Bosa

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Bosa
comune
Bosa – Stemma
Panorama di Bosa dal Castello di Serravalle
Panorama di Bosa dal Castello di Serravalle
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Sardegna-Stemma.svg Sardegna
Provincia Provincia di Oristano-Stemma.png Oristano
Amministrazione
Sindaco Luigi Mastino (lista civica) dal 25/05/2014
Territorio
Coordinate 40°18′00″N 8°30′00″E / 40.3°N 8.5°E40.3; 8.5 (Bosa)Coordinate: 40°18′00″N 8°30′00″E / 40.3°N 8.5°E40.3; 8.5 (Bosa)
Altitudine m s.l.m.
Superficie 128,02 km²
Abitanti 7 959[1] (30-11-2013)
Densità 62,17 ab./km²
Frazioni Bosa Marina
Comuni confinanti Magomadas, Modolo, Montresta, Padria (SS), Pozzomaggiore (SS), Suni, Villanova Monteleone (SS)
Altre informazioni
Cod. postale 08013
Prefisso 0785
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 095079
Cod. catastale B068
Targa OR
Cl. sismica zona 4 (sismicità molto bassa)
Cl. climatica zona B, 744 GG[2]
Nome abitanti bosani
Patrono santi Emilio e Priamo
Giorno festivo 28 maggio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Bosa
Posizione del comune di Bosa all'interno della provincia di Oristano
Posizione del comune di Bosa all'interno della provincia di Oristano
Sito istituzionale

Bosa (IPA: ['bɔza][3], in sardo Bosa ['bɔza] o, contratto, 'Osa ['ɔza]) è un comune italiano di 7.959 abitanti della provincia di Oristano, in Sardegna. Si trova nella subregione storica della Planargia. Fino al 2005 faceva parte della provincia di Nuoro ma, in seguito all'applicazione della Legge Regionale 12 luglio 2001, n. 9[4] è passato alla provincia di Oristano.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Bosa si trova adagiata nella valle del fiume Temo. È l'unico centro della Sardegna edificato accanto all'estuario di un fiume, che è navigabile con imbarcazioni a basso pescaggio per circa 5-6 km. Si è sviluppata una frazione marina (Bosa Marina), frequentata stazione balneare, presso la quale si trova un porto che include quella che un tempo era l'isola Rossa, accanto alla foce del fiume, ora congiunta alla terraferma per mezzo di bastione carrabile. Il borgo antico (Sa Costa) è in parte arroccato sulle pendici del colle di Serravalle, in cima al quale si trova il castello omonimo, edificato dalla famiglia toscana dei Malaspina tra il XII e il XIII secolo.

Tra le numerose specie viventi presenti nel mare di Bosa ve ne sono alcune meritevoli di catalogazione tra le specie poco diffuse nel Mar Mediterraneo. Corinactis virydis, di un bel colore lilla, colonizza la sommità della secca di Su Puntillone 13 km a sud di Bosa Marina. È una specie endemica dell'oceano Atlantico, poco diffusa nel Mediterraneo.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista geologico il territorio di Bosa è caratterizzato da rocce vulcaniche risalenti al periodo oligo-miocenico, principalmente rioliti, riodaciti e daciti con alcuni affioramenti di rocce basaltiche.

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Il clima di Bosa è classificato come mediterraneo, con inverni miti ed umidi ed estati calde e secche. Le precipitazioni si concentrano principalmente nei mesi autunnali ed invernali. Il vento dominate è il maestrale.

Di seguito si riportano i dati climatici riferiti alla Stazione meteorologica di Alghero Fertilia, rilevati nel periodo 1971-2000[6].

ALGHERO FERTILIA
(1971-2000)
Mesi Stagioni Anno
Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Inv Pri Est Aut
T. max. mediaC) 13,8 14,0 15,5 17,6 22,0 26,0 29,4 29,8 26,6 22,3 17,6 14,7 14,2 18,4 28,4 22,2 20,8
T. min. mediaC) 5,8 5,7 6,5 8,3 11,5 15,0 17,4 18,0 15,8 12,8 9,1 6,8 6,1 8,8 16,8 12,6 11,1
T. max. assolutaC) 20,6
(1997)
23,0
(1979)
26,0
(1974)
28,2
(1999)
33,0
(1981)
37,1
(1998)
41,8
(1983)
39,8
(1999)
35,6
(1975)
32,0
(1991)
26,2
(1984)
21,4
(1989)
23,0 33,0 41,8 35,6 41,8
T. min. assolutaC) -4,8
(1981)
-3,0
(1993)
-2,8
(1993)
-2,4
(1995)
4,4
(1991)
8,0
(1986)
10,3
(1981)
10,2
(1985)
9,5
(1996)
5,4
(1983)
-1,1
(1995)
-3,0
(1991)
-4,8 -2,8 8,0 -1,1 -4,8
Giorni di calura (Tmax ≥ 30 °C) 0 0 0 0 0 5 14 16 5 0 0 0 0 0 35 5 40
Giorni di gelo (Tmin ≤ 0 °C) 2 1 1 0 0 0 0 0 0 0 0 1 4 1 0 0 5
Precipitazioni (mm) 71,7 56,2 61,8 49,2 27,2 17,0 5,3 24,7 38,1 80,1 78,9 63,2 191,1 138,2 47,0 197,1 573,4
Giorni di pioggia 8 8 7 7 4 2 1 2 4 7 8 7 23 18 5 19 65
Giorni di nebbia 5 4 4 3 5 2 3 4 2 4 4 4 13 12 9 10 44
Umidità relativa media (%) 79 78 77 76 74 72 69 71 73 76 79 80 79 75,7 70,7 76 75,3

