Boom edilizio

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L'espressione boom edilizio definisce un eccezionale sviluppo ed incremento della produzione edilizia con espansione esponenziale quasi incontrollata del settore delle costruzioni

Il termine boom (espressione onomatopeica) deriva dall'inglese nel quale la parola ha il significato di espansione economica. In Italiano ha acquisito la medesima accezione seguita a volte da un sostantivo di specificazione, in questo caso boom edilizio.

Il boom edilizio in Italia degli anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Diversi sono stati i boom edilizi in Italia ed in altri paesi nelle diverse epoche. Nella fattispecie quando si parla di boom edilizio in Italia ci si riferisce a quello avvenuto negli anni sessanta, in stretto rapporto al più generale boom economico degli anni 19581963 che vide una grande ed inaspettata, nelle sue proporzioni, espansione dell'economia Italiana.

Il patrimonio edilizio in Italia aumenta vertiginosamente nel dopoguerra. Nel 1951 erano stati costruiti 10,7 milioni di abitazioni che erano quasi raddoppiate nel 1991 raggiungendo la cifra di 19,7 milioni di unità. (Fonte Censis).

I motivi specifici di tale sviluppo sono essenzialmente da individuarsi:

I problemi del boom edilizio in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Ogni crescita veloce ed inattesa conduce alla nascita di nuovi squilibri ed il boom edilizio degli anni sessanta in Italia non fu da meno, viste anche le condizioni di arretratezza del paese e soprattutto la rapidità con il quale questo si sviluppò.

  • La speculazione edilizia

Le città crescono rapidamente: la popolazione di Torino tra il 1951 e il 1961 raddoppiò, aumentando di una percentuale del 46%, mentre quella di Milano sempre dal 1951 al 1961 aumentò del 24,1%. Ma è tutto il territorio nazionale a mutare fisionomia, da un paese essenzialmente rurale ed agricolo l'Italia si trasforma in una estensione di grandi sobborghi urbani ed industriali dove il cemento è il nuovo comune denominatore. Non vengono risparmiate nemmeno le coste ed i piccoli villaggi, che si trasformano in centri balneari o turistici per far fronte alle nuove domande (seconde case, alberghi ecc.), che la nuova società industriale ed urbana impone.

La prima e tra le più gravi conseguenze, quindi, dello sviluppo incontrollato delle città fu la speculazione edilizia. La superficie Italiana si trasformò in una gigantesca lottizzazione. Una ricerca del ministero dei Lavori Pubblici dei primi anni sessanta rilevava dati incredibili: dall'esame di una parte ancora ristretta dei comuni Italiani, (un quarto, corrispondente a circa a 2000 municipalità), veniva riscontrato che erano state autorizzate lottizzazioni per una superficie di circa 115.000 ettari. Il dato era impressionante perché corrispondeva a ben 18.000.000 di vani, che statisticamente potevano essere commisurati alle necessità nazionali fino al 1980.

La mancanza di una legislazione urbanistica efficiente ed anche il mancato rispetto delle norme in molti casi consentì di costruire praticamente ovunque anche senza tener conto delle prescrizioni edilizie ed antisismiche. Da stime del Censis vengono considerati di scarsa qualità tecnica ed a rischio circa 680.000 alloggi risalenti a quell'epoca. I danni ambientali furono considerevoli e solo tardivamente entrarono in vigore norme di tutela ambientale ed edilizia intese alla salvaguardia del territorio e dell'ambiente costruito. Il paese si era sviluppato troppo velocemente, tanto che i suoi legislatori, la sua cultura, le sue amministrazioni non riuscirono a tenerne il passo. Ancora oggi, del resto, il cosiddetto “paese legale” manifesta la sua distanza di fronte alle necessità, alle aspettative ma anche alla cultura del “paese reale”. L’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) e gli urbanisti ed architetti più importanti si disimpegnarono o furono incapaci di trovare soluzioni e passarono la mano ai politici. La legislazione urbanistica negli anni sessanta, fu così, quella dell'emergenza, delle leggi tampone, come Legge 765, detta "Legge ponte", che doveva, dare un primo ordine alle problematiche urbane. In realtà, non si riuscì e questo neppure in seguito, ad approntare norme, che rappresentassero un progetto di struttura del territorio all’altezza della situazione e di come i bisogni sociali ed economici richiedevano.

Ai margini dei centri urbani, erano sorti i quartieri-dormitorio, a volte baraccopoli; i quartieri dell'edilizia economica e popolare realizzati dallo stato non furono sufficienti. Venne così a svilupparsi un'edilizia informe, grigia, architettonicamente e strutturalmente scadente, senza spazi verdi e di servizio, che crearono gravi difficoltà di inserimento a molte famiglie. Inoltre bisogna considerare le difficoltà di adattamento ai ritmi e alla rigida disciplina di fabbrica da parte di soggetti abituati a vivere il lavoro seguendo i tempi della natura.

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