Giovan Battista Marino

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Frans Pourbus il Giovane, Ritratto di Giovanni Battista Marino, c. 1621. Olio su tela, 81 x 65,7 cm. Detroit, Detroit Institute of Arts.[1]

Giovan Battista Marino (Napoli, 14 ottobre 1569Napoli, 26 marzo 1625) è stato un poeta e scrittore italiano.

È considerato il massimo rappresentante della poesia barocca in Italia, identificata, dal suo nome, anche come marinismo. La sua influenza su letterati italiani e stranieri del Seicento fu immensa. Egli era infatti il rappresentante di un movimento che si stava affermando in tutta Europa, come il preziosismo in Francia, l'eufuismo in Inghilterra (dal romanzo di John Lyly Euphues), il culteranismo in Spagna. Di lui, il celebre critico Francesco de Sanctis scrisse: "Il re del secolo, il gran maestro della parola, fu il cavalier Marino, onorato, festeggiato, pensionato, tenuto principe de' poeti antichi e moderni, e non da plebe, ma da' più chiari uomini di quel tempo."[2]

Biografia[modifica | modifica sorgente]

NAPOLI (1569-1600)[modifica | modifica sorgente]

Gli anni della formazione napoletana sono molto importanti per la maturazione della sua poetica, anche se la sua carriera si svolgerà prevalentemente al Nord, e poi in Francia, pur considerando che fino ai trentun anni il Marino non metterà piede fuori dal Regno di Napoli. Soprattutto il critico letterario Giovanni Pozzi, il primo studioso organico dell'opera mariniana, ha eccessivamente enfatizzato una presunta influenza esercitata su di lui da parte degli ambienti culturali settentrionali, portando a qualche squilibrio valutativo la critica letteraria successiva. In seguito, altri studiosi (come Marzio Pieri) più consapevoli del più ampio contesto culturale in cui si mosse il giovane Marino, hanno messo l'accento sul fatto che la Napoli di quest'epoca, per quanto gravata dal dominio spagnolo, è tuttora ben lontana dall'aver perso la sua eminente posizione tra le capitali d'Europa; e hanno dimostrato come la "rivoluzione" mariniana abbia avuto riconoscibili e dimostrabili presupposti nella cultura napoletana e meridionale del tempo (per una comprensione del contesto è sicuramente utile rifarsi al polemico Ragguaglio XII, nella Prima centuria dei Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini, dove si discute se Roma o Napoli avesse il primato tra le città d'Italia. Di fatto all'epoca Roma era semispopolata e in grave crisi, e Napoli, ancòra lontana dalla decadenza, era oltre ogni possibilità di dubbio la città più popolosa e ricca d'Italia, e una delle più prestigiose capitali europee). Il padre è Giovanni Francesco, notaio ("scrivano di vicaria") del medio ceto, non facoltoso - casa Marino è piccola, sita in piazza della Selleria, dove secondo Francesco De Pietri era nato anche Jacopo Sannazaro - ma di ottima cultura e forti inclinazioni letterarie; stranamente il nome della madre (oggetto di una rigida e dolente ode funebre in strofe complesse, nelle Rime, poi Lira II, canz. XIV, "Torno piangendo a riverir quel sasso", da cui si può solo dedurre che è morta prima del 1600) non è stato tramandato. Da una sorella maggiore, Camilla, coniugata Chiaro, nascerà Francesco Chiaro, poi canonico a Napoli grazie all'interessamento del famoso zio, e suo biografo ed esecutore testamentario e letterario, in contrasto con Giovan Battista Manso.

La famiglia[modifica | modifica sorgente]

La famiglia è forse oriunda calabrese.[3] Giovan Francesco Marino è un frequentatore del cenacolo di Giovanni Battista Della Porta. Sembra che presso le "Due Porte" sia il notaio sia il figlio adolescente partecipino alle messinscene domestiche delle commedie dell'illustre "mago" e scienziato[4]; il giovanetto Giambattista probabilmente recita travestito ne La fantesca, ma soprattutto in quest'àmbito vive a contatto diretto con la filosofia naturale del maestro, in rapporto di scambio continuo con i sistemi filosofia di Giordano Bruno e Tommaso Campanella.

Se proprio il Campanella mostrerà di avversare il marinismo (pur non prendendo direttamente di mira il Marino), dev'essere tenuta da conto questa comune matrice speculativa, dalle forti implicazioni panteistiche e quindi eterodosse o neopagane[senza fonte], alle quali il Marino, prestando loro sfoggiate vesti cortigiane, si serberà fedele tutta la vita[senza fonte]; da una parte ottenendo grande successo presso i dotti più conformisti, dall'altra incontrando continue difficoltà per i contenuti "sapienziali" delle sue opere, le quali, ritenute infine direttamente in contrasto con l'ortodossia controriformista, saranno nel giro di qualche decennio messe quasi tutte all'Indice dei libri proibiti[5].

Riceve i rudimenti grammaticali sotto la guida dell'umanista Alfonso Galeota[senza fonte], stando ai biografi ufficiali (mentre lo pseudoTraiano Boccalini fa il nome di Domenico Peppi) che lo istruisce in latino, ma, dato l'indirizzo legale immediatamente imposto da Gio. Francesco (dal 1583, forse dal 7 gennaio come con molta precisione riporta Francesco Chiaro, il Marino avrebbe seguito svogliatamente per qualche anno gli studii di legge), non gl'impartì nessuna nozione di greco, lingua che il Marino avrebbe ignorato per tutta la vita. Per quanto riguarda poi il latino, è abbastanza sicuro, sulla base anche di un aneddoto risalente ad un viaggio verso Mantova durante il quale il Marino fu interrogato a bruciapelo su questioni grammaticali elementari da un fine latinista come Gaspare Murtola, il poeta ebbe un'ottima comprensione, ma non era in grado di scriverlo.

Le sue caratteristiche di imperfetto umanista sono eloquenti non solo di sue personali manchevolezze, ma anche dei tempi profondamente mutati: può essere significativo un paragone, a questo proposito, con la formazione e la cultura effettive di altre figure importanti della letteratura europea tra XVI e XVII secolo (Lope de Vega, William Shakespeare). Nonostante le pressioni del padre perché intraprenda la stessa professione, anche in considerazione delle condizioni economiche non particolarmente floride della famiglia, il Marino segue prepotentemente la propria disposizione alle lettere, fino a vendersi i testi legali per comprarsi libri di letteratura e poesia.

Visti vanificarsi tutti i tentatìvi, Giovan Francesco Marino - dopo il 1586, anno in cui il Marino pare abbandoni definitivamente gli studi di legge - butta il giovane poeta letteralmente in mezzo alla strada. Non sembra affatto inverosimile che, come sostenuto da Tommaso Stigliani, il Marino rimanga per tre anni senza tetto, ora dormendo all'aperto, ora appoggiandosi a qualche amico o addirittura a qualche ospedale dei poveri, prima che qualcuno lo sovvenga; mentre serenamente da respingere è la tesi (avanzata comunque in forma ipotetica) che il Marino sia stato scacciato dal padre per aver avuto una relazione incestuosa con la sorella. Da quel che lo Stigliani riporta commentando il testo del Bajacca, sembra potersi dire solamente che la Camilla lo difendesse, abbastanza inutilmente, presso il troppo rigido padre, e che il Marino avesse un carattere pestifero.

L'Accademia degli Svegliati

I primi ad accorgersi di lui, e a sostenerlo anche economicamente, sono Ascanio Pignatelli (personaggio brillante, è anche un modello letterario, grazie alle preziose Rime manieriste, in cui la maniera miniaturizzante barocca è largamente e felicemente anticipata), Innigo de Guevara duca di Bovino e Giovan Battista Manso, ma l'incontro più decisivo è quello col ricchissimo mecenate e cultore d'arte Matteo di Capua, principe di Conca e Grande ammiraglio del Regno, già protettore del Tasso, punta di diamante della nobiltà filospagnola napoletana e amico di Giulio Cortese. L'ingresso, per così dire, in società del Marino data a non prima del 1592, quando è attestata la sua frequentazione non occasionale delle due illustri case del Manso e del di Capua.

Nella seconda metà del 1596, come si evince da una lettera di Camillo Pellegrino ad Alessandro Pera, diviene segretario del principe, o sottosegretario come fa notare lo Stigliani, precisando che segretario è all'epoca Giovan Domenico Bevilacqua, poeta, il cui capolavoro relativo, dato alle stampe nel 1586, non può non risultare suggestivo per il lettore del Marino (Il ratto di Proserpina, di Claudiano da Giovan Domenico Bevilacqua, in ottava rima tradotto... Con gli argomenti et allegorie di Antonino Cingale. E con la prima, e la seconda parte delle rime[...], per Gio. Fr. Carrara, Palermo). Oltre a trovare relativa stabilità, il Marino ha modo, perdendosi nella favolosa quadreria del gran signore, di sviluppare il proprio gusto per le arti figurative (il Marino sarà, significativamente, anche lo scopritore di Nicolas Poussin).

Fondamentale nella sua formazione è la frequentazione, a partire dal 1588, anno della fondazione, dell'Accademia degli Svegliati (dove è "L'Accorto"). Lo Stigliani sostiene che non si sia mai trattato di una vera e propria accademia, ma di un gruppo di letterati che si riunivano in modo informale, richiamando, oltre al principe Cortese e al primicerio Pellegrino, personalità del calibro di Giovan Battista Manso, Tommaso Costo, Ascanio Pignatelli, Giulio Cesare Capaccio, P. Regio e diversi altri; risulta affiliato all'accademia anche Torquato Tasso. Sta di fatto che, come riporta anche Michele Maylender, nel 1593 l'accademia, in cui si tratta di letteratura ma anche di scienza ed, evidentemente, di politica, è chiusa con un rescritto del re per attività antispagnole; l'impostazione è sicuramente eterodossa, telesiana, lucreziana e razionalista, e nonostante quello che dice lo Stigliani, dev'essere formalizzata, avendo un nome riconoscibile e non ignoto alle autorità; e gli accademici avevano tutti, come d'uso per le adunanze regolate da statuto, pseudonimi accademici.

La chiusura dell'Accademia è decisa in seguito a indagini dell'Inquisizione; la figura del principe, il Cortese, è una delle più cospicue tra i telesiani di Napoli, e il suo nome ricorre in una dichiarazione (settembre 1599, quando il Cortese è morto da un anno) di Tommaso Campanella, insieme con quello di Nicola Antonio Stigliola e di Giovanni Paolo Vernalione, durante una deposizione del filosofo al processo intentatogli per congiura contro lo Stato; il Cortese avrebbe informato il grande stilita di un imminente rivolgimento politico. Nel pensiero e nell'opera del Cortese il Marino ha sicuramente trovato svariate suggestioni, e la stessa condotta del principe degli Svegliati nei confronti delle istituzioni statali ed ecclesiastiche, improntata sempre più a doppiezza, ha influito notevolmente sulla sua carriera. Tra i testi cortesiani importanti per il Marino devono essere citati almeno il Discorso fatto intorno alle forze del senso e dell'intelletto, e alle Regole per fuggire i vizii dell'elocuzione del 1592.

In essi, rifacendosi anche ad una perduta Poetica, l'intellettuale, segnando una frattura con il manierismo, sostiene che la poesia è uno strumento conoscitivo della realtà - sempre rifacendosi ad Aristotele - e teorizza una scienza dell'espressione poetica. Nonostante combatta taluni aspetti involutìvi ("l'oscurità, la durezza, l'anfibologia, la viltà, la superfluità, la stranezza") a cui la poesia mariniana non sarà affatto estranea, è importante il peso speculativo dato alla parola poetica di contro al mero edonismo a cui il classicismo rinascimentale la confinava, e il primato della comunicazione contro lo splendido isolamento che era cifra del poeta manierista, chiuso nel suo mondo di bizzarrie. Per quanto riguarda il Cortese politico, anche qui si trovano espressi taluni concetti della massima rilevanza per quanto riguarda la futura carriera mariniana; nonostante il sempre più accentuato conformismo del Cortese degli ultimi anni, specialmente in seguito all'aggravarsi delle condizioni di salute, è in una delle ultime opere, una Oratione alle potenze italiane per lo soccorso della Lega germana (1594) che il Cortese aveva ipotizzato una doppia normazione religiosa: una per il popolo, impartita dalla chiesa con finalità di controllo e creazione del consenso agli Stati; e l'altra per i dotti, nella quale possono entrare elementi neoplatonici, cabalistici, sensismo telesiano e sperimentalismo dellaportiano.

Questa parte della sua produzione sembra essere la più significativa per il Marino, mentre non certo lo stesso si può dire della sfiduciata De Deo et mundo (1595), dominata da una tetra diffidenza nei confronti delle possibilità euristiche umane e da uno stanco fideismo cattolico. L'Accademia degli Svegliati consente al giovane poeta di fare le sue prime esperienze innanzitutto come redattore, ciò che potrebbe spiegare la sua estrema attenzione agli aspetti tecnici della stampa quando si tratterà delle sue proprie opere. In primo luogo è incaricato dal Cortese di curare una raccolta di componimenti poetici di accademici, che tuttavia rimane inedita; dopodiché, ciò ch'è più importante, è il Manso a dargli l'incarico prestigioso di approntare la stampa de Il Manso, o dell'amicizia, dialogo fino allora inedito del Tasso. Il Marino deve aver conosciuto il grande poeta, o lo conoscerà di persona, sia pure di sfuggita, o presso l'Accademia degli Svegliati o, più verosimilmente, presso il Manso (e non presso il principe di Conca, come le più antiche biografie sostengono); tra i due c'è lo scambio di un sonetto, che si legge tra le Rime I con la risposta).

Il dialogo, scritto nel 1592 a Roma, era stato donato in allegato ad una lettera datata 9 marzo 1593 dal Tasso al Manso; la stampa, un omaggio alla memoria del sorrentino, è del 1596, per i tipi di Gio: Giacomo Carlino ed Antonio Pace, Napoli. Tra le altre personalità, pure significativa per il Marino è la benevola amicizia di Camillo Pellegrino, primicerio di Capua, già amico del Tasso e autore, in onore di questi del dialogo Il Carrafa overo della epica poesia, in cui il Tasso è anteposto all'Ariosto. Il Marino stesso è protagonista di un altro dialogo del prelato, Del concetto poetico (1598), in cui è sostenuta la maggiore importanza, nella poesia, del concetto espresso rispetto alla presunta purezza dello stile.

Gli arresti

Durante gli anni napoletani, il Marino finisce arrestato per ben due volte. Ma sulla vita del Marino si stende persistentemente l'ombra di qualche mistero, specialmente per quanto riguarda le vicende di questo periodo, per le quali le uniche pezze d'appoggio sono fornite soprattutto da racconti biografici, e di rado da fonti documentarie dirette. Sembra verosimile, grazie ad un tardo racconto di Camillo Minieri Riccio basato su documenti oggi irreperibili, che il primo degli arresti, che si verifica nel 1598 e secondo Francesco Chiaro dura un anno, sia dovuto al procurato aborto ad un'Antonella Testa, figlia di un ricco mercante siciliano, o uno dei sindaci della città di Napoli, ingravidata non si sa se dal Marino o se da un suo amico e morta in sèguito alla sconciatura;[senza fonte] mentre un secondo guaio con la legge, nel 1600[senza fonte], probabilmente coinvolto in un duello risoltosi fatalmente[senza fonte]: il Marino avrebbe falsificato le bolle per far passare il suo caso dal tribunale laico a quello ecclesiastico nonostante non avesse i titoli per godere dei privilegii spettanti agli ecclesiastici. Di fatto il tentativo è inutile, il D'Alessandro è condannato a morte e giustiziato nell'ottobre dell'anno 1600}}; il Marino verosimilmente non conosce il carcere, in questa seconda occasione, circostanza nella quale assai difficilmente si sarebbe potuto salvare}}, ma fugge prima di essere catturato. Non è naturalmente da escludere che qualche amico influente ne favorisca la fuga; ripara comunque a Roma, di lì a poco, in condizioni fisiche pessime.

Ma diversi testimoni, tanto fra i detrattori quanto fra gli apologeti hanno attribuito con grande certezza al Marino, molta della cui lirica è al riguardo pesantemente ambigua, amori omosessuali[senza fonte]. Altrimenti, la reticenza delle fonti su questa materia è ovviamente dovuta alle persecuzioni di cui le "pratiche sodomitiche" (o "vizio nefando")[senza fonte] erano fatte oggetto in special modo durante la Controriforma[senza fonte]. L'accusa, allora particolarmente grave, ricorrerà nelle rime satiriche del Murtola[senza fonte] durante il soggiorno torinese, mentre lo Stigliani alluderà in vario modo e a più riprese alla stessa questione in varie sedi[senza fonte] (attraverso un "falso" mariniano, le postille alla Vita del Bajacca e in molti altri luoghi). Ma interessante è anche il riferimento all'amore del Marino per un non meglio precisato "giovinetto Aprile", provenzale[senza fonte], di cui si parla in una tarda biografia a cura di Antonio Bulifon (1699)[senza fonte] in calce ad una ristampa di rime.

ROMA (1600-1605)[modifica | modifica sorgente]

Il Marino, dunque, fuggito dal capoluogo campano, si trasferisce a Roma. Visto che Napoli non era sede (caso unico in Italia) di ufficio dell'Inquisizione "alla maniera di Spagna", l'interesse del poeta teoricamente sarebbe quello di rimanere a Napoli, e non certo quello di gettarsi direttamente incontro a qualche rogo. La protezione di cui ha goduto a Napoli, quindi, continua ad essere efficace anche a Roma; come si vedrà, anche nella città del papa si farà assai rapidamente molti amici influenti. Ma soprattutto è giocoforza ravvisare sin da quest'altezza cronologica come il Marino intrattenga, nonostante tutta la sua irrequietudine, ottimi rapporti con la chiesa cattolica: un favore che sostanzialmente non perderà prima dell'avvento di Urbano VIII. Come detto, il Marino giunge a Roma completamente debilitato, e qui cade gravemente malato. Ma, nonostante una parentesi di stenti secondo l'avversario Tommaso Stigliani paragonabile agli anni immediatamente seguenti la cacciata di casa (per cui riparerebbe presso il dormitorio per i poveri dell'Ospedale della Consolazione), il Marino, in capo a qualche mese, risulta già benissimo raccomandato. Alcuni biografi, tra cui il Bajacca, favoleggiano di un precedente soggiorno del Marino a Roma, nello stesso anno 1600, per il giubileo, in occasione del quale avrebbe conosciuto Gasparo Salviani in casa del card. Ascanio Colonna; anche se questo spiegherebbe (fino ad un certo punto, trattandosi di una retrodatazione solo di qualche mese) la rapidità con cui il Marino passa dalla miseria totale alla prosperità, è praticamente certo che l'ottobre-novembre 1600 sia l'altezza cronologica del suo primissimo viaggio a Roma, e che la sistemazione del poeta, e il suo repentino cambio di condizione, debba spiegarsi in altro modo. Sicuramente le amicizie tra ecclesiastici del Regno, prima tra tutte quella con il Pellegrino, avranno avuto il loro peso; secondariamente, anche il primo periodo, di opacità, può essere servito a lasciar calmare le acque, o a far perdere le sue tracce. Secondo il biografo Ferrari, Antonio Martorani, auditore del card. Innigo d'Avalos, noto come "il cardinal d'Aragona", saputo del suo arrivo, ne avverte Arrigo Falconio e Gasparo Salviani, due nomi poi ricorrenti nell'epistolario mariniano. Grazie ai loro buoni uffici può entrare al servizio di monsignor Melchiorre Crescenzi, cavaliere romano, chierico di camera e coadiutore del camerlengo, raffinato e stravagante signore, la cui cerchia intellettuale il Marino comincia a frequentare intensamente (come anche Piazza Navona, secondo la maligna insinuazione dello Stigliani, notorio ritrovo di sodomiti). La contraddizione tra il delitto blasfemo di cui il Marino s'è macchiato e il rapporto clientelare con un uomo di chiesa è solo apparente, dato lo spirito dei tempi; e il Crescenzi, oggetto d'una ricca aneddotica, è noto per le larghe vedute.

L'Accademia degli Umoristi[modifica | modifica sorgente]

A Roma entra in contatto con diverse accademie, in primo luogo l'Accademia Romana di Onofrio Santacroce, dove secondo il Bajacca aveva già pronunciato una cicalata sulla "toscana favella" prima ancora di conoscere il Crescenzi. L'accademia, frequentata anche da Tomaso Melchiori, poi dedicatario di Rime II, considerata l'antesignana di quella degli Accademia degli Umoristi, sarà poi chiusa assai per tempo, a causa degli strascichi del matricidio commesso da Paolo Santacroce, fratello di Onofrio, nel 1599. Destinato a durare, invece, tutta la vita il legame con quella prestigiosissima degli Umoristi, che Paolo Mancini, gentiluomo romano appena tornato fresco di studi da Perugia ha fondato (per ora col nome "Belli humori") in occasione del proprio matrimonio, il 7 gennaio 1600, con la collaborazione di Arrigo Falconio e Gasparo Salviani. Frequentatori dell'Accademia, che si riunisce in casa del Mancini stesso, risultano a vario titolo Alessandro Tassoni, con cui il Marino avrà sempre cordiali rapporti e che reincontrerà a Torino, Pietro Sforza Pallavicino, Agostino Mascardi, importante storico e poi suo apologeta, il grande Gabriello Chiabrera, Battista Guarini (che secondo il Ferrari il Marino conoscerebbe, però, soltanto nel corso del primo viaggio veneziano), Girolamo Aleandro (il Giovane), Francesco Bracciolini, il card. Francesco Barberini, Gasparo Simeoni, Antonio Caetani, Filippo Colonna, Giovanni Savelli, Porfirio Feliciani, Antonio Querengo; reincontra Tommaso Stigliani, con cui i rapporti non sono ancora degenerati, e l'altro suo futuro nemico, Gaspare Murtola, con cui si scambia un sonetto poi a stampa nelle Rime. Rapidamente degenera, invece, il rapporto con la fiammeggiante Margherita Sarrocchi, che, a differenza dello Stigliani e del Murtola, è figura di spessore e intellettuale di alto profilo; con lei si vocifera (v. Boccalini) che abbia inizialmente una relazione, la sola che concilii il nome del Marino con una donna e anche quella sospetta, e che dal momento della rottura diventa uno dei suoi acerrimi oppositori. Entra in contatto anche con Guido Casoni, il primo dei suoi presunti antesignani settentrionali importanti insieme al bolognese Cesare Rinaldi e al genovese Angelo Grillo.

Le rime (1602)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1601-1602 viaggia per l'Italia: fine del viaggio è Venezia, dove esordisce nella stampa con le Rime (2 voll., Ciotti), che sono anche specchio di un'intensissima vita relazionale. L'opera raccoglie presumibilmente il meglio della sua produzione dall'esperienza ancora adolescenziale, ma comprende anche, con grande tempestività, rime encomiastiche dedicate a personalità incontrate pochi mesi prima. La raccolta, notevolmente ampliata e divisa in 3 parti (la terza parte è già annunciata in queste Rime 1602, c.10v), sarà ristampata poi nel 1614 col titolo di La Lira, e testimonia pienamente dell'indole essenzialmente lirica e delicata dell'ispirazione mariniana. In una libreria veneziana, secondo quanto racconta il Loredano, gli è indicato Guido Casoni in conversazione con altri letterati; presentatosi, recita il sonetto Apre l'uomo infelice allor che nasce, e sparisce senza aspettare né lode né biasimo. Il Casoni, che all'epoca è un'autorità, rimane molto favorevolmente impressionato, e da lì nasce un'amicizia destinata a durare fino alla morte del Marino. Lungo il percorso visita le accademie e le personalità letterarie di Siena, Firenze, Bologna, stringendo relazioni importanti - specialmente a Bologna con Claudio Achillini), che è una delle città "mariniste" per eccellenza con Napoli, Venezia e per molti aspetti, almeno fino al pontificato di Urbano VIII, Roma. Di questi anni è la concezione e la prima elaborazione dell’Adone, che per più d'un ventennio sarà al centro dei pensieri del Marino insieme con altri due "poemi grandi", progettati e continuamente annunciati e mai realizzati: una Gerusalemme distrutta sulla conquista della terra santa da parte di Tito Vespasiano, in diretto rapporto d'emulazione col Tasso; e Le trasformationi, di marca ovidiana, di cui sopravvive solo lo scheletro, peraltro riportato da una fonte indiretta (Bajacca), apparentemente d'impianto organicistico-naturalistico, il cui argomento sarà poi verosimilmente assorbito da L'Adone:

« (...) curioso e giovevole sarebbe stato il poema voluminoso delle Trasformationi, il cui argomento, come egli confidò con Baldassarre Bonifaccio, archidiacono di Trevigi, amico suo di molt'anni, era tale. S'introducevano quattro bellissime principesse figliuole d'una potentissima regina, delle quali fossero innamorati quattro nobilissimi e valorosissimi cavalieri; s'intendea per la madre la Terra, per le figliuole l'Africa, l'Asia, l'Europa e l'America, per li cavalieri Ercole, Alessandro, Cesare e Colombo. Scorrevano questi con le loro vittorie, ed illustravano con la fama delle loro imprese tutto l'universo, e vedeano in ciascuna parte le varie trasformationi che si fanno di tutte le cose per opera de l'arte e de la natura, così ne gli huomini come ne gli animali e ne le piante e ne' minerali e ne' cieli e ne gli elementi. E qui si spiegavano tutti gli arcani della occulta filosofia sotto l'amenità di forse otto mila favole tratte in qualche numero da gli autori greci, latini e toscani, ma per la maggior parte cavate dal suo proprio cervello ricchissimo d'invenzioni. E si chiudeva il poema con le nozze d'Ercole in Africa, d'Alessandro in Asia, di Cesare in Europa, e di Colombo in America. »

Il servizio presso l'Aldobrandini[modifica | modifica sorgente]

Nel 1603 entra al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII, grazie ai buoni uffici, secondo un anonimo, di Ferrante della Marra, futuro duca della Guardia. Per sue manovre oscure, l'Aldobrandini, d'accordo con Ferdinando Taverna governatore di Roma, fa cadere su Onofrio Santacroce l'accusa di istigazione per quanto riguarda il matricidio compiuto da Paolo, e l'innocente nobiluomo è condotto al patibolo il 31 gennaio 1604. Lo Stigliani non mancherà di insinuare che il Marino v'abbia qualche parte; secondo il Borzelli non ne ha alcuna, ma non dà conto delle vantate "indagini accurate" in questo senso; comunque sia il coinvolgimento del Marino è, salvo nuovi ritrovamenti, completamente indimostrabile. Il Taverna è, in ricompensa, creato cardinale da Clemente VIII proprio su richiesta dell'Aldobrandini.

RAVENNA-BOLOGNA-VENEZIA (1605-1608)[modifica | modifica sorgente]

L'Aldobrandini gli garantisce durante il pontificato dello zio una potente protezione; ma alla morte di Clemente VIII, nel marzo 1605 (tralasciando il brevissimo e non influente pontificato di Leone XI, morto nell'aprile, a cui il Marino, con inutile tempestività, dedica il panegirico Il Tebro festante), succede per lunghi anni Camillo Borghese, il papa dell'Interdetto Paolo V. Nel quadro di una politica rigorista, il pontefice stabilisce sùbito che i principi della Chiesa risiedano fisicamente nelle sedi cui sono stati assegnati. L'Aldobrandini, oltre a perdere una serie di privilegi dovuti alla compiacenza nepotista dell'illustre parente, avendo avuto assegnata da costui la sede di Ravenna, deve obbligatoriamente trasferirvisi. Il Marino, come parte della famiglia, è tenuto a seguirlo. Come descriverà in una lettera, a parte il viaggio disagevole, il poeta deve così confinarsi in una città arretrata, povera e insalubre; è del tutto comprensibile che il poeta pensi sùbito ad una differente sistemazione, possibilmente sotto diverso padrone. Ciononostante Giovanni Francesco Loredano sosterrà che in questo parziale isolamento il Marino componga e pianifichi tutte le opere più importanti. Sicuramente, però, la residenza ravennate gli consente di raggiungere sovente due città hanno un ruolo di primo piano nella formazione del poeta in questi anni e destinati a divenire centrali: Bologna, tra cui gl'indefessi seguaci Claudio Achillini e Ridolfo Campeggi, sia, soprattutto, Venezia, centro della stampa europea.

L'incontro con Nonno di Panopoli (1606)[modifica | modifica sorgente]

A questi anni fra Ravenna e Bologna risale la traduzione integrale latina (il Marino non conosceva il greco, come Gabriello Chiabrera) a cura dell'umanista Jakob Lect ("Jacobus Lectius", 1556 ca.-1611) delle Dionisiache di Nonno di Panopoli la cui lettura fu per il Marino importantissima e che modificherà profondamente L'Adone. Per quanto riguarda la tecnica poetica, a livello macrostrutturale le Dionisiache presuppongono un doppio binario allegorico, per cui le vicende epiche di Dioniso e la diffusione della vite nel mondo servono costantemente a 'spiegarsi' a vicenda, con un effetto parallelo di innalzamento e abbassamento del tono poetico, ciò che si osserva anche ne L'Adone, in cui nella filigrana del racconto mitologico può essere letta una spregiudicata concezione cristologica (intenti parodistici e satirici, anche se non sono quasi mai centrali per il Marino, sono tuttavia costanti nella sua opera). Naturalmente dev'essere sempre tenuto conto che il dettato appassionato, travolgente, teso, espressionistico 'titanico' di Nonno non ha nulla che fare con la maniera del Marino, aggraziata, flebile, cerebrale, lambiccata e tenue, che tende a risolversi per quadri lirici isolati. Per quanto riguarda lo svolgimento, poi, della carriera mariniana, di contro all'idea che si è indotti a formarsi in base all'accumulo ingenuo delle non mantenute promesse mariniane, e cioè quella di una costante distorsione di un progetto originario, velleitario o comunque non così linearmente realizzabile come quello che il poeta aveva vagheggiato, proprio partendo dal confronto con Nonno è forse possibile operare un totale ribaltamento: anche il Marino, come Nonno, è autore di due "epiche" eterodosse, una pagana, e l'altra cristiana, dove l'equilibrio paradossale rappresentato dall'asse Dionisiache / Parafrasi di s. Giovanni troverebbe un equivalente nel rapporto L'Adone con la Strage degl'innocenti, l'altro poema mariniano. Sempre tenuto conto che, dai primi padri in poi, sia Dioniso sia Adone sono figure (pre)cristologiche (Adone/Adonai); donde si potrebbe anche inferire un asse Napoli-Roma come Panopoli (o Tebe)-Bisanzio. Ugualmente paragonabile è il tentativo di sostituire il non-epos mitologico all'epos vero e proprio, tramite un ironico esercizio di emulazione e superamento, per quanto riguarda Nonno rispetto ad Omero, e per quanto riguarda il Marino rispetto al Tasso. Questo potrebbe portare a correggere l'idea che si ha, dall'Errico in poi, del rapporto problematico del Marino con il poema epico "puro": non un'incapacità, o una scarsa congenialità, ma una tappa che, per quanto teoricamente "obbligata", avrebbe portato, quella sì, allo snaturamento di un progetto.

TORINO(1608-1615)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1608, forse il 29 gennaio, accompagna l'Aldobrandini (nella sua qualità di protettore del Piemonte) presso la corte di Carlo Emanuele I a Torino, in occasione delle nozze delle infante, Isabella di Savoia con Alfonso d'Este e Margherita di Savoia con Francesco Gonzaga. Intorno alla corte girano personaggi quali Gabriello Chiabrera Lodovico d'Agliè Emanuele Tesauro Federigo della Valle Lorenzo Scoto che scriverà le Allegorie per L'Adone. Nello stesso anno il Marino, assai interessato a passare al servizio del duca, pubblica a Torino un elegante poemetto panegiristico dedicato al duca, Il ritratto, nel raro metro della sestina narrativa, della cui frettolosità di composizione testimonia il fitto tessuto di citazioni da Claudiano (altro autore centrale, assieme a Nonno, per L'Adone), fonte principale se non l'unica di questa sua fatica. La velocità di composizione, di cui il diretto interessato ovviamente ignora il segreto, ha modo d'impressionare assai favorevolmente il gran signore.

Il cavalierato e l'attentato del Murtola[modifica | modifica sorgente]

Si tratta tuttavia di un periodo turbolento, funestato dalla rivalità con il poeta genovese Gaspare Murtola, segretario del duca, col quale il Marino si scambia i sonetti ingiuriosi poi stampati col doppio titolo Marineide, risate / Murtoleide, fischiate. Sembra fatale che il Marino, deciso a rimanere alle dipendenze del duca ma ancora privo di un incarico ufficiale, debba scalzare il Murtola, sia per il maggior prestigio di "caposcuola", sia per la maggior attitudine a prender parte all'intensa politica culturale voluta dal duca. Che i timori del Murtola siano fondati è dimostrato dal fatto che un mazzo di componimenti satirici colpisca il Marino praticamente già al suo arrivo a Torino; il manoscritto contenente i 29 sonetti della Bastonatura al cavallier Marino risale al febbraio 1608 (non riportati in nessuna stampa della Murtoleide, saranno pubblicati la prima volta nel 1898 da Angelo Borzelli). L'11 gennaio 1609, circa un anno dopo il suo arrivo a Torino, il Marino è insignito dal granduca dell'cavalierato dei SS. Maurizio e Lazzaro, massima onorificenza sabauda (donde il titolo da allora quasi incorporato al nome, "il cavalier Marino"). Il Murtola, pazzo di gelosia, esasperato dallo scherno del rivale, nella notte tra il 1 e il 2 febbraio 1609 attenta alla sua vita nella via Dora Grossa, oggi via Garibaldi, scaricandogli addosso cinque colpi di pistola. Il Marino, rimasto illeso (mentre il suo giovane amico Aurelio Braida rimane colpito ben più gravemente), ha parte preponderante nella successiva scarcerazione dello sventurato rivale. L'episodio è rievocato dal Marino stesso nel X canto de L'Adone.

L'apertura del processo inquisitorio[modifica | modifica sorgente]

Tornato nell'estate (probabilmente nel mese d'agosto) dello stesso 1609 a Ravenna, il Marino torna a Torino ad inizio dicembre, entrando definitivamente al servizio del duca e rimpiazzando il Murtola come segretario; di fatto, se non ufficialmente, dal momento che il suo unico compenso consiste in «due razioni o siano livre ordinarie di pane, vino e companatico», che alla sua partenza per la Francia saranno riassegnate all'amico e "virtuoso" Aurelio Braida. A questo punto ci sarebbe da pensare che la permanenza torinese del Marino prosegua senza intoppi, ma nel 1611 a sua volta, per motivi mai del tutto chiariti ma a cui il Murtola e probabilmente anche lo Stigliani non sono estranei, finisce incarcerato. La causa, nominalmente, è la diffusione da parte del Marino di una serie di componimenti ingiuriosi nei confronti del duca, prodotti opportunisticamente dai suoi nemici per screditarlo; ma sono noti anche componimenti, evidentemente non mariniani, di contenuto blasfemo che già nel 1609, su segnalazione di Tommaso Stigliani, l'Inquisizione ha inserito in un nuovo fascicolo dedicato al poeta, avviando un processo che si concluderà solo nel 1623, poco prima della morte.

La carcerazione[modifica | modifica sorgente]

Da questo momento i documenti compromettenti, veri ed autentici, continueranno ad accumularsi, fornendo abbondanti motivi per la condanna all'Indice dei libri proibiti. In particolare il duca, che reca i segni d'un'infanzia cagionevole nella postura un po' curva della schiena, sarebbe rimasto offeso da una Gobbeide (secondo lo pseudoBoccalini), o da una Cucagna (che è un modo per definire la gobba, metaforicamente - letteralmente significa "altura tondeggiante") come sostiene il Marino, o da certe Scrignate contro Tiberio Bucca (personaggio con cui il Marino aveva scambiato versi ingiuriosi a Napoli) secondo lo Stigliani, non necessariamente di mano del Marino o comunque non dirette al duca. Altri componimenti satirici, invece, sicuramente di mano del poeta, risalgono ancora agli anni napoletani, e il Marino deve rivolgersi all'amico e antico protettore Manso per dimostrare che i componimenti non possono avere come oggetto il duca e la corte torinese. L'Aldobrandini, pregato dal Marino, scrive al duca che i versi incriminati sono stati scritti dieci anni prima (intorno al 1601) in Roma (e dunque non a Napoli). Dev'essere tuttavia detto che incidenti del genere non sono affatto infrequenti, e che quasi mai il Marino, pur così diplomatico, è innocente; le carte inquisitoriali contengono il riferimento preciso ad un sonetto romano dedicato al card. Giovan Battista Deti, giovanissimo e di costumi reprensibili, una creatura degli Aldobrandini: mentre includeva tra le Rime del 1602 un gentile sonetto di complimento per l'elevazione alla dignità del giovane vizioso, il Marino avrebbe fatto circolare un altro sonetto, rapidamente diffusosi (ed attualmente da dare per disperso), una sorta di palinodia in cui erano messe alla gogna le reali qualità del prelato. Un atto abbastanza sconsiderato, dal momento che il sonetto mordace non metteva solo in ridicolo un principe della Chiesa, ma rischiava di mettere in pericolo lo stesso rapporto, del tutto vitale, coll'Aldobrandini. La stessa dinamica si ripresenta nelle modalità impiegate per scarcerarlo: dove l'intervento di potenti e amici risulta nullo, interviene efficacemente Henry Wotton, ambasciatore inglese: con al seguito anche Giovan Francesco Biondi, letterato di area marinista, dal 1608 in contatto con ambienti eterodossi e importatore a Venezia di molta letteratura antipapista, in tempi non troppo lunghi riesce a far rendere al Marino (1612) la libertà. Attratto dalla prospettiva di passare in Inghilterra, rifugio di molti spiriti irrequieti come Giacomo Castelvetro e Giulio Cesare Vanini, il Marino si vedrà a suo tempo rifiutare l'assenso di Giacomo I per via d'un componimento ingiurioso dedicato ad Elisabetta I.

Il 1612 segna in generale un momento estremamente critico per il Ducato di Savoia: la morte di Francesco Gonzaga alla fine dell'anno offre a Carlo Emanuele la possibilità di avanzare pretese sul Monferrato, ma non ha nessuno a sostenerlo nell'impresa, e la tensione con gli altri governi europei giunge rapidamente alle stelle. Per quanto riguarda direttamente il Marino rende accettabile l'idea della carcerazione per via di scritti ingiuriosi (e l'accusa è eccezionalmente grave, di per sé, avendo Carlo Emanuele proibito con pena della vita la diffusione dei cosiddetti "libelli famosi", a chiunque diretti, in tutto il ducato, dopo aver subìto un attacco a mezzo stampa da parte dei Gesuiti) il fatto che al Marino, con la carcerazione nel "Serrato", siano stati sottratti tutti gli scritti in corso d'opera. Una lettera inviperita al duca, che così ha interrotto il lavoro del poeta, può essere presa, secondo i punti di vista, per una straordinaria attestazione di libertà da parte del Marino, di tolleranza sostanziale da parte del duca, oppure, come sostiene Alberto Asor Rosa, per la tipica reazione dello schiavo rivoltato.

La libertà[modifica | modifica sorgente]

Recuperate, faticosamente, le sue carte, il Marino, completata la stampa della Lira con la III parte (per i tipi del solito Ciotti), darà nel 1614 alle stampe le Dicerie sacre, tre finte prediche "d'arte" con cui si ripromette - con ragione - di convertire al bellettrismo estetizzante un clero già piuttosto predisposto alle divagazioni erudite. Dello stesso 1614 è un'altra polemica, scatenata da Ferrante Carli a partire da un sonetto in lode di un poemetto di Raffaello Rabbia su Santa Maria Egiziaca, "Obelischi pomposi all'ossa alzaro", nel quale il Marino ha confuso il leone nemeo con l'idra lernea.

Nella disputa è Ludovico Tesauro a prendere le difese del Marino, sostenendo la liceità dello scambio a partire da un passo di Nonno di Panopoli. Il Marino ha il buon gusto di non cercare giustificazioni, ma interviene privatamente, o semiprivatamente, con una lettera velenosissima al Carli, piena di velata minaccia; la controreplica dell'erudito parmense, Essamina intorno alle ragioni del conte Lodovico Tesauro in difesa d'un sonetto del Cav. Marino, praticamente non riguarda più il Marino, che è nominato solo una volta a p. 90.

Nel frattempo, nell'aprile 1613, Carlo Emanuele ha occupato il Monferrato. Quasi tutti i governi europei gli sono contro, in special modo la Spagna. Alla congiuntura, per il momento estremamente difficile, è attribuita da parte del Marino la necessità di trovarsi un'altra sistemazione. La pace tra Spagna e Savoia sarà stipulata il 21 giugno 1615, un mese soltanto dopo la partenza del Marino, con la mediazione della Francia. Prima di partire, ancòra da Torino, il Marino lascia un'importante traccia delle sue intenzioni in una lettera a Giovan Battista Ciotti:

« L’Adone penso senz'altro di stamparlo la, sì per la correzione, avendovi da intervenir io stesso, sì perché forse in Italia non vi si passerebbono alcune lasciviette amorose. Le so dire che l'opera è molto dilettevole... »

PARIGI (1615-1623)[modifica | modifica sorgente]

Nella primavera del 1615 lascia Torino, forse in compagnia di Henry Wotton (come anche prospettato da una lettera precedente il viaggio), e si trasferisce in Francia, dove sin dal 1609 la fiorentina Maria de' Medici l'aveva invitato. Il Marino in terra di Francia si muove praticamente senza alcuna raccomandazione: questa scopertura spiega la tempestività (che al contempo dimostra la straordinaria abilità del Marino nel tessere relazioni) della stampa a Lione de "Il tempio", panegirico alla maestà della regina, con dedica a Leonora Dori Galigai, marescialla d'Ancre, moglie di Concino Concini. Come significativo è il fatto che, nello stesso giorno (15 maggio 1615) in cui firma la prefazione all'operetta, egli scriva a Ferdinando II Gonzaga chiedendogli raccomandazioni per la corte di Francia ("Ora l'armi scacciano le Muse", esordisce, riferendosi agli scontri del Monferrato come causa unica della sua partenza). Il racconto del faticoso viaggio, di fatto una pregiata tarsia di citazioni (da Camillo Scroffa, Francesco Berni e altri burleschi), e del primo stabilimento nella grande città è presente in una splendida lettera ad Arrigo Falconio inviata dalla Francia. Del 16 giugno 1615 è una lettera dell'ambasciatore fiorentino a Parigi, Luca degli Asini, nel quale annuncia l'entrata del Marino a corte, la sua introduzione per cura della Galigai, e il colloquio di un'oretta avutosi tra il Marino e la regina nel di lei gabinetto; ma anche della sua intenzione di passare in Inghilterra, e poi in Fiandra (in Fiandra il Marino avrebbe potuto frequentare la corte dell'arciduca Alberto d'Austria, sotto influenza spagnola, in un contesto pacifico dopo la tregua, dal 1609, con le Province unite protestanti, e lì avrebbe potuto incontrare due personalità già note, Ambrogio Spinola e Guido Bentivoglio).