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini del nome

Un'epigrafe fenicia (oggi perduta e ritenuta da alcuni studiosi un falso), databile al IX secolo a.C., documenta per la prima volta l'esistenza di un etnico collettivo Bs'n, riferito alla popolazione di questo luogo. Il nome della città fu dunque fin dall'origine Bosa, un toponimo forse mediterraneo, d'incerta etimologia. L'etnico latino bosanus è attestato ancora in un'iscrizione della prima età imperiale, e il nome di Bosa compare in questa forma in Tolomeo nell’Itinerario di Antonino, nella Cosmografia dell'Anonimo ravennate, e per tutto il Medioevo.

Una spiegazione più convincente per l'origine del nome è stata data da Massimo Pittau. Il nome deriverebbe dall'appellativo bosa di origine pre-indoeuropea che indica un contenitore a forma di catino. La similitudine calza perfettamente con la morfologia del territorio su cui sorge Bosa che appare racchiusa in un contenitore di monti.[8]

Preistoria e periodo romano[modifica | modifica wikitesto]

Narra una leggenda che Calmedia, moglie o figlia di Sardo, giunta nella vallata attraversata dal Temo, colpita dalla bellezza dei luoghi, abbia deciso di fermarsi e di fondare una città che da lei avrebbe preso nome. La città di Calmedia, nella località oggi detta Calameda, sarebbe stata nell'antichità un fiorente centro culturale e avrebbe per secoli convissuto con la vicina Bosa, con cui si sarebbe infine confusa.

La zona fu abitata già in epoca preistorica e protostorica, come dimostrano le numerose Domus de janas (come quelle di Coroneddu, Ispilluncas, Monte Furru, Silattari, Tentizzos) ed i nuraghi (in località Monte Furru). Nulla di certo si conosce dello stanziamento fenicio-punico. I Fenici dovettero usare per l'approdo la foce del fiume Temo (allora all'altezza di Terrìdi), riparata dalle mareggiate dall'Isola Rossa, e dal maestrale dal colle di Sa Sea. Forse proprio lì, o secondo l'ipotesi maggiormente accettata nella vallata di Messerchimbe, più all'interno e sulla sponda sinistra del fiume, svilupparono un centro abitato. Qualche studioso (Antonietta Boninu, Marcello Madau), in base alla conformazione del luogo, sostiene che in età cartaginese il sito urbano fosse bensì all'altezza di Messerchimbe, ma sulla riva destra, mentre sull'altra sponda si sarebbero concentrate l'area sacra e la necropoli. In tal caso si potrebbe pensare a uno sdoppiamento e a una progressiva traslazione dell'abitato in età bizantina, con un nuovo agglomerato formatosi intorno alla cattedrale, sul sito della vecchia necropoli: nel caso di Bosa appunto a Messerchimbe, dove i dati archeologici testimoniano un centro altomedioevale, e dove sarebbe sorta in seguito la cattedrale di San Pietro. In età romana la città, che in un primo tempo pare aver mantenuto l'ordinamento punico, con la magistratura dei suffeti, divenne, forse dalla prima età imperiale, un municipio con un proprio ordine di decurioni. Attraversata dalla strada costiera occidentale, che superava il Temo a Pont'ezzu, Bosa era collegata direttamente a sud con Cornus (presso il comune di Cuglieri) ed a nord con Carbia (Nostra Signora di Calvia, località situata alla periferia sud di Alghero). Del porto di Terrìdi restano ancora tracce di bitte per l’attracco delle barche.

