Corriere della Sera
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| Corriere della Sera | |
| Prezzo di copertina | 1,00 € (giovedì e sabato 1,50 €) |
|---|---|
| Paese | Italia |
| Lingua | italiano |
| Periodicità | quotidiano |
| Genere | stampa nazionale |
| Formato | Broadsheet[1] |
| Tiratura | 780.412 (dicembre 2008) |
| Diffusione | 620.605 (dicembre 2008) |
| Fondazione | 5 marzo 1876 |
| Inserti e allegati | *Corriere della sera magazine (giovedì)
|
| Sede | via Solferino, 28, Milano |
| Editore | Rcs Quotidiani S.p.A. |
| Capitale sociale | 40.000.000,00 € |
| Direttore | Ferruccio De Bortoli |
| Condirettore | Luciano Fontana |
| Vicedirettore | Antonio Macaluso, Daniele Manca, Giangiacomo Schiavi, Barbara Stefanelli |
| Redattore capo | |
| ISSN | 1120-4982 |
| Sito web | Corriere.it |
Il Corriere della Sera è il primo quotidiano italiano per diffusione, con 620.605 copie di vendita media[2].
Ha sede a Milano ed è pubblicato da Rcs Quotidiani S.p.A.[3]
Indice |
[modifica] Storia
[modifica] Dalle origini al 1900
| Per approfondire, vedi la voce Eugenio Torelli Viollier. |
Il Corriere della Sera nacque nel febbraio 1876 quando Eugenio Torelli Viollier, direttore de La Lombardia, e Riccardo Pavesi, editore della medesima, decisero di fondare un nuovo giornale.
Il primo numero venne annunciato dagli strilloni in piazza della Scala domenica 5 marzo 1876, con la data del 5-6 marzo. Per il lancio venne scelta la prima domenica di Quaresima. Tradizionalmente quel giorno i giornali milanesi non uscivano. Il Corriere sfruttò quindi l'assenza di concorrenza; però per non farsi inimicare l'ambiente, devolse in beneficenza il ricavato del primo numero.
La foliazione era di quattro pagine, stampate in 15 mila copie. Come sede del nuovo giornale fu scelto un luogo di prestigio, la centralissima Galleria Vittorio Emanuele. Tutto il giornale era raccolto in due stanze ed era fatto da tre redattori (oltre al direttore) e da quattro operai. I tre collaboratori di Torelli Viollier erano suoi amici:
- Raffaello Barbiera, veneto, che aveva rinunciato al suo impiego al comune di Venezia per inseguire le sue velleità letterarie. Aveva conosciuto Torelli casualmente ad un pranzo pochi mesi prima della fondazione del giornale.
- Ettore Teodori Buini originario di Livorno, colto, amico personale di Eugenio da dieci anni, poliglotta, definito "personaggio salgariano", era il caporedattore.
- Giacomo Raimondi, l'unico nato nella città dove si pubblicava il giornale, dal passato tumultuoso di volontario nel corso delle guerre risorgimentali. Di idee vagamente socialiste, già collaboratore del Sole, fondatore de l'Economista, collaboratore del Gazzettino Rosa, aveva lasciato quest'ultimo giornale per la scelta della testata di aderire all'Internazionale marxista. I quattro anni precedenti il suo approdo al Corriere erano stati di vera e propria indigenza.
Collaboravano al giornale anche la moglie del Buini, Vittoria Bonacina, che traduceva alcuni dei romanzi pubblicati sulle pagine del Corriere, e la stessa moglie di Torelli, Maria Antonietta Torriani, scrittrice di romanzi d'appendice con lo pseudonimo "marchesa Colombi".
Per le indispensabili corrispondenze da Roma si era offerto di collaborare gratuitamente Vincenzo Labanca, vecchio amico di Torelli Viollier. Per l'estero c'erano accordi con l'Agenzia Stefani e l'Havas.
L'amministratore del giornale era il fratello di Eugenio, Titta Torelli.
Il giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna, che possedeva uno stanzone nei sotterranei della Galleria Vittorio Emanuele[4].
| Dall'editoriale del nº 1 del «Corriere della Sera»: Al Pubblico |
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"Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d'altri tempi. La tua educazione politica è matura. L'arguzia, l'esprit ti affascina ancora, ma l'enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d'una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v'ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica e veniamo a parlarti chiaro. |
Nei giorni successivi le vendite del quotidiano si assestarono sulle 3 mila copie. Il prezzo di un numero era di 5 centesimi (un soldo) a Milano, 7 fuori città.
Il giornale era così composto: la prima pagina ospitava l'articolo di fondo, la cronaca del fatto più rilevante e i commenti al fatto. La seconda era dedicata alla cronaca politica italiana e straniera. La terza pagina ospitava la cronaca milanese e le notizie telegrafiche. La quarta pagina era dedicata alla pubblicità. I caratteri venivano stampati in corpo 10.
Il Corriere andava in macchina alle 14 per essere distribuito circa due ore dopo. Il quotidiano usciva con una doppia datazione (5-6 marzo, per esempio), poiché la lentezza dei trasporti faceva sì che spesso giungesse nelle altre regioni l'indomani[5].
Il 18 marzo 1876, tredici giorni dopo l'uscita del primo numero, avvenne una svolta nella storia del giornale: Riccardo Pavesi fu eletto al Parlamento. Nonostante appartenesse al partito dei moderati, decise di spostarsi a sinistra, cioè dalla parte che aveva vinto a livello nazionale. Quindi cambiò l'indirizzo politico de La Lombardia e cercò di persuadere Torelli Viollier a fare altrettanto al Corriere. Ma gli venne opposto un netto rifiuto. Pavesi decise allora di uscire dal Corriere.
Il direttore rimase con suoi i tre redattori e quattro operai.
La fattura del Corriere, come di quasi tutti i giornali dell'epoca, era artigianale: la scrittura degli articoli, tranne che per le corrispondenze da Roma, era "fatta in casa", non essendoci cronisti (li aveva solo Il Secolo). La maggior parte del lavoro era affidato alla penna ed alle forbici (per i dispacci "adattati") di Torelli Viollier, con un ritmo d'aggiornamento di 2/3 giorni per le notizie interne e di 10/15 per l'informazione proveniente dall'estero[6]. Il giornale non aveva una tipografia propria (con i conseguenti problemi di gestione dell'autonomia del giornale) e limitava al massimo la pubblicazione di disegni ed incisioni, che invece erano frequenti sul concorrente Secolo.
La tiratura cominciò a salire decisamente nel 1878. Al principio dell'anno re Vittorio Emanuele II fu colto da un'improvvisa malattia che lo portò alla morte. Tutti i giornali italiani diedero ampio spazio all'avvenimento. Ma dopo la sua morte tornarono a pubblicare le solite notizie. Torelli Viollier invece continuò a trattare la notizia della morte del re per un'ulteriore settimana. Ciò fece aumentare le vendite da 3.000 a 5.600; le vendite salirono nel resto dell'anno fino a sfondare a dicembre quota 7.000 copie giornaliere.
Nel consueto articolo di fine anno, che Torelli Viollier pubblicava prima delle festività natalizie, il direttore del Corriere ringraziò i lettori e confermò il suo impegno a trattarli non come avventori […], ma come amici e soci in un'impresa comune, giacché come tali li consideriamo, e tali sono"[7].
Dagli anni '80 Milano iniziò ad essere investita da una rapida trasformazione economica e sociale. Un nuovo ceto di commercianti e industriali (di origine né patrizia né liberale) si affermò come nuova forza emergente. Il Corriere seppe intercettare questo nuovo pubblico e in pochi anni riuscì ad attirare la sua attenzione.
Nell'articolo di fine anno 1881 (Programma per l'anno 1882), Torelli annunciò il potenziamento dell'uso del telegrafo per la trasmissione dei pezzi dei corrispondenti, che fino ad allora si erano avvalsi prevalentemente del servizio postale. Il direttore voleva che anche le notizie dall'estero giungessero in tempi rapidi: nel 1882 inviò i primi corrispondenti all'estero del Corriere, nelle città di Parigi, Londra e Vienna.
