Herbert Marcuse

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Il mondo non è stato fatto per amore degli esseri umani e non è diventato più umano. »
(Herbert Marcuse, La dimensione estetica, in La dimensione estetica. Un'educazione politica tra rivolta e trascendenza, Guerini e Associati, Milano 2002, p. 48.)
Herbert Marcuse nel 1955.

Herbert Marcuse, /maʁˈkuːzə/ (Berlino, 19 luglio 1898Starnberg, 29 luglio 1979), è stato un filosofo, sociologo e politologo tedesco naturalizzato statunitense.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Herbert Marcuse nacque a Berlino da un fabbricante di tessuti ebreo originario della Pomerania. Nel 1916, dopo la maturità abbreviata (per via della guerra), fu chiamato alle armi nella Reichswehr per la prima guerra mondiale. Nel 1917 diventa membro della SPD, nel 1918 è eletto nel consiglio di soldati di Berlin-Reinickendorf. Nel 1918 Marcuse inizia gli studi di Germanistica e storia della letteratura tedesca contemporanea come materie principali, tenendo filosofia ed economia come secondarie, inizialmente per quattro semestri all'Università di Berlino, poi quattro semestri a Friburgo. Avendo assistito alla tragica conclusione della sollevazione Spartachista (vedi: Lega Spartachista), che fu soppressa dalle forze della Repubblica di Weimar, dopo l'assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, Marcuse abbandona la SPD nel 1919. Nel 1922 consegue il dottorato a Berlino con una tesi sul romanzo d'artista tedesco (deutscher Künstlerroman).

Nel 1929 inizia a lavorare alla sua abilitazione sotto Martin Heidegger a Friburgo, ma non essendogli possibile completare il suo lavoro sotto il regime nazista, alla fine del 1932 approda all'Istituto per la Ricerca Sociale (Institut für Sozialforschung) a Francoforte.

La tomba di Marcuse al Dorotheenstädtischer Friedhof di Berlino

Ancora prima della presa di potere di Adolf Hitler, Marcuse fugge nel 1933 via Zurigo a Ginevra, dