Football Club Internazionale Milano

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F.C. Internazionale Milano
Calcio
Badge of Honour FIFA
Badge of Honour UEFA
Attuale campione d’Italia Campione d’Italia in carica
Detentore della Coppa Italia Detentore della Coppa Italia
Detentore della Coppa Italia di C
Detentore della Coppa Italia di D Detentore della Coppa Italia di D
Detentore della Supercoppa Detentore della Supercoppa Italiana
Attuale campione d’Europa Campione d’Europa in carica
Attuale campione del Sudamerica Campione del Sud America in carica
Campione d’Inghilterra in carica Campione d’Inghilterra in carica
Campione in carica MLS Campione in carica Major League Soccer
Detentore della U.S. Open Cup
Attuale campione del mondo Campione del mondo in carica
Detentore della Supercoppa europea Detentore della Supercoppa d’Europa
Detentore della Coppa UEFA Detentore della Coppa UEFA
Campione di Germania Campione di Germania in carica
Campione di Spagna Campione di Spagna in carica
Attuale detentore della Coppa Intertoto Detentore della Coppa Intertoto
FA Cup Detentore della FA Cup
Beneamata; Nerazzurri; Bauscia (raro); Corazzata Nerazzurra
Segni distintivi
Uniformi di gara
Manica sinistra
Manica sinistra
Maglietta
Maglietta
Manica destra
Manica destra
Pantaloncini
Calzettoni
Casa
Manica sinistra
Maglietta
Manica destra
Pantaloncini
Calzettoni
Trasferta
Colori sociali: Nero e azzurro
Simboli: Biscione
Inno: C'è solo l'Inter
Elio/Graziano Romani
Dati societari
Città: Milano
Paese: bandiera Italia
Confederazione: UEFA
Federazione: FIGC
Campionato: Serie A
Fondazione: 1908
Presidente: Bandiera dell'Italia Massimo Moratti
Allenatore: Bandiera del Portogallo José Mourinho
Stadio: Giuseppe Meazza
(anelli: 82.955 posti)
Sito web: www.inter.it
Palmarès
Scudetti: 16
Trofei nazionali: 5 Coppe Italia
3 Supercoppe italiane
Trofei internazionali: 2 Coppe dei Campioni
3 Coppe UEFA
2 Coppe Intercontinentali
« La serie A è nel nostro DNA »
« Io sono interista »
(Pubblicità della Campagna Abbonamenti)

Il Football Club Internazionale Milano[1] o Internazionale Football Club, meglio conosciuta come Inter[2], è una società calcistica di Milano, militante in Serie A. Fu fondata il 9 marzo 1908 da 43 soci dissidenti del Milan, club insieme al quale rappresenta il capoluogo lombardo nel calcio. È contraddistinta dalla classica maglietta a strisce verticali nere e azzurre e si allena nei campi del centro sportivo "Angelo Moratti" (meglio noto come "La Pinetina") di Appiano Gentile, nei pressi di Como.

Attualmente è la squadra Campione d'Italia, in forza del successo finale conseguito nel campionato di Serie A 2007-2008.

Le maggiori rivali nazionali dell'Inter sono Milan e Juventus, con le quali forma l'asse storico del calcio italiano. In campo internazionale è da segnalare una particolare rivalità sportiva con il Real Madrid, club con cui l'Inter ha peraltro ottimi rapporti a livello dirigenziale, e il Valencia, club affrontato molte volte nel nuovo millennio. Nella sua storia ha vinto 16 scudetti, 5 Coppe Italia, 3 Supercoppe italiane, 2 Coppe dei Campioni, 3 Coppe UEFA e 2 Coppe Intercontinentali. È la terza squadra italiana più titolata dopo Juventus e Milan sia a livello nazionale che internazionale ed è l'unica squadra italiana ad aver sempre militato nel campionato di Serie A.

Attualmente l'Inter è la terza squadra d'Italia per numero di tifosi (16%), dietro la Juventus ed il Milan, come risulta da un sondaggio effettuato dalla società demoscopica Demos, commissionato dal quotidiano La Repubblica e pubblicato il 24 agosto 2007.[3] Il fatturato della società nella stagione 2006-2007 è arrivato a 195,4 milioni di .

Indice

Storia

Gli esordi

L'Inter del primo scudetto
L'Inter del primo scudetto

Il Football Club Internazionale Milano nacque al ristorante L'Orologio la sera del 9 marzo 1908 da una costola di 43 dissidenti del preesistente AC Milan, il quale aveva imposto di non far giocare calciatori stranieri e aveva deciso di non partecipare a nessun torneo nazionale. Il nome scelto per la nuova squadra volle simboleggiare la volontà cardine della società: dare la possibilità a giocatori non italiani di vestire questa maglia. Ai giorni nostri l'Inter è la squadra italiana con il maggior numero di giocatori stranieri, avendo soltanto 4 italiani su una rosa di 27 giocatori.