Nel Programma per l'anno 1883 Torelli annunciò che non avrebbe più utilizzato i rendiconti dell'agenzia Stefani per quanto riguarda i lavori del Parlamento, ma avrebbe raccolto le notizie in proprio.
Nel 1883, grazie alla nuova rotativa (König & Bauer) capace di produrre 12.000 copie l'ora, il Corriere cominciò a stampare due edizioni al giorno. Il giornale uscì con un'edizione nel primo pomeriggio e una seconda in serata.
Alla fine del 1885 il Corriere produceva quasi esclusivamente notizie in proprio. Torelli Viollier poteva affermare che ben di rado il Corriere stampa notizie ritagliate da altri fogli e le forbici della redazione, che sono il redattore capo di molti giornali, arruginiscono[8].
Dal 1883 al dicembre 1885 le vendite passarono da 14.000 a 30.000. Il Corriere vendeva il 58% delle copie in Lombardia, il 20% tra Piemonte ed Emilia (seguendo le direttrici delle linee ferroviarie), il resto era distribuito in Veneto, Liguria, Toscana e in alcune città delle Marche e dell'Umbria.
Nella città di Milano, il Corriere era il secondo quotidiano, davanti a La Perseveranza e dietro a Il Secolo. Ma, mentre Secolo aveva alle spalle il sostegno di una casa editrice (la Sonzogno)[9], il Corriere doveva contare solamente sulle proprie forze.
La forza del giornale stava nell'alleanza tra Torelli Viollier e il nuovo socio, l'industriale Benigno Crespi, il primo desideroso di fare un giornale moderno; il secondo attento ai bilanci ma anche sensibile ad effettuare investimenti, anche cospicui, per mantenere il giornale competitivo.
L'ingresso di Crespi quale proprietario e finanziatore del Corriere aveva portato all'acquisto di una seconda macchina rotativa (che aveva permesso un miglioramento della fattura delle pagine e un aumento consistente delle copie stampate), all'incremento dei servizi telegrafici e all'assunzione di nuovi collaboratori, scelti da Torelli in completa indipendenza. I redattori del Corriere diventano sedici.
A partire dalla seconda metà degli anni ottanta le colonne del Corriere ospitarono stabilmente varie rubriche giornaliere, nate sperimentalmente negli anni precedenti. Le principali furono:
- la rubrica letteraria, pubblicata di lunedì (nata nel 1879),
- la Cronaca dalle grandi città, realizzata dagli inviati nelle principali città italiane (dal novembre 1883),
- La Vita, consigli di igiene e di economica domestica (apparsa nel 1885),
- La Legge, dove un esperto legale rispondeva ai lettori (nata nel 1886).
Il quotidiano continuava a pubblicare in ogni numero un romanzo d'appendice a puntate.
Le pagine a disposizione erano sempre quattro, di cui una (la quarta) dedicata in gran parte alla pubblicità.
Nel 1886 Torelli Viollier inventò la figura del “redattore viaggiante”, ovvero il cronista che sceglieva un itinerario e scriveva tutto quello che vedeva: fatti, persone, storie, ecc. Nello stesso anno er la prima volta le copie vendute del giornale sorpassarono le copie distribuite in abbonamento. Alla fine del decennio le vendite raggiunsero 60.000 copie, ponendo il Corriere tra i giornali più venduti del Nord Italia.
I nomi dei giornalisti che lavoravano al Corriere cominciarono ad essere noti: Paolo Bernasconi (inviato a Parigi), Dario Papa, Barattani, Barbiera, Mantegazza. Fa la sua prima comparsa il medico e criminologo Cesare Lombroso. I collaboratori fissi e saltuari erano circa 150.
A partire dal 1888 il Corriere spostò la prima edizione all'alba ed arretrò la seconda edizione al pomeriggio, tradizionalmente letta dai dei lombardi dopo il lavoro. L'edizione mattutina serviva a far arrivare il giornale nelle regioni più lontane entro il giorno di pubblicazione. Nel 1890 venne inaugurata la terza edizione, diversa e con notizie aggiornate. Era evidente lo sforzo del Corriere di fornire un prodotto completo al fine di conquistare sempre più larghe fette di mercato.
A partire dagli anni novanta il Corriere offrì ai suoi lettori articoli di prima mano anche da luoghi diversi dalle capitali europee: si pensi ai corrispondenti di guerra in Africa.
Nel 1896 Torelli Viollier assunse il venticinquenne Luigi Albertini come segretario di redazione, ruolo inesistente all'epoca in Italia e ritagliato su misura: Albertini mostrava già spiccate doti organizzative e conoscenze tecniche[10], mentre non aveva alle spalle una solida carriera giornalistica.
Albertini si impose agli occhi dei colleghi per il piglio organizzativo e la capacità decisionale. Doti che espresse anche in occasione delle proteste di maggio del 1898: fu Albertini infatti a decidere di mandare tutto il personale in cerca di nuove notizie nelle strade di Milano.
Proprio i fatti di maggio segnarono una svolta nella direzione del quotidiano. La linea di Torelli Viollier venne messa in discussione finché il 1º giugno il fondatore decise di rassegnare le dimissioni da direttore politico.
I proprietari installarono alla direzione Domenico Oliva di area conservatrice, editorialista e deputato.
Luigi Albertini, ancora lontano dai vertici del Corriere, nel resto dell'anno viaggiò nelle principali capitali europee, per studiare la fattura dei più moderni quotidiani stranieri, accrescendo le proprie conoscenze tecniche.
[modifica] L'era Albertini
Il bilancio del Corriere della Sera 1899-1900 vide un ridimensionamento delle principali voci del giornale. Nell'assemblea del 14 maggio 1900 i proprietari espressero le loro preoccupazioni per il futuro del Corriere. Luigi Albertini, che era stato promosso direttore amministrativo all'inizio dell'anno, si unì al coro esprimendo le proprie rimostranze sulla gestione del giornale. Oliva per tutta risposta rassegnò le dimissioni.
Il 26 aprile era morto Eugenio Torelli Viollier. In luglio i proprietari assegnarono ad Albertini l'incarico di gerente responabile (=direttore responsabile); Albertini entrò anche nel capitale sociale con una piccola partecipazione. Non fu nominato nessun nuovo direttore politico.
In soli sei anni Albertini portò la foliazione prima a 6 pagine, poi a 8, seppe raddoppiare le vendite portandole da 75 mila a 150 mila, surclassando il diretto concorrente Il Secolo e diventando il primo quotidiano italiano per diffusione (nelle pubblicità, Il Secolo si era fregiato del titolo di "più diffuso quotidiano italiano") [11]. La prima pagina è a sei colonne.
Nascono in questo periodo alcuni periodici collegati al prodotto-Corriere pensati per un pubblico eterogeneo: "La Domenica del Corriere" (1899), popolare, "La lettura" (1901), diretto dal commediografo Giuseppe Giacosa e rivolto al pubblico colto, il "Romanzo mensile" (1903), che raccoglie i romanzi d'appendice pubblicati a puntate sul Corriere, il "Corriere dei Piccoli" (1908), periodico a fumetti per ragazzi.
Intanto, nel 1904 era stata inaugurata la nuova sede (modellata su quella del Times di Londra) al civico 28 di via Solferino, in un palazzo progettato dall'architetto Luca Beltrami. Da allora il Corriere mantenne sempre lo stesso indirizzo. Nel 1907 Albertini nomina il suo primo inviato all'estero: Luigi Barzini senior.
Sotto la direzione di Albertini, dal 1900 al 1925, il Corriere conobbe un crescendo inarrestabile: 275 mila copie nel 1911, che salirono a 400 mila nel 1918, grazie all'interesse per la guerra mondiale, per toccare quota 600 mila nel 1920. Il braccio destro di Albertini fu Eugenio Balzan, direttore amministrativo dell'azienda-Corriere, noto per la sua puntigliosità nel sorvegliare i conti.
In questo periodo scrissero per la Terza pagina del quotidiano lombardo molte fra le firme più prestigiose della nostra cultura, come Luigi Einaudi e Luigi Pirandello[12].
