Flamine

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Busto di un flamine
Busto di un flamine

Il flàmine (latino flamen) era il sacerdote dell'antica Roma preposto al culto di una specifica divinità da cui prendeva il nome e di cui celebrava il rito e le festività.

I flamini erano distinti in flamini maggiori (latino Flamines maiores), tre, e in flamini minori (latino Flamines minores), dodici; ai primi fu successivamente aggiunto un flamine in onore di Giulio Cesare. In epoca imperiale furono istituiti dei flamini preposti al culto di imperatori defunti e da essi derivavano il nome.

I flamini maggiori e minori costituivano il Collegium Pontificum presieduto dal Pontifex Maximus.

L'etimologia del termine flamen è incerta, secondo alcuni deriverebbe da filum, il filo di lana posto sul copricapo, secondo altri da flare, soffiare per mantenere vivo il fuoco sacro. Non va dimenticato, tuttavia, l'accostamento al sanscrito brahman-bramino, appartenente alla casta sacerdotale, sulla base di un comune termine indeuropeo bhlagh-men.

Indice

[modifica] Georges Dumézil

Georges Dumézil, accademico di Francia e storico delle religioni, nella sua opera Flamines-Brahamanes vede non solo una probabile etimologia comune ma anche un parallelismo funzionale fra i flamini ed i Bramini, la casta sacerdotale indiana ed attraverso l’esame comparativo delle rispettive religioni individua le tre funzioni, tra loro poste in armonica gerarchia, che reggevano e regolavano la società indeuropea.

La prima funzione è la sovranità religiosa ossia il potere magico-giuridico, la seconda la forza, la potenza bellica e la terza la fecondità ossia la procreazione, la pace.

Nel mondo romano corrispettiva di queste funzioni è la triade capitolina, ossia Giove, Marte e Quirino che, gerarchicamente ed armonicamente ordinati, sono le manifestazioni della tripartizione funzionale, mentre speculari ai Bramini si pongono i flamini.

Ritrova questa tripartizione funzionale anche nella mitologia germanica con Thor, Odino e Freyr, in quella iranica con Mitra-Varuna, Indra e gli Asvin ed in quella caucasica con gli Alægatæ, gli Æhsærtæggatæ, i Borotæ rappresentanti rispettivamente l’intelligenza, l’eroismo e la ricchezza.

Applicando questa trifunzionalità al mondo arcaico romano, individua in Romolo e Numa Pompilio il potere magico-religioso, in Tullo Ostilio il potere e la forza guerriera ed in Anco Marzio la ricchezza e la pace.

Questa teoria, così riassunta in estrema sintesi, ebbe diversi estimatori come Claude Lévi-Strauss ma fu respinta da altri come artificiosa ed irreale, tuttavia diede inizio ad un largo dibattito sul rapporto mito-religione e società che ancora vive.

[modifica] Tito Livio

Particolarmente significativi sono i passi dell'Ab Urbe condita in cui Tito Livio illustra il momento e le motivazioni della creazione della istituzione religiosa e dei suoi sacerdoti:

(LT)
« Qui regno ita potitus urbem novam conditam vi et armis, iure eam legibusque ac moribus de integro condere parat. Quibus cum inter bella adsuescere videret non posse - quippe efferari militia animos -, mitigandum ferocem populum armorum desuetudine ratus, Ianum ad infimum Argiletum indicem pacis bellique fecit, apertus ut in armis esse civitatem, clausus pacatos circa omnes populos significaret. [...]
Clauso eo cum omnium circa finitimorum societate ac foederibus iunxisset animos, positis externorum periculorum curis, ne luxuriarent otio animi quos metus hostium disciplinaque militaris continuerat, omnium primum, rem ad multitudinem imperitam et illis saeculis rudem efficacissimam, deorum metum iniciendum ratus est. Qui cum descendere ad animos sine aliquo commento miraculi non posset, simulat sibi cum dea Egeria congressus nocturnos esse; eius se monitu quae acceptissima Diis essent sacra instituere, sacerdotes suos cuique deorum praeficere. »
(IT)
« Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l'altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l'atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all'uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell'Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni. [...]
Così facendo, però, si correva il rischio che animi resi vigili dalla disciplina militare e dalla continua paura del nemico si rammollissero in un ozio pericoloso. Per evitarlo, egli pensò che la prima cosa da fare fosse instillare in essi il timore reverenziale per gli dèi, espediente efficacissimo nei confronti di una massa ignorante e ancora rozza in quei primi anni. Dato che non poteva penetrare nelle loro menti senza far ricorso a qualche racconto prodigioso, si inventò di avere degli incontri notturni con la dea Egeria e riferì che quest'ultima lo aveva esortato a istituire dei rituali sacri particolarmente graditi agli dèi, nonché a preporre a ciascuno di essi certi officianti specifici. »
(Tito Livio - Ab Urbe condita I. XIX - libera traduzione di Capriotti M.)

La conseguenza ovvia della istituzione della religione fu la creazione del sacerdozio quale suo custode e regolatore:

(LT)
« Tum sacerdotibus creandis animum adiecit, quamquam ipse plurima sacra obibat, ea maxime quae nunc ad Dialem flaminem pertinent. Sed quia in civitate bellicosa plures Romuli quam Numae similes reges putabat fore iturosque ipsos ad bella, ne sacra regiae vicis desererentur flaminem Iovi adsiduum sacerdotem creavit insignique eum veste et curuli regia sella adornavit. Huic duos flamines adiecit, Marti unum, alterum Quirino, virginesque Vestae legit, Alba oriundum sacerdotium et genti Conditoris haud alienum. [...]
Cetera quoque omnia publica privataque sacra pontificis scitis subiecit, ut esset quo consultum plebes veniret, ne quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo turbaretur; nec caelestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria placandosque Manes ut idem pontifex edoceret, quaeque prodigia fulminibus aliove quo visu missa susciperentur atque curarentur. »
(IT)
« Quindi rivolse la sua attenzione ai sacerdoti: bisognava nominarli, nonostante egli stesso fosse preposto a parecchi riti sacri, soprattutto quelli che oggi sono di competenza del flamine Diale. Ma poiché riteneva che in un paese bellicoso i re del futuro sarebbero stati più simili a Romolo che non a Numa e sarebbero andati di persona a combattere, non voleva che passassero in secondo piano le attribuzioni sacerdotali del re. Quindi designò un flamine a sacerdote unico e perpetuo di Giove, dotandolo di una veste speciale e della sedia curule, simbolo dell'autorità regale. A lui aggiunse altri due flamini, uno per Marte e uno per Quirino. Inoltre sceglie delle vergini da porre al servizio di Vesta, sacerdozio questo di origine albana e in qualche modo connesso con la famiglia del fondatore. [...]
Subordinò all'autorità del pontefice anche tutte le altre cerimonie di natura pubblica e privata, in modo tale che la gente comune avesse un qualche punto di riferimento e che nessun elemento della sfera religiosa dovesse subire alterazioni di sorta, dovute a negligenze dei riti nazionali o all'adozione di culti di importazione. Inoltre il pontefice doveva diventare un esperto e attento interprete non solo delle cerimonie legate alle divinità celesti, ma anche delle pratiche funerarie, di quelle di propiziazione dei Mani e dell'interpretazione dei presagi legati ai fulmini o ad altre manifestazioni. »
(Tito Livio - Ab Urbe condita I. XX - libera traduzione di Capriotti M.)

Ecco i flamini, il rito ed il rapporto con la società civile, quest'ultimo spiegato in maniera concisa, efficace ed attuale, degna di un moderno studioso.

Ed ecco la funzione giuridico-sociale della religione come meglio non poteva essere espressa.

(LT)
« Ad haec consultanda procurandaque multitudine omni a vi et armis conversa, et animi aliquid agendo occupati erant, et deorum adsidua insidens cura, cum interesse rebus humanis caeleste numen videretur, ea pietate omnium pectora imbuerat ut fides ac ius iurandum [proximo] legum ac poenarum metu civitatem regerent. »
(IT)
« L'attenzione per questi fenomeni celesti e la loro continua ricerca avevano distolto il popolo intero dalla violenza delle armi, fornendogli sempre qualcosa con cui tenere occupata la mente: il pensiero incessante della presenza divina e l'impressione che le potenze ultraterrene partecipassero dei casi umani avevano permeato di pietà religiosa gli animi così profondamente che la città era governata più dal rispetto per la solennità della fede che dalla paura suscitata dalle leggi e dalle pene. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, I, XXI - libera traduzione di Capriotti M.)

[modifica] Flamini maggiori

I flamini maggiori (latino Flamines Maiores), che costituivano la parte apicale della classe sacerdotale e venivano scelti in origine fra i patrizi, erano formati dal flamine Diale, flamine Marziale e flamine Quirinale, rispettivamente preposti ai culti di Giove, Marte e Quirino, divinità che costituivano la cosiddetta Triade Capitolina; in epoca più tarda Marte e Quirino furono sostituiti da Giunone e Minerva. I flamini maggiori avevano un enorme potere e godevano di una grandissima influenza e prestigio.


[modifica] Flamine Diale

Giove e Teti
Giove e Teti

Il flamine Diale (latino Flamen Dialis), che rivestiva una particolare importanza e sacralità in quanto quasi personificazione vivente di Giove, di cui celebrava i riti, godeva di grandi onori, ma, proprio per la sua funzione, era sottoposto a molteplici limitazioni e divieti. Secondo Aulo Gellio[1], infatti, il flamine Diale era sottoposto alle seguenti limitazioni:

non doveva viaggiare a cavallo (equo dialem flaminem uehi religio est), non doveva vedere eserciti in armi (item religio est classem procinctam extra pomerium, id est exercitum armatum, uidere), non poteva prestare giuramento (item iurare Dialem fas numquam est), poteva portare solo anelli spezzati (item anulo uti nisi peruio cassoque fas non est), non si poteva prelevare del fuoco dalla casa del flamine Diale a meno che non servisse per usi sacri (ignem e flaminia, id est flaminis dialis domo, nisi sacrum efferri ius non est), se si introduceva in casa del flamine Diale qualcuno che era legato, i legami gli dovevano essere tolti, portati sul tetto attraverso l'impluvio e da lì gettati in strada (vinctum, si aedes eius introierit, solvi necessum est et vincula per impluvium in tegulas subduci atque inde foras in viam demitti), non doveva avere nodi sul berretto né alla cintura né in altra parte del corpo (nodum in apice neque in cinctu neque alia in parte ullum habet), se qualcuno condannato alla fustigazione si gettava ai pedi del flamine Diale, per quel giorno non poteva essere fustigato (si quis ad verberandum ducatur, si ad pedes eius supplex procubuerit, eo die verberari piaculum est), i suoi capelli potevano essere tagliati solo da un uomo libero (capillum Dialis, nisi qui liber homo est, non detondet), non poteva nominare né toccare capre, carne cruda, fave, edera (capram et carnem incoctam et hederam et fabam neque tangere Diali mos est neque nominare), non poteva passare sotto tralci di vite legati legati (propagines e vitibus altius praetentas non succedit), doveva dormire in un letto particolare i cui piedi erano ricoperti di uno strato sottile di fango (pedes lecti, in quo cubat, luto tenui circumlitos esse oportet), non poteva dormire fuori dal proprio letto per più di tre notti (et de eo lecto trinoctium continuum non decubat), nessuno poteva dormire nel suo letto (neque in eo lecto cubare alium fas est), doveva tenere presso al letto una cassetta contenente delle focacce sacrificali (apud eius lecti fulcrum capsulam esse cum strue atque ferto oportet), capelli e unghie tagliati del flamine Diale dovevano essere sepolti sotto un albero "felice" (unguium Dialis et capilli segmina subter arborem felicem terra operiuntur), ogni giorno per lui era festivo (Dialis cotidie feriatus est), doveva stare sempre a capo coperto, tranne che in casa come avevano deciso i pontefici secondo quanto riportato dallo scrittore Masurio Sabino (sine apice sub divo esse licitum non est; sub tecto uti liceret, non pridem a pontificibus constitutum Masurius Sabinus scripsit), non doveva toccare la farina contenente lievito (farinam fermento inbutam adtingere ei fas non est), poteva togliersi la tunica intima solo in luoghi coperti perché non doveva rimanere nudo all'aperto, come se fosse sotto gli occhi di Giove (tunica intima nisi in locis tectis non exuit se, ne sub caelo tamquam sub oculis Iovis nudus sit), a tavola nessuno poteva sedere in posizione più elevata del flamine Diale, ad eccezione del rex sacrorum (super flaminem Dialem in convivio, nisi rex sacrificulus, haut quisquam alius accumbit), doveva lasciare la carica di flamine se perdeva la moglie (uxorem si amisit, flamonio decedit), il suo matrimonio si scioglieva solo con la morte del coniuge (matrimonium flaminis nisi morte dirimi ius non est), non poteva entrare nel luogo in cui si teneva la pira funebre, né toccare cadaveri (locum, in quo bustum est, numquam ingreditur, mortuum numquam attingit), poteva però assistere ai funerali (funus tamen exsequi non est religio).

Secondo Gellio[2], anche la flaminica Diale doveva osservare divieti simili (eaedem ferme caerimoniae sunt flaminicae Dialis), più altri suoi particolari (alias seorsum aiunt observitare): doveva portare una veste colorata (quod venenato operitur), doveva mettere un germoglio di albero "felice" nello scialle (et quod in rica surculum de arbore felici habet), non doveva salire più di tre scalini se non si trattava di una scala "greca" cioè coperta da entrambi i lati (et quod scalas, nisi quae Graecae appellantur, escendere ei plus tribus gradibus religiosum est atque etiam), quando partecipava alla processione degli Argei non si doveva ornare la testa, né pettinare i capelli (cum it ad Argeos, quod neque comit caput neque capillum depectit).

Doveva portare sempre un copricapo di cuoio bianco dalla strana foggia, l' apex o albogalerus[3]. In cima all' apex era fissato un ramoscello di ulivo dalla cui base si dipartiva in filo di lana[4].

La sua persona, inviolabile, era permanentemente circonfusa di sacralità, tanto che al suo passaggio doveva cessare ogni attività lavorativa ed essere rispettato il silenzio per non disturbare il suo costante contatto con Giove di cui era la statua vivente.

Nelle epiclesi, e comunque ogni qual volta pronunciava il nome di Giove, doveva sempre alzare le braccia al cielo.

Unico tra i sacerdoti poteva presenziare nel Senato con il diritto alla sedia curule[5] ed alla toga pretesta. Presenziava al rito della Confarreatio ed esso stesso doveva essere sposato con questo rito.

[modifica] Flamine Marziale

Del flamine Marziale (latino Flamen Martialis), preposto al culto di Marte, si conosce poco ma sappiamo che non era regolato dai rigidi divieti che invece vincolavano la vita del flamine Diale, in quanto tali divieti riflettevano il pensiero teologico relativo a Giove; inoltre non abbiamo cognizione diretta di una sua partecipazione ad alcuna cerimonia, però da una testimonianza di Cassio Dione si può ragionevolmente supporre che il flamine Marziale partecipasse al rito dell'Equus october, una corsa di bighe che si teneva alle Idi di ottobre nel Campo Marzio[6]. Cassio Dione[7], infatti, racconta di un'esecuzione ordinata da Giulio Cesare dei due capi di un ammutinamento. Tale esecuzione, dice Dione, fu eseguita dai pontefici e dal "sacerdote di Marte" (cioè il flamine Marziale) sul modello di una cerimonia religiosa, in Campo Marzio, e le loro teste furono appese vicino alla Regia. Entrambi i particolari (soprattutto l'ultimo) sono identici a quelli dell'Equus october, nel quale è la testa del cavallo vincitore della corsa ad essere appesa vicino alla Regia, e ciò appunto ha fatto pensare a Dumézil che il flamine Marziale dovesse officiare i riti dell'Equus october.

Nel 242 a.C. il flamine Marziale Aulo Postumio Albino fu nominato console e avrebbe voluto partire per l'Africa per svolgere le operazioni di guerra, ma il pontefice massimo Lucio Cecilio Metello gli impedì di partire per non dover trascurare i suoi impegni religiosi[8].

Alfred Ernout pensò che il flamine Marziale avesse anche l'ufficio di pronunciare la formula dei Meditrinalia, probabilmente equivocando un passo di Varrone[9] nel quale in realtà dice solo che il flamine marziale Flacco è la fonte della formula[10].

[modifica] Flamine Quirinale

Il flamine Quirinale (latino Flamen Quirinalis) era preposto al culto di Quirino e celebrava i riti delle festività dei Quirinalia, dei Consualia estivi, dei Robigalia e dei Larentalia.

La partecipazione ai Consualia del 21 agosto è testimoniata da un passo di Tertulliano[11] nel quale il sacrificio sull'altare sotterraneo di Conso, nel Circo Massimo, viene celebrato dal flamine Quirinale e dalle Vestali. Secondo Kurt Latte tale testimonianza non sarebbe attendibile per tutta una serie di errori e confusioni che Tertulliano avrebbe fatto fra questa festività e le Opeconsiva del 25 agosto ma Georges Dumézil respinge questa obiezione come contraria alla logica[12].