Al primo presidente Giovanni Paramithiotti successero nel 1909 Ettore Strauss e nel 1910 Carlo De Medici. Quest'ultimo, a sole due stagioni dalla fondazione, portò l'Inter allenata da Fossati ad aggiudicarsi il primo scudetto, grazie al successo per 10-3 in finale contro la quarta squadra di undicenni della Pro Vercelli, mandata in campo per protesta in seguito al rifiuto da parte della F.I.F. (Federazione Italiana del Football) di spostare la data del match, nonostante gli impegni in tornei militari di alcuni vercellesi. Allo scudetto seguirono quattro stagioni fiacche, durante le quali la presidenza cambiò diverse volte: entrarono in carica Emilio Hirzel (1912), Luigi Ansbacher (1914) e nello stesso anno Giuseppe Visconti Di Modrone, che rimane al vertice della società fino al 1919, quando la carica sarà rilevata da Giorgio Hulss. Durante la presidenza Modrone divampò la Prima guerra mondiale: essa portò all'interruzione del Campionato 1914/15 e alla sospensione di tutti i successivi. Arruolamenti e relative perdite non intralciarono però il cammino nerazzurro, che nel 1919/20 vinse il primo Scudetto del dopoguerra vincendo 3-2 la Finale contro il Livorno sul neutro di Bologna: il presidente era Francesco Mauro l'allenatore Nino Resegotti. altri calciatori ammessi alla primavera dell'Inter sono: Di Rienzo Mirco.

L'Ambrosiana, regno di Meazza

Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Ambrosiana.

Retrocessione sfiorata nel 1921/22

La Stagione 1921/22 fu caratterizzata da due federazioni distinte, CCI (Confederazione Calcistica Italiana) e FIGC, che organizzarono due Campionati indipendenti. L'Inter prese parte al Campionato CCI e arrivò ultima nel Girone B della Lega Nord.
Il Campionato si concluse il 30 marzo 1922 con questi piazzamenti finali:

Genoa 37, Alessandria 28, Pisa 27, Modena 26, Padova 23, Torino 20, Casale 20, Legnano 20, Savona 18, Brescia 17, Venezia 17, Inter 11.

La soluzione dei due Campionati non era però gradita, e dopo aspre polemiche il 26 giugno 1922 i dirigenti della FIGC e della CCI si riunirono a Brusnengo per elaborare una nuova composizione unitaria dei gironi nella successiva Stagione 1922/23. Arbitro e mediatore fu Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport. Si giunse a un accordo fra le società rivali, e il reintegro della CCI all'interno della FIGC comportò la sostituzione delle Categorie con sei "Divisioni" sul modello inglese. La Prima e la Seconda furono dirette a livello nazionale da una sinergia di Lega Nord e Lega Sud, mentre le altre vennero demandate ai Comitati Regionali, confinati a un ruolo di secondo piano.
Per determinare la composizione delle prime due Divisioni furono organizzati degli spareggi, e contro l'Inter fu sorteggiata la Libertas di Firenze. Il 9 luglio 1922 a Milano l'Inter si impose 3-0 con doppietta di Tullio Aliatis e gol di Ermanno Aebi, detto "Signorina". L'1-1 nel ritorno del 16 luglio a Firenze ammise l'Inter in Prima Divisione.

Allo Scudetto seguì un lungo periodo anonimo, segnato solo da una retrocessione evitata per un soffio (riquadro a lato) e, dopo molti piazzamenti di media classifica nei Gironi interregionali, da un quinto posto nel 1926/27. Ci furono due cambi di presidenza: nel 1923 a Mauro successe Enrico Olivetti, e nel 1926 fu la volta di Senatore Borletti. La panchina vide invece alternarsi Bob Spotishwood, Paolo Schiedler, Arpad Veisz e Giuseppe Viola.

Con l'arrivo del "Ventennio", l'Inter si vide costretta a cambiare ragione sociale: il Partito Fascista non apprezzava infatti il nome "Internazionale", che non rispettava la tradizionale italianità promossa dalla linea di governo e richiamava troppo esplicitamente l'Internazionale per antonomasia, vale a dire la Terza Internazionale comunista. Nell'estate del 1928, sotto la guida del presidente Senatore Borletti (entrato in carica nel 1926), l'F.C. Internazionale si fuse con l'Unione Sportiva Milanese, mutando nome e casacca e divenendo "Associazione Sportiva Ambrosiana", con tenuta bianca rossocrociata (colori di Milano) e segnata dal fascio littorio.

La nuova divisa durò soltanto pochi mesi, e di nuovo in nerazzurro (ma con il colletto a scacchi bianconeri, colori sociali dell'U.S. Milanese), la squadra di nuovo allenata da Arpad Veisz e guidata dai presidenti Ernesto Torrusio (1929) e Oreste Simonotti (1930) conquistò il terzo Scudetto in occasione del primo Campionato a girone unico senza suddivisioni geografiche, la Serie A del 1929/30, raggiungendo anche la semifinale di Mitropa Cup, coppa riservata ai club più forti di Austria, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia. In questo Campionato inoltre ricevette la consacrazione definitiva Giuseppe Meazza, detto "Balilla", bomber nerazzurro brillante sostituto degli "ex" Antonio Powolny, Fulvio Bernardini e Luigi Cevenini III.

