Unione Sportiva Alessandria 1912
| Unione Sportiva Alessandria Calcio |
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| L'Orso Grigio, I Grigi | ||||
| Segni distintivi | ||||
| Uniformi di gara
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| Colori sociali | ||||
| Inno | Forza Alessandria |
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| Dati societari | ||||
| Città | ||||
| Paese | ||||
| Confederazione | UEFA | |||
| Federazione | ||||
| Campionato | Lega Pro Seconda Divisione | |||
| Fondazione | 1912 | |||
| Rifondazione | 2003 | |||
| Presidente | ||||
| Allenatore | ||||
| Stadio | Stadio Giuseppe Moccagatta (5 827 posti) |
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| Sito web | www.alessandriacalcio.it | |||
| Palmarès | ||||
| Titoli nazionali | 1 Campionato di Serie B-C Alta Italia | |||
| Trofei nazionali | 1 Coppe Italia Serie C/Lega Pro 1 Coppa CONI |
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| Si invita a seguire il modello di voce | ||||
| « Un'alluvione finisce anche così, con ventidue giocatori in braghette corte che entrano in campo. E undici hanno la maglia grigia. E il campo si chiama "Moccagatta". E quel che c'è intorno si chiama Alessandria. » |
| (Alessandro Baricco in un articolo de La Stampa del 25 gennaio 1995 riguardante la riapertura dello stadio "Moccagatta", due mesi e mezzo dopo l'esondazione del fiume Tanaro[1]) |
L'Unione Sportiva Alessandria 1912 è la principale società calcistica di Alessandria, capoluogo dell'omonima provincia piemontese.
La sua fondazione si fa risalire tradizionalmente al 1912, tuttavia essa è da collegare all'attività della preesistente sezione calcistica della società Forza e Coraggio, d'incerta datazione[2]. La squadra disputò 13 stagioni in Serie A tra il 1929 e il 1960 e 20 in Serie B (l'ultima nel 1975); raggiunse inoltre una finale di Coppa Italia, nel 1936. Oltre alle vittorie di un campionato di Serie B, uno di Serie C e uno di Serie C2, conta nel suo palmares una Coppa Italia di Serie C, vinta nel 1973, e una Coppa CONI, conquistata nel 1927.
Il periodo di maggior lustro per la squadra si fa risalire ai decenni del primo dopoguerra e della cosiddetta «scuola alessandrina» che, dando continuità ai dettami importati nei primi anni dieci dell'allenatore inglese George Arthur Smith, prevedeva metodi di allenamento e tattiche di gioco inediti per il calcio italiano[3]. In quegli anni, con Pro Vercelli, Novara e Casale, l'Alessandria andò a formare il «quadrilatero piemontese», fucina di grandi campioni e di importanti vittorie[4].
Tra i più celebri giocatori che hanno indossato la maglia grigia del sodalizio piemontese sono ricordati il Pallone d'oro 1969 Gianni Rivera e i campioni del mondo Bertolini, Borel, Ferrari e Rava, oltre a Carlo Carcano e Adolfo Baloncieri.
Negli ultimi decenni l'Alessandria ha vissuto periodi assai turbolenti per ricorrenti problemi di natura economica, che hanno condizionato i tentativi di ritorno in auge messi in atto da varie dirigenze e che l'hanno portata, nel 2003, al fallimento. Rinata e risalita fino alla Lega Pro Prima Divisione, milita attualmente in Seconda Divisione come conseguenza di giudizi sportivi dovuti al coinvolgimento diretto di ex vertici societari nella vicenda denominata "Scommessopoli".
Storia della società [modifica]
Le prime squadre di calcio ad Alessandria [modifica]
Già sul finire del XIX secolo il calcio era arrivato ad Alessandria: vi sono notizie riguardanti un'amichevole del 1894 disputata da una squadra alessandrina contro una compagine genovese (forse il Genoa)[5]. Nell'agosto 1896 nacque l'Unione Pro Sport Alessandria[6], che partecipò tra il 1897 e il 1898 ad alcuni tornei amichevoli con squadre di Torino e Genova; nel 1897 vinse nel capoluogo ligure il "Concorso nazionale ginnico-Sezione gioco football"[7] con otto punti in classifica, e venendo premiata con la «corona di quercia»[8]; il 15 marzo 1898 fu invitata a far parte della costituente della Federazione Italiana Football (F.I.F.)[9], prese inizialmente parte alle eliminatorie del primo campionato ufficiale[10] e, ritenutasi danneggiata a favore di Torinese e Genoa[11][12], preferì rientrare infine nell'orbita dei tornei organizzati dalla Federazione Italiana di Ginnastica secondo un differente regolamento[13].
La Pro Sport andò poi dissolvendosi; dalle sue ceneri nacque, nel 1907, la Pro Alessandria, che scomparve dopo un'attività sporadica, presumibilmente negli ultimi mesi del 1911[14].
Dalla Forza e Coraggio al Foot Ball Club [modifica]
Malgrado queste precocissime esperienze, per circa un decennio il foot-ball ad Alessandria ebbe un ruolo decisamente subalterno rispetto a quello di altre tradizionali discipline quali il canottaggio, il ciclismo e l'atletica[15]. A dare nuovo impulso alla diffusione dello sport fu la fondazione di due società ginniche rivali; nel maggio 1907 nacque, per iniziativa dell'ex militare Francesco Ratti, la Unione Ginnastica Frangar Non Flectar, poi sostituita il 17 marzo 1908 dalla Unione Ginnastica Forza e Coraggio, che vestiva maglie di colore grigio chiaro[16]; nel 1909 nacque la Forza e Concordia, dalle maglie grigie scuro, la prima a formare stabilmente una sezione calcistica[17], imitata nel 1911 dalla Forza e Coraggio, presumibilmente per l'interesse dei figli di Ratti, Alfredo e Attilio[18], di Enrico Badò e di Augusto Rangone[19]; in più occasioni le due squadre si sfidarono per aggiudicarsi il primato cittadino.
Mentre la Forza e Concordia declinò, per poi sparire nel 1913[20], l'ambiziosa Forza e Coraggio prese l'importante decisione di allestire una squadra che disputasse finalmente il Campionato Nazionale. La prospettiva si concretizzò ufficialmente nei mesi a venire. La tradizione fa risalire la fondazione del club al 18 febbraio 1912[21], con la stipula di un atto costitutivo del Foot Ball Club Alessandria: le firme apposte su di esso furono quelle di Badò, Amilcare Savojardo e Alfredo Ratti, che fu nominato primo "direttore"[22]. Oltre all'assenza di documenti comprovanti la fondazione e l'affiliazione alla FIGC nel 1912, però, fonti indicano che già da almeno un anno la Forza e Coraggio giocava con regolarità gare amichevoli[18]: l'atto del 1912 avrebbe rappresentato un semplice cambio di denominazione in onore della città d'origine, sulla scia della moda dell'epoca, che celava probabilmente anche l'intento di rendere la politica locale più sensibile alle esigenze del sodalizio e dunque più propensa ad un patrocinio[23].
Il Foot Ball Club disputò in maglia bianco-azzurra le prime gare amichevoli, per poi riacquisire la maglia grigia della Forza e Coraggio in occasione del campionato di Promozione del 1912-1913[24]; con la vittoria del torneo, sancita nello spareggio disputato a Novara contro la Vigor di Torino, la squadra cinerina ottenne immediatamente un posto nella prima categoria del Campionato Nazionale. Nell'estate del 1913 avvenne il divorzio dalla Forza e Coraggio: l'Alessandria F.B.C. divenne dunque società autonoma[25].
| La «scuola alessandrina» e il «quadrilatero» |
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Il metodo di lavoro che Smith, allievo di William Garbutt, applicò all'Alessandria presentava aspetti inediti per il calcio italiano dei primi decenni; introdusse allenamenti intensi e mirati, irrobustì il centrocampo arretrando due attaccanti per ispirare meglio la manovra offensiva ed insegnò un gioco corale basato su schemi e palla a terra[3]. L'opera di Smith, morto durante la prima guerra mondiale, fu ripresa da Carlo Carcano (che la esportò alla Juventus e in Nazionale), da Béla Révész, Karl Stürmer e Umberto Dadone, e garantì alla giovane società diversi decenni di militanza ad alti livelli facendo affidamento su elementi provenienti quasi esclusivamente dal vivaio[26]. Alessandria andò così a comporre il "quarto lato" di quello che la Gazzetta dello Sport in un'inchiesta del 1914 definì il «quadrilatero delle università del foot-ball», completato da Vercelli, Novara e Casale Monferrato, città dove l'«autodidattica calcistica» aveva avuto come inaspettato risultato una «sicura marcia ascensionale di unità che fino a ieri erano confinate in una categoria inferiore», contro cui nulla potevano «il rinnovarsi e l'intensificarsi della forza degli squadroni maggiori». Il giornale notava che una realtà di provincia poteva attuare «una sorveglianza diretta della sua squadra», e che il giovane calciatore «nella piccola cerchia della vita cittadina che si alimenta delle nuove tradizioni sportive e le difende ad oltranza», lontano dalla «tumultuosa e pericolosa vita scapigliata», era pressoché obbligato «a spendere le ore di svago e di riposo nei quotidiani esercizi di allenamento»[27]. |
I primi campionati nazionali e la «scuola alessandrina» [modifica]
| « [L'Alessandria] è la vera, la grande rivelazione di quest'annata [...], una squadra che, sconosciuta fino a pochi mesi fa, impone oggi il suo nome e la sua forza di fianco agli avversari più anziani. » |
| (Lo Sport del Popolo, 5 dicembre 1913[28]) |
Nel 1913 entrò in squadra il giocatore-allenatore inglese George Smith; al debutto nei campionati di Prima Categoria, l'Alessandria, squadra dall'età media bassa, formata da atleti locali e pochi altri rinforzi, ben figurò, guadagnandosi il plauso della critica[28] e mancando, nel campionato 1914-1915, l'ammissione al girone finale per due soli punti.
I principi che Smith mise in atto ad Alessandria, rivolti soprattutto alla formazione di giovani calciatori, furono particolarmente innovativi per il calcio italiano dell'epoca; ripresi nel dopoguerra dal fido allievo Carlo Carcano, già primo giocatore grigio ad essere convocato in Nazionale[29] e allenatore a più riprese negli Anni Venti, vennero inclusi nel concetto di «scuola alessandrina», modello di vivaio capace di plasmare nei decenni successivi atleti di livello mondiale: al 1915 risale l'esordio in prima squadra di Adolfo Baloncieri. Con queste basi, nel primo dopoguerra l'Alessandria poté continuare a migliorare le sue prestazioni; nel campionato 1919-1920 s'impose nettamente nel girone eliminatorio, con nove vittorie e un pareggio, per fermarsi poi al cospetto del Genoa in semifinale.
Nell'aprile 1920, per fusione, il Foot Ball Club Alessandria aveva assorbito l'Unione Sportiva Alessandrina (fondata nel 1916), altra squadra cittadina, divenendo Alessandria Unione Sportiva e mantenendo la maglia grigia[30]. Al termine della stagione 1920-1921 il club ottenne l'ammissione alla semifinale per il Nord-Italia dopo un vittorioso spareggio giocato a Milano contro il Modena. Il 10 luglio 1921 si disputò dunque la gara che avrebbe decretato il nome della squadra destinata a giocare la finale per il Nord Italia (la vincitrice della quale avrebbe a sua volta incontrato il Pisa nella finale nazionale) contro il Bologna, poi renuciatario; l'Alessandria si arrese, a Torino, alla Pro Vercelli in una gara violenta e aspramente contestata dai giocatori grigi che, ridotti in nove per i gravi infortuni occorsi a Carcano e a Moretti, scelsero di ritirarsi per protesta dopo appena un'ora di gioco, sul risultato di 0-4[31].
