Corona (copricapo)

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Corona del principe Carlo di Norvegia, raffigurazione di Johannes Flintoe.

La corona è un copricapo cerimoniale utilizzato in particolare dai monarchi. Il termine deriva dal greco κορονή (leggi koroné) e dal latino corona, col significato di oggetto che conclude circondando la testa e rappresentando un limite dove finisce qualcosa e comincia dell'altro.

In latino coronis designava un tratto che si usava per cambiare capitolo, quindi un termine, una conclusione, un limite dove comincia dell'altro. Questo è quello che simboleggiano le corone.

Per capire meglio, bisogna ricordare che i termini erano anche elementi lapidei che segnavano i confini tra i territori oppure tra due mondi, come quello delle cose e l’Iperuranio (il mondo delle idee oltre il cielo) o ancora quello dei mortali e quello divino. Poi si deve ricordare anche che per greci e romani l’anima o spirito di una persona veniva chiamata rispettivamente daimon o genius. Il genius sta proprio per ingegno o genio della mente umana, perché le idee venivano proprio da un mondo divino. In altre parole gli uomini avevano idee, perché erano posseduti da spiriti, avevano un’anima. Nella testa risiedevano le idee, manifestazione dello spirito divino. Questi spiriti divini erano insiti e si manifestavano anche nelle caratteristiche naturali dei luoghi che gli antichi imitavano e trasponevano nell’architettura, permettendo così l’espressione delle divinità nell’artificio. Sarebbe questo il genius-loci o meglio spirito del luogo.

Fatte queste premesse, si può comprendere il significato della corona come simbolo di un confine tra terreno e divino, tra uomini e cielo. Questo significato permarrà anche con l’avvento del cristianesimo. Forme e simboli di mondi pagani (greci e romani), restavano e sono presenti ancora nelle liturgie cristiane, ma con connotati diversi. Per esempio, la croce è diventata il simbolo del martirio del figlio di Dio, quindi di Dio in terra.

A partire dal Sacro Romano Impero, nei paesi cristiani, la corona simboleggia il potere conferito da Dio. Non è un caso, se la maggior parte delle corone dei Re d’Europa sono sormontate da una croce. Solitamente, il potere ai nobili era conferito sempre da Dio, ma tramite il Re o con l’appoggio di un Principe, un Arciduca, un Duca che garantivano appoggio e protezione ad altri ranghi nobiliari. Su molti stemmi si possono trovare corone non corrispondenti al titolo nobiliare, come indizio su colui che garantiva per la casata. Questa è solo una delle ragioni che motiva la possibile presenza di una corona appartenente ad un rango nobiliare elevato su stemmi di altre casate.

Esistono poi corone murarie per comuni e città, protette dalle loro mura; corone adornate da piume di uccelli, presso popoli che conferiscono ai volatili qualità divine.

La corona è da considerarsi ricca di indizi riguardo i garanti di potere e protezione per chi la indossa o la mostra sul proprio stemma.

Caratteristiche e funzioni della corona[modifica | modifica wikitesto]

La corona è di per sé è un copricapo di forma circolare, aperto sulla sommità oppure chiuso, che con la sua altezza eleva colui che la indossa sulle altre persone e ne rappresenta l'importanza. Per tale motivo esso è attributo tipico delle divinità, dei sacerdoti, dei sovrani (negli ordinamenti monarchici), dei supremi magistrati (in taluni ordinamenti repubblicani) e di chiunque si distingua per meriti militari, politici e civili. Per estensione il termine passa quindi spesso ad indicare l'ufficio stesso che a tali soggetti compete. Perciò, parlando di corona , è frequente che non si faccia riferimento fisicamente al copricapo, quanto al regno ed al potere da esso rappresentato. Analogamente a quanto accade per il trono e per lo scettro.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Se le prime corone, in Oriente furono costituite da rami di albero ripiegati, col trascorrere dei secoli, nell'area mediterranea, in Egitto sono state rinvenute corone di rami di foglie al capo di mummie faraoniche risalenti al 2000 a.C., mentre nelle necropoli etrusche e greche sono stati rintracciati modelli in oro e argento. Nell'antica Grecia ad ogni divinità spettava una corona formata da una pianta particolare: se ad Atena era dedicato l'ulivo, a Zeus toccava la quercia.[1]

In epoca romana, pur conservando parte della tradizione greca, la corona, in aggiunta, divenne simbolo di vittoria o simbolo di riconoscenza sociale: poteva essere costituita da un intreccio di foglie di ulivo, alloro o quercia, oppure come raffigurazione aurea di una città murata o raffigurare prue di navi. Veniva indossata dai soldati distintisi in battaglia, dai comandanti vittoriosi e dall'Imperator durante il trionfo, tra le quali si ricordano la rostrata e la castrensis.
La corona regale veniva al contrario aborrita dai romani sin dall'epoca della cacciata dei re, preferendogli, anche in epoca imperiale, il più sobrio diadema.
A partire da Nerone, gli imperatori indossarono la corona radiata, a raggiera, di origine orientale.

In epoca cristiana conservarono una certa importanza nell'ambito delle festività o come oggetti votivi, e sotto l'influsso dell'arte bizantina, assunsero motivi sempre più astratti.

Nel Medioevo intorno al VII secolo le corone dei re goti si arricchirono di pendenti preziosi, gemme, vetri e smalti e di catenelle sull'orlo. Sempre di questo periodo fu significativa la corona della regina Teodolinda, contraddistinta per una lamina di ferro al proprio interno, ricavata in base alla leggenda da un chiodo della Croce. Donata dalla regina al Duomo di Monza, venne utilizzata per incoronare i re d'Italia, da Ottone I a Napoleone I.[2]

In epoca rinascimentale venne introdotta la corona araldica, atta a distinguere il grado di nobiltà oppure il valore acquisito.

Successivamente, la corona mutò la sua foggia a seconda del gusto e degli stili del tempo.

Corone particolari o famose[modifica | modifica wikitesto]

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Universo, De Agostini, Novara, Vol. IV, pag.138
  2. ^ Le muse, De Agostini, Novara, Vol. III, pag.445

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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