Nel 1925, dopo una serie di diffide e intimidazioni, il regime fascista ottenne le dimissioni di Albertini dalla direzione e la sua uscita dalla società editrice del quotidiano. Tramite cavilli giuridici la proprietà passò interamente alla famiglia Crespi, noti industriali tessili milanesi.
| Dall'Editoriale, scritto il 28 novembre 1925 da Luigi Albertini, dal titolo «Commiato»: |
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"La domanda di scioglimento della società proprietaria del Corriere della Sera intimatami dai fratelli Crespi porta al mio distacco da questo giornale. Avrei avuto il diritto in sede di liquidazione di entrare in gara con essi per l'acquisto dell'azienda; ma era il mio un diritto teorico che in pratica non potevo esercitare. Non potevo esercitarlo, sia perché mi mancavano i mezzi per vincere nella gara i fratelli Crespi, possessori della maggioranza delle quote sociali, sia perché, quand'anche fossi riuscito a vincerli, la mia vittoria sarebbe stata frustrata dalla minacciata sospensione del Corriere. Abbiamo dovuto dunque, mio fratello ed io, rassegnarci alle conseguenze dell'intimazione dei signori Crespi, cedere loro le nostre quote e rinunziare alla gerenza ed alla direzione di questo giornale.
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Con l'uscita di scena di Albertini iniziò la fascistizzazione del quotidiano milanese, che si conformò alle esigenze della dittatura. Dopo le brevi direzioni di Pietro Croci, Ugo Ojetti, Maffio Maffii, nel 1928 sbarca a via Solferino proveniente dalla Nazione di Firenze Aldo Borelli, un fedelissimo del regime. Questi, tuttavia, assumerà un atteggiamento abbastanza rispettoso nei confronti degli equilibri albertiniani e non esiterà, nel 1938 ad assumere Indro Montanelli, fresco di licenziamento dal Messaggero di Roma a causa dei suoi articoli sulla politica coloniale del fascismo.
Sotto l'imposizione del regime, il Corriere ne appoggia la propaganda e sostiene i provvedimenti che contribuiscono a distruggere definitivamente il sistema democratico. Lo stesso vale per le leggi razziali del 1938. Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, Borelli è allontanato per essere sostituito da Ettore Janni, che sarà revocato dopo l'8 settembre. Particolarmente duri i toni assunti dal quotidiano durante la Repubblica Sociale di Mussolini. Il direttore in questi anni fu Ermanno Amicucci.
[modifica] Dal 1945 al 1973
Un mese dopo la sospensione imposta dal Comitato di Liberazione Nazionale il 25 aprile 1945, tornò con il nome di «Corriere d'informazione», e l'anno successivo uscì come «Il Nuovo Corriere della Sera». In occasione del referendum istituzionale, si schierò in favore della repubblica. Il nuovo direttore designato dal CLN, l'azionista Mario Borsa, stabilì una netta rottura con il passato, pubblicando editoriali coraggiosi sulla necessità dell'Italia di fare i conti con la dittatura e di chiudere con la monarchia. Malvisto dalla proprietà, alla fine dell'estate del 1946 fu sostituito dal liberale Guglielmo Emanuel. Da allora la linea politica è centrista e degasperiana. Principale editorialista (fino al 1953) è Cesare Merzagora.
Nel 1952 i proprietari del Corriere, i fratelli Mario, Vittorio e Aldo Crespi, chiamano alla direzione Mario Missiroli, proveniente da Il Messaggero. Missiroli nomina Gaetano Afeltra, uno dei "senatori" del giornale, caporedattore centrale. Diventerà il suo alter ego. A questo tandem bisogna aggiungere Michele Mottola, l'altro caporedattore centrale e collaudato uomo-macchina. Il Corriere è in un periodo d'oro: in quegli anni sono valorizzati i più illustri giornalisti, editorialisti, inviati speciali, corrispondenti dall’estero mai avuti dal Corriere: Domenico Bartoli, Luigi Barzini jr, Dino Buzzati, Egisto Corradi, Max David, Enzo Grazzini, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Giovanni Mosca, Vittorio G. Rossi, Orio Vergani, Gino Fantin,Enrico Emanuelli, Augusto Guerriero, Silvio Negro, Panfilo Gentile, Carlo Laurenzi e tantissimi altri. La linea politica di Missiroli è un misto di cauto equilibrismo e di appoggio al centrismo e in particolare alla politica degasperiana.
All’inizio degli anni Sessanta la proprietà assume la convinzione che il Corriere deve rinnovarsi. Due fatti appaiono particolarmente significativi: 1) Il concorrente Il Giorno [13], più moderno e scattante, sta intercettando molti nuovi lettori; 2) Nel 1961 la Rizzoli annuncia l'uscita di un quotidiano nato da una costola del settimanale Oggi, "Oggi quotidiano". Per la direzione del nuovo giornale i Rizzoli hanno scelto Gianni Granzotto, che ha "solo" 47 anni, contro i 75 del direttore del Corriere. I fratelli Crespi decidono così che Missiroli ha fatto il suo tempo e rescindono il contratto.
Il primo candidato alla successore di Missiroli è inizialmente Giovanni Spadolini, giornalista e storico, "figlio spirituale" di Missiroli. Ma la scelta, oltre a dividere la famiglia Crespi, provoca la minaccia di dimissioni da parte di otto firme di prestigio, fra cui Montanelli. [14] Per uscire dall'impasse, la proprietà negozia con gli otto giornalisti la nomina di Alfio Russo, l'ex corrispondente da Parigi, che qualche anno prima aveva lasciato il Corriere per andare a dirigere La Nazione di Firenze. Michele Mottola e Gaetano Afeltra diventano i due vice direttori (il secondo tuttavia si dimetterà ben presto dal Corriere per contrasti con Russo).
Il nuovo direttore realizza un profondo rinnovamento del quotidiano: trasforma subito la cronaca e le pagine sportive, inaugura la rubrica delle lettere al direttore, che al Corriere non esisteva. Nel 1963 rompe lo schema tradizionale del giornale inserendo le «pagine speciali»: quella letteraria e quelle dedicate ai giovani, alle donne, alle scienze, ai motori, all'economia e alla finanza. Nel 1965 il quotidiano presenta uno scoop internazionale: l'intervista fatta da Alberto Cavallari a papa Paolo VI [15]. L'orientamento del quotidiano resta moderato e liberale, ma si accentua l'ostitilità al centrosinistra, tanto che nel 1963, all'indomani dell'ingresso dei socialisti nel governo, Russo sostituì tutti i redattori politici: Aldo Airoldi, notista, Goliardo Paoloni, Alberto Ceretto e Tommaso Martella, resocontisti rispettivamente di Palazzo Chigi, della Camera e del Senato. Valorizza gli inviati più giovani e dinamici come Piero Ottone, Alberto Cavallari ed Enzo Bettiza (quest'ultimo assunto da Russo). Se ne accorge presto Indro Montanelli che, infatti, ha uno screzio con il direttore. Nello stesso periodo crescono alcuni elementi, in gran parte reclutati dalla Nazione, che si riveleranno giornalisti di prim’ordine: Gianfranco Piazzesi, Giovanni Grazzini, Giuliano Zincone, Leonardo Vergani (scomparso poi prematuramente) e Giulia Borghese, la prima giornalista donna assunta al Corriere. A dirigere lo sport chiama Gino Palumbo, importandolo da Napoli; alla cronaca di Milano colloca Franco Di Bella. Infine, trasferisce in pianta stabile in Vietnam Egisto Corradi, che trasmetterà da laggiù memorabili corrispondenze.
Sul finire degli anni Sessanta, i nuovi equilibri in seno alla famiglia Crespi rendono necessario un avvicendamento al vertice del Corriere [16]. Pochi mesi prima delle elezioni politiche del 1968[17] a via Solferino arriva un nuovo direttore. A sostituire Alfio Russo è chiamato Giovanni Spadolini, già candidato in pectore sette anni prima, repubblicano e aperto sostenitore della partecipazione dei socialisti al governo. Il Corriere, che fin dal dopoguerra era sempre stato centrista, ricevette da Spadolini una netta impronta di centro sinistra, aprendo per la prima volta al partito socialista [18]. Nel novembre 1969 uscì la prima intervista al leader storico del socialismo italiano, Pietro Nenni. L'anno seguente il quotidiano pubblicò la sua prima intervista, realizzata da Enzo Bettiza, ad un leader del partito comunista, Luigi Longo. Nel 1970 il "Corriere" iniziò a prendere le distanze dal dibattito politico e ritorna al ruolo collaudato di osservatore equidistante. Via Solferino si mantiene neutrale anche in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica svoltesi nel 1971 [19].
