Arbëreshë

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Arbëreshë
Luogo d'origine Albania Albania
Grecia Grecia (arvaniti)
Popolazione 100.000[1][2]
Lingua arbëreshë
italiano
Religione cattolici di rito bizantino
(minoranza cattolici di rito latino)
Distribuzione
Italia Italia 100.000 circa

Gli arbëreshë[3] (IPA: [ar'bəreʃ]), detti anche albanesi d'Italia[4][5], italo-albanesi[6], greco-albanesi[7] ed arbereschi[8][9], sono una minoranza etno-linguistica storicamente stanziata in Italia meridionale ed insulare[10].

Provenienti dall'Albania e dalle comunità albanofone della Grecia[11], si stabilirono in Italia tra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte dell'eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Skanderbeg e alla progressiva conquista dell'Albania e, in generale, di tutti i territori dell'Impero Bizantino da parte dei turchi ottomani[12]. La loro cultura è determinata da elementi caratterizzanti, che si rilevano nella lingua, nella religione, nei costumi, nelle tradizioni, nell'arte iconografica, nella gastronomia, ancora oggi gelosamente conservate, con la consapevolezza di appartenere a uno specifico gruppo etnico[5].

La gran parte delle cinquanta[13] comunità arbëreshë conservano tuttora il rito greco-bizantino. Esse fanno capo a due eparchie: quella di Lungro per gli arbëreshë dell'Italia continentale, e quella di Piana degli Albanesi per gli arbëreshë di Sicilia[14]. La Chiesa italo-albanese, quindi le sorelle Eparchie bizantine, sono la realtà religioso-culturale fondanti e più importanti per il mantenimento dei connotati religiosi, etnici, linguistici, culturali nonché identitari della minoranza albanese in Italia.

Gli arbëreshë parlano l'arbërisht, un'antica variante del tosco, dialetto parlato nell'Albania meridionale, facente parte del gruppo delle lingue indoeuropee. La lingua albanese in Italia è tutelata dalla legge n. 482 in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche[15].

Si stima che gli arbëreshë siano circa 100.000[1][16]. Gli arbëreshë costituiscono una delle più importanti e numerose minoranze etno-linguistiche d'Italia. Per definire la loro "nazione" sparsa usano il termine Arberia[17][18].

Distribuzione geografica[modifica | modifica wikitesto]

Comunità arbëreshë[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Comuni dell'Arberia.

I paesi arbëreshë[19] hanno duplice nomenclatura, in italiano e in arbëreshë: quest'ultima è quella con cui gli abitanti conoscono e indicano il posto. Le comunità dell'Arberia sono divise in numerose isole etno-linguistiche corrispondenti a diverse aree dell'Italia meridionale. Tuttavia, alcune località, circa trenta, sono state assimilate e hanno ormai perso l'identità originaria, oltre all'uso della lingua, mentre altre sono completamente scomparse. Oggi in Italia si contano cinquanta comunità di provenienza e cultura greco-albanese, quarantuno comuni e nove frazioni, disseminati in sette regioni dell'Italia meridionale e insulare, costituendo complessivamente una popolazione di oltre 100 mila abitanti[4][20]. Sulla reale consistenza numerica degli italo-albanesi non vi sono cifre sicure, gli ultimi dati statisticamente certi sono quelli del censimento del 1921, da cui risulta che erano 80.282, e quello del 1997 dal quale risulta una popolazione di 197.000[21], come emerge nello studio di Alfredo Frega[22], anche se nel 1998 il ministero dell'Interno stimava la minoranza albanese in Italia in 98.000[10] persone.

La Calabria è la regione con la maggiore presenza di comunità arbëreshë, contando 58.425 persone. Importanti comunità arbëreshë abitano in almeno 30 comuni della regione, in particolare in provincia di Cosenza. La Puglia ha solo una piccola percentuale di arbëreshë, 4 comuni e 12.816 persone concentrate in provincia di Foggia, a Casalvecchio e Chieuti, in provincia di Taranto a San Marzano e in provincia di Bari a Cassano delle Murge. Altre importanti comunità si trovano in Sicilia, 5 comuni, in particolare nell'area di Palermo, con 15.135; in Molise 13.877, nei comuni di Campomarino, Ururi, Montecilfone e Portocannone; e in Basilicata 8.132 persone, nei 5 comuni di San Paolo Albanese, San Costantino Albanese, Barile, Ginestra e Maschito. Molto più piccole le comunità italo-albanesi della Campania con 2.226 persone, e dell'Abruzzo con 510 persone.

L'elenco completo delle comunità arbëreshë[4] è il seguente:

Sopravvivono rilevanti isole culturali nelle grandi aree metropolitane di Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari, Cosenza, Crotone e Palermo. Nel resto del mondo, in seguito alle migrazioni del XX secolo in paesi come il Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile, esistono forti comunità che mantengono vive la lingua e le tradizioni arbëreshë[19]. Dal 1990, con la caduta del regime post-bolscevico in Albania, comunità significative di albanesi si sono inserite nei centri abitati arbëreshë[19].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Età medievale[modifica | modifica wikitesto]

Prima della conquista da parte dell'Impero ottomano[23], tutti gli albanesi si identificavano con il nome di arbëreshë, e venivano chiamati albanens, arbër, arbëresh o arvanitos[senza fonte]. A seguito dell'invasione turca e al disfacimento dell'Impero bizantino, molti albanesi, per la libertà, e per sottrarsi al giogo ottomano, giunsero in Italia[24][25]. Da allora continuarono a identificarsi con il termine di Arbëreshë, al contrario da quelli d'Albania, che assunsero il nome di shqiptarëve (si confronti la parola albanese shqipë, presente nel nome locale del paese e della lingua).

Gli Arbëreshë, una volta distribuiti tra l'Albania, l'Epiro, i monti del Pindo e in Morea, nell'odierno Peloponneso (vedi Arvaniti), sono i discendenti della popolazione albanese sparsa in tutti i Balcani sud-occidentali. A partire dall'XI secolo[26] piccoli gruppi di arbëreshë, con grandi abilità in campo militare, si spostarono verso la parte meridionale della Grecia (Corinto, Peloponneso e Attica) fondando alcune comunità[25].

Dettaglio di mappa etnografica dell'Italia del 1859, in cui sono indicate in verde le principali comunità arbereshe

Intanto, la loro bravura li aveva identificati come i mercenari preferiti dei Serbi, dei Franchi, degli Aragonesi, delle repubbliche marinare italiane e degli stessi Bizantini[27]. Nel XV secolo si verificò l'invasione della Grecia da parte dei Turchi Ottomani; e la resistenza albanese si era organizzata nella Lega Albanese di Lezhë che faceva capo a Gjergji Kastrioti da Croia, meglio conosciuto come Skanderbeg. In questo periodo, nel 1448, re Alfonso V d'Aragona, chiamato il Magnanimo, re del regno di Napoli e del regno di Sicilia, chiese aiuto a Kastriota, suo alleato, per reprimere la congiura dei baroni. La ricompensa per questa operazione furono delle terre in provincia di Catanzaro; e molti arbëreshë ne approfittarono per emigrare in queste terre sicure durante l'avanzata degli Ottomani, mentre altri emigrarono nell'Italia peninsulare e insulare sotto il controllo della Repubblica di Venezia[27][28]. Nello stesso tempo infatti altri gruppi di arbëreshë emigrarono anche in Sicilia, fondando Piana degli Albanesi[12].

Durante il periodo della guerra di successione di Napoli, a seguito della morte di Alfonso d'Aragona, il legittimo erede Ferdinando d'Aragona richiamò le forze arbëreshë contro gli eserciti franco-italiani[29] e Skanderbeg sbarcò nel 1461 in Puglia[30]. Dopo alcuni successi, gli arbëreshë accettarono in cambio delle terre in loco, mentre Skanderbeg ritornò per riorganizzare la resistenza albanese contro i Turchi che avevano occupato l'Albania; morì di morte naturale nel 1468, ma le sue truppe combatterono ancora per un ventennio[31][32]. Parte della popolazione arbëreshë migrò in Italia meridionale, dove il re di Napoli e il re di Sicilia offrì loro altri villaggi in Puglia, Calabria, Campania, Sicilia e Molise[19].

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

L'ultima ondata migratoria, per alcune fonti solo una quinta migrazione[25], si ebbe tra il 1500 e il 1534. Impiegati come mercenari dalla Repubblica di Venezia, gli arbëreshë dovettero lasciare il Peloponneso con l'aiuto delle truppe di Carlo V, ancora a causa della presenza turca. Carlo V stanziò questi soldati, capeggiati dai cavalieri che avevano partecipato all'assedio di Corone, in Italia meridionale, per rinforzarne le difese proprio contro la minaccia degli Ottomani. I primi arbëreshë che approdarono in Italia erano tradizionalmente soldati, anche al servizio del Regno di Napoli, del Regno di Sicilia e della Repubblica di Venezia[33]. Stanziatisi in zone e villaggi isolati (il che permise loro di mantenere inalterata la propria cultura fino a oggi), gli arbereshe in Italia fondarono o ripopolarono quasi un centinaio di comunità. Con le immigrazioni arbëreshë si assiste nel meridione in genere a una nuova fase di espansione demografica, che si accentua alla fine del Quattrocento e continua per tutta la prima metà del Cinquecento,[34] con la costituzione di vere e proprie comunità arbereshe.

Età contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Distribuzione degli albanesi fuori dell'Albania
Territori etno-linguistici albanesi

Gli arbëreshë in Italia mantennero e mantengono la religione cristiana di rito greco-ortodosso e questo fu, ed è tuttora, uno dei tratti caratterizzanti della minoranza, insieme alla lingua e ai costumi, sia rispetto alla restante popolazione italiana e sia rispetto agli albanesi rimasti in patria, convertiti in maggioranza alla religione islamica. L'ondata migratoria dall'Italia meridionale verso le Americhe negli anni tra il 1900 e il 1910 ha causato quasi un dimezzamento della popolazione dei villaggi arbëreshë e ha messo la popolazione a rischio di scomparsa culturale, nonostante la recente rivalutazione. A partire dalla prima metà del XX secolo, e ancora più chiaramente negli anni '60 e '70, fino ai giorni nostri, si ha un'attenzione sempre crescente per un risveglio culturale e per la valorizzazione e il mantenimento della minoranza etno-linguistica arbereshe.

Migrazioni[modifica | modifica wikitesto]

L'emigrazione albanese in Italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà del XV alla metà del XVIII secolo: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota. Secondo studi sono almeno sette le ondate migratorie di arbëreshë nella penisola italiana, i quali, in genere, non si stabilirono in una sede fissa fin dall'inizio, ma si spostarono più volte all'interno del territorio italiano, e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri e in quasi tutto il meridione.

  • La prima migrazione risalirebbe agli anni 1399-1409, quando la Calabria era sconvolta dalle lotte tra i feudatari e il governo angioino e gruppi albanesi fornirono i loro servizi militari ora ad una parte ora all'altra.
  • La seconda migrazione risale agli anni 1416-1442, quando Alfonso I d'Aragona ricorse ai servizi del condottiero albanese Demetrio Reres; la ricompensa per i servizi militari resi fu la concessione, nel 1448, di alcuni territori in Calabria per lui e in Sicilia per i figli.[senza fonte]
  • La terza migrazione risale agli anni 1461-1470, quando Scanderbeg, principe di Croia, inviò un corpo di spedizione albanese in aiuto di Ferrante I d'Aragona in lotta contro Giovanni d'Angiò; in cambio dei servizi resi fu concesso ai soldati albanesi di stanziarsi in alcuni territori della Puglia.
  • La quarta migrazione (1470-1478) coincide con un intensificarsi dei rapporti tra il Regno di Napoli e i nobili albanesi, anche in seguito al matrimonio tra una nipote dello Skanderberg e il principe Sanseverino di Bisignano e la caduta di Croia sotto il dominio turco. In questo stesso periodo una fiorente colonia albanese era presente a Venezia e nei territori a questa soggetti.
  • La quinta migrazione (1533-1534) coincide con la caduta della fortezza di Corone in Grecia, dopo un lungo assedio, che finisce sotto il controllo turco. Questa fu anche l'ultima migrazione massiccia.
  • La sesta migrazione (1664) coincide con la migrazione della popolazione ribellatasi e sconfitta dai Turchi, verso la Basilicata, già popolata da arbëreshë in precedenza.
  • La settima migrazione (1744) vede la popolazione dell'Albania meridionale rifugiarsi in Abruzzo.
  • L'ottava migrazione (1774) vede un gruppo di albanesi rifugiarsi nuovamente in Basilicata e Molise.

Lingua[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lingua arbëreshë.
Insegne bilingui a Piana degli Albanesi

La lingua parlata dagli arbereshe è l'arbërisht, varietà antica del tosco (toskë), dialetto meridionale dell'albanese. In qualche centro è misto con inflessioni tratte dal ghego (gegë), il dialetto parlato nel nord dell'Albania, con il greco antico e con contaminazioni con i dialetti meridionali sviluppatesi durante la permanenza in Italia. Quella arbereshe appartiene al gruppo di minoranze di antico insediamento che hanno poca contiguità territoriale con il ceppo d'origine; è, infatti, una vera isola linguistica di antica tradizione, che ha tramandato, attraverso i secoli, e perlopiù oralmente, il patrimonio linguistico, culturale e religioso. Oggi, anche se la lingua contemporanea standard d'Albania si basa quasi esclusivamente sulla parlata meridionale, il dialetto tosco (a causa dell'azione del dittatore Enver Hoxha, nativo di Argirocastro), l'arbërisht è di non immediata comprensione per un madrelingua albanese d'Albania, per i differenti accenti e inflessioni, ma comunque v'è una discreta mutua intelligibilità.

Una tabella di Maida
Cartello bilingue a Maschito

In generale si ritiene che il livello di intercomprensione linguistica tra gli Arbëreshë d'Italia e gli Albanesi dei Balcani sia discreto. Si stima che il 45% dei vocaboli arbëresh siano in comune con la lingua albanese attuale d'Albania[35][36], e che un altro 15% sia rappresentato da neologimi creati da scrittori italo-albanesi e poi passati nella lingua comune; il resto è frutto di contaminazione con l'italiano ma soprattutto con i dialetti delle singole realtà locali del sud Italia[37]. Una delle caratteristiche peculiari della lingua arbëresh è la mancanza di vocaboli per la denominazione di concetti astratti, sostituiti nel corso dei secoli da perifrasi o da prestiti dalla lingua italiana, e in maniera minore, da grecismi ed esotismi in genere. Le parlate arbëreshe, pur mantenendo nella loro struttura fonetica, morfosintattica e lessicale tratti comuni, registrano variazioni consistenti da paese a paese. La frammentazione territoriale ha naturalmente inciso sulla tipologia linguistica e sulle socio-linguistiche delle comunità arbëreshë, anche per i contatti, se pur rari in passato, con diverse varietà dialettali italoromanze, introducendo così elementi di prestito diversificati da una località all'altra.

Non esiste una struttura ufficiale politica, culturale e amministrativa che rappresenti le comunità arbereshe. È da rilevare il ruolo di coordinamento istituzionale svolto in questi anni dalle singole province del meridione italiano con la presenza arbëreshë, in primis quelle di Cosenza e Palermo, che hanno creato appositi Assessorati alle Minoranze Linguistiche[38]. La lingua arbëreshë dal 1999 è pienamente riconosciuta dallo Stato Italiano come "lingua di minoranza etnica e linguistica", particolarmente nell'ambito delle amministrazioni locali e nelle scuole dell'obbligo[38][39]. Recentemente è influenzata in modo notevole dai dialetti locali e dal lessico italiano. Alcune associazioni la tutelano e la valorizzano attraverso radio private e riviste locali. Gli statuti regionali di Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia fanno riferimento alla lingua e alla tradizione greco-albanese, tramite il suo studio anche nelle sedi scolastiche ed universitarie, ciononostante gli Arbëreshë continuano ad avvertire la propria sopravvivenza culturale minacciata[38].

Tradizione linguistico-letteraria[modifica | modifica wikitesto]

La storia della minoranza linguistica arbëreshë presenta caratteristiche singolari e, per molti aspetti uniche, rispetto alle tradizioni linguistiche-letterarie delle altre minoranze esistenti in Italia[40]. Il rapporto dell'arbëresh con le altre tradizioni linguistiche albanesi, presenti nella stessa Albania e in varie parti d'Europa, è di diretta e rilevante partecipazione nella nascita della lingua scritta e letteraria albanese, così come noi oggi la conosciamo. In ogni caso, le comunità arbereshe hanno mantenuto uno stretto legame interiore con la propria lingua e i propri costumi. Il sentimento di appartenenza a una comunità più ampia, anche a differenza della religione e costumi, è stata cementata prima di ogni altra cosa dalla comunanza della lingua. La tradizione linguistica-letteraria arbëreshë si intreccia così con la storia della lingua albanese[41] senza altre caratteristiche. Non esiste insomma un rapporto, per così dire di dipendenza gerarchica tra lingua parlata delle popolazioni arbëresh dell'Italia e la lingua albanese parlata in Albania. Più che un rapporto di diretta filiazione, e dipendenza, si deve correttamente parlare di tradizione parallela e paritaria, che condivide per un lungo periodo con le altre tradizioni culturali albanofone molti aspetti dello sviluppo della lingua, della letteratura e, d'altre parte, ovviamente, se ne differenzia per gli aspetti legali alla particolarità di luogo, organizzazione sociale, economica e giuridica specifiche di ogni stanziamento.

Gli scrittori e i poeti italo-albanesi hanno contribuito alla genesi e all'evoluzione di tutta la letteratura albanese. Sia per i contenuti sia per il valore poetico, gli autori arbëreshë, compaiono con grande rilievo in tutte le storie della letteratura della Repubblica Albanese[41]. Tra l'altro le parlate arbëreshë hanno avuto anche un ruolo di fonte di arricchimento lessicale della lingua letteraria albanese, con una produzione scritta significativa, con la quale inizia l'intera tradizione letteraria in lingua albanese. La letteratura arbëreshë e albanese nella variante tosca, nasce con E Mbësuame e Krështerë[42] di Luca Matranga nel 1592. In questa opera si trova la prima poesia religiosa in lingua albanese.

La tutela della lingua[modifica | modifica wikitesto]

I diritti della minoranza etnica e linguistica arbëreshë sono riconosciuti nei testi normativi alla base delle istituzioni nazionali e internazionali (Unesco, Unione Europea, Consiglio d'Europa, Costituzione Italiana e poi a livello regionale). In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica Italiana tutela, valorizza e promuove il patrimonio linguistico e culturale delle popolazioni albanesi[43]. Dal 1999, con la legge 482 del 15 dicembre, "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche", si tutelano infatti le minoranze etniche e linguistiche presenti sul territorio italiano, fra cui quella arbëreshë. Quando le minoranze linguistiche, menzionate nell'articolo 2, si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento. Tra le principali norme emanate dalla legge c'è l'introduzione della lingua minoritaria albanese come materia di studio nelle scuole. Nelle scuole materne dei comuni l'educazione linguistica prevede, accanto all'uso della lingua italiana, anche l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l'uso anche della lingua arbëreshë come strumento di insegnamento.

Frasi in lingua arbëreshë[modifica | modifica wikitesto]

Albanese d'Albania Arbëreshë Italiano
Përshëndetje Falem Ciao
Çfarë po bën? Çë bën? Che fai?
Si jeni? Si je? / Si rrì? Come stai?
Shumë mirë Shumë / Ndutu mirë Molto bene
Faleminderit Haristis Grazie
Flet shqip? Flet arbërisht? Parli albanese?
Unë flas pak U flas pak Io parlo poco
Ku je? Ku je? / Ku ndodhe? Dove sei?
Unë jam nga Vlora U jam ka Vlora Io sono di Valona
Je Shqiptar? Je Arbëresh? Sei Albanese?
Ju lutem E parkàles Per favore
Gezohem që u njohëm Gezonem të të njoh Piacere di averti conosciuto
Mirëmëngjes Mirëmenatë Buonmattino
Të jeni mirë / Kujdes Të jesh mirë / Kuides-Ruaju Stammi bene / Attento
Si ju quajnë? Si të thonë? si kiuhexy? Come ti chiami?
Unë quhem Ëngjëlliqe Mua më thonë Ëngjëlliqe Mi chiamo Angela
Më falë / Më vjen keq Ndjésë / Ka më ndjésh Scusa / Mi scuso
Nuk e kuptova Nëng / Ngë e ndëlgova Non ho capito
Mirupafshim Kjavarrisu / Mirupafshim Arrivederci
Po O / Ëj
Jo Jo No

Religione cristiana di rito orientale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eparchia di Lungro, Eparchia di Piana degli Albanesi e Abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata.

Dopo il 1468, anno di morte di Scanderbeg e l'inizio dell'esodo albanese, si ebbe una grande migrazione che portò numerosi albanesi a stabilirsi sia nel Regno di Napoli che nel Regno di Sicilia[25]. Queste persone provenivano in maggioranza dall'Epiro, da tutta la parte centro-meridionale dell'Albania e dalla Morea, e, in quanto parte dell'Impero Bizantino, la popolazione albanese era di fede cristiano ortodossa, sotto la giurisdizione del patriarcato ecumenico orientale di Costantinopoli. Per qualche tempo dopo il loro arrivo, i greco-albanesi furono affidati a vari metropoliti, nominati dall'arcivescovo di Ocrida, con il consenso del Papa. I contatti con la madrepatria furono nel tempo ostacolati particolarmente dalle differenze di carattere religioso, la maggior parte degli abitanti dell'Albania storica passò all'islamismo dopo la conquista turca del paese, mentre gli albanesi d'Italia continuarono a conservare, in gran parte, la fede cristiana di rito bizantino-greco nelle pratiche liturgiche. Dopo il concilio di Trento le comunità albanesi vennero poste sotto la giurisdizione dei vescovi latini del luogo, determinando, così, un progressivo impoverimento della tradizione bizantina. Fu in questi anni che molti italo-albanesi, a causa delle pressioni della chiesa cattolica locale, furono costretti ad abbandonare il rito greco passando al rito latino (per esempio: Spezzano Albanese[44][45] in Calabria o i tre paesi albanofoni del Vulture).

Per salvaguardare la loro tradizione religiosa, la chiesa cattolica, spinta dalle comunità arbëreshë e in particolare dal Servo di Dio P. Giorgio Guzzetta, decise di creare delle istituzioni per l'istruzione dei giovani di rito greco. Nel 1732 Papa Clemente XII eresse il Seminario di San Benedetto Ullano e nel 1734 il Seminario Greco-Albanese di Palermo per gli albanesi di Sicilia. Tra il 1734 e il 1784 la Santa Sede nominava dei vescovi ordinanti di rito greco, con il compito di formare il Seminario, dare le ordinazioni sacre e conferire i Sacramenti. Per molto tempo questa situazione rimase immutata e spesso le comunità albanesi avevano espresso a Roma la richiesta di avere dei vescovi propri con piena autorità. Nel 1867 era stato abbandonato da Pio IX il principio della preminenza del rito latino sugli altri riti; Leone XIII e i papi successivi compirono altri passi distensivi. Fu Benedetto XV a esaudire le loro richieste, creando solo nel 1919 un'Eparchia per gli arbëreshë dell'Italia peninsulare con sede a Lungro (Eparchia di Lungro), staccando dalle Diocesi di rito latino le parrocchie che ancora conservano il rito greco[44][45]. Poco dopo, per varie cause realizzata più tardi, nel 1937, Papa Pio XI istituì l'Eparchia di Piana degli Albanesi per i fedeli arbëreshë di rito bizantino-greco della Sicilia, riconosciuta civilmente anche dallo Stato italiano[44][46]. Oggi il rito bizantino sopravvive soprattutto nelle comunità albanesi della provincia di Cosenza, e in quelle intorno a Piana degli Albanesi, in Sicilia. Legato storicamente al gruppo etnico è anche la circoscrizione bizantina del Monastero Esarchico di Grottaferrata.

Nel corso dei secoli gli arbëreshë sono riusciti a mantenere e a sviluppare la propria identità greco-albanese grazie alla loro caparbietà[5] e al valore culturale esercitato principalmente dai due istituti religiosi bizantini di rito orientale, con sede in Calabria il "Collegio Corsini" (1732) e poi "Corsini-Sant'Adriano" nel 1794, e in Sicilia il "Seminario Greco-Albanese" di Palermo (1734) poi trasferito a Piana degli Albanesi nel 1945[44][47].

Pasqua[modifica | modifica wikitesto]

La Pasqua (Pashkët) per le comunità italo-albanesi di rito greco-bizantino è la ricorrenza centrale, dalla cui data dipendono le altre feste. Rappresenta la festa delle feste, e i riti della Passione, della morte e della Resurrezione di Gesù (të Ngjallurit e Krishtit) vengono vissuti secondo la ricca simbologia orientale. Molto suggestiva è l'intera Settimana Santa (Java e Madhe). Il Giovedì santo la lavanda dei piedi e l'Ultima cena con gli apostoli; il Venerdì santo gli uffici delle lamentazioni e la processione che attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti della passione in lingua arbëreshë. Il Sabato santo si tolgono i veli neri dalle chiese e suonano a festa le campane per annunciare la Risurrezione di Cristo. Dopo la mezzanotte, per tradizione in molti paesi, le donne si recano ad una fontana fuori dal paese per il rito del "rubare l'acqua": lungo il percorso è proibito parlare e devono resistere ai tentativi di farle parlare operati dai giovani; solo dopo essere giunti alla fontana e aver preso l'acqua è possibile parlare e scambiarsi gli auguri con il Christòs Anesti (Cristo è Risorto). Il significato di questo rito ha significati sia sociali che religiosi: le donne in silenzio richiamano la scena delle pie donne descritte dal Vangelo che camminano silenziose per non essere scoperte dai soldati romani; ma esiste anche una relazione tra la colpa, che è di tutti gli uomini che hanno crocifisso il Cristo, e il silenzio. L'acqua opererà la catarsi liberatrice e il ritorno alla parola è collegato alla Resurrezione del Cristo, mentre lo scambio degli auguri è anche un ritorno alla comunità e al vivere sociale. La Domenica mattina di Pasqua si svolge la funzione dell'aurora, in alcune comunità il sagrestano, all'interno della chiesa, interpreta il demonio e cerca di impedire l'entrata al tempio del sacerdote, che dopo aver bussato ripetutamente entra trionfalmente intonando canti. A Piana degli Albanesi il Solenne Pontificale in rito greco-bizantino si conclude con uno splendido e folto corteo di donne in sontuosi costumi tradizionali arbëresh, che, dopo aver partecipato ai sacri e solenni riti, sfila per il Corso Kastriota raggiungendo la piazza principale. Al termine del corteo, in un tripudio di canti e colori, viene impartita la benedizione seguita dalla distribuzione delle uovo rosse, simbolo della nascita e della rinascita. Nel lunedì e nel martedì in alcune comunità arbëreshë si svolgono le tradizionali vallje (balli) nelle piazze dei paesi.