La presenza del flamine Quirinale ai Robigalia è testimoniata da Ovidio[13]: edidit haec flamen verba, Quirine, tuus, "il tuo flamine, o Quirino, pronunciò queste parole", ma anche questa è contestata da Latte perché Ovidio sbaglia il nome della divinità (la chiama Robigo anziché Robigus) e la localizzazione della cerimonia (che pone lungo la via Nomentana, anziché al quinto miglio della via Claudia come sappiamo dai Fasti Prenestini); secondo Dumézil però questi sono solo aspetti secondari mentre l'essenziale non può essere stato alterato da Ovidio senza evitare di stravolgere tutto il brano[14].

La presenza del flamine Quirinale ai Larentalia è testimoniata da Gellio[15]:

(LA)
« Ob id meritum a flamine Quirinali sacrificium ei publice fit ... »
(IT)
« Per questo favore le era offerto un sacrificio dal flamine Quirinale ... »
(Aulo Gellio, Notti attiche, 7, 7, 7. trad.: Luigi Rusca)

Inoltre Plutarco[16] menziona il sacerdote di Ares, che secondo Dumézil potrebbe essere un'approssimazione per il dio Enyalios, nel quale i Greci identificavano il romano Quirino. Anche Macrobio[17] cita un flamine senza specificare a quale divinità appartenga. Secondo Dumézil, la menzione del flamine Quirinale ai riti di Larentalia non può essere un errore di Gellio perché il suo passo sui Larentalia è troppo dettagliato e preciso per non essere considerato attendibile[18].

Nel 189 a.C. il flamine Quirinale Quinto Fabio Pittore fu nominato pretore e gli fu assegnata la provincia di Sardegna, ma il pontefice massimo Publio Licinio gli impedì di raggiungere la provincia per non dover trascurare i suoi impegni religiosi, cosicché il flamine fu costretto a rinunciare all'incarico militare e a rimanere a Roma dove gli fu assegnata la pretura peregrina[19].

[modifica] Flamini minori

Processione di sacerdoti sul fregio dell'Ara Pacis: al centro i flamini col caratteristico copricapo
Processione di sacerdoti sul fregio dell'Ara Pacis: al centro i flamini col caratteristico copricapo

I flamini minori (latino Flamines minores) erano dodici, ma solo di dieci si ha certezza dei relativi nomi e divinità attese:

  • Flamen Carmentalis, preposto al culto di Carmenta.
  • Flamen Cerealis, preposto al culto di Cerere.
  • Flamen Falacer, attendeva al culto di Falacer.
  • Flamen Florealis, preposto al culto di Flora.
  • Flamen Furrinalis, preposto al culto di Furrina.
  • Flamen Palatualis, preposto al culto della dea Palatua.
  • Flamen Pomonalis, preposto al culto della dea Pomona.
  • Flamen Portunalis, preposto al culto del dio Portuno.
  • Flamen Volcanalis, preposto al culto del dio Vulcano.
  • Flamen Volturnalis, preposto al culto del dio Volturno.

Abbiamo scarse notizie dei flamini minori, conosciamo però l'ordine gerarchico degli ultimi sei, come ci è stato tramandato da Varrone:

Volturnalem, Palatualem, Furinalem, Floralemque Falacrem et Pomonalem fecit hic idem, quae obscura sunt; eorum origo Volturnus, diva Palatua, Furrina, Flora, Falacer pater, Pomona[20]

Altri quattro flamini minori sono attestati da varie fonti: il flamine Carmentale da una citazione del Bruto (56) di Cicerone, il flamine Ceriale da Servio (è probabilmente anche quello che, secondo Fabio Pittore in Serv. Georg. I 21, sacrifica a Ceres e a Tellus), il flamine Furrinale da Varrone (de l. l. V 84. VI 19. (VII 45), il flamine Volcanale da Varrone (de 1.1. V 84), da Macrobio (I 12, 18, secondo il quale egli sacrifica a Maia alle calende di maggio) e da un'epigrafe proveniente da Roma[21],

I nomi di alcuni flamini minori sono testimoniati da epigrafi: Tiberio Claudio Pollione flamine Carmentale[22], Sesto Cesio Properziano flamine Ceriale[23], Marco Numisio Quinziano flamine Florale a Lavinio[24], Gaio Giulio Silvano Melanione flamine Pomonale[25].

Conosciamo anche l'esistenza del pontefice (anziché flamine) palatuale Lucio Egnatuleio Sabino[26].