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

In età bizantina, come si è detto, l'abitato era posto con sicurezza sulla riva sinistra del Temo, presso il luogo della chiesa di San Pietro extra muros. La città subì per tutto il medioevo le scorrerie degli Arabi. Tuttavia non perse la sua importanza: fu capoluogo della Curatoria di Planargia, nel Giudicato di Logudoro e sede vescovile. In un periodo compreso tra il sesto e il settimo decennio del Mille ed il 1073 si provvide alla costruzione della chiesa cattedrale dedicata a San Pietro. Le date vengono fornite da due documenti epigrafici presenti nella chiesa: il primo è rappresentato da un'iscrizione incisa sul concio di una lesena absidale che, secondo una recente rilettura operata dallo studioso Giuseppe Piras, attesta l'atto di consacrazione e posa della prima pietra dell'edificio romanico celebrato dal vescovo Costantino de Castra (in passato il titulus veniva erroneamente riferito all'attività di un presunto architetto di nome Sisinius Etra); il secondo è costituito da un'epigrafe, collocata nella navata centrale, che ricorda l'anno di ultimazione dei lavori promossi dal vescovo, il 1073 appunto. La decisione di Costantino de Castra (primo vescovo di Bosa di cui si abbia notizia) di intitolare a San Pietro la cattedrale bosana può essere forse intesa come segno di schieramento dalla parte del pontefice romano dopo lo scisma ortodosso del 1054: infatti Costantino de Castra, come sappiamo da una lettera del 1073 del Papa Gregorio VII, fu impegnato personalmente nella propaganda cattolica presso i Giudici della Sardegna e nello stesso anno ricevette da papa Gregorio VII la nomina ad arcivescovo di Torres. Con l'edificazione[9] del castello dei Malaspina sul colle di Serravalle, due chilometri più a valle e sulla riva destra del fiume, si pensa che la popolazione abbia cominciato gradualmente a trasferirsi sulle pendici dell'altura, che garantiva una maggior protezione contro le incursioni arabe, finché nella zona di Calameda non restò solo la cattedrale di San Pietro.

Periodo aragonese e spagnolo[modifica | modifica wikitesto]

Il Castello Malaspina sovrasta il Colle di Serravalle e il rione di "Sa Costa", la città vecchia di Bosa. In basso a destra il rione "Santa Cadrina".

Nel 1297 il Papa Bonifacio VIII istituì il Regno di Sardegna e Corsica, che concesse al re Giacomo II di Aragona. I Malaspina, temendo l'invasione aragonese, potenziarono il castello con una torre maestra che ricorda quelle cagliaritane dell'Elefante e di San Pancrazio (1305 e 1307), costruite da Giovanni Capula, il quale aveva forse edificato anche quella bosana (1300). Tuttavia il 2 novembre 1308 Moruello, Corrado e Franceschino Malaspina cedettero il castello di Bosa a Giacomo II. Negli anni successivi la famiglia lunense dovette nondimeno mantenere i propri diritti sul castello, se una cronaca sarda del Quattrocento sostiene che nel 1317 essa lo cedette al Giudicato d'Arborea. Ad ogni modo, a seguito dell'alleanza tra l'Arborea e l'Aragona, Pietro Ortis prese possesso del castello di Bosa per conto dell'infante Alfonso d'Aragona, col consenso degli Arborensi. I Malaspina uscirono però definitivamente dalla storia bosana solo quando l'11 giugno 1326 Azzo e Giovanni delegarono il fratello Federico nelle trattative col re d'Aragona per la cessione di Bosa e della Curatoria di Planargia. Passarono solo due anni, e il 1º maggio 1328 Alfonso il Benigno, re d'Aragona, concesse in feudo il castello al giudice arborense Ugone II de Bas-Serra: la città e il suo territorio entrarono allora a far parte delle terre extra iudicatum dell'Arborea. Il figlio di Ugone, Mariano IV, ruppe però l'alleanza con gli Aragonesi, e nel suo tentativo di unificare la Sardegna sotto di sé fece imprigionare, nel dicembre del 1349, il fratello Giovanni, Signore di Bosa dal 1335, e fedele alla vecchia alleanza. Il castello di Bosa era una roccaforte di grande importanza strategica per il controllo della Sardegna, e tanto Mariano quanto Pietro IV il Cerimonioso, desiderosi di impossessarsene, cercarono di farselo cedere dalla moglie di Giovanni, la catalana Sibilla di Moncada; ma ella tirò per le lunghe le trattative, finché il 20 giugno 1352 Mariano lo prese con la forza. Bosa fu quindi sotto il controllo dei giudici d'Arborea Ugone III (1376-'83), ed Eleonora (1383-1404), che ne fecero la loro roccaforte nella guerra contro gli Aragonesi; alle trattative di pace tra Eleonora e Giovanni I di Aragona, il 24 gennaio 1388, la città inviò il proprio podestà con centouno rappresentanti che firmarono gli atti, separatamente dal castellano e dai funzionari e rappresentanti feudali. L'esistenza a quel tempo di un'organizzazione comunale, oltre che da questo fatto, è dimostrata dai quattro capitoli degli statuti di Bosa citati in un atto notarile seicentesco. La città era dunque divisa tra la parte di pertinenza del castello, e quindi soggetta al feudatario (che si suole oggi identificare, pur senza vere prove, col quartiere di Sa Costa, privo di chiese perché avrebbe fatto capo a quella del castello), e il libero comune (identificato oggi col quartiere di Sa Piatta), retto dagli statuti. La guerra però riprese, e quando gli Aragonesi il 30 giugno 1409 sconfissero il nuovo Giudice Guglielmo III di Narbona a Sanluri, il Giudicato d'Arborea, ultimo dei regni sardi indipendenti, cessò di esistere, e l'anno successivo Bosa passò definitivamente sotto il controllo della Corona d'Aragona. Poco dopo la conquista aragonese, il 15 giugno 1413, Bosa e la Planargia furono unite al patrimonio regio, e la città, riconosciuti privilegi e consuetudini, fu organizzata come un comune catalano. L'organo cittadino era il consiglio generale, col potere di deliberare, dal quale erano scelti i cinque consiglieri, uno per ogni classe di censo, che formavano l'organo esecutivo; il primo consigliere rivestiva la funzione di sindaco, e rappresentava la città. D'altra parte il castello era tenuto da un capitano o castellano, di nomina regia, che curava la difesa; il re nominava anche il doganiere o maggiore del porto, il mostazzaffo (ufficiale incaricato di sorvegliare il commercio), e il podestà, che amministrava la giustizia e controllava per conto della corona l'operato dei consiglieri. Alle dipendenze del consiglio era poi l'ufficiale che governava la Planargia. In teoria tutte le cariche dovevano essere ricoperte da Sardi nativi o residenti a Bosa o nella Planargia; ma sebbene questo diritto fosse stato ribadito più volte, di fatto venne spesso calpestato. Tra la città e il castello la convivenza non fu pacifica, e al parlamento sardo del 1421 i sindaci Nicolò de Balbo e Giacomo de Milia ottennero dal re la destituzione del castellano Pietro di San Giovanni.

Torre costiera di Bosa Marina.

Sotto il regno di Giovanni II d'Aragona a Bosa funzionò anche una zecca, che emetteva monete di mistura del valore di un minuto, destinate a una circolazione locale. Qualcuna di esse si conseva tuttora. Il 23 settembre 1468 il castellano di Bosa, Giovanni di Villamarina, capitano generale della flotta reale, ottenne in feudo perpetuo (secundum morem Italie) la città, il castello e la Planargia di Bosa (con le ville di Suni, Sagama, Tresnuraghes, Sindia, Magomadas, Tinnura e Modolo), di cui divenne barone. Il Villamarina tuttavia prestò omaggio alla città e ne mantenne sostanzialmente le istituzioni. In questi tempi Bosa si trovò ad avere il singolare privilegio di partecipare a tutti i tre stamenti del parlamento sardo, attraverso il feudatario (braccio militare), il vescovo (braccio ecclesiastico) e i delegati dei cittadini (braccio reale). Nel 1478 il castello di Serravalle vide la fine delle ultime speranze di indipendenza dei Sardi, quando il marchese di Oristano, Leonardo Alagòn, vinto a Macomer, trovò in città l'ultimo rifugio, prima di essere catturato da una nave spagnola, mentre fuggiva per mare verso Genova. Ereditata da Bernardo di Villamarina il 24 dicembre 1479 alla morte del padre, Bosa ottenne sempre maggiori privilegii commerciali, spesso ai danni della vicina e rivale Alghero, che ne fecero una città prospera. Il 30 settembre 1499 una prammatica di Ferdinando il Cattolico la inserì tra le città reali, concedendole i privilegii connessi a tale titolo; essa restò tuttavia infeudata ai Villamarina, di cui anzi il 18 luglio 1502 divenne possedimento allodiale. La fioritura continuò anche sotto la figlia di Bernardo, Isabella, che la resse tra il 1515/18 e il 1559, facendole guadagnare terreno nei mercati dell'isola anche su Oristano. Ma proprio allora l'economia bosana doveva subire un duro colpo. Nel 1527, durante la guerra tra la Francia di Francesco I e l'Impero di Carlo V, mentre i lanzichenecchi saccheggiavano Roma, i Francesi contesero alla corona di Spagna il possesso della Sardegna. Entrati a Sassari alla fine di dicembre, la saccheggiarono, incutendo terrore nelle altre città sarde. I Bosani, per impedire un assalto della flotta francese comandata da Andrea Doria, reagirono l'anno successivo ostruendo con dei massi la foce del Temo, forse a S'Istagnone, determinando però in questo modo il rapido decadimento del porto, e l'inizio di un lungo periodo di straripamenti del Temo che resero l'ambiente malsano. Da allora le imbarcazioni presero ad attraccare all'Isola Rossa. Morta senza eredi Isabella di Villamarina, il re Filippo II di Spagna sequestrò il territorio riunendolo al patrimonio regio. Da allora Bosa divenne a tutti gli effetti una città regia, cessando di essere sotto un'autorità feudale. Nel 1565, per ordine del re, e su richiesta dello stamento militare, vennero tradotti in lingua catalana gli Statuti di Bosa, originariamente in lingua sarda e, in altre versioni, in italiano.

Probabilmente intorno al 1580, nell'ambito del progetto di fortificazione delle coste sarde, fu costruita la torre dell'Isola Rossa, già citata dal Fara nella sua Corografia della Sardegna. Dal 1583 l'amministrazione di essa fu demandata ad un alcalde, che vi risiedeva insieme alla sua guarnigione composta da un artigliere e quattro soldati. Il 1591 fu per la cultura bosana un anno straordinario. In quell'anno infatti fu consacrato vescovo Giovanni Francesco Fara, il padre della storiografia sarda. Egli diresse la chiesa bosana soltanto per sei mesi, durante i quali visitò tutte le parrocchie; ma subito convocò il sinodo diocesano (10-12 giugno 1591), e con le sue costituzioni riorganizzò la diocesi secondo i canoni tridentini. Con tutta probabilità si deve a lui la costituzione dell'archivio diocesano e l'avvio della redazione dei cinque libri, il cui documento più antico conservato oggi è del 1594. All'interessamento del Fara dovette probabilmente la libertà e la possibilità di uscire di prigione il poeta bosano Pietro Delitala, uno tra i primi autori sardi ad usare nella sua opera la lingua italiana. Dal carcere indirizzò alcuni sonetti di supplica al vescovo, e da altre liriche si evince che nel 1590 era tornato in libertà. Trascorse i suoi ultimi anni a Bosa, dove prese moglie ed ebbe cinque figli, fu podestà della città e Cavaliere nello Stamento Militare del Parlamento del Regno di Sardegna. A Bosa operava già dal 1569 come canonico della cattedrale anche Gerolamo Araolla, il maggiore poeta in lingua sarda dell'età spagnola, che vi compose le sue opere (Sa vida, su martiriu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuariu, e Rimas diversas spirituales), e fu forse anche alcaide del castello di Serravalle nella prima decade del Seicento. Il periodo postridentino vide anche l'arrivo a Bosa dei Cappuccini, che vi edificarono il loro convento (1609); e la fondazione delle confraternite della S. Croce e del Rosario, e dei gremii dei sarti e calzolai e dei fabbri. Il nuovo secolo fu però un periodo di grande decadenza, come per tutti i dominii spagnoli, anche per Bosa. Apertosi con la grave inondazione del 1606, funestato dalla peste (1652-'56), da un violento incendio (1663), dalla grande carestia del 1680, dalle continue incursioni ottomane e dalla forte recessione economica, vide precipitare la popolazione dai circa 9000 abitanti del 1609 ai 4372 del 1627, ridotti ancora a 2023 nel 1688. Non dovette giovare molto la concessione dello statuto di porto franco da parte del re Filippo IV, nel 1626. Poco dopo, nel 1629, con la concessione della Planargia in feudo a don Antonio Brondo, Bosa perdeva anche i contributi in grano dell'entroterra. Tuttavia verso la fine del secolo, in seguito a vari passaggi di mano del feudo che, poverissimo e spopolato, era caduto nel disinteresse dei suoi signori, la città ne riprese di fatto il controllo.

Periodo sabaudo[modifica | modifica wikitesto]

Passata con l'intera Sardegna agli Asburgo nel 1714, quindi ai Savoia nel 1718-'20, la città riacquistò via via una certa importanza: già nel 1721 le barche coralline napoletane furono autorizzate a far quarantena anche nel porto di Bosa, e di conseguenza fu inaugurato un lazzaretto a S. Giusta. La popolazione era andata in quegli anni progressivamente aumentando, tanto che dai 3335 abitanti del 1698, si era giunti nel 1728 a 3885, e nel 1751 a 4609. Nel 1750 Carlo Emanuele III autorizzò un gruppo di coloni provenienti dalla Morea a insediarsi su una parte del territorio di Bosa: fu così fondato il paese di S. Cristoforo, in seguito chiamato Montresta. Gli immigrati, però, furono insediati in territori fino ad allora usati dai pastori bosani: non ebbero perciò vita facile, e furono oggetto dell'aperta ostilità della città, spesso sfociata in fatti di sangue, cosicché un secolo dopo, secondo l'Angius, delle famiglie greche restavano due soli membri. Interessante per questo periodo è la relazione nel 1770 della visita che il Viceré Vittorio Ludovico Des Hayes compì anche a Bosa: venne segnalato lo stato d'abbandono degli uffici ed in particolare degli archivi. Il 4 maggio 1807 Bosa divenne capoluogo di provincia per un decreto del re Vittorio Emanuele I e nel 1848, in seguito all'abolizione delle province, fu incluso nella divisione amministrativa di Nuoro. Nel 1859 le province furono ripristinate e Bosa entrò a far parte della Provincia di Sassari fino a quando nel 1927, istituita la Provincia di Nuoro, venne accorpata a questa.

Dall'unità d'Italia ad oggi[modifica | modifica wikitesto]

Lungotemo.