Icone e iconostasi[modifica | modifica wikitesto]

Nel rito greco-bizantino ruolo fondamentale è rappresentato dalle icone raffiguranti personaggi biblici, in sostituzione delle statue tipiche delle chiese cattoliche di rito latino. Le chiese di rito greco presentano infatti l'iconostasi, che divide lo spazio riservato al clero officiante da quello destinato ad accogliere i fedeli e allo stesso tempo costituisce il luogo dove vengono poste le icone sacre. La parola icona deriva dal greco eikon (immagine), rappresentano la teologia trasposta in immagini e, secondo i fedeli cristiani orientali, le icone non si dipingono ma si scrivono durante la preghiera costante. Un'icona può essere osservata, ammirata e contemplata, ma per apprezzarla fino in fondo bisogna comprenderla, decodificarne i simboli, conoscerne i soggetti, la storia e i significati, quindi saperla interpretare. Secondo lo stile tradizionale le icone sono dipinte con metodi e colori naturali, a tempera d'uovo su pannelli e supporto in legno.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Uno degli aspetti della tradizione arbereshe è la sua trasmissione legata quasi esclusivamente alla forma orale, nonostante sia cospicua la quantità e la documentazione in arbereshe della lingua e delle tradizioni. Il primo aspetto che si evince della cultura e delle tradizioni delle comunità arbëreshë è il profondo rispetto che attribuiscono all'ospite: secondo cui la casa dell'albanese è di Dio e dell'ospite, al quale si fa onore offrendogli semplici cibarie. Questa consuetudine si ritrova ancora nelle montagne dell'Albania, tuttavia le comunità arbëreshë provano profondo riserbo dallo straniero, detto latino (lëtirë), che sino alla prima metà del secolo scorso non poteva facilmente accedere nei centri arbëreshë. Motivi della tradizione popolare si ritrovano nella letteratura, che proprio da ciò mosse i primi passi. Altri elementi strutturali della cultura arbëreshë delle origini sono giunti ai nostri tempi, attraverso una storia secolare, e mantengono una loro forza di rappresentazione dei valori dell'organizzazione delle comunità sono: la "vatra" (il focolare), primo centro intorno al quale ruota la famiglia; la "gjitonìa" (il vicinato), primo ambito sociale al di fuori della casa, elemento di continuità tra la famiglia e la comunità; la "vellamja" (la fratellanza), rito di parentela spirituale; la "besa" (la fedeltà) all'impegno, rito di iniziazione sociale con precisi doveri di fedeltà all'impegno preso.

La forte coscienza a un'identità etnico-linguistica diversa è sempre presente nelle produzioni folcloristiche. Nel folclore, in tutte le sue diversificate forme, emerge sempre un costante richiamo alla patria di origine e i canti, popolari o religiosi, le leggende, i racconti, i proverbi, trasudano un forte spirito di comunanza e solidarietà etnica.

La coscienza di appartenere ad una stessa etnia, ancorché dispersa e disgregata, si coglie tra l'altro in un motto molto diffuso, che i parlanti albanesi spesso ricordano quando di incontrano: Gjaku inë i shprishur, che tradotto letteralmente è "Sangue nostro sparso".

Costumi femminili arbëreshe esibiti durante la tipica Vallje a San Basile

Mantenendo chiara e sensibile la coscienza di essere fratelli nel sangue comune e nella fede cristiana, costituendo un’oasi di spiritualità Orientale trapiantata nell'Occidente, usano così identificarsi come discendenti di una stirpe dispersa ma non distrutta.

I temi ricorrenti nella cultura tradizionale albanese sono la nostalgia della patria perduta, il ricordo delle leggendarie gesta di Skanderberg, eroe riconosciuto da tutte le comunità albanesi del mondo, e la tragedia della diaspora in seguito all'invasione turca. Un discorso a parte merita la "vallja", danza popolare che aveva luogo in occasioni di feste tese a rievocare una grande vittoria riportata dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg contro gli invasori turchi. La vallja è formata da giovani in costume tradizionale, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati da due figure alle estremità, si snodano per le vie del paese eseguendo canti epici, augurali o di sdegno e disegnando movimenti avvolgenti. Nella particolare vallja e burravet (la danza degli uomini), composta da soli uomini, viene trattegiata e ricordata, attraverso i loro movimenti, la tattica di combattimento adottata da Skanderberg per imprigionare e catturare il nemico. Oggi le più belle vallje hanno luogo a Civita, San Basile, Frascineto e Eianina. La consapevolezza della necessità di una valorizzazione e tutela della cultura arbëreshë ha favorito la nascita di associazioni e circoli culturali, e ha dato luogo ad iniziative e manifestazioni culturali.

Appuntamento fisso, oramai da 32 stagioni, con quella del 2013, è rappresentato dal FESTIVAL DELLA CANZONE ARBËRESHE, che si tiene ogni anno, a San Demetrio Corone, nel mese di Agosto.