Spadolini, uomo di cultura, allargò la schiera dei collaboratori alla Terza pagina: chiamò Leonardo Sciascia, Giacomo Devoto, Denis Mack Smith, Leo Valiani, Goffredo Parise. Tra i giornalisti assunti vanno ricordati Luca Goldoni ed il torinese Piero Ostellino. Fortemente critici verso il nuovo direttore,[20] Piero Ottone e Alberto Cavallari lasciarono il Corriere, l'uno per dirigere Il Secolo XIX di Genova l'altro Il Gazzettino di Venezia.
A partire dall'inizio del 1971 e fino al febbraio-marzo del 1972, le vendite del Corriere subiscono un calo [21]
I Crespi erano soliti far firmare ad ogni nuovo direttore un contratto iniziale di 5 anni, per poi prolungarlo eventualmente di un anno alla volta. Nel 1972 Spadolini, al quarto anno di direzione, venne inaspettatamente licenziato. Il 3 marzo, a poche settimane dalle elezioni politiche anticipate, Spadolini trovò sul suo tavolo una lettera con la quale gli si comunicava la risoluzione del contratto. Per la prima volta da quando, nel 1925, la famiglia Crespi era diventata proprietaria del quotidiano, un direttore era costretto a lasciare così anzitempo l'incarico. Sul licenziamento di Spadolini, che appare come un vero e proprio defenestramento tanto da provocare perfino uno sciopero,[22] esistono tesi diverse, ma nessuna di esse ha mai trovato conferma. [23] In sua sostituzione, la proprietà decide di affidare il quotidiano a Piero Ottone, che entra in carica il 15 marzo 1972.
[modifica] Dai Crespi ai Rizzoli
Nel 1973 il Corriere della Sera era ai massimi livelli di vendita: veleggiava sulla quota record di 700.000 copie di vendita media giornaliera. Tra gli elementi valorizzati da Ottone spiccavano Giampaolo Pansa, inviato di punta per le pagine politiche, Massimo Riva, giornalista economico, Giuliano Zincone e, come collaboratore, Pier Paolo Pasolini, a cui era stata affidata la rubrica Scritti corsari tenuta fino alla sua tragica morte nel 1975. Con la direzione di Piero Ottone, la linea politica del Corriere fece una netta virata a sinistra. La redazione del giornale si spaccò in due; Indro Montanelli rilasciò un'intervista molto critica al settimanale Il Mondo.
La reazione non si fece attendere: nell'ottobre del 1973 Piero Ottone comunicò a Indro Montanelli che la sua collaborazione con il giornale doveva considerarsi conclusa. Al "licenziamento" di Montanelli seguì una vera e propria secessione: una trentina di giornalisti del Corriere, tra i quali Guido Piovene, Egisto Corradi, Carlo Laurenzi, Enzo Bettiza, Mario Cervi, Gianfranco Piazzesi, Leopoldo Sofisti, Cesare Zappulli e Gian Galeazzo Biazzi Vergani, decisero di raggiungere Montanelli in una nuova avventura: la fondazione di un nuovo quotidiano, Il Giornale Nuovo[24].
In risposta alla nascita del quotidiano concorrente, nella primavera del 1974 Piero Ottone elaborò un nuovo programma improntato al decentramento del lavoro. Non più un solo vicedirettore, ma tre, per poter seguire meglio i giornalisti, i collaboratori e gli amministratori del giornale. Inoltre, il comitato di redazione assumeva un ruolo che andava ben al di là delle questioni sindacali [25], coinvolgendolo nella fattura stessa del giornale. Il programma venne presentato dallo stesso Ottone il 30 marzo nell'assemblea dei redattori, che lo approvarono. I critici commentarono: Ottone ha creato un "soviet" in redazione (Enrico Mattei su Il Tempo [26])
Il 12 luglio 1974 la proprietà del giornale, che l'anno prima aveva visto l'ingresso di Gianni Agnelli e Angelo Moratti come soci di minoranza, passò interamente al gruppo editoriale Rizzoli. Rizzoli si presentò come un editore "puro", privo cioè di interessi finanziari esterni all'editoria. Il nuovo proprietario confermò Piero Ottone alla direzione, accolse l'ingresso di due grandi firme come Enzo Biagi e Alberto Ronchey e annunciò un piano di potenziamento del giornale, che scattò nel 1977: furono lanciati un inserto economico settimanale e un supplemento in rotocalco a colori (in vendita il sabato con un sovrapprezzo di 50 lire). Le iniziative però furono costose e non produssero i risultati attesi.
In luglio la società editrice fu ricapitalizzata. I nuovi soci chiesero a Rizzoli un cambio di direzione al Corriere entro fine anno. Ottone li anticipò, dimettendosi il 22 ottobre 1977.
Il successore fu Franco Di Bella, che veniva richiamato al Corriere dopo soli sei mesi passati a dirigere il Resto del Carlino. La scelta significava che l'editore, oltre a volersi avvalere di un collaudato uomo di macchina, voleva portare il giornale da posizioni più moderate. L'operazione non trovò il consenso di Michele Tito, Giampaolo Pansa, Bernardo Valli che, con altri collaboratori, lasciarono il quotidiano milanese. Tra i collaboratori che abbandonarono il Corriere figurano Umberto Eco, Franco Fortini e Natalia Ginzburg. All'inizio i lettori diedero ragione alla scelta editoriale: il Corriere di Di Bella continuò a vendere.
Rizzoli, però, tra il 1977 e il 1979 compì scelte imprenditoriali sbagliate, che peggiorarono ulteriormente i conti del gruppo. Il quotidiano venne coinvolto in oscure vicende finanziarie, che emersero alla luce del sole nel 1981, quando scoppiò lo scandalo della loggia P2.[senza fonte] Il Corriere fu coinvolto al massimo livello poiché nell'elenco di personaggi pubblici affiliati alla loggia eversiva c'era anche il suo direttore, Franco Di Bella. Apparve così chiaro come la Rizzoli non fosse più da tempo la proprietaria reale: il quotidiano, già da qualche anno, era in mano al duo Roberto Calvi-Licio Gelli. Il tutto all'insaputa dell'opinione pubblica. Per il prestigio del Corriere il colpo fu durissimo. Di Bella fu costretto alle dimissioni. Episodio-simbolo delle vicende del Corriere in questo periodo fu la pubblicazione di un'intervista di Maurizio Costanzo, egli stesso membro della P2, a Licio Gelli[27]. Nei due anni seguenti il Corriere perse 100.000 copie. Negli anni 1982-83 venne superato nelle vendite da La Gazzetta dello Sport perdendo il primato tra i quotidiani italiani: non accadeva dal 1904.
[modifica] Gli anni Ottanta
Il decennio 1971-1980 si era chiuso con l'assassinio di una delle firme di punta del quotidiano, l'inviato Walter Tobagi, specialista sui temi del terrorismo e responsabile sindacale dei giornalisti lombardi, che venne freddato da un gruppo armato di terroristi la mattina del 28 maggio 1980.
I primi anni Ottanta furono un periodo di ristrutturazione del rapporto di fiducia del Corriere con i propri lettori, che si era pericolosamente incrinato durante la gestione Rizzoli. La ricostruzione fu opera soprattutto di Alberto Cavallari, direttore con un mandato triennale (1981-84). A Cavallari sarebbe dovuto succedere Gino Palumbo, un altro grande professionista valorizzato nel corso della direzione di Alfio Russo. Ma a causa della malattia che di lì a qualche anno lo porterà alla morte Palumbo fu costretto a rinunciare. Il 18 giugno 1984 Cavallari consegnò al nuovo direttore Piero Ostellino un giornale che aveva ritrovato fiducia in se stesso e che era ritornato in testa alle classifiche di vendita.
