opere più famose sono scritte in lingua napoletana e si intitolano "Le muse napolitane" e "Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de peccerille", noto anche come il "Pentamerone", benché sia stato chiamato così da un editore e non per scelta del Basile.

Quest'ultimo, anche nel titolo, si ispira evidentemente alla raccolta di novelle (Decameron) di Boccaccio, ma con alcune differenze: le giornate sono la metà (5 anziché 10) e ridotto alla metà è anche il numero delle novelle (50 anziché 100, tra cui 49 raccontate dalle narratrici più 1 che fa da cornice alla storia); i narratori sono dieci vecchiette caratterizzate da difetti fisici (Zeza è sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, ecc.).

« [...] al posto delle elette gentildonne favolatrici, Pampinea, Fiammetta, Neifile, qui troviamo Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola scerpellata, Ciommetella tignosa e Iacova squarquoia: un vero e proprio congresso di lamie. È vero che costoro, scelte dal re di Vallepelosa come le migliori della città, essendo le più svelte e linguacciute, favoleggiano nei giardini reali. Ma che giardini reali son questi! Invece di alberi solenni, una semplice pergola d'uva: il giardino reale si riduce alle proporzioni d'un modesto orto suburbano. E che re son quelli dei «cunti» del Basile! Che cosa inventa uno di essi per distrarre la figlia che non sapeva ridere? Niente di meglio che schizzare con una fontana d'olio le persone che passano dinanzi alla reggia. Trovata allegra degna di quello che doveva essere un re napoletano, il re Lazzarone, che per mettere il buonumore addosso alla delicata sua sposa, le toglieva di sotto la sedia facendola cadere. (Il che dimostra che Ferdinando I fu un prodotto inevitabile di quello stesso ambiente che produsse le fiabe del Basile.) Un altro re deve abitare in un ben curioso palazzo, se non può fare uno sbadiglio senza irritare due vecchiacce che vivono in un giardino su cui guardano le sue finestre. Un altro se ne sta affacciato alla finestra per trovar marito alla figlia; e v'è un principe che rapisce la bella non già su un cavallo alato, ma su un modesto asino, e ve n'è un altro che fa alle sassate coi monelli di strada. [...] »
(Mario Praz, Il «Cunto de li cunti» di G.B.Basile, in Bellezza e bizzarria. Saggi scelti, Mondadori, Milano, 2002)

Più che novelle, le storie narrate da Basile sono fiabe tratte in genere dalla tradizione popolare, che l'autore trasforma però in prodotti letterari, con l'uso di un dialetto più colto di quello effettivamente parlato e con l'inserimento di notazioni ironiche e commenti moralistici. L'opera di Basile fu una fonte di ispirazione per altri autori di fiabe e favole, come Perrault o i fratelli Grimm.

Infine la scelta di scrivere in lingua napoletana corrisponde alla tendenza propria dell'età barocca di sperimentare nuovi e più attuali modi espressivi.

[modifica] Note

  1. ^ Le rime di Galeazzo di Tarsia, raccolte dal Cavalier Giovambattista Basile, nell'Accademia degli Oziosi detto il Pigro, Napoli:C. Vitali, 1617.

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali