Storia del Football Club Internazionale Milano

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I quarantaquattro soci dissidenti del Milan che fondarono l'Internazionale il 9 marzo del 1908.
« È il titolo di un nuovo Club sorto da pochi giorni a Milano. Il nuovo Club, nato da una deplorevole scissura che non pochi malintesi hanno creato in seno al Milan Club, è composto in maggioranza di attivi footballey e di parecchi appassionati. Il massimo buon volere ed i migliori propositi sono le basi della nuova società che per ora promette poche ma buone cose. Scopo precipuo del nuovo Club è di facilitare l'esercizio del calcio agli stranieri residenti a Milano e diffondere la passione fra la gioventù Milanese, alla quale vanno fatte speciali e assai lodevoli felicitazioni. I nostri auguri di vita lunga, prospera e, quel che più conta, concorde vadano al nuovo sodalizio, che troverà certo nei suoi fondatori quella buona volontà necessaria perché i buoni intendimenti manifestati abbiano il miglior successo.[1] »
(La Gazzetta dello Sport, marzo 1908)

Di seguito viene trattata la storia del Football Club Internazionale Milano dal 1908 ai nostri giorni.

Indice

Le origini, il primo scudetto e i cambi al vertice (1908-1919)[modifica | modifica wikitesto]

Virgilio Fossati, il primo capitano e allenatore dell'Inter.

Il Football Club Internazionale Milano nacque al Ristorante Orologio[1] la sera del 9 marzo 1908 con il nome di Foot-Ball Club Internazionale (solo nel 1967 verrà aggiunto Milano alla denominazione ufficiale, quando diventerà una S.p.A.[2]) per iniziativa di quarantaquattro dirigenti dissidenti del Milan contro il club rossonero, il quale aveva imposto di non far giocare calciatori stranieri e aveva deciso di non partecipare a nessun torneo nazionale. Il nome scelto per la nuova squadra volle simboleggiare la volontà cardine della società: dare la possibilità a giocatori non italiani di vestire questa maglia.[3] Dalla riunione uscì uno storico verbale che costituì l'atto ufficiale di nascita della società:

« 9 marzo 1908. I signori fondatori si sono riuniti questa sera col fermo proposito di fondare il nuovo Club. Presenti i signori G.Muggiani - Bossard - Lana - Bertoloni - De Olma - Hintermann Enrico - Hintermann Arturo - Hintermann Carlo - Dell'Oro Pietro - Rietmann Ugo - Hans - Voelkel - Maner - Wipf - Ardussi Carlo. Dopo piccole discussioni d'occasione, il signor Muggiani propone si passi alla nomina di un consiglio provvisorio da confermarsi nella seduta di mercoledì 11 marzo. Nelle nomine vengono lasciate vacanti le cariche di Presidente e Vicepresidente. Furono nominati: a Segretario G.Muggiani; cassiere De Olma; economo Rietmann Hans; consiglieri 1° Dell'Oro Pietro 2° Paramithiotti. I presenti deliberano di non nominare una commissione di giuoco, ma bensì trovano necessaria la carica di economo. Muggiani propone di nominare quale socio onorario il Sig. Rag. Bosisio, segretario della Federazione Italiana del Foot-Ball. I presenti accettano tale proposta. Il nome del nuovo sodalizio è stato unanimemente accettato quale Foot-Ball Club Internazionale - Milano. La seduta viene tolta alle 11 1/2. Giorgio Muggiani[1] »
Giovanni Paramithiotti, il primo presidente nerazzurro.

Il pittore futurista Giorgio Muggiani, tra i dissidenti del Milan, scelse i colori che avrebbero rappresentato l'emblema della società: il nero e l'azzurro. Quest'ultimo colore fu scelto perché all'epoca si usavano le matite a due colori, rosse da una parte e blu dall'altra quindi simbolicamente il blu era opposto al rosso.[4] Il pittore disegnò anche lo stemma: ispirato a quello dei club inglesi, riportava le lettere F, C, I, M sovrapposte in bianco su uno sfondo costituito da un cerchio dorato, circondato da un cerchio nero, che a sua volta era circondato da un cerchio azzurro. Muggiani inserì nello stemma la M di Milano pur non apparendo quest'ultima nel primo nome della società (Foot-Ball Club Internazionale); il capoluogo lombardo, infatti, verrà aggiunto ufficialmente alla denominazione solo nel 1967, quando diventerà una S.p.A.[5]

Nella denominazione della società, Milano sarebbe dovuto essere l'appellativo principale, tuttavia si scopre ben presto che la compresenza del Milano e del Milan potrebbe dar adito a confusione e si stabilisce che la squadra dovrà chiamarsi con il nome programmatico per il quale è sorta: Internazionale.[3]

Primo presidente fu nominato il socio e consigliere Giovanni Paramithiotti, mentre, la figura dell'allenatore venne impersonata da Virgilio Fossati, capitano della squadra, che pochi anni dopo morirà nella prima guerra mondiale. All'alba degli anni venti comparve poi stabilmente la figura dell'allenatore.[3]

Nel primo anno l'Internazionale disputa solo amichevoli, tra le quali quella persa con l'Ausonia per 5-1, che viene registrata come la prima partita giocata dall'Inter,[6], una partita contro il Racing Libertas Club vinta per 4-0[6] e la Coppa Chiasso, giocata nella città svizzera, dove l'Inter batté l'Ausonia per 1-0 ed arrivò in finale per sorteggio contro il Milan nel primo derby milanese della storia, vinto dai rossoneri per 3-2, in una finale da venticinque minuti per tempo.[6]

Gli esordi e il 1º scudetto (1909-1910)[modifica | modifica wikitesto]

10 gennaio 1909: la prima partita ufficiale dei nerazzurri fu un derby. Qui una presa di Carlo Cocchi, che nel corso della partita riuscirà a parare anche un rigore calciato da Mädler.

Al primo presidente Giovanni Paramithiotti successero nel 1909 Ettore Strauss e nel 1910 Carlo De Medici. La neonata società andava così a muovere i suoi primi passi nel campionato 1909, nell'ambito del girone lombardo dove si sarebbe dovuta scontrare con Milan e Milanese.[7] Il primo derby della storia contro il Milan, svoltosi il 10 gennaio 1909 all'Arena, coincise anche con la prima partita ufficiale dei nerazzurri e si chiuse con una vittoria rossonera per 3-2, dopo che la squadra capitanata da Marktl si era portata sull'1-1 grazie alla rete di Achille Gama.[7]

La formazione di quella prima stracittadina era: Cocchi; Kappler, Marktl; Niedermann, Fossati, Kummer; Gama, Du Chene, Hopf, Volke, Schuler.[7] Come si può notare, la stragrande maggioranza dei primi calciatori nerazzurri era di origine svizzera. Il girone in questione fu alla fine vinto dalla Milanese.[7]

La formazione dell'Inter che vinse il primo scudetto.

In vista del torneo 1909-1910 che si sarebbe svolto con la formula del girone unico, ci fu un rinnovamento e della squadra dell'anno prima rimasero soltanto due titolari, Fossati e Schuler.[7] Tra i nuovi arrivi c'era il portiere Piero Campelli, che divenne uno dei maggiori punti di forza della squadra. L'Inter si issò in vetta alla classifica in coabitazione con la Pro Vercelli sino alla fine del campionato, costringendo la Federazione a stabilire la data dello spareggio per l'assegnazione del titolo al 24 aprile 1910, all'Arena di Milano.[7] Poiché lo stadio era indisponibile per una gara tra rappresentative militari (nella quale sarebbero stati impegnati i vercellesi Innocenti, Milano II e Fresia), la stessa Federcalcio spostò la sede a Vercelli, senza comunque spostare la data come richiesto dalla dirigenza piemontese; per protesta, i bianchi decisero di far scendere in campo la squadra ragazzi.[7] Il punteggio finale fu 10-3.[8] Questi erano i nomi dei primi campioni nerazzurri: Campelli, Fronte, Zoller; Jenny, Fossati, Stebler; Capra, Payer, Peterlj, Aebi, Schuler.[7] Durante la stagione l'Inter, inoltre, vinse entrambi i derby in goleada: nella prima partita il mattatore fu Capra, autore di una tripletta, condita dai gol di Payer e Peterly, mentre nella seconda gara Engler e Peterly, con le loro doppiette e Capra, risposero alla segnatura iniziale di Mariani.[7]

Il periodo 1910-1919[modifica | modifica wikitesto]

Allo scudetto seguirono quattro stagioni durante le quali la presidenza cambiò diverse volte: entrarono in carica Emilio Hirzel (1912), Luigi Ansbacher (1914) e nello stesso anno Giuseppe Visconti Di Modrone.[7] Dopo la deludente annata 1910-1911, l'Inter chiuse al quarto posto nel girone eliminatorio il campionato successivo.[7] Nel tentativo di rafforzare la squadra, nel 1912 venne preso Luigi Cevenini (noto anche come Cevenini III), vero e proprio fuoriclasse dell'epoca, il quale dopo aver rotto col Milan, decise di trasferirsi in nerazzurro portando con sé i propri fratelli, Aldo e Mario.[7] Il gap con la vetta si ridusse leggermente ma ancora una volta l'Inter rimase esclusa dalle finali, a causa di un terzo posto nel girone ligure-lombardo.[7] Nel 1913 la squadra venne ulteriormente rafforzata, in particolare con l'attaccante Julio Bavastro, che dette ai due fratelli Cevenini la possibilità di godere di una valida spalla d'attacco in grado di finalizzare al meglio la mole di gioco da loro svolta.[7] L'Inter riuscì a vincere il girone eliminatorio davanti a Juventus e Milan, ma nella fase successiva dovette arrendersi a Casale e Genoa.[7] Lo stesso andamento ebbe la stagione 1914-1915, coi nerazzurri primi nel loro girone eliminatorio e in quello di semifinale.[7] Nel girone di finale, però, il cammino nerazzurro fu interrotto dalla guerra, quando mancava una sola partita (Cevenini III fu il capocannoniere con 35 reti).[7] Molti dei giocatori interisti raggiunsero le prime linee e la società nerazzurra, come del resto le altre, pagò un prezzo salatissimo alla guerra: Fossati, Bavastro e Caimi persero la vita. Nel 1919 con la fine della guerra il calcio riprese il suo svolgimento.[7]

Dal secondo scudetto agli anni venti (1919-1928)[modifica | modifica wikitesto]

Il 2º scudetto (1919-1920)[modifica | modifica wikitesto]

L'Inter vittoriosa non appena conclusa la Grande Guerra. Da sinistra Aebi, Agradi, Fossati II, Beltrame, Milesi e Cevenini III; accosciati, Francesconi, Campelli, Asti, Cevenini II e Conti.

Divenne presidente Giorgio Hülss (rimarrà soltanto in questa stagione), il quale ingaggiò la coppia di allenatori Nino Resegotti e Francesco Mauro.[9] La compagine che andava ad affrontare il primo torneo del dopoguerra vedeva la presenza dei "vecchi" Aebi, Agradi, Asti e Campelli, oltre a quattro dei cinque fratelli Cevenini.[9] Inoltre entrarono in prima squadra Giuseppe Fossati, fratello di Virgilio deceduto in guerra, e Leopoldo Conti, a inizio carriera.[9] Il suo arrivo all'Inter assunse le sembianze di un vero e proprio intrigo: conteso da due club minori milanesi, Conti fu atteso sotto casa da alcuni amici di fede nerazzurra, tra i quali Leone Boccali, il futuro dirigente de Il Calcio Illustrato, e convinto a vestire la maglia dell'Inter.[9]

Dopo aver vinto il girone lombardo con Brescia, Juventus Italia, Trevigliese, Cremonese e Libertas, i nerazzurri furono inseriti nel gruppo C di semifinale, insieme a Novara, Bologna, Torino, Andrea Doria ed Enotria Goliardo;[9] totalizzando 16 punti, superarono di tre lunghezze Novara e Bologna qualificandosi, con Juventus e Genoa, al girone finale, che avrebbe sancito la sfidante della vincente del torneo centromeridionale nella finalissima nazionale. Dopo aver battuto i bianconeri per 1-0, all'Inter fu sufficiente un pareggio col Genoa per superare anche questo ostacolo.[9]

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La retrocessione sfiorata

La stagione 1921-1922 fu caratterizzata da due federazioni distinte, CCI e FIGC, che organizzarono due campionati indipendenti. L'Inter prese parte alla Prima Divisione della CCI, inserita nel Girone B della Lega Nord. Il campionato confederale si concluse il 30 marzo 1922, coi nerazzurri piazzatisi ultimi nel loro girone con 11 punti.

A questo punto l'Inter, in quanto ultima in classifica, da regolamento CCI avrebbe dovuto disputare uno spareggio interdivisionale contro una seconda classificata di Seconda Divisione (lo Sport Club Italia) per evitare la retrocessione,[10][11] ma nel frattempo la soluzione dei due campionati separati non aveva incontrato favori, e dopo aspre polemiche il 26 giugno 1922 i dirigenti della FIGC e della CCI si riunirono a Brusnengo per elaborare una nuova composizione unitaria dei gironi nella successiva stagione 1922-1923. Arbitro e mediatore fu Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport. Si giunse a un accordo fra le società rivali (noto come Compromesso Colombo), e il reintegro della CCI all'interno della FIGC derogò i precedenti regolamenti, comportando la sostituzione delle Categorie con sei "Divisioni" sul modello inglese.[12][13] La Prima e la Seconda furono dirette a livello nazionale da una sinergia di Lega Nord e Lega Sud, mentre le altre vennero demandate ai Comitati Regionali, confinati a un ruolo di secondo piano.

Per determinare la composizione delle prime due Divisioni furono organizzati degli spareggi incrociati di ammissione tra squadre federali e confederate; il Compromesso, dunque, complicò la situazione dei nerazzurri, i quali si ritrovarono a dover disputare non più una, ma due sfide-salvezza. Il 2 luglio 1922 l'Inter vinse a tavolino (2-0) lo spareggio preliminare CCI in gara unica contro lo Sport Club Italia, che diede forfait non riuscendo a schierare in campo 11 giocatori. Il club meneghino approdò così al decisivo spareggio interfederale stabilito contro la Libertas Firenze. Il 9 luglio i nerazzurri si imposero a Milano contro i fiorentini per 3-0 (con doppietta di Aliatis e gol di Aebi) nella gara d'andata; l'1-1 nel ritorno del 16 luglio a Firenze permise all'Inter di evitare la relegazione e di essere tuttora l'unica squadra italiana fra quelle sempre in attività a non essere mai retrocessa dalla massima serie del campionato italiano di calcio.

L'ultimo scoglio fu rappresentato dal Livorno, superato nella partita di finale a Bologna per 3-2; già due settimane prima della sfida contro i toscani, tuttavia, la FIGC aveva deciso di assegnare anticipatamente ai nerazzurri il secondo titolo della loro storia.[14][9] Questi gli uomini che avevano composto l'undici titolare nel corso della stagione: Campelli, Francesconi, Beltrame, Milesi, Fossati, Scheidler, Conti, Aebi, Agradi, Cevenini III e Asti. Come già era successo dopo il primo scudetto di dieci anni prima, il trionfo segnò anche l'inizio di un periodo di stasi, che vide i nerazzurri piombare in una sorta di mediocrità.[9]

Il periodo 1920-1928[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Mauro divenne il nuovo presidente nerazzurro e l'Inter, affidata a una commissione tecnica, andò ad affrontare il campionato successivo alla vittoria del secondo scudetto con una rosa pressoché immutata. Il girone preliminare lombardo venne vinto agevolmente contro Casteggio, Giovani Calciatori Legnanesi e Ausonia Pro Goria.[9] Dopo questi primi impegni, cominciava il girone finale lombardo, nel quale l'Inter si trovò di fronte Legnano, U.S. Milanese, Milan, Saronno e Trevigliese.[9] L'avversaria più ostica si rivelò il Legnano, mentre il Milan riservò le proprie forze alle due stracittadine, pareggiate entrambe.[9] Passavano le prime quattro e per i nerazzurri non fu difficile superare anche questo turno.[9] Il girone di semifinale interregionale mise di fronte all'Inter la Pro Vercelli, la Torinese e il Bentegodi Verona.[9] I nerazzurri però fecero solamente tre punti a fronte dei dieci dei bianchi piemontesi e dei nove della Torinese, finendo al terzo posto nel girone.[9] Nel campionato 1921-1922 l'Inter arrivò ultima e dovette affrontare due spareggi di qualificazione per avere accesso alla nuova massima serie del calcio italiano: il primo turno la squadra lo vinse a tavolino, per rinuncia dell'avversaria, lo Sport Club Italia di Milano.[9] Nel turno successivo la squadra sconfisse la P.G.F. Libertas di Firenze per 3-0 a Milano e pareggia 1-1 in trasferta.[9] L'Inter rimase nel campionato di Prima Divisione (divenuto F.I.G.C.) e non retrocedette nella serie inferiore (vedere riquadro a lato).

I nerazzurri, guidati dall'allenatore inglese Bob Spottiswood, migliorarono sensibilmente le loro prestazioni nel campionato 1922-1923 ma non in maniera tale da colmare il divario con le squadre di vertice.[9] Il nuovo presidente, Enrico Olivetti, aveva condiviso la politica dei giovani, ma i risultati continuarono a latitare e non si andò oltre il terzo posto nel 1923-1924.[9] Nel 1924-1925 i nerazzurri, allenati da Paolo Schiedler si piazzarono quarti nel girone A della Lega Nord mentre la stagione successiva arrivarono quinti.[9]

Nel 1926 si arrivò ad una svolta: il nuovo presidente divenne Senatore Borletti mentre in panchina sedette l'ex giocatore interista Árpád Weisz, ungherese di origine ebrea.[9] Nel campionato 1926-1927 l'Inter arriva prima a pari merito con la Juventus nel girone A.[9] Ma nel turno finale la formazione milanese chiuse al quinto posto.[9] Il campionato vinto dal Torino venne però considerato nullo e lo scudetto revocato per illecito sportivo.[9] Nel 1927-1928 si arrivò ancora una volta nel girone finale ma stavolta i nerazzurri finirono al settimo posto. Questa stagione vide l'esordio del diciassettenne Giuseppe Meazza, che segnò 12 reti.[9]

L'Ambrosiana-Inter (1928-1945)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Associazione Sportiva Ambrosiana.

Estate 1928: nasce la Società Sportiva Ambrosiana[modifica | modifica wikitesto]

Con l'instaurazione e affermazione del regime fascista nel corso degli anni venti, l'Inter si vide costretta a cambiare ragione sociale: il Partito Fascista non apprezzava infatti il nome "Internazionale", che non rispettava la tradizionale italianità promossa dalla linea di governo e richiamava troppo esplicitamente l'Internazionale per antonomasia, vale a dire la Terza Internazionale comunista;[15][16] inoltre vi era la volontà da parte del regime di ridurre, ove era possibile, il numero di squadre ad una sola per città; infatti è in questo periodo che nascono squadre come il Napoli, la Fiorentina e la Roma tutte formazioni nate dalla fusione delle varie squadre cittadine (ad eccezione della Lazio che non rientrò nella fusione capitolina).[16] Pertanto, nell'estate del 1928 l'F.C. Internazionale si fuse con l'Unione Sportiva Milanese, ovvero la terza squadra di Milano, mutando nome e casacca: nacque così l'Associazione Sportiva Ambrosiana, con tenuta bianca rossocrociata (colori di Milano) e segnata dal fascio littorio.[15] [16] Senatore Borletti venne tolto dall'incarico e venne nominato l'ex presidente della U.S. Milanese Ernesto Torrusio, che divenne così il decimo massimo dirigente della storia interista.[16][15]

L'8º settembre 1928[17] arrivò la ratifica ufficiale della fusione fra Inter e U.S. Milanese: «A seguito della fusione tra le società F.C. Internazionale e U.S. Milanese deliberata dalle superiori gerarchie ed effettuata dall'Ente Sportivo Provinciale Fascista di Milano, il Segretario del Partito, udito il parere del Commissario, ha ratificato le modalità della fusione stessa, la quale evita la dispersione delle forze calcistiche milanesi e consente l'entrata della Fiumana in Divisione Nazionale . La nuova società assume il nome di Società Sportiva Ambrosiana. La maglia sociale sarà bianca.»[15]

Nel campionato 1928-1929, con allenatore un altro ungherese, József Viola, venne raggiunto il sesto posto nel girone B.

Il 3º scudetto (1929-1930)[modifica | modifica wikitesto]

Una formazione vincitrice del 3º scudetto: da sinistra in piedi, Gianfardoni, Degani e Allemandi; accasciati, Rivolta, Viani e Castellazzi; seduti, Visentin, Serantoni, Meazza, Blasevich e Conti.
Árpád Weisz, ungherese di origine ebrea, vinse il primo campionato a girone unico nel 1930.[18] Morì ad Auschwitz nel 1944.[19]

Ernesto Torrusio nel 1929 lasciò la presidenza a Oreste Simonotti. La nuova divisa durò poco tempo e, di nuovo in nerazzurro (ma con il colletto a scacchi bianconeri, colori sociali dell'U.S. Milanese), la squadra allenata nuovamente da Árpád Weisz conquistò il terzo scudetto in occasione del primo campionato a girone unico senza suddivisioni geografiche, la Serie A del 1929-1930.[16] Dopo aver vinto a Livorno alla prima partita, i nerazzurri persero a Vercelli col minimo scarto.[16] Un pareggio a Roma con la Lazio e la vittoria contro la Cremonese, introdussero gli uomini di Weisz al primo derby stagionale, che fu vinto grazie alla rete di Meazza nel secondo tempo (anche nel ritorno i nerazzurri prevalsero sui rossoneri).[16] Il Balilla, con una tripletta, fu il protagonista della goleada col Padova, nella settima giornata; la domenica successiva l'Inter fu battuta a Testaccio dalla Roma dell'ex Fulvio Bernardini.[16] Il momento non felice fu confermato dalla sconfitta interna con la Triestina, che allontanò il vertice della classifica.[16] Alla quindicesima giornata Meazza e compagni andarono a vincere in casa della capolista Genoa per 4-1.[16] In seguito l'Inter riuscì a violare anche il campo della Juventus, nella giornata successiva, e a vincere titolo di campione d'inverno.[16] La stagione proseguì rifilando un 6-2 al Livorno e un 4-0 alla Pro Vercelli.[16] Alla ventiquattresima giornata i nerazzurri, vincendo a Padova, approfittarono della contemporanea sconfitta della Juventus a Modena.[16] Nella giornata successiva venne battuta la Roma per 6-0 con quaterna di Meazza: proprio l'attacco si dimostrò il reparto più efficiente della squadra, rifilando una goleada dietro l'altra alle rivali, tra le quali spiccò l'8-0 sulla Pro Patria alla ventottesima giornata.[16] L'ultimo sussulto avvenne alla terzultima giornata, quando a far visita all'Inter arrivò il Genoa secondo in classifica a quattro punti: i nerazzurri, in svantaggio di 3 reti nel primo tempo, riuscirono a pareggiare 3-3 nel secondo tempo grazie a Meazza che segnò la tripletta decisiva.[16] La matematica certezza arrivò solo la domenica successiva con la vittoria sulla Juventus, partita preceduta da un incidente automobilistico occorso a Luigi Allemandi, condito da una scazzottata, che costrinse il terzino ad arrivare allo stadio proprio poco prima che cominciasse la gara. L'Inter divenne la prima squadra a vincere la Serie A e Meazza si laureò capocannoniere con 31 reti in 33 gare disputate.[16][20]

In campo internazionale venne raggiunta la semifinale di Coppa Mitropa, coppa riservata ai club di Austria, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia.[16]

Il periodo 1930-1937[modifica | modifica wikitesto]

Il quinto posto nel 1930-1931 portò un'aria di cambiamento alla società: il nuovo timoniere Ferdinando Pozzani cambiò allenatore ingaggiando István Tóth e ottenne dalla FIGC il permesso per assumere la denominazione di Ambrosiana-Inter.[21] Lo stravolgimento societario non portò risultati, che si limitarono al sesto posto in campionato.[22]

Giuseppe Meazza: con 408 presenze e 288 gol totali è il miglior marcatore nella storia dell'Inter. Vinse tre volte il titolo di capocannoniere della Serie A.

Il nuovo ritorno di Árpád Weisz, permise all'Ambrosiana nel 1932-1933 di arrivare seconda, otto punti dietro la Juventus.[22] Il 1933 fu anche l'anno dell'unica finale in Mitropa Cup. Dopo aver eliminato First Vienna e Sparta Praga, ai nerazzurri restava da battere l'Austria Vienna: dopo la vittoria per 2-1 a Milano, a Vienna i nerazzurri vennero sconfitti 3-1 dai padroni di casa.[22]

Nel girone d'andata del 1933-1934 l'Ambrosiana batté la Juventus 3-2 all'Arena Civica.[22] Con le sconfitte nel girone di ritorno con Fiorentina e Torino i nerazzurri ottennero un altro secondo posto, stavolta con lo scarto ridotto a quattro punti.[22]

Nell'anno successivo, segnato dalla scomparsa di "Tito" Frione, all'ultima giornata Inter e Juventus erano a pari punti: i bianconeri vinsero a Firenze, mentre i nerazzurri persero contro la Lazio, con rete dell'ex nerazzurro Felice Levratto e la stagione divenne per i ragazzi allenati da Gyula Feldmann l'anno del terzo secondo posto consecutivo.[22]

Passarono due anni dove in panchina si avvicendarono Albino Carraro (sostituto di Feldmann, esonerato) e Armando Castellazzi, ottenendo un quarto e un settimo posto in Serie A e una semifinale di Mitropa Cup.[22]

Il 4º scudetto e la 1ª Coppa Italia (1937-1939)[modifica | modifica wikitesto]

Una formazione dell'Ambrosiana-Inter vincitrice dello scudetto nel 1938.

Partita la stagione 1937-1938 con un pareggio per 3-3 a Lucca, l'Ambrosiana, guidata ancora da Castellazzi, raggiunse la vetta della classifica alla nona giornata, per effetto della vittoria sulla Juventus.[23] Al quindicesimo turno, ultimo del girone di andata, i nerazzurri vinsero il titolo di campione d'inverno con quattro lunghezze di vantaggio sul Bologna. Il girone di ritorno si aprì con la goleada ai danni della Lucchese; alla ventiduesima giornata la Juventus affiancò i nerazzurri, per poi staccarli di due lunghezze due domeniche dopo.[23] I punti di distanza divennero poi tre alla ventiseiesima giornata, quando l'Ambrosiana fu sconfitta sul campo del Liguria.[23] In seguito i bianconeri persero a Trieste e cedettero in casa contro il Liguria, ex Sampierdarenese, a 90 minuti dalla fine.[23] L'Ambrosiana-Inter balzò così in testa e attese l'ultima giornata con una classifica che vedeva in testa i nerazzurri con 39 punti, poi la Juventus con 38 e Bologna, Genoa e Milan terze a quota 37.[23]

La squadra vinse lo scudetto all'ultima giornata, per effetto della vittoria di Bari: l'annuncio venne dato dagli altoparlanti di San Siro mentre si giocava Milan-Juventus con 40.000 nerazzurri infiltrati.[23] In serata migliaia di tifosi nerazzurri aspettarono il ritorno dei giocatori alla stazione di Milano, per festeggiare il quarto scudetto. Ancora una volta decisivo Meazza, autore di 20 centri stagionali in 25 presenze: nella stessa estate il Balilla portò l'Italia al secondo trionfo mondiale.[23]

La società compensò il ritiro di mister Armando Castellazzi con Tony Cargnelli, teorico del sistema (modulo che sostituisce il classico metodo danubiano). La squadra così rinnovata arrivò terza in Serie A e vinse la sua prima Coppa Italia nel 1938-39 battendo in finale il Novara per 2-1 con gol di Ferraris II e Frossi.[23]

Il 5º scudetto (1939-1940)[modifica | modifica wikitesto]

L'undici che vinse il 5º scudetto nel 1939-40.

A tener banco nelle cronache dell'estate del 1939 fu un "caso" che riguardò Meazza che rimase escluso dalla rosa titolare dell'Ambrosiana per via di un embolo che colpì il suo piede sinistro, noto come "il piede gelato".[24] I nerazzurri guidarono il campionato 1939-1940 con Tony Cargnelli ancora in panchina, vincendo all'ultima giornata lo scontro diretto con il Bologna e festeggiando lo scudetto sul neutro di San Siro, campo del Milan, scelto perché il numero di spettatori era superiore alla capienza massima dell'Arena Civica. Dopo otto giorni Benito Mussolini annunciò l'entrata dell'Italia in guerra.[23]

Il periodo 1940-1942[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni successivi, ceduto Meazza e con la seconda guerra mondiale in corso, non c'erano certezze sul futuro e non si facevano grossi investimenti.[25] La stagione 1940-1941 vide l'Inter, allenata dalla coppia Zamberletti-Peruchetti arrivare seconda, mentre nel torneo successivo la squadra ottenne un dodicesimo posto che ebbe il solo vantaggio di evitare la retrocessione.[25]

La presidenza Masseroni (1942-1955)[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo 1942-1952[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente Carlo Masseroni nel 1954.

Dati i risultati del biennio precedente, il presidente Ferdinando Pozzani si fece da parte in favore di Carlo Masseroni, un industriale della gomma che era anche un grande appassionato di ciclismo.[25] La sua prima mossa fu l'allontanamento del tecnico Ivo Fiorentini, avvicendato da Giovanni Ferrari, appena passato dal calcio giocato alla panchina.[25] Sotto la guida di quest'ultimo l'Inter ottenne il quarto posto nel torneo 1942-1943.[25] Ormai il conflitto mondiale era arrivato anche in Italia ed era arrivato il momento di fermare i campionati.[25] Dopo la caduta del regime fascista, il 27 ottobre 1945 Masseroni annunciò che «l'Ambrosiana torna a chiamarsi solo Internazionale».[25]

Il primo torneo del dopoguerra fu anche quello che vide il ritorno dei gironi territoriali, resi necessari dalle difficoltà di movimento causate dalla distruzione delle infrastrutture viarie.[25] La squadra, affidata a Carlo Carcano, non andò oltre un quarto posto finale.[25] A gennaio inoltrato Carcano venne sostituito da Nino Nutrizio insieme all'allenatore-giocatore Giuseppe Meazza, tornato all'Inter a trentasei anni.[25] La coppia ottenne la salvezza nell'ultima partita da giocatore del Pepin.[25]

Soltanto Meazza venne confermato in panchina, poi comunque esonerato con il ritorno di Carcano.[25] Alla fine del 1947-1948, la terza piazza conquistata al giro di boa si ridusse al dodicesimo posto.[25] Nelle restanti giornate la squadra venne guidata dal gallese David John Astley che divenne il nuovo tecnico anche per la successiva stagione.

Nell'estate del 1948 Masseroni investì pesante sulla campagna acquisti ma i nuovi giocatori non offrirono il gioco richiesto da mister Astley, che venne sostituito a metà stagione da Giulio Cappelli. Quest'ultimo cominciò la rincorsa sul Torino grazie anche ai gol di Nyers, capocannoniere con 26 reti.[25] I nerazzurri tornarono nel gruppo di testa e diventarono il principale avversario dei granata.[25] Solo con lo 0-0 di Milano del 30 aprile 1949 i torinisti riuscirono ad assicurarsi la sicurezza del quinto tricolore di fila.[25] Quella contro i nerazzurri fu l'ultima partita ufficiale del Grande Torino poiché l'intera squadra scomparve il 4 maggio nella tragedia di Superga.[25]

L'annata successivo l'Inter arrivò terza nel torneo vinto dalla Juventus.[25]

Il torneo 1950-1951 si trasformò in una lotta tra le due milanesi, risolto alla penultima giornata quando la sconfitta interna del Milan con la Lazio veniva neutralizzata dalla concomitante sconfitta interista a Torino, coi granata.[25] La squadra giunse infine al secondo posto.[25] Nel torneo successivo la squadra arrivò terza.[25]

La gestione Foni: i due scudetti consecutivi (1952-1955)[modifica | modifica wikitesto]

Il 6º scudetto (1952-1953)[modifica | modifica wikitesto]

L'Inter 1953-54, la prima che seppe bissare il titolo ottenuto nella stagione precedente. Nell'immagine una formazione della stagione: da sinistra Lorenzi, Skoglund, Nesti, Mazza, il capitano Giovannini e Nyers; accosciati Padulazzi, Armano, Neri, Ghezzi e Giacomazzi.

Il 1952-1953 vide la squadra allenata dal dottor Alfredo Foni, un precursore del catenaccio, che reinventò Ivano Blason libero, scartò Faas Wilkes in favore di Bruno Mazza e inventò per Gino Armano l'innovativo ruolo di ala tornante.[26] Gli uomini di Foni presero il comando alla nona giornata e non lo mollarono più sino al termine.[26] Alla quindicesima giornata l'Inter sconfisse la Juventus e si ritrovò con quattro lunghezze di vantaggio sul Milan.[26] Nelle quattro giornate successive il vantaggio aumentò a otto punti, che divennero nove al ventiduesimo turno.[26]

Da quel momento i nerazzurri poterono dedicarsi alla difesa di quel vantaggio, ottenendo la sicurezza della vittoria alla quartultima giornata, con la vittoria sul Palermo che consegnò loro il sesto scudetto della storia interista, ottenuto anche grazie alle prestazioni della difesa che subì soltanto 24 reti.[26] Questa la formazione titolare: Ghezzi, Blason, Giacomazzi, Neri, Giovannini, Nesti, Armano, Mazza, Lorenzi, Skoglund, Nyers.

Il 7º scudetto e l'addio di Masseroni (1953-1955)[modifica | modifica wikitesto]

L'Inter riuscì a bissare lo scudetto, stavolta dopo una lotta con la Juventus, che vide alla fine prevalere i nerazzurri di un punto: fu la prima Inter capace di riconfermarsi campione d'Italia per due anni di fila.[26]

La svolta del campionato si ebbe alla trentaduesima giornata, quando la Juventus, sino ad allora appaiata in testa alla classifica con i nerazzurri, fu sconfitta a Bergamo, mentre l'Inter pareggiava sul campo di Palermo.[26] Quel prezioso punto venne difeso nelle due giornate che mancavano, consegnando così agli uomini di Foni il settimo scudetto. Questa la formazione titolare: Ghezzi, Giacomazzi, Padulazzi, Neri, Giovannini, Nesti, Armano, Mazza, Lorenzi, Skoglund, Nyers.

Masseroni, dopo che nel 1954-1955 la squadra arrivò ottava, decise di passare la mano ad Angelo Moratti.[26]

La presidenza di Angelo Moratti (1955-1968)[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo 1955-1960[modifica | modifica wikitesto]

Angelo Moratti, presidente dell'Inter dal 1955 al 1968.

Il 28 maggio 1955, un sabato, Angelo Moratti diventò il nuovo presidente e patron dell'Inter. Moratti allontanò Alfredo Foni e puntò su Aldo Campatelli.[27] Conclusa una dispendiosa campagna acquisti, in campionato dopo sei giornate l'Inter era in testa, e una sequenza di cinque sconfitte portò all'esonero dell'allenatore alla tredicesima giornata.[27] Fu chiamato quindi Giuseppe Meazza dalle giovanili, che recuperò posizioni chiudendo il 1955-1956 al terzo posto.[27] Dopo la rivoluzione dell'estate precedente, stavolta Moratti si dedicò al consolidamento dell'impianto preesistente ingaggiando Annibale Frossi, come direttore tecnico e Luigi Ferrero allenatore in panchina.[27] La squadra, dopo una partenza travagliata, si ritrovò in vetta alla dodicesima giornata ed in seguito si ritrovò terza a metà torneo.[27] L'Inter tenne il passo delle prime sino alla venticinquesima giornata, quando Ferrero decise di mollare la guida tecnica a Frossi.[27] Il suo avvento sulla panchina però non diede i frutti sperati e venne richiamato ancora Meazza: una iniziale serie positiva portò l'Inter al secondo posto, poi cinque sconfitte consecutive la fecero scendere in classifica.[27] Con la vittoria nell'ultima giornata i nerazzurri agguantarono la quinta posizione.[27] L'arrivo del centravanti Antonio Angelillo e dell'allenatore John Carver permisero nel 1957-1958 di far conquistare alla squadra il nono posto in classifica.[27] Per il 1958-1959 la panchina venne affidata a Giuseppe Bigogno ma a tre mesi dalla fine del campionato, ritornò in panchina Campatelli, con il quale l'Inter chiuse terza e perse la finale di Coppa Italia con la Juventus.[27] Angelillo realizzò 33 gol in 33 partite, record ineguagliato nella Serie A a 18 squadre, seppur segnando 5 volte nelle ultime 16 giornate.[27]

Nel 1959-1960 in panchina si sedette la coppia Campatelli-Achilli.[27] Dopo un buon girone d'andata, il ritorno di campionato fu peggiore del primo e la squadra fu eliminata ai quarti in Coppa delle Fiere.[27] Dopo una sconfitta nel derby venne esonerato Campatelli; dopo un mese toccò anche ad Achilli ed il ritorno di Giulio Cappelli permise di chiudere in quarta posizione.[27]

La Grande Inter di Herrera: dai successi internazionali alla Stella (1960-1968)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Grande Inter.

1960-1962: terzo e secondo posto[modifica | modifica wikitesto]

Helenio Herrera allenatore dell'Inter dal 1960 al 1968 e dal 1973 al 1974.

Sotto la guida del nuovo tecnico Helenio Herrera, il 29 gennaio l'Inter si laureò Campione d'inverno con 26 punti. Il girone di ritorno fu meno positivo, caratterizzato da quattro sconfitte consecutive e la sospensione di Juventus-Inter che determinò dapprima la sconfitta a tavolino (0-2) per i bianconeri, i quali, dopo ricorso, ottennero di rigiocare la partita.[28] L'incontro fu disputato quando il campionato regolare era già terminato, con lo scudetto alla Juventus: i nerazzurri schierarono molti giovani della formazione giovanile perdendo per 9-1 questa gara di recupero;[28] per l'Inter andò a segno Sandro Mazzola, e la squadra chiuse il campionato al terzo posto con 44 punti, dietro anche al Milan.[28][29]

Anche per la stagione 1961-1962 l'Inter fu campione d'inverno, salvo poi cedere la testa della classifica con prestazioni meno positive nel girone di ritorno. Alla fine il tricolore se lo aggiudicò il Milan, con l'Inter che arrivò seconda a 48 punti.

1962-1963: l'8º scudetto[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1962-1963 le parti dell'Inter e degli avversari si invertirono: la Juventus, in questo caso, fu campione d'inverno, con un punto di vantaggio sull'Inter che agganciò i bianconeri al primo posto il 3 febbraio. Successivamente, dopo un mese di coabitazione al primo posto, i torinesi persero il derby e l'Inter balzò in testa: non lasciò più la prima posizione, aumentò il suo vantaggio e terminò il campionato a quattro punti di distanza dalla Juventus. Fu il primo scudetto dell'era Moratti e ottavo della storia interista.

1963-1964: trionfo in Coppa dei Campioni[modifica | modifica wikitesto]

Con la conquista dello scudetto, l'Inter poté così partecipare per la prima volta alla massima competizione continentale per club, la Coppa dei Campioni. I nerazzurri giunsero fino alla finale di Vienna dove incontrarono gli spagnoli del Real Madrid, vincendo per 3-1 e diventando la prima squadra in Europa a vincere la coppa senza neanche subire una sconfitta (sette vittorie e due pareggi).

In campionato l'Inter si classificò al primo posto a pari merito col Bologna (54 punti), così il 7 giugno venne disputato il primo e unico spareggio-scudetto della storia del campionato italiano: allo Stadio Olimpico di Roma il Bologna vinse per 2-0, divenendo Campioni d'Italia.

1964-1965: il 9º scudetto, il bis in Europa e l'Intercontinentale[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1964-1965 l'Inter vinse il suo nono scudetto, la seconda Coppa dei Campioni consecutiva e la prima Coppa Intercontinentale della sua storia. In campionato, caratterizzato da una serie di otto vittoria consecutive, l'Inter si aggiudicò lo scudetto aritmeticamente all'ultima giornata.

Nella coppa europea la squadra superò il Benfica per 1-0 con gol di Jair in finale, mentre la Coppa Intercontinentale fu vinta al terzo incontro sugli argentini dell'Independiente: fu la prima squadra italiana a vincere tale coppa.

1965-1966: lo scudetto della "stella" e la seconda Intercontinentale[modifica | modifica wikitesto]

L'undici dell'Inter 1965-66 che al termine della stagione avrebbe vinto lo scudetto della stella. Da sinistra in piedi: Sarti, Facchetti, Guarneri, Bedin, Burgnich e il capitano Picchi. Accosciati da sinistra: Jair, Mazzola, Peiró, Suárez e Corso.

Nella stagione 1965-1966 l'Inter vinse un campionato, caratterizzato da sei vittorie consecutive, che fu il decimo della sua storia e quindi quello della stella sul petto, simbolo di dieci scudetti. In Coppa dei Campioni la squadra venne eliminata in semifinale dal Real Madrid; stesso risultato in Coppa Italia, dove i nerazzurri furono sconfitti dalla Fiorentina.

Arrivò di nuovo anche la Coppa Intercontinentale, ancora contro l'Independiente, e con queste tre vittorie l'Inter divenne la prima squadra in Europa e l'unica squadra italiana a realizzare il particolare treble costituito da scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale.

1966-1968: la fine di un ciclo[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1966-1967 l'Inter fu campione d'inverno ma perse lo scudetto all'ultima giornata a seguito della sconfitta contro il Mantova per 1-0 e venne sorpassata dalla Juventus, che fu quindi campione d'Italia. Una settimana prima la squadra aveva perso la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic di Glasgow.

Nel 1967 cambiò definitivamente denominazione in Football Club Internazionale Milano.

Il campionato 1967-1968 dell'Inter si concluse al quinto posto, partecipando al girone finale della Coppa Italia. Il 18 maggio 1968 Angelo Moratti lasciò, dopo tredici anni, la guida della società a Ivanoe Fraizzoli e con lui se ne andarono anche Helenio Herrera e Italo Allodi.

La presidenza Fraizzoli (1968-1984)[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente Ivanoe Fraizzoli, in carica dal 1968 al 1984.

Il biennio 1968-1970[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo presidente fu Ivanoe Fraizzoli e richiamò all'Inter Alfredo Foni che negli anni cinquanta aveva vinto due scudetti consecutivi con i nerazzurri, di cui il primo con la tattica del catenaccio. Foni trasformò il suo metodo in una tattica offensiva che andava a scapito della difesa. Alla fine del campionato arrivò un quarto posto.

L'anno successivo in panchina arrivò Heriberto Herrera, soprannominato HH2 e la squadra giunse seconda in campionato alle spalle del Cagliari che vinse il suo primo scudetto.

L'11º scudetto (1970-1971)[modifica | modifica wikitesto]

Una formazione dell'Inter campione d'Italia nel 1970-1971. Da sinistra, in piedi: Vieri, Boninsegna, Burgnich, Giubertoni, Facchetti e Corso; accosciati, da sinistra, il capitano Mazzola, Righetti, Pellizzaro, Frustalupi e Bedin.

In estate se ne andò un altro reduce della Grande Inter, Suárez, che fu ceduto alla Sampdoria. A gennaio se ne andò definitivamente anche Guarneri (alla Cremonese) dopo un paio di stagioni passate a Bologna e Napoli. In compenso arrivarono il regista blucerchiato Mario Frustalupi, lo stopper Mario Giubertoni e l'ala Sergio Pellizzaro dal Palermo; alla guida tecnica venne confermato Heriberto Herrera, che schiera Vieri in porta, Cella libero, Giubertoni stopper, Burgnich e Facchetti terzini; a centrocampo Fabbian, Frustalupi in regia, Mazzola interno di punta, Corso ala sinistra, Pellizzaro tornante destro e Boninsegna in attacco.

Già eliminata da Coppa Italia e Coppa delle Fiere, l'Inter raccolse quattro punti in altrettante giornate e perdette il derby;[30] il presidente Fraizzoli mise a disposizione il proprio incarico ad un eventuale gruppo economico che avesse voluto acquistare la società.[30] Specificò questo nel comunicato del 9 novembre, con cui veniva esonerato HH2 e si affidava «temporaneamente» la guida tecnica a Giovanni Invernizzi, allenatore delle giovanili.[30] Le reazioni dei giocatori furono immediate: Mario Corso («Il licenziamento si imponeva»), Sandro Mazzola («In fondo non è proprio che lo abbiamo cacciato noi...») e Jair («Sono più che contento, ci voleva!») fecero capire che la "vecchia guardia" ebbe ottenuto ciò che chiedeva e prese in mano la situazione.[30] Assieme a Invernizzi, i "senatori" stilarono un'ambiziosa tabella che puntò allo scudetto, contro ogni pronostico.[30]

La squadra venne ritoccata, con l'arretramento di Burgnich a libero, il giovane Mauro Bellugi terzino destro, il ritorno di Jair all'ala e Mario Bertini al posto di Frustalupi.[30] Cominciò così una rincorsa al Milan che permise all'Inter di recuperare i sei punti di ritardo che accusava dai rivali: il 7 marzo i nerazzurri si aggiudicarono il derby di ritorno e distanziarono poi il Napoli, terzo in classifica, battendolo in uno scontro diretto in cui ci furono polemiche sulla nebbia che avvolgeva il Meazza e per le contestate marcature di Boninsegna.[31][30] La caduta casalinga del Milan contro il Varese favorì l'Inter, che vinse a Catania e poté andare a vincere aritmeticamente il titolo con una giornata d'anticipo grazie al 5-0 casalingo sul Foggia.[30]

Festeggiamenti per lo scudetto 1970-1971.

Il primo titolo dell'era Fraizzoli (e undicesimo della storia interista) fu anche il primo e, finora, unico vinto da una squadra che ha cambiato l'allenatore in corsa.[30] Questa la formazione titolare: Vieri, Bellugi, Facchetti, Bedin, Giubertoni, Burgnich, Jair, Bertini, Boninsegna, Mazzola, Corso.

La finale di Coppa Campioni (1971-1972)[modifica | modifica wikitesto]

L'Inter tornò quindi in Coppa dei Campioni dopo quattro anni di assenza. Superato il primo turno contro l'AEK Atene (4-1 e 2-3), i nerazzurri incrociarono il Borussia Mönchengladbach negli ottavi. L'andata in Germania passò alla storia come la "Partita della lattina". Al 29', con il Borussia in vantaggio per 2-1, Roberto Boninsegna cadde al suolo colpito da una lattina di Coca-Cola.[32] I nerazzurri, a stento trattenuti dal tecnico Invernizzi, assediarono l'arbitro olandese Jef Dorpmans chiedendo la sospensione dell'incontro.[32] I tedeschi a loro volta aggredirono gli italiani e si formarono diversi capannelli al centro del campo.[32] Nel parapiglia generale il giocatore del Borussia Günter Netzer vide la lattina a terra e la lanciò verso un poliziotto che immediatamente la fece sparire sotto il cappotto.[32] Si accorse di tutto Sandro Mazzola, che tentò di farsela restituire dall'agente, trovando solo la ferma opposizione di quest'ultimo.[32] A questo punto il capitano interista notò due tifosi italiani oltre le recinzioni e che uno dei due stava bevendo proprio da una lattina di Coca-Cola.[32] Si precipitò verso di loro, si fece passare la lattina e la consegnò all'arbitro fingendo che fosse il corpo del reato.[32] Nel frattempo Boninsegna non sembrava essere in grado di riprendersi e il medico dell'Inter ne ordinò la sostituzione.[33] L'autore del misfatto venne subito arrestato: si trattava di Manfred Kristein, un'autista di 29 anni piuttosto alticcio.[32] A fine partita, conclusasi 7-1 per i tedeschi, puntuale scattò il reclamo della società milanese, che chiede la responsabilità oggettiva del Borussia. Alla commissione disciplinare dell'UEFA l'avvocato Peppino Prisco disse in sintesi:

« La partita non s'è svolta regolarmente dopo l'uscita di Boninsegna, colpito alla testa da una lattina. Il danno poteva essere molto più grave di quanto è stato. L'Inter ne è rimasta così frastornata che ha finito per perdere 7-1. Ma in quel momento il punteggio era di 1-1. Ci sono quindi tutti gli estremi per cancellare quella gara.[32] »

In una intervista nel suo studio di via Podgora nell'autunno del 1979, confessò di aver utilizzato a favore la sconfitta per 7-1.[32] Sarebbe stato diverso, in altre parole, se i tedeschi avessero vinto "solo" per 3-1. Lui voleva il 2-0 a tavolino e si accontentò della ripetizione dell'incontro.[32]

Il ritorno a San Siro si giocò il 3 novembre 1971 e venne vinto per 4-2 dall'Inter.[34] La ripetizione dell'incontro di andata si disputò a Berlino il 1º dicembre 1971. L'Inter si chiuse in difesa e grazie alle prodezze del giovane portiere Ivano Bordon (che parò anche un rigore a Klaus-Dieter Sieloff) riuscì a difendere lo 0-0 e si qualificò per i quarti di finale[35] dove sconfisse lo Standard Liegi coi risultati di 1-0 a Milano e 2-1 in Belgio. In semifinale sconfisse il Celtic Glasgow ai rigori mentre in finale incontrò l'Ajax di Johan Cruijff e dell'allenatore rumeno Stefan Kovács. Proprio Cruijff realizzò la doppietta che regalò la coppa agli olandesi.

In campionato l'Inter arrivò quinta, a pari merito con la Fiorentina, trascinata dai gol di Boninsegna ancora capocannoniere con 22 gol.

Il periodo 1972-1977[modifica | modifica wikitesto]

Seguirono poi annate nelle quali l'Inter non andò mai oltre il quarto posto, rimanendo fuori dalle coppe europee nel 1974-1975 e durante le quali si alternarono sulla panchina Enea Masiero, ancora Helenio Herrera, Luis Suárez e Giuseppe Chiappella. Con quest'ultimo l'Inter raggiunse nel 1976-1977 la finale di Coppa Italia ma venne sconfitta dal Milan per 2-0.

Il ciclo di Bersellini (1977-1982)[modifica | modifica wikitesto]

Eugenio Bersellini, allenatore dell'Inter dal 1977 al 1982.

1977-1978: la 2ª Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

Per questa stagione venne ingaggiato il tecnico Eugenio Bersellini.[36] Dopo sette anni i nerazzurri tornarono a vincere un trofeo, la Coppa Italia, la seconda della storia interista, superando nella finale unica di Roma il Napoli per 2-1 in rimonta grazie alla reti di Bini e Altobelli. Fu questa l'ultima annata di Giacinto Facchetti.

1978-1979: quarto posto[modifica | modifica wikitesto]

In questa stagione la squadra ottenne il quarto posto in campionato.

1979-1980: il 12º scudetto[modifica | modifica wikitesto]

Una formazione della stagione 1979-1980. Da sinistra, in piedi: Bordon, Mozzini, Pasinato, Bini, Canuti, e Altobelli; accosciati, Marini, Baresi, Muraro, Oriali e Beccalossi.

Grazie al nuovo corso tecnico, l'Inter vinse il suo dodicesimo scudetto.[37] L'avvio del campionato fu positivo, spiazzando le altre pretendenti (il Perugia di Paolo Rossi, la Juventus e il Torino, oltre al Milan campione in carica), destinate a uscire presto dalla lotta per il titolo.[37] Ma l'Inter non vinse per mancanza di avversari.[37] La squadra esibì valori importanti, che partono da una difesa altamente competitiva, con l'azzurro Bordon in porta, gli esterni Canuti o Giuseppe Baresi e il terzino-mediano Oriali, lo stopper Mozzini e il libero Bini: a parte il marcatore centrale, sono tutti prodotti del vivaio nerazzurro, così come il rincalzo Pancheri.[37] Il centrocampo era disposto a rombo con Marini davanti alla difesa, Caso a sinistra, Pasinato a destra, che fungeva quasi da ala grazie alle sue continue falcate e Beccalossi alle spalle delle due punte, Spillo Altobelli, centravanti alto e sottile[37] e Muraro, detto Jair Bianco,[38] ala sinistra cresciuta nel vivaio, così come il giovane rincalzo Ambu.[37][39]

Dopo la prima giornata (7 pareggi e 6 gol in 8 gare) l'Inter si ritrovò già sola in testa;[37] tampinata nelle giornate successive dal neopromosso Cagliari, la squadra nerazzurra chiuse il girone d'andata, il 6 gennaio 1980, con tre punti di vantaggio sul Milan.[37] I rossoneri iniziarono male il girone di ritorno e l'Inter si lanciò verso il titolo: il 3 marzo si ritrovò in testa con otto punti sui rossoneri, sulla Juventus e sull'Avellino, che cedette alla distanza.[37] Il 23 marzo, ventiquattresima giornata, al termine di sette partite di Serie A e Serie B vennero arrestati quattordici tesserati implicati nel cosiddetto Totonero.[37]

L'Inter festeggia lo scudetto nel 1980.

L'Inter vinse lo scudetto il 27 aprile, con due turni d'anticipo, rimanendo in testa solitaria per tutto il campionato sin dalla prima giornata: una cavalcata che passò dal titolo di campione d'inverno al doppio successo nel derby (2-0 e 0-1) e al trionfo sulla Juventus per 4-0.[37] Intanto le sentenze per il calcioscommesse declassarono Lazio e Milan: i rossoneri finirono per la prima volta in Serie B.[37] Questa la formazione titolare: Bordon, Baresi, Oriali, Pasinato, Mozzini, Bini, Caso, Marini, Altobelli, Beccalossi, Muraro.

1980-1981: semifinale di Coppa Campioni[modifica | modifica wikitesto]

A otto anni dalla finale del 1972 persa a Rotterdam contro l'Ajax, l'Inter tornò in Coppa dei Campioni. In Italia erano state riaperte le frontiere: perso il francese Michel Platini (col quale era stato raggiunto un accordo due anni prima)[40] e il brasiliano Falcão[41] il club nerazzurro ripiegò sul nazionale austriaco Herbert Prohaska. Il cammino nerazzurro, dopo aver eliminato i rumeni dell'Universitatea Craiova, i francesi del Nantes ed i serbi della Stella Rossa vincendo il ritorno al Marakana di Belgrado, si fermò in semifinale ad opera del Real Madrid di Vujadin Boškov. Al Bernabeu segnarono Santillana e Juanito. A San Siro segnò invece Graziano Bini che non fu sufficiente a ribaltare la partita dell'andata.

1981-1982: la 3ª Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1981-1982 i nerazzurri riuscirono ad alzare la loro terza Coppa Italia: dopo aver vinto il girone eliminatorio nei confronti di Verona, Milan, SPAL e Pescara, nell'andata dei quarti di finale perse per 4-1 contro la Roma ma a Milano l'Inter rovesciò la situazione vincendo per 3-0. In semifinale venne superato il Catanzaro (2-1 in rimonta a San Siro e 2-3 dopo i supplementari al Militare, con l'Inter ridotta in nove uomini) e la doppia finale contro il Torino fu decisa dall'1-0 di Serena al Meazza e dall'1-1 del Comunale, con reti di Cuttone e Altobelli. Tra i giovani c'è da segnalare l'esordio in Serie A di Riccardo Ferri, difensore cresciuto nel vivaio. In Coppa UEFA il cammino dell'Inter si fermò al secondo turno per opera dei rumeni della Dinamo Bucarest.

In campionato un derby deciso da Oriali costò caro al Milan che a fine anno retrocesse nuovamente in Serie B. Si affermò in nerazzurro il diciottenne Giuseppe Bergomi che fu convocato, insieme a Bordon, Altobelli, Marini e Oriali da Enzo Bearzot nella Nazionale azzurra per il vittorioso campionato del mondo in Spagna.

Da Marchesi a Radice (1982-1984)[modifica | modifica wikitesto]

In panchina venne ingaggiato Rino Marchesi. In campionato la squadra ottenne molti pareggi e poche vittorie e ci fu un nuovo sospetto di Totonero: il caso Genoa-Inter.[42] Inoltre, il 3-3 di Juventus-Inter del 1º maggio 1983 venne tramutato in 0-2 dal Giudice Sportivo, a causa di un sasso che aveva colpito, ferendolo, il nerazzurro Gianpiero Marini mentre si trovava nel pullman della squadra nei pressi del Comunale, così la Roma poté vincere matematicamente lo scudetto una settimana dopo, l'8 maggio.[43] La squadra arriverà terza alla fine. In questa stagione fece il suo esordio il portiere Walter Zenga. In Coppa delle Coppe (alla sua seconda e ultima partecipazione), dopo aver eliminato i cechi dello Slovan Bratislava (nonostante due rigori sbagliati nella stessa partita da Beccalossi) e gli olandesi dell'AZ Alkmaar, l'Inter venne eliminata ancora una volta dal Real Madrid, dopo il pareggio dell'andata per 1-1 a San Siro venne sconfitta 2-1 al Bernabeu e dovette dire addio alla competizione.

L'anno successivo sedette in panchina Luigi Radice e la stagione si concluse con un quarto posto.

La presidenza Pellegrini (1984-1995)[modifica | modifica wikitesto]

Da Castagner a Corso (1984-1986)[modifica | modifica wikitesto]

Ernesto Pellegrini, presidente dell'Inter dal 1984 al 1995.

Il 18 gennaio 1984 la presidenza dell'Inter passò a Ernesto Pellegrini, allora vicepresidente nerazzurro,[44] che per dodici miliardi rilevò la società da Fraizzoli.[45][46] Il 12 marzo divenne ufficialmente presidente.[47]

Sulla panchina sedette Ilario Castagner mentre fu acquistato, tra gli altri, il tedesco Karl-Heinz Rummenigge per 8,5 miliardi di lire.[48] In campionato la squadra si piazzò terza dopo un lungo duello con il Verona poi scudettato, mentre in Coppa UEFA l'Inter si sbarazzò dei rumeni dello Sportul Studentesc, dei Rangers Glasgow, dei tedeschi dell'Amburgo e del Colonia, fino ad arrivare alla semifinale dove venne eliminata dal Real Madrid nonostante la vittoria per 2-0 nella gara d'andata, l'Inter capitolò ancora una volta al Bernabeu perdendo 3-0.

Nel 1985-1986 si alternarono sulla panchina Ilario Castagner e Mario Corso e i nerazzurri arrivarono sesti in campionato davanti al Milan. In Coppa UEFA, dopo aver eliminato facilmente gli svizzeri del San Gallo, gli austriaci del Linz, ai supplementari i polacchi del Legia Varsavia e nei quarti i francesi del Nantes, i nerazzurri arrivarono ancora in semifinale dove incontrarono per la quarta volta in sei anni il Real Madrid: ancora una volta l'Inter si fece eliminare vincendo 3-1 l'andata e venendo sconfitta 5-1 nel ritorno dopo i tempi supplementari.

La gestione Trapattoni (1986-1991)[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo 1986-1988[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Trapattoni, arrivato nell'estate del 1986 dopo una lunga militanza sulla panchina della Juventus.

Per la nuova stagione venne ingaggiato Giovanni Trapattoni, già allenatore della Juventus. Il suo debutto in campionato avvenne con una sconfitta contro il neopromosso Empoli. Il girone d'andata consegnò l'Inter al duello di testa con il Napoli di Maradona. Infortunatosi ancora Rummenigge, la squadra subì tre sconfitte consecutive nell'avvio del ritorno: ciò rese vana la successiva rincorsa. Chiuse il campionato al terzo posto, qualificandosi in Coppa UEFA.

Nella stagione successiva, l'ultima di Altobelli in nerazzurro dopo undici anni, la squadra si classificò quinta con 32 punti in campionato, qualificandosi per la Coppa UEFA.

1988-1989: lo Scudetto dei record, il 13º[modifica | modifica wikitesto]

Dalla Germania arrivarono il centrocampista Lothar Matthäus e il terzino sinistro Andreas Brehme.[49] In difesa avevano ormai trovato spazio il portiere Walter Zenga e i difensori Riccardo Ferri e Giuseppe Bergomi davanti ad Andrea Mandorlini (trasformato in libero). Gianfranco Matteoli da regista avanzato venne arretrato davanti alla difesa a creare gioco mentre al suo posto andò Matthäus.[49] Accanto a loro fu acquistato l'interno Nicola Berti, dalla Fiorentina, e il tornante di destra del Cesena, Alessandro Bianchi.[49] Il centravanti Aldo Serena fece coppia con l'argentino Ramón Díaz, arrivato a Milano all'ultimo minuto in prestito dalla Fiorentina dopo la bocciatura di Rabah Madjer. Momentaneamente acquistato da Pellegrini, con tanto di foto ufficiali e presentazione in sede alla stampa, l'algerino, dopo che le visite mediche rilevarono un infortunio muscolare alla coscia che poteva comprometterne l'integrità fisica, non firmò mai il contratto.[50][49]

La formazione titolare vincitrice del campionato 1989. In piedi: Zenga, Ferri, Berti, Bergomi, Serena e Matthäus. Accosciati: Díaz, Brehme, Bianchi, Matteoli e Mandorlini.

I nerazzurri andarono già in testa solitari alla quinta giornata, distanziando il Milan di un punto e la Sampdoria e il Napoli di due. Nelle giornate successive il Milan accusò un rallentamento: l'11 dicembre, la sconfitta nel derby impedì ai rossoneri di bissare il titolo. Soltanto il Napoli riuscì a seguire l'Inter, a tre punti di distacco. La situazione non cambiò dopo lo scontro diretto del San Paolo, il 15 gennaio (0-0); il 5 febbraio l'Inter diventò campione d'inverno e la domenica successiva la rocambolesca sconfitta di Firenze per 4-3 permise al Napoli di ridurre il distacco a un punto. L'Inter vinse tutte le prime otto gare del girone di ritorno e allungò ancora sui partenopei; il 9 aprile i punti di vantaggio tra prima e seconda classificata furono sette. Vincendo lo scontro diretto del 28 maggio grazie a una punizione di Lothar Matthäus, i milanesi conquistarono matematicamente il loro 13º scudetto. Fu lo scudetto dei record: mai nessuna squadra sarebbe riuscita a toccare quota 58 con i due punti a vittoria. Aldo Serena vinse la classifica dei marcatori con 22 gol. Questa la formazione titolare: Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Díaz, Matthäus, Serena.

1989-1990: la prima Supercoppa Italiana[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione successiva fu ceduto Ramón Díaz, e al suo posto venne preso il tedesco Jürgen Klinsmann dallo Stoccarda. La squadra venne subito eliminata in Coppa dei Campioni, dal Malmö allenato dall'inglese Roy Hodgson mentre in campionato arrivò terza. In questa stagione venne conquistata la prima Supercoppa italiana ai danni della Sampdoria sconfitta 2-0 a San Siro con le reti di Enrico Cucchi e Aldo Serena.

1990-1991: la prima Coppa UEFA[modifica | modifica wikitesto]

Il mondiale del 1990 vide vittoriosa la Germania di Lothar Matthäus, il quale a dicembre vinse il Pallone d'oro ed anche il FIFA World Player of the Year, primo giocatore della storia dell'Inter ad avvalersi di entrambi i prestigiosi riconoscimenti. Nella stagione 1990-1991 la squadra lottò per lo scudetto insieme alla Sampdoria; alla dodicesima giornata, approfittando del rinvio delle gare di Sampdoria e Milan, impegnate a fronteggiarsi nella Supercoppa europea, i nerazzurri andarono soli in testa. L'Inter rimase in vetta per diverse giornate, talvolta anche in compagnia di Sampdoria e Juventus, e andò a vincere il titolo d'inverno il 20 gennaio, con un punto di vantaggio sul Milan e due sul terzetto formato da Sampdoria, Juventus e Parma. Nel girone di ritorno rimasero presto in lotta i blucerchiati e le milanesi. Furono gli scontri diretti a sancire lo scudetto dei genovesi che batterono anche l'Inter vincendo 2-0 al Meazza, in un incontro nel quale Pagliuca parò un rigore a Matthäus sull'1-0 per i doriani.[51]

Lothar Matthäus in posa con la Coppa UEFA appena conquistata al termine della finale con la Roma.

In Coppa UEFA la squadra raggiunse la sua prima finale dove incontrò la Roma. All'andata a Milano i nerazzurri vinsero 2-0 con reti di Matthäus su rigore e di Nicola Berti. Nel ritorno, all'Olimpico, l'Inter perse per 1-0 con gol di Ruggiero Rizzitelli vincendo comunque il trofeo: erano ventisei anni che l'Inter non vinceva un trofeo internazionale. L'avventura di Trapattoni sulla panchina nerazzurra si chiuse il 22 maggio 1991 dopo esattamente cinque anni.

L'annata di Orrico (1991-1992)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 1991 Trapattoni tornò alla Juventus e Pellegrini decise di sostituirlo con l'emergente Corrado Orrico, reduce da una promozione in Serie B con la Lucchese seguita da un campionato nella serie cadetta con promozione sfiorata. Sostenitore del modulo a zona, Orrico tentò di applicarlo anche all'Inter (facendo costruire la "gabbia") ma la squadra non riuscì ad assimilare il nuovo sistema di gioco. In Coppa UEFA ci fu l'eliminazione ad opera del Boavista nel primo turno. Il tecnico fu sostituito da Luis Suárez e l'Inter giungerà ottava rimanendo esclusa dalle coppe europee dopo sedici anni.[52][53]

Da Bagnoli a Marini: la seconda Coppa UEFA (1992-1994)[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1992-1993 la panchina passò nelle mani di Osvaldo Bagnoli, già campione d'Italia con il Verona nel 1985 e che aveva allenato il Genoa portandolo in Europa. Dopo un avvio con tre sconfitte nelle prime dodici giornate, l'Inter migliorò la sua classifica in primavera. L'acquisto dell'annata fu l'uruguaiano Rubén Sosa, che segnò 20 reti in 28 presenze, la maggior parte delle quali nel girone di ritorno. L'Inter quindi vinse sei partite di seguito finendo il campionato al secondo posto a quattro punti dal Milan campione.

L'anno successivo vennero acquistati gli olandesi Wim Jonk e Dennis Bergkamp dell'Ajax ma i troppi infortuni peggiorarono una situazione già compromessa.[54] Nella sesta giornata di ritorno Bagnoli venne esonerato e subentrò Gianpiero Marini, allenatore della Primavera.[55] I successivi risultati però furono peggiori, con due sole vittorie, altrettanti pareggi e otto sconfitte, tanto che l'Inter si salvò alla penultima giornata per un punto.

Ma in Coppa UEFA il cammino fu radicalmente diverso. La squadra nerazzurra infatti raggiunse la finale per la seconda volta dove incontrò la squadra austriaca del Casino Salisburgo. L'Inter si impose in entrambi gli incontri per 1-0 sollevando così per la seconda volta il trofeo.[56][57]

L'era-Pellegrini era terminata: l'ultima decisione rilevante fu quella di assumere come tecnico Ottavio Bianchi e si entrò nella nuova era-Moratti.

La presidenza di Massimo Moratti (1995-2013)[modifica | modifica wikitesto]

Da Bianchi ad Hodgson (1994-1997)[modifica | modifica wikitesto]

Massimo Moratti, il presidente più longevo e vincente della storia nerazzurra.

La vittoria della Coppa UEFA, la seconda nella storia dei nerazzurri, influì poco sui destini sportivi dell'Inter: la presidenza Pellegrini era ormai alla fine, e la conduzione tecnica fu affidata ad Ottavio Bianchi.

Il 18 febbraio 1995 Pellegrini cedette l'Inter, che tornò dopo 27 anni nelle mani della famiglia Moratti.[58] Fu Massimo, figlio di Angelo, a prenderne le redini.[58] Il giorno dopo il nuovo presidente esordì al Meazza con un successo: l'Inter batté il Brescia per 1-0.[59] Il nuovo presidente confermò il tecnico Bianchi e di cominciò ad inserire nella società personaggi quali Sandro Mazzola, come direttore sportivo, che tornò in società, Giacinto Facchetti, come direttore generale e Luis Suárez, come capo degli osservatori. La stagione si concluse in rimonta: la squadra risalì la china della classifica e alla fine non andò oltre la sesta posizione in campionato, conquistando la qualificazione per la Coppa UEFA all'ultima giornata.

Per la stagione seguente, la prima ad iniziare con Moratti presidente, la dirigenza decise di rinnovare la fiducia ad Ottavio Bianchi ma venne esonerato dopo quattro turni di campionato e rimpiazzato dall'inglese Roy Hodgson, già CT della Nazionale svizzera. Proprio a causa dei numerosi impegni con essa, la prima squadra venne momentaneamente affidata Luis Suárez.[60] La squadra concluse il campionato 1995-1996 al settimo posto mentre in Coppa UEFA fu eliminata al primo turno dal Lugano.

La stagione 1996-1997 dei nerazzurri si concluse con il terzo posto, a 6 punti dalla Juventus campione d'Italia mentre in campo internazionale l'Inter fu artefice di un percorso positivo in Coppa UEFA raggiungendo la finale che mise i nerazzurri di fronte allo Schalke 04. A Gelsenkirchen finì 1-0 per i tedeschi e lo stesso risultato fu al ritorno ma per l'Inter. Si andò così ai supplementari ed infine ai calci di rigore: Zamorano e Winter fallirono le due conclusioni consegnando così ai tedeschi la Coppa.[61] La sconfitta europea provocò le dimissioni di Hodgson, sostituito nelle ultime due giornate di campionato da Luciano Castellini, in attesa di ingaggiare un nuovo tecnico per la stagione futura.[62]

Dalla terza Coppa UEFA con Simoni all'annata dei quattro allenatori (1997-1999)[modifica | modifica wikitesto]

Il brasiliano Ronaldo, acquistato dal Barcellona nel luglio del 1997, venne nominato Pallone d'oro nel dicembre dello stesso anno.

Nell'estate 1997 Moratti ingaggiò l'allenatore Luigi Simoni e acquistò per 48 miliardi di lire dal Barcellona il brasiliano Ronaldo, eletto Pallone d'oro nel dicembre di quell'anno.[63] Con l'innesto del Fenomeno, nella stagione 1997-1998 la squadra tornò a battersi per lo scudetto insieme alla Juventus.

I nerazzurri condussero la classifica per le prime 16 giornate e nonostante la vittoria del primo scontro diretto il 4 gennaio,[64] vennero sorpassati a metà torneo dai bianconeri, campioni d'inverno, complice una sconfitta casalinga contro il Bari (0-1) e un pareggio ad Empoli (1-1).[65] A quattro giornate dalla fine, con la Juventus capolista a quota 66 punti e l'Inter seconda a 65, le due rivali si affrontarono a Torino e l'Inter perse 1-0 recriminando per un mancato rigore che l'arbitro Ceccarini non diede.[66] Nel proseguimento dell'azione fu invece la Juventus a guadagnare il rigore. Simoni, infuriato dopo la mancata assegnazione del rigore all'Inter, entrò in campo con la palla ancora in gioco e fu trattenuto dagli addetti. Dopo l'assegnazione del rigore alla Juventus si diresse verso l'arbitro e gli gridò ripetutamente «Si vergogni!», per poi essere espulso.[67] Successivamente Del Piero sbagliò il rigore, facendosi parare il tiro da Pagliuca. Nei turni successivi la squadra di Simoni perse ulteriore terreno dopo il pareggio in casa contro il Piacenza (0-0)[68] e dopo la decisiva sconfitta a Bari per 2-1 contro i pugliesi, il 10 maggio. Con una giornata d'anticipo la Juventus vinse così il campionato.

In Coppa UEFA anche quest'anno il cammino fu positivo raggiungendo per la quarta volta in sette anni la finale. Al Parco dei Principi di Parigi, il 6 maggio, la squadra di Simoni incontrò la Lazio battendola 3-0 con reti di Zamorano, Zanetti e Ronaldo. L'Inter vinse la prima finale unica del torneo.[69]

Nell'estate 1998 venne confermato Simoni e grazie alla nuova formula dei preliminari e al secondo posto dell'anno precedente, l'Inter tornò in Coppa dei Campioni dopo nove anni.[70] Il mondiale francese restituì al club un Ronaldo affaticato ed in precarie condizioni fisiche attanagliato da una tendinopatia rotulea che necessitava di un'operazione. I tempi si allungavano e lui continuava a sottoporre il ginocchio a sforzi e carichi di lavoro, fino a quando il tendine subì una parziale lacerazione. Il brasiliano, che faceva coppia con Roberto Baggio, ebbe così un rendimento altalenante per tutta l'annata. Ci fu anche l'avvicendamento di quattro allenatori e alla fine la squadra giunse ottava rimandendo fuori dalle coppe europee. In Champions League, superato il secondo turno preliminare, i nerazzurri capitarono in un girone con Spartak Mosca, Sturm Graz e Real Madrid (campione uscente). Questa fase venne superata da prima in classifica e la squadra, nel frattempo allenata da Mircea Lucescu che aveva sostituito Simoni a novembre, venne in seguito eliminata ai quarti di finale dal Manchester United che avrebbe poi vinto la competizione. La stagione proseguì con l'esonero di Lucescu a favore di Luciano Castellini, in attesa del ritorno di Roy Hodgson che guidò l'Inter per le restanti partite di campionato, chiuso all'ottavo posto con 46 punti perdendo pure entrambi gli incontri validi per lo spareggio per l'ingresso in Coppa UEFA col Bologna.[71]

Da Lippi a Tardelli (1999-2001)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 1999 la dirigenza ingaggiò Marcello Lippi che, dopo un quinquennio alla Juventus, si era dimesso a febbraio. Lippi chiese alla società di non rinnovare il contratto del capitano Giuseppe Bergomi, che attendeva il rinnovo dopo un'annata positiva, terminando così la sua carriera interamente giocata con la maglia dell'Inter dopo 20 anni.[72] Al termine della stagione l'Inter si piazzò quarta e vinse lo spareggio per l'ingresso in Champions League contro il Parma del 23 maggio per 3-1, grazie a due reti di Roberto Baggio, le ultime in maglia nerazzurra e al sigillo finale di Zamorano. Avendo la Lazio vinto scudetto e coppa nazionale, la squadra nerazzurra si qualificò per la finale di Supercoppa Italiana in quanto finalista di Coppa Italia.

Nella stagione successiva i meneghini furono eliminati dalla Champions League già ad agosto, nel terzo turno preliminare, dagli svedesi dell'Helsingborg. La squadra perse anche la finale di supercoppa italiana contro la Lazio per 4-3 e la partita d'esordio in campionato con la Reggina (1-2 a Reggio Calabria), provocando lo sfogo televisivo di Lippi, che si rivolse ai giocatori con toni rabbiosi.[73] A causa del clima creatosi nello spogliatoio la dirigenza optò per l'esonero dell'allenatore toscano: due giorni più tardi sulla panchina dell'Inter fu chiamato Marco Tardelli. Nonostante il cambio della guida tecnica l'Inter chiuse il campionato al quinto posto davanti al Milan, qualificandosi in Coppa UEFA. Tardelli non venne quindi confermato sulla panchina della squadra.

Al termine della stagione scoppiò lo scandalo dei passaporti falsi, riguardante la naturalizzazione illecita di alcuni calciatori extracomunitari: tra le società coinvolte figurò anche l'Inter per la vicenda della nazionalità di Álvaro Recoba. Il direttore sportivo Gabriele Oriali patteggiò 20.000 euro di ammenda e Recoba subì una squalifica totale di due anni, poi ridotta dalla FIGC a sei mesi di squalifica nelle competizioni nazionali e internazionali con diffida.

Il biennio di Cúper e la stagione con Zaccheroni (2001-2004)[modifica | modifica wikitesto]

L'avvocato Giuseppe Prisco, vicepresidente interista dal 1963 al 2001, scomparve nel dicembre del 2001.

Nella stagione successiva Moratti decise di puntare su Héctor Cúper,[74] tecnico argentino reduce dalle stagioni precedenti durante le quali aveva condotto il Valencia a due finali consecutive di Champions League (entrambe perse contro Bayern Monaco e Real Madrid). L'Inter raggiunse la vetta per alcune volte finché il 24 marzo diede l'accelerata che sembrava decisiva battendo la Roma campione in carica, nello scontro diretto di San Siro per 3-1, andò a +3 sui giallorossi e +4 sulla Juventus.[75] Ma all'ultima giornata il vantaggio si ridusse a un punto. Le tre squadre arrivarono così all'ultima gara, il 5 maggio, in questa situazione di classifica: Inter 69, Juventus 68, Roma 67. La Juventus era impegnata sul campo dell'Udinese, mentre l'Inter giocava in trasferta contro la Lazio: i bianconeri vinsero 2-0 ma l'Inter perse per 4-2 finendo al terzo posto.[76]

Il 12 dicembre 2001 scomparve a Milano l'avvocato Peppino Prisco, storico vicepresidente interista, ottantenne da pochi giorni.[77] A fine anno Ronaldo, nel frattempo passato al Real Madrid, vinse il suo secondo Pallone d'oro.

L'anno seguente, con Christian Vieri capocannoniere del torneo con 24 gol, la squadra arrivò seconda in campionato ancora dietro la Juventus mentre in Champions League, partita dal terzo turno preliminare, arrivò fino in semifinale contro il Milan (poi campione vincendo la finale contro la Juventus), nel primo derby di Milano nella storia delle coppe europee. Dopo lo 0-0 di Milan-Inter, il ritorno, Inter-Milan, finì 1-1. Al gol di Andriy Shevchenko in chiusura di primo tempo rispose all'84 il giovane Obafemi Martins: i rossoneri passarono così il turno in virtù del gol segnato in trasferta.[78]

Nell'ottobre 2003 Cúper venne esonerato e sostituito da Alberto Zaccheroni che centrò il 4º posto valido per i preliminari di Champions League ma il tecnico romagnolo non venne confermato per l'annata seguente.

Nel gennaio 2004, Massimo Moratti si dimise una seconda volta dalla carica di presidente (la prima era avvenuta il 6 maggio 1999, dopo le pesanti critiche ricevute per la scelta di affidare la squadra all'allenatore Roy Hodgson)[79], pur conservandone la proprietà, insieme a quattro componenti del consiglio di amministrazione. A subentrargli fu l'ex giocatore e bandiera nerazzurra Giacinto Facchetti, che restò in carica fino alla sua scomparsa, avvenuta nel settembre 2006.[80]

Il quadriennio di Mancini (2004-2008)[modifica | modifica wikitesto]

2004-2005: La 4ª Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 giugno 2004 venne ufficialmente presentato come nuovo allenatore Roberto Mancini. La partenza dell'Inter in campionato fu caratterizzata da una serie di imbattibilità con un elevato numero di pareggi, e alla fine giunse terza in campionato dietro Juventus e Milan. Il club di Moratti fu comunque capace di mettere in bacheca un trofeo dopo sette anni: i nerazzurri conquistarono infatti la quarta Coppa Italia il 15 giugno 2005 nella finale contro la Roma, imponendosi sia all'andata che al ritorno: 2-0 allo Stadio Olimpico con una doppietta di Adriano e 1-0 al Meazza con gol di Mihajlović.

2005-2006: la 2ª Supercoppa italiana, la 5ª Coppa Italia, il 14º scudetto[modifica | modifica wikitesto]

La compagine meneghina cominciò il 2005-2006 il 20 agosto con la vittoria della seconda Supercoppa Italiana della sua storia dopo quella del 1989, grazie a una rete di Juan Sebastián Verón nei supplementari contro la Juventus al Delle Alpi (1-0).[81]

I festeggiamenti per la quinta Coppa Italia.

Il campionato vide la Juventus stare in testa, che sconfisse l'Inter nel derby d'Italia di ritorno, disputato a marzo, per 2-1. Unito alla precedente sconfitta con la Fiorentina, la sconfitta favorì il recupero del Milan, capace di rimontare 14 punti all'Inter e 11 alla Juventus. Alla fine il podio fu quello dell'annata precedente: Juventus prima, Milan secondo ed Inter terza, stando alla classifica al termine dell'ultima giornata, il 14 maggio 2006. I nerazzurri vinsero comunque la Coppa Italia per la seconda volta consecutiva e nuovamente contro la Roma. Dopo il pareggio all'Olimpico (1-1) al ritorno la formazione milanese prevalse per 3-1, conquistando il trofeo per la quinta volta nella sua storia.[82]

Il 26 luglio la FIGC assegnò all'Inter il quattordicesimo scudetto della sua storia, sulla base della classifica stilata dopo le sentenze della giustizia sportiva nell'ambito di Calciopoli. La decisione arrivò dopo aver recepito il parere consultivo di una Commissione, composta da Gerhard Aigner, Massimo Coccia e Roberto Pardolesi, sul quesito riguardante l'assegnazione del titolo di campione d'Italia in caso di modifica della classifica finale del campionato.[83] Con la conseguente retrocessione in Serie B della Juventus, l'Inter rimase l'unica società calcistica italiana ad aver disputato tutte le edizioni della Serie A.

2006-2007: la 3ª Supercoppa italiana e il 15º scudetto[modifica | modifica wikitesto]

Roberto Mancini guidò l'Inter ad un nuovo Scudetto dei record, diciott'anni dopo quello di Trapattoni.

Il 26 agosto l'Inter si presentò alla sfida di Supercoppa italiana come vincitrice sia della Coppa Italia che dello scudetto (in passato l'accoppiata era riuscita anche a Torino, Juventus, Napoli e Lazio). La partita di San Siro, giocata contro la Roma, si concluse 3-3 al 90' (dopo un primo parziale di 0-3 per i giallorossi); una punizione di Figo nei tempi supplementari completò la rimonta nerazzurra e fissò il risultato sul 4-3, consegnando all'Inter la terza Supercoppa italiana della sua storia, la seconda consecutiva.

Pochi giorni dopo la vittoria in Supercoppa, il 4 settembre 2006, scomparve a Milano dopo alcuni mesi di grave malattia il presidente Giacinto Facchetti, già bandiera nerazzurra negli anni sessanta e settanta e della Nazionale.[84] A seguito di questo evento, il 6 settembre dello stesso anno Massimo Moratti riprese il ruolo di presidente del club.

Nella stagione 2006-2007 l'Inter occupò stabilmente la vetta della classifica di Serie A con molti punti di vantaggio sulla seconda vincendo pure il ritorno del derby contro il Milan (2-1 dopo il 4-3 dell'andata). Il 18 aprile subì la prima e unica sconfitta in campionato, ad opera della Roma, seconda in classifica e vittoriosa per 3-1 a San Siro. Si trattò della prima sconfitta dopo 39 partite consecutive di imbattibilità in tutte le competizioni, giunta proprio nella sfida che avrebbe potuto decretare matematicamente il primo posto. Il 22 aprile, comunque, i nerazzurri conquistarono il loro 15º scudetto, con cinque giornate di anticipo sulla fine del campionato (record italiano eguagliato), vincendo 2-1 contro il Siena in trasferta grazie a due gol di Marco Materazzi ed alla contemporanea sconfitta della Roma a Bergamo contro l'Atalanta. La vittoria dello scudetto fu caratterizzata da una lunga serie di record, tra cui il primato dei punti conquistati (97), delle vittorie consecutive in campionato (17, record storico assoluto in Serie A), delle vittorie in una sola stagione (30), delle vittorie in trasferta (15), delle vittorie consecutive in trasferta (11), della media inglese (+21). In Coppa Italia la squadra raggiunse la terza finale consecutiva, per la terza volta contro la Roma; non era mai accaduto prima che le stesse squadre si fossero sfidate in finale per tre anni di fila. Nella finale di andata l'Inter venne battuta dalla Roma all'Olimpico per 6-2, mentre nella gara di ritorno non bastò il 2-1 per vincere la coppa.

2007-2008: il 16º scudetto nella stagione del centenario[modifica | modifica wikitesto]

La stagione 2007-2008, che condusse l'Inter nel novero delle società centenarie il 9 marzo 2008, si aprì il 19 agosto 2007 con la sconfitta casalinga contro la Roma per 1-0 nella ventesima edizione della Supercoppa italiana e nella seconda partita di Supercoppa giocata tra Inter e Roma nelle ultime due stagioni, nonché quattordicesima sfida in generale tra i due club nell'arco di poco più di tre anni.

All'inizio del campionato il cammino della squadra ricalcò le orme della stagione precedente. L'Inter si laureò campione d'inverno con due giornate d'anticipo dalla fine del girone d'andata, chiudendo in testa a quota 49 punti (15 vittorie e 4 pareggi), con un vantaggio di 7 lunghezze sulla seconda (Roma) e 12 sulla terza (Juventus). Inoltre migliorò il record di vittorie consecutive tra campionato e coppe stabilito l'anno precedente, portandosi a quota 13 rispetto alle 11 affermazioni della passata stagione.

Dalla fine di febbraio alla fine di marzo (dalla 24ª alla 31ª giornata) la squadra di Mancini attraversò un periodo in cui dilapidò in parte il vantaggio accumulato sulla Roma, che recuperò 7 punti e si portò a 4 lunghezze di distacco. Nel corso di questo periodo giunse per i nerazzurri la prima sconfitta dopo 31 partite utili consecutive in campionato, contro il Napoli, che si impose in casa per 1-0. I milanesi non perdevano in Serie A da 31 partite (18 aprile 2007, 1-3 contro la Roma). Dalla 32ª alla 35ª giornata i nerazzurri ottennero 4 vittorie consecutive, e in seguito persero il derby contro il Milan per 2-1 e pareggiarono in casa contro il Siena per 2-2. A una giornata dalla fine l'Inter conservava un punto di vantaggio sulla Roma. Il 18 maggio, dopo una partita sofferta nelle battute iniziali contro il Parma, in trasferta e con la tifoseria nerazzurra della città al seguito (il divieto imposto dalla prefettura di Parma valeva solo per i nerazzurri provenienti dal resto d'Italia[85]), la squadra riuscì ad imporsi sui rivali per 2-0 grazie a due gol di Ibrahimović (rientrante da un infortunio che lo aveva tenuto fuori dai campi di gioco per quasi due mesi) e si laureò Campione d'Italia[86] per la sedicesima volta nella sua storia con tre punti di vantaggio sulla Roma. In Coppa Italia venne raggiunta ancora la finale dove i nerazzurri furono sconfitti ancora dalla Roma (non era mai accaduto prima che le stesse squadre si fossero sfidate in finale per quattro anni di fila) per 2-1.

Il biennio di Mourinho: dai successi nazionali alla terza Champions League (2008-2010)[modifica | modifica wikitesto]

2008-2009: Il 17º scudetto e la 4ª Supercoppa italiana[modifica | modifica wikitesto]

José Mourinho, all'Inter dal 2008 al 2010.

A fine stagione Mancini venne sostituito dal portoghese José Mourinho.[87] Il 24 agosto l'Inter vinse il primo trofeo con quest'allenatore, ovvero la Supercoppa italiana, battendo la Roma ai calci di rigore per 8-7 (2-2 al termine dei tempi supplementari).[88]

La squadra vinse il campionato 2008-2009 conquistandolo con due giornate d'anticipo, il 16 maggio 2009, grazie alla sconfitta del Milan con l'Udinese nell'anticipo della 36ª giornata che laureò l'Inter Campione d'Italia per la 17ª volta nella sua storia,[89] agganciando i rossoneri nel palmarès italiano. Ibrahimović fu capocannoniere con 25 reti: erano cinquant'anni che uno straniero nell'Inter non veniva incoronato re dei bomber (l'ultimo fu Antonio Valentín Angelillo nel 1958-1959).

2009-2010: il 18º scudetto, la 6ª Coppa Italia e la 3ª Champions League[modifica | modifica wikitesto]

Diego Milito, protagonista del treble nerazzurro.

Nell'estate 2009 Ibrahimović lasciò l'Inter approdando al Barcellona in cambio di Samuel Eto'o e un sostanzioso conguaglio. Gli altri acquisti nerazzurri furono il difensore Lúcio, il centrocampista Thiago Motta, l'attaccante Diego Milito[90] e il trequartista Wesley Sneijder. La stagione si aprì con la sconfitta contro la Lazio per 2-1 a Pechino in Supercoppa italiana.[91]

L'Inter volò in testa solitaria all'ottava giornata, quindi allungò sulle dirette concorrenti e nonostante la sconfitta nello scontro diretto con la Juventus rimase comunque in vetta, mantenendola fino a laurearsi campione d'inverno con una giornata d'anticipo. Alla ventesima giornata il distacco si ridusse a 6 a causa del pareggio col Bari e della vittoria del Milan sul Siena. Nel derby i rossoneri tentarono un riavvicinamento ma l'Inter vinse 2-0. Alla 25ª giornata si fece avanti prepotentemente la Roma, che veniva da una lunga striscia di risultati utili, portatasi a -5 dall'Inter grazie al pareggio interno per 0-0 con la Sampdoria. Alla 31ª si svolse all'Olimpico lo scontro diretto con i giallorossi, che vinsero per 2-1, riducendo lo svantaggio ad un punto. Alla 33ª giornata ci fu il sorpasso: l'Inter pareggiò a Firenze nell'anticipo mentre la Roma vinse in casa con l'Atalanta. Alla 35ª il controsorpasso, con l'Inter che vincendo la sua gara, a differenza della Roma che veniva sconfitta in casa dalla Sampdoria, poté riportarsi in vetta con 2 punti di vantaggio, che rimase invariato fino all'ultima giornata quando l'Inter vinse il suo 18º scudetto a Siena, il 16 maggio, imponendosi per 1-0 con gol di Milito nel secondo tempo.[92]

In Coppa Italia i nerazzurri arrivarono per la dodicesima volta in finale dopo aver battuto il Livorno (1-0), la Juventus (2-1) e la Fiorentina (doppio 1-0). In finale venne sconfitta la Roma all'Olimpico per 1-0 con gol di Milito, nella quinta finale contro i giallorossi delle ultime sei edizioni.[93]

In Champions League l'Inter fu sorteggiata in un girone con i campioni di Spagna e d'Europa del Barcellona dell'ex Ibrahimović, con i campioni d'Ucraina della Dinamo Kiev e con i campioni di Russia del Rubin Kazan. Superato il turno al secondo posto dietro i catalani, l'Inter agli ottavi di finale trovò il Chelsea.[94] L'andata terminò 2-1 grazie alle reti di Milito e Cambiasso.[95] Anche nel ritorno i nerazzurri prevalsero (1-0, rete di Eto'o), centrando un successo in trasferta contro una squadra inglese dopo sette anni (l'ultima vittoria, 3-0 ad Highbury contro l'Arsenal, risaliva al 2003), e presentandosi così ai quarti di finale dopo quattro anni.[96] In questo turno fu la volta dei russi del CSKA Mosca che vennero battuti con un doppio 1-0 firmato Milito all'andata con un destro dal limite dell'area[97] e Sneijder nel ritorno su punizione.[98] In semifinale ai nerazzurri toccò affrontare di nuovo il Barcellona: l'Inter vinse la partita di andata per 3-1 con i gol di Sneijder, Maicon e Milito che rimontarono l'iniziale svantaggio firmato Pedro;[99] nel ritorno al Camp Nou l'Inter perse per 1-0 e si qualificò per la finale a 38 anni dall'ultima volta.[100] Il 22 maggio a Madrid battendo il Bayern Monaco con due gol di Milito, l'Inter conquistò la sua terza Coppa dei Campioni dopo quarantacinque anni, realizzando così una storica tripletta mai riuscita a nessun'altra squadra italiana.[101] Inoltre con quest'ultimo successo, l'Inter divenne la seconda squadra italiana alle spalle del Milan per numero di Coppe dei Campioni conquistate, scavalcando la Juventus, mentre il tecnico portoghese diventò il terzo allenatore, dopo Ernst Happel e Ottmar Hitzfeld, a vincere due Champions League con due club diversi. Al termine della stagione chiuse la sua esperienza in Italia trasferendosi in Spagna, al Real Madrid.

Il post-triplete (2010-2013)[modifica | modifica wikitesto]

2010-2011: 5ª Supercoppa italiana, Mondiale per club, 7ª Coppa Italia[modifica | modifica wikitesto]

Rafael Benítez, vincitore con l'Inter della Supercoppa italiana e del Mondiale per club.

Il 10 giugno 2010 venne ufficializzato l'ingaggio del nuovo allenatore, lo spagnolo Rafael Benítez. Lo storico treble dell'annata precedente permise all'Inter di partecipare, oltre alla Supercoppa italiana, per la prima volta anche alla Supercoppa europea e al Mondiale per club. Il 21 agosto i nerazzurri affrontarono la Roma, finalista di Coppa Italia, nel trofeo italiano per la quarta volta nella ultime cinque edizioni, battendola per 3-1 grazie al gol di Pandev e alla doppietta di Eto'o che rimontarono l'iniziale vantaggio di Riise.[102] In Supercoppa UEFA, il 27 agosto, l'Inter perse il trofeo contro l'Atlético Madrid per 2-0 ed insieme ad esso anche la possibilità di vincere sei trofei nell'arco di un anno solare come fece il Barcellona nella stagione precedente.[103] La partita di semifinale della Coppa del Mondo per club si giocò il 15 dicembre contro i sudcoreani del Seongnam battuti dalla formazione nerazzurra per 3-0 con reti di Stanković, Zanetti e Milito; l'Inter si aggiudicò quindi il diritto di giocare la finale della competizione che si disputò il 18 dicembre contro i campioni africani del Mazembe, prima squadra non europea e non sudamericana ad accedere alla finale della competizione.[104] La partita finì 3-0 per i nerazzurri con i gol di Pandev, Eto'o e Biabiany, che si consacrarono Campioni del Mondo per la terza volta nella loro storia.[105]

Leonardo, vincitore della settima Coppa Italia.

Il 23 dicembre Benítez e la dirigenza decisero di rescindere consensualmente il contratto anche a causa delle dichiarazioni rilasciate dal tecnico spagnolo subito dopo la vittoria di Abu Dhabi.[106] Il nuovo allenatore divenne il brasiliano Leonardo, ex giocatore e allenatore del Milan. In campionato i nerazzurri giunsero secondi dietro il Milan, qualificandosi comunque alla Champions League per la decima volta consecutiva (record italiano).[107] In Champions League la squadra arrivò seconda nella prima fase dietro il Tottenham e, dopo aver eliminato il Bayern Monaco negli ottavi di finale ribaltando lo 0-1 di San Siro con un 3-2 all'Allianz Arena,[108] venne eliminata dallo Schalke 04 nei quarti di finale, perdendo sia in casa (5-2) che in trasferta (2-1). In Coppa Italia, dopo aver eliminato il Genoa (3-2), il Napoli al San Paolo ai calci di rigore (dopo che i supplementari si erano conclusi sullo 0-0) e la Roma (1-0 all'Olimpico e 1-1 al Meazza), il 29 maggio 2011 vinse la finale contro il Palermo per 3-1 grazie alla doppietta di Eto'o e al sigillo nel finale di Milito. Si trattò della settima vittoria nella competizione nazionale. Ai nerazzurri venne assegnata contestualmente anche la Coppa del 150º anniversario dell'Unità d'Italia.[109]

Il biennio 2011-2013[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 giugno 2011 l'Inter comunica l'ingaggio del tecnico Gian Piero Gasperini come nuovo allenatore della prima squadra;[110] l'ufficialità dell'ingaggio arriva il 1º luglio.[111] L'ex tecnico genoano prende il posto di Leonardo, accasatosi al Paris Saint-Germain come direttore sportivo.[112] L'esordio ufficiale sulla panchina dell'Inter avviene il 6 agosto 2011, in concomitanza con la sconfitta rimediata per 2-1 in Supercoppa italiana ad opera del Milan.[113] Il 21 settembre 2011 Gasperini viene sollevato dall'incarico di allenatore dell'Inter dopo la sconfitta per 3-1 subita sul campo del Novara, nella gara valida per la quarta giornata di campionato.[114] L'esonero arriva dopo quattro sconfitte ed un pareggio tra campionato, Champions League e Supercoppa Italiana. Il 22 settembre 2011 gli subentra il romano Claudio Ranieri, che firma un contratto fino al 30 giugno 2013.[115]

La squadra si qualificò al primo posto nel girone di Champions League grazie alle vittorie in trasferta contro CSKA Mosca e Lilla (sconfitto poi anche in casa) e al pareggio in Turchia contro il Trabzonspor. Il 10 dicembre, grazie al successo sulla Fiorentina (2-0), iniziò una serie di sei vittorie consecutive che culminarono nelle vittorie nel derby (0-1 gol di Diego Milito) e contro la Lazio (2-1) permettendo così di scavalcare quest'ultima al quarto posto. All'inizio del girone di ritorno, dopo che la squadra venne eliminata dalla Coppa Italia ai quarti di finale dal Napoli, nelle prime sette giornate furono raccolti due punti, contro il Palermo in casa (4-4 con quattro gol di Milito) e un pareggio in rimonta dallo 0-2 sempre a Milano contro il Catania. L'Inter tornerà a vincere alla 27ª giornata a Verona contro il ChievoVerona. La squadra, in seguito, verrà eliminata anche dalla Champions League ad opera dei francesi del Marsiglia: all'andata in Francia perse 1-0 al 93' mentre nel ritorno la vittoria per 2-1 non bastò a ribaltare la situazione.

Il 26 marzo, dopo la sconfitta in trasferta per 0-2 ad opera della Juventus, il tecnico Ranieri è stato esonerato a favore di Andrea Stramaccioni, vincitore della prima edizione della NextGen Series con la Primavera dell'Inter. A fine stagione la squadra arriva sesta qualificandosi al terzo turno preliminare di Europa League. Il tecnico romano, il 29 maggio 2012, prolunga il suo contratto con l'Inter di tre anni.[116] L'annata 2012-13, malgrado un buon inizio comprensivo di dieci vittorie consecutive tra campionato e Europa League (che porta l'Inter a violare l'imbattibilità dello Juventus Stadium), si rivela disastrosa con il nono posto finale in classifica: per la prima volta dopo quattordici anni, l'Inter rimane esclusa dalle coppe europee.

La presidenza Thohir (2013-oggi)[modifica | modifica wikitesto]

Da Mazzarri al ritorno di Mancini (2013-oggi)[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 maggio, a campionato concluso, la società rende nota la risoluzione del contratto con il tecnico romano e l'accordo biennale raggiunto con l'ex allenatore del Napoli, Walter Mazzarri.[117]

Il 15 ottobre, tramite il sito ufficiale, viene comunicato l'accordo con la società indonesiana International Sports Capital (ISC), indirettamente posseduta da Erick Thohir, Rosan Roeslani e Handy Soetedjo, con il quale la ISC diviene azionista di controllo dell'Inter mediante la partecipazione del 70% attraverso un aumento di capitale riservato. Il 15 novembre l'assemblea dei soci elegge ufficialmente Thohir nuovo presidente. Massimo Moratti, che non farà parte del CDA, assume la carica di presidente onorario.[118] Ciò sancisce di fatto la fine della presidenza Moratti dopo 18 anni, la più longeva e vincente della storia nerazzurra.[118]

Nel campionato 2013-2014 l'Inter si piazza al quinto posto, entrando in Europa League.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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