Alla fine del 1986 il Corriere perse per la seconda volta il suo storico primato: questa volta ad opera del quotidiano romano la Repubblica. La risposta di via Solferino venne affidata ad una rivista settimanale, il cui numero 1 uscì sabato 12 settembre 1987 in abbinamento obbligatorio: Sette[28]. Di grande formato, contava ben 122 pagine ed era in carta patinata. Il lancio avvenne un mese prima dell'uscita del magazine del giornale concorrente. L'iniziativa fu un successo: per diversi mesi il numero del sabato del Corriere non scese mai sotto le 900 mila copie ed arricchì di molto la raccolta pubblicitaria.
Un nuovo capitolo della lotta per il primato si ebbe l'anno seguente: "Repubblica" lanciò Portfolio, un gioco a premi; il Corriere rispose il 14 gennaio 1989 con Replay, che premiava ogni giorno quattro biglietti giocati nelle lotterie nazionali non risultati vincenti. La trovata ebbe un grande successo e le vendite del giornale in alcune città raddoppiarono. Entro l'anno il Corriere raggiunse le 800 mila copie di media, ritornando ad essere il primo quotidiano italiano.
[modifica] Gli anni Novanta
Con l'arrivo alla direzione di Paolo Mieli (1992-97) si avviò un ricambio generazionale. Mieli alleggerì il giornale abbandonando la distinzione tra "parte seria" e "parte leggera". In pratica la nuova formula previde la collocazione nelle pagine iniziali degli eventi importanti, anche non politici; maggiore spazio allo sport, agli spettacoli (spesso uniti alle pagine della cultura), ma anche all'economia. Mieli decise che la stagione dei giochi a premi era finita e lanciò un corso di inglese e francese su audiocassette. Successivamente spostò "Sette" al giovedì, abbinandolo ad un supplemento sulla tv. Tali iniziative ebbero successo e permisero al Corriere di consolidare il primato. Secondo i dati ADS, infatti, nel primo quadrimestre del 1993 il "Corriere" registrò una diffusione di 641.969 copie, che crebbe a 667.589 nel secondo. Il divario con "la Repubblica" si attestò sulle trentamila copie[29].
Durante tutto il dopo-Tangentopoli Mieli preferì mantenere una posizione di terzietà rispetto al dibattito politico. L'unico punto su cui si schierò fu il conflitto di interessi attribuito a Silvio Berlusconi, che vinse le Elezioni del 1994. Gli editoriali sull'argomento furono affidati al politologo Giovanni Sartori.
Nel 1995, dopo la sfortunata avventura de La Voce, Indro Montanelli rientrò in via Solferino: erano passati 22 anni da quando aveva lasciato il Corriere per fondare un suo quotidiano. Al "principe" del giornalismo italiano venne affidata la pagina della corrispondenza quotidiana coi lettori [30].
Caduto Berlusconi, alle elezioni del 1996 prevalse il centro-sinistra. Repubblica e Corriere si trovarono così a doversi confrontare sullo stesso terreno politico. La lotta fu aperta. I due quotidiani si riposizionarono: nettamente a favore del governo la prima, più critico il quotidiano milanese. Anche sul fronte degli inserti e dei prodotti abbinati, la battaglia fu senza esclusione di colpi: all’inizio del 1996 Repubblica e Corriere presentavano ai lettori un supplemento al giorno (esclusa la domenica). Il 23 aprile 1997 Mieli venne nominato Direttore editoriale del Gruppo RCS e lasciò la direzione a Ferruccio De Bortoli.
Il 4 dicembre 1998 venne inaugurato il sito web www.corriere.it, dopo circa due anni di presenza in rete su www.rcs.it/corriere/.
[modifica] Dal 2000 ad oggi
Nel 2001, in occasione del 125º anniversario, venne creata la Fondazione Corriere della Sera, con lo scopo di curare e aprire al pubblico l'archivio storico del giornale, e di promuovere iniziative in favore della lingua e la cultura italiana, nella penisola e all'estero[31].
L'anno si concluse tragicamente: il 19 novembre fu uccisa in Afghanistan, sulla strada che collega Jalalabad a Kabul, l'inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli, assieme ad altri quattro giornalisti.
Il 29 maggio 2003 si verificò un nuovo avvicendamento alla direzione: al posto di De Bortoli arrivò Stefano Folli, caporedattore dell'edizione romana. Folli strappò a Repubblica alcuni collaboratori, che portò con sé a Milano: Sabino Cassese, Luigi Spaventa e Michele Salvati. Il quotidiano romano si rifece portando via al Corriere Francesco Merlo. La battaglia si svolse anche sul fronte dei prodotti commerciali allegati al quotidiano: Repubblica offriva cento opere letterarie e un'enciclopedia in venti volumi; il Corriere rispose con film e compact disc. Le vendite del giornale però non aumentarono, anzi il primato nella diffusione nazionale fu insidiato dal concorrente.
Si decise quindi di richiamare in servizio Paolo Mieli: era il dicembre 2004. Una delle prime innovazioni del direttore fu la riduzione del formato del giornale, sull'onda di un cambiamento che stava coinvolgendo tutti i quotidiani "a nove colonne". Nell'aprile 2005 la dimensione delle pagine fu ridotta di tre centimetri, sia in larghezza che in altezza; le colonne passarono dalle tradizionali nove a sette, avvicinando il "Corriere" al formato berlinese. Venne modificato anche il corpo del carattere, in modo da rendere la lettura più agevole. Infine, nel luglio dello stesso anno, il colore fu inserito in tutte le pagine. Il 30 marzo 2009 il Consiglio di Amministrazione richiama alla direzione del giornale Ferruccio De Bortoli, che prende nuovamente il timone della testata dalle mani di Paolo Mieli così come nel maggio del 1997.
Le prime novità apportate dalla direzione De Bortoli riguardano la valorizzazione delle collaborazioni femminili. Nel giro di pochi giorni accadono due novità assolute al Corriere:
- Viene nominata per la prima volta vice-direttore una donna, Barbara Stefanelli
- Un editoriale in prima pagina viene affidato per la prima volta ad una donna, la scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti (30 aprile) [32].
Negli ultimi anni il Corriere ha ampliato lo spazio della cronaca locale pubblicando inserti speciali in alcune grandi città, come il Corriere Fiorentino (dal 26 febbraio 2008).
[modifica] Linea politica del quotidiano
Il 2006 fu un anno elettorale. Pochi giorni prima delle elezioni Paolo Mieli decise - novità assoluta per il Corriere - di schierarsi apertamente in favore dell'Unione ovvero dello schieramento di Centro-Sinistra guidato da Romano Prodi. Una decisione, secondo Mieli, conseguente al giudizio particolarmente negativo sulle scelte politiche adottate dal Governo uscente di Silvio Berlusconi. Tuttavia tale scelta, secondo il direttore, "non impegna l'intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano", ai quali, perciò, cercò di garantire l'indipendenza intellettuale. Il Corriere "vince" la campagna elettorale, ma nel giro di un anno perderà alcune migliaia di lettori. Due anni dopo (2008) il giornale milanese non prese alcuna posizione. Il Corriere però nel complesso pur mantenendo una certa indipendenza può essere considerato attualmente vicino al Centro-Sinistra. La proprietà del quotidiano è divisa oggi tra undici imprese industriali, bancarie ed assicurative.
[modifica] Denominazione delle testate
Un giornale con la denominazione Corriere della Sera, fondato dal 23enne Giuseppe Rovelli, fu pubblicato a Torino nel 1866, ma dopo solo due numeri (1º agosto e 2 agosto) il quotidiano cessò le pubblicazioni per mancanza di fondi[33].
- Dal 5 marzo 1876 al 2 agosto 1943: Corriere della Sera [34]
- dal 3 agosto 1943 al 25 aprile 1945: Corriere della Sera (martedì - domenica), Il Pomeriggio (lunedì)
- 26 aprile 1945: Il Nuovo Corriere (numero unico)
- dal 27 aprile 1945 al 21 maggio 1945: Nessuna pubblicazione
- dal 22 maggio 1945 al 6 maggio 1946: Corriere d'Informazione
- dal 7 maggio 1946 al 9 maggio 1959: Il Nuovo Corriere della Sera (martedì - domenica), e Corriere d'Informazione (lunedì)
- dal 10 maggio 1959 al 4 marzo 1962: Corriere della Sera (martedì a domenica), Corriere d'Informazione (lunedì)
- dal 5 marzo 1962 ad oggi: Corriere della Sera
[modifica] Variazioni dell'assetto proprietario
- febbraio 1876 - Da un accordo tra il giornalista Eugenio Torelli Viollier e l'editore, e uomo politico, Riccardo Pavesi nasce il Corriere della Sera. Il giornale è di proprietà della “Società de La Lombardia”, editrice del quotidiano La Lombardia. Presidente della società editrice è Riccardo Pavesi. Torelli Viollier è direttore ed amministratore. Per avviare il nuovo quotidiano si prevede che occorrano 100.000 lire. Pavesi trova due soci finanziatori: gli avvocati Riccardo Bonetti e Pio Morbio. Nonostante ciò vengono raccolte solo 30.000 lire.
- [marzo-aprile] - Riccardo Bonetti entra in magistratura ed abbandona la società.
- 1º settembre 1876 - Il sodalizio tra Riccardo Pavesi e il direttore del quotidiano Eugenio Torelli Viollier si scioglie per divergenze politiche. La “Società de La Lombardia” mette in vendita il giornale.
Si costituisce una "società di fatto" (società civile secondo il Codice di commercio vigente all'epoca) per rilevare la proprietà. Vengono raccolte 45.000 lire; il capitale sociale è suddiviso in nove carature. Tre quote sono acquistate da Pio Morbio. Gli altri soci sottoscrivono una quota ciascuno. Sono: il duca Raimondo Visconti di Modrone, il marchese Claudio Dal Pozzo, il nobile Giulio Bianchi, il commendatore Bernardo Arnaboldi Gazzaniga e il cavaliere Alessandro Colombani. Anche Riccardo Pavesi entra nella nuova società, con una quota acquisita a titolo personale. Buona parte capitale è utilizzata per rilevare il Corriere, al costo di 22.000 lire[35].
- 1º ottobre 1876 - La prima assemblea della nuova società conferma Eugenio Torelli Viollier (il cui nome non figura nell'atto costitutivo) come gerente responsabile. Il nuovo amministratore del quotidiano è Giuseppe Bareggi.
- 1882 - Primo investimento di Benigno Crespi (1848-1920, industriale milanese del tessile con interessi nei settori agricolo, elettrico, immobiliare) nel giornale. Benigno, che ha sposato la sorella di Pio Morbio, Giulia, ne acquista una quota, proprio grazie alla parentela acquisita. Si ritira invece Riccardo Pavesi. Nei suoi primi sette anni di vita il giornale non è ancora riuscito a distribuire un utile ai propri soci.
- 1884 - Pio Morbio apre un'attività negli Stati Uniti e vi si trasferisce. Le sue quote vengono rilevate dal cognato Benigno Crespi. Torelli Viollier è alla ricerca di un nuovo socio che sostituisca gli attuali, che appaiono più interessati a salvare i propri investimenti che ad impegnarsi per l'affermazione del giornale sul mercato.
- 1885 - Il 30 marzo Torelli Viollier e Crespi fondano una nuova società, la E. Torelli Viollier & C. per la proprietà e la pubblicazione del giornale «Corriere della Sera»; è una società in accomandita semplice, in cui Crespi ha il ruolo di accomandante e Torelli Viollier di accomandatario. La società ha la durata di soli 6 anni ed un capitale di 100.000 lire, interamente conferito da Crespi. Torelli riceve per contratto uno stipendio di 10.000 lire annue; ha la piena responsabilità della linea politica del giornale e della scelta dei collaboratori. Crespi, che figura come socio di minoranza, è interessato alla sola gestione economica. Lo stesso 30 marzo la nuova società liquida i vecchi soci al costo complessivo di 70.000 lire. Alla fine dell'anno la gestione del Corriere è finalmente in utile, di circa 33.000 lire, che in pochi anni salgono fino a toccare quota 100.000.
- 1886-1893 - L'utile del Corriere raggiunge e supera le 220.000 lire annue. Per Benigno Crespi è ormai la maggiore fonte di guadagni, superando anche gli introiti dell'industria tessile. Nel 1891 la società viene prorogata fino al 1895.
- 1895 - Aumento del capitale sociale a 192.000 lire e proroga della società fino a 1905. Entrano due nuovi soci: Ernesto De Angeli (altro industriale tessile) ed il fondatore della Pirelli, Giovanni Battista. Il capitale è diviso in 16 quote di 12.000 lire ciascuna. Crespi ne conserva la metà, De Angeli e Pirelli ne sottoscrivono tre ciascuno, mentre Torelli si riserva le ultime due. Ogni quota dà diritto ad un voto, quindi Crespi dispone di fatto del controllo della società. I nuovi soci chiedono un avvicendamento alla direzione, ma Crespi mantiene al suo posto Torelli Viollier.
- 1900 - Il 26 aprile muore Eugenio Torelli Viollier. L'atto di costituzione della società prevede, nel caso della sua morte, la continuazione della società e il riscatto della sua quota sociale. Il 13 luglio viene redatto un nuovo atto sociale. Il valore della società, diminuito delle quote di Torelli, scende a 168.000 lire. Il capitale sociale viene suddiviso in 56 carature, del valore di 3.000 lire ciascuna. Crespi ne sottoscrive 32, De Angeli 11, Pirelli 7, Beltrami (nuovo socio) 4, Luigi Albertini (nuovo socio) 2. I voti non sono più assegnati in proporzione alle quote di capitale, ma viene conservata la precedente proporzione. Benigno Crespi, quindi, mantiene il 50% dei voti in consiglio, nonostante possieda il 57% delle quote. La nuova società modifica la ragione sociale in L. Albertini e C. per la proprietà e la pubblicazione del giornale «Corriere della Sera» e di altre pubblicazioni e si rinnova dopo 5 anni. Luigi Albertini è insieme gerente responsabile e direttore amministrativo.
- 1907 - Muore Eugenio De Angeli, nelle cui quote subentra il nipote Carlo Frua. Il capitale sociale viene portato a 180.000 lire. Ne beneficia Luigi Albertini, che sottoscrive 4 nuove quote. Inoltre Carlo Frua cede una caratura ad Alberto Albertini, fratello di Luigi.
- 1911 - I fratelli Albertini acquistano tutte le quote di Pirelli, di Frua e di Beltrami, diventando così i soli comproprietari, assieme a Benigno Crespi.
- 1920 - Muore Benigno Crespi. Lascia le partecipazioni ai suoi figli Mario (1879-1962), Aldo (1885-1978) e Vittorio (1895-1963).
- 1925 - Il fascismo pone ai Crespi una scelta obbligata: estromettere gli Albertini o in alternativa il giornale sarà sospeso a tempo indeterminato. Attraverso un cavillo legale, in novembre i Crespi ottengono lo scioglimento anticipato della società ed acquistano le quote dei fratelli Albertini.
- 1946 - La proprietà del quotidiano è sempre mantenuta dalla famiglia Crespi. Il capitale sociale è diviso tra i tre figli di Benigno: Aldo (col 34%), Mario (33%) e Vittorio (33%).
- 12 giugno 1951 - Vengono costituite tre società in accomandita per azioni; gestiscono le tre quote del capitale sociale della società in accomandita semplice: 1) «Alpi Spa» (Aldo); 2) «Crema Spa» (Mario); 3) «Viburnum Spa» (Vittorio).
- 1962-63 - Muoiono Mario e Vittorio Crespi. I loro successori sono Elvira Leonardi (nata nel 1909, figlia primogenita nata dal primo matrimonio della moglie di Mario) e Mario Crespi Morbio (nato nel 1932). La figlia di Aldo, Giulia Maria, eredita il 34% del giornale, la quota maggioritaria, e con essa ottiene la responsabilità della gestione editoriale.