Il favore di Maria de' Medici[modifica | modifica sorgente]

Il Marino a corte questo punto risulta sostenuto da alcuni italianisants, tra cui Louis-Charles de la Valette, conte di Candale, e da un'intimissima della regina Maria, la principessa di Conti, amata da Enrico IV, dal 1614 vedova di Francesco di Borbone. Ma a quest'altezza, informa il degli Asini, il Marino non ha smesso di accarezzare l'idea di passare in Inghilterra, e in Fiandra. Il mese dopo, il 31 luglio 1615, nuovamente degli Asini informa che al Marino è stato assegnato un onorevole trattamento, o provvigione, di 100 scudi al mese, erogati però come pensione, in modo che il poeta è immediatamente pagato per i sei mesi precedenti, come se gli fosse stata assegnata al principio dell'anno; più 1000 franchi di donativo "per mettersi all'ordine". Scrivendo allo Scoto due lettere nello stesso mese di luglio, il Marino informa:

« Insomma sono stato costretto a fermarmi qui per qualche mesi. La regina me n'ha pregato a bocca: la cosa è seguìta con mia somma riputazione. Centro scudi d'oro del sole il mese di pensione ben pagati, oltre cinquecento altri di donativo, che mi si sborseranno dimane, sono tremilla scudi in circa di moneta l'anno. »

Il sogno inglese[modifica | modifica sorgente]

Ma nemmeno il generoso, ed evidentemente interessato, trattamento riesce a far dimenticare l'Inghilterra al Marino, che continuerà a cercare agganci tramite Giacomo Castelvetro ancòra nel marzo 1616; il Marino, nella sua lettera a costui, si mostra perfettamente consapevole sia del trattamento assai meno generoso che otterrebbe presso l'austera corte di Giacomo I, sia dei rischi inerenti al passaggio nel paese anticattolico, dopo il quale tornare in Italia sarebbe molto difficile. Non inutile è ricordare che secondo Paolo Sarpi il nipote del grande Ludovico era un imprudente («Castelvetro è uomo da bene compitamente, ma non ha dramma di prudenza, e non vi è in Venezia uomo più osservato da li romani di lui», lettera a Francesco Castrino del 3 agosto 1610), che nel settembre 1611 era stato imprigionato dall'Inquisizione e che, liberato grazie ad un intervento dell'ottimo Wotton (con gran dispetto delle autorità ecclesiastiche e del nunzio Gessi), era scampato alla condanna riuscendo poi a riparare in Inghilterra. Una frase di questa preziosa lettera è in particolar modo da tener da conto:

« Vo temporeggiando con discostarmi, quanto più posso, da Roma, finché il tempo, o la morte mi faccia sicuro di ritornarvi. »

Quando vi ritornerà, non molto tempo sarà passato; più probabilmente sarà qualche avvisaglia della malattia che lo porterà alla tomba a farlo decidere per questo al momento vitando rientro. Questa scelta del Marino costituisce uno schieramento piuttosto impegnativo. Ci si può riferire a due missive, del luglio e dell'ottobre 1615, del Bentivoglio per valutare esattamente questo suo ostinato sogno: nel 1615 Giacomo I aveva dato alle stampe A remonstrance for the Right of the Kings, col quale dava pubblica voce ad una politica ormai risolutamente anticattolica, la quale concretamente, secondo il nunzio, doveva portare a «seminar turbolenza dentro la Francia» e indurre il popolo francese «a levarsi dalla fede cattolica». Prima che Spagna e Francia tornassero a rinsaldare i vecchi equilibri con il Ducato di Savoia dopo la soluzione della questione del Monferrato si era vociferato di accordi tra il ducato e l'Inghilterra, nel segno del progetto londinese «che Savoia sia per fondare in Italia come una nuova Olanda». Tutto, all'altezza dell'ultima lettera del Marino, ha nuovamente mutato aspetto; ma il poeta non ha ancòra abbandonato il suo sogno di trasferirsi a Londra, preferendo un'austera permanenza là che non la dorata prigione parigina.

A novembre 1616, la firma della dedica del primo Adone a Concino Concini (detto Adone1616) segna la scelta definitiva del Marino in favore di Parigi. Di mezzo, come già detto, c'è anche la diffidenza dello stesso Giacomo I, che inutilmente una lettera dello stesso Marino al Wotton ha cercato di fugare, cercando di cancellare la pessima impressione dell'invettiva contro Elisabetta I con la pessima accoglienza riservata da Paolo V alla dedica delle Dicerie sacre, tanto iperbolica e insieme tanto affettuosa da parere una presa in giro; né a gran cosa pare sia servito un sonetto al re stampato in una sede prestigiosa come le opere di William Alexander, I conte di Stirling. In questa faccenda il Marino non può dipendere solamente dalla propria inclinazione: laddove l'accoglienza di Maria de' Medici è stata cordialissima, e il trattamento veramente regale, Giacomo I continua a mostrarsi pochissimo entusiasta all'idea di riceverlo; senza trascurare che per un Marino ormai più che quarantacinquenne il passaggio ad una corte regolata secondo ben altri equilibri sarebbe stato quantomeno traumatico. Come "papalino" in un paese latino e cattolico può stampare opere in italiano e continuare in grande stile la sua vita di poeta cortigiano; ma quale sarebbe il suo futuro in Inghilterra, proprio negli anni in cui il modello latamente umanistico italiano sta perdendo tutto il suo prestigio, e l'Italia stessa comincia ad essere tagliata fuori dai percorsi classici dei viaggiatori colti inglesi?

La morte del Concini (1617)[modifica | modifica sorgente]

A fine 1616 Guido Bentivoglio assume la carica di nunzio pontificio e non è inverosimile che, nella catastrofe sfiorata dal Marino un anno dopo, il Bentivoglio abbia avuto una funzione salvifica. Nel novembre il Marino sembra aver definitivamente rinunciato all'idea dell'Inghilterra. I marescialli d'Ancre, molto vicini alla regina, ma odiati e disprezzati da Luigi XIII e dalla nobiltà francese, cadono atrocemente in disgrazia: l'8 luglio 1617 il Concini è fatto uccidere dal re, e la Galigai, sottoposta a processo per stregoneria, è giustiziata entro poche settimane. Il Marino non rimane tuttavia coinvolto nella catastrofe, e la regia pensione continua ad essergli versata. Con gli auspicii del Bentivoglio, il Marino scrive la sua unica opera di militanza cattolica, il libello polemico antiugonotto La sferza, densamente anfibologico, che però si rivela inutile a garantire il lealismo del Marino e, abbandonato dall'autore, sarà pubblicato postumo. L'Adone, che doveva andare alle stampe con la dedica al Concini, viene fermato (lo stato del poema a questo punto dei lavori è in parte conservato in due manoscritti a Parigi e Madrid, detti Adone1616).

L'Adone (1623)[modifica | modifica sorgente]

A Parigi il Marino mena una vita perlopiù molto ritirata (ma, se si vuol dar fede al Gédéon Tallemant des Réaux delle Historiettes, dove aneddoti a lui riferiti alla rubrichetta Sodomites italiens) e si dedica ad un appassionato collezionismo di incisioni e opere grafiche dei maggiori artisti del tempo (come Gabriello Chiabrera, anche il Marino è in fitto contatto col pittore genovese Bernardo Castello) e di libri (una biblioteca di 12000 volumi). Nel 1620 stampa La sampogna (comprendente anche l'Idillio di Proserpina che era uscito precedentemente a Lucca), e si dedica interamente a L'Adone, terminato nel 1621 e, dopo due anni di accuratissimi lavori, stampato nel 1623 da Oliviero di Varano (de Varennes, che completa la stampa dopo la morte di Abramo Pacardo). Il primo progetto de L'Adone risale agli anni napoletani. Dalle lettere sappiamo che:

  • nel 1584 era un poemetto in 3 canti tra i tanti progetti del Marino;
  • poi divenne di 4 (innamoramento, amori, dipartita, morte)
  • nel 1616 da Torino scrive a Fortuniano Sanvitale che il poema è in 12 canti ed è lungo quanto la Gerusalemme Liberata e di avere intenzione di stamparlo appena arriverà a Parigi. Appena giunto a Parigi, sempre allo stesso, il Marino scrive che il poema è diviso in 24 canti ed è quasi maggiore dell'Orlando Furioso. Qual che sia la verità, metà del poema a questo punto dei lavori, rimane manoscritto a Parigi e a Madrid (detto Adone1616); il poema, a questa data, manca ancora del II canto (il giudizio di Paride) ed è dedicato alla regina e al Concini, due italiani.
  • Tuttavia, il mutamento della situazione a corte e la morte del Concini, costrinsero il Marino a rimettere mano al poema che, in cinque anni (1617-1621), divenne l'immensa macchina che leggiamo oggi (42000 versi, l'opera più lunga della letteratura italiana, poco più del Furioso in vero) e fu dedicato a Luigi XIII con l'intercessione di Maria de' Medici; le ottave proemiali prima dedicate al Concini furono spostate, defilate, nel XII canto.
  • Da quello che è lecito ricostruire tramite la Lettera Claretti del 1614 e ad alcune indicazioni sparse nelle lettere che ci aggiornano riguardo gli altri progetti poetici del Marino (nel 1620 scrive ancora al Ciotti: "De la Gerusalemme distrutta e le Trasformazioni, non mi occorre parlare per ora [...] ch'io spero di far conoscere se abbiamo ingegno ancor noi atto a [...] una epopeia"), l'Adone, per divenire l'immenso poema che è ora, deve avere inglobato col tempo anche degli altri progetti epici del Marino, quali le Trasformazioni Il Polifemo, Gerusalemme Distrutta (della quale cui resta il solo canto VII, postumo), e Polinnia (che sarebbero stati riciclati variamente nei canti V XIX XX e VI-VIII del poema).
  • Di certo da quello che testimoniano alcune lettere (in una lettera del 1619 a Ottavia Magnanini dice che Adone viene ucciso da Marte in forma di cinghiale, cosa che nel poema non accade) e dalla vastità dell'errata corrige (in cui a volte vi sono intere sequenze di strofe aggiunte), il Marino, come l'Ariosto, continuo' a interagire col poema e con la stampa fino all'ultimo, anche durante la stampa stessa.

Durante la sua permanenza, nonostante conduca una vita tutt'altro che mondana, gode di un indubbio prestigio culturale, dovuto alla moda preziosista e libertina, ma la sua posizione di "papalino" rende ambiguo qualunque omaggio alla sua figura. La sua fortuna tramonterà poi in modo rapido coll'affermazione del classicismo, per quanto la sua impronta rimanga sensibile in diverse opere francesi anche dell'età d'oro di Luigi XIV, per esempio nell’Adonis di Jean de La Fontaine, senza trascurare l'attenzione (dimostrata dal catalogo della biblioteca personale) del più "barocco" tra i classicisti francesi, Pierre Corneille, che potrebbe aver meditato non superficialmente gli esiti del Marino declamatorio di certe prosopopee della Galeria o della Lira come anche di taluni monologhi (per es. quello d'Argene, c. XIV.) dell’Adone. Sono notevoli alcune lettere di Jean Chapelain ancòra degli anni Trenta, in cui l'erudito francese, dopo essere stato l'autore della lettera prefatoria che apre L'Adone, si esprime francamente in modo positivo sulle doti di grande descrittore del Marino ma - come Gabriel Naudé a proposito del Campanella - non manca di far notare la superficialità e la disorganicità della sua cultura ("peccato che fosse tanto ignorante").

IL RIENTRO IN ITALIA E LA MORTE (1623-1625)[modifica | modifica sorgente]

A 1623 inoltrato, grosso modo in primavera, rientra in Italia, senza curarsi nemmeno di riscuotere l'ultima rata della regia pensione, facendosi precedere dai suoi libri e dalla sua pinacoteca, ed è accolto festosamente dalle più importanti accademie del paese. Scendendo la penisola, punta decisamente verso Roma, dove giunge nel giugno, ed è ospitato da Crescenzio Crescenzi, fratello dell'antico mecenate Melchiorre Crescenzi (mancato intanto nel 1612). Proprio a quest'altezza è ormai agli sgoccioli, o più verosimilmente è portato a rapida conclusione, il lungo processo aperto dall'Inquisizione nel 1609. Il Marino, tosto giunto, è messo agli arresti domiciliari in attesa della sentenza, che è emessa il 9 novembre: il Sant'Uffizio gl'impone la dimora coatta nella capitale, gli commina l'abiura de levi e l'obbligava a correggere i suoi scritti "osceni ed empii". Nulla di che, e soprattutto nulla di paragonabile a quello che si va nel frattempo preparando contro l’Adone.

Stanco e probabilmente già malato, il Marino conta comunque di rimanere nella città eterna, ma la situazione politica, in seguito alla morte di Gregorio XV Ludovisi, si rovescia drammaticamente con l'elezione al soglio pontificio di Urbano VIII. Ragioni complesse, soprattutto di natura culturale ed estetica non meno che etica, pongono il nuovo pontefice su una linea opposta rispetto a quella del 'poeta lascivo'; ma l'inimicizia, particolarmente veemente da parte del Barberini, col Marino, datava già dalla feroce polemica del 1614 a proposito del sonetto "Obelischi pomposi a l'ossa alzâro" del Marino, circostanza nella quale il futuro papa avrebbe dato del Marino l'icastica definizione di "grandissimo ignorante e malcreato". Poeta a sua volta, il Barberini è attestato, come la gran parte dei letterati toscani dell'epoca, su posizioni classiciste e petrarchiste, e vede per molte ragioni con forte antipatia la diffusione della maniera marinesca, fondata sull'autonomia dell'arte e sul "disimpegno" - quanto di più remoto rispetto al programma politico-culturale (ben rappresentato dalla Roma di Gian Lorenzo Bernini) che il nuovo papa intende attuare, e che deve sostenere e promuovere la posizione di preminenza e guida che sogna per la sua Chiesa.

La condanna di Urbano VIII[modifica | modifica sorgente]

L'intervento del Barberini contro il Marino è uno dei primi atti del suo pontificato, ed è finalizzato innanzitutto a far piazza pulita di tutte le ambigue relazioni intrattenute fino allora dalla Chiesa cattolica con parti dell'intellettualità, e parallelamente a scoraggiare il diffondersi di determinati atteggiamenti culturali; si può ritenere che questo sia il primo passo del lungo e doloroso percorso che porterà nel 1633 alla terribile condanna di Galileo Galilei, vero eroe e martire del pensiero (due etichette che al duttile Marino si addicono in verità pochissimo). Una serie di provvedimenti sono presi contro l’Adone in primis, e poi via via contro le altre opere.

  • È il cardinale Giannettino Doria, ironicamente il dedicatario di Lira III, che il 22 aprile 1624 sporge denuncia contro il poema. Il papa (che sarà il firmatario di tutti e tre i decreti contro il poema maggiore), condannandolo assai tempestivamente l'11 giugno concede per ora la possibilità di apportare correttivi, lasciando aperta la possibilità di una stampa romana, cui il Marino tiene moltissimo, ma non lasciando più d'un mese di tempo. Il poeta apporta alcuni correttìvi, dopodiché, per ragioni non direttamente precisabili ma abbastanza comprensibili, decide di abbandonare Roma per Napoli, lasciando ad Antonio Bruni e a Girolamo Preti l'incarico di correggere il capolavoro secondo le disposizioni di un tal p. Vincenzo Martinelli, socius del Maestro del sacro Palazzo (massima autorità pontificia per la censura libraria), presumibilmente inadeguato all'uopo.

