Antoon van Dyck

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« Grande per la Fiandra era la fama di Pietro Paolo Rubens, quando in Anversa nella sua scuola sollevossi un giovinetto portato da così nobile generosità di costumi e da così bello spirito nella pittura che ben diede segno d'illustrarla ed acrescerle splendore. »
(Giovanni Pietro Bellori[1])

Antoon van Dyck[2] (Anversa, 22 marzo 1599Londra, 9 dicembre 1641) è stato un pittore fiammingo, principalmente ritrattista, che divenne il primo pittore di corte in Inghilterra, dopo un lungo soggiorno in Italia. È universalmente noto per i ritratti della nobiltà genovese e di Carlo I re d'Inghilterra, dei membri della sua famiglia e della sua corte. Con il suo metodo di pittura di rilassata eleganza, influenzò i ritrattisti inglesi, come Peter Lely, per i successivi anni. Oltre ai ritratti, per i quali fu molto apprezzato, si occupò anche di soggetti biblici e mitologici, introducendo alcune notevoli innovazioni pittoriche.

Fu allievo e amico del pittore Pieter Paul Rubens, del quale assimilò la tecnica e, in parte, lo stile.

Dopo aver trascorso la giovinezza ad Anversa, si spostò in Italia, dove compì il rituale viaggio di formazione, caratteristico di tutti i grandi pittori fiamminghi. Qui ebbe l'opportunità di vedere e copiare alcune grandi opere rinascimentali, specialmente del suo pittore favorito, Tiziano. Di ritorno dall'Italia, passò in Inghilterra, alla corte di Carlo I Stuart, dove si occupò quasi esclusivamente di ritratti.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Primi anni e formazione[modifica | modifica sorgente]

Autoritratto del 1613-14

Van Dyck nacque ad Anversa il 22 marzo 1599 in una casa chiamata "Den Berendans", nel centro della città.[3] Il nonno Antoon (1529-1581), dopo essere stato pittore, aveva aperto un'attività da commerciante di seta; alla sua morte, sua moglie Cornelia Pruystinck continuò l'attività del marito, affiancata dai figli Francesco e Ferdinando. L'attività rendeva parecchio, visto che la famiglia aveva clienti persino a Parigi e Londra, oltre che in gran parte delle città fiamminghe.

Il padre di Antoon, Franchois, sposò in seconde nozze, nel 1590, Maria Cuypers. Dal matrimonio con questa donna, ebbe dodici figli, di cui Antoon fu il settimo.[4] Visto l'allargarsi della famiglia, i Van Dyck decisero di acquistare una nuova casa, spaziosa e lussuosamente arredata, "De Stadt van Ghendt", comprendente persino un bagno. Antoon si dimostrò subito ricco di talento e fu inviato, nel 1609, presso la bottega di uno dei migliori pittori della città, Hendrick van Balen, decano della Gilda di San Luca, perché imparasse i rudimenti della pittura e facesse esperienza. Il primo dipinto datato di Van Dyck è proprio di questi anni ed è il Ritratto di uomo settantenne del 1613, in cui sono evidenti i recenti insegnamenti di Van Balen. Ben presto però, aprì una bottega personale, assieme al giovane amico Jan Brueghel il Giovane, con il quale iniziò ad abbandonare la scuola del maestro. In questi anni, come tramanda lo stesso Jan Brueghel, Antoon ricevette l'incarico di eseguire una serie di dipinti raffiguranti i dodici apostoli ed un Sileno ebbro.[5] Di questo periodo è senza dubbio anche l'Autoritratto del 1613-14.

A partire dal 1617, Van Dyck lavorò a stretto contatto con Pieter Paul Rubens, di cui divenne allievo, abbandonando la sua bottega autonoma. Seguirono mesi di grande collaborazione tra i due: Rubens parla di Van Dyck come del suo migliore allievo.[6] Anche dopo l'11 febbraio 1618, giorno in cui venne ammesso nella Gilda di San Luca come maestro, Van Dyck lavorò con Rubens alla realizzazione di tele come Decio Mure congeda i littori o Achille tra le figlie di Licomede. Nella bottega di Rubens, ormai pittore affermato in tutta Europa, Van Dyck fece conoscere il suo nome negli ambienti dell'aristocrazia e della ricca borghesia e venne a contatto con la cultura classica e l'etichetta di corte.[7] Il giovane Antoon imparò ad imitare i modelli del maestro, adottandone molte caratteristiche, come è facile constatare nel dipinto L'imperatore Teodosio e sant'Ambrogio. Nel 1620 Rubens aveva firmato un contratto con i Gesuiti di Anversa per la decorazione della loro chiesa, basata su disegni di Rubens, ma eseguita da Van Dyck; oltre a questa importante commessa, Antoon ricevette anche numerose richieste da privati per la realizzazione di ritratti. Risalgono a questi anni dipinti come il Ritratto di Cornelius van der Geest o Maria van de Wouwer-Clarisse.

Primo periodo inglese[modifica | modifica sorgente]

Nell'ottobre del 1620, quando aveva ventuno anni, Van Dyck si trasferì a Londra, presso la corte del re d'Inghilterra Giacomo I. A convincerlo a spostarsi in Inghilterra erano stati l'insistenza del duca di Buckingham e di Thomas Howard, XXI conte di Arundel, quest'ultimo grande appassionato d'arte, amico di Rubens e protettore di Inigo Jones. Durante il soggiorno a Londra, ottenne da Giacomo I una pensione annuale di cento sterline; tuttavia ben presto il conte di Arundel gli concesse un permesso di viaggio all'estero per otto mesi: non sarebbe tornato per undici anni. Le opere eseguite da Van Dyck durante il primo soggiorno inglese sono profondamente diverse da quelle realizzate sino ad allora nelle Fiandre. Ad Anversa, da poco ritornata al cattolicesimo, Antoon aveva la possibilità di eseguire solamente tele a carattere religioso o ritratti. A Londra invece godette di maggiore libertà, sia nell'esecuzione dei dipinti, sia nelle scelta del tema da rappresentare. Nel quadro Sir George Villiers, futuro duca di Buckingham e la moglie Lady Katherine, come Venere e Adone, per esempio, Van Dyck rappresenta i novelli sposi come non aveva mai fatto: la tela ha carattere allegorico, con un gusto tipicamente pastorale, ispirato a Tiziano, e i due soggetti sono rappresentati a grandezza naturale.[8] Altri dipinti conosciuti del periodo sono La continenza di Scipione ed un ritratto del conte di Arundel.

Tornato ad Anversa, vi rimase per circa otto mesi; in questo lasso di tempo, in cui Rubens si trovava lontano, dipinse alcuni dei suoi ritratti più brillanti ed innovativi, come il Ritratto di Isabella Brant, prima moglie di Rubens, ed il Ritratto di Frans Snyders e di sua moglie Margareta de Vos. Quando comunicò la sua decisione di partire per l'Italia, Rubens gli fece dono di un cavallo per il viaggio e di numerose lettere di presentazione a pittori e a committenti.

Italia[modifica | modifica sorgente]

Nel 1621 decise di partire per l'Italia, tradizionale viaggio dei pittori fiamminghi, dove rimase per sei anni, studiando ed analizzando i lavori dei grandi artisti del Quattrocento e del Cinquecento e dove si affermò la sua fama di ritrattista. Il 3 ottobre 1621 partì dalla città natale alla volta della prima tappa italiana: Genova. Arrivò nella città marittima, in quel tempo retta da un governo dogale, il 20 novembre 1621 e prese alloggio nella dimora dei pittori e collezionisti d'arte fiamminghi Lucas e Cornelis de Wael. Al suo arrivo a Genova, Antoon aveva già realizzato circa trecento dipinti,[9] situazione opposta a quella del suo maestro Rubens o di Nicolas Poussin, che al loro arrivo in Italia non avevano ancora avuto occasione di lavorare così intensamente. Presentato alla migliore aristocrazia cittadina, ebbe modo di ritrarre alcuni esponenti delle più facoltose famiglie del patriziato locale (Spinola, Durazzo, Lomellini, Doria, Brignole etc.); il suo immediato successo è dovuto in modo particolare alla fama di Rubens, che era vissuto ed aveva lavorato molto a Genova, e di cui Van Dyck era visto come il nuovo rappresentante e continuatore.

In seguito alla fortunata esperienza genovese, Van Dyck partì, nel febbraio 1622, alla volta di Roma, dove soggiornò sino all'agosto di quell'anno e per gran parte del 1623. Accolto con favore nella Roma pontificia, venne introdotto nei migliori ambienti della società; durante il suo secondo soggiorno ricevette dal cardinale Guido Bentivoglio due importanti commissioni, che consistevano nella realizzazione di una Crocifissione e di un ritratto a figura intera dello stesso cardinale, il Ritratto del cardinale Guido Bentivoglio. Bentivoglio era divenuto cardinale l'anno prima ed era il protettore della folta comunità fiamminga romana, essendo stato nunzio pontificio a Bruxelles dal 1607 al 1615.[10] Oltre al ritratto del cardinale Bentivoglio, uno dei più famosi di tutta la produzione di Van Dyck, il giovane pittore ritrasse anche il cardinale Maffeo Barberini, che sarebbe divenuto di lì a poco papa, con il nome di Urbano VIII.[11] Di questo periodo sono anche numerosi ritratti come quelli dei coniugi Shirley (Ritratto di Lady Theresa Shirley e Ritratto di Sir Robert Shirley). A differenza del maestro Rubens, Van Dyck non amò mai il mondo classico. Ne è testimonianza il suo Taccuino italiano, diario di schizzi e disegni realizzati sulla base di grandi opere studiate durante il soggiorno italiano.[10] A Roma ebbe comunque l'opportunità di osservare e copiare i capolavori dei grandi del Rinascimento, contenuti principalmente a Palazzo Ludovisi e a Villa Borghese.

Dalla città papale si trasferì a Firenze, dove conobbe don Lorenzo de' Medici, figlio del granduca Ferdinando I, grande appassionato d'arte e generoso mecenate. Probabilmente dipinse un ritratto del nobiluomo, che è andato perduto.[12] Lungo la strada per raggiungere il Veneto, sostò a Bologna e a Parma, dove ammirò gli affreschi di Correggio. Giunse infine a Venezia, dove trascorse l'inverno 1622. Nella città lagunare, patria di uno dei suoi artisti favoriti, Tiziano, fu guidato alla visita dei grandi capolavori veneziani proprio dal nipote di Tiziano, Cesare Vecellio.[13] Antoon poté finalmente coronare il suo sogno, vedere ed analizzare le opere di Tiziano e di Paolo Veronese: nel suo Taccuino italiano sono presenti disegni di opere di Giorgione, Raffaello, Guercino, Carracci, Bellini, Tintoretto, Leonardo, ma a prevalere sono quelle di Tiziano, cui sono dedicate duecento pagine.[13]

Da Mantova a Palermo[modifica | modifica sorgente]

Da Venezia passò a Mantova, dove fu introdotto alla corte dei Gonzaga. Qui conobbe Ferdinando e Vincenzo II Gonzaga, che era stato protettore di Rubens. Con il soggiorno a Mantova, Van Dyck ebbe la possibilità di vedere la collezione dei duchi prima che venisse dispersa. Nel 1623 fu nuovamente a Roma, città nella quale si era rifiutato di venire in contatto con la locale associazione di pittori fiamminghi, lontani dallo stile accademico, che conducevano una vita semplice e non ostentata come la sua.[14] Giovanni Pietro Bellori, nella sua opera Le Vite de' pittori scultori e architetti moderni così scrive del periodo romano di Van Dyck:

« Erano le sue maniere signorili più tosto che di uomo privato, e risplendeva in ricco portamento di abito e divise, perché assuefatto nella scuola del Rubens con uomini nobili, ed essendo egli natura elevato e desideroso di farsi illustre, perciò oltre li drappi si adornava il capo con penne e cintigli, portava collane d'oro attraversate al petto, con seguito di servitori. Siché imitando egli la pompa di Zeusi, tirava a sé gli occhi di ciascuno: la qual cosa, che doveva riputarsi ad onore da' pittori fiamminghi che dimoravano in Roma, gli concitò contro un astio ed odio grandissimo: poiché essi, avvezzi in quel tempo a vivere giocondamente insieme, erano soliti, venendo uno di loro nuovamente a Roma, convitarsi ad una cena all'osteria ed imporgli un soprannome, col quale dopo da loro veniva chiamato. Ricusò Antonio queste baccanali; ed essi, recandosi a dispregio la sua ritiratezza, lo condannavano come ambizioso, biasimando insieme la superbia e l'arte.[15] »

Da Roma passò a Genova, fermandosi prima a Milano e a Torino, dove fu ricevuto dai Savoia.

Vergine del Rosario, 1624

Nell'aprile 1624 Emanuele Filiberto di Savoia, viceré di Sicilia per conto del re di Spagna Filippo IV, invitò Van Dyck a Palermo, perché gli facesse un ritratto. Antoon accolse l'invito e si trasferì in Sicilia, dove ritrasse il viceré; poco tempo dopo la città di Palermo fu colpita da una terribile epidemia di peste che uccise lo stesso Emanuele Filiberto. Malgrado l'infuriare della pestilenza, Van Dyck rimase in città all'incirca fino al settembre 1624. Qui conobbe l'anziana pittrice Sofonisba Anguissola, ormai novantenne, che sarebbe morta l'anno seguente e di cui Antoon fece un ritratto. Durante l'incontro, che Van Dyck descrisse come "cortesissimo", l'anziana donna, quasi completamente cieca, diede preziosi consigli ed avvertimenti al giovane pittore, oltre a raccontargli episodi della sua vita.[16] Il ritratto di Sofonisba Anguissola è conservato nel Taccuino italiano.[17] Poco dopo il ritrovamento delle reliquie di santa Rosalia (15 luglio), che fu fatta patrona della città, a Van Dyck furono commissionate alcune tele che avrebbero dovuto raffigurare la santa. Visto il continuo infuriare della peste, Antoon tornò a Genova, dove completò la realizzazione della pala Madonna del rosario, poi inviata a Palermo, considerata come il maggior capolavoro religioso dell'artista.[18] Negli anni che seguirono, sino al 1627, Van Dyck risiedette quasi sempre a Genova, eccetto un breve periodo nel 1625 in cui fu ospite in Provenza dell'umanista Nicolas-Claude Fabri de Peiresc.

Durante il periodo di permanenza a Genova, Antoon van Dyck fu soprattutto ritrattista. Pur non abbandonando temi religiosi e mitologici, l'artista si concentrò sul genere del ritratto: le sue tele erano solitamente di grandi dimensioni e raffiguravano personaggi della migliore nobiltà spesso a figura intera. I ritratti spiccano per la loro maestosità e per la grande resa psicologica delle persone, che emerge senza il bisogno di un simbolismo particolare. I ritratti doppi sono rari e sempre divisi in due tele differenti, come il Ritratto equestre di Anton Giulio Brignole-Sale, creato assieme al Ritratto di Paolina Adorno, marchesa di Brignole-Sale.[19] Attenzione particolare è rivolta da Van Dyck ai ritratti di gruppo, come La famiglia Lomellini, e ai ritratti di bambini. Pur essendo ancora una volta Rubens il suo costante riferimento, Van Dyck riesce a far irradiare dai suoi personaggi un maggiore distacco ed il senso di grandeur che i grandi nomi della ricca aristocrazia cittadina desideravano mostrare.[20] I bambini sono colti con grande maestria, singolarmente, come nel caso del Ritratto di Filippo Cattaneo ed il Ritratto di Maddalena Cattaneo (già nota come Clelia Cattaneo) o accompagnati dai loro genitori, come il Ritratto di nobildonna genovese con il figlio.

Il ritorno nelle Fiandre[modifica | modifica sorgente]

Nel settembre 1627 tornò nella natia Anversa, richiamato dalla morte della sorella Cornelia.[20] I primi mesi furono caratterizzati da una grande produzione religiosa: Antoon, fervente cattolico, si unì alla Confraternita dei Celibi, creata dai gesuiti di Anversa, che gli commissionarono anche due pale d'altare, eseguite tra il 1629 ed il 1630. In questo periodo i ritratti di carattere mitologico (Sansone e Dalila) sono rari, mentre abbondano quelli a carattere biblico-religioso, tra i quali spiccano il dipinto Estasi di sant'Agostino, posto accanto ad una tela di Rubens e ad una di Jordaens e l'Adorazione dei pastori. Oltre a ciò, Van Dyck eseguì anche sei Crocifissioni, un Compianto sul Cristo morto e una Incoronazione di spine. Tutti questi lavori sono intrisi di un fervore e di una profondità intensi e mistici,[21] ma soprattutto nell'ultimo, appaiono note preromantiche oltre alla linea barocca predominante.[22]

La fama di grande ritrattista con la quale era tornato dal soggiorno in Italia, gli permise di entrare al servizio dell'arciduchessa Isabella d'Asburgo, reggente dei Paesi Bassi per conto del re di Spagna, di cui divenne pittore di corte. Dipinse un ritratto dell'arciduchessa, per il quale ricevette in cambio una collana d'oro, e di numerosi membri della sua corte. Con l'ingresso a corte crebbe maggiormente la sua fama di ritrattista. I committenti erano molto numerosi ed appartenevano alle grandi famiglie della nobiltà di Fiandra e del Brabante. Uno dei maggiori lavori dell'epoca è il Ritratto di Maria Luisa de Tassis, appartenente ad una delle più ricche famiglie del nord Europa. La nobildonna appare fiduciosa, consapevole della propria bellezza, con un abito prezioso ed elaborato. Nel settembre 1631 Van Dyck ricevette nel suo atelier la regina di Francia Maria de' Medici assieme al figlio minore Gastone d'Orléans, in esilio, che si fecero ritrarre. La regina ha lasciato un resoconto della sua visita a Van Dyck, ammettendo di aver visto nella sua collezione diverse opere di Tiziano.[23] Antoon era infatti riuscito ad accumulare un numero consistente di opere di pittori italiani: diciassette di Tiziano, due di Tintoretto, tre di Anthonis Mor, tre di Jacopo da Bassano e altre.[24] Oltre ai ritratti di personaggi aristocratici, Van Dyck ritrasse anche amici artisti, come l'incisore Karel de Mallery, il musicista Henricus Liberti ed il pittore Marin Rijckaert. E malgrado le Fiandre e l'Olanda fossero in guerra, Van Dyck riuscì a giungere alla corte de L'Aia, dove ritrasse Federico Enrico d'Orange con la moglie ed il figlio Guglielmo. Per il principe eseguì anche due tele con soggetti ripresi dalla letteratura italiana, Amarilli e Mirtillo (da Guarini) e Rinaldo e Armida (da Tasso). Presso la città di Haarlem, conobbe Frans Hals.[23] E durante un secondo soggiorno in Olanda, tra il 1631 ed il 1632 conobbe anche Federico V, ex re di Boemia in esilio, che gli commissionò i ritratti dei due figli, Carlo Luigi e Rupert. Dal 1629 iniziarono i rapporti tra Van Dyck ed il re inglese Carlo I. Tramite il suo intermediario Sir Endymion Porter, il re acquistò la tela a carattere mitologico Rinaldo e Armida.

Londra[modifica | modifica sorgente]

Carlo I fu, tra i sovrani inglesi del passato e quelli europei suoi contemporanei, quello che più apprezzò l'arte pittorica e che si dimostrò sempre un munifico mecenate e protettore degli artisti.[25] Il pittore preferito dal re era Tiziano ed in Van Dyck vedeva il suo erede: prima dell'arrivo di Van Dyck a Londra, alla corte di Carlo lavoravano già numerosi pittori, come l'anziano Marcus Gheeraerts il Giovane, ritrattista di Elisabetta I, Daniel Mytens e Cornelis Janssens van Ceulen. Con l'arrivo di Van Dyck, tutti questi pittori sparirono. Carlo aveva trovato finalmente il pittore di corte che desiderava da anni.[26]

Qualche anno prima, nel 1628 Carlo aveva acquistato dal duca di Mantova la grande collezione di dipinti accumulati negli anni dai Gonzaga, anch'essi noti protettori di artisti di fama internazionale. Inoltre, fin dalla sua ascesa al trono, Carlo I aveva cercato di introdurre alla sua corte artisti di diverse nazionalità, in particolare italiani e fiamminghi. Nel 1626 era riuscito a convincere a trasferirsi a Londra il pittore italiano Orazio Gentileschi, che fu nominato pittore di corte e che si dedicò, tra le altre cose, alla decorazione della Casa delle Delizie, residenza della regina Enrichetta Maria presso la città di Greenwich. Pochi anni dopo, nel 1638 riuscì a far approdare in Inghilterra anche la figlia di Orazio, Artemisia Gentileschi di cui conservò un celebre dipinto, l'Autoritratto in veste di Pittura.

Entro l'aprile 1632, Van Dyck era giunto per la seconda volta in Inghilterra. Accolto con tutti gli onori, fu presentato al re, che aveva conosciuto anni prima come principe di Galles, e prese alloggio a Londra, presso la dimora di Edward Norgate, scrittore d'arte, a spese della Corona.[27] In seguito cambiò residenza per stabilirsi a Blackfriars, lontano dall'influenza della Worshipful Company of Painter-Stainers, importante organizzazione di pittori londinese. In questa grande casa, dono del re, con un giardino sul Tamigi, riceveva ospiti e spesso eseguiva i suoi dipinti. Pochi mesi dopo, il 5 luglio 1632 Carlo I gli conferì il titolo nobiliare di baronetto, nominandolo membro dell'Ordine del Bagno e gli garantì una rendita annua di duecento sterline, oltre a rendere ufficiale la sua nomina a primo pittore di Corte.[28] Bellori si espresse in questo modo sul periodo inglese di Van Dyck:

« Contrastava egli con la magnificenza di Parrasio, tenendo servi, carrozze, cavalli, suonatori, musici e buffoni, e con questi trattenimenti dava luogo a tutti li maggiori personaggi, cavalieri e dame, che venivano giornalmente a farsi ritrarre in casa sua. Di più trattenendosi questi, apprestava loro lautissime vivande alla sua tavola, con ispesa di trenta scudi il giorno.[29] »

Tuttavia, nel 1634, per circa un anno, Van Dyck decise di trasferirsi ad Anversa e a Bruxelles, per far visita alla famiglia. Dopo aver acquistato una tenuta ad Anversa, in aprile fu chiamato a Bruxelles. Qui assistette all'entrata in città del Cardinale-Infante Ferdinando d'Asburgo, fratello del re Filippo IV di Spagna, nuovo reggente dei Paesi Bassi spagnoli. Van Dyck ritrasse numerose volte il nuovo reggente e numerosi esponenti del clero e dell'aristocrazia. Uno dei più ambiziosi ritratti di gruppo di questi anni è il Ritratto del conte Johannes di Nassau Siegen e la sua famiglia. Nel corso del suo soggiorno a Bruxelles incontrò anche Tommaso Francesco di Savoia, primo principe di Carignano e comandante generale delle forze spagnole nei Paesi Bassi, di cui eseguì un grande ritratto equestre, in cui il principe appare in tutta la sua maestà, tenendo con fermezza uno splendido cavallo bianco mentre si impenna. Questo ritratto fu anche modello per il Ritratto del conte-duca di Olivares a cavallo di Diego Velázquez.[30] Poco prima del suo ritorno in Inghilterra, Van Dyck fu chiamato ad eseguire un grande ritratto di gruppo raffigurante tutti i membri del Consiglio cittadino e del borgomastro, coloro che avevano il compito di governare la città. Il quadro era destinato alla sala del tribunale del Municipio di Bruxelles. Durante il bombardamento francese su Bruxelles ordinato dal maresciallo de Villeroi nel 1695, il dipinto andò distrutto.[31]

Tornato a Londra, Van Dyck entrò a far parte del folto gruppo di cortigiani cattolici fedeli alla regina Enrichetta Maria, tra cui Kenelm Digby ed Endymion Porter. Il re si fece ritrarre innumerevoli volte, in ritratti singoli, accompagnato dalla regina o dai figli. La tela più famosa di Carlo assieme alla sua famiglia è il Greate Peece, di grande formato e raffigurante il re e la regina seduti: accanto al sovrano sta in piedi il piccolo Carlo, principe del Galles, mentre fra le braccia della regina siede Giacomo, duca di York. La regina fu altrettanto esigente con Van Dyck, che la ritrasse in molte tele, tra cui il più celebre è La regina Enrichetta Maria con il nano Jeffrey Hudson, in cui Enrichetta, con abiti da caccia è raffigurata in compagnia del suo nano Jeffrey Hudson. Alla regina, piuttosto bassa, Van Dyck addolcì la forma del naso e la mascella, enfatizzando il candore della carnagione.[32] Carlo commissionò anche dipinti raffiguranti i suoi figli, come I tre figli maggiori di Carlo I, un ritratto di nobiltà tra i più riusciti, suggestivo quanto sontuoso, poi inviato dalla regina a sua sorella la duchessa di Savoia e I cinque figli maggiori di Carlo I.

Ritratto di Thomas Killigrew e Lord William Crofts, 1638

Oltre a dipingere, Antoon apriva la sua casa alla migliore nobiltà e si intratteneva con musici e buffoni; offriva banchetti, possedeva servi, carrozze e cavalli. Uno dei più assidui frequentatori della casa di Van Dyck era proprio Carlo I, che fece addirittura fare delle modifiche al giardino della casa del suo pittore perché potesse raggiungerlo facilmente via fiume.[33] Nella casa di Van Dyck visse anche la sua amante, Margaret Lemon, ritratta più volte in vesti allegoriche e mitologiche. Si dice che la donna fosse talmente gelosa di Antoon che una volta tentò di mordergli un dito della mano per impedirgli di ritrarre delle signore.[34] Nel 1640 Antoon decise di prendere moglie e, ormai quarantenne, sposò una nobildonna scozzese, Mary Ruthven, dama di compagnia della regina. Ma l'unica sua attività a Londra era quella di ritrattista, mentre egli sognava un progetto più grande, un ciclo pittorico di carattere di storico.[35] Aveva iniziato la realizzazione di una serie di arazzi volti all'esaltazione dell'antico Ordine della Giarrettiera, che però non ebbe seguito. Quando nel maggio 1640 morì Rubens, gli venne offerto di andare ad Anversa a dirigere la sua bottega. Mentre stava per partire, gli venne riferito che il re di Francia Luigi XIII era alla ricerca di un artista che decorasse le sale principali della reggia del Louvre. Era ciò che stava aspettando da anni; nel gennaio 1641 si recò a Parigi, rientrando a Londra in maggio. In questa occasione dipinse il doppio ritratto Ritratto di Guglielmo II di Nassau-Orange e la principessa Maria, per celebrare le nozze tra i due principi. In ottobre si recò ad Anversa e poi di nuovo a Parigi, dove ricevette la notizia che la decorazione del Louvre era stata affidata a Nicolas Poussin e a Simon Vouet e dove fu costretto a rifiutare l'esecuzione del ritratto di un cardinale (non si sa se Richelieu o Mazzarino).[36] Per motivi di salute dovette fare precipitosamente ritorno a Londra. Il re inviò presso la dimora di Van Dyck il suo medico personale, offrendogli trecento sterline se fosse riuscito a salvare la vita del suo pittore. Il 1º dicembre 1641 lady Van Dyck diede alla luce la loro prima figlia, Justiniana. Qualche giorno dopo Antoon fece testamento, a favore della figlia, della moglie, delle sorelle e di una figlia naturale che aveva avuto ad Anversa.[35] Il 9 dicembre Antoon van Dyck morì nella sua casa di Blackfriars e venne sepolto alla presenza della corte nella Cattedrale di San Paolo. La tomba andò distrutta pochi anni dopo, insieme alla Cattedrale stessa, nel Grande incendio di Londra nel 1666.

L'artista e le opere[modifica | modifica sorgente]

La vicenda di Van Dyck è per molti versi assimilabile a quella di Raffaello: entrambi morirono giovani, entrambi morirono prima di vedere l'uno le atrocità del Sacco di Roma, l'altro i disordini della guerra civile.[37] Van Dyck morì prima di vedere il suo re processato e decapitato dinnanzi al suo palazzo di Whitehall. All'esecuzione del re, seguì la dispersione della sua collezione artistica, che contava 1570 dipinti, tra cui i molti eseguiti da Van Dyck; tra i maggiori compratori Filippo IV di Spagna ed il cardinale Giulio Mazzarino.

Van Dyck fu soprattutto ritrattista; ma non vanno dimenticati i suoi lavori di carattere religioso e mitologico.

Rubens e Van Dyck[modifica | modifica sorgente]

I primi contatti fra Rubens ed il giovane Van Dyck risalgono al 1615, quando Antoon aveva aperto una bottega personale. Molti importanti pittori di Anversa, come Frans Snyders, facevano visita alla bottega, per dare consigli o anche semplicemente per osservare il lavoro del giovane talento.[38] Qualche anno dopo Antoon entrò effettivamente nella bottega di Rubens, di cui aveva potuto ammirare le grandi pale conservate nelle chiese cittadine. Durante il loro periodo di collaborazione erano soliti agire in questo modo: Rubens cercava i committenti, preparava i bozzi ed i disegni preparatori, ma poi era Van Dyck ed eseguire il dipinto. Testimoni di ciò sono le numerose opere del periodo, come le Storie di Decio, di carattere profano, e la decorazione del soffitto della chiesa del Gesù di Anversa, di carattere sacro.[39] Secondo alcune fonti, Van Dyck fu dunque ammiratore ed allievo di Rubens, ma anche un assistente ed un amico, come testimonierebbe il Ritratto di Isabella Brant, raffigurante la prima moglie di Rubens, regalato al grande pittore da Antoon ed i ritratti di Van Dyck eseguiti da Rubens, che lo aveva definito come il migliore dei suoi allievi.[40] Altre fonti invece fanno apparire Van Dyck come un ammiratore sincero di Rubens in gioventù, che identificava come un modello per i suoi dipinti, ma che col passare del tempo era divenuto una presenza troppo ingombrante nella piccola realtà delle Fiandre, tanto da costringere il giovane Antoon a cercare fortuna prima in Inghilterra, poi in Italia. Ed anche Rubens, quando si accorse delle capacità del giovane allievo, che avrebbe potuto mettere in ombra il suo nome, fece di tutto per allontanarlo da Anversa, procurandogli lettere di raccomandazione e garantendogli l'aiuto di ricchi gentiluomini, sia inglesi, come il conte di Arundel, sia italiani.[41]

Dipinti religiosi[modifica | modifica sorgente]

All'inizio della sua formazione, nella bottega di Van Balen, il giovane Antoon si cimentò principalmente nella realizzazione di opere a carattere religioso. Nell'Anversa appena riconquistata dal cattolicesimo romano, il genere pittorico più richiesto era proprio quello religioso e biblico. La prima grande commissione che ricevette Van Dyck fu proprio l'incarico di realizzare dipinti raffiguranti i dodici apostoli. Con l'avvicinarsi alla bottega di Rubens gli incarichi religiosi crebbero notevolmente. Rappresentativa dei dipinti pittorici a carattere sacro della produzione di Van Dyck è la tela L'imperatore Teodosio e sant'Ambrogio del 1619-20.

Questa grande tela rappresenta l'incontro tra il peccatore Teodosio I e l'arcivescovo di Milano Ambrogio. Per la realizzazione della tela, Van Dyck fece riferimento a L'imperatore Teodosio e sant'Ambrogio, che aveva eseguito qualche anno prima assieme a Rubens. Tuttavia le differenze appaiono chiare: nel dipinto di Van Dyck, conservato a Londra ed attualmente esposto a Roma a Palazzo Venezia, l'imperatore è senza barba, lo sfondo architettonico è maggiormente evidenziato, e oltre al pastorale, si stagliano nel cielo diverse armi, portate dal seguito di Teodosio. E mentre nella tela conservata a Vienna di Rubens sul mantello del vescovo si possono vedere ritratti Cristo e san Pietro, che sottolineano l'autorità di Ambrogio, in quella di Van Dyck il mantello si presenta come un esempio di grande bravura nella realizzazione pittorica di stoffe e ricami. Altra aggiunta di Van Dyck è il cane, posto ai piedi dell'imperatore.[42] Le pennellate sono, nel dipinto di Londra, date con energia e vigore, mentre in quella di Vienna appaiono più morbide e leggere.

Dipinti storici e mitologici[modifica | modifica sorgente]

Non presenti costantemente come i dipinti religiosi o i ritratti, i dipinti a carattere mitologico e storico accompagnano comunque tutta la produzione di Van Dyck. Durante il periodo di collaborazione con Rubens, a Van Dyck fu, per esempio, affidato un ciclo di dipinti che raccontassero ed esaltassero la vita e le imprese del romano Decio Mure. Tra i suoi dipinti più celebri La continenza di Scipione e Sansone e Dalila. Dopo essere rientrato dall'Italia ed aver visto numerose opere di Tiziano, l'esecuzione dei soggetti acquistò una nuova diversa componente dovuta dall'influenza del maestro italiano. Il dipinto più famoso di carattere mitologico è senza dubbio l'Amore e Pische realizzato per il re Carlo I ed ora proprietà della regina Elisabetta II.

Sono fin troppo evidenti in questo dipinto, come in gran parte di quelli a carattere mitologico, i riferimenti alla pittura italiana rinascimentale di Tiziano e Dosso Dossi. Un confronto con il Bacco e Arianna di Tiziano è fondamentale.[43] I soggetti sono rappresentati con una delicatezza ricercata, le pennellate rotonde ed i lineamenti perfettamente definiti. Forte è anche la componente allegorica: Amore sta giungendo a salvare Psiche, dopo che questa, come racconta Apuleio nell'Asino d'oro, è caduta in un sonno mortale. Dietro al corpo di Psiche, abbandonato su una roccia con morbidezza, si stagliano due grandi alberi, l'uno rigoglioso, a simboleggiare la vita, l'altro arso e spoglio, a simboleggiare lo spirito aleggiante della morte. Questa tela è caratterizzata da un forte sentimento di partecipazione, inserito in una delicata e lirica atmosfera idilliaca.[44]

Ritratti del periodo italiano[modifica | modifica sorgente]

La principale attività di Van Dyck in Italia, e a Genova in particolare, fu quella di ritrattista. La nobiltà genovese, che aveva conosciuto l'abilità di Rubens qualche anno prima, non volle lasciarsi sfuggire l'opportunità di farsi ritrarre dal migliore allievo del maestro fiammingo. Del resto i rapporti di Van Dyck con l'aristocrazia genovese precedettero il suo stesso arrivo presso la Superba. È documenatato, infatti, che il primo ritratto di un nobile genovese, quello di Gio. Agostino Balbi (ritratto non ancora identificato o perduto), sia stato eseguito ad Anversa, prima dell'arrivo di Van Dyck in Italia. Giunto a Genova fu proprio la casata Balbi ad assegnargli le prime commesse, imitata poi da gran parte del ceto gentilizio locale. Ecco così che a Van Dyck furono commissionati numerosissimi ritratti, singoli o di gruppo. Fu in questa occasione che Van Dyck dimostrò di essere molto abile anche nel ritrarre bambini, gruppi familiari e uomini a cavallo. Fra i ritratti di gruppo del periodo genovese il più conosciuto è La famiglia Lomellini.

Come per la maggior parte dei ritratti del periodo genovese anche nel caso dei Lomellini non si conoscono con certezza i nomi dei personaggi ritratti: si suppone comunque che siano la seconda moglie, i due figli maggiori ed i due figli minori di Giacomo Lomellini, allora Doge della Repubblica di Genova. Nel dipinto - tra i più complessi fra quelli del periodo italiano - il figlio maggiore del Doge, Nicolò, inserito sotto un arco trionfale, è rappresentato vestito con l'armatura mentre regge in mano una lancia spezzata, simbolo della difesa cittadina (allora in guerra con i Savoia) mentre la donna ed i bambini sono rappresentati sotto ad una statua di Venus pudica, a rappresentare la difesa della sfera familiare.[45]
Non solo a Genova, comunque, Van Dyck ebbe occasione di dimostrare il suo talento di ritrattista. Anche in alcune altre tappe del suo soggiorno italiano il maestro di Anversa eseguì celebri e bellissimi ritratti. A Roma, infatti, ritrasse nel 1623 il cardinale Bentivoglio, mentre a Palermo, nel 1624, realizzò quello del viceré Emanuele Filiberto di Savoia.

Ritratti del periodo inglese[modifica | modifica sorgente]

Durante la sua permanenza a Londra, Van Dyck ritrasse numerosi personaggi della corte e della piccola nobiltà, ma anche membri della famiglia reale. I committenti sono spesso ritratti a figura intera, come nel caso del Ritratto di Lord John e Lord Bernard Stuart oppure del Ritratto di Thomas Wentworth, I conte di Strafford, ma di frequente sono rappresentati seduti o a mezzo busto, come il ritratto Dorothy Savage, viscontessa Andover e sua sorella Elizabeth, Lady Thimbleby. Uno dei migliori e più interessanti lavori del periodo inglese è il ritratto Carlo Ludovico e Rupert, principi palatini.

Il dipinto rappresenta i due figli del re d'Inverno Federico V, giunti alla corte dello zio Carlo I alla ricerca di aiuti finanziari e militari per il padre, in esilio a L'Aia. Carlo Luigi, sulla destra, è il maggiore dei fratelli, mentre Rupert, sulla destra, è il minore. Carlo Luigi, più motivato nel recupero del trono perduto, è rappresentato con il bastone del comando militare in mano mentre fissa direttamente l'osservatore con uno sguardo a metà tra la rassegnazione e la combattività. Rupert invece, più slanciato del fratello, guarda l'orizzonte con occhi stanchi e non poggia la mano sulla spada come il fratello, ma l'avvicina al busto con noncuranza. Il primo farà di tutto per recuperare la dignità paterna, combattendo anche contro lo zio Carlo I, che aveva rifiutato aiuti militari, mentre il secondo rimarrà alla corte inglese e combatterà durante la guerra civile divenendo uno dei simboli della fedeltà realista.

Ritratti di Carlo I[modifica | modifica sorgente]

Il personaggio che più volte appare nei ritratti eseguiti da Van Dyck è senza dubbio Carlo I Stuart, re d'Inghilterra e suo protettore munifico. Van Dyck lo rappresentò circondato dalla famiglia, con la sola moglie Enrichetta, ma soprattutto singolarmente. I dipinti sono di vario formato ed il sovrano raffigurato in pose differenti: a cavallo, come nel caso del Carlo I a cavallo, a figura intera, come nel Le Roi à la chasse, a mezzo busto come nel Re Carlo I e la regina Enrichetta Maria ed infine in più posizioni, come nel Triplo ritratto di Carlo I, poi inviato a Roma presso la bottega di Bernini. Il più ambizioso dei ritratti di Carlo è il ritratto equestre in cui il sovrano appare in compagnia del suo insegnante di equitazione.

Nel Ritratto di Carlo I con M. de Saint-Antonie suo maestro di equitazione, Van Dyck realizza il più solenne dei ritratti equestri del sovrano: Carlo sta attraversando un arco di trionfo, dal quale ricadono pesanti drappi verdi, veste l'armatura e tiene in mano il bastone del comando mentre cavalca uno splendido cavallo bianco. Se la descrizione si fermasse a questo punto sembrerebbe un dipinto di qualche generale vittorioso: ma a sottolineare che è addirittura il re il personaggio ritratto, Van Dyck inserisce alla sinistra del sovrano il suo maestro di equitazione, che guarda verso questi, dal basso, con uno sguardo di sottomissione e venerazione; alla sinistra invece un grande stemma che reca i simboli della dinastia reale Stuart ed una imponente corona. Oltre all'amore, sconfinato, del sovrano per l'arte, Carlo la vedeva anche come un potente mezzo di propaganda politica, specialmente in anni difficili come quelli appena precedenti la guerra civile.