Il quinto posto nel 1930/31 portò un'aria di cambiamento alla società: il nuovo timoniere Ferdinando Pozzani, soprannominato "Generale Po" per i modi autarchici, lasciò andare molte bandiere, cambiò allenatore (Istvan Toth) e ottenne dalla FIGC il permesso per assumere la denominazione di Ambrosiana-Inter. Lo stravolgimento societario non portò però risultati, che si limitarono ad un deludente sesto posto. Il nuovo ritorno di Weisz, l'arrivo del prestigioso portiere Carlo Ceresoli e dei nuovi attaccanti di spessore Levratto e Frione II sembrò spingere l'Ambrosiana verso lo Scudetto, però mancato: nel 1932/33 la squadra arrivò solamente seconda otto punti dietro la Juventus. Il 1933 fu anche l'anno dell'unica Finale in Mitropa Cup. Dopo aver liquidato First Vienna e Sparta Praga, ai nerazzurri restava da battere il fortissimo Austria Vienna: la vittoria per 2-1 a Milano sembrò arridere a Meazza e compagni, che però a Vienna vennero sconfitti 3-1 dai i padroni di casa.

Meazza con la maglia dell'Inter
Meazza con la maglia dell'Inter

Si sentì di nuovo odore di Scudetto nel 1933/34. A due giornate dalla fine l'Ambrosiana batté la Juventus 3-2 all'Arena Civica, in un match storico che registrò l'incasso record di 400 mila lire. Tuttavia le sconfitte con Fiorentina e Torino condannarono i nerazzurri a un altro secondo posto, stavolta con lo scarto ridotto a quattro punti. L'anno successivo, negativamente segnato dalla scomparsa di "Tito" Frione, ebbe dell'incredibile: all'ultima giornata Inter e Juve erano a pari punti. I bianconeri vinsero a Firenze, mentre i nerazzurri persero contro la Lazio, con rete dell'ex nerazzurro Levratto, e il 1934/35 divenne per i ragazzi allenati da Gyula Feldmann l'anno del terzo secondo posto consecutivo.

Passarono due anni spenti, dove in panchina si avvicendarono Albino Carraro (sostituto di Feldmann, esonerato) e Armando Castellazzi, ottenendo solo un quarto e un settimo posto in Serie A e una Semifinale di Mitropa Cup.

L'Ambrosiana-Inter tornò in auge nel 1937/38, spuntandola nella corsa allo Scudetto su Juventus e Milan solo all'ultima giornata, seppur in Mitropa Cup arrivò un'eliminazione già ai quarti. Ancora protagonista del trionfo nerazzurro fu il centravanti Giuseppe Meazza, che si laureò Campione del Mondo per la seconda volta. La società compensò il ritiro di mister Castellazzi con Tony Cargnelli, abile teorico del "Sistema" (modulo che sostituisce il classico schema danubiano), e fronteggiò l'improvviso declino di Meazza con il ritorno di Attilio Demaria dal Sudamerica. La squadra così rinnovata arrivò terza in Serie A e vinse la sua prima Coppa Italia nel 1938/39. Otto giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia arrivò l'ultimo Tricolore sotto la denominazione di Ambrosiana-Inter. Nonostante l'idolo della folla Meazza fosse rimasto bloccato per l'intera stagione da una grave vasocostrizione al piede, i nerazzurri diressero autorevolmente il Campionato 1939/40, vincendo all'ultima di Campionato lo scontro diretto con il Bologna e festeggiando lo Scudetto sul neutro di San Siro, campo del Milan scelto perché il numero di spettatori era superiore alla capienza massima dell'Arena Civica (l'incasso sarà di 471 mila lire).

La coppia di allenatori Peruchetti-Zamberletti decise per la cessione di Meazza al Milan, consideratolo ormai finito. Dopo tredici anni passati in nerazzurro si fece tuttavia ancora rimpiangere segnando la rete del definitivo 2-2 nel derby cittadino. In Campionato un'andata brillante si contrappose a un discutibile ritorno, e nel 1940/41 l'Ambrosiana-Inter arriva seconda. Nei due anni successivi Ivo Fiorentini non andò oltre una clamorosa dodicesima posizione e Giovanni Ferrari, sotto la nuova presidenza di Carlo Masseroni portò i suoi ragazzi a un modesto quarto posto. Nel 1943 la FIGC decise per la sospensione delle attività sportive nazionali: nel Campionato Alta Italia 1944, organizzato dai Comitati Regionali, l'Ambrosiana arrivò prima nelle Eliminatorie Lombarde, ma soltanto sesta nel Girone di Semifinale.