Negli anni successivi l'Alessandria continuò a sfoderare buone prestazioni in campionato e a lanciare giovani calciatori di valore destinati alla Nazionale quali Brezzi, Gandini, Elvio Banchero, Cattaneo e Giovanni Ferrari, senza mai riuscire a piazzare lo scatto decisivo per la conquista di uno scudetto; persi anzi Brezzi, costretto dalla salute precaria ad abbandonare il calcio, Baloncieri, passato al ricco Torino, e Ferrari, ceduto frettolosamente all'Internaples, la squadra cinerina nella stagione 1925-1926 rischiò addirittura il declassamento in Prima Divisione, cui scampò solamente grazie a una serie di spareggi.[32]
La Coppa CONI, lo scudetto mancato e la Serie A [modifica]
Casale-Alessandria 1-1 (0-0) Alessandria: Morando, Viviano, Costa, Bruno, Gandini, Bertolini, Cattaneo, Avalle, Banchero, Ferrari, Chierico. Allenatore: Carcano. Gol: rig. Viviano, Caligaris (C).
Alessandria-Casale 2-1 (2-1) Alessandria: Curti, Viviano, Costa, Lauro, Gandini, Bertolini, Tosini, Avalle, Cattaneo, Ferrari, Chierico. Allenatore: Carcano. Gol: Ferrari, Cattaneo, rig. Caligaris (C) |
| « Se ci fosse una scuola di football, il maestro ricorrerebbe all'Alessandria per dare l'esempio di una squadra che, pur essendo sistematicamente spogliata dei suoi campioni, non altera lo stile del proprio gioco, l'armonica compattezza dei propri reparti, la dignità del proprio rango sportivo. Partono gli assi e rimane la squadra. Ciò significa che l'Alessandria è viva e vitale. Vuole dire che quello che fa la personalità dell'Alessandria è lo spirito di club, è la bontà della scuola, è l'intrinseca classe del gioco. » |
| (Bruno Roghi, 1931[26]) |
Nel 1926 l'Alessandria si riaffidò all'allenatore Carcano e al non ancora ventenne Ferrari; ritornata ai vertici, si aggiudicò nel luglio 1927 il primo trofeo ufficiale, la Coppa CONI, una sorta di Coppa Italia ante litteram, conquistata dopo una doppia finale contro i cugini del Casale (1-1 a Casale Monferrato e 2-1 ad Alessandria);[33] Nelle eliminatore l'Alessandria aveva sconfitto Livorno, Andrea Doria, Brescia, Alba Roma e Napoli[34]. In quello stesso anno iniziarono i lavori per la costruzione del nuovo stadio.
| Per approfondire, vedi Derby della Provincia di Alessandria#Il caso del 1928. |
Nella stagione successiva l'Alessandria sfiorò la conquista dello scudetto; superata la prima fase del campionato, nel girone finale a otto squadre i lanciatissimi grigi si ritrovarono a lottare per il titolo contro il Torino dell'ex Baloncieri[35]. Fu però una pesante, inopinata sconfitta subita sul campo del Casale ultimo in classifica a cancellare i sogni di gloria della squadra di Carcano, alla quale non bastò sconfiggere il Torino nello scontro diretto per riagganciarlo in vetta; l'esperto portiere Curti, autore di una prestazione negativa[36] e sospettato da più parti di aver organizzato una combine con i monferrini, fu presto ceduto. Del resto, non fu ritenuto necessario dalle autorità, già pesantemente screditate dopo la bufera che aveva travolto il mondo del calcio dopo il "Caso Allemandi", aprire indagini sul derby del 1º luglio e sul suo misterioso andamento[37].
Al termine della stagione 1928-1929 la squadra piemontese venne ammessa al primo campionato di Serie A (1929-1930); in occasione della prima giornata fu finalmente inaugurato il "Campo del Littorio"[38], successivamente intitolato, nel 1946, allo scomparso sindaco di Alessandria e presidente della società Giuseppe Moccagatta. All'esordio sul nuovo campo di gioco, il 6 ottobre 1929, i grigi sconfissero la Roma[39]; l'Alessandria, terminato il girone d'andata a ridosso della prima posizione, concluse sesta, miglior risultato di sempre nei campionati a girone unico. Nel 1931-1932 (allenatore Stürmer), stagione in cui la squadra, sospinta dalle 21 reti di Libero Marchina, reagì a un infortunio che troncò prematuramente la carriera di Gandini, la squadra si ripeté fissando anche il proprio record di punti in A[40].
Il contributo alla Nazionale e il crescente gap con le metropolitane [modifica]
| « Con i giocatori usciti da Alessandria ed oggi sparsi ai quattro venti nelle squadre italiane, si potrebbe formare il più formidabile squadrone nostro. E sarebbe uno squadrone che avrebbe anche l'allenatore migliore, poiché Carcano è alessandrino. » |
| (Adolfo Baloncieri, 1932[41]) |
Sempre più spesso, negli anni trenta, i giocatori finirono per lasciare la società, ancora legata al dilettantismo, per migrare verso grandi centri. La conseguenza fu che, se nel 1928 erano stati due i giocatori alessandrini a festeggiare con la Nazionale la vittoria della medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam, ovvero l'attaccante Banchero e il terzino Viviano (che non scese mai in campo per un infortunio che lo costrinse ad abbandonare il calcio)[26] cui si aggiungeva l'ex grigio Baloncieri[42], ai vittoriosi campionati mondiali del 1934 e del 1938 parteciparono solamente gli "ex" Ferrari e Bertolini, che assieme all'allenatore Carcano (che coadiuvò peraltro il commissario tecnico Pozzo nel 1934) erano passati, nel periodo 1930-1931, alla forte Juventus dell'epoca.
Anche a causa del frequente ricambio, l'Alessandria nei primi anni trenta non ebbe altre altre aspirazioni che posizioni di centro-classifica[43]. Nel 1936 la squadra raggiunse, dopo aver battuto Cremonese, Modena, Lazio e Milan, la finale di Coppa Italia, giocata a Genova l'11 giugno 1936 e persa per 5-1 contro il Torino[44]. Nell'estate del 1936 fu la Lazio, che dopo aver già soffiato Piola alla Pro Vercelli era allora in procinto di allestire una squadra che potesse puntare alla vittoria dello scudetto, a offrire alla squadra grigia la considerevole cifra di 400 000 lire per i promettenti Busani, Riccardi e Milano: i dirigenti grigi accettarono, ma la squadra risultò snaturata e indobolita. Al termine del campionato 1936-1937 l'Alessandria retrocesse per la prima volta in Serie B[4].
