Caso Genoa

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Il caso Genoa è stato un caso di illecito sportivo che ha coinvolto la società calcistica del Genoa nell'estate 2005, accusata di aver normalizzato illecitamente il risultato di una partita del campionato di Serie B nella stagione 2004-2005.

Cronistoria[modifica | modifica sorgente]

L'11 giugno 2005 il Genoa, in casa allo Stadio Ferraris, sconfisse 3-2 il Venezia, ultimo in classifica e già retrocesso, dopo un campionato dominato al primo posto dall'inizio della stagione, e avrebbe dovuto ottenere la promozione diretta in Serie A sempre al primo posto, dopo aver passato i precedenti dieci anni tra i cadetti. La partita, ai fini della classifica e dei verdetti finali del campionato, ironicamente fu assolutamente ininfluente in quanto matematicamente il Genoa sarebbe stato comunque promosso e il Venezia comunque retrocesso, qualunque fosse stato il risultato.

Poco dopo la promozione in serie A, due magistrati genovesi, Alberto Lari e Giovanni Arena, nell'ambito di un'indagine in corso da molti mesi riguardante dei possibili casi di scommesse clandestine, fornirono alle autorità della giustizia sportiva del materiale utile ad istruire un processo sportivo riguardante quella partita Genoa-Venezia, sulla quale avevano appuntato la loro attenzione, disponendo di mezzi di intercettazione ed utilizzando il reato di associazione a delinquere a carico degli indagati, atteso che la sola imputazione per il reato di frode nelle competizioni sportive non avrebbe permesso tale mezzo di ricerca delle prove. Alcuni mesi dopo gli stessi PM disposero la derubricazione del reato di associazione, chiudendo il caso originario da cui avevano avuto il permesso di intercettazione.

Il 14 giugno i carabinieri fermarono nei pressi di Cogliate un'auto su cui viaggiava Giuseppe Pagliara, dirigente del Venezia. Durante la perquisizione, venne rinvenuta una busta gialla formato A4 contenente un modulo di contratto di vendita intestato al Genoa CFC che riguardava il giocatore paraguaiano Ruben Maldonado e 250.000 euro in contanti: i Carabinieri chiesero a Pagliara il perché di tutti quei soldi, e Pagliara rispose di essere un dirigente del Venezia e di avere appena venduto al Genoa il giocatore, e i 250.000 euro sarebbero stati un anticipo della somma pattuita.

Indizi[modifica | modifica sorgente]

In effetti, nei pressi del luogo dove era avvenuto il fermo, c'è la sede della Giochi Preziosi S.p.A., di proprietà di Enrico Preziosi, presidente del club ligure, e nella busta intestata al Genoa CFC, insieme con i soldi, era presente il modulo di contratto di vendita che riguardava proprio il giocatore Maldonado. Il contratto, però, non era redatto su modulo federale utile ai fini fiscali, e i carabinieri, prospettando il reato di appropriazione indebita, invitarono dunque Pagliara a seguirli e posero sotto sequestro i soldi per accertamenti. Secondo i PM genovesi, su mandato dei quali avevano agito i militi, quelli erano in realtà i soldi con cui le due squadre avrebbero truccato la partita.

Altro indizio della combine era l'intercettazione di una telefonata tra lo stesso Enrico Preziosi e Franco Dal Cin (ex Presidente ed ex proprietario del Venezia), nella quale il presidente rossoblù chiedeva al presidente del Venezia di disputare una partita regolare di fine campionato tra la prima in classifica e l'ultima, senza particolare acredine.

Un altro elemento sospetto fu il fatto che il portiere veneziano Lejsal, che era stato il migliore dei suoi, venne sostituito alla fine del primo tempo dopo aver subito un colpo alla mano; secondo alcuni l'infortunio era solo di lieve entità, mentre secondo altri si trattava di un normale avvicendamento per far esordire in serie B un giovane che ha il ruolo di secondo nei pochi minuti dell'ultima giornata rimasti a disposizione prima della retrocessione, come spesso accade in tutti i campionati. Anche l'estremo difensore ceco fu inserito per questo dalla pubblica accusa nel registro degli indagati insieme ai compagni di squadra Massimo Borgobello e Massimiliano Esposito.

Conclusione[modifica | modifica sorgente]

Le parole conclusive furono scritte dalla Cassazione nel maggio 2012[1], dove fu stabilito definitivamente che la vicenda era scaturita da un intreccio tra Torino, Venezia e Genoa; Soci Granata (tra cui Luigi Gallo, ex presidente del Venezia poi arrestato per il crack del Torino del quale era socio[1]) avrebbero offerto denaro ed esercitato pressioni affinché il Venezia tentasse in tutti i modi e con ogni risorsa di battere il Genoa[1]; il presidente dei rossoblù venùtone a conoscenza chiese (come si evidenziò dalle controverse intercettazioni) al presidente del Venezia di non accettare le proposte del Torino disputando viceversa una gara normale senza particolare astio o acredine[1]; il procuratore Generale affermò che «l' inutilizzabilità delle intercettazioni non andasse estesa agli interrogatori dei testimoni che furono stimolati e non determinati dalle intercettazioni» e poi che il presidente Preziosi aveva sbagliato, poiché «vittima di una aggressione aveva agito in propria difesa da solo senza rivolgersi alle autorità federali che lo avrebbero tutelato»[1] aggiungendo «anche se, lo capisco, con un grosso punto interrogativo sul risultato finale», chiudendo la vicenda con una condanna a Preziosi di quattro mesi ed il pagamento di spese processuali[1], e l'assoluzione di tutti gli altri imputati[1], mettendo la parola fine sul Caso Genoa.

Processo sportivo[modifica | modifica sorgente]

Richieste di accusa[modifica | modifica sorgente]

Dopo gli interrogatori, la procura Federale della FIGC espresse le richieste di accusa il 24 luglio 2005 davanti alla Commissione Disciplinare della Lega Nazionale Professionisti;

Società

  • Genoa Genoa: declassamento all'ultimo posto del Campionato di Serie B 2004-2005 con conseguente retrocessione in Serie C1 con 3 punti di penalizzazione.
  • Unione Venezia Venezia: non giudicabile in quanto la società fallì un mese prima.

Dirigenti società

Calciatori

Sentenza di primo grado[modifica | modifica sorgente]

La sentenza di primo grado venne resa pubblica il 27 luglio 2005 con le seguenti decisioni;

Società

  • Genoa Genoa: declassamento all'ultimo posto del Campionato di Serie B 2004-2005 con conseguente retrocessione in Serie C1 con 3 punti di penalizzazione.

Dirigenti società

Calciatori

Sentenza d'appello[modifica | modifica sorgente]

L'8 agosto 2005 la CAF diede la parola definitiva al procedimento sportivo;

Società

  • Genoa Genoa: retrocessione in Serie C1 con 3 punti di penalizzazione.

Dirigenti società

Calciatori

Ricorso al tribunale civile[modifica | modifica sorgente]

Successivamente il Genoa, non condividendo le decisioni della giustizia sportiva, fece ricorso al Tribunale Civile di Genova sostenendo che il processo di secondo grado si era svolto in modo irregolare e sottolineando il fatto che le intercettazioni telefoniche, unico indizio contro i dirigenti liguri, erano state acquisite ed utilizzate in maniera illegale.

Il 19 agosto il giudice genovese Alvaro Vigotti, dopo aver analizzato il ricorso del Genoa e quello della Federazione Italiana Giuoco Calcio, decise di lasciare la giurisdizione del caso alla FIGC, sottolineando il fatto che il processo d'appello si era svolto in maniera regolare secondo le procedure di giustizia sportiva e che le intercettazioni telefoniche, seppure acquisite per altre indagini su altri reati che poi non si erano concretizzate, erano state fornite dalla magistratura ordinaria genovese a quella sportiva in maniera lecita[2].

Inoltre il giudice sottolineò il fatto che, in caso di retrocessione per illecito sportivo, una società sportiva non poteva ricorrere alla giustizia ordinaria e, per questi motivi, il Genoa si vide respingere i ricorsi e dovette inghiottire il rospo accettando la retrocessione. Per questo episodio a metà stagione venne penalizzato di altri 3 punti da parte della Commissione Disciplinare della Lega Calcio di Serie C, poi annullati dalla CAF.

Processo penale[modifica | modifica sorgente]

Dalle indagini penali del 2005 venne fuori il sospetto di combine di altre partite, commesse dalla dirigenza rossoblu. Questi sospetti decaddero, così come l'accusa di associazione a delinquere, mentre rimase in piedi l'accusa di frode sportiva.

Nel giugno 2006 iniziò il processo penale e vennero rinviati a giudizio le seguenti persone: Enrico Preziosi, Matteo Preziosi (figlio del presidente genoano), Stefano Capozucca, Franco Dal Cin, Michele Dal Cin e Giuseppe Pagliara con l'accusa di frode sportiva.

Nel febbraio del 2007 l'accusa chiese 8 mesi di reclusione a tutti gli imputati.

Sentenza di 1º grado[modifica | modifica sorgente]

Il 2 marzo 2007 il Tribunale di Genova emise la sentenza di primo grado: Enrico Preziosi, Matteo Preziosi, Stefano Capozucca, Franco Dal Cin e Giuseppe Pagliara condannati a 4 mesi di carcere per frode sportiva.

L'unico assolto, per non aver commesso il fatto, fu Michele Dal Cin[3].

Sentenza di 2º grado[modifica | modifica sorgente]

Il 27 novembre 2008, al termine del processo d'appello, vennero confermate le decisioni del processo di 1º grado; 4 mesi di reclusione per frode sportiva ad Enrico e Matteo Preziosi, Stefano Capozucca, Franco Dal Cin e Giuseppe Pagliara. Confermata anche l'assoluzione di Michele Dal Cin per non aver commesso il fatto.

Rinvio della Cassazione e nuova sentenza di 2º grado[modifica | modifica sorgente]

La Corte di Cassazione il 25 febbraio 2010 ha annullato la prima sentenza di secondo grado, disponendo il rinvio del processo ad altra sezione della Corte d'appello di Genova. La seconda sentenza d'appello, in data 15 febbraio 2011, conferma la condanna a 4 mesi per Enrico Preziosi e dispone l'assoluzione per il figlio Matteo, per Capozzucca e per Francesco Dal Cin.[4]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g Combine Genoa-Venezia la Cassazione conferma - la Repubblica.it
  2. ^ Il Genoa resta in C, si scatenano gli ultrà
  3. ^ Quattro mesi a Preziosi per frode sportiva
  4. ^ Genoa-Venezia, pena confermata in appello per Preziosi

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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