La città conobbe nell'Ottocento un incremento demografico progressivo ma lento: la popolazione passò via via dai 5.600 abitanti del 1821 ai 6.260 del 1844, ai 6.403 del 1861, ai 6.696 del 1881, ai 6.846 del 1901. Si sviluppò tuttavia l'attività della concia delle pelli (sulla sinistra del Temo, negli edifici noti come sas Conzas), mentre le vecchie mura vennero abbattute e già alla metà del XIX secolo la città si ampliò verso il mare, secondo le indicazioni del piano d'ornato di Pietro Cadolini (1867). Il rinnovamento delle vecchie infrastrutture, come il ponte sul Temo (1871), e le nuove costruzioni, quali l'acquedotto (1877) e la rete fognaria, che posero rimedio all'ambiente insalubre della città, o la strada ferrata a scartamento ridotto per Macomer, segnarono un risveglio che soltanto dopo la grande guerra conobbe un sensibile rallentamento. Nel 1869, dopo decenni di richieste, si cercò di ridar vita anche al porto, ormai scomparso da più di trecento anni, congiungendo l'Isola Rossa alla terraferma, senza però che si ottenessero risultati apprezzabili. Le opere pubbliche di questi anni diedero al centro un aspetto dignitoso ancora oggi pienamente fruibile; tuttavia per il comune di allora, accanto al miglioramento delle condizioni di vita, significarono anche un forte indebitamento, che con gli anni, sommandosi alla pressione fiscale voluta dal ministero, diede origine a una rivolta popolare (14 aprile 1889). La popolazione conobbe un'evoluzione relativamente modesta anche nel corso del Novecento (8.632 abitanti nel 1971, ma 7.935 nel 2001) ed è proprio grazie a questa sua scarsa vitalità che Bosa ha potuto mantenere una fisionomia storica sconosciuta in molti altri centri della Sardegna. Negli ultimi decenni l'espansione urbana ha portato al congiungimento del centro alla marina, con interventi edilizi come due nuovi ponti, il primo all'altezza di Terrìdi (anni ottanta) e il secondo (esclusivamente pedonale) presso il centro storico (anno 2000), che hanno almeno in parte alterato il sapore tradizionale del suo ambiente. Oggi per di più, anche in seguito all'apertura della litoranea per Alghero, la città è avviata verso un rilancio turistico, che se rappresenta un'opportunità economica per gli abitanti, rischia di compromettere definitivamente il suo carattere. Nel maggio 2005, in attuazione della Legge Regionale di riforma delle circoscrizioni provinciali della Sardegna, il comune di Bosa è passato dalla Provincia di Nuoro alla Provincia di Oristano.

Monumenti e luoghi di interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

  • La Concattedrale dell'Immacolata Concezione, sorta su una preesistente costruzione risalente al XII secolo, più volte rimaneggiata in epoca successiva, è intitolata alla Madonna Immacolata. Venne realizzata a partire dal 1803, quando il Capitolo vescovile ne affidava il rifacimento al capomastro locale Salvatore Are al quale, in un secondo tempo si affiancherà il sassarese Ramelli. Il nuovo edificio venne solennemente consacrato –a cantiere ancora aperto– dal vescovo monsignor Murro nel luglio 1809, mentre per il completamento dei lavori si dovette attendere l’anno successivo. L’edificio è costituito da un’ampia navata voltata a botte in cui si aprono quattro cappelle sul lato sinistro e tre sul destro. L’ampio presbiterio rialzato è coperto da una cupola impostata su tamburo ottagonale. All’ingresso, a destra, si apre il cosiddetto Cappellone, che si presenta come un edificio autonomo dotato di altari e di un presbiterio rialzato coperto da una cupola. Sotto l’egida del vescovo Eugenio Cano, negli anni settanta dell’Ottocento, la cattedrale fu oggetto di interventi di abbellimento, che vanno dalle decorazioni pittoriche, realizzate dal parmense Emilio Scherer, al rifacimento dell’organo –originariamente costruito dal lucchese Giuseppe Crudeli nel 1810 e del quale si conserva la cassa neoclassica– operato nel 1875 dai fabbricanti modenesi Tommaso Piacentini e Antonio Battani di Frassinoro (Modena).
  • La Chiesa di Nostra Signora de Sos Regnos Altos, antica cappella palatina del castello di Bosa, presenta al suo interno un ciclo di affreschi del XIV secolo.
  • La Chiesa di San Pietro Extra Muros, antica chiesa romanica lungo le sponde del fiume Temo, a breve distanza dal centro abitato.
  • La Chiesa di Sant'Antonio Extra Muros
  • La Chiesa di Santa Maria del Mare
  • La Chiesa di Santa Croce
  • Il Convento dei Cappuccini
  • L'Oratorio del Rosario
  • La Chiesa ed il Convento del Carmine
  • La chiesa (campestre) di Santa Giusta

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

Le vecchie concerie di Bosa, lungo la sponda Sud del fiume Temo.
  • Sa funtana manna
  • Le vecchie concerie
  • Il rione medioevale di Sa Costa