La società in accomandita viene sdoppiata: ne viene creata una per il quotidiano ed una per i periodici. La scelta si rivela infelice. Se alla metà degli anni Sessanta, la gestione unica aveva fruttato alla famiglia Crespi profitti per oltre 5 miliardi all'anno, nel 1970 l'utile scende a 700 milioni. Il 1971 vede per la prima volta il bilancio in rosso, per 1 miliardo e 970 milioni di lire [36].
- 1973 - L'esercizio 1972 si chiude con una perdita di 2 miliardi e 63 milioni di lire [37], superiore a quella del 1971. Il "Corriere" è gestito da una società in accomandita semplice. Ciò significa che, in caso di deficit, i soci devono mettere mano al patrimonio personale per ripianare il passivo. Due rami su tre della famiglia Crespi decidono di vendere. Giulia Maria è l'unica della famiglia che sceglie di restare nella proprietà. In cambio, ottiene dagli altri soci la facoltà di decidere quali saranno i due nuovi soci. Si fanno avanti Eugenio Cefis, (Montedison), il petroliere Attilio Monti, l'industriale Nino Rovelli: per tutti la risposta è "no". La Crespi ha già deciso di puntare sulla famiglia Agnelli. Dopo una lunga trattativa, agli inizi di maggio viene siglato un accordo che porta il nome di "grande patto" o "pattone" [38]. Agnelli compra una quota della società ("Viburnum"). Come secondo socio, la scelta cade su Angelo Moratti, petroliere (che rileva "Crema") [39] [40]. Le quote sono costate 14 miliardi l'una.
Il "pattone" prevede che la vecchia società in accomandita, che aveva gestito da sempre il quotidiano di via Solferino, si trasformi in società a responsabilità limitata, con un capitale diviso in parti uguali tra il gruppo Fiat, il gruppo Moratti e Giulia Maria Crespi. Il pattone dev'essere attuato entro il 1973. Il nuovo consiglio di amministrazione è costituito da sei persone, due per ciascuno dei soci. La presidenza viene attribuita a Giulia Maria Crespi, che riveste la carica di socia accomandataria responsabile e mantiene le sue prerogative: scelta della linea della testata e rapporti col direttore, cui si aggiunge il diritto di veto alla sua nomina. Ai due nuovi soci viene invece attribuita la "responsabilità manageriale e finanziaria". Agnelli e Moratti concordano nel non volersi intromettere nella gestione editoriale del giornale, che lasciano completamente a Giulia Maria Crespi.
- 1974 - Il "pattone" non è ancora stato attuato, per via delle resistenze dei nuovi soci, che mostrano di non credere nei piani di risanamento proposti dalla Crespi. I fatti sembrano dare loro ragione. In maggio, infatti, vengono forniti i risultati dell'esercizio 1973: il deficit della società editrice del Corriere è pari a 7 miliardi e 183 milioni di lire: la perdita è più che triplicata rispetto al 1972 [41]. Il passivo del triennio 1971-1973 sfonda gli 11 miliardi di lire (11,216 miliardi). Per l'esercizio 1974 si prevedono altri 7 miliardi di deficit. I tre soci del Corriere dovranno quindi fronteggiare un enorme "buco" di oltre 18 miliardi. Ai primi di luglio Giulia Maria Crespi decide improvvisamente di vendere la sua quota del Corriere, con una mossa che prende Agnelli e Moratti in contropiede. Il 12 luglio viene firmato l'accordo di transazione con la casa editrice Rizzoli, rappresentata dal consigliere delegato Angelo Rizzoli (successore del padre Andrea). La famiglia Crespi esce definitivamente da via Solferino dopo 92 anni. Passano quattro giorni ed anche Moratti vende la propria quota, sempre a Rizzoli. Agnelli, a questo punto, è rimasto isolato. Per l'Avvocato la scelta diventa obbligata: il giorno successivo la Rizzoli si aggiudica anche la sua quota. Secondo un rapporto dell'Istituto Mobiliare Italiano [42] redatto nel 1975, l'investimento della Rizzoli per acquisire la proprietà del Corriere è stato di 41 miliardi e 945 milioni di lire, così suddivisi:
- 15 miliardi e 445 milioni, in contanti, per "Alpi", cioè la quota di Giulia Maria Crespi [43];
- 13 miliardi, parte in contanti e parte differiti, per acquisire "Crema" (di Moratti);
- 13,5 miliardi, somma da devolvere entro 3 anni, per avere "Viburnum" (della Fiat).
Il nuovo proprietario unico, Angelone Rizzoli, ribattezza la società Rizzoli-Corriere della Sera (oggi Rcs MediaGroup). Nel corso di un'intervista, rispondendo ad una domanda sulle fonti dei finanziamenti, Angelone Rizzoli dichiarò che l'operazione è stata gestita in piena autonomia ed è stata finanziata "da istituti di credito pubblici e privati italiani e da una banca estera, la Morgan" [44].
- 1981 - La RCS viene coinvolta nel dissesto del Banco Ambrosiano. Riesce però ad evitare il fallimento e nel 1982 viene posta in amministrazione controllata.
- 1984 - Il gruppo RCS, risanato, è acquistato da una cordata di cui fanno parte la finanziaria Gemina (holding posseduta dalla famiglia Agnelli) e Mediobanca. Fra i soci di Gemina vi sono anche il gigante della chimica Montedison e la finanziaria bresciana Mittel.
- 1986 - La RCS viene riorganizzata per comparti: il Corriere della Sera viene inserito nella RCS Quotidiani, che è tuttora la società editrice del quotidiano.
[modifica] Direttori
- Eugenio Torelli Viollier, febbraio 1876 - 31 maggio 1898 (gerente responsabile)
- Alfredo Comandini maggio 1891 - novembre 1892 (direttore politico)
- Andrea Cantalupi 1895 - maggio 1896 (direttore politico)
- Luca Beltrami maggio-novembre 1896 (direttore politico)
- Domenico Oliva 5 giugno 1898 - 23 maggio 1900
- Luigi Albertini, 24 maggio 1900 - 29 novembre 1925
- Alberto Albertini, fratello di Luigi, 1924 - 29 novembre 1925
- Graditi al regime fascista
- Pietro Croci, 1925 - 1926
- Ugo Ojetti, 1926 - 1927
- Maffio Maffii, dicembre 1927 - settembre 1929
- Aldo Borelli, settembre 1929 - agosto 1943
- Ettore Janni, agosto 1943 - ottobre 1943
- Ermanno Amicucci, ottobre 1943 - aprile 1945
- Nominato dal CLN
- Mario Borsa, 26 aprile 1945 - 6 agosto 1946
- Scelti dalla famigli Crespi
- Guglielmo Emanuel, 1946 - 1952
- Mario Missiroli, 1952 - ottobre 1961
- Alfio Russo, ottobre 1961 - 11 febbraio 1968
- Giovanni Spadolini, 12 febbraio 1968 - 13 marzo 1972
- Piero Ottone, 14 marzo 1972 - 1977
- Scelti dal gruppo Rizzoli
- Franco Di Bella, 1977 - 1981
- Alberto Cavallari, 1981 - 1984
- Scelti dall'attuale proprietà
- Piero Ostellino, 1984 - 1987
- Ugo Stille, 1987 - 1992
- Paolo Mieli, 1992 - maggio 1997
- Ferruccio De Bortoli, maggio 1997 - 14 giugno 2003
- Stefano Folli, 15 giugno 2003 - dicembre 2004
- Paolo Mieli, dicembre 2004 - 9 aprile 2009
- Ferruccio De Bortoli, 10 aprile 2009 - in carica
[modifica] Firme
- Massimo Alberizzi
- Magdi Allam
- Gaspare Barbiellini Amidei
- Pierluigi Battista
- Enzo Biagi
- Giovanni Bianconi
- Dino Buzzati
- Aldo Cazzullo
- Franco Cordelli
- Giuseppe De Rita
- Dario Di Vico
- Oriana Fallaci
- Stefano Folli
- Paolo Franchi
- Massimo Gaggi
- Ernesto Galli della Loggia
- Francesco Giavazzi
- Aldo Grasso
- Vittorio Grevi
- Augusto Guerriero
- Pietro Ichino
- Tullio Kezich
- Maria Latella
- Claudio Magris
- Vittorio Messori
- Ettore Mo
- Eugenio Montale
- Indro Montanelli
- Mario Monti
- Massimo Mucchetti
- Emilio Nessi
- Guido Olimpio
- Piero Ostellino
- Angelo Panebianco
- Mario Pappagallo
- Pier Paolo Pasolini
- Gianni Riotta (poi direttore del TG1)
- Sergio Rizzo
- Maria Laura Rodotà
- Sergio Romano
- Alberto Ronchey
- Claudio Sabelli Fioretti
- Michele Salvati
- Giovanni Sartori
- Mario Sconcerti
[modifica] Diffusione
| Anno | Copie vendute |
|---|---|
| 2008 | 567.910 |
| 2007 | 601.339 |
| 2006 | 624.938 |
| 2005 | 619.897 |
| 2004 | 616.504 |
| 2003 | 613.103 |
| 2002 | 581.751 |
| 2001 | 598.997 |
| 2000 | 614.398 |
| 1999 | 620.126 |
| 1998 | 635.222 |
| 1997 | 669.515 |
| 1996 | 646.902 |
Dati Ads (Accertamenti Diffusione Stampa)
[modifica] Note
- ^ In realtà il Corriere ha un formato a metà tra il "lenzuolo" ed il berlinese
- ^ Dati Ads-Accertamento diffusione stampa - media mobile gennaio-dicembre 2008.