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La Serie B e l'avvento della guerra [modifica]
La prima stagione tra i cadetti terminò con una nuova delusione: dopo aver guidato la classifica per gran parte del torneo, la squadra grigia andò incontro a una crisi di risultati nel finale che permisero a Modena e Novara di agganciarla in testa. Fu proprio la squadra azzurra a completare la rimonta, espugnando Alessandria all'ultima giornata, il 5 giugno 1938; neanche gli spareggi, disputati a Milano e a Torino, risollevarono le sorti della formazione cinerina, che perse entrambe le partite e vide le altre due contendenti passare direttamente in Serie A[45]. A partire da quel momento, l'Alessandria non riuscì più a inserirsi in modo concreto nella lotta per la promozione; anche le aspettative nate dopo l'inizio del campionato 1941-1942, con allenatore Baloncieri, furono funestate nel girone di ritorno: la squadra precipitò al decimo posto.
L'evento bellico complicava poi notevolmente lo svolgimento del campionato, come dimostrano gli episodi relativi al giovane attaccante Zaio, fuggito dalla caserma per raggiungere la decimata squadra in trasferta a Pescara e perciò aggregato ai reparti diretti in Russia per punizione, e alla trasferta di Palermo del dicembre 1942, quando la squadra, impossibilitata a raggiungere la Sicilia per l'assenza di mezzi ferroviari, fu condannata dalla Federazione alla sconfitta a tavolino. Nel 1943 i campionati nazionali vennero sospesi a causa della guerra.
I campionati di guerra e il ritorno in massima serie [modifica]
Durante la guerra l'Alessandria parve ormai svuotata. Prese parte al Campionato Alta Italia 1944 tra molte difficoltà, riuscendo a fatica a radunare undici calciatori tra membri della vecchia rosa e militari d'istanza in città (tra di essi, Virgilio Maroso). In un'occasione anche l'allenatore, il quarantasettenne Baloncieri, scese in campo; la squadra cinerina chiuse ultima sul campo un girone composto da formazioni liguri e piemontesi, anche di terza serie[46][47].
Alla ripresa dei campionati nazionali, la famiglia Moccagatta salì al vertice della società e gettò le basi per una risalita; per convertire definitivamente la squadra all'imperante sistema fu affiancato all'allenatore Cattaneo l'ex torinista Sperone, che aggregò Ellena e Cassano alla folta rappresentanza di elementi locali, tra cui un giovane Gino Armano. Il torneo, denominato «Promozione», si svolse in un clima molto teso a causa delle intemperanze dei tifosi: fu in quel periodo che si riaccese quel "campanilismo" che il Fascismo aveva tentato in ogni modo di sopire per riunire il popolo sotto l'unico vessillo italiano[48]; il 3 febbraio 1946, al termine della gara casalinga persa 2-3 contro il Piacenza, la polizia fu costretta a chiamare due autoblinde per sedare le intemperanze della tifoseria alessandrina, che si era scagliata contro il direttore di gara[37]. L'Alessandria, comunque, vinse nettamente sia il girone eliminatorio che quello finale, riottenendo un posto in Serie A per la stagione 1946-1947, in cui venne sancito il ritorno del massimo campionato alla formula del girone unico.
La seconda esperienza in Serie A e la caduta in Serie C [modifica]
Il ritorno in Serie A si aprì con l'improvvisa morte del presidente Giuseppe Moccagatta, cui fu intitolato lo stadio; nelle due stagioni successive l'Alessandria ottenne alcuni risultati di prestigio, specialmente quando favorita dal campo di gioco pesante (nel 1947 sconfisse per 2-0 sia il Torino che la Juventus), ma i risultati non furono particolarmente entusiasmanti. Il 2 maggio 1948 il club subì quella che rimane ancora oggi la più pesante sconfitta mai patita da una squadra in una partita del massimo campionato a girone unico, in Torino-Alessandria 10-0; l'infierire dei granata sugli ospiti nell'ultimo quarto d'ora fu dovuto a uno screzio tra Valentino Mazzola e un tifoso che lo sbeffeggiava da bordo campo[49]. Al termine di quel campionato, i grigi fecero ritorno in Serie B.
Proprio negli anni quaranta, l'Alessandria fu protagonista di un episodio curioso quando, prima di una partita contro il Venezia, l'arbitro ordinò a una delle due squadre di cambiare divisa, poiché, a suo parere, la maglia grigia non si distingueva da quella nera degli avversari. Dopo la gara, la FIGC chiese all'arbitro di sottoporsi a una visita oculistica, dalla quale risultò daltonico: la visita divenne allora obbligatoria per tutti gli arbitri[50].
La seconda esperienza in Serie B fu contrassegnata da risultati opachi (un 11º e un 18º posto); in due anni, dunque, l'Alessandria cadde dalla prima alla terza serie, rimanendo vittima negli ultimi minuti del torneo 1949-1950 della prima retrocessione in Serie C[51]. Continuava comunque a brillare il vivaio: nel 1949 la squadra «Juniores», allenata da Umberto Dadone, vinse il campionato nazionale. In Serie C l'Alessandria disputò campionati di vertice, salvandosi nel 1952 da un riforma che abbatté di un quarto il numero delle partecipanti e ottenendo, nel successivo campionato a girone unico, il ritorno tra i cadetti.
L'era di Silvio Sacco e le ultime stagioni in A [modifica]
| « Millenovecentocinquantasette. Alessandria cantava la vita in grigio, e nessuno sbadigliava. Anzi. » |
| (Roberto Beccantini[52]) |
Nel 1955 prese il timone della società Silvio Sacco, magnate petrolifero di origine tortonese che non nascondeva l'ambizione di riportare il sodalizio in Serie A; allestì perciò una squadra in grado di lottare per il vertice nel torneo 1956-1957, e riuscì nell'opera al termine di un campionato equilibrato, contrassegnato dalla rischiosa scelta di sostituire nel finale l'esperto allenatore Sperone col debuttante Pedroni[53]. Rimontato il Catania in campionato e sconfitto il Brescia in uno spareggio giocato a Milano[54], i grigi, che peraltro nel dicembre 1956 avevano superato in amichevole la Nazionale italiana per 3-2, festeggiarono il ritorno in A dopo otto anni.
Se nei primi decenni di vita il club piemontese brillò per la sua manovra offensiva, in questo periodo si dimostrò invece ottimo interprete del catenaccio[55] ed ottenne in massima serie alcune non scontate salvezze, con largo anticipo, contrassegnate dal ritorno di due alessandrini, Tagnin e Giacomazzi, in Nazionale nel 1957[56] e dall'esordio in prima squadra, nel giugno 1959, del giovane Gianni Rivera, promosso a titolare per la stagione successiva, a sedici anni[57]. Dopo uno spettacolare gol segnato al Napoli, preceduto da un rapido slalom tra i difensori partenopei, l'allenatore e pigmalione Pedroni si mise a piangere[58]. Sempre nella stessa annata, 1959-1960, l'Alessandria esordì in una competizione internazionale, affrontando il Velež di Mostar in Coppa Mitropa. Proprio quella rimane ancora oggi l'ultima stagione nella massima categoria per l'Alessandria, che retrocesse tra i cadetti al termine del campionato, a tre anni dallo spareggio di Milano.
Il ritorno in Serie C e la Coppa Italia Semiprofessionisti [modifica]
Ancora una volta alla caduta in Serie B non fece seguito un'immediata riscossa; nonostante la vena realizzativa dei capocannonieri dei campionati 1960-1961 e 1961-1962 Fanello e Cappellaro, la squadra non andò oltre posizioni di centroclassifica. Durante il periodo di permanenza tra i cadetti i grigi parteciparono a due edizioni della Coppa delle Alpi (1960 e 1962, nella quale raggiunsero le semifinali), torneo dedicato inizialmente a squadre europee delle serie minori. I campionati procedevano nell'anonimato, fino al 1966-1967, quando l'Alessandria, partita addirittura con ambizioni di promozione, cadde inaspettatamente in Serie C[59].
In occasione dell'800º anniversario dalla fondazione della città di Alessandria, nel 1968, la società invitò la squadra brasiliana del Santos a disputare una gara amichevole allo Stadio Moccagatta. L'incontro venne disputato il 12 giugno e fu vinto dai sudamericani per 2-0: tra i gol, quello di Pelé, che uscì dallo stadio indossando la maglia numero 10 dell'Alessandria, tra i tifosi in visibilio[50].
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Roma, 29 giugno 1973 Alessandria-Avellino 4-2 (dts; 1-0, 1-2, 0-0, 2-0) Alessandria: Pozzani, Maldera II, Di Brino, Paparelli, Colombo (Mayer), Berta, Vanzini (Dolso), Salvadori, Cini, Lorenzetti, Musa. Allenatore: Marchioro. Gol: Maldera II, Bongiorni (AV), Palazzese (AV), Cini, Lorenzetti, Lorenzetti. Note: sospesa al 112’ per invasione di campo, la gara fu omologata con il risultato di 4-2. |
Nei primi anni settanta, l'Alessandria fallì per tre volte consecutive la promozione in Serie B in modo rocambolesco, dopo scontri al vertice risolti a sfavore per pochi punti[60]. Trovò consolazione nelle vittorie del Campionato Juniores Semiprofessionisti 1971-1972 (con Giorgio Tinazzi allenatore e il giovane Luigi Manueli, autore di una doppietta nella finale di Rimini contro il Giulianova, capitano)[61] e, con la prima squadra, della prima edizione della Coppa Italia Semiprofessionisti, nel 1973 (allenatore Giuseppe Marchioro), quando superò nell'ordine Asti Macobi, Savona, Derthona, Pro Vercelli, Spezia, Modena[62] e, infine, l'Avellino, sconfitto per 4-2 dopo i tempi supplementari nella finale disputata allo Stadio Flaminio di Roma, interrotta poi a pochi minuti dalla fine per invasione di campo[63]. La promozione tra i cadetti arrivò, finalmente, vincendo con quattro giornate d'anticipo la Serie C 1973-1974, con Dino Ballacci in panchina; la stagione si chiuse in maniera convulsa, con il clamoroso esonero dell'allenatore, in contrasto con la dirigenza, dopo che la decisiva gara di Mantova aveva sancito la vittoria matematica del campionato per l'Alessandria, e con le successive dimissioni del presidente Sacco, contestato dalla tifoseria[64].
Dal trentennio in Serie C al fallimento [modifica]
La permanenza in Serie B durò una sola stagione e, a quindici anni dall'addio alla Serie A, sfuggì definitivamente anche la categoria cadetta: nonostante un buon inizio (all'esordio i grigi espugnarono il campo di un Como destinato alla promozione), un grave infortunio privò la squadra della punta Baisi, condizionandone l'andamento e condannandola a uno spareggio salvezza disputato ancora a San Siro e perso contro la Reggiana[65]. A partire da quel momento i grigi diventarono una presenza fissa in quella categoria per quasi trent'anni; passata nelle mani dell'ex presidente dell'Asti Bruno Cavallo e con rose allestite secondo logiche di risparmio mediante la valorizzazione di giovani e dilettanti[66], l'Alessandria disputò alcuni discreti tornei, senza riuscire poi ad evitare la caduta in Serie C2 nel 1979[67]. Il passaggio all'era Sandroni coincise col ritorno in C1 (1981-1982, con Ballacci nuovamente al timone), ma l'assenza dei mezzi economici necessari impedì di mantenere a lungo la categoria[68].
Nel 1983 iniziò da Alessandria l'ascesa nel mondo del calcio dell'ambizioso Gianmarco Calleri e del fratello Giorgio, provenienti dall'Ivrea[69]. Le ricche campagne acquisti condotte dalla famiglia ligure, con Carlo Regalia dirigente[70], non diedero però risultati apprezzabili; dopo tre stagioni chiuse a ridosso della zona promozione, inasprite dalla delusione per la sconfitta nello spareggio per la Serie C1 perso al Braglia di Modena contro il Prato (1984-1985), i Calleri abbandonarono il progetto, trasferendosi alla Lazio assieme ai calciatori più talentuosi della rosa grigia.
Un'Alessandria nel marasma societario, sostenuta per la prima parte del torneo dal presidente della Massese Bertoneri[71], partecipò dunque al campionato 1986-1987 con una rosa di giovani e la costante minaccia dell'esclusione. In quel clima fu inevitabile la prima retrocessione in Interregionale, poi evitata per la rinuncia del Montebelluna e le garanzie fornite da una nuova dirigenza, che aveva a capo l'imprenditore valenzano Gino Amisano[72]; questi legò così il suo nome al club per quasi quindici anni. In questo lasso di tempo la squadra ottenne per due volte la promozione in Serie C1 (nel 1988-1989 e nel 1990-1991, con vittoria del campionato), superò indenne la crisi della Kappa, azienda tessile torinese che nei primi anni novanta aveva investito nella società e, al termine della stagione 1995-1996, mancò per un punto la qualificazione ai play-off per la Serie B. Nel 1998, in coda ad un campionato combattuto, l'Alessandria retrocesse nuovamente in Serie C2, sopraffatta ai play-out dalla Pistoiese[73].
Le speranze di una risalita, maturate al termine del felice campionato 1999-2000, che conobbe il suo apice nella vittoriosa finale dei play-off vinta a Reggio Emilia contro il Prato[74], si affievolirono l'anno dopo, a causa della rapida ridiscesa in C2. Infine, al clamoroso esito del campionato 2001-2002, con i grigi che dapprima sperperarono nelle ultime giornate, a beneficio del Prato, l'abbondante vantaggio accumulato nei primi due terzi del torneo e successivamente persero la semifinale dei play-off a causa di una larga e inopinata sconfitta interna contro la meno quotata Sangiovannese[75], si aggiunse il triste epilogo dell'anno successivo: alla fine del campionato 2002-2003 la società, dopo anni di delusioni sportive e di tribolati passaggi di proprietà che coinvolsero anche il patron del Livorno ed ex-presidente del Genoa Spinelli[76], retrocesse tra i Dilettanti, per poi dichiarare il 13 agosto 2003 fallimento per inadempienze economiche[77].
La rinascita e il ritorno tra i professionisti [modifica]
Dalle ceneri dell'Unione Sportiva nacque inizialmente, per iniziativa del Comune di Alessandria e nonostante la forte contrarietà della tifoseria alessandrina (che decise di non seguire la nuova squadra per la durata dell'intero campionato)[78], una nuova società, la Nuova Alessandria 1912, che ripartì dall'Eccellenza regionale. Nel 2004, con gli acquisti del titolo sportivo e, successivamente, del marchio originale da parte di una cordata d'imprenditori locali, il club in maglia grigia fece il suo ritorno nel calcio italiano, salendo con facilità nel campionato di Serie D[79].
Dopo alcuni tornei di transizione, il 30 marzo 2008 l'Alessandria ottenne con largo anticipo sulla fine del campionato la promozione in Lega Pro Seconda Divisione per la stagione 2008-2009; il primo torneo tra i professionisti a cinque anni dal fallimento vide l'Alessandria costantemente al vertice. Mancata la promozione diretta in Prima Divisione per una peggiore differenza reti rispetto al Varese e persa poi la finale play-off contro il Como, la squadra grigia realizzò comunque il doppio salto dalla quinta alla terza serie, venendo inserita, al termine del torneo, nel novero delle ripescate per il campionato 2009-2010[80].
Completata la propria resurrezione al termine di un campionato di buon livello[81], la società passò dalle mani dell'imprenditore ovadese Gianni Bianchi a quelle del già presidente del Sansovino Giorgio Veltroni. Malgrado l'improvviso ripresentarsi di questioni economiche, una squadra vivace e ben condotta dal tecnico Maurizio Sarri andò ben oltre i pronostici, centrando il terzo posto finale del campionato 2010-2011, miglior risultato sportivo degli ultimi decenni, e la prima partecipazione ai play-off per la promozione in Serie B, poi persi di fronte alla Salernitana[82]. L'era Veltroni si chiuse dopo un'unica stagione[83], con il ritorno sotto l'egida di imprenditori locali, ma vicende giudiziarie portate in dote dall'ex proprietà relative al caso Scommessopoli costarono alla squadra la retrocessione a tavolino in Lega Pro Seconda Divisione.[84]
Cronistoria [modifica]
| Cronistoria dell'Unione Sportiva Alessandria 1912 | ||
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La maglia, i colori e il simbolo [modifica]
L'evoluzione della divisa [modifica]
La prima divisa dell'Alessandria, utilizzata per un breve periodo successivo alla nascita, era bianca ed azzurra, a tre grandi strisce verticali; la sua adozione, secondo quanto riportato da Antonio Fasano nel 1962, risale all'acquisto o al prestito di una dotazione di maglie usate dalla Vigor, squadra torinese attiva già dal 1908[85]. Questa teoria sarebbe convalidata, oltre che dalla similarità delle divise rilevabile dal confronto tra le immagini d'epoca, dalla presenza dello stemma di Torino su una maglia[86]. Queste divise, una volta usurate, sarebbero state poi sostituite da quelle di colore grigio donate da Giovanni Maino, patron della quarta industria ciclistica fondata in Italia e prima a non aver sede a Milano; il benestare dell'imprenditore sarebbe giunto in un'osteria cittadiva, dopo una richiesta informale.[87]
Più recentemente, Ugo Boccassi ha ipotizzato che queste maglie fossero state acquistate in realtà dalla Vigo & C., azienda tessile di Torino specializzata in forniture per giocatori di football, e che dunque la Vigor non sia mai stata direttamente coinvolta nella scelta delle maglie[85], che l'utilizzo di queste maglie biancoazzurre sia da ricollegare ad altre cause e che si sia poi scelto di tornare al grigio della Forza e Coraggio; sebbene l'«argento» sia caratteristico dello stemma comunale[88][86], alcune fonti narrano che il grigio avesse soppiantato il bianco, troppo incline a macchiarsi[89]. In ogni caso, il colore grigio rimase anche dopo la fusione, avvenuta nel 1920, con l'Alessandrina[90].