Architetture militari[modifica | modifica wikitesto]

  • Castello di Serravalle, edificato in varie fasi sull'omonimo colle è caratterizzato dalla cinta muraria, lunga 300 metri, e da sette torri. Nella piazza d'armi del castello si trova la piccola chiesa di Nostra Signora de Sos Regnos Altos.
  • Torre di Bosa, edificata sull'Isola Rossa al fine di contrastare e scoraggiare le incursioni dei Saraceni.
  • Torre Argentina, lungo la costa in direzione di Alghero. faceva parte della rete di controllo e sorveglianza contro le incursioni saracene ed è collegata visivamente con tutte le altre torri simili (ad esempio quella dell'Isola Rossa e quella di Foghe/columbargia solo per citarne alcune.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[10]


Etnie[modifica | modifica wikitesto]

Al 31 dicembre 2009 a Bosa risultavano residenti 136 cittadini stranieri[11], pari al 1,7% circa della popolazione totale, le cui nazionalità principali sono:

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Eventi e manifestazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il carnevale[modifica | modifica wikitesto]

Il carnevale di Bosa è caratterizzato da due mascherate tipiche che si tengono il martedì grasso. La mascherata del martedì' mattina si chiama " S' Attitidu" (lamento) : le maschere sono vestite di nero, tengono in mano una bambola e piangono per il suo comportamento poco serio. Chiedono a tutte le donne , anche non mascherate , un pochino di latte per ristorare la bambola stanca e distrutta dai suoi costumi dissoluti. All'imbrunire le maschere si vestono di bianco e si pitturano il volto di nero, hanno un lampioncino colorato o un cestino con una candela e cercano "Giolzi" che rappresenta la ricerca del sesso[12]. La mascherata si conclude con un falò che brucia un pupazzo a simboleggiare la fine del carnevale e il ritorno alla vita normale.

Gli aspetti di "drammatizzazione" che caratterizzano il "Karrasegare" (come è chiamato localmente[13]) hanno attirato l'attenzione di antropologi e studiosi del teatro[14]

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Musei[modifica | modifica wikitesto]

  • La Collezione Permanente "Pinacoteca Antonio Atza" conserva le opere pittoriche di Antonio Atza, oltre ad alcune opere di artisti con i quali lo stesso Atza ebbe rapporti di amicizia (Stanis Dessy, Giovanni Thermes e Giovanni Pisano)[15].
  • La Collezione etnografica Stara è una raccolta di strumenti agricoli e marinari risalenti alla fine dell'Ottocento, inizi del Novecento. È suddivisa in ventisei sezioni che trattano, ognuna, un mestiere differente[16].
  • Il Museo Casa Deriu, ospitato in un palazzo signorile ottocentesco, conserva l'arredo originale dell'epoca ed ospita la raccolta artistica del pittore Melkiorre Melis oltre ad un allestimento per mostre temporanee[17].

Persone legate a Bosa[modifica | modifica wikitesto]

  • Peppe Carta (1912 - 1997), musicista e direttore d'orchestra, nato a Bosa
  • Mariano Chelo (Bosa, 1958), pittore.
  • Michele Deriu (Cagliari, 1921 - Parma, 1980), geologo. Di famiglia bosana, ha scritto anche sulla geologia di Bosa.
  • Attilio Mastino (Bosa, 1949), Storico ed epigrafista italiano, dal 2009 Magnifico Rettore dell'Università di Sassari.
  • Gianni Mastinu (Bosa, 1956), cantautore.
  • Benito Urgu (Oristano, 12 gennaio 1939) cantante, comico e cabarettista italiano. È oristanese di nascita, ma di famiglia bosana.
  • Salvatorangelo Palmerio Spanu (Bosa, 1940 - Torino, 2006) grafico, genealogista, araldista, scrittore e pittore di fama nazionale. Cavaliere ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
  • Riccardo Fellini regista, è sepolto nel cimitero di Bosa
  • Giovanni Battista Columbu (Olzai, 1920 - Bosa, 2012), politico, insegnante e imprenditore vinicolo.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Turismo[modifica | modifica wikitesto]

Prevalentemente stagionale, ha visto negli ultimi anni una tendenza all'allungamento della stagione grazie all'arrivo dei turisti dall'estero dovuto all'implementazione dei voli low cost dell'aeroporto di Fertilia. La maggior parte dei turisti stranieri sono inglesi e tedeschi, con buona affluenza anche da parte di danesi, spagnoli e scandinavi. un ottimo impatto sul turismo è rappresentato dalle due principali ricorrenze cittadine: il carnevale e la festa di Regnos Altos, rispettivamente nei mesi di febbraio / marzo e di settembre. La capacità ricettiva non è quantificabile in maniera esatta, nelle strutture ricettive locali si arriva approssimativamente a 1000 posti letto ma questi vengono abbondantemente moltiplicati dalle innumerevoli unità abitative private che vengono date in locazione ai vacanzieri. Nel territorio di Bosa si trovano numerose spiagge, tra cui:

  • Porto Managu
  • Cumpoltitu
  • S'Abba Druche
  • Tentizzos
  • Bosa Marina (una zona della spiaggia di Bosa Marina è chiamata le Colonie perché d'estate sono ospitati i bambini iscritti in colonie di tutta l'Italia). Alcuni di questi edifici furono, un tempo, le strutture e gli impianti delle antiche tonnare.
  • Turas

Inoltre altre calette (spesso identificate con nomi della tradizione popolare) sono presenti nel litorale bosano, quasi sempre raggiungibili solo in barca.