Sta di fatto che fin quasi alla fine dell'anno nulla è fatto: non solo il Marino non continua con la correzione, ma né il p. Martinelli né i due poeti amici sembrano aver riscritto un solo verso; ed è da ricordare che è il Martinelli quello ufficialmente incaricato di correggere l'opera. Evidentemente sia gli amici del Marino, sia i lettori del Sant'Uffizio hanno avuto modo di approfondire la conoscenza del complicato poema, per rendersi conto, infine, che le "lascivie", oltre ad avere un peso minimale nell'economia generale dell'opera, sono tra i luoghi incriminabili sicuramente i meno gravi, anche per i criteri di allora (tesi del Pozzi); piuttosto la materia sacra continuamente allusa dietro la vicenda erotica di Adone avrà infastidito l'élite cattolica. Sicché il 27 novembre il poema è condannato, in quanto «morum corruptivus ob eius oscoenitatem quam maximam»; in più, per motivi ignoti ma immaginabili, la dura sentenza non è resa pubblica; è il cardinale amico Carlo Emanuele Pio di Savoia che si assume il caso dell’Adone.

  • Una seconda condanna è fulminata il 17 luglio 1625, quando il maestro è già morto, provocando la mobilitazione (che durerà decennii, nel complesso) di numerosi amici e letterati influenti, specie gravitanti intorno all'Accademia degli Umoristi, che si propongono a vario titolo di trovare soluzioni di compromesso, rivolgendosi a questo scopo al Sant'Uffizio. Nulla di concreto ci rimane, però, di quello che eventualmente sarà poi fatto sul corpo dell’Adone; si sa che i sodali si muovono su più binarii, innanzitutto con una serie d'agiografie, e poi concentrando via via le energie nella querelle scatenata dall’Occhiale dello Stigliani, giunto alle stampe nel 1627.
  • La terza condanna, del 5 novembre 1626, è quella definitiva. È vero che l’Adone continuerà ad essere ristampato per tutto il secolo, non solamente all'estero (in particolare dagli Elsevier) ma anche a Venezia (e una volta, nel 1789, a Livorno con la falsa indicazione "Londra"), e questo si spiega col prestigio del Marino, che era universale, e con la conseguente scarsa aggirabilità della sua figura e della sua opera; ma la condanna della chiesa, e di Urbano VIII in particolare, riveste un significato ulteriore e più ampio, trascendente anche le esigenze di quella temperie e di quel pur lungo papato.
  • Nuovamente ad Urbano VIII è dovuto un secondo e distinto gruppo di condanne, riguardanti in blocco altre opere del Marino (12 aprile 1628: Gli amori notturni, I baci, Il camerone prigione horridissima in Napoli, ove fu carcerato, Il padre Naso, La prigionia in Torino, Ragguaglio de' costumi della Francia, I trastulli estivi - testi in cui le solite "lascivie" sono punite insieme con le sortite blasfeme, come per esempio il ricco apparato di citazioni evangeliche con cui il Marino, presentandosi come una specie di figura cristologica, o quantomeno un martire, descrive la propria carcerazione al Serrato di Torino).
  • Ancora più rilevante sarà la terza e ultima condanna del 27 settembre 1678, sotto il rigido Innocenzo XI Odescalchi, che travolgerà il Duello amoroso, alcune ottave inserite in Lira III anche se non presenti in tutte le stampe, la Venere pronuba e La Lira, rime, ciò che vorrà dire voler liquidare in toto l'altro corno maggiore della produzione mariniana, contribuendo a una severissima limitazione nella loro diffusione. Né è senza significato che l'Odescalchi, nel 1680 fulmini una bolla contro i "fiori di belle lettere" sparsi dai predicatori, tuttora ispirati dalle Dicerie sacre del Marino (pur non direttamente colpite, come si vede, da condanne), in anni che vedono il trionfo della piramidale predicatoria di Francesco Fulvio Frugoni e soprattutto di Giacomo Lubrano; questi provvedimenti ne fanno, con il predecessore Urbano VIII, il papa antimarinista per eccellenza, e dimostrano quanto longevo e quanto direttamente antagonistico alla politica culturale ecclesiastica sia stato nel corso del Seicento il portato culturale rappresentato dal Marino.

La scoperta dell'iter processuale mariniano (dovuto al fondamentale contributo di Clizia Carminati) getta nuova luce sulla natura effettiva della fortuna goduta da Marino presso i contemporanei. Quanto alla sospirata, e dal Marino finché visse inutilmente incoraggiata, correzione del poema, è interessante notare che, non indipendemente forse dalla corposa complessità dell'opera, né il Preti né il Bruni interverranno mai fattivamente sul testo; mentre tentatìvi di correzione, doppiamente concilianti tanto verso l'estetica barberiniana quanto verso l'etica ortodossa cattolica, saranno dovuti parecchio tempo dopo la morte del Marino a due letterati per diversi aspetti, anche cronologici, distanti da lui come Anton Giulio Brignole Sale e Vincenzo Armanni.

A Napoli[modifica | modifica sorgente]

Prima che giunga a Napoli, il Manso gli viene incontro in carrozza all'altezza di Capua; l'ingresso del maestro in Napoli è trionfale. Rifiuta di farsi accogliere dalle sorelle o da altri parenti, ed accetta l'ospitalità dei Teatini presso la chiesa dei Santi Apostoli, che gli riservano regali trattamenti. Nel suo appartamento presso i religiosi riceve continue visite di notabili e letterati, ed è violentemente conteso dalle due più importanti accademie locali, tra le quali sceglie quella degli Oziosi; qui pronuncia gli ultimi discorsi accademici (ne sopravvive a stampa uno, molto interessante, sui diritti degli animali, in appendice ad una stampa della Strage degl'innocenti, Venezia 1633), che attirano un concorso di folla eccezionale. Risiede peraltro dai Teatini solo in occasione delle attività accademiche, abitando per il resto del tempo in una casa sulla spiaggia di Posillipo, dove approfitta del gentile omaggio del viceré, il duca d'Alba, per sistemare Francesco Chiaro come canonico della sede arcivescovile di Napoli.

La morte e le esequie[modifica | modifica sorgente]

Avendo fatto testamento, rogato venerdì 22 marzo, muore di lì a poco, il martedì santo 26 marzo 1625, alle 9.00, per le conseguenze di una stranguria curata male, o probabilmente per cancro all'apparato genitale (che è quanto sostiene lo Stigliani, che tiene a precisare che poco prima della morte il poeta è sottoposto a castrazione totale nel disperato tentativo di salvarlo). Poco prima della morte, volendo trapassare piamente, ha fatto dare alle fiamme una serie di scritti, non solo lascivi ma anche, contro il parere conciliante degli amici e del confessore, semplicemente amorosi. Lo Stigliani non mancherà di notare che si tratta di materiale già dato alle stampe; di fatto molti manoscritti, anche di opere appena abbozzate, non sono del tutto arsi, e sono saccheggiati con finalità diverse dagli amici e dai frati di cui il Marino è ospite. Né può essere vero che tutte quelle carte siano solo i manoscritti di opere date in stampa, dato che dal materiale salvato dal rogo verranno fuori parecchie extravaganti e un poema del tutto ortodosso come La strage degl'innocenti.

Essendo la morte del Marino avvenuta durante la settimana santa, non è possibile disturbare la Passione e la Pasqua con un funerale in grande stile. La salma deve dunque aspettare il 3 aprile per le esequie. Nonostante Chiaro e Bajacca sostengano che la sepoltura sia stata accompagnata da gran concorso di popolo, fonti documentarie riflettono una realtà ben diversa. L'arcivescovo di Napoli, Decio Carafa, ordina ai Teatini di non seppellire il cadavere prima del suo permesso, e, alterato al sapere che il Marino, il maledetto autore dell’Adone, è stato trattato "come un santo" dai padri, comanda che sia «seppellito di notte, colla sola parocchia», e sia «recto tramite portato alla Chiesa». Secondo Stigliani non ci sono più di quattro preti con quattro torce; ciononostante, pare non si possa impedire a un centinaio di cavalieri, a loro volta con torce accese, di accompagnare il Marino alla sepoltura. Anche per questo estremo addio così sbrigativo e a suo modo traumatico gli Oziosi gli dedicheranno esequie accademiche proprie, quelle sì sontuose, il 7 settembre 1625.

Come riflettono le reazioni dei contemporanei, da una canzone a selva di Gaspare Bonifacio al possessore delle carte del Marino recitata durante le esequie degli Umoristi, a quanto sostengono i biografi (Chiaro, in modo piuttosto sfuggente) circa le opere rimaste "guaste e imperfette" a causa della sottrazione di carte già mezze bruciate, per tutto il Seicento la dolorosa scomparsa di opere mariniane, coincidenti con quanto promesso nel corso degli anni oppure no, è una realtà degna di fede per un grande numero di letterati. Nel 1666 il dotto Lorenzo Crasso, in stampa (negli Elogii di huomini letterati) e privatamente (in una lettera ad Angelico Aprosio), sosterrà a chiare lettere di possedere, grazie ad interi in folio di opere mariniane, anche la famigerata Gerusalemme distrutta, e di averla letta integralmente. E tuttavia, non molto tempo dopo l'uscita del Crasso, un marinista di valore, ma molto nemico delle "spagnolate" del Marino, Scipione Errico vicino a morte (1670) sostiene in una lettera di attendere alla composizione di certe sue Trasformationi - sia ciò vero o non sia, piuttosto, diventato un gioco malizioso, e un po' amaro, di ammicchi tra letterati.

L'unica testimonianza vivente il Marino che opere come le Epistole amorose (a parte la Lettera di Rodomonte a Doralice) e le Trasformazioni fossero poco più che meri titoli sarebbe data da una lettera inviata ad Ottavio Tronsarelli da Napoli presumibilmente nel 1624, ma i dubbii che si tratti di un falso del Tronsarelli stesso sono in proposito pesantissimi. Il Tronsarelli è autore de La catena d'Adone, favola boschereccia (Ciotti, Venezia 1626), musicata da Domenico Mazzocchi, riesumata anche in tempi moderni e oggetto d'incisione discografica. Oltre alle vesti musicali di Salomone Rossi e di Claudio Monteverdi, tra moltissimi altri, per numerosi componimenti de La lira, sono da segnalare, durante tutto il secolo, adattamenti per il teatro musicale dall’Adone, tra cui un Adone. Tragedia musicale... rappresentata in Venezia l'anno 1639 nel teatro de' SS. Gio. e Paolo (Sarzina, Venezia 1640) di Paolo Vendramin, l’Adone, drama per musica di Gio. Matteo Giannini (Venezia 1676), l’Adone. Intermedio musicale per l'Accademia degl'Uniti (Bosio, Venezia 1690 ca.), nonché, di Rinaldo Cialli, La Falsirena drama per musica da rappresentarsi nel teatro di S. Angelo l'anno 1690 (Per il Nicolini [ma pubblicato da Tomaso Bezzi], In Venetia). A questi, notevole per la tempestività se è tratto anch'esso, come sembra, dal capolavoro del Marino, si può aggiungere il Lamento di Venere, scena penultima dell'Adone, favola da rappresentarsi cantando.

Dell'Incolto accademico degl'Immaturi, In Venetia, per il Deuchino, in calle delle Rasse, 1624; quanto all'identità dell'autore, il Maylender scrive (Immaturi di Venezia): «L'Incolto sembra esser stato Gianfrancesco Ferranti». Sicuramente una parte non trascurabile dei manoscritti mariniani sopravviveva fino ad un'eruzione del Vesuvio del 1794; ma secondo alcuni studiosi moderni, tra cui Alessandro Martini, le possibilità di sopravvivenza, e dunque di recupero, di materiali mariniani completamente inediti non è del tutto disperata. Deve comunque essere detto che, per esempio, della sontuosa biblioteca del Marino, lasciata in eredità ai Teatini, a tutt'oggi si è rinvenuto solo un volume.

Giudizi postumi[modifica | modifica sorgente]

Il "caso" Marino diviene immediatamente, dalle celebrazioni accademiche romane per la sua morte in poi, un fatto ideologico, che ha come scopo, si può generalmente dire, la difesa della libertà artistica ed una visione progressiva del fare poesia e letteratura. In modo particolarmente intenso si mobilita l'Accademia degli Umoristi di Roma. Domenica 7 settembre, come già detto, dell'anno della morte del Marino gli Umoristi si raccolgono in casa del Mancini, il fondatore (principe essendone Carlo Colonna).

La descrizione puntuale delle esequie, piuttosto impressionante, si trova in una lettera del Bajacca a Gaspare Bonifacio (11 settembre), e nell'opuscolo ufficiale che Flavio Fieschi, tra gli Umoristi l'Affaticato, diede alle stampe nel 1626 col titolo di Relazione della pompa funerale fatta dall'Accademia degli Umoristi di Roma per la morte del Cavaliere Giovan Battista Marino. Con l'orazione [di Girolamo Rocco] fatta in loda di lui, con dedica a Girolamo Colonna; componimenti a cui si può accostare, di Licinio Racani, Il cordoglio di Parnaso, publicato dalla fama. Idillio lugubre... in morte del caval. Gio. Battista Marino (Sarzina, Venezia 1626). Le pareti della sala dell'Accademia erano parate di cosiddetto "paonazzo", ossia erano abbrunate; chi entrava si trovava sùbito di faccia, sul fondo della sala, un elogio accompagnato ai lati da mesti dipinti, sormontati tutti dall'impresa del Marino accompagnata da un'epigrafe. Quale epigrafe non è dato precisamente sapere; secondo il Baiacca sonava, semplicemente:

« Equiti Ioanni Baptista Marino / Poetae sui seculi maximo / Cuius Musa e Parthenopeis cineribus enata / Inter lilia efflorescens / Reges habuit Moecenates / Cuius ingenium foecunditate felicissimum terrarum orbem habuit admiratorem. / Academici Humoristae principi quondam suo posuerunt ["Al cavalier Giovanni Battista Marino / massimo poeta del suo secolo / la cui musa nata dalle ceneri di Partenope / fiorendo tra i gigli / ebbe mecenati i re / il cui ingegno felicissimo per fecondità ebbe ammiratore il mondo intero. / Gli accademici Umoristi posero al loro passato principe"]. »

Secondo il Fieschi, invece, più elaboratamente recitava:

« Ioanni Baptistae Marino Equiti / Viro ingenii acumine, eloquentiae suavitate, scribendi elegantia praestantissimo / Qui in poetica facultate pene ad miraculum claruit / Imitatores habuit multos, orbem terrarum laudatorem / Honoribus et opibus a regibus certatim et principibus auctus / Operum praestantia invidia facile extinxit, interitum nominis celebritate / Academici Humoristae collegae optimo, et sibi nunquam non deflendo ["A Giovan Battista Marino cavaliere / uomo eccellentissimo per acume d'ingegno, soavità d'eloquio, eleganza di stile / Che splendette quasi miracolo per dote poetica / Ebbe molti imitatori, l'intero mondo per suo fautore / Caricato d'onori e beni a gara da re e principi / L'eccellenza delle opere facilmente tacitò l'invidia, distrutta dalla celebrità del nome / Gli Umoristi all'ottimo collega e degno di perenne compianto"]. »

A destra dell'elogio una grande tela di Francesco Crescenzi, fratello del cardinale, raffigurava il Cavaliere seduto e intento a scrivere; a sinistra c'era un altro ritratto, di Battista Guarini, anche lui già principe dell'accademia. Coprivano il rimanente della parete di fondo, ognuno in un angolo, due quadri dipinti a chiaroscuro, compagni di altri due e due quadri ornanti le due pareti adiacenti: le sei tele, incorniciate solamente col ramoscelli e fronde di cipresso, raffiguravano la Vigilanza e l'Invenzione, opere di Giovanni Luigi Valesio, la Poesia di Giovanni Baglione, la Fama del Cavalier d'Arpino, l'Onore del Pomarancio e la Retorica del Lanfranco. C'era poi l'impresa dell'Accademia posata sulla cattedra pure abbrunata, Redit agmine dulci, raffigurante il mare e la nube, e poi una tela raffigurante San Gregorio Magno protettore dell'accademia; infine, di faccia all'impresa, un'ipostasi femminile dell'accademia stessa, opera di Giovanni Giacomo Sementi: una donna con la spalla destra nuda e per tutto il resto del corpo avvolta in un manto color di cielo, seduta su una sorta di trono di libri, con nella sinistra, levata, una corona d'alloro e nella destra, posata in grembo, una tromba; alla sua destra la Lupa lattante Romolo e Remo, e alla sua sinistra alcune scimmie morte, simbolo di accademie emule e presto sciolte.

Presenziavano Maurizio di Savoja, Fernando Afan de Ribera y Enriquez futuro viceré di Napoli, Ruy III Gomez de Silva y Mendoza la Cuerva, duca di Pastrana, Antonio Querenghi, Giovanni Ciampoli, Giovan Battista Lauro, Vincenzo Candido (futuro Maestro del sacro palazzo), Agostino Mascardi, Alessandro Tassoni, Ridolfo Boccalini. Un'orazione funebre fu pronunciata da Girolamo Rocco, che fece una specie di biografia del poeta; Antonio Sforza seguì poi con una cicalata "Perché gli antichi ne' mortorii si tagliassero i capelli" (su cui anche Girolamo Brivio doveva parlare, ma non ce ne fu il tempo); seguirono con un sonetto Giuseppe Teodoli, il Brivio con un madrigale, e poi, con elogii, epitafii, sonetti e madrigali, Domenico Benigni, Antonio Sforza, Pier Francesco Paoli, Ferdinando Adorni, Stefano Marino, Giacomo Camola, Decio Mazzei, Giulio Cesare Valentino, Francesco Maia e altri.

Le biografie coeve[modifica | modifica sorgente]

Lo sforzo più significativo degli Umoristi è però quello di salvare l'Adone dall'Indice. Il 12 novembre 1625 l'Accademia si rivolge alla Congregazione dell'Indice proponendo di correggere il poema. Sono poi cinque le biografie che, propagandando un'immagine parzialmente artefatta del caposcuola, devono servire a mantenerne intatto il prestigio; la prima esce tempestivamente nel 1625 per cura di Giovan Battista Baiacca, segretario di Desiderio Scaglia committente dell'opera; il Baiacca s'è però servito della consulenza del nipote del Marino, Francesco Chiaro, che a sua volta sta preparando una biografia dello zio, sicché il canonico si ritrova a produrre praticamente un doppione dell'operetta del Baiacca (1633).

Intenso è l'impegno agiografico nei primi anni Trenta, probabilmente in risposta al consolidamento della politica di Urbano VIII, che caratterizza prepotentemente col suo segno l'intero decennio; seguono infatti nel 1631 la Vita del cavalier Marino di Giovanni Francesco Loredano (la più interessante e la più ristampata, sia da sola, sia nel complesso delle opere del Loredano, sia, dal 1653, nelle ristampe della Lira), nel 1633 la biografia di Giacomo Filippo Camola compresa nella stampa Manelfi della Strage degl'innocenti e nel 1634 quella di Francesco Ferrari compresa nell'impressione Scaglia dello stesso poema.

A queste devono essere aggiunte quella di Giovanni Battista Manso, che l'ha pronta immediatamente dopo quella del Loredano, e che per varii motivi rimane manoscritta e va poi perduta (nel 1803, in una sua vita di Francesco de' Pietri, lo studioso Francesco Daniele sostiene di averla rinvenuta tra le carte del Manso, e di averla depositata nell'allora Regia Biblioteca Borbonica; ma già Carlo Antonio de Rosa la dice colà irreperibile nei suoi Ritratti poetici di letterati napoletani del 1834); e poi, tra quelle tarde e basate su fonti indirette, almeno quella di Lorenzo Crasso nei suoi Elogj (1666); quella di Antonio Bulifon del 1699; e quella tedesca in accompagnamento alla versione della Strage degl'innocenti di Brockes.

«L'Occhiale» dello Stigliani (1627)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1627 lo Stigliani dà poi alle stampe il suo Occhiale, quasi sicuramente scritto (almeno per la gran parte) e fatto circolare ancor vivente il Marino, in cui si espongono minuziosamente tutti i presunti errori e i difetti dell’Adone; la pubblicazione scatena una delle polemiche letterarie più durevoli e appassionate di ogni tempo in Italia, a cui prendono parte Agostino Lampugnani con un suo Antiocchiale (secondo l'Aprosio la prima opera antistiglianesca in ordine di tempo, ma rimasta manoscritta), Andrea Barbazza con un suo Le Strigliate a Tommaso Stigliani per Robusto Pogommega(1629) con interessanti sonetti ingiuriosi all'indirizzo del materano, cui si possono accostare le Staffilate di Giovanni Capponi (1637); Girolamo Aleandro il Giovane con la Difesa dell'Adone (1629); Gauges de Gozze con un Vaglio etrusco e una Difesa d'alcuni luoghi principali dell'Adone rimasti manoscritti; Scipione Errico con L'Occhiale appannato (1629); Nicola Villani con Uccellatura di Vincenzo Foresi all'Occhiale del cavalier Tommaso Stigliani (1630) e Considerationi di Messer Fagiano sopra la seconda parte dell'Occhiale del cavalier Stigliani (1631); Angelico Aprosio con Il vaglio critico di Masoto Galistoni da Terama, sopra Il mondo nuovo del cavalier Tomaso Stigliani da Matera (1637), Il buratto (1642), L'Occhiale stritolato (1642), La sferza poetica di Sapricio Saprici ... per risposta alla Prima censura dell'Adone del Cavalier Marino fatta del Cavalier Tommaso Stigliani (1643), Del veratro: apologia di Sapricio Saprici per risposta alla seconda censura dell'Adone del cavalier Marino, fatta dal cavalier Tommaso Stigliani (le cui due parti uscirono invertite, la I. nel 1645 e la II. nel 1647); e numerosi altri, tra cui si possono citare Teofilo Gallaccini con sue Considerazioni sopra l'Occhiale, ms., una Difesa dell'Adone di Giovanni Pietro D'Alessandro e componimenti antistiglianeschi a profusione di Giovan Francesco Busenello (La Coltre, ovvero Lo Stigliani sbalzato), Giovan Battista Capponi, Luca Simoncini, Giovanni Argoli e numerosi altri.

Tuttavia l’Occhiale ha il pregio, riconosciuto dagli esegeti moderni, di dar conto tempestivo e molto accurato di una gran parte dell'erudizione che il Marino aveva rovesciato generosamente nell’Adone, precisando un'infinità di luoghi classici e meno classici a cui il poeta napoletano si era rifatto ingaggiando col lettore una tacita gara di riconoscimenti dotti. Curiosamente, l'unica opera mariniana che abbia goduto d'ininterrotta fortuna editoriale, fino ai primi del Novecento, è il poemetto sacro La strage degli innocenti.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Si dà qui di seguito un elenco in ordine cronologico delle opere, comprese anche quelle più tardi stampate in raccolte. Sono riportate unicamente le prime edizioni.

  • Fine XVI. sec., La Canzone dei baci. Il componimento che diede al Marino la fama secondo Tomaso Stigliani costituiva uno scarno volumetto, oggi irreperibile, dov'era accompagnato da una serie di componimenti in lode dell'autore. Fu tradotto in francese da Robert Crampon (parigino, traduttore dall'italiano, segretario del vescovo d'Avranches).
  • 1599, Prologo per una rappresentazione a Nola del Pastor fido di Battista Guarini.
  • 1602m Rime, 2 voll. I. Amorose, marittime, boscherecce, heroiche, lugubri, morali, sacre & varie. Parte prima. II. Parte seconda. Madriali & canzoni. In Venetia, appresso Gio. Batt. Ciotti.
  • 1607, La Notte, prologo a: Guidubaldo Bonarelli, Filli di Sciro, Ferrara.
  • 1608, Ritratto del serenissimo don Carlo Emanuello, Duca di Savoia. Panegirico. Torino, Al Figino.
  • 1612, Il Rapimento d'Europa ed il Testamento amoroso, idillii. In Venetia, presso Trivisan Bertolotti.
  • 1614, La Lira, 3 voll. I. Rime amorose, marittime, boscarecce, heroiche, lugubri, morali, sacre & varie. Parte prima... nuovamente dall'autore purgate & corrette. II. La Lira... parte seconda. III. Della Lira... parte terza. Seguono: Poesie di diversi al cavalier Marino.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi La Lira.

Marino inaugura uno stile nuovo "morbido, vezzoso e attrattivo" per un nuovo pubblico, distaccandosi così dal Tasso e dal petrarchismo rinascimentale e inoltre da ogni precetto di tipo aristotelico. Questo suo nuovo atteggiamento lo si trova già nelle Rime del 1602, aumentate in seguito, nel 1614, con il titolo di La Lira, per un totale di più di 900 componimenti, in prevalenza sonetti. Si tratta di componimenti di argomento amoroso, encomiastico, sacro, che egli raccoglie sia per temi (rime marittime, rime boscherecce, rime amorose, rime lugubri, rime eroiche, rime sacre) che per metri (madrigali, canzoni). Esse si richiamano spesso alla tradizione classica latina e greca con una particolare predilezione per l'Ovidio amoroso e alla tradizione stilnovista e moderna, esprimendo una forte tensione sperimentale che si orienta in senso antipetrarchista.

  • 1614, Dicerie sacre. Torino, Luigi Pizzamiglio.

Sorta di prontuario di prediche, apprezzatissimo e compulsatissimo da tutti i predicatori a venire; nei singoli, smisurati discorsi, che in sostanza hanno ben poco da fare con la religione, è applicata fino alle estreme conseguenze la tecnica trascendentale della metafora continuata, una specialità mariniana ampiamente imitata durante il Barocco. Si dividono in tre parti: 1. La pittura; 2. La musica; 3. Il cielo.

  • 1615, Il Tempio. Panegirico del cavalier Marino alla maestà christianissima di Maria de' Medici reina di Francia & di Navarra. Lione, Nicolò Iullieron.
  • 1615, Canzone "In morte dell'invitiss. e Christianiss. Henrico Quarto", re di Francia, fatta dal cavalier Marino, in: Il Tempio, panegirico, In Macerata, presso Pietro Salvioni.
  • 1616, Il Tebro festante, panegirico in: Fiori di Pindo, Venezia, appresso Gio. Batt. Ciotti.
  • 1616, Epithalami, Parigi, Tussan du Bray. Contiene: 1. La Francia consolata; 2. Il Balletto delle Muse; 3. Venere pronuba; 4. L'Anello; 5. La Cena; 6. Il Torneo; 7. Il Letto; 8. Le fatiche d'Hercole; 9. Urania; 10. Himeneo; 11. Sonetti epithalamici.
  • 1619, "Lettera di Rodomonte a Doralice"... con la risposta del signor Dionisio Viola. In Venetia, appresso Alberto & Pietro Faber.
  • 1620, La Galeria distinta in pitture & sculture, Milano, Giovan Battista Bidelli.

I. LE PITTURE. Parte prima, distinta in Favole, Historie, Ritratti (HUOMINI: Principi, Capitani, Heroi; Tiranni, Corsari, Scelerati; Pontefici e Cardinali; Padri Santi & Theologi; Negromanti & Heretici; Oratori & Predicatori; Filosofi, & Humanisti; Historici; Giurisconsulti & Medici; Matematici & Astrologi; Poeti Greci; Poeti Volgari; Pittori & Scultori; Diversi Signori, & Letterati amici dell'Autore; Ritratti Burleschi. DONNE: Belle, Caste, Magnanime; Belle, Impudiche, Scelerate; Bellicose & Virtuose) & Capricci. II. LE SCULTURE. Parte seconda, distinta in Statue, Rilievi, Modelli, Medaglie & Capricci. Si descrive una grande quantità di opere d'arte, reali e immaginarie. Su segnalano 14 stampe solo a Venezia fino al 1675.

  • 1620, La Sampogna', divisa in idillii favolosi e pastorali, Parigi, Abramo Pacard.

Raccolta di rime divisa in due parti: una composta da idilli pastorali e una in rime boscherecce. L'opera segna il distacco del M. dalla tematica amorosa, eroica e sacra, a favore di quella mitologica e pastorale.

  • 1623, L'Adone In Parigi, presso Oliviero di Varano, alla strada di san Giacomo alla Vittoria. In-folio, [12 cc.] 575 [-6] pp., su 2 colonne.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi L'Adone.

L'opera descrive con molte digressioni la tenue favola delle vicende amorose di Adone e Venere; è considerato il più lungo dei poemi importanti in lingua italiana, pur risultando non molto più lungo dell’Orlando furioso dell'Ariosto e rimanendo per lunghezza inferiore ad alcune curiosità come il Cicerone del Passeroni o La corneide del Gamerra. Il testo è composto da 5.183 ottave, per un totale di 40.984 versi (contro i 39.736 del Furioso). Dedicato a Luigi XIII di Francia e alla madre del re, Maria de' Medici, è composto da 20 canti in ottave ed è preceduto da un proemio, scritto sotto forma di lettera; inoltre il testo è anticipato dalla prefazione del critico francese Jean Chapelain, che per primo propose l'interpretazione del 'poema heroico' come "poème de paix", contrapposto all'epica tradizionale, che invece canta della guerra.

  • 1625, "La Sferza". Invettiva ai quattro Ministri della Iniquità. Parigi, Tussan du Bray.
  • 1626, "Il padre Naso". Con le sue due Prigionie di Napoli, e di Torino. Con un sonetto sopra il Tebro, et tre canzoni, cioè, Fede, Speranza, e Carità. Parigi, Abramo Pacard.
  • 1626, "La Murtoleide", fischiate con la Marineide risate del Murtola. Aggiuntovi le Strigliate a Tomaso Stigliani, e l'Innamoramento di Pupolo, e la Pupola, et altre curiosità piacevoli. Francoforte, Giovanni Beyer.
  • 1626, Il settimo canto della "Gierusalemme distrutta", poema eroico... aggiuntovi alcune altre composizioni del medesimo. Con La ciabattina pudica e La bella gialla, canzoni d'incerto. In Venetia, appresso Girolamo Piuti.
  • 1627 Lettere... gravi, argute, facete e piacevoli, con diverse poesie non più stampate. In Venetia, appresso il Baba.

Piacevoli per il lettore moderno, sono documento eloquente della sua esperienza artistica e umana. In esse smentisce l'accusa di sensualità fatta alla sua poesia spiegando che essa non era altro che la risposta alle aspettative della classe dirigente, come si può leggere in una delle lettere al duca Carlo Emanuele I. Di grande virtuosismo le lettere a Ludovico San Martino d'Agliè sulla prigionia torinese e quelle a Lorenzo Scoto sull'arrivo in Francia.

  • 1627, Extravaganti, col titolo Rime nove... cioè canzoni, sonetti, madrigali & idillii. Aggiuntivi alcuni sonetti di diversi, con gli Affetti lugubri di Fortuniano Sanvitali in morte dell'istesso... Lettera di Rodomonte a Doralice... con la risposta del signor Dionisio Viola. 2 voll. In Venetia, appresso il Ciotti.
  • 1628, Argomenti... con una lettera all'autore nell'Erocallia di Giovan Battista Manso, Venezia.
  • 1632, Strage degl'innocenti. Napoli: Ottavio Beltrano.

Poema sacro in 4 libri, in ottave (I. Il sospetto d'Erode; II. Il conseglio de' Satrapi; III. Essecutione della strage; IV. Il Limbo). Ebbe un successo secolare; si contano 14 stampe veneziane tra il 1633 e il 1685 (e forse oltre), e poi stampe a Macerata (1638), Ronciglione (1706), Napoli (1711), Amburgo (1715, con la vers. tedesca), Bassano (1750), Vienna (1768). Oltre ad ispirare John Milton per il suo Paradise Lost (in particolare per la figura di Satana), ebbe diverse traduzioni: Richard Crashaw trasportò in inglese, ampliandolo, Il sospetto d'Erode, mentre integralmente tradussero l'opera Nicola Giuseppe Prescimone (in latino, Innocentium cladis Nic. Jos Prescimonii traductio, Panormi 1691; ma le versioni latine furono diverse), Barthold Heinrich Brockes (in tedesco, Verdeutscher Bethlemitischer Kinder-Mord, con una Vita del Marino, 1715), Canut Bildt (in svedese, Göteborg 1740) e l'abate Souquet de Latour (con testo it. a fronte, Parigi 1848).

  • [1633], Invettiva contro il vitio nefando, in: Strage degl'innocenti, In Venetia, Presso Giacomo Scaglia, s.d. (ma dedica datata "5. agosto 1633").
  • [1633], Scherzi del cavalier Marino al "Poetino", con la Risposta, in: v. sopra.
  • [1633], Discorso accademico per l'Accademia degli Oziosi di Napoli, in: v. sopra.

Un certo numero di opere pornografiche che vanno sotto nome del Marino è tuttora rinvenibile in alcune biblioteche; eccettuando scelte antologiche con titoli arbitrarii e manipolazioni, l'attribuzione è incerta e le indicazioni tipografiche sono spesso false. Nel XVIII secolo e a metà e fine XIX secolo sotto il titolo di Tempietto d'amore furono pubblicati alcuni idillii (di fattura squisita; probabilmente ad esse si riferiva il Settembrini definendole le sue "migliori per arte") con protagonisti personaggj storici (Antonio e Cleopatra), dèi, &c. Senza data e senza indicazioni tipografiche è una stampa sicuramente secentesca dal titolo La Cazzaria del C[avalier] M[arino], Persuasiva efficace per coloro che schifano la delicatezza del tondo, 4 cc. in-8°, con ritratto.

Esiste addirittura una stampa di Novelle piacevoli del K. Marino, edita in "Citera, nella tipografia d'amore", dell'anno 1700, alcune volte ristampata; ed è interessante perché, a parte le ristampe della Strage, per tutto il XVIII secolo le opere del Marino sono state completamente trascurate dall'editoria (ma permangono dubbii di paternità che non sono mai stati sciolti e di cui la critica attuale non pare occuparsi). Altre opere o blasfeme o pornografiche sono accluse nei fascicoli dell'Inquisizione (sonetti sulla natura solo umana del Cristo, un lungo componimento sulla "Francesca Piselli... p. errante", sicuramente cinquecentesco e fors'anche aretiniano), ma sono praticamente tutte false, come appurato dalla Carminati, anche perché troppo rozze per essere di mano del Marino.

Altro è il caso dell'Anversa liberata, epica in 3 canti, in sé notevolissima ma d'impronta manieristica e con nessun rapporto stilistico con l'opera nota del Marino, e a lui attribuita nella copia manoscritta pervenuta; nel 1956 è stata data alle stampe da Fernando Salsano. Non ci sono, ovviamente, tracce dell'opera a livello documentario; ma non è nemmeno sufficiente ritenere decisivo il suo silenzio circa un vero e proprio poema eroico nei lunghi anni in cui se ne aspettava una prova da parte sua, dato che il "silenzio epico" del Marino poteva essere dovuto anche a precise scelte di carriera, non necessariamente da tutti capìte a fondo.

Altro ancòra il caso delle ottave Il pianto d'Italia, falsamente attribuite al Marino durante il XIX secolo e testimonianza d'un impegno "patriottico" di cui il Marino altrove non dà nessuna prova, di fatto opera di Fulvio Testi (ma confusioni tra l'uno e l'altro, con qualche sospetto di reciproco furto, ci furono già all'epoca). Infine, un vero work in progress è l'epistolario: la stampa del 1627 riportava 80 lettere del Marino, più 3 missive di ammiratori (Achillini, Preti, G. Scaglia, Busenello), più la "lettera aperta" del Busenello Al Cavalier Marino; dopo le stampe secentesche fu ripresa da Borzelli e Nicolini, che grazie a studii d'archivio poterono aggiungere altre lettere (in specie del periodo napolitano, e dunque degli ultimi del XVI secolo) alla loro stampa dell'Epistolario Laterza del 1911. Quindi, grazie ad altri ritrovamenti, si salta al 1966 dell'edizione di riferimento, a cura di Marziano Guglielminetti per Einaudi, che raccoglieva allora tutte le lettere reperite. Altri ritrovamenti, dovuti a diversi studiosi (tra cui Giorgio Fulco), sono seguìti nel corso del tempo, senza però, ad oggi, incoraggiare un'ulteriore e più completa edizione.

Fortuna critica[modifica | modifica sorgente]

La sua concezione di poesia, che, esasperando gli artifici del manierismo era incentrata su un uso intensivo delle metafore, delle antitesi e di tutti i giochi di rispondenze foniche, a partire da quelli paronimici, sulle descrizioni sfoggiate e sulla molle musicalità del verso, ebbe ai suoi tempi una fortuna immensa, paragonabile solo a quella del Petrarca prima di lui. Il suo metodo compositivo presupponeva una larga messe di letture "col rampino", ed era fondato in prima istanza sull'imitazione. La ricerca della novità, e l'adeguamento al gusto corrente, consisteva nel modo di porsi di fronte alla tradizione, selezionando una dorsale congeniale, non più con lo spirito enciclopedico del manierismo ma con atteggiamento collezionistico: il passato era così visto come una sorta di cantiere ingombro di detriti, che l'artefice poteva a piacimento reimpiegare per costruire qualcosa di nuovo.

Il barocco rappresentato dal Marino reagisce per altri aspetti al manierismo, peraltro, evitando le emergenze espressionistiche, l'enfasi, la cupezza che saranno invece spesso ravvisabili nella seconda fase del marinismo, che può essere fatta iniziare da una figura-spartiacque come Giuseppe Battista e che si concluderà, dopo una fioritura particolarmente ricca intorno al 1669, con l'opera dei fratelli Casaburi (specialmente Pietro), e di Giacomo Lubrano. Il Marino sicuramente si pose come caposcuola, o quantomeno offerse consapevolmente la sua produzione, sin dalla prefazione della Lira, come esempio ai giovani; ma non fu in nessun caso un teorico (può essere tralasciato un ipotetico Crivello critico , o Le esorbitanze, secondo il titolo detto allo Stigliani, contro gli eccessi dei poeti moderni, una delle tante promesse non mantenute), e anche le scarne affermazioni di poetica sono da prendere con le molle.

Sono due i luoghi più famosi in cui il Marino s'è lasciato sfuggire qualche accenno di poetica; il primo, che è quello con cui s'identifica tout court la sua maniera, è dato nel son. "Vuo' dare una mentita per la gola", il XXXIII. della Murtoleide, in cui, com'è universalmente noto, si dice:

« Vuo' dar una mentita per la gola / a qualunque uom ardisca d'affermare / che il Murtola non sa ben poetare, / e ch'ha bisogno di tornar a scuola. // E mi viene una stizza marïola / quando sento ch'alcun lo vuol biasmare; / perché nessuno fa meravigliare / come fa egli in ogni sua parola. // È del poeta il fin la meraviglia / (parlo de l'eccellente, non del goffo): / chi non sa far stupir, vada a la striglia. // Io mai non leggo il cavolo e 'l carcioffo, / che non inarchi per stupor le ciglia, / com'esser possa un uom tanto gaglioffo. »

Di là dal contesto (il riferimento al "cavolo e 'l carcioffo" è alla goffaggine con cui il Murtola, nella sua Creazione, intese celebrare la provvidenza anche attraverso le sue manifestazioni più umili e quotidiane), simili concetti all'epoca erano già frusti, e peraltro sono le stesse parole con cui lo stesso Chiabrera definiva la propria poetica (nella Vita di Gabriello Chiabrera da lui stesso descritta non mancano né la maraviglia né, quasi in posizione-rima, l’inarcar di ciglia). L'altro, più articolato e meritevole di esser preso maggiormente alla lettera, anche se il contesto rimane sempre polemico, è costituito da una lettera dell'estate 1624 a Girolamo Preti:

« Ma perché non voglio esser lapidato dai fiutastronzi e dai caccastecchi, mi basterà dire che troppo bene averò detto che le poesie d'Ovidio sono fantastiche, poiché veramente non vi fu mai poeta, né vi sarà mai, che avesse o che sia per avere maggior fantasia di lui. E utinam le mie fossero tali! Intanto i miei libri che sono fatti contro le regole si vendono dieci scudi il pezzo a chi ne può avere, e quelli che son regolati se ne stanno a scopar la polvere delle librarie. Io pretendo di saper le regole più che non sanno tutti i pedanti insieme; ma la vera regola, cor mio bello, è saper rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume corrente ed al gusto del secolo. Iddio ci dia pur vita, ché faremo presto veder al mondo se sappiamo ancor noi osservar queste benedette regole e cacciar il naso dentro al Castelvetro. So che voi non sète della razza degli stiticuzzi, anzi non per altro ho stimato sempre mirabile il vostro ingegno, se non perché non vi è mai piacciuta la trivialità, ma senza uscir della buona strada negli universali avete seguita la traccia delle cose scelte e peregrine [...] »

Nessuno dei procedimenti da lui impiegati era, ovviamente, nuovo, ma mai era stato utilizzato con altrettanta assolutezza. Fu largamente imitato, oltreché in Italia, anche in Francia (dove fu il beniamino dei preziosisti, come Honoré d'Urfé, Georges de Scudéry, Vincent Voiture, Jean-Louis Guez de Balzac, e dei cosiddetti libertini, come Jean Chapelain, Tristan l'Hermite, Philippe Desportes, ecc.), in Spagna (dove influì su Luis de Góngora e soprattutto Lope de Vega), in altri paesi cattolici come il Portogallo e la Polonia, ma anche in Germania, dove i suoi più diretti seguaci furono Christian Hofmann von Hofmannswaldau, Daniel Casper von Lohenstein e Barthold Heinrich Brockes, che diede la versione tedesca della Strage degl'innocenti, e nei paesi slavi. In Inghilterra La strage degli innocenti ispirò John Milton, e fu imitata da John Crashaw.

Per quanto riguarda la ricezione del Marino in Italia, significative sono le censure di Pietro Sforza Pallavicino, teorico della letteratura secondo i dettami di Urbano VIII, in Del bene (1644) e Trattato dello stile e del dialogo (II ed. definitiva 1662); e per converso il riconoscimento del Marino come sostanziale "caposcuola" da parte di Emanuele Tesauro nelle varie redazioni del suo Cannocchiale aristotelico. Il Pallavicino condanna in blocco, senza premurarsi di fare distinguo (e dunque negando la possibilità stessa di una poesia non atteggiata, "classica"), i procedimenti paronimici mariniani, considerandoli comunque viziosi, in Del bene; mentre esalta lo Stigliani "tra que' pochi che della poetica e della lingua italiana possono parlare come scienziati" (Trattato dello stile), nelle Vindicationes societatis Iesu (1649) del Marino dirà che "in numero lascivire potius videtur quam incedere", che in genere "canoris nugis auditum fallere, non succo sententiarum atque argutiarum animos pascere", e che il Marino in particolare "carebat philosophico ingenio, quod in poeta vehementer exigit Aristoteles" - e nel Trattato, riferendosi ad un luogo della Galeria, definisce il ricorso a certi bisticci come segno "di poca maestria d'imitazione", aggiungendo che sono "poco fertili di maraviglia e anche poco ingegnosi".

È interessante notare come sia nel 1639 il massimo teorico delle Acutezze, Matteo Peregrini, sia sotto Urbano VIII il Pallavicino, sia il Tesauro nelle varie redazioni del Cannocchiale (1654-1670) non abbiano dato, o anche solo tentato, una definizione univoca dell'antitesi; laddove il Pallavicino, in particolare, ne fornisce una, nel Trattato, più prossima alla paronomasia, segno che la reale sostanza della "rivoluzione" mariniana, posto che rivoluzione ci fosse, gli sfuggiva quasi totalmente. Rimasto il punto di riferimento della poetica barocca per tutto il tempo in cui fu in voga, con il XVIII e il XIX secolo, pur essendo sempre ricordato per ragioni storiche, fu indicato come la fonte o il simbolo del "malgusto" barocco.

Le critiche dello Sforza Pallavicino per certi aspetti anticipano quelle del secolo dei lumi; Ludovico Antonio Muratori gli darà sostanzialmente ragione (per quanto respinga quella qualità "filosofica" che la poesia dovrebbe avere, e per cui il Pallavicino si rifaceva viziosamente ad un passo d'Aristotele - che s'era limitato a dire che il poeta è più filosofo dello storico, non che è filosofo in sé). Più oltre si spinge Giovanni Vincenzo Gravina, che non si limita a notare la mancanza di misura e di gusto della maniera barocca, ma ne dà una spiegazione storica: la poesia barocca è la poesia dell'età della scienza, e il suo errore è stato quello di dotarsi di una sua techne e di suoi strumenti proprii, e questo, pur aprendole possibilità nuove per alcuni versi, per altro l'ha fortemente limitata.