Di due flamini minori non è stato tramandato il nome dalle fonti classiche ma secondo Camille Jullian potrebbero essere il Virbialis e il Lucularis, testimoniati da due epigrafi: il flamine Virbiale da CIL X 1493 proveniente da Napoli e il flamine Luculare da Henzen 6747 proveniente da Lavinio[27].

Del flamine Ceriale ci è noto l'elenco delle divinità che egli invocava quando celebrava i sacrifici a Cerere e Tellus. Tale elenco si trovava nel perduto De iure pontificio di Quinto Fabio Pittore, copiato da Varrone e da Servio e arrivato a noi tramite Agostino d'Ippona che lo cita in La città di Dio[28].

[modifica] Flamine Portunale

Il flamine Portunale (Flamen Portunalis) era preposto al culto del dio Portuno (Portumnus), protettore dei porti e del commercio marino.

Del flamine Portunale sappiamo solo che in occasione dei Portunalia del 17 agosto svolgeva la funzione di ungere le armi (o più precisamente l'asta) della statua di culto di Quirino nel suo tempio sul Quirinale. Dice infatti Festo che persillum uocant sacerdotes rudusculum picatum <ex> quo unguine flamen Portunalis arma Quirini unguet[29]. Il persillum era un vaso impeciato di terracotta nel quale era conservato l'unguento usato per questa operazione[30].

Kurt Latte[31] aveva escluso che potesse trattarsi del flamine Portunale sostenendo trattarsi invece del flamine Quirinale, ma Georges Dumézil ribadisce la genuinità del testo, facendo osservare come il significato di questa operazione sia quello del mantenimento in efficienza delle armi di Quirino, che ben si accorda con il suo carattere di Mars tranquillus e la funzione di Portuno di guardiano delle porte (oltre che dei porti) ben si accorda con l'intervento del suo flamine sulle armi di Quirino; un altro indizio della vicinanza delle due divinità e quindi della plausibilità dell'intervento del flamine Portunale è dato dalla raffigurazione di Portuno con le chiavi in mano e dall'epiteto di Custos dato a Quirino[32].

