Storia della Serie A

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La storia della Serie A, ovvero la massima serie del campionato italiano di calcio, è iniziata nel 1898, con l'organizzazione del primo campionato ufficiale. In questa voce sono riportati gli avvenimenti salienti della storia della massima divisione del calcio italiano dal 1898 a oggi. Il torneo ha assunto la denominazione ufficiale di Serie A dalla stagione 1929-1930, allorché venne introdotta la formula a girone unico.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Dall'Ottocento al Novecento[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Calcio in Italia.

Sebbene gli storici parlino di giochi assai simili al calcio risalenti al Medioevo, la storia del pallone moderno in Italia incominciò alla fine del XIX secolo, a seguito degli intensi traffici commerciali con l'Inghilterra. Furono infatti le città portuali che videro nascere i primi Foot Ball Club, società prevalentemente calcistiche e formate in gran parte da soci britannici.

Le prime società calcistiche[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia delle prime società calcistiche in Italia.
I rossoblù del Genoa, primi vincitori del neonato campionato italiano di football nel 1898.

La più antica formazione italiana fra quelle che conservano il proprio atto fondativo è il Genoa, fondato il 7 settembre 1893 (ma attivo già da alcuni anni prima "ufficiosamente"), sebbene alcune testimonianze sostengano che, in tale data, fosse già attivo l'Internazionale Torino, a sua volta frutto della fusione di due precedenti sodalizi (il Football & Cricket Club Torino ed il Nobili Torino). L'ultimo decennio dell'Ottocento vide poi nascere molte altre società: la Torinese nel 1894, l'Udinese nel 1896, la Juventus nel 1897, l'Ascoli e la Vis Pesaro nel 1898, e il Milan nel 1899.

Nonostante i pionieri del nuovo sport fossero diffusi in tutto il Paese, era solo nel Nord-Ovest che si aveva una concentrazione di squadre tali da poter formare uno stabile torneo. La Federazione Italiana di Football fu fondata a Torino il 16 marzo 1898, e subito organizzò il primo campionato italiano che fu vinto proprio dai genoani.

Sia il primo torneo, chiusosi in una sola giornata, sia i successivi, erano strutturati su un sistema ad eliminazione diretta sul modello della Coppa d'Inghilterra. A partire dal 1900 a primi turni di carattere regionale seguivano, in caso di qualificazione, le semifinali e le finali nazionali, queste ultime concepite come atto conclusivo della manifestazione a cui accedevano due sole squadre. In questo periodo, visto l'esito delle amichevoli, solo tre regioni potevano schierare squadre in grado di combattersi in maniera equilibrata: il Piemonte, la Liguria e la Lombardia. Le formazioni delle altre regioni, anche nelle amichevoli, rimediavano spesso pesanti sconfitte da squadre del Nordovest anche non di primo piano.

Il Milan del primo scudetto nel 1901

Il Genoa fu la prima Grande del calcio italiano, aggiudicandosi i primi tre tornei. Fu il Milan, capitanato da Herbert Kilpin, la prima avversaria a riuscire a fermare la corsa dei genovesi, aggiudicandosi il titolo del 1901. I genoani, che nel frattempo adottarono quella che diverrà la loro classica casacca rossoblù, si rifecero l'anno successivo, per ottenere poi una seconda tripletta tricolore.

Lo svilupparsi del movimento calcistico convinse la FIF, da poco iscrittasi alla FIFA, ad una riforma del campionato a partire dal 1905, sostituendo alle gare secche una serie di gruppi preliminari, i cosiddetti Gironi Eliminatorii Regionali, propedeutici al Girone Finale Nazionale, ed introducendo le partite di andata e ritorno. La Juventus, squadra che aveva raggiunto le due precedenti finali, riuscì a cogliere il suo primo successo dopo un pareggio casalingo del Grifone contro la Milanese all'ultima giornata.

I primi bianconeri campioni d'Italia nel torneo del 1905

Mentre le pionieristiche società avversarie pian piano chiudevano i battenti, rossoblù, rossoneri e bianconeri erano i capisaldi di questo primordiale football italiano. Col passare degli anni, tuttavia, la primigenia matrice inglese cominciò ad attenuarsi, mentre acquistò sempre maggior rilevanza la nuova componente formata da giocatori svizzeri tedeschi: fu grazie ad essi che il Milan tornò alla vittoria nel 1906 (dopo la rinuncia della Juventus a disputare la finale di spareggio) e nel 1907.

La crisi del 1908, l'italianizzazione del torneo e l'epopea della Pro Vercelli[modifica | modifica sorgente]

Chiusosi il primo decennio, il calcio italiano andò incontro ad importanti cambiamenti, dovuti alla decisione della FIF di italianizzare a forza il campionato, escludendovi i giocatori stranieri che pure, abbiamo visto, avevano fondato il gioco in Italia. La scelta della Federazione colpì duramente i Football Club, e diede largo spazio alle Unioni Sportive e Ginniche che, più deboli in quanto non dirette dai maestri albionici, erano però usualmente formate completamente da atleti italiani, e fino ad allora si erano interessate maggiormente al parallelo campionato organizzato dalla Federazione Ginnica. All'assemblea del 20 ottobre 1907, comunque, il presidente della Doria, Oberti, presentò un ordine del giorno con cui proponeva di organizzare un campionato parallelo a quello italiano, che fosse aperto a tutti, compresi gli stranieri:[1]

« L'Assemblea delibera che il Regolamento organico sia modificato in modo da comprendere due gare di campionato: la prima chiamata Campionato Federale, libera a tutti i soci appartenenti alle società iscritte alla Federazione, anche se stranieri..., e la seconda chiamata Campionato italiano e riservata ai soli giuocatori italiani o nazionalizzati... Alla prima sarà assegnata la Coppa Spensley... Alla seconda sarà invece assegnata la Coppa Buni... »

All'approvazione di tale ordine del giorno, la reazione dei Club classici fu durissima, sfociando addirittura nel ritiro dal torneo. LA FIF emanò dunque un ulteriore ordine del giorno:

« I delegati presenti, addolorati per il ritiro dei delegati delle società Club Torino, Milan Club, Libertas, Genoa Club, Naples FBC, affermano solennemente il concetto che nel proporre un campionato italiano riservato ai soli giuocatori italiani... hanno inteso dare maggior incremento al giuoco, diffondendolo ovunque in Italia, senza per questo pregiudicare i diritti delle società composte da giuocatori stranieri, alle quali hanno riservato la maggior gara di campionato federale. »
(Ordine del giorno della FIF, citato in Chiesa, p. 19.)

Le squadre "spurie internazionali" (composte cioè anche da stranieri) non ritornarono però sui propri passi, sia per protesta contro le nuove limitazioni contro gli stranieri, esistenti persino nel campionato federale (al quale potevano partecipare solo gli stranieri con dimora fissa in Italia), sia per il timore che, se avessero accettato la politica autarchica della Federazione, essa sarebbe stata soltanto il primo passo verso la completa epurazione degli stranieri dal campionato. Di conseguenza il Milan campione in carica, il Genoa e il Torino rifiutarono di partecipare al Campionato italiano, e si ritirarono anche dal torneo federale dopo le prime gare eliminatorie.

Albo d'oro dei campionati Federale e Italiano
Stagione Campione Federale Campione Italiano
1908 Juventus Juventus Pro Vercelli Pro Vercelli
1909 Pro Vercelli Pro Vercelli Juventus Juventus
1909-1910 Inter Inter Pro Vercelli Pro Vercelli
  • In corsivo i titoli non riconosciuti come "scudetti".
  • In grassetto i campioni riconosciuti come unici vincitori.

Nella stagione 1908 si disputarono ben due campionati separati:

  1. quello Federale vinto dalla Juventus contro il Doria.
  2. quello Italiano vinto dalla debuttante Pro Vercelli.

A causa del ritiro di Milan, Genoa e Torino, il Campionato Federale, iniziato per primo, si ridusse a una finale a due tra Juventus e Doria, in cui ebbe la meglio la Juventus dopo ben quattro partite. Il 7 maggio, tre giorni prima dell'incontro decisivo (poi vinto dalla Juventus per 5-1), La Stampa commentò: «Il match di domenica si annuncia oltremodo interessante, trattandosi del possesso definitivo della Coppa e del titolo di Campione d'Italia».[2] Alla Juventus non fu però assegnata la Coppa Spensley che le spettava di diritto in quanto Campione Federale, perché il Milan detentore in carica (in quanto campione d'Italia nelle stagioni 1906 e 1907) l'aveva polemicamente riconsegnata a Spensley, rappresentante del Genoa; all'inizio della stagione successiva, fu deliberato che la Coppa venisse assegnata permanentemente al Milan, la società che l'aveva vinta per due volte di fila (1906 e 1907).[3] Per quanto riguarda il Campionato italiano, snobbato dalle grandi, fu la debuttante Pro Vercelli ad aggiudicarselo, approfittando della situazione: i nuovi arrivati, dopo aver eliminato nelle eliminatorie la Juventus, neutralizzarono nel Girone Finale i liguri dell'Andrea Doria e i lombardi dell'US Milanese conquistando il loro primo titolo, bissato l'anno successivo. Il nuovo calcio italiano usciva così dalle metropoli: cominciava il periodo d'oro delle provinciali.

La formula dei due tornei, uno ammettente anche gli stranieri e l'altro riservato ai soli italiani, si ripeté anche l'anno successivo:

  1. il campionato Federale, aperto a tutti, fu vinto dalla Pro Vercelli[4]
  2. il campionato Italiano fu invece appannaggio della Juventus, trionfante contro l'USM[5]

Il Campionato Federale, cominciato per primo, fu vinto dalla Pro Vercelli, che sconfisse nell'ordine Torino, Genoa e USM, vincendo così la Coppa Zaccaria Oberti abbinata alla vittoria del Campionato federale. La Juventus, invece, fu eliminata al primo turno dal Torino; La Stampa commentò in tal modo l'eliminazione: «E la Juventus godrà di un certo riposo, che le auguriamo foriero di miglioramento di stile di gioco, e preludio necessario ad assicurarsi l'altro campionato, quello più ambito ancora: il Campionato italiano!», confermando l'importanza equivalente dei due tornei.[6] Il Campionato Italiano, cominciato a fine marzo con le prime gare eliminatorie e condizionato dal ritiro di Pro Vercelli, Milan, Genoa e Torino, fu vinto proprio dalla Juventus, che superò nell'ordine Piemonte, Doria e US Milanese (seconda anche nel Campionato Federale), aggiudicandosi così la Coppa Romolo Buni abbinata al Campionato italiano.[7] Tuttavia, solo i due trionfi della Pro Vercelli nelle stagioni 1908 e 1909 sono riconosciuti attualmente dalla Federazione come "ufficiali", mentre i due tornei paralleli vinti dalla Juventus nei medesimi anni non vengono ritenuti tali, non venendo inseriti nell'albo d'oro del Campionato italiano di calcio. E ciò nonostante entrambi i tornei fossero stati organizzati dalla FIGC, come si evince dal suo regolamento organico per le stagioni 1908 e 1909, e la stessa FIGC all'epoca dei fatti avesse definito il campionato federale vinto dalla Juventus nel 1908 come "maggior gara" (più importante) rispetto al campionato italiano vinto dalla Pro Vercelli nel medesimo anno;[8] non va dimenticato l'augurio che La Stampa indirizzò alla Juventus di vincere il "Campionato italiano 1909", definito "più ambito ancora" del Campionato Federale vinto dalla Pro Vercelli, ma nonostante ciò trascurato dall'albo d'oro.

La rosa del primo scudetto nerazzurro nel 1910

I cambiamenti non finirono però qui, poiché in questo periodo nacquero due nuovi club frutto di scissioni dalle società originarie. Già nel 1906 soci dissidenti della Juventus si erano riuniti a sportivi orfani delle altre defunte squadre del capoluogo piemontese, fondando il Torino. Anche a Milano nel 1908 il Milan subì un'analoga secessione che diede origine all'Inter.

Nel frattempo la Federazione, ora ridenominata FIGC, fece una parziale marcia indietro riaprendo a quote di stranieri, ma soprattutto decise una drastica riforma del campionato. Sul modello della First Division inglese, nella stagione 1909-10 il meccanismo del torneo venne semplificato iscrivendo tutte le nove partecipanti ad un Girone Unico che avrebbe determinato una classifica di cui la squadra che ne avesse guadagnato la testa a fine stagione avrebbe vinto il titolo. La scissione tra campionato federale e campionato italiano non venne completamente abolita, perché, pur unificando i tornei, si decise di assegnare a fine stagione due titoli:

« I Campionati Nazionali di calcio sono di I e II Categoria. Quello di I Categoria è suddiviso in Campionato Federale e Campionato Italiano. Al primo possono prendere parte anche giuocatori di nazionalità estera, residenti in Italia, il secondo è riservato esclusivamente ai giuocatori di nazionalità italiana. »
(Articolo 2 del Regolamento dei Campionati della FIGC promulgato a Milano l'8 agosto 1909.)

Secondo un articolo del quotidiano La Stampa di Torino datato 24 dicembre 1909, infatti, al termine della stagione sarebbe stato «proclamato campione italiano il Club meglio classificato fra le squadre pure italiane, e campione federale il Club meglio classificato tra le squadre spurie internazionali».[9] Alla fine del Campionato, però, essendo Inter e Pro Vercelli prime a pari merito a quota 25 punti, si decise di far disputare uno spareggio tra le due società per assegnare il titolo di campione federale, mentre il titolo di "Campione italiano" fu assegnato alla Pro Vercelli, essendo la miglior classificata tra le squadre composte soltanto da giocatori italiani. Il successo arrise ai giovani nerazzurri dopo un polemicissimo spareggio contro i campioni uscenti vercellesi, che, per protesta contro la FIGC riguardo alla scelta della data della disputa dello spareggio, schierò la quarta squadra comprendente giocatori dagli 11 ai 15 anni, che persero 10-3 contro la prima squadra dell'Inter.[10] Per il forte comportamento antisportivo, la Pro Vercelli subì una pesante squalifica per decreto della Federazione, poi ridotta. I campioni uscenti vercellesi, comunque, si rifaranno con una tripletta di vittorie nelle tre annate successive.

Anni dieci e venti[modifica | modifica sorgente]

L'allargamento del torneo[modifica | modifica sorgente]

La Federazione era a questo punto intenzionata ad allargare gli angusti confini del torneo, onde conferirgli una reale valenza nazionale, ma il problema era, come si è detto, la nettissima differenza di valore fra le squadre provenienti dalle diverse parti del Paese. Nel 1910, comunque, la FIGC decise di innalzare il campionato veneto, che già si disputava da alcune stagioni, facendolo diventare parte del torneo nazionale col nome di Girone Veneto, ed includendovi anche il Bologna che non aveva alcuna avversaria in Emilia. Nel 1911 il Vicenza, e nel 1912 il Venezia, furono i rivali dei campioni occidentali, in entrambi i casi la Pro Vercelli, nella gara conclusiva, rimediando sconfitte con cinque gol al passivo per i biancorossi e tredici per i neroverdi lagunari.

Il Casale artefice dello storico titolo italiano del 1914

Per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche tutto il Centro e il Sud, e non solo la Pianura Padana. A quei tempi le formazioni meridionali disputavano vari tornei regionali inquadrati nella Terza Categoria, livello consono in rapporto alle forza delle squadre del Nord. Per raggiungere l'obiettivo prefissatosi, la Federazione attuò una sfasatura tra l'organizzazione calcistica delle due parti del Paese, elevando d'ufficio i tornei del Sud alla Prima Categoria, pur non essendo tali raggruppamenti paragonabili a quelli del Nord. Dato che contemporaneamente al Nord erano stati ristabiliti i Gironi Eliminatori regionali propedeutici al Girone Finale, gli incontri conclusivi fra i campioni del Nord e quelli del Sud presero il nome di Girone Finalissimo o, semplicemente, di finalissima. Nello stesso periodo vennero assegnati dieci titoli di Campione dell'Italia Meridionale.

Il complicato meccanismo testé descritto rese però sempre più lungo ed affollato il campionato anche perché se da un lato si era istituito il Campionato di Promozione che metteva in palio una serie di promozioni al massimo torneo, il contrario sistema delle retrocessioni, sperimentato nel 1912-13, fu subito di fatto abbandonato a suon di ripescaggi.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Coppa Federale 1915-1916, Tornei di guerra 1916-1917, 1917-1918 e 1918-1919.

Nel 1914 venne la volta del piccolo Casale, formazione del Monferrato, mentre il successivo torneo fu bloccato ad un passo dalla conclusione (con il Genoa, in quel momento primo nel girone finale Nord, che avrebbe teoricamente dovuto disputare la finalissima contro i Campioni dell'Italia Meridionale), a causa dell'intervento italiano nel primo conflitto mondiale – che portò a una sospensione dell'attività nazionale, sostituita dapprima da una speciale Coppa Federale e poi, per il triennio 1916/1919, da alcuni tornei calcistici a livello locale. Per l'ultima stagione regolare prima della Grande Guerra, il titolo del Genoa fu assegnato a tavolino solo dopo la fine delle ostilità belliche.

La crisi del 1921 e la Prima Divisione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima Divisione.
Vittorio Pozzo, ideatore del torneo di Prima Divisione.

Con la ripresa postbellica del 1919 cominciarono intensi dibattiti in vista di una riduzione e razionalizzazione del campionato; tali discussioni sfociarono in un nulla di fatto a causa dell'ostruzionismo delle "provinciali" che temevano per il proprio futuro all'interno di un eventuale torneo più elitario. L'Inter nel 1920 e la Pro Vercelli nel 1921 si laurearono così campioni dopo una lunga serie di gironi e partite. L'insofferenza delle società metropolitane giunse al culmine quando un progetto di riforma presentato da Vittorio Pozzo fu respinto dal Consiglio Federale: fu così che 24 squadre, le più forti e rappresentative, abbandonarono la federazione fondando una Confederazione Calcistica Italiana col compito di organizzare un campionato sul sistema del Progetto Pozzo.

Nel 1922 si ebbero così due campioni, la sorprendente Novese e una Pro Vercelli giunta al canto del cigno; ma l'insostenibilità della situazione portò le due fazioni a riconciliarsi sulla base del Compromesso Colombo, che consacrava la nuova massima categoria, la Prima Divisione, composta da una Lega Nord a regime di 24 società, più una Lega Sud che invece continuava coi vecchi gironi regionali.

A seguito dello scisma del calcio italiano, il 1922 vide due diversi club fregiarsi del titolo di campioni d'Italia: la Pro Vercelli nella Prima Divisione della CCI (sopra), e la Novese nella Prima Categoria della FIGC (sotto).
 
A seguito dello scisma del calcio italiano, il 1922 vide due diversi club fregiarsi del titolo di campioni d'Italia: la Pro Vercelli nella Prima Divisione della CCI (sopra), e la Novese nella Prima Categoria della FIGC (sotto).
A seguito dello scisma del calcio italiano, il 1922 vide due diversi club fregiarsi del titolo di campioni d'Italia: la Pro Vercelli nella Prima Divisione della CCI (sopra), e la Novese nella Prima Categoria della FIGC (sotto).

Nel 1923 e nel 1924 il Genoa completò la sua serie di vittorie ottenendo i suoi due ultimi titoli, facendo in tempo a divenire la prima società a fregiarsi dello scudetto. La riforma del 1922 aveva definitivamente cambiato il calcio italiano, che si avviava verso il professionismo, chiudendo le porte alle provinciali e a molte Grandi di inizio secolo.

La Juventus e gli Agnelli[modifica | modifica sorgente]

Il 24 luglio 1923 fu una data storica per il calcio italiano, poiché l'elezione dell'avvocato Edoardo Agnelli alla presidenza della Juventus segnò l'inizio del sodalizio con la famiglia industriale torinese, il più antico nello sport italiano. Capitali privati fecero rifiorire il sodalizio bianconero, emerso in precedenza da Giuseppe Hess dalla crisi occasionata dalla scissione che aveva fatto nascere il Torino, e lo portarono nel giro di tre decenni a diventare la più titolata squadra italiana.

Nel frattempo nacque anche l'astro del Bologna che, protetto dall'esponente del Partito Nazionale Fascista Leandro Arpinati e spinto dalle reti di Angelo Schiavio, raggiunse lo scudetto nel 1925 dopo una lunga e controversa serie di finali contro i genoani, segnate da gravi disordini di ordine pubblico che sfociarono in scontri con colpi di armi da fuoco.

Con la prima storica Grande del campionato definitivamente avviata sul viale del tramonto, le due nuove potenze del torneo si ritrovarono a contendersi direttamente fra loro la vittoria l'anno successivo: stavolta a prevalere furono i bianconeri, che si aggiudicarono il loro secondo scudetto a ventun anni di distanza dal primo.

L'ingresso del fascismo nel calcio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Carta di Viareggio.

Nell'estate del 1926 con la Carta di Viareggio il governo fascista riorganizzò il campionato, abolendo la divisione fra Nord e Sud, ritenuta inaccettabile secondo gli ideali nazionalistici del regime, che la consideravano un motivo di divisione per il Paese. Le vecchie Leghe Nord e Sud vennero di conseguenza smantellate: diciassette formazioni provenienti dall'ex Lega Nord e tre formazioni provenienti dall'ex Lega Sud, l'Alba Roma, la Fortitudo Roma e il Napoli, furono iscritte alla nuova Divisione Nazionale che apriva ufficialmente le porte al professionismo.

Dal Caso Allemandi al Girone unico: nasce la Serie A[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caso Allemandi e Divisione Nazionale.
Il Bologna scudettato nel 1925

La nuova formula della manifestazione prevedeva ora, in luogo della serie di finali, un raggruppamento conclusivo comprendente le migliori squadre della fase eliminatoria. Il Torino, allestito dal presidente conte Enrico Marone di Cinzano, vinse il proprio girone e, grazie anche al contributo del cosiddetto Trio delle Meraviglie composto da Julio Libonatti, Adolfo Baloncieri e Gino Rossetti, si laureò campione d'Italia. La gioia dei granata fu però di breve durata, poiché nell'autunno successivo il sodalizio piemontese incappò nello scandalo del Caso Allemandi, in cui venne accusato di aver avvicinato e corrotto il terzino juventino Luigi Allemandi, e che gli costò la revoca dello scudetto. La reazione psicologica alla condanna avvenuta su base indiziaria, e non probatoria, fu comunque la molla per il rilancio in classifica dei granata, protagonisti di un avvio di stagione poco deciso. La sorte volle che la nuova annata divenisse quasi la copia della precedente, e il 22 luglio a San Siro il Torino si riaggiudicò nuovamente il titolo.

Il deciso attivismo del presidente federale Leandro Arpinati partorì nell'estate del 1928 una novità che divenne tappa storica per il calcio italiano. Il mondo del pallone tricolore era infatti pronto per dare una svolta che lo portasse ad assumere un'organizzazione simile a quella del campionato inglese; fu così decisa quella svolta che portò all'introduzione anche in Italia della formula del Girone unico, tra le proteste dei club più piccoli, che paventavano la retrocessione in categorie inferiori. Il nuovo campionato sarebbe stato quindi l'ultimo disputato con la formula dei due gironi introdotta nel 1921, mentre dalla stagione successiva le grandi squadre sarebbero state riunite in un nuovo torneo, la Divisione Nazionale Serie A (o semplicemente Serie A), mentre le escluse avrebbero costituito l'altrettanto inedita Divisione Nazionale Serie B (o semplicemente Serie B).[11] A tal fine Arpinati decise unilateralmente l'allargamento una tantum dell'ultimo torneo di Divisione Nazionale, includendovi varie squadre cadette nel tentativo di dare maggiore rappresentatività geografica alla manifestazione, e la cui finale vide i granata perdere con il Bologna nello spareggio disputato al Flaminio di Roma.

Il Torino che rivinse lo scudetto nel 1928, dopo la revoca del precedente per l'illecito sportivo del caso Allemandi.

Nel 1929 la FIGC e Arpinati realizzarono dunque, come negli altri paesi, un campionato nazionale a girone unico. Il progetto iniziale prevedeva una Divisione Nazionale Serie A composta da sedici squadre, ovvero quelle che si erano classificate tra le prime otto nei due gironi in cui era diviso il campionato precedente. Il protrarsi dello spareggio per l'ottavo posto fra Napoli e Lazio portò ad ammetterle entrambe, e con il ripescaggio della Triestina, effettuato per motivi patriottici, il numero delle squadre fu alzato a 18. Il 6 ottobre 1929 si disputarono dunque le prime 9 partite del campionato 1929-30 che alla fine vide il successo della nuova Ambrosiana di Giuseppe Meazza, una squadra creata dal regime fondendo d'autorità l'Inter con l'Unione Sportiva Milanese.

Anni trenta e quaranta[modifica | modifica sorgente]

Il Quinquennio d'oro della Juventus[modifica | modifica sorgente]

Nel 1930-31 iniziò il periodo favorevole della Juventus di Edoardo Agnelli, che in estate aveva ingaggiato dall'Alessandria l'allenatore Carlo Carcano e Giovanni Ferrari. I piemontesi partirono bene e, nonostante una leggera flessione che li aveva fatti avvicinare dalla Roma, si aggiudicarono il loro terzo titolo. I bianconeri si ripeterono subito l'anno successivo, superando in rimonta il Bologna.

La Juventus del Quinquennio d'oro

Nel 1931-1932 il sodalizio torinese ammise in prima squadra il promettente diciottenne nizzardo Felice Borel, che si rivelò un elemento importante con le sue 29 reti in ventotto presenze: fu una scommessa vinta che fruttò il terzo scudetto consecutivo. Nel 1932-1933 fu inaugurato lo stadio Mussolini, poi ridenominato Comunale, che avrebbe ospitato i bianconeri per 57 anni. Questa volta le Zebre dovettero rincorrere a lungo l'Ambrosiana, ma alla fine replicarono il titolo. Da segnalare, nel 1933-1934, la prima retrocessione del Genoa, che segnava definitivamente la fine del calcio dei pionieri. A questa andrà ad aggiungersi la retrocessione della Pro Vercelli nel 1934-1935, l'altra protagonista della fase precedente la nascita del girone unico.

Dopo il successo della Nazionale ai Mondiali 1934, la Juventus operò un discreto rinnovamento della sua formazione. La nuova stagione vide la Fiorentina per lunghi tratti capolista, inseguita da bianconeri e nerazzurri. Nella lunga distanza i toscani mollarono però la presa, e la lotta si concluse quando i milanesi persero a Roma lasciando ai piemontesi il loro settimo scudetto, il quinto consecutivo. Il 15 luglio Edoardo Agnelli morì improvvisamente a Genova, ucciso dall'elica del suo idrovolante, dopo che questo era caduto in mare.

Il Bologna che tremare il mondo fa[modifica | modifica sorgente]

Nel 1935 le squadre partecipanti alla Serie A erano state ridotte a 16 già da un anno, così come previsto nel progetto originale del 1929. Emerse subito il Bologna cui, da quando gli emiliani si erano aggiudicati due edizioni della Coppa Europa Centrale, i giornalisti attribuirono la denominazione di squadra che tremare il mondo fa, essendo a quei tempi la Coppa Europa Centrale un precursore della moderna Coppa dei Campioni. I petroniani, grazie anche alle reti di Angelo Schiavio, dovettero guardarsi le spalle dai campioni uscenti e dal Torino, coi granata che ad un certo punto raggiunsero anche la testa della classifica, e si inserì poi nella contesa anche la Roma; il testa a testa fu molto combattuto e furono infine i rossoblù a conquistare il loro terzo scudetto. E gli emiliani si ripeterono subito l'anno successivo, recuperando in corsa la Lazio di Silvio Piola.

Il ritiro di Schiavio penalizzò gli emiliani che nel 1937-1938 cedettero il titolo ad un'Ambrosiana-Inter che seppe tener a bada il ritorno primaverile dei bianconeri. Renato Dall'Ara, cercò sul mercato un nuovo attaccante che sapesse cogliere la pesante eredità di Schiavio; fu ingaggiato l'uruguaiano Héctor Puricelli che, capitalizzando al meglio i cross dell'ala destra Amedeo Biavati, vinse la classifica dei cannonieri e riportò gli emiliani allo scudetto.

La rosa della Roma nel 1941-1942, prima squadra a rompere l'egemonia del Nord portando il tricolore nell'Italia Centrale.

La sfida fra rossoblù e nerazzurri divenne una costante in un'Italia sull'orlo della guerra. Se nel 1940 l'Ambrosiana-Inter, dopo un lungo inseguimento, riuscì a riprendere e superare i felsinei, battendoli nel decisivo match dell'Arena Civica, nel 1941 nulla poté di fronte ai bolognesi, che colsero il loro sesto titolo.

Il primo titolo della Roma, l'ascesa del Grande Torino[modifica | modifica sorgente]

La nuova stagione si caratterizzò per l'inedita lotta tra il Torino, il Venezia dei giovani Ezio Loik e Valentino Mazzola, e la Roma. I capitolini, seguiti dai veneti, furono superati in primavera dai granata, ma ripresero la testa della classifica nel finale e riuscirono a diventare la prima squadra della vecchia Lega Sud a vincere uno scudetto.

Deluso dall'occasione persa, il presidente granata Ferruccio Novo acquistò Loik e Mazzola dai veneziani. Il salto di qualità fu notevole, e nel nuovo torneo i piemontesi furono protagonisti di una fuga a due con il Livorno, contesa che si risolse proprio sul filo di lana coi toscani ad avere la peggio. Per il Torino giunse il secondo titolo.

La prima formazione del Grande Torino, per cinque volte campione d'Italia dal 1943 al 1949.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tornei di guerra 1943-1945.

Nel frattempo, in un'Italia provata dagli eventi della seconda guerra mondiale, le invasioni statunitense e tedesca spaccarono il Paese in due, costringendo la Federazione all'interruzione forzata del campionato nazionale; trascorse così un biennio in cui il calcio tricolore vide solamente l'organizzazione di alcuni tornei a carattere regionale, per giunta non sempre riconosciuti a livello ufficiale. La Serie A tornò nella stagione 1945-1946 con una formula speciale, secondo la quale le squadre furono separate in due gironi geografici con un raggruppamento finale di otto squadre; anche se furono solo le quattro rappresentanti padane a contendersi il titolo, che andò d'un soffio ancora al Torino.

Fu nell'annata 1946-1947 che si ricrearono le condizioni per un girone unico: le squadre ammesse furono 20, quante rimarranno fino al 1951-52. La Juventus sembrò dapprima poter interrompere l'egemonia dei rivali, ma il superiore tasso tecnico dei granata prevalse ancora, permettendo loro di cogliere il quarto scudetto. Il 1947 segnò il risveglio del Milan. I rossoneri condussero a lungo la classifica, prima di cedere sotto i colpi dell'inesperienza e di lasciare primo posto e titolo ancora al Torino; per i lombardi si trattò comunque del miglior risultato dal 1912. I rossoneri torneranno al successo nel 1950-1951. Il campionato 1947-1948 ebbe una piccola particolarità: fu disputato a 21 club per il ripescaggio, per ragioni politiche, della Triestina.

La bandiera della rinascita rossonera Gunnar Nordahl, unico giocatore a laurearsi per cinque volte capocannoniere della Serie A.

I granata non avevano più rivali: colonne portanti della Nazionale, alla quale fornivano la quasi totalità dell'organico, anche nel 1948-1949 presero ben presto il comando della graduatoria e, nonostante qualche segno d'affanno, mantennero un discreto vantaggio finché il 30 aprile, pareggiando a San Siro contro gli inseguitori dell'Inter, vinsero un altro scudetto. Ma a questo punto, l'epopea del Grande Torino s'interruppe improvvisamente. Il 3 maggio la squadra si recò a Lisbona per un'amichevole e, al termine del viaggio di ritorno, a causa del maltempo l'aeroplano che li stava riportando a casa perse la rotta e, anziché puntare sull'aeroporto di Torino-Aeritalia, si schiantò contro il terrapieno della basilica di Superga. Nessuno degli occupanti sopravvisse alla tragedia. L'Italia perdeva una delle più forti squadre che abbiano mai partecipato alla Serie A.

Anni cinquanta: la lotta Torino-Milano[modifica | modifica sorgente]

La tragedia di Superga fu un passaggio importante per il calcio italiano, che segnò il tramonto delle vecchie gerarchie e diede inizio all'era moderna del campionato tricolore. Al di là delle singole stagioni, il palcoscenico della Serie A fu da quel giorno occupato da tre attori, la Juventus di Casa Agnelli, il Milan e i cugini lombardi dell'Inter, che lasceranno a tutte le altre società solo un ruolo da comprimarie o da meteore destinate a brevi e mai stabili passaggi ai vertici delle classifiche.

La prima volta della Fiorentina campione nel 1956

Il primo campionato del nuovo corso, nel 1949-1950, rimase a Torino, ora però nelle mani dei bianconeri che seppero tener a bada i rossoneri nonostante la sconfitta casalinga per 1-7 che i milanesi inflissero loro. Assai prolifica in attacco, dove poteva contare sul trio svedese del Gre-No-Li, con Gunnar Nordahl, ariete di 190 cm, che vinse 5 volte il titolo di capocannoniere, il Milan peccava ancora in difesa: alcuni acquisti di valore tra cui quello di Arturo Silvestri sistemarono anche il reparto arretrato, cosicché nel 1950-1951, in rimonta sull'Inter e dopo 44 anni, i rossoneri tornarono allo scudetto. Dopo una stagione appannaggio dei piemontesi e la riduzione del numero delle partecipanti a 18, venne il turno dei nerazzurri che si affermarono per due anni consecutivi.

Nel 1954 l'editore Andrea Rizzoli comprò il Milan con l'ambizione di portarlo ai massimi livelli sia all'interno sia nelle nascenti competizioni europee. Acquistato il centrocampista uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, stella del Mondiale svizzero, i rossoneri dominarono un torneo al termine del quale il campionato fu toccato dalla prima grande serie di scandali dopo quello del 1927, che portarono alla retrocessione a tavolino di Udinese e Catania.

John Charles, capocannoniere della Juventus del 1958, prima squadra a fregiarsi della stella dei dieci titoli.

Il dominio delle "tre grandi" ebbe un momento di pausa nel 1955-1956, quando la Fiorentina ottenne il primo scudetto per la Toscana dopo una lunga fuga, che si concluse con 12 punti di scarto sul Milan, ma riprese subito con un nuovo titolo a testa per il Milan e per la Juventus: per i torinesi significò divenire la prima squadra a fregiarsi della stella permanente sulle maglie, nonché la più titolata d'Italia, superando il Genoa.

Mentre i viola ottennero fra il 1956-1957 e il 1959-1960 il record di quattro secondi posti consecutivi, milanisti e juventini si spartirono gli scudetti del quadriennio fra i Mondiali di Svezia e i Mondiali del Cile, anche grazie a attaccanti sudamericani, José Altafini ed Omar Sívori. Nel 1960 intanto, in pieno regime commissariale, la FIGC introdusse la novità dell'innalzamento a tre del numero delle retrocessioni, determinando a lungo andare un maggior turnover delle partecipanti al massimo campionato.

Anni sessanta: la Grande Inter[modifica | modifica sorgente]

Angelo Moratti, presidente dell'Inter dal 1955, nel 1960 aveva affidato la panchina della squadra all'argentino Helenio Herrera, allenatore che rigenerò la rosa insidiando gli juventini nel 1960-1961 e i rossoneri nel 1961-1962; entrambe le squadre ottennero i rispettivi scudetti in rimonta sugli interisti. Fu il Mondiale a cambiare le carte in tavola e a dar spazio alle formazioni più giovani, come quella di Moratti, che raggiunse il tricolore nel 1962-1963; in più, sull'altra sponda dei Navigli, le dimissioni del presidente Rizzoli, che con la conquista della Coppa dei Campioni 1962-1963 e la costruzione del modernissimo centro sportivo di Milanello considerò concluso il suo apporto alla società di via Turati, chiusero il ciclo rossonero. Con il periodo di transizione in cui versava la Juventus, il campo fu libero per le ambizioni nerazzurre.

Il Bologna che batté l'Inter all'Olimpico nel 1964, nell'unico caso di spareggio-scudetto nella storia della Serie A a girone unico.

L'anno successivo l'Inter, che conquistò la Coppa dei Campioni, trovò in patria un ostacolo nel Bologna di Fulvio Bernardini. Felsinei e milanesi chiusero a pari punti, rendendo necessaria (caso a sé nella storia del girone unico) la disputa di uno spareggio: a Roma, il 7 giugno 1964, gli emiliani vinsero 2-0 conseguendo il loro settimo ed ultimo scudetto.

Il sodalizio morattiano ebbe modo di rifarsi l'anno successivo, in quella che fu una stagione rilevante per l'Inter: mentre ottenevano il titolo europeo e quello mondiale, i nerazzurri riuscirono in una rimonta ai danni del Milan, che era arrivato anche a un vantaggio di sette punti nel corso del campionato: a Herrera sfuggì solo la Coppa Italia, che andò in finale alla Juventus. Dopo un nuovo titolo intercontinentale, nel 1965-1966 in Italia fu ancora Inter, questa volta mantenendo la vetta della classifica per tutta la stagione: fu il decimo scudetto che valse anche per i lombardi la stella, otto anni dopo quella bianconera.

Helenio Herrera e Sandro Mazzola, simboli della Grande Inter che, tra gli altri, nel 1965-1966 portò ai nerazzurri lo scudetto della stella.

Anche le fatiche del Mondiale d'Inghilterra sembrarono non intaccare il predominio morattiano in un torneo che fu dominato per tutta la stagione. A metà di maggio del 1967 per gli interisti, primi in Serie A e finalisti in Coppa dei Campioni, sembrò profilarsi una nuova campagna densa di vittorie. Giovedì 25 maggio, a Lisbona, la rimonta dei scozzesi del Celtic fece sfumare la possibilità di una vittoria in Coppa. Tornati in patria per l'ultima giornata di campionato, domenica 28 i nerazzurri persero a Mantova per un errore del portiere Giuliano Sarti su tiro dell'ex nerazzurro Beniamino Di Giacomo, cedendo il titolo alla Juventus. A completare il quadro arrivò, il 7 giugno, l'eliminazione in semifinale di Coppa Italia per mano della formazione cadetta del Padova. Per la Grande Inter fu il capolinea.

Il 1967 segnò il ritorno del torneo a sedici partecipanti. Dopo un quadriennio, il primato sul calcio milanese, e su quello nazionale, passò nelle mani del Milan. Col ritorno in panchina di Nereo Rocco, i rossoneri del giovane presidente Franco Carraro aprirono un ciclo che già aveva fruttato, il giugno precedente, la prima Coppa Italia; con il contributo di Gianni Rivera, il Diavolo fece suo sia lo scudetto che la Coppa delle Coppe 1967-1968, e continuò un cammino che arriverà fino al titolo europeo del Bernabéu contro l'Ajax, sconfitta per 4-1, e a quello mondiale della Bombonera, dopo due partite contro l'Estudiantes de La Plata.

In campionato, distratto dagli obiettivi internazionali, il Milan non seppe ripetersi l'anno successivo. Fu invece il Cagliari a mantenere per molte settimane il comando della graduatoria; l'inesperienza dei sardi giocò loro contro, tant'è che alla lunga uscì la forza della Fiorentina: per i viola lo Scudetto 1968-1969 fu il secondo titolo.

Anni settanta[modifica | modifica sorgente]

Lo scudetto del Cagliari, la prima volta della Lazio[modifica | modifica sorgente]

Il Cagliari, prima squadra del Mezzogiorno campione d'Italia nella stagione 1969-1970.

Gli isolani, sostenuti dai gol del varesotto Gigi Riva, ripartirono alla testa della classifica l'anno seguente; quando in inverno furono avvicinati da due potenze come Inter e Juventus, i sardi riuscirono a tenere a debita distanza le inseguitrici e il 12 aprile 1970 conquistarono lo scudetto: fu la prima affermazione in campionato di un club del Mezzogiorno. Inoltre Cagliari, coi suoi centosettantamila abitanti, divenne la più piccola città a vincere la A a girone unico.

I cagliaritani sembrarono partir bene anche nella nuova stagione agonistica e, dopo la vittoria in casa dell'Inter il 25 ottobre, cullarono il sogno d'un secondo trionfo: ma sei giorni dopo a Vienna, durante la partita tra Italia e Austria, un grave infortunio mise fuori gioco Riva, compromettendo in parte la sua carriera. Il campionato tornò a Milano, coi nerazzurri che recuperarono i rossoneri e colsero il loro 11º titolo.

La Lazio per la prima volta scudettata nel torneo 1973-1974

Quattro anni più tardi toccò alla Lazio di Tommaso Maestrelli scrivere per la prima volta il proprio nome nell'albo d'oro della Serie A. I biancocelesti, che già nel 1972-1973 avevano dimostrato di poter lottare fino all'ultima giornata per il Tricolore nonostante il ruolo di neopromossa – smentendo così chi la considerava una meteora tra le "grandi" dell'epoca –, si ripropose in vetta alla classifica durante tutta la stagione seguente fino a conquistare lo scudetto: un titolo dovuto in parte ai gol del capocannoniere Giorgio Chinaglia, alle prestazioni dei centrocampisti Luciano Re Cecconi e Mario Frustalupi, e a quelle del capitano biancoceleste Pino Wilson, oltreché alle doti tecniche e umane dell'allenatore Maestrelli, capace insieme ai suoi giocatori di rompere l'egemonia delle formazioni del Nord.

La Juventus di Boniperti e Trapattoni[modifica | modifica sorgente]

Nel frattempo, nell'estate del 1971 una riforma societaria aveva portato ai vertici della Juventus l'ex capitano Giampiero Boniperti, uomo di fiducia del patron Gianni Agnelli. Nei primi anni settanta, la bandiera bianconera diede il la a una politica societaria volta ad aggiungere annualmente alla rosa un gran numero di promettenti giovani; così facendo, pur nel quadro di un generale scadimento tecnico del torneo, la nuova dirigenza sabauda seppe dar vita ad un ciclo di tre lustri in cui gli juventini rafforzarono definitivamente il loro primato nell'albo d'oro del campionato.

Graziani e Pulici, trascinatori del Torino del 1976, di nuovo campione ventisette anni dopo Superga.

Nelle prime stagioni la lotta fu col Milan di Nereo Rocco: già nel 1971-1972 il capitano rossonero Gianni Rivera fu squalificato per 4 giornate (ridotte a 2 in appello) per le sue accuse al "palazzo", ma nel 1972-1973 le polemiche divennero ancor più aspre. Il torneo vide una serrata lotta fra i lombardi, i piemontesi e la Lazio, coi rossoneri favoriti fino allo scontro diretto dell'Olimpico, perso dai meneghini col punteggio di 2-1. In un clima di tensioni la corsa del Milan subì un arresto e, all'ultima giornata (stanco per la vittoriosa trasferta greca a Salonicco che in settimana gli aveva fruttato la Coppa delle Coppe), il Milan perse al Bentegodi per 3-5, subendo il sorpasso in extremis della Juventus. La Fatal Verona lasciò il segno nella società rossonera, aprendo un'instabilità dirigenziale ultradecennale che si tradusse in scarsi risultati sul campo. Il 1973-1974 vide invece la già citata Lazio rispondere prontamente ai bianconeri.

L'arrivo di Carlo Parola sulla panchina bianconera coincise col riscatto dei piemontesi. Con i campioni in carica della Lazio, distratti dal male che stava affliggendo il loro allenatore Tommaso Maestrelli, i torinesi, aiutati dalle reti di Pietro Anastasi, non incontrarono particolare difficoltà a rimettere le mani sul titolo nel 1974-1975. Nel torneo successivo i bianconeri, malgrado fossero spesso protagonisti di insperati recuperi, persero un scudetto che pareva assai vicino: la sconfitta avvenne per mano del Torino che, con in rosa i Gemelli del gol Pulici e Graziani, tornarono al successo ad un quarto di secolo dalla sciagura di Superga.

Gianni Rivera, simbolo del Milan per diciannove anni, conquistò coi rossoneri tre scudetti compreso l'ultimo del 1978-1979, quello della stella.

Il successivo campionato vide dominare le torinesi, che distanziarono di quindici punti le inseguitrici: la Juventus di Giovanni Trapattoni riuscì a superare i granata al fotofinish per una sola lunghezza (vincendo inoltre la Coppa UEFA, primo trofeo internazionale del club bianconero). Anche nel 1977-1978 il tricolore fu appannaggio dei bianconeri, che precedettero al secondo posto, stavolta con maggior agio, ancora il Toro assieme a una sorprendente neopromossa, il Real Vicenza di G. B. Fabbri e del giovane Paolo Rossi, capocannoniere del torneo.

I Mondiali d'Argentina portarono a vari cambiamenti, in una stagione che vide il Milan, guidato in panchina da Nils Liedholm, assicurarsi la sua prima stella, mancata sei anni prima; la piazza d'onore andò al Perugia dei miracoli di Ilario Castagner, rocciosa provinciale che mise a segno uno storico record d'imbattibilità, diventando la prima squadra nella storia del girone unico a riuscire a chiudere la stagione senza sconfitte.

Anni ottanta[modifica | modifica sorgente]

Lo scandalo del Totonero[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Scandalo del calcio italiano del 1980.

Il campionato 1979-1980 fu l'anno del dodicesimo scudetto dell'Inter, allenata da Eugenio Bersellini e guidata in campo da Alessandro Altobelli ed Evaristo Beccalossi, e anche la stagione dello scandalo del Totonero: il 23 marzo la Guardia di Finanza fece irruzione negli stadi arrestando quattordici tesserati coinvolti in un giro di scommesse clandestine e compravendita di partite, coinvolgendo la Lazio e proprio il Milan, che furono retrocesse a tavolino in Serie B, mentre numerose altre società subirono pesanti penalizzazioni. Per i rossoneri fu la prima discesa nella cadetterìa. Nello scandalo furono coinvolti calciatori di primo livello come Enrico Albertosi del Milan, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia e Wilson della Lazio, e Paolo Rossi (in prestito al Perugia dal Lanerossi Vicenza): quest'ultimo fu squalificato per 2 anni e sarà costretto a saltare il campionato d'Europa 1980 giocato pochi mesi dopo proprio in Italia.

Il dualismo Juve-Roma[modifica | modifica sorgente]

La Juventus trapattoniana dell'annata 1981-1982, prima – e fin qui unica – squadra a cucirsi sulle maglie la seconda stella.

La Serie A uscì dallo scandalo assai indebolita, tanto che per correre ai ripari di fronte allo scadimento tecnico del torneo – certificato dal dimezzamento dei posti disponibili per l'Italia in Coppa UEFA – la FIGC decise di abbandonare la linea autarchica degli anni settanta autorizzando l'ingaggio di uno straniero per squadra (dalla stagione 1982-1983 diventarono due).

Il campionato 1980-1981 fu avvincente fino all'ultima giornata. La lotta per il titolo (nell'anno della finora unica apparizione in A della Pistoiese) fra la Juventus, il Napoli e la Roma del presidente Dino Viola e del tecnico Nils Liedholm ebbe un picco alla terz'ultima giornata, disputata il 10 maggio 1981; in occasione dello scontro diretto fra bianconeri e capitolini al Comunale, un gol del giallorosso Maurizio Turone fu annullato dalla terna arbitrale per fuorigioco:[12][13] la rete, che avrebbe significato il sorpasso dei romanisti al vertice della classifica a due giornate dalla fine, rimase un argomento caldo del calcio tricolore per i decenni a venire.[14] Lo scudetto venne assegnato nell'ultimo turno, il 24 maggio, con la vittoria della Juventus per 1-0 contro la Fiorentina in casa, e con il pareggio romanista per 1-1 in trasferta ad Avellino.

La Roma di nuovo campione, dopo quarantuno anni, nel 1983.

Argomentazioni similari al «gol di Turone» trovarono nuova linfa nel 1981-1982, quando il testa a testa fra i bianconeri e la Fiorentina di Giancarlo Antognoni si risolse solo all'ultimo turno, il 16 maggio 1982, in occasione del quale un gol viola in casa di un Cagliari impegnato in una lotta per la salvezza con Genoa, Bologna e Milan, fu annullato fra le recriminazioni dei gigliati, mentre a Catanzaro un rigore trasformato da Liam Brady premiava la Juventus, consegnandole il suo 20º scudetto, quello della seconda stella.[15] Fu questo anche il primo successo per una squadra sponsorizzata, vista la liberalizzazione avvenuta a inizio stagione circa la presenza di marchi pubblicitari sulle uniformi. Tornando al calcio giocato, l'anno dopo la Roma di Bruno Conti e Falcão tornò al titolo a 41 anni da quello del 1941-1942. La lotta fra bianconeri e giallorossi divenne un "classico" degli anni ottanta, vedendo imporsi ancora i primi nel 1983-1984 e, sfociando in un esito ancor più clamoroso, nel 1985-1986.

La sorpresa Hellas Verona[modifica | modifica sorgente]

Nel mezzo, coi piemontesi impegnati in Coppa dei Campioni, il campionato 1984-1985 vide concretizzarsi il successo di una provinciale: sei decenni dopo l'epopea della Pro Vercelli, fu l'Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli e della coppia d'attaccanti formata da Elkjær e Galderisi a firmare l'impresa di vincere lo scudetto. In un campionato ricco di fuoriclasse stranieri, come Rummenigge dell'Inter, Boniek e Platini della Juventus, Maradona del Napoli e Zico dell'Udinese, la squadra gialloblù ottenne la matematica vittoria del titolo il 12 maggio 1985 a Bergamo, pareggiando contro l'Atalanta per 1-1. La stagione 1984-1985 è anche passata alla storia per il numero massimo di spettatori, tra paganti e abbonati, allo stadio nella storia del campionato a girone unico, 38.000 a partita.

L'Hellas Verona dello storico scudetto maturato nel 1985

Come accennato in precedenza, il torneo 1985-1986 ripropose invece la lotta fra capitolini e torinesi: quando tutti si aspettavano il trionfo dei giallorossi, la Roma perse in casa contro un Lecce già retrocesso e ultimo in classifica, lasciando la porta aperta a un nuovo successo juventino. Fu il nono titolo in quindici anni per la gestione Boniperti, che chiuse così il suo ciclo dopo aver vinto, l'8 dicembre 1985, la prima Coppa Intercontinentale della sua storia a Tokyo.

Il Milan di Sacchi, il Napoli di Maradona e l'Inter dei record[modifica | modifica sorgente]

L'inverno del 1985 fu molto tormentato per il Milan. L'eliminazione dalla Coppa UEFA per mano dei belgi del Zulte Waregem accese la contestazione dei tifosi contro il presidente Farina, che fuggì all'estero. Quando la Federazione dispose una ricognizione dei libri contabili, emerse una situazione di dissesto finanziario tale da prefigurare un immediato rischio di fallimento: fu l'imprenditore televisivo Silvio Berlusconi ad acquistare la società il 24 marzo 1986 impegnandosi nel pagamento dei debiti.

Diego Armando Maradona, leader del Napoli per due volte campione d'Italia a fine anni ottanta.

La nuova stagione fu appannaggio del Napoli di Diego Armando Maradona. Gli azzurri, trascinati dal campione argentino, presero il comando della classifica cogliendo il primo scudetto della loro storia. La squadra del presidente Corrado Ferlaino riuscì a prendere il comando il 9 novembre dopo aver battuto la Juventus nello scontro diretto al Comunale di Torino. Da quel momento in poi i partenopei non lasciarono più la testa della classifica, anche se ci furono dei momenti in cui altre squadre si avvicinarono, in particolare l'Inter. Due sconfitte consecutive della squadra milanese allenata da Trapattoni, rispettivamente alla tredicesima e quattordicesima giornata del girone di ritorno, permisero al Napoli di festeggiare il primo scudetto della sua storia il 10 maggio, dopo il pareggio allo stadio San Paolo contro la Fiorentina. Quella gara è ricordata anche per il primo gol in Serie A segnato dal ventenne attaccante viola Roberto Baggio, che collezionerà 205 gol fino alla stagione 2003-2004.

In estate il Milan di Silvio Berlusconi si attivò sul mercato e portò a Milanello i due olandesi Ruud Gullit e Marco van Basten, il centrocampista Carlo Ancelotti e come allenatore Arrigo Sacchi, seguace del gioco a zona e del calcio totale, tecniche innovative nel calcio italiano. I rossoneri partirono bene, ma furono i partenopei ad andare in fuga. Il successo rossonero nello scontro diretto di San Siro parve un episodio isolato fino a Pasqua, allorché i napoletani accusarono un periodo negativo. Sconfitta anche al San Paolo, la formazione di Maradona non vinse neppure le gare rimanenti, e un pareggio a Como all'ultima giornata consegnò ai lombardi lo scudetto.

L'Inter dello scudetto dei record conseguito nel torneo 1988-1989

Nella stagione 1988-1989 il campionato tornò a comporsi di 18 partecipanti e aumentò il numero di stranieri da schierare in campo, da due a tre. Mentre i rossoneri erano vittoriosi nelle partite che portarono alla conquista della Coppa dei Campioni a Barcellona, l'Inter di Giovanni Trapattoni si rese protagonista di un campionato che riuscì a dominare in ogni aspetto, cogliendo lo scudetto dei record. Diversa fu l'annata successiva: la squadra nerazzurra interruppe presto la propria serie positiva, e tornarono in testa partenopei e milanisti. Se l'andata fu appannaggio degli azzurri, il ritorno vide l'avanzata rossonera che fruttò loro il primato. Dopo risultati alterni e qualche polemica, i napoletani ratificarono lo scudetto battendo in casa la Lazio per 1-0.

Per i campani fu l'ultima stagione di successi: Diego Armando Maradona lasciò la squadra per l'Argentina allorché risultò positivo al test antidoping dopo la partita Napoli-Bari, e per gli azzurri fu l'inizio di un declino che li porterà, nel giro di quindici anni, al fallimento e alla rifondazione che comportò la ripresa dalla Serie C1. La stagione 1989-1990 è passata alla storia anche per la vittoria delle squadre italiane in tutte le tre competizioni europee organizzate dall'UEFA: il Milan conquistò per il secondo anno consecutivo la Coppa dei Campioni, la Sampdoria conquistò la Coppa delle Coppe e la Juventus si aggiudicò la Coppa UEFA battendo nella doppia finale un'altra squadra italiana, la Fiorentina. La stessa estate fu anche quella dei Mondiali di Italia '90, chiusi al terzo posto dalla Nazionale italiana.

Anni novanta[modifica | modifica sorgente]

Il trionfo della Sampdoria[modifica | modifica sorgente]

I gemelli del gol blucerchiati, Gianluca Vialli e Roberto Mancini, trascinatori della Sampdoria campione d'Italia nel 1990-1991.

Il nuovo campionato vide molte squadre inizialmente in vetta, tra cui figuravano il Milan, l'Inter, la Juventus, una Sampdoria ormai stabilmente ai vertici e la sorprendente matricola Parma. Dopo la pausa natalizia, il gruppo perse svariati elementi ed emersero le due milanesi e i genovesi. Furono gli scontri diretti a sancire il predominio doriano: battendo i rossoneri a Marassi e i nerazzurri a San Siro, i blucerchiati di Gianluca Vialli e Roberto Mancini e del presidente Paolo Mantovani, colsero il loro primo e finora unico scudetto. I principali delusi furono i rossoneri, che avevano sì incamerato la loro seconda Coppa Intercontinentale consecutiva (e anche un'altra Supercoppa UEFA, vinta proprio contro i liguri), ma erano usciti dalla Coppa dei Campioni in una notte marsigliese che costò ai rossoneri un anno di squalifica dalle coppe europee.

Il Milan di Capello[modifica | modifica sorgente]

Marco van Basten, goleador del Milan degli Invincibili al vertice nei primi anni novanta.

Il Milan lasciò quindi partire Sacchi per la Nazionale affidando la panchina a Fabio Capello. Il tecnico di Pieris rigenerò lo spogliatoio costruendo una stagione in cui i rossoneri non ebbero rivali: vinsero il titolo distanziando la Juventus di Trapattoni, e chiusero il torneo imbattuti (eguagliando il Perugia del 1979, e diventando la prima squadra a vincere lo scudetto senza mai perdere una partita), guadagnandosi così l'appellativo di Invincibili.

Anche la stagione successiva fu un monologo del Diavolo, che conobbe la sua prima sconfitta – dopo una serie record di 58 gare – il 21 marzo per il successo del Parma a San Siro con una rete di Faustino Asprilla; fu unicamente l'Inter di Osvaldo Bagnoli a tentare l'inseguimento, fugato dal pareggio di Ruud Gullit nel derby della vigilia di Pasqua. Le partenze in estate, di Gullit verso la Sampdoria e di Frank Rijkaard all'Ajax, e il prematuro ritiro di Marco van Basten, sembrarono suggerire un cambio di strategia per cui Capello valorizzò la difesa guidata da Franco Baresi[16], che permise al portiere Sebastiano Rossi di stabilire il record di imbattibilità della propria porta con 929 minuti. Come due anni prima, la principale inseguitrice fu la Juventus, a cui si aggiunse la Sampdoria, ma la squadra di Capello seppe tener testa agli avversari cogliendo il terzo scudetto consecutivo e collezionando una striscia di successi che non si verificava dai tempi del Grande Torino. A completare il palmarès giunse anche la vittoria nella finale di Coppa dei Campioni 1993-1994 sul Barcellona per 4-0, che permise ai lombardi di cogliere quell'accoppiata che anche gli interisti erano riusciti a realizzare nel 1965. Il Milan seppe, quell'anno, sfruttare i gol di un attaccante che il ritiro di Van Basten aveva promosso titolare, Daniele Massaro, e le giocate del montenegrino Dejan Savićević. Negli stessi anni il neopromosso Foggia di Zdenek Zeman, grazie al modulo 4-3-3 e al gioco vivace, portò una ventata di novità nel calcio italiano.

La Juventus di Lippi[modifica | modifica sorgente]

Mai nel secondo dopoguerra erano trascorse ben otto stagioni consecutive senza che la Juventus cogliesse un titolo. Decisi a non allungare ancora la striscia negativa, Gianni e Umberto Agnelli rivoluzionarono l'assetto organizzativo della società, affidandone la gestione al manager Antonio Giraudo, a Luciano Moggi e a Roberto Bettega: i tre dirigenti formarono un efficace gruppo di amministratori, detto la Triade.

Marcello Lippi, cinque scudetti sulla panchina della Juventus.

Sulla panchina bianconera fu chiamato Marcello Lippi, che seppe sfruttare la novità regolamentare introdotta dopo i Mondiali USA; seguendo la linea della FIFA tesa a disincentivare i pareggi favorendo lo spettacolo, anche la FIGC introdusse la norma che assegnava tre punti ad ogni vittoria, e non più due (in realtà tale regola ebbe una prima sperimentazione l'anno prima in Serie C). Il torneo vide andare in testa il Parma di Nevio Scala, ma Lippi, schierando la squadra con un offensivo schema 4-3-3, che sostituì il classico 4-4-2 che aveva fatto le fortune del Milan, ottenne un alto numero di vittorie. Il tridente formato da Gianluca Vialli, Roberto Baggio e Fabrizio Ravanelli, assicurò molte reti in un'annata in cui i bianconeri si trovarono a competere coi gialloblù su tutti i fronti. Se i ducali prevalsero nella finale di Coppa UEFA, la truppa di Lippi si aggiudicò quella di Coppa Italia e lo scudetto dopo nove anni di attesa. L'ascesa della Juventus continuò la stagione successiva quando, lasciando spazio in campionato – come già accennato – al Milan, i torinesi riuscirono a conquistare a Roma contro l'Ajax la seconda Coppa dei Campioni della storia bianconera.

La bandiera bianconera Alessandro Del Piero, vincitore di sei campionati italiani nelle sue diciotto stagioni in massima categoria.

Tra il 1996-1997 e il 1997-1998 si susseguirono due stagioni simili sotto molti aspetti. In entrambe, un Milan alle prese con un arduo ricambio generazionale conseguì piazzamenti che comportarono l'esclusione dalle coppe europee; la Juventus perse la Coppa dei Campioni all'ultimo atto; i bianconeri vinsero però due scudetti. Rafforzatisi con l'acquisto del trequartista franco-algerino Zinedine Zidane, i torinesi presero il comando di un campionato che a novembre era guidato dal Vicenza di Francesco Guidolin (vincitore nel 1997 del suo primo trofeo nazionale, la Coppa Italia); in inverno aumentarono il loro rendimento prima l'Inter, fermata nel recupero dallo 0-0 contro la Juventus a San Siro, poi il Parma, unica società nel Dopoguerra che fosse riuscita ad insidiare in maniera non episodica le gerarchie tradizionali del calcio italiano. I gialloblù sembrarono avere grosse chance per cogliere il loro primo scudetto quando vinsero all'Olimpico di Roma, ma alcuni passi falsi li frenarono finché, nello scontro diretto, il 18 maggio 1997 dello Stadio delle Alpi, il pareggio con i bianconeri vanificò gli sforzi degli emiliani, che persero matematicamente il titolo alla penultima giornata (25 maggio 1997), nonostante la vittoria in casa contro il Bologna, dopo che la Juventus pareggiò 1-1 a Bergamo contro l'Atalanta due giorni prima, il 23 maggio (gara anticipata per via della finale Coppa dei Campioni 1996-1997 in programma il 28 maggio). Questo titolo suggellò anche il Centenario della Vecchia Signora. L'anno successivo fu l'Inter di Massimo Moratti e di Luigi Simoni ad impensierire la truppa di Lippi: capolista per gran parte del girone d'andata e vincitrice del primo scontro diretto, la squadra nerazzurra vanificò i risultati iniziali con alcune sconfitte, tra cui quelle interne contro il Bari e il Bologna (entrambe per 0-1). L'episodio più controverso e famoso è l'arbitraggio di Piero Ceccarini in Juventus-Inter. Con la Juventus in vantaggio 1-0, un possibile fallo da rigore dello juventino Mark Iuliano sull'interista Ronaldo, non venne fischiato da Ceccarini, il quale, nel ribaltamento dell'azione, assegnò un rigore per la Juventus (poi parato da Pagliuca). La partita terminò 1-0 e le discussioni avvennero in tutti i mass-media e anche in Parlamento. La Juventus riuscì quindi a cogliere il suo 25º titolo, arrivato il 10 maggio, con un turno di anticipo.

Dopo i Mondiali 1998 i bianconeri, molti dei quali protagonisti della manifestazione estiva, risentirono delle stanchezze da essa procurate, come accadde peraltro anche ai loro avversari nerazzurri. Si ebbe pertanto un campionato anomalo, in cui salirono le quotazioni della Fiorentina di Giovanni Trapattoni e del bomber Gabriel Batistuta: i viola rimasero in testa fino a febbraio, quando l'infortunio della punta argentina e le assenze di Edmundo compromisero i loro sforzi a vantaggio della Lazio di Sven Goran Eriksson, che sembrò a sua volta avviata al titolo quando subì due sconfitte consecutive, nel derby e contro la Juventus. A questo punto si fece sotto il Milan di Alberto Zaccheroni, allenatore che aveva colto ottimi risultati negli anni precedenti con l'Udinese: i rossoneri riuscirono a sorpassare i biancocelesti nel penultimo turno e, la domenica seguente a Perugia, in una gara in cui gli umbri si giocavano la salvezza, conseguirono quella vittoria che gli permise di conquistare lo scudetto nell'anno del loro centenario. Nel frattempo la Juventus, che aveva sostituito Marcello Lippi con Carlo Ancelotti, perse lo spareggio per la zona UEFA con l'Udinese, chiudendo così al settimo posto della graduatoria, vedendosi costretta a partecipare all'Intertoto per non rinunciare alle coppe europee la stagione successiva (l'Inter, che perse un analogo spareggio per l'UEFA contro il Bologna, rinuncerà invece all'Intertoto).

Anni duemila[modifica | modifica sorgente]

Il biennio a tinte romane[modifica | modifica sorgente]

Alessandro Nesta, capitano della Lazio tricolore nel 2000.

I biancocelesti cercarono un pronto riscatto nel nuovo campionato, ma dovettero assistere al ritorno in forze della Juventus, che dopo un serrato testa a testa, chiuse in testa il girone d'andata, per poi prendere progressivamente il largo: spentisi alla distanza i rossoneri (che chiuderanno al terzo posto), i bianconeri sembravano sicuri del titolo grazie ai loro nove punti di vantaggio sui romani. Le fatiche dell'Intertoto e della mancata preparazione estiva si fecero sentire il 26 marzo, allorché la Juventus cadde a San Siro e subito dopo nello scontro diretto casalingo; dopo una nuova sconfitta a Verona, si ridussero a due i punti che la separavano dalle contendenti. Quando all'ultimo minuto della penultima giornata il difensore del Parma Fabio Cannavaro segnò ai bianconeri una rete del possibile pareggio che avrebbe significato l'aggancio, l'arbitro Massimo De Santis l'annullò per motivi non chiari: in settimana vi furono ancora molte polemiche sul fronte Juventus-arbitri, cui fecero corollario scontri e disordini a Roma tra la polizia e gli ultras biancocelesti che cercarono di dare l'assalto alla sede della FIGC. Fu in questo clima che, all'ultima giornata, una Lazio con poche speranze e una sola combinazione utile, vinse in casa contro la Reggina, mentre a Perugia la gara della Juventus era stata interrotta per un violento temporale tra il primo ed il secondo tempo. La partita non venne rinviata, l'arbitro Pierluigi Collina (scelto volutamente per tale situazione), dopo una lunga attesa, diede l'ordine di disputare il secondo tempo della gara. I perugini giocarono col massimo impegno, anche perché il presidente biancorosso Luciano Gaucci aveva minacciato la propria squadra di mandarla in ritiro, anziché in vacanza, se non avesse battuto i bianconeri. Fu così che un gol del perugino Alessandro Calori costò sconfitta e titolo agli juventini (situazione analoga a quella di ventiquattro anni prima), mentre all'Olimpico la Lazio poté festeggiare lo scudetto; tale vittoria suggellò inoltre, come nella passata stagione per il Milan, il centenario dei biancocelesti.

Francesco Totti, fulcro della Roma campione del 2001.

L'Anno Santo portò successo anche all'altra metà della Capitale, visto che nella nuova stagione fu la Roma di Fabio Capello a prendere il largo: i giallorossi mantennero vantaggi rassicuranti sulla Juventus inseguitrice, ma in primavera sembrarono in calo; un gol di Vincenzo Montella nello scontro diretto permise ai romani di cogliere il loro terzo scudetto il 17 giugno. La posizione del giocatore romanista Nakata (poi risultato decisivo nello sviluppo della partita), di nazionalità giapponese, era stata regolarizzata dalla Federazione solo il giorno prima della gara dello Stadio delle Alpi, allargando le norme sul tesseramento dei calciatori extra-comunitari. Per la prima volta nella storia del campionato italiano, il tricolore fu appannaggio per due anni consecutivi delle squadre romane.

L'alternanza al vertice tra Juventus e Milan[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 2001 il patron juventino Umberto Agnelli decise di prendere in mano la situazione, e richiamò in panchina Marcello Lippi. La squadra fu fortemente rinnovata, con le partenze di Filippo Inzaghi verso il Milan e di Zinedine Zidane al Real Madrid, e gli arrivi di Gianluigi Buffon (pagato 100 miliardi), Pavel Nedvěd e Lilian Thuram. Nella stagione che vide un inedito derby in Serie A, il quinto, quello fra Verona e Chievo, il gruppetto formato dai campioni in carica, dai bianconeri e dall'Inter di Hector Cuper, si staccò via via dalle inseguitrici. La vittoria dei nerazzurri nello scontro diretto con i giallorossi sembrò lanciarli verso il titolo, che parve a un passo a un minuto dalla fine della terzultima giornata, quando i milanesi godevano di cinque lunghezze di vantaggio: un gol subito dall'Inter a Verona, e uno realizzato dalla Juventus a Piacenza, portò però i torinesi ad un solo punto di distanza, situazione con cui si arrivò all'ultima giornata, il 5 maggio. Decine di migliaia di tifosi nerazzurri occuparono lo Stadio Olimpico di Roma, contando sulla solida amicizia con i sostenitori della Lazio, mentre i bianconeri si recarono dalla oramai salva Udinese, e i romanisti erano di scena allo Stadio delle Alpi contro il Torino. Mentre gli juventini vinsero, gli interisti si portarono in vantaggio, annullando un primo recupero biancoceleste; in seguito, si ebbe un profondo mutamento dello scenario. Dapprima la Lazio pareggiò, portandosi poi sul doppio vantaggio; quindi anche la Roma superò i granata: per la Juventus fu scudetto dopo quattro anni di digiuno, alla Roma andò il secondo posto, mentre l'Inter si ritrovò terza e costretta ai preliminari estivi di Coppa dei Campioni 2002-2003. L'impatto del mancato obiettivo lasciò il segno nell'ambiente nerazzurro, da cui partì il brasiliano Ronaldo, ex pupillo del presidente Moratti. In quella stagione destò sorpresa il ChievoVerona, che al debutto in A sfiorò la Champions; sotto la guida di Luigi Delneri e con una squadra cresciuta in provincia, composta da molti debuttanti, la squadra del piccolo quartiere di Verona, dopo essersi ritrovata in testa alla classifica per buona parte del girone d'andata si avvicinò ai preliminari di Champions League, arrivando quinta e in Coppa UEFA.

L'attaccante del Milan Andrij Ševčenko, per due volte capocannoniere della massima serie.

L'insperato successo diede nuove convinzioni invece alla Juventus, che nel 2003 si rilanciò in una stagione rilevante su tutti i fronti, insieme al Milan di Carlo Ancelotti, rafforzatosi con l'acquisto del capitano biancoceleste Alessandro Nesta e degli interisti Clarence Seedorf e Dario Šimić, oltre che del portiere brasiliano Dida, e all'Inter, priva sì di Ronaldo, ma con i nuovi acquisti Fabio Cannavaro e Hernán Crespo. In campionato si registrò un testa a testa fra le due milanesi fino al giro di boa, ma alla lunga entrambe lasciarono il passo al ritorno dei bianconeri, anche a causa del lungo impegno europeo che vide le tre italiane arrivare in semifinale di Champions League; i piemontesi si aggiudicarono nuovamente il titolo.

Il Milan vinse il diciassettesimo scudetto nel 2003-2004. In un primo momento i bianconeri sembrarono poter tenere il ritmo della capolista, ma pian piano scivolarono indietro; inizialmente furono invece i giallorossi di Fabio Capello ad accreditarsi come favoriti al titolo, ma le quotazioni dei romani, campioni d'inverno, uscirono ridimensionate dalla triplice sconfitta – comprese due gare di Coppa Italia – inflitta loro dal Milan tra gennaio e febbraio. I milanesi, che potevano contare sull'ucraino Andriy Shevchenko e sul neoacquisto brasiliano Kaká, fecero propri entrambi i derby, espugnarono il Delle Alpi e, battendo in casa proprio la Roma il 2 maggio, ottennero il titolo con un largo primato (11 punti), nonostante un gruppo che, esclusi gli arrivi, oltre che di Kaká, dei terzini Cafu e Pancaro, era pressappoco lo stesso dell'anno prima. Dal 2004-2005, in seguito a un compromesso con le squadre della Serie B turbate dal Caso Catania, la Serie A tornò a 20 squadre.

Pavel Nedvěd, tre titoli italiani tra Lazio e Juventus a cavallo del nuovo millennio.

I rossoneri, definitivamente riassestati dopo le annate altalenanti successive all'ingresso in politica di Berlusconi, erano i favoriti anche per la nuova stagione, ma la Juventus del neoallenatore Fabio Capello, giunto a Torino dopo il controverso addio alla Roma, si dimostrò un avversario temibile. I bianconeri andarono in fuga con solo il Milan costretto ad inseguire, lo scontro diretto di Torino, in cui i rossoneri mostrarono d'essere in predominio, fece riaffiorare un clima di polemiche per l'arbitraggio di Paolo Bertini, dopo che già la settimana prima si era avuto molto da discutere sulla direzione di Tiziano Pieri nella trasferta bianconera di Bologna. Il vantaggio dei torinesi, cresciuto ad otto lunghezze a gennaio, si ridusse a febbraio, fino all'aggancio dei milanesi. A questo punto le due compagini iniziarono un testa a testa, con nuove diatribe sugli arbitraggi dei bianconeri: dopo il prodromo di Cagliari, le discussioni si incentrarono sulle conduzioni di Salvatore Racalbuto contro la Roma e soprattutto quella di Gianluca Paparesta a Verona, dove l'arbitro non vide entrare in porta un gol del ChievoVerona. Alla fine, furono gli impegni di Champions League a fare la differenza: coi bianconeri già eliminati, i rossoneri faticarono alquanto a mantenersi in lotta sui due fronti, perdendo prima lo scontro diretto casalingo, e conseguentemente il titolo, l'8 maggio, e poi anche la coppa nella finale di Istanbul. Per i torinesi si trattò del ventottesimo scudetto. Nella nuova stagione gli uomini di Capello staccarono tutte le inseguitrici e guadagnarono ingenti distacchi. Un calo di rendimento primaverile, con conseguente uscita dall'Europa, favorì il ritorno del Milan, ma i bianconeri seppero difendere i loro tre residui punti di vantaggio.

Lo scandalo di Calciopoli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Calciopoli.

A due settimane dall'assegnazione del titolo del 2006, il 2 maggio 2006, la Procura della Repubblica di Napoli iscrisse nel registro degli indagati, con l'ipotesi di frode sportiva, numerosi dirigenti calcistici. Secondo gli inquirenti, basatisi su intercettazioni telefoniche, Luciano Moggi e Antonio Giraudo, dirigenti della società bianconera, si sarebbero adoperatati per accomodare numerose gare del campionato 2004-2005, tramite minacce e la costruzione di un sistema di potere in grado di condizionare la classe arbitrale: i già menzionati episodi controversi di quel torneo sarebbero stati parte di una macchinazione ideata da una cupola in grado di influenzare ogni aspetto dell'attività della FIGC.

Fabio Capello, già vincente sulle panchine di Milan e Roma, e allenatore della Juventus travolta dallo scandalo Calciopoli.

In seguito al coinvolgimento diretto nello scandalo del presidente federale Franco Carraro, dimessosi l'8 maggio 2006, e del suo vice Innocenzo Mazzini, dimessosi il 10 maggio 2006, la Federazione venne commissariata dal CONI a partire dal 16 maggio 2006. Insieme alla Juventus furono inquisite altre società, accusate di essersi rivolte a Luciano Moggi per ottenere indebiti favori: la Fiorentina, che si sarebbe adoperata per salvarsi in luogo delle due emiliane Parma e Bologna, oltre al Brescia; la Lazio, anch'essa in una incerta posizione di classifica e punita per un tentativo di corruzione nella partita con il Lecce, come pure la Reggina. Rientrarono nell'inchiesta anche le azioni di Leonardo Meani, dirigente rossonero addetto alle relazioni con gli arbitri; è provato che intrattenesse rapporti con il designatore Paolo Bergamo per accomodare, alle preferenze della società Milan, la designazione di alcuni guardalinee: pur essendo la persona di Adriano Galliani, vicepresidente rossonero e presidente della Lega Calcio, non personalmente implicata nei suddetti rapporti, il procuratore della FIGC Stefano Palazzi dichiarò colpevole il dirigente milanista per responsabilità oggettiva sull'operato del suo sottoposto.

Lo scandalo, battezzato Calciopoli dalla maggior parte della stampa, portò alle sentenze di primo grado del 14 luglio, mitigate poi nell'appello del 25 luglio: la Juventus, privata sia del titolo del 2004-2005 sia, per incompatibilità, di quello del 2005-2006, fu ricollocata all'ultimo posto in classifica e retrocessa in Serie B per la prima volta nella sua storia; inoltre le vennero comminati 17 punti di penalizzazione, poi ridotti a 9. La Fiorentina e la Lazio, graziate da analogo provvedimento, furono escluse dalle coppe europee; il Milan fu escluso dalla riassegnazione del titolo e costretto al turno preliminare estivo per rientrare in Coppa dei Campioni 2006-2007; alla Reggina, come a tutte le squadre coinvolte, furono comminate penalizzazioni per la stagione entrante. Tutti i dirigenti coinvolti furono inibiti.

L'estate del 2006 passò alla storia del calcio italiano, oltre che per lo scandalo di Calciopoli, anche per la conquista del 4º titolo di Campione del Mondo della Nazionale italiana al Mondiale 2006 giocato in Germania; gli azzurri, guidati da Marcello Lippi, riuscirono a riportare in Italia la Coppa del Mondo dopo 24 anni d'attesa, sconfiggendo in finale la Francia per 5-3 ai rigori la sera del 9 luglio 2006 a Berlino.

Gli anni dell'Inter[modifica | modifica sorgente]

Javier Zanetti, capitano di lungo corso della squadra nerazzurra, con cui ha inanellato cinque scudetti consecutivi dal 2006 al 2010.

L'Inter, che in qualità di prima classificata alle spalle di Juventus e Milan beneficiò dell'assegnazione dello scudetto 2006 da parte della FIGC, vinse il campionato 2007, grazie anche all'apporto di due pedine prelevate dalla Juventus appena retrocessa, Zlatan Ibrahimović e Patrick Vieira, stabilendo nel corso della stagione diversi record, tra cui il maggior numero di punti (97) e la più lunga serie di vittorie consecutive (17). Da segnalare, per la stagione 2006-2007, la salvezza della Reggina che, penalizzata di 11 punti, riuscì comunque a evitare la retrocessione grazie ai 40 punti ottenuti (51 esclusa la penalità). Il torneo dell'anno successivo vide il ritorno della rinnovata Juventus di Claudio Ranieri insieme a Genoa e Napoli, entrambe protagoniste di una doppia promozione dalla Serie C. A vincere fu l'Inter, che s'aggiudicò il titolo all'ultima giornata battendo 2-0 il Parma (condannandolo alla B dopo 18 anni), staccando così di 3 punti la Roma, che pure era stata capace di rimontare diversi punti dopo essere stata anche a -11, e che era andata all'intervallo dell'ultima giornata con un punto di vantaggio sull'Inter (vincendo 1-0 a Catania mentre i nerazzurri erano ancora fermi sullo 0-0).

Nel campionato 2008-2009 con l'approdo in nerazzurro del tecnico portoghese José Mourinho, l'Inter si confermò ancora la più forte portandosi in testa già dal girone d'andata, nonostante la resistenza delle rivali storiche Juventus e Milan, che si alternarono al secondo posto e chiusero a pari punti, a dieci lunghezze dai nerazzurri (con la Juventus avanti per gli scontri diretti). Durante la stagione la Roma, la principale antagonista dei due anni precedenti, accusò una battuta di arresto e chiuse al sesto posto. La conquista matematica dello scudetto avvenne a due giornate dalla fine, con la vittoria per 2-1 da parte dell'Udinese nei confronti dei cugini rossoneri il 16 maggio. Con questo tricolore, il 17° della storia nerazzurra, l'Inter raggiunse per numero di scudetti proprio i rivali meneghini.

José Mourinho, primo tecnico portoghese campione d'Italia, ed artefice del treble interista del 2010.

Il sorpasso sui rossoneri avvenne nella stagione successiva grazie al quinto titolo consecutivo. Il campionato fu caratterizzato ancora una volta dalla sfida Roma-Inter, con un testa a testa simile a quello di due anni prima, conclusosi solo all'ultima giornata in favore dei nerazzurri. Stavolta i giallorossi si inserirono nella lotta tra le milanesi partendo da -14 e arrivando in testa alla classifica, facendosi però scavalcare dalla compagine milanese allorché lo scudetto pareva ormai a un passo. Lo stesso dualismo si ripeté in Coppa Italia con la finale disputata allo stadio Olimpico e vinta ancora dalla squadra di Mourinho. L'Inter concluse la stagione con la vittoria della Champions League, conquistata a Madrid contro il Bayern Monaco, e divenne così il primo club italiano, ed il sesto europeo, a centrare il treble, ovvero la conquista nella stessa stagione di campionato, coppa nazionale e Champions League. Delusero invece il Milan (che nel mercato estivo aveva ceduto Kakà al Real Madrid e perso Ancelotti, passato ad allenare il Chelsea), arrivato comunque terzo, e la Juventus, autrice di un'importante campagna acquisti nel corso del mercato estivo, che però non diede i risultati sperati[17]: i bianconeri conclusero infatti la stagione al 7º posto (per la terza volta negli ultimi venti anni) perdendo 15 partite e concludendo con una differenza reti negativa (record negativi eguagliati dopo 48 anni, aggravati dall'eliminazione nelle altre competizioni disputate).

Anni duemiladieci[modifica | modifica sorgente]

Nella stagione 2010-2011 si assistette al ritorno al successo del Milan, che raggiunse l'Inter per numero di campionati vinti, dopo 24 giornate passate in testa alla classifica, ottenendo il titolo con due giornate di anticipo grazie al pareggio con la Roma per 0-0 allo Stadio Olimpico; questo accadimento permise al suo allenatore Massimiliano Allegri di eguagliare il record di Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Alberto Zaccheroni, che vinsero lo scudetto al primo anno di panchina rossonera. Zlatan Ibrahimović, che aveva indossato con quella milanista le casacche delle tre grandi d'Italia, fu il simbolo della stagione dei diavoli. Al di là del primato del Milan, la lotta per la classifica fu combattuta sino alle ultime giornate. Infatti Inter e Napoli, classificatesi al termine del campionato rispettivamente al 2º e al 3º posto, contesero seriamente il titolo al Milan, proponendosi a turno come possibili alternative per il primato; ma anche la lotta per l'accesso alla Champions League si decise solo all'ultima giornata: a spuntarla fu l'Udinese, che terminò il campionato davanti alla Lazio (che si dovette invece accontentare della Europa League assieme a Roma e al Palermo finalista di Coppa Italia) solo per differenza reti. La Juventus chiuse la stagione con un altro 7º posto (il quarto negli ultimi ventuno anni), nonostante i buoni propositi estivi e l'ingresso in società come presidente di Andrea Agnelli, mancando quindi la qualificazione alle competizioni europee (a differenza della stagione precedente), cosa che non si verificava – Calciopoli a parte – dalla stagione 1990-1991. La squadra torinese, inoltre, non concludeva almeno due campionati consecutivi al di sotto del sesto posto dal periodo 1954-1957.

Zlatan Ibrahimović, oltre ai quattro scudetti conquistati con le maglie delle milanesi, è stato il primo calciatore a bissare consecutivamente il titolo di miglior marcatore con due club diversi.

Il calcio italiano confermò la sua flessione in Europa, perdendo una posizione nel Ranking UEFA a vantaggio della Germania e di conseguenza una squadra in Champions League, attestandosi al 4º posto dietro anche a Inghilterra e Spagna (rispettivamente al 1º e al 2º posto). Nonostante questo, durante la stagione 2011-2012, ben 3 squadre italiane raggiunsero gli ottavi di Champions League, sintomo di un miglioramento dell'Italia nelle competizioni europee.

Un'altra novità di questa stagione è la tessera del tifoso, uno strumento di fidelizzazione adottato in Italia dalle società di calcio, dopo una direttiva del Ministro dell'Interno del Governo Berlusconi IV Roberto Maroni del 14 agosto 2009, che prevede verifiche della Questura al fine di identificare i tifosi di una squadra calcistica o della Nazionale. La Tessera del tifoso è, nella quasi totalità dei casi, rilasciata dalle banche o dal circuito Lottomatica, mentre in alcune circostanze è rilasciata direttamente dalle società calcistiche; oltre a costituire titolo di accesso allo stadio è una carta di credito ricaricabile e ha validità di 5 anni. La tessera non ha un costo fisso: è generalmente gratuita per gli abbonati o coloro che l'hanno richiesta entro un certo tempo utile, mentre ha un prezzo di 10 euro per i non abbonati e per coloro che decidono di sottoscriverla in un qualsiasi momento.

A fine stagione scoppiò invece un nuovo scandalo legato al calcioscommesse, anche noto mediaticamente come Scommessopoli, che vide coinvolti giocatori, dirigenti e società di Serie A, Serie B, Lega Pro e Lega Nazionale Dilettanti (Divisione Calcio a 5). Fra i nomi più noti vi erano quelli del capitano della neopromossa Atalanta, Doni, e degli ex calciatori Bettarini e Signori. I processi sportivi di primo e secondo grado, svoltisi nell'agosto 2011, videro gli organi giudicanti della FIGC accogliere sostanzialmente l'impianto accusatorio del Procuratore Federale Stefano Palazzi: furono irrogate pesanti squalifiche nei confronti di molti tesserati, ritenuti colpevoli di illecito sportivo, e diversi punti di penalizzazione nei confronti delle società coinvolte per responsabilità oggettiva o presunta.

Il ritorno della Juventus[modifica | modifica sorgente]

Antonio Conte, allenatore delle Juventus scudettate del 2012 – col nuovo primato d'imbattibilità stagionale (38 partite) – e del 2014 – col nuovo record di punti (102).

Il campionato 2011-2012 vide il ritorno alla vittoria della Juventus, che conquistò il suo 28º scudetto a nove anni di distanza dall'ultimo (escludendo i titoli cancellati da Calciopoli), concludendo inoltre l'intero torneo imbattuta; i bianconeri diventando così la terza squadra ad eguagliare il Perugia del 1979 ed il Milan del 1992, ma sono i primi a conseguire il primato in un campionato a 20 squadre. Dopo un ottimo girone d'andata che la vide laurearsi campione d'inverno davanti al Milan, la squadra di Antonio Conte (tornato nella formazione di cui fu capitano) avvertì un calo di rendimento tra febbraio e marzo, coinciso col sorpasso rossonero; tuttavia nella parte finale del campionato si assistette alla ripresa dei bianconeri, che recuperarono terreno e sopravanzarono i rivali sino a conquistare il titolo con una giornata d'anticipo, il 6 maggio 2012, grazie alla vittoria per 2-0 sul Cagliari e al contemporaneo 4-2 inflitto al Milan nel derby dall'Inter. Dietro al duo di testa, una "provinciale" come l'Udinese, trascinata dai gol di Antonio Di Natale, si confermò terza forza del campionato in questo inizio di decennio.

Anche il torneo seguente fece registrare il successo della Juventus, stavolta con meno patemi rispetto all'anno precedente. La squadra torinese, che dopo diciannove stagioni salutò la sua bandiera Alessandro Del Piero, si portò in testa già nelle prime domeniche, rintuzzando antagoniste come il discontinuo Napoli allenato da Mazzarri (e trascinato in campo da Edinson Cavani, che sarà poi capocannoniere) e l'effimera Inter del giovane tecnico Stramaccioni. I bianconeri seppero raggiungere e mantenere un distacco rassicurante per tutto l'arco del campionato: la supremazia degli uomini di Conte si concretizzò il 5 maggio 2013, quando una vittoria per 1-0 sul Palermo assicurò ai piemontesi il titolo con tre giornate d'anticipo.

La Juventus calò il tris nella stagione 2013-2014, quando annientò la concorrenza con un dominio raramente visto nella storia della Serie A. Solo la Roma guidata da Garcia seppe porre un breve contrasto ai bianconeri, inanellando ai nastri di partenza una serie-record di 10 vittorie iniziali;[18] tuttavia, ciò non bastò a fermare la rincorsa bianconera. A fine novembre i piemontesi presero la testa della classifica, legittimandola poi nel vittorioso scontro diretto d'inizio anno che, di fatto, fu l'inizio di una lunga corsa solitaria che finì per battere vari primati. Il 4 maggio 2014, con tre turni d'anticipo, la Juve si cucì il 3º tricolore consecutivo[19] – un filotto che in casa bianconera non si concretizzava dai tempi del Quinquennio d'oro, e che per la prima volta dall'istituzione del girone unico venne bissato da un club italiano[20] –; fu il 30º scudetto della storia juventina, e la società divenne la prima a raggiungere la terza stella. A fine stagione, a riprova di un cammino monstre, l'undici di Conte distanziò di 17 punti i giallorossi e di 24 il Napoli di Benítez, terzo classificato: oltre alla striscia di 19 vittorie casalinghe consecutive (su 19 incontri disputati) e alle 33 partite vinte (su 38),[21] ai primati stabiliti dalla Juventus si aggiunsero i 102 punti finali in classifica, nuovo record nel campionato nazionale.[22][23] In un'annata in cui il Milan mancò la qualificazione alle coppe europee dopo sedici anni, si segnalarono le positive prove del Torino, nuovamente competitivo dopo anni di alti e bassi, e della matricola Sassuolo, che centrò la salvezza al suo debutto in massima serie.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Chiesa, p. 18.
  2. ^ La Finale di Campionato a Torino., La Stampa, 7 maggio 1908, p. 4. URL consultato il 17 aprile 2012.
  3. ^ Chiesa, pp. 20-21.
  4. ^ La Finale del Campionato Federale a Milano. USM e Pro Vercelli fanno match pari., La Stampa, 26 aprile 1909, p. 5. URL consultato il 17 aprile 2012.
  5. ^ Il F.C. Juventus vince il Campionato Italiano., La Stampa, 7 giugno 1909, p. 5. URL consultato il 17 aprile 2012.
  6. ^ I Campionati Federali a Torino. La vittoria del FC Torino. in La Stampa, 25-1-1909, p. 4. URL consultato il 17-4-2012.
  7. ^ Chiesa, p. 21.
  8. ^ Chiesa, p. 19.
  9. ^ Chiesa, p. 24.
  10. ^ Chiesa, pp. 25-32.
  11. ^ Già il 19 marzo la FIGC annunciò che « ...nella stagione 1929-30 avremo in Divisione Nazionale 32 squadre delle quali 16 parteciperanno alla Serie A e 16 alla Serie B... Questo sistema in sostanza porta a quel girone unico da tanto tempo atteso, mentre crea tra la massima categoria e la Prima Divisione un utile cuscinetto... » (Deliberazione della FIGC riportato da La Stampa del 19 marzo 1928, p. 2.)
  12. ^ Gol di Turone, che moviola: 32 anni dopo è ancora giallo in sport.sky.it, 19 marzo 2013.
  13. ^ Sebastiano Vernazza, Turone: un fantasma sempre all'opera in storiedicalcio.altervista.org.
  14. ^ Francesco Gambaro, Turone: «Basta con 'sta storia del mio gol» in il Giornale, 20 marzo 2013. URL consultato il 20 marzo 2013.
  15. ^ Giuseppe Bagnati, Quell'antica ruggine tra Juve e Fiorentina in gazzetta.it, 22 gennaio 2009.
  16. ^ Il Milan vinse i titoli del 1993 e del 1994 col medesimo punteggio in classifica, ma rispetto alla precedente annata, nel 1994 i rossoneri sostanzialmente dimezzarono sia i gol fatti che quelli subiti, chiudendo con sole 15 marcature al passivo, una delle medie più basse di tutta la storia della Serie A.
  17. ^ Ultime notizie sportive - La Gazzetta dello Sport
  18. ^ Andrea Tabacco, Roma nella storia: 10 vittorie di fila in eurosport.yahoo.com, 31 ottobre 2013.
  19. ^ Timothy Ormezzano, La Juve è campione d'Italia. Lo scudetto arriva in tv in repubblica.it, 4 maggio 2014.
  20. ^ Roberto Beccantini, È lo scudetto di Carlitos Tevez in Guerin Sportivo, giugno 2014, pp. 20-21.
  21. ^ La Juventus chiude con il record: 102 punti in legaseriea.it, 18 maggio 2014.
  22. ^ (EN) Juventus bring up century, Parma back in Europe in uefa.com, 18 maggio 2014.
  23. ^ Il Club dei 100 in uefa.com, 19 maggio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Almanacco del calcio, pubblicato dalla Panini
  • Carlo Chiesa, La grande storia del calcio italiano, pubblicato a puntate sul Guerin Sportivo

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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