Sul finire degli anni trenta furono apportate prime modifiche a una maglia da sempre prevalentemente monocroma, accompagnata tutt'al più da un colletto bianco, da uno scudo crociato all'altezza del petto o da calzoncini grigi o neri. Con la prima stagione in Serie B (1937-1938) esordì una maglia grigia con fascia orizzontale bianca e rossa[91].. La storia della divisa "grigiocerchiata" fu rapidamente archiviata al termine di quell'annata, ma trovò echi in alcune divise destinate ai portieri nel turbolento decennio successivo e nella singolare maglia biancocerchiata elaborata per la stagione 1948-1949, anch'essa di breve vita[92].
Dagli anni cinquanta in poi, la maglia dell'Alessandria fu più volte ridisegnata e al grigio furono abbinati diversi colori. In particolare tra il 1956 e il 1964 venne adottata una maglia grigia con colletto, pantaloncini e calzettoni azzurri, il cui disegno fu scelto dai tifosi attraverso un sondaggio[93][94]; successivamente negli Anni Settanta-ottanta i pantaloncini divennero neri, come quelli delle origini, mentre il colletto, per un breve periodo, venne tramutato in rosso. Per parte degli anni ottanta, inoltre, lo stemma fu ingrandito e spostato al centro della maglia. Per tutto l'ultimo decennio del XX secolo, infine, vennero mantenute la maglia cinerina e i calzoncini neri; è per questo motivo che i giocatori dell'Alessandria, con il passare del tempo, sono stati sempre più spesso soprannominati erroneamente "i grigioneri".
Dopo il fallimento della squadra, avvenuto nel 2003, nacque una società chiamata Nuova Alessandria 1912: questa indossò, nel corso del Campionato di Eccellenza 2003-2004, una maglia divisa verticalmente a metà, colorata per una parte di bianco e per l'altra di grigio[95]. Dopo la riacquisizione del marchio e dei trofei, nel 2004, ritornò l'Unione Sportiva, con la tradizionale maglia grigia; nel 2006, in occasione del 50 anniversario dell'ultima promozione in Serie A, la società scelse d'ispirarsi allo stile utilizzato negli anni Cinquanta, dapprima adottando calzoncini e calzettoni azzurri e, successivamente, applicando alla divisa un bordo del medesimo colore. Dal 2007 si alterna una divisa a tinta unita a quella classica, grigia con calzoncini neri.
Data l'unicità della maglia grigia nel panorama calcistico, la seconda divisa risulta ben poco utilizzata dalla società; nella stagione 2007-2008, ad esempio, non venne neppure presentata, e i calciatori disputarono tutte le gare in maglia grigia alternando, all'occorrenza, i pantaloncini grigi o neri. Anche il completo da trasferta ebbe, quando presente, una sua evoluzione, con frequenti cambiamenti di foggia: negli anni Cinquanta constava di maglia granata e pantaloncini azzurri, negli Anni Sessanta e Settanta era interamente azzurra con banda grigia verticale a sinistra, più recentemente prevalse l'utilizzo di magliette rosse e, in alcuni casi, verde chiaro (soprattutto a fine Anni Novanta, quando lo sponsor era la Cassa di Risparmio di Alessandria). Una terza maglia gialla viene usata in casi sporadici, come le partite contro i grigiorossi della Cremonese. L'attuale sponsor tecnico è Macron.
Il simbolo e lo stemma [modifica]
Il simbolo della squadra è l'orso. L'idea fu del disegnatore "Carlin" Bergoglio, storico vignettista del Guerin Sportivo che, negli anni Venti creò mascotte (prevalentemente animali) per molte squadre di calcio italiane[96].
Il caratteristico stemma dell'Unione Sportiva fu disegnato dall'artista Lorenzo Carrà nel 1920. È circolare o a volte riprodotto all'interno di scudi polacchi, prevalentemente grigio con una sezione bianca e crociata di rosso e con un monogramma riproducente le lettere intrecciate U, S ed A. Quest'ultima, per forma, ricorda uno dei monumenti-simbolo di Alessandria, ovvero l'Arco Trionfale di piazza Giacomo Matteotti[97].
Lo stadio [modifica]
| Per approfondire, vedi Stadio Giuseppe Moccagatta. |
Da oltre ottant'anni il club disputa le sue partite interne presso lo Stadio Giuseppe Moccagatta di Spalto Rovereto. Nel 2006 e nel 2010 sono ventilate ipotesi relative all'edificazione di un nuovo campo da gioco nelle zone periferiche della città piemontese[98][99], ma nessun atto concreto è mai stato avviato.
Inizialmente l'Alessandria organizzò le sue gare sui campi di Piazza d'Armi Vecchia (attuale Piazza Matteotti) tra il 1912 e il 1915, e nella zona dell'attuale campo d'aviazione, su un campo costruito da prigionieri di guerra austriaci, fino al 1919[100]. Successivamente, per un decennio, la squadra grigia si mise in luce sul campo del quartiere Orti, ribattezzato dai tifosi "il pollaio", poiché in quel luogo venivano "spennati" gli avversari e per gli spogliatoi in legno, o "la fabbrica del fango" per il terreno umido e scivoloso[101]. Il progetto per l'attuale campo da gioco fu presentato tra il 1927 e il 1928; prevedeva l'allestimento d'un innovativo centro sportivo di qualità, ma fu accantonato in seguito alle polemiche suscitate dall'idea di erigere a fianco degli impianti ludici un monumento ai Caduti, giudicato da molti stonato accanto a costruzioni di quel tipo. I piani furono dunque ridimensionati, ma il 6 ottobre 1929 l'Alessandria poté giocare la sua prima partita presso l'attuale stadio, inaugurato poi ufficialmente il 28 di quel mese in occasione del settimo anniversario dalla marcia su Roma[38].