Dipinti olio su tela[modifica | modifica sorgente]

Dipinti olio su tavola[modifica | modifica sorgente]

  • Quadro votivo della famiglia Goubau, (1615 circa)
  • San Matteo (1615-16)
  • San Giacomo Maggiore (1615-16)
  • Ritratto di Hendrik van Thulden (1617 circa)
  • Ritratto di Martin Rijckaert (1630 circa)
  • Ritratto d'uomo (1618)
  • Ritratto di signora (1618)
  • Ritratto di Maria van de Wouwer-Clarisse (1618-19)
  • San Bartolomeo (1619-20)
  • San Giacomo Maggiore (1619-20)
  • Ritratto di Cornelius van der Geest (1619-20)
  • Ritratto di un membro della famiglia Charles (1620)
  • San Martino e il povero (1618-20 circa)
  • L'estasi di sant'Agostino (1628 circa)
  • L'estasi di sant'Agostino (1630 circa)
  • Amarilli e Mirtillo (1631-32)
  • Ritratto equestre (il duca d'Epernon) (1634-35)
  • I membri del consiglio municipale di Bruxelles (1634-35)

Principali musei[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Bellori, Vite, p.271
  2. ^ Il modo originale di scrivere il nome e cognome in olandese è "Antoon van Dijck" (prouncia: ‹van dèik›). Durante i suoi viaggi l'artista ha visto adattare il proprio nome al luogo di permanenza: così si sono generati gli altrettanto corretti "Anthony" (inglese), "Antonio" od "Anthonio" (italiano) ed "Antoine" (francese). Il cognome venne cambiato quando l'artista lasciò il Belgio, e viene adattato in "van Dyck", "Van Dyck" (modo recentemente caduto in disuso) o, più raramente, in "van Dyke".
  3. ^ Brown, Van Dyck 1599-1641, p.35
  4. ^ Bodart, Van Dyck, p.6
  5. ^ Brown, p.38-39
  6. ^ Brown, p.40
  7. ^ Rubens era infatti stato istruito presso la corte della contessa di Ligne.
  8. ^ Bodart, pp.12-13
  9. ^ Bodart, p.16
  10. ^ a b Brown, p.20
  11. ^ Il ritratto del cardinale Barberini è andato perduto.
  12. ^ Bodart, p.17
  13. ^ a b Brown, p.22
  14. ^ La Schildersbent, "banda di pittori", si era costituita tra il 1621 ed il 1623: i pittori che ne facevano parte erano per lo più paesaggisti e caravaggeschi olandesi. (Bodart, p.18)
  15. ^ Bellori, p.274
  16. ^ Bodart, p.20
  17. ^ Van Dyck scrisse dell'incontro con Sofonisba Anguissola: "Mentre le facevo il ritratto mi diede molti spunti, come quello di non prendere la luce troppo dall'alto, altrimenti l'ombra delle rughe della vecchiaia diventa troppo forte, e molti altri buoni consigli, mentre mi raccontava episodi della sua vita..." (Brown, p.23)
  18. ^ Bodart, pp.20-21
  19. ^ Bodart, pp.25-26
  20. ^ a b Brown, p.24
  21. ^ Brown, p.27
  22. ^ "Atlante della pittura - Maestri fiamminghi" di Luigi Mallé, ediz. De Agostini, Novara, 1965 (alla pag.50 - voce "Antoon van Dyck")
  23. ^ a b Bodart, p.33
  24. ^ Brown, p.28
  25. ^ Brown, p.79
  26. ^ Brown, p.80
  27. ^ Bodart, p.38
  28. ^ Müller Hofstede, Van Dyck, p.56
  29. ^ Bellori, p.278
  30. ^ Brown, p.275-276
  31. ^ Brown, p.288
  32. ^ Brown, p.29
  33. ^ Müller Hofstede, p.59
  34. ^ Hofstede, p.60
  35. ^ a b Brown, p.31
  36. ^ Müller Hofstede, p.63
  37. ^ Bodart, p.46
  38. ^ Bodart, p.7
  39. ^ L'intero ciclo pittorico eseguito da Van Dyck andò perduto nel 1718, in seguito all'incendio della chiesa. (Bodart, p.7)
  40. ^ Bodart, p.8
  41. ^ Brown, p.19
  42. ^ Brown, pp.134-135
  43. ^ Brown, p.329
  44. ^ Müller Hofstede, p.164
  45. ^ Brown, p.186

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giovanni Pietro Bellori, Vite de' pittori, scultori e architecti moderni, Torino, Einaudi, 1976.ISBN 88-06-34561-3
  • Maria Grazia Bernardini (a cura di), Van Dyck - Riflessi italiani, catalogo della mostra - Milano, Palazzo Reale 2004, Milano, Ed. Skira, 2004.ISBN 88-8491-850-2
  • Didier Bodart, Van Dyck, Prato, Giunti, 1997.ISBN 88-09-76229-0
  • Christopher Brown, Antonie Van Dyck 1599-1641, Milano, RCS Libri, 1999.ISBN 88-17-86060-3
  • Sergio Guarino, Pinacoteca Capitolina Catalogo Generale, Milano, Electa, 2006.ISBN 978-88-370-2214-3
  • Justus Müller Hofstede, Van Dyck, Milano, Rizzoli/Skira, 2004.
  • Erik Larsen, L'opera completa di Van Dyck 1613-1626 vol. 1, Milano, Rizzoli, 1980.
  • Erik Larsen, L'opera completa di Van Dyck 1626-1641 vol. 2, Milano, Rizzoli, 1980.
  • Stefano Zuffi, Il Barocco, Verona, Mondadori, 2004.ISBN 88-370-3097-5
  • Marco Horak, Van Dick tra i grandi ritrattisti nelle raccolte piacentine, in "Panorama Musei", Anno XVI, n. 2, agosto 2011.
  • Van Dyck a Genova. Grande pittura e collezionismo, catalogo della mostra (Genova, Palazzo Ducale, 22 marzo - 13 luglio 1997), a cura di Susan J. Barnes, Piero Boccardo, Clario Di Fabio, Laura Tagliaferro, Milano 1997

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Primo pittore di corte Successore
Titolo non riconosciuto 1632 - 1641 Sir Peter Lely

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