- ^ Divisione di Rcs MediaGroup.
- ^ Solamente negli anni '80 il Corriere si doterà di una propria tipografia.
- ^ La doppia datazione perdurerà fino al 1902.
- ^ Per avere notizie dall'estero, i giornali attingevano direttamente alla stampa straniera, sottoscrivendo degli abbonamenti annuali, come i comuni lettori.
- ^ Corriere della Sera, 16-17 dicembre 1878. L'impostazione partecipativa adottata dal giornale strideva però con la ritrosia del direttore verso le questioni interne: non venne mai pubblicata, infatti, nessuna notizia sulle variazioni dell'assetto proprietario del giornale, né prima dell'avvento di Benigno Crespi né quando (nel 1885) l'industriale cotoniero diventò il nuovo padrone del giornale.
- ^ Corriere della Sera, 8-9 dicembre 1885.
- ^ che gli permetteva anche di gestire in proprio la pubblicità, cosa che il Corriere riuscì a fare soltanto dalla fine degli anni '80.
- ^ Nel 1895 Albertini, studente di economia, si era introdotto nell'ambiente editoriale inglese facendo la conoscenza del direttore editoriale del Times, Moberly Bell.
- ^ Nel 1927 Il secolo, in crisi finanziaria, fu assorbito dal Pungolo, altro giornale milanese.
- ^ Nel dopoguerra seguiranno le collaborazioni di Eugenio Montale, Ennio Flaiano e Pier Paolo Pasolini, solo per citarne alcuni.
- ^ Quotidiano milanese fondato nel 1956. Dopo una prima fase di rodaggio sarà rilevato dall'Eni di Enrico Mattei diventando un giornale fiancheggiatore del nascente centrosinistra.
- ^ Secondo Mario Cervi, Gli anni del piombo (Mursia 2009) inizialmente Montanelli avrebbe proposto ai Crespi di nominare direttore Mario Pannunzio.
- ^ In realtà, la prima intervista a un Papa l'aveva realizzata pochi anni prima Indro Montanelli a Giovanni XXIII.
- ^ Enzo Bettiza, Via Solferino, 1982, pagg. 73-78.
- ^ Le elezioni vedranno un'affermazione del centrosinistra e l'inizio del declino del PLI.
- ^ Giampaolo Pansa Comprati e venduti, Bompiani, 1977, pag. 20.
- ^ Giampaolo Pansa , pag. 26.
- ^ Enzo Bettiza, Via Solferino, 1982, pagg. 79-83
- ^ Giampaolo Pansa, op. cit., pag. 38.
- ^ Enzo Bettiza, Via Solferino, 1982, pagg. 107-109
- ^ Fin dall'agosto del 1971, avevano preso forma delle voci, secondo le quali la proprietà sarebbe stata intenzionata a sostituire Spadolini con Indro Montanelli. Venuto a conoscenza della cosa, quest'ultimo ne aveva messo al corrente Spadolini, ma senza ottenere ascolto (Indro Montanelli, I conti con me stesso - 2009, pag. 179).
- ^ Il primo numero de 'Il 'Giornale Nuovo, poi divenuto Il Giornale, uscì il 25 giugno1974.
- ^ Nel 1972 era cominciata la leggendaria carriera come capo del comitato di redazione di Raffaele Fiengo, che si protrasse ben oltre il 2000.
- ^ Giampaolo Pansa, op.cit., pag. 151.
- ^ Nell'intervista, uscita il 5 ottobre 1980, Gelli parlò del suo progetto politico di "rinascita" dell'Italia. Spiccavano nel disegno del Gran Maestro l'abolizione del servizio pubblico radiotelevisivo e il controllo dei giornali più importanti.
- ^ Oggi è chiamato Corriere della Sera-Magazine.
- ^ La stampa italiana nell'età della tv,a cura di Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, Laterza, Roma-Bari, 1994, pag. 48.
- ^ Montanelli tenne questa rubrica fino alla sua morte, nel 2001.
- ^ All'indirizzo [1], sono consultabili gratuitamente gli articoli pubblicati dal 1992 ad oggi.
- ^ Gabriella Sartori, Avvenire, 1° maggio 2009.
- ^ Matteo Collura. Il Corriere della sera di Torino. Corriere della Sera, 6 giugno 2000. URL consultato il 18/05/2008.
- ^ Storia del giornale
- ^ Andrea Moroni, Alle origini del Corriere della Sera, FrancoAngeli, 2005, pag. 34.
- ^ Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Bompiani, 1977, pag. 39.
- ^ Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Bompiani, 1977, pag. 76.
- ^ Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Bompiani, 1977, pag. 78.
- ^ Secondo Giampaolo Pansa, Moratti è una barriera efficace contro le mire della Montedison. Il petroliere, infatti, rappresenta l'ENI, il principale concorrente del colosso della chimica guidato da Eugenio Cefis.
- ^ Il figlio di Moratti, Gianmarco, che fu vicepresidente del Corriere, affermò che l'azienda di famiglia comprò una quota del quotidiano per evitare che finisse nelle mani sbagliate: "Abbiamo pensato che un organo così importante era meglio che andasse in mano agente come noi, capace di dare garanzie democratiche" (G. Pansa, op. cit..).
- ^ Giampaolo Pansa, op.cit, pag. 199.
- ^ Giampaolo Pansa, op.cit, pagg. 203-4.
- ^ Secondo Giampaolo Pansa, la Rizzoli paga anche un 'extraprezzo' di 2 miliardi e 400 milioni, in quanto la signora Crespi era la presidente della società di gestione.
- ^ Secondo Giampaolo Pansa, invece, la Montedison ha favorito l'ingresso della Rizzoli nel Corriere in due modi: facendogli da garante di fronte agli Agnelli; sostenendola nel reperimento dei prestiti bancari.
[modifica] Bibliografia
- Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, La stampa italiana nell'età della tv. Roma-Bari: Laterza, 1994.
- Franco Di Bella, Corriere segreto 1951-1981 Rizzoli.
- Pasquale Jovino, I cinque lustri di Luigi Albertini al Corriere della Sera, 2004.
- Massimo Mucchetti, Il baco del Corriere, Milano, Feltrinelli, 2006.
- Andrea Moroni, Alle origini del Corriere della Sera, FrancoAngeli, 2005.
[modifica] Collegamenti esterni
- Sito del quotidiano on-line
- La prima pagina del numero 1 (5-6 marzo 1876)
- Tesina, «Il terremoto nel Corriere»
- Quotidiani su Open Directory Project (Segnala su DMoz un collegamento pertinente all'argomento "Quotidiani")