Intitolato nel 1946 a Giuseppe Moccagatta, lo Stadio subì nel corso dei decenni vari rinnovi. Nel 1957, con la promozione in A, fu ampliato a 25 000 posti, per poi conoscere il degrado negli anni successivi: per lunghi periodi ampi settori delle tribune furono dichiarati inagibili. Nel gennaio 1995, dopo l'alluvione che aveva colpito la città pochi mesi prima, la capienza fu ridotta prima a 8 182 e poi a 7 694 posti; sulla base di norme introdotte negli ultimi anni, solo 5 827 di essi sono utilizzabili[38]. Attualmente il campo, di proprietà del Comune, ospita anche gare delle giovanili; la prima squadra svolge i propri allenamenti presso il campo sportivo "Michelin" di Spinetta Marengo.
Tifoseria [modifica]
Un primo esperimento di tifoseria organizzata dell'Alessandria, il Gruppo Fedelissimi Grigi[102], nato su suggerimento dell'allenatore ungherese Lajos Nems Kovács, risale al 1947; dell'anno successivo è la provocazione del tifoso che provocò l'ira di Mazzola in Torino-Alessandria. Nel 1957, in occasione dello spareggio di San Siro per la promozione in A, i tifosi dell'Inter si schierarono col Brescia e i suoi tifosi, mentre quelli del Milan scelsero di sostenere l'Alessandria.
Oggi la tifoseria, composta da vari gruppi (Supporters, Vecchia Guardia '74, Head Out, Birre Vuote, Gentaglia, Pochi Ma Maledetti), è convenzionalmente riunita sotto l'unico nome di "Ultras Grigi", che ebbe origine nel 1974, anno del ritorno in Serie B della squadra; occupa la curva Nord dello stadio Moccagatta. La tifoseria è articolata in tutta la provincia di Alessandria, con presenze nelle zone di Acqui Terme, Valenza, Tortona, Ovada e Novi Ligure e la squadra risulta essere seguita anche da appassionati di province limitrofe. Tifoseria apolitica, molto colorata e turbolenta, ha gemellaggi con i tifosi del Trento e del Viareggio e ottimi rapporti anche con i supporters di Genoa e Torino, malgrado la militanza in differenti categorie. C'è rispetto con le tifoserie di Pro Sesto, Ravenna, Vicenza, Pisa e Perugia e amicizia con i tifosi francesi del Tolone.
Rapporti più controversi si hanno in particolare con i tifosi del Casale: le gare tra grigi e nerostellati (i derby della Provincia di Alessandria, che si giocano da oltre novant'anni), sono tra le più sentite in Piemonte[103]. Altri derby, meno celebrati e sentiti, sono quelli con altre squadre della provincia, ovvero Derthona, Novese, Acqui e Valenzana, e della zona del Piemonte Orientale, in particolare Novara e Pro Vercelli.
Nel corso degli anni di militanza in Serie C1 e C2 si vennero a creare pessimi rapporti con tifoserie del Nord Italia come Spezia, Savona, Pavia, Varese, Mantova, Cremonese, Piacenza, Bologna, Varese, Lucchese, Livorno, Prato, Empoli, Pistoiese, Siena, Montevarchi e Venezia.
Allenatori [modifica]
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Calciatori [modifica]
| Per approfondire, vedi Categoria:Calciatori dell'U.S. Alessandria 1912. |
Rosa attuale [modifica]
| Per approfondire, vedi Unione Sportiva Alessandria 1912 2012-2013. |
Aggiornata al 10 febbraio 2013[104]
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Staff tecnico [modifica]
| Direttore sportivo: | |
| Team Manager: | |
| Allenatore: | |
| Allenatore in 2ª: | |
| Preparatore atletico: | |
| Magazziniere: |
Palmarès [modifica]
Competizioni ufficiali [modifica]
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Campionato d'Eccellenza Piemontese
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Campionati disputati [modifica]
In 92 stagioni sportive a partire dall'incardinamento nel sistema della FIGC nel 1912 con un primo torneo di Promozione, l'Alessandria ha partecipato a 89 campionati nazionali. Tra il 1913 e il 1929 prese parte ad un campionato di Prima Categoria Regionale, tre di Prima Categoria Nazionale, cinque di Prima Divisione e tre di Divisione Nazionale. Si aggiungono due campionati regionali di Eccellenza, uno dei quali disputato dalla Nuova Alessandria 1912.
Dettaglio dei campionati nazionali [modifica]
| Categoria | Partecipazioni | Debutto | Ultima stagione | Totale | |
|---|---|---|---|---|---|
| 1º |
ante 1929 | 11 | 1914-1915 | 1928-1929 | 24 |
| Serie A | 13 | 1929-1930 | 1959-1960 | ||
2º |
Serie B | 20 | 1937-1938 | 1974-1975 | 21 |
| B Alta Italia | 1 | 1945-1946 | |||
3º |
Serie C | 13 | 1950-1951 | 1977-1978 | 27 |
| Serie C1 | 14 | 1978-1979 | 2010-2011 | ||
4º |
Serie C2 | 16 | 1980-1981 | 2012-2013 | 16 |
5º |
Serie D | 3 | 2005-2006 | 2007-2008 | 3 |
Dettaglio dei campionati regionali [modifica]
| Categoria | Partecipazioni | Debutto | Ultima stagione |
|---|---|---|---|
| Prima Categoria | 1 | 1913-1914 | |
| Promozione | 1 | 1912-1913 | |
| Eccellenza | 2 | 2003-2004 come Nuova Alessandria 1912 |
2004-2005 |
Record [modifica]
Di squadra [modifica]
Individuali [modifica]L'elenco, aggiornato al 13 maggio 2013, tiene conto di presenze e reti registrate nelle gare di campionato e Coppa CONI disputate dall'Alessandria dalla sua nascita ad oggi. Sono segnalati in grassetto calciatori attualmente in attività.
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