Il secondo dopoguerra e l'Inter di Foni

Dopo la caduta del regime fascista, il 27 ottobre 1945 il presidente Masseroni annunciò con toni gloriosi che "l'Ambrosiana torna a chiamarsi solo Internazionale". L'Inter salutò questo storico avvenimento senza fare faville, e alternò brillanti prestazioni (come uno storico 6-2 sul "Grande Torino") ad altre ben più fiacche. Il Campionato Misto Serie A-B 1945/46 fu la prima e unica edizione "non a girone unico" dal 1929-30: nonostante la qualificazione ottenuta con la seconda piazza nel Campionato Alta Italia, nel Girone Finale la squadra di Carlo Carcano chiuse soltanto al quarto posto.

Il 1946/47 partì con i migliori propositi: confermato Carcano, Masseroni ottenne dalla FIGC il permesso di tesserare calciatori stranieri e acquistò i sudamericani Bovio, Cerioni, Pedemonte, Volpi e Zapirain, che diventarono noti in Italia con il soprannome di "cinque bidoni" per la loro leggendaria inadeguatezza al calcio. Zapirain si fece notare solo come giocatore di biliardo, mentre Bovio, criticato a causa del sovrappeso, si caratterizzò per comportamenti oggi impensabili: nel gennaio 1947, dopo un esaltante primo tempo a Modena, nella ripresa lasciò la squadra in dieci pur di rimanere abbracciato alla stufa dello spogliatoio. Pochi giorni dopo Bovio, Cerioni e Volpi fuggirono in Sudamerica e fecero perdere le loro tracce. Masseroni salvò le sorti della squadra affidandone la gestione tecnica a Nino Nutrizio e all'allenatore-giocatore Giuseppe Meazza, tornato all'Inter a trentasei anni. La coppia riuscì nell'impresa e, nell'ultima partita di Meazza, i tifosi festeggiarono una comoda salvezza al decimo posto.

Il grande Veleno Lorenzi
Il grande Veleno Lorenzi

Soltanto l'idolo della folla venne confermato in panchina, e questo gli causò forti problemi di comunicazione con i propri giocatori, tanto da renderne necessario l'esonero e il ritorno di Carcano. Questi, non potendo più contare sul trascinatore dell'Andata Bruno Quaresima bloccato da un infortunio, decise di far girare la squadra attorno all'estro del giovane Benito Lorenzi, che si distinse all'inizio della Stagione. Alla fine del 1947/48, tuttavia, la terza piazza conquistata al giro di boa si ridusse solo a un sofferto dodicesimo posto.

Il 1948/49 divenne tristemente famoso come l'anno della tragedia di Superga. L'Inter fece grandi acquisti: arrivano l'apolide Istvan Nyers, detto "Etienne" per le origini francesi, il difensore Attilio Giovannini e la punta Gino Armano, gettando le prime basi per un glorioso futuro. I nuovi campioni però non offrirono il gioco richiesto da mister Astley, che venne sostituito a metà Stagione da Giulio Cappelli. Il nuovo allenatore condusse una sfrenata rimonta fino a raggiungere il secondo posto solitario, cinque punti davanti alla Juventus e altrettanti dietro al Torino che proprio con l'Inter giocò la sua ultima partita ufficiale.

Lennart Skoglund, 246 presenze e 57 reti
Lennart Skoglund, 246 presenze e 57 reti

Il Campionato 1949/50 partì con i migliori propositi. il "tulipano volante" Faas Wilkes infiammò gli spalti, ma insistendo troppo nelle azioni personali, mentre il dualismo Amadei-Lorenzi tolse serenità alla squadra. Alla fine l'Inter mise le mani su un terzo posto al di sotto delle aspettative. Avvenne quindi un cambio di allenatore, Aldo Olivieri al posto di Giulio Cappelli; la fiducia in Lorenzi di questi fu tale da portare alla cessione di Amadei e l'addio del centrocampista Aldo Campatelli portò Masseroni a cercare un nuovo campione del settore, trovato nello svedese Lennart Skoglund, detto "Nacka" a causa della regione d'origine. Il finale di Campionato fu caratterizzato da una rimonta su un Milan in declino, ma l'Inter non era abbastanza incisiva e lo Scudetto 1950/51 rimane affare dei rossoneri per un solo punto. Nell'estate che precedette il Campionato 1951/52 il presidente diede fiducia all'organico, rimpolpato solo dal portiere Giorgio Ghezzi. La squadra soffrì però sulla continuità di rendimento, particolarmente evidente per Skoglund e Wilkes, e arrivò solo terza.

Il 1952/53 iniziò con una rivoluzione tattica. Il nuovo allenatore era il Dottor Alfredo Foni, un precursore del catenaccio, che reinventò Ivano Blason libero e scartò l'estroso Wilkes in favore di un più concreto Bruno Mazza, acquistato per pochi soldi. La nuova impostazione di gioco non piacque alla critica, ma sbaragliò gli avversari all'insegna del "prima non prenderle": l'Inter è Campione d'Italia. In seguito alle pesanti critiche riguardo al gioco troppo difensivistico, nella Stagione successiva Foni decise di proporre un modello di calcio più estroso e aggressivo. A inizio Stagione Nyers venne escluso dalla rosa per aver richiesto un aumento di stipendio, ma alla vigilia della partita contro il Milan Masseroni cedette alle sue richieste pur di farlo giocare: segnò una tripletta, gli unici tre gol dell'incontro, e l'Inter si aggiudicò il derby. Skoglund fu invece protagonista assoluto di un leggendario 6-0 sulla Juventus. In un Campionato in cui tutti i nerazzurri hanno il loro momento di gloria, l'Inter si impose in volata e per un solo punto, davanti alla Juve, divenendo Campione d'Italia 1953/54.

Nel 1954 il presidente e patron Carlo Masseroni, ormai appagato dalle vittorie in Serie A, iniziò una lunga trattativa con il petroliere Angelo Moratti per la cessione della società. Senza nuovi arrivi stranieri (il Ministro Andreotti chiuse le frontiere dopo la figuraccia a Svizzera '54) il vuoto lasciato da Giovannini volle essere colmato da Giorgio Bernardin, che però non convinse in linea con le prestazioni generali della squadra: alla fine del 1954/55 l'Inter arrivò solo ottava.

L'era Angelo Moratti e la Grande Inter

Il "presidentissimo" Moratti
Il "presidentissimo" Moratti
Il "mago" Herrera
Il "mago" Herrera
Per approfondire, vedi la voce Grande Inter.

Nel 1955 Angelo Moratti divenne presidente dell'Inter. Da allora il suo obiettivo fu quello di costruire una squadra per eccellere in ogni competizione ma gli inizi non furono facili. Moratti impiegò otto anni per vincere il suo primo scudetto e in quegli anni cambiò ben sette allenatori, non riuscendo mai a far decollare la sua squadra.

Dopo una partita di Coppa delle Fiere nella quale il Barcellona travolse l'Inter, Moratti decise di ingaggiare l'allenatore dei catalani Helenio Herrera. La scelta, alla luce dei risultati ottenuti, si dimostrò ampiamente indovinata; per completare il quadro societario venne ingaggiato Italo Allodi, un manager in grado di allestire una squadra competitiva e vincente ad ogni livello. Allodi avrebbe fatto, in seguito, la fortuna anche di Juventus e Napoli oltre che della Nazionale. All'intelaiatura della squadra si aggiunsero presto Mario Corso e due giovani della primavera: Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola (figlio del grande Valentino). I due sarebbero diventati due bandiere nerazzurre e della Nazionale italiana.

La squadra impiegò tre anni per vincere il suo primo scudetto ma, da allora, continuò a mietere straordinari successi, inducendo molti a definirla la migliore squadra del mondo del periodo. Herrera, o HH (come viene spesso chiamato), costruì la sue vittorie con la tattica del catenaccio: in porta c'era Giuliano Sarti, prelevato dalla Fiorentina; la difesa veniva guidata dal libero Armando Picchi, capitano di quella squadra e autentico leader; davanti a lui c'erano due marcatori arcigni come Tarcisio Burgnich e Aristide Guarneri. Sulla fascia sinistra venne attuata la prima rivoluzione tattica di Herrera: Facchetti diventò il primo terzino capace di affondare in avanti e trasformarsi in una vera e propria ala. A centrocampo il regista era Luis Suarez che il tecnico volle a tutti i costi dopo averlo avuto al Barcellona; con i suoi lanci lunghi Suarez era in grado di servire palloni preziosi, principalmente alla velocissima ala destra Jair. Il centrocampo venne rinforzato da Gianfranco Bedin; l'estrosità di Corso dava un tocco di fantasia alla squadra, e in attacco Mazzola fungeva da mezz'ala con al centro Joaquín Peiró.

La formazione titolare vincitrice della Coppa dei Campioni 1963/64
La formazione titolare vincitrice della Coppa dei Campioni 1963/64

Dopo il primo scudetto del 1963 arrivò anche la prima Coppa dei Campioni, vinta contro il grande Real Madrid. L'Inter vinse per 3-1 con due gol di Mazzola e uno di Milani allo Stadio del Prater di Vienna. In quell'anno giunse anche la Coppa Intercontinentale vinta battendo l'Independiente; dopo aver perso la gara di andata in Argentina per 1-0, i nerazzurri prevalsero a San Siro per 2-0 con le reti di Mazzola e Corso. Nella terza e decisiva partita giocata allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid l'Inter vinse per 1-0 con gol di Corso nei supplementari. Solamente lo scudetto venne perso in quell'anno, dopo lo spareggio di Roma giocato contro il Bologna. L'anno seguente l'Inter tornò a dominare: vinse di nuovo lo scudetto e ancora la Coppa dei Campioni, questa volta proprio a San Siro. Sotto un vero e proprio diluvio superò, infatti, il Benfica per 1-0 con gol di Jair. Arrivò di nuovo anche la Coppa Intercontinentale, ancora contro l'Independiente. A San Siro l'Inter vinse 3-0 con gol di Peiró e doppietta di Mazzola, poi fece 0-0 in Argentina.

Nella stagione 1965/66 arrivò il terzo scudetto dell'era Herrera, con l'Inter che domina dall'inizio alla fine del campionato, mentre in Coppa dei Campioni la squadra milanese termina il torneo in semifinale.

La rosa dell'Inter 1965/66 che al termine della stagione avrebbe vinto lo scudetto della stella
La rosa dell'Inter 1965/66 che al termine della stagione avrebbe vinto lo scudetto della stella

Il 1967 rappresenta un anno cardinale nella storia dell'Inter. In pochi giorni la squadra vide svanire traguardi accarezzati per un'intera stagione: il 25 maggio, a Lisbona, un'Inter favorita dal pronostico, ma stanca e priva del suo faro Suarez, dovette cedere agli assalti degli scozzesi del Celtic Glasgow, nella finale di Coppa dei Campioni. Per oltre un'ora, Sarti parò tutto, prima di arrendersi alle conclusioni di Gemmell e Chalmers, che ribaltarono l'iniziale vantaggio interista siglato da Mazzola. Sei giorni dopo, il I di giugno, nell'ultima giornata di campionato, l'Inter cadde incredibilmente a Mantova, questa volta tradita da un errore del suo numero 1, su un'apparentemente innocua conclusione dell'ex Di Giacomo. La sconfitta consentì il sorpasso in classifica alla Juventus, che si aggiudicò lo scudetto.

L'Inter si presentò stanca agli appuntamenti decisivi della stagione, logorata dalla lunga corsa; nelle ultime sei giornate di campionato soltanto 4 punti, frutto di altrettanti pareggi, ne rimpolparono la classifica, ma non si può tacere che la partita di Mantova, come l'intero finale di stagione - e come già gli epiloghi dei campionati 1960-61 e 1963-64 -, prestava il fianco a dubbi e recriminazioni. Moratti, fedele alla sua grandezza, troncò sul nascere ogni polemica con le sue parole:

« Siamo stati grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell'onda. E tutti a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti »
(Angelo Moratti - dal sito della società)

L'anno seguente, al termine di una stagione deludente, l'Inter concluse il campionato al quinto posto. Fu la fine di un'era: Angelo Moratti, il Presidentissimo, lasciò, dopo tredici anni, la guida della società e con lui se ne andarono anche Helenio Herrera e Italo Allodi. Era il 18 maggio 1968. Più tardi, Moratti dirà:

« Tifo lo stesso, soffrendo molto meno. Non sento più la responsabilità imposta dalla folla. Sono un tifoso in mezzo ai tifosi »
(Angelo Moratti - dal sito della società)

La presidenza Fraizzoli

Festeggiamenti per lo scudetto 1970-71
Festeggiamenti per lo scudetto 1970-71
L'Inter vince lo scudetto nel 1980
L'Inter vince lo scudetto nel 1980
Gabriele Oriali, mediano dell'Inter dal 1970 al 1983
Gabriele Oriali, mediano dell'Inter dal 1970 al 1983

Con l'uscita di scena di Angelo Moratti la proprietà della società passò di mano al nuovo presidente Ivanoe Fraizzoli. La nuova gestione portò presto un campione di primissimo livello: Roberto Boninsegna, detto Bonimba. Cresciuto nelle giovanili nerazzurre, si mise in luce nel Cagliari prima di tornare all'Inter e affermarsi definitivamente nel corso dei mondiali di Messico 1970. Grazie a lui e ai reduci della Grande Inter, i nerazzurri si aggiudicarono l'undicesimo scudetto della loro storia. Il merito fu, in buona parte, di Giovanni Invernizzi, l'allenatore chiamato dalle giovanili per sostituire Heriberto Herrera: dopo il cambio di panchina, l'Inter si lanciò in una rincorsa che le permise di ricuperare i 6 punti di ritardo che accusava dai rivali del Milan: il 7 marzo 1971 i nerazzurri si aggiudicarono, col punteggio di 2-0, il derby di ritorno e due settimane dopo raggiunsero la vetta della classifica superando il Napoli a San Siro con una doppietta di Boninsegna che ribaltò il vantaggio iniziale dei partenopei. Il 2 maggio 1971, con due giornate di anticipo sulla conclusione del campionato, l'Inter conquistò il primo scudetto dell'era Fraizzoli. Il primo e, finora, unico scudetto vinto da una squadra che ha cambiato l'allenatore in corsa.

Seguirono anni di dominio pressoché incontrastato della Juventus, fino al 1978, stagione in cui i nerazzurri tornarono ad alzare al cielo un trofeo: è la Coppa Italia, la seconda della storia interista. A quarant'anni dal primo successo (quando ancora la società portava il nome di Ambrosiana), l'Inter poté finalmente bissare quella vittoria, superando nella finale unica di Roma il Napoli per 2-1. Artefici di questo risultato furono, oltre al grande Giacinto Facchetti, giunto al suo ultimo passo da calciatore e assente per infortunio dalla finale, le colonne Gabriele Oriali e Giampiero Marini e nuovi interisti quali Alessandro Spillo Altobelli, autore della rete dell'1-1 in finale, Graziano Bini, nuovo carismatico capitano della squadra, a dispetto della giovane età, e marcatore della rete decisiva in finale, Giuseppe Baresi, Ivano Bordon, Nazzareno Canuti e Carlo Muraro, guidati dal sergente Eugenio Bersellini, uomo di grandi qualità morali, tenace e taciturno, cultore della filosofia del lavoro, capace di restituire gioco e identità di squadra all'Inter dopo anni bui.