[modifica] Note

  1. ^ Aulo Gellio, Notti attiche, X, 3-25.
  2. ^ Aulo Gellio, Notti attiche, X, 26-30.
  3. ^ Varrone, ap. Gellius X, 15.
  4. ^ Mauro Servio Onorato, Commentario dell'Eneide, II, 683, VIII, 664.
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita I. XX.
  6. ^ Dumézil, La religione romana arcaica, p. 148.
  7. ^ Cassio Dione, Storia romana, 43, 24, 4.
  8. ^ Fonti dell'episodio sono Valerio Massimo, Fatti e detti memorabili, I, 1, 2 e Tito Livio, Storia di Roma, sommario del libro XIX.
  9. ^ Marco Terenzio Varrone, De lingua latina, VI.
  10. ^ Dumézil, La religione romana arcaica, p. 149.
  11. ^ Tertulliano, De spectaculis, V, 7.
  12. ^ Georges Dumézil, La religione romana arcaica, p. 150-151.
  13. ^ Publio Ovidio Nasone, Fasti, IV, 910.
  14. ^ Georges Dumézil, La religione romana arcaica, p. 151.
  15. ^ Aulo Gellio, Notti attiche, 7, 7, 7.
  16. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 4, 7.
  17. ^ Macrobio, Saturnalia, 1, 10, 15.
  18. ^ Georges Dumézil, La religione romana arcaica, pp. 242-243.
  19. ^ Tito Livio, Storia di Roma, XXXVII, 51.
  20. ^ Marco Terenzio Varrone, De lingua latina, VII, 3.
  21. ^ CIL VI, 41294: ] / [iur]is consu[lto _] / [p]raef(ecto) vigil(um) I_ / flamini Vulc[anali _] / magistro a lib[ellis _] / [ma]gistro a cen[sibus _] / [_]CVI[
  22. ^ Soli Lunae / Apollini / Dianae / Ti(berius) Claudius / Pollio / proc(urator) Aug(usti) / XX hereditatium / proc(urator) Alpium / Graiarum / flamen Carmentalis / praef(ectus) gentium in Africa / praef(ectus) alae Flaviae milliari[ae] (CIL VI, 3720, proveniente da Roma)
  23. ^ Sex(to) Caesio Sex(ti) [f(ilio)] / Propertiano / flamini Ceriali / Romae proc(uratori) Imp(eratoris) / a patrim(onio) et heredit(atibus) / et a li[b]ell(is) tr(ibuno) mil(itum) leg(ionis) IIII / Macedonic(ae) praef(ecto) coh(ortis) / III His[pa]nor(um) hast(a) pura / et coron(a) aurea don(ato) / IIIIvir(o) i(ure) d(icundo) IIIIvir(o) quinq(uennali) pon(tifici) / patron(o) mun(icipii) (CIL XI, 5028, proveniente da Mevania)
  24. ^ Pomponiae / C(ai) f(iliae) Drusillae / M(arcus) Numisius / M(arci) f(ilius) M(arci) n(epos) Cor(nelia) / Quintianus / laurens Lavinas / flamen floralis / patronus munic(ipii) / co(n)iugi rarissimae / l(ocus) d(datus) d(ecreto) d(ecurionum) (CIL IX, 705, proveniente da Teanum Apulum)
  25. ^ C(aio) Iul(io) Silvano / Melanioni eq(uo) / publico flam[in]i Po/m[o]nali [_]VR om/nibus equestri/bus militiis func/[t]o proc(uratori) Aug(usti) [_]IIII / [_]IRC per provin(cias) / [_]XXIII proc(uratori) Aug(usti) / [ra]tionis [heredit(atium)] / [proc(uratori) p]r[o]vinc(iae) / [_ p]roc(uratori) C[_]I[_] / [_]ICV[_] / [_]IC[_] / [_ in] muni/[cipio Do]maviano / [_]A[_]NI[_]E[_]C[_] / [_] patrono / [_] pro[v]inc(iae) / [_]V[ (CIL III, 12732, proveniente da Domavium, nella municipalità di Cettigne)
  26. ^ L(ucio) Egnatuleio P(ubli) f(ilio) Gal(eria) Sabino pontific(i) / palatuali proc(uratori) Aug(usti) XXXX Galliarum / proc(uratori) Aug(usti) ad epistrategian Thebaidos / proc(uratori) Aug(usti) ad census accipiendos / Macedoniae praef(ecto) gentis Cinithiorum / trib(uno) leg(ionis) IIII Scythicae l[eg(ionis) _] / Geminae flam(ini) Aug(usti) c[ol(oniae) Thysdritanae] / Egantuleia P(ubli) f(ilia) Sabina F[_] / L(ucius) Egnatuleius Sabinus T[_]/cnidius / proc[_]ius RICV (CIL VIII, 10500, proveniente da Thysdrus)
  27. ^ Camille Jullian. Flamen, in Charles Daremberg, Edmond Saglio. Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines, p.1165.
  28. ^ Dumézil, p. 46.
  29. ^ Sesto Pompeo Festo. De verborum significatu. p. 238 L1 = 321 L2
  30. ^ Festo, Libro XIV dell'edizione francese (1846).
  31. ^ Kurt Latte. Römische Religionsgeschichte. 1960, p.37 n.1.
  32. ^ Georges Dumézil. La religione romana arcaica. Milano, Rizzoli, 2001, p. 237. ISBN 8817866377.

[modifica] Bibliografia

  • Vincenzo Cartari. Imagini degli dei degli antichi. Vicenza, Pozza, 1996. ISBN 8873054854.
  • Decio Cinti. Dizionario mitologico: mitologia greco-romana, divinità principali delle altre mitologie, templi, riti, sacerdoti dei principali culti dell'antichita. Milano, Sonzogno, 1994. ISBN 8845406563.
  • Georges Dumézil. Flamen-Brahman. Parigi, P. Geuthner, 1935.
  • Georges Dumézil. L'idéologie des trois fonctions dans les épopées des peuples indo-européens. Parigi, Gallimard, 1968.
  • Georges Dumézil. La religione romana arcaica. Miti, leggende, realtà della vita religiosa romana. Milano, Rizzoli, 2001. ISBN 8817866377.
  • Georges Dumézil. Feste romane. Genova, Il melangolo, 1989. ISBN 8870180913.
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[modifica] Voci correlate

Religione romana
Struttura
Augure | Flamine | Aruspice | Pontifex Maximus | Re di Nemi | Rex sacrorum | Vestali
Credenze e pratiche
Apoteosi | Feste | Funerali | Culto imperiale | Mitologia | Persecuzione | Libri sibillini | Tempio


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