Gian Battista Vico, che conobbe e stimò l'"ultimo dei marinisti", Giacomo Lubrano, nella sua produzione in versi si tenne fedele ai principii di un castigato classicismo, ma diede grande importanza ai procedimenti analogici su un piano strettamente speculativo, contro l'aridità delle "griglie" nozionistiche sensiste, come strumento di indagine e palestra intellettuale (la stessa funzione che il Settembrini, invece, negherà loro). In effetti il Marino carente di "philosophico ingenio" è stato anche il primo ad applicare intensivamente procedimenti dialettici alla poesia, con eventuali ricadute sulla speculazione del suo tempo, e anche dei tempi a venire.

La critica non ha dedicato al Marino studii organici fino alla fine Ottocento. La critica romantica (salvo Luigi Settembrini) ha dato della sua opera un'interpretazione superficiale, da vulgata, identificando l'unica preoccupazione del poeta con la "maraviglia", conseguita tramite la ricercatezza dei particolari e le sfoggiate descrizioni. Francesco de Sanctis criticò pesantemente Marino, deprecandone l'esclusiva attenzione alla forma a discapito del sentimento[6], per quanto si riveli in grado di dare uno sguardo meno superficiale allo "studiolo" del Marino quando descrive la sua tecnica "col rampino", e identifica l'origine della sua ispirazione nel catalogismo erudito e voluttuoso.

Ma per quanto riguarda la critica romantica, più notevole è la severa, ma estesa ed intelligente lettura che nelle Lezioni di letteratura italiana (1872-1875) diede Luigi Settembrini. Immune da campanilismi (il Settembrini tace, per esempio, di Giovan Battista Basile), ripercorre il poema grande facendolo discendere direttamente dalla Liberata (in particolare dal giardino d'Armida) "come la voluttà nasce dall'amore"; antologizza diversi luoghi, e, negando recisamente un'assenza di struttura, riconosce numerosi luoghi mirabili e la sostanziale novità del Marino. Secondo la sua prospettiva storiografica - che è quella di chi deve dar conto di una storia della civiltà letteraria italiana - il Marino è in genere il sintomo di una fase di forte decadenza, caratterizzata dall'occupazione straniera e dallo strapotere della chiesa, e l’Adone, definito opera "voluttuosa", sarebbe una sorta di reazione alla crudeltà dei tempi (tesi non troppo distante da quella sostenuta a suo tempo anche da Pieri in Per Marino, 1977), e contemporaneamente loro ambigua espressione. Con questo, trascendendo la figura in sé dell'autore (comunque nobilitato da certi accostamenti: "Vedrete delirare Bruno e Marino", annuncia aprendo la trattazione del secolo "fangoso": ma questa di "delirio" non è in tutto una definizione negativa), secondo il Settembrini il marinismo è, tout court, il gesuitesimo applicato alla letteratura.

Peraltro il Settembrini rifiuta seccamente la valutazione dell'Arcadia come un movimento di restaurazione del buon gusto; e paragona il Barocco ad un pazzo furioso, il cui organismo cerca ancòra di difendersi dall'avanzata del male, mentre l'Arcadia sarebbe uno stato tranquillo, sì, ma come l'ebetudine che precede di poco la morte. Di quanto ci fu intorno al Marino rifiuta di parlare, facendo i nomi di Achillini e Preti e liquidandoli con tutti gli altri come "gesuitanti dello stile". Il primo studio approfondito sulla poetica mariniana e i suoi procedimenti è Sopra la poesia del cavalier Marino tesi di laurea di Guglielmo Felice Damiani (oltretutto finissimo conoscitore di Nonno di Panopoli) data alle stampe nel 1899, la quale seguiva La vita e le opere di Giambattista Marino di Mario Menghini (1888).

Ma il fondamentale esordio di una critica approfondita dell'opera mariniana è un testo a tutt'oggi di riferimento, Storia della vita e delle opere del cavalier Marino, di Angelo Borzelli, dato alle stampe in una prima versione nel 1898, e poi ristampato, con la cassazione di alcuni errori, nel 1927. Il lavoro, d'impostazione storica più che filologica, dava per la prima volta conto di tutta una serie di notizie sulla vita e sull'opera del Marino, curando anche il contesto e la biblioteca su cui si era formato, riportando anche una quantità d'inediti e primizie d'archivio. Nonostante alcuni errori, rimane a tutt'oggi un punto di riferimento sicuro. La seguente Storia dell'età barocca in Italia di Benedetto Croce, del 1929, è più significativa della ricezione della temperie da parte dell'intellettualità durante il fascismo che come studio in sé (anche perché del Marino si tratta pochissimo, e con sensibile nausea; ma interessanti le puntualizzazioni del Croce sulle artate deformità del dettato mariniano, evidenze del suo cinico nichilismo, sulle quali normalmente non ci si sofferma).

Ma L'Adone, così come gran parte della letteratura barocca, è stato ormai approfonditamente studiato e ampiamente rivalutato a partire da Giovanni Getto negli anni '60 e in seguito, nel 1975, dal Marzio Pieri e nel 1976 da Giovanni Pozzi (rist. Adelphi 1988), già editore delle Dicerie sacre (1960) e pioniere di un nuovo corso di studii sul Marino. A partire dai due studiosi, legati rispettivamente alle università di Parma e di Friburgo, si sono creati due filoni d'indagine, di ispirazione esegetica molto diversa e talora anche in contrasto tra loro. Pieri ha impostato la propria analisi dell’Adone, seguendo i criterii di edizione dei classici Laterza (privi di introduzioni "contenutistiche" o analisi estetiche e forniti dei soli apparati), dapprima in senso prettamente filologico, per poi accentuare, in un grande numero di testi a seguire, la centralità della figura del Marino come autore "moderno", capofila di una "letteratura minore" o addirittura "minima", non interessata ad affrontare tematiche presuntamente centrali ma sensibile alla vita dei sensi, alle più recondite suggestioni, agli effetti più sottili e sfuggenti, al mondo delle relazioni; un "grado zero" dell'attività poetica. Raggiungendo esiti anche di grande astrazione non ha esitato a trovare tra singoli versi del Marino e svariati contemporanei le 'rime interne' più impreviste e inaspettate, come accumulando "motivi per lèggere" il Marino.

Il Pozzi, invece, secondo un'impostazione esegetica più classica, ha praticamente completato lo spoglio delle fonti dell’Adone, in specie nella seconda, fondamentale impressione, e questo rimane il suo apporto primario. Per quanto riguarda gli aspetti formali del poema, di cui s'è occupato intensamente, gli esiti sono stati più opinabili. Negando la presenza di una struttura vera e propria all’Adone, gli ha riconosciuto una forma molto raffinata che definisce "bifocale ed ellittica" - che macrostrutturalmente dovrebbe rappresentare l'assetto dialettico del "contraposito" - e che rifletterebbe (secondo Pozzi) l'"irresoluzione dell'uomo secentesco di fronte ai due modelli cosmici contraddittori, tolemaico e copernicano". Ricordiamo che l Adone ospita una stupenda apostrofe a Galileo Galilei, ma nonostante il viaggio interplanetario di Adone guidato da Mercurio, la struttura dell'universo mariniano non è esplicitata al punto da consentire di affiliare il Marino (verosimilmente assai poco interessato) o all'una o all'altra scuola di pensiero. Abortito, a causa dell'uscita per le stampe del primo Adone curato dal Pozzi, il progetto di Amedeo Quondam di ripercorrere l'intero testo come "poema di emblemi" (un'impostazione esegetica favorita da un'affermazione dello stesso Marino, ma ritenuta poi impraticabile per eccessiva ingenuità), un grande numero di studiosi si è concentrato poi su questo o quell'aspetto dell'opera, senza fornire altre impostazioni critiche complessive.

Più recentemente nel 2002 è da ricordare la pubblicazione in Francia del saggio di Marie-France Tristan La Scène de l'écriture, che cerca (sarà il lettore a giudicare quanto convincentemente) di mettere in evidenza il carattere filosofico della poesia del Marino, comunque fondendo la cosmogonia ironicamente cattolica delle Dicerie con quella pagana dell’Adone. Complementa gli sforzi della Tristan, nel 2010, Periferia continua e senza punto di Giuseppe Alonzo, che pone con più precisione la Weltanschauung mariniana con il continuismo filosofico secentesco, che ha avuto in Leibniz la sua espressione più articolata. Non necessariamente deve sortirne un filosofo-poeta, ma le motivazioni di una retorica considerata a lungo gratuitamente fiorita e priva di freno risultano sicuramente più chiare.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Susan J. Bandes, Pursuits and pleasures: baroque paintings from the Detroit Institute of Arts, East Lansing, Mich.: Michigan State University, Kresge Art Museum, 2003, p.32. Vedi anche Blaise Ducos, "Court Culture in France among the First Bourbons: Portrait of Giambattista Marino by Frans Pourbus the Younger", Bulletin of the DIA, vol. 83, 1/4 (2009), pp.12-21.
  2. ^ Francesco de Sanctis, Storia della letteratura italiana, Torino: Unione tipografico-editrice torinese, 1879, vol.II, p.217.
  3. ^ A. Borzelli, Il Cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), pp. 1 e 207: l'ipotesi deriva dal fatto che il nonno Giovan Battista possedeva dei terreni in località Cinquefrondi.
  4. ^ P. Piccari, Giovan Battista Della Porta - Il filosofo, il retore, lo scienziato, FrancoAngeli, Milano, 2007, pag. 44
  5. ^ I classici • Giovan Battista Marino
  6. ^ "Giovan Battista Marino è una delle 'vittime' illustri della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis". Enciclopedia Encarta 2009

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Imbarazzante l'assenza di una pubblicazione moderna consistente dell'opera di Marino in Italia, caso praticamente unico nel panorama degli scrittori della nostra letteratura. L'ultima edizione integrale de L'Adone, ad esempio, risale al 1988, pubblicata da Adelphi, ad un prezzo esorbitante, e oggi ormai introvabile. Solo ultimamente La Finestra editrice si sta impegnando nella pubblicazione delle opere complete: l'intero corpus del Marino, noto come "Marino Edition", diretta da Marzio Pieri e Marco Albertazzi, e a cura di Luana Salvarani, Alessandra Ruffino e Diego Varini. Editi finora:

    • I. Adone [edizione], a c. di M. Pieri, I-III
    • II. La Galeria [edizione], a c. di M. Pieri e A. Ruffino. Con CD-Rom I Pittori del Marino
    • IV. La Sampogna con le egloghe boscarecce [edizione]con una scelta di idillii Capponi-Argoli-Preti-Busenello, a c. di M. Pieri, A. Ruffino e L. Salvarani. Con CD-Rom Nascita del Paesaggio
    • V. La Lira 1614 [edizione], a c. di L. Salvarani.
    • VI. Panegirici & Epithalami. Col Verdeutschter Kindermord des Ritters Marino di B. H. Brockes [edizione], a c. di Diego Varini, A. Ruffino, L. Madella, L. Salvarani.

Studi[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco de Sanctis, Storia della letteratura italiana, Torino: Unione tipografico-editrice torinese, 1879, vol.II, 2 voll.
  • Angelo Borzelli, Il Cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Napoli, Gennaro M. Priore, 1898.
  • Marziano Guglielminetti, Tecnica e invenzione nell’opera di Giambattista Marino, Messina 1964.
  • Carmela Colombo, Cultura e tradizione nell Adone die Giovan Battista Marino, Padova 1967.
  • Ottavio Besomi, Ricerche intorno alla Lira di G. B. Marino, Padua 1969.
  • Bruno Porcelli, Le misure della fabbrica. Studi sull Adone del Marino e sulla Fiera del Buonarotti, Milano 1980.
  • Michele Dell’Ambrogio, Tradurre, imitare, rubare: appunti sugli ‚Epitalami’ del Marino, in: Forme e vicende. Per Giovanni Pozzi, a cura di Ottavio Besomi. Padova 1988, p. 269-293.
  • Francesco Guardiani, La meraviglioso retorica dell’Adone di G. B. Marino, Florenz 1989.
  • Marzio Pieri, Marino e i Marinisti, a Napoli di nuovo, Neapel 1990.
  • Maurice Slawinski, The Poet’s Senses: G-B. Marino’s Epic Poem "L’Adone" and the New Science, in: Comparative Criticiscm: A Yearbook 13 (1991), p. 51-81.
  • The Sense of Marino: Literature, fine Arts, and Music of the Italian Baroque. A cura di Francesco Guardiani New York 1994.
  • Francesco Guardiani: Giovan Battista Marino’s L’Adone: A Key to Baroque Civilisation, in: The Image of the Baroque. A cura di Aldo Scaglione, Gianni Eugenio Viola New York 1995, p.73-91.
  • Rainer Stillers, Mythologische Poetik in der Dichtung Giovan Battista Marinos, in: Mythos und Text. Kolloquium zu Ehren von Ludwig Schrader am 11. März 1992 an der Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf. A cura di Siegfried Jüttner. Düsseldorf 1997, p. 1-17.
  • Ulrich Schulz-Buschhaus, Intertextualität und Modernismus bei Giovan Battista Marino. Interpretationen zu den Idilli pastorali "La bruna pastorella" und "La ninfa avara", in: Diskurse des Barock. Dezentrierte oder rezentrierte Welt, a cura di Joachim Küpper, Friedrich Wolfzettel, München 2000 (Romanistisches Kolloquium IX), p. 331-357.
  • Winfried Wehle, Diaphora – Barock: eine Reflexionsfigur von Renaissance. Wandlungen Arkadiens bei Sannazaro, Tasso und Marino, in: Diskurse des Barock. Dezentrierte oder rezentrierte Welt, a cura di Joachim Küpper, Friedrich Wolfzettel. München 2000, p. 95-145.
  • Marie-France Tristan, La scène de l’écriture. Essai sur la poésie philosophique du Cavalier Marin (1569-1625). Paris 2002.
  • Paolo Cherchi, Marino and the ‚Meraviglia’, in: Culture and Authority in the Baroque, a cura di Massimo Ciavolella, Patrick Coleman Toronto 2005, p. 63-72.
  • Pasquale Sabbatino, "Una montagna aspra e erta" e "un bellissimo piano e dilettevole". Il modello narrativo del Decameron e La Galeria del Marino nelle Vite di Bellori, in "Cahiers d'études italiennes. Filigrana", n. 8, 2008 (Boccace à la Renaissance. Lectures, traductions, influences en Italie et en France. Actes du Colloque Héritage et fortune de Boccace, 12-14 octobre 2006 à l'université Stendhal-Grenoble 3), pp. 149-175, ISBN 978-2-84310-122-9.
  • Marie-France Tristan, Sileno barocco. Il ‚Cavalier Marino’ fra sacro e profano, Lavis 2008
  • Marino e il Barocco, da Napoli a Parigi, a cura di Emilio Russo, Alessandria, 2009.
  • Jörn Steigerwald, Amors Gedenken an Psyche: Die novelletta in Giambattista Marinos "Adone", in: Geschichte – Erinnerung – Ästhetik. Tagung zum 65. Geburtstag von Dietmar Rieger, a cura di Kirsten Dickhaut, Stefanie Wodianka, Tübingen 2010, p. 175-194.

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