Roberto Boninsegna, simbolo dell'Inter nell'era Fraizzoli
Roberto Boninsegna, simbolo dell'Inter nell'era Fraizzoli

Grazie al nuovo corso tecnico, il dodicesimo scudetto non si fece attendere troppo: all'avvio del campionato 1979-1980 la squadra poteva contare su nuovi nomi quali Evaristo Beccalossi, Giancarlo Pasinato, Mimmo Caso e Roberto Mozzini. Un campionato condotto in vetta solitaria sin dalla prima giornata: una cavalcata che passò dal titolo di campione d'inverno al doppio successo nel derby (2-0 e 0-1) al clamoroso trionfo sulla Juventus [4-0]. La stagione si chiuse in apoteosi con la vittoria dell'Inter e la retrocessione del Milan e della Lazio per gli scandali del Totonero.

L'anno seguente, l'Inter uscì nelle semifinali di Coppa Campioni per mano degli spagnoli del Real Madrid che avrebbero poi perso la finale con il Liverpool, la squadra che dominava in Europa tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80.

Nel 1982 comunque, i nerazzurri riuscirono ad alzare la loro terza Coppa Italia: dopo aver perso l'andata dei quarti di finale per 4-1 contro la Roma, l'Inter rovesciò la situazione a Milano imponendosi per 3-0. In una drammatica semifinale venne superato il Catanzaro (2-1 in rimonta a San Siro e 2-3 dts al Militare, con l'Inter ridotta in nove uomini) e la doppia finale contro il Torino fu decisa dall'1-0 di Serena a San Siro e dall'1-1 del Comunale, con reti di Cuttone e Altobelli, vero artefice, con le sue marcature, del successo finale dell'Inter e di lì a poche settimane ancora decisivo, questa volta con la maglia della nazionale, nella strozza del Bernabeu.

Con questa vittoria si congedava dall'Inter Eugenio Bersellini e questo fu anche l'ultimo trofeo vinto durante la presidenza di Ivanoe Fraizzoli, che, due anni più tardi, lascerà la proprietà con un bilancio di due Campionati e due Coppe Italia vinti in sedici anni di guida societaria.

Pellegrini e l'Inter dei record del 1989

Karl-Heinz Rummenigge con la maglia nerazzurra
Karl-Heinz Rummenigge con la maglia nerazzurra
Giovanni Trapattoni, allenatore nerazzurro nel campionato-record del 1988-1989
Giovanni Trapattoni, allenatore nerazzurro nel campionato-record del 1988-1989

Il 18 gennaio 1984 la presidenza dell'Inter passa a Ernesto Pellegrini, che per sette miliardi rileva la società da Fraizzoli. Il suo primo acquisto è un colpo del calciomercato: il tedesco Karl Heinz Rummenigge, due volte Pallone d'oro, uno degli attaccanti più forti del momento. Il centravanti arriva dal Bayern di Monaco, con il quale ha vinto tutto. Cambia anche l'allenatore (da Gigi Radice a Ilario Castagner, strappato al Milan), ma l'avvio della nuova proprietà è faticoso. Rummenigge, che diventa subito l'idolo dei tifosi, è frenato dagli infortuni: entrerà nella memoria per una doppietta contro la Juventus (battuta per 4-0 a Milano) e per una fantastico gol in Coppa dei Campioni (acrobazia contro i Rangers) annullato dall'arbitro, il connazionale Roth. Sono questi gli anni di un'accesa rivalità europea con il Real Madrid. Pellegrini si adopera per regalare all'Inter campioni (come il belga Vincenzo Scifo) e vittorie.

L'andamento discontinuo cambia con l'arrivo sulla panchina nerazzurra di Giovanni Trapattoni, già fuoriclasse pluridecorato con il Milan di Nereo Rocco e allenatore che ha vinto tutto con la Juventus. Il Trap arriva a Milano il 22 maggio 1986. Sfiora lo scudetto alla prima stagione, prepara l'impresa l'anno dopo, dando forma e sostanza a una squadra nella quale prende sempre più spazio un trio storico, composto dal portiere Walter Zenga e dai difensori Giuseppe Bergomi (giovanissimo campione nel mondo nel 1982 in Spagna) e Riccardo Ferri. Nella stagione 1988-89 l'Inter conquista il suo 13° scudetto potendo fare affidamento su una squadra nuova, ma che sembra esperta e affiatata. Sul fronte degli acquisti dalla Germania arriva Lothar Matthäus, uno dei centrocampisti più completi di sempre, Pallone d'Oro e campione del mondo nel 1990, protagonista in campo e negli spogliatoi. Oltre a Matthäus è ingaggiato il terzino sinistro Andreas Brehme, eccezionale interprete tattico sulla fascia sinistra di un gioco di squadra che è la peculiarità del Trapattoni allenatore.

Alessandro "Spillo" Altobelli: 317 presenze e 128 reti in Serie A
Alessandro "Spillo" Altobelli: 317 presenze e 128 reti in Serie A

Tra gli acquisti italiani il vero colpo del calciomercato è Nicola Berti, giovane promettente centrocampista proveniente dalla Fiorentina che diventa subito idolo dei tifosi, e il cursore di fascia destra del Cesena Alessandro Bianchi. Accusato di essere la vecchia espressione del calcio italiano, ormai segnato dalle rivoluzioni di Arrigo Sacchi (allenatore del Milan), Trapattoni rende la sua Inter una formazione estremamente solida e concreta, con un centravanti classico (Aldo Serena) che vince la classifica dei marcatori (22 gol) e che si abbina perfettamente con una seconda punta veloce e pungente, l'argentino Ramón Díaz, arrivato a Milano in prestito dopo la bocciatura, per problemi fisici, dell'algerino Rabah Madjer. A centrocampo, dietro l'esuberanza dei vari Matthäus e Berti, spicca la regia di Gianfranco Matteoli. È un'Inter perfetta, che raccoglie ben 58 punti (record per i campionati a 18 squadre) e, oltre al Milan di Sacchi campione d'Italia uscente, batte di slancio anche il Napoli di Diego Armando Maradona nel faccia a faccia allo stadio "Meazza" il 28 maggio 1989. È il primo e anche unico scudetto vinto da Ernesto Pellegrini.
La stagione in Europa non è cosi fulgida come in Italia: i nerazzurri sono eliminati negli ottavi di Coppa UEFA dal Bayern Monaco (2-0 per l'Inter in Germania nella gara di andata; 3-1 per i tedeschi al "Meazza" nel ritorno).

Nella stagione successiva l'Inter inserisce in squadra un altro tedesco, Jurgen Klinsmann. Anche grazie a lui la squadra riesce a vincere la Supercoppa Italiana (contro la Sampdoria, battuta 2-0) e la prima Coppa UEFA della storia (contro la Roma: vittoria nerazzurra per 2-0 a Milano (gol di Matthäus su rigore e Berti) e vittoria giallorossa per 1-0 (Rizzitelli) all'Olimpico), riportando il nerazzurro sul tetto d'Europa 26 anni dopo la conquista dell'ultimo trofeo nel 1965, sotto la gestione di Angelo Moratti. L'Inter di Trapattoni si chiude proprio qui, a Roma, il 22 maggio 1991, con la conquista della Coppa UEFA.

Nell'estate del 1991 il tecnico torna alla Juventus e Pellegrini decide di sostituirlo con l'emergente Corrado Orrico, reduce da una promozione in Serie B con la Lucchese seguita da un ottimo campionato (sfiorata la promozione) nella serie cadetta. Tuttavia la scelta si rivela sbagliata e inaugura di fatto la fase calante della gestione Pellegrini. Orrico si dimette al termine del girone di andata e la squadra viene affidata temporaneamente a Luis Suárez, vecchia gloria nerazzurra.

Nella stagione 1992/93 la panchina passa nelle mani dell'esperto Osvaldo Bagnoli, già campione d'Italia con il Verona nel 1985 e che aveva ben figurato nelle stagioni precedenti con il Genoa. A Bagnoli è affidata una squadra non molto competitiva. Tra gli acquisti, rivelatisi poi errati, spicca quello del macedone Darko Pancev (già vincitore della Coppa dei Campioni 1991 con la maglia della Stella Rossa di Belgrado), quello dell'eroe azzurro dei Mondiali di Italia 1990 (ma ormai sulla via del tramonto) Salvatore Schillaci oltre a quello del difensore tedesco Matthias Sammer, che nel 1996 vincerà il Pallone d'oro con la maglia del Borussia Dortmund. Ciononostante il tecnico, grazie anche al fantasioso attaccante uruguaiano Ruben Sosa, (prelevato dalla Lazio) e al versatile centrocampista Antonio Manicone (acquistato dal Udinese nel mercato d'inverno) riesce a tenere testa al ben più quotato Milan di Fabio Capello, ottenendo alla fine un buon secondo posto in classifica.

La stagione 1993/94 si apre con il botto di mercato Dennis Bergkamp, olandese, stella nascente dell'Ajax strappato alla concorrenza di mezza Europa per la cifra record di 25 miliardi di lire. Insieme al più conosciuto connazionale arriva anche lo scudiero Wim Jonk sempre dall'Ajax. L'Inter parte con i favori dei pronostici, ma Bergkamp si rivela una grande delusione, non si integra né con compagni né con la tifoseria, e l'Inter precipita rovinosamente in fondo alla classifica salvandosi agli sgoccioli della stagione e di un punto sul Piacenza retrocesso. In compenso in Europa la marcia dell'Inter è radicalmente diversa: con Giampiero Marini, nel frattempo subentrato in panchina al posto di Bagnoli, arriva la seconda Coppa Uefa, conquistata in finale contro gli austriaci del Casino Salisburgo