Costumi[modifica | modifica wikitesto]

Di singolare bellezza è il costume tradizionale di gala, indossato dalle donne in particolari ricorrenze come il matrimonio o le festività della Pasqua, dei battesimi e del Santo patrono. I costumi sono veri e propri capolavori artistici che ripropongono l’antica simbologia orientale, alcuni attraverso il ricamo. Famosissimo per lo splendore e la bellezza è il costume tradizionale arbëresh di Piana degli Albanesi. Interessanti sono anche i costumi tradizionali femminili di San Costantino Albanese, costituito da un copricapo caratteristico, una camicia di seta bianca con merletti, un corpetto rosso con maniche strette ricamate in oro e una gonna su cui sono cucite tre fasce di raso bianche e gialle; Firmo, dal collo ampio e ricamato (mileti); una gonna lunga ed ampia, plissettata e bordata; e Santa Sofia d'Epiro, San Demetrio Corone, Lungro, Frascineto, Plataci, San Basile, Vaccarizzo Albanese, ecc.

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

Come per ogni popolo, anche nella cucina si esprime tanto della tradizione e della cultura albanese. Col trascorrere del tempo, l'integrazione e la contaminazione coinvolgono inevitabilmente anche l'arte gastronomica. Ma si è mantenuta inalterato qualcosa di diverso, un difforme modo di lavorazione, l'associazione di un cibo ad un particolare contesto, per annoverare un piatto tra quelli tipici ed unici della cucina arbëreshe. Essa è del tutto completa, in quanto spazia dagli antipasti ai dolci, dai primi ai secondi piatti, dalle zuppe alle minestre, dai piatti di carne a quelli di pesce, dai contorni alle verdure. Un cenno particolare per le conserve, i farinacei e le focacce, nonché per i dolci tradizionali, vero caposaldo della cucina albanese. La cucina albanese in taluni paesi è molto semplice, ma saporita per gli aromi utilizzati nei piatti. Alcune ricette, estrapolate dal folto gruppo di soluzioni culinarie degli Albanesi d'Italia, sono: fra i primi piatti vanno segnalati la dromesat, pasta fatta con grumi di farina cucinati direttamente nei sughi, e le shtridhelat, tagliatelle ottenute con una particolare lavorazione e cotte con ceci e fagioli. Tra i secondi in alcune comunità è molto utilizzata la carne di maiale; ottime le frittate come la veze petul di cicoria, cardi selvatici, scarola e cime di capperi. Nelle grandi ricorrenze c'è un grande uso dei dolci, come i kanarikuj, grossi gnocchi bagnati nel miele, le kasolle megijze, un involtino pieno di ricotta, la nucia, dolce con la forma di fantoccio con un uovo che raffigura il viso, e molti altri. Caratteristico è il dire prima di mangiare: "Ju bëftë mirë!" (Buon pro vi faccia!).

Personalità arbëreshë[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  18. ^ L'Arberia è la denominazione dell'area geografica degli insediamenti albanesi in Italia; ma fino al XV secolo tale termine era diffuso per indicare i territori dell'attuale Albania, ora chiamata dagli albanesi d'Albania Shqipëria.
  19. ^ a b c d Per l'elenco completo dei villaggi cfr. Comunità albanesi d' Italia, www.arbitalia.it. URL consultato il 21 aprile 2010.
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  22. ^ A. Frega, Gli Italo-albanesi in cifre, in « Katundi Yne», n. 21 (1976), nn. 22-24 (1977), n. 25 (1978).
  23. ^ Nel 1478 il Regno d'Albania divenne parte dell'Impero Ottomano.
  24. ^ Ne seguirono molteplici migrazioni, sino al XVIII.
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  26. ^ Carl Waldman, Catherine Mason, Encyclopedia of European peoples, Volume 1, New York 2006, p. 38 e seguenti.
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  28. ^ Studi Albanologi.
  29. ^ Alla morte di Alfonso V d'Aragona l'erede legittimo al trono era Ferdinando d'Aragona, ma altri principi tramavano per imporre il Duca Giovanni d'Angiò. Giorgio Castriota Skanderbeg, amico del defunto Alfonso I d'Aragona, era stato chiamato a difendere anche Ferdinando. Cfr. La storia, www.greci.org. URL consultato il 21 aprile 2010.
  30. ^ Storia, vaccarizzoalbanese.asmenet.it. URL consultato il 21 aprile 2010.
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  32. ^ Giorgio Castriota Scanderbeg è stato un condottiero e patriota albanese. In alcuni dei paesi arbëresh, in suo onore, la piazza o la strada principale gli è intitolata.
  33. ^ Vincenzo Giura, Note sugli albanesi d'Italia nel Mezzogiorno, Società italiana di demografia storica - Università degli Studi di Udine. URL consultato il 21 aprile 2010.
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  40. ^ L'esilio della parola, 81-84.
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  43. ^ Legge 15 dicembre 1999, n. 482 > "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche", www.camera.it. URL consultato il 28 aprile 2000.
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  46. ^ La Chiesa Italo-Albanese: aspetti generali, www.eparchiapiana.it, 10 novembre 2008. URL consultato il 21 aprile 2010.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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