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Strade[modifica | modifica wikitesto]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Il 13 maggio 2007 la cittadina ha ospitato l'arrivo della seconda tappa del 90º Giro d'Italia, partita da Tempio Pausania e vinta da Robbie McEwen.

Nei fondali di Bosa Marina è possibile praticare l'immersione subacquea con autorespiratore. Alcune strutture organizzate e gestite da istruttori e guide esperte consentono di disporre di tutte le attrezzature necessarie quali apparecchi di respirazione, mute, pinne, maschere, veicoli subacquei e di superficie. Tra le immersioni più famose vi sono la Secca di Capo Marrargiu, la Secca di Cala e Moros, le Grotte della Casa del vento, la Secca di Corona Niedda, la Secca di Su Puntillone, la Secca delle Piramidi. Tra gli sport praticabili a Bosa si ricorda il canottaggio, che con il "Circolo Canottieri G. Sannio" ha raggiunto i massimi livelli in Sardegna; sono stati raggiunti ottimi risultati e piazzamenti anche a livello nazionale. Nella stagione agonistica del 2007 i canottieri del Sannio hanno conquistato tutti i trofei regionali.

Esistono anche tre squadre di calcio: "Bosa Calcio", "Polisportiva Calmedia" e "Atletico Bosa" che disputano le loro partite casalinghe sul sintetico di Campo Italia, o raramente nell'impianto di Sant'Eligio (terra battuta). Di queste tre, solo le prime due hanno una prima squadra, mentre l’Atletico Bosa ha solo il settore giovanile.

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 30 novembre 2013.
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF) in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ Dizionario d'ortografia e di pronunzia. URL consultato il 27 settembre 2009.
  4. ^ Testo integrale Legge Regionale 9/2001. URL consultato il 12 settembre 2009.
  5. ^ Classificazione sismica dal sito della Protezione Civile. URL consultato il 27 settembre 2009.
  6. ^ Tabelle climatiche 1971-2000 della stazione meteorologica di Alghero Fertilia dall'Atlante Climatico 1971-2000 del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare. URL consultato il 18 maggio 2010.
  7. ^ Tavola dei Gradi giorno dal sito dell'ENEA. URL consultato il 27 settembre 2009.
  8. ^ Massimo Pittau - La supposta origine fenicia di Bosa..
  9. ^ Secondo lo storico G. F. Fara l'edificazione del castello avvenne nel 1112 o nel 1121. Secondo uno studio recente sarebbe databile al 1271.
  10. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  11. ^ Cittadini Stranieri. Bilancio demografico anno 2009 e popolazione residente al 31 dicembre - Tutti i paesi di cittadinanza. Comune: Bosa. URL consultato il 6 novembre 2010.
  12. ^ Carole Counihan, Transvestism and Gender in a Sardinian Carnival, "Anthropology", IX (1985), pp, 11-24
  13. ^ Marco Espa, Appunti sul carnevale di Bosa, video, Coop. Audiovision, 1984 cit. in "La Ricerca folklorica" 1985, p. 138
  14. ^ Mario Atzori, Gabriella Da Re, Gabriella Satta, Note sul carnevale di Bosa, "Bollettino del repertorio e dell'atlante demologico sardo", 1975, pp. 33-42; M. G. Satta, Note sul Carnevale in Sardegna: il Carnevale di Bosa (pp. 34-52) e Clara Gallini, Specifico teatrale e rapporti di produzione. Appunti sul teatro popolare (pp. 104-117), in «Biblioteca teatrale», XVII (1976); Mario Colangeli, Anna Fraschetti, Carnevale: i luoghi, le maschere, i riti e i protagonisti di una pazza, inquietante festa popolare, Roma, Lato side, 1982, pp. 25-6; Vittorio Lanternari, Festa, carisma, apocalisse, Palermo, Sellerio, 1983, p. 47; M. M. Satta, Il Carnevale di Bosa, in Il Carnevale in Sardegna, Cagliari, 2D Editrice Mediterranea, 1989, pp.157-200
  15. ^ Descrizione della Pinacoteca Antonio Atza. URL consultato il 14 ottobre 2009.
  16. ^ Descrizione della Collezione Stara. URL consultato il 14 ottobre 2009.
  17. ^ Descrizione della Casa Deriu. URL consultato il 14 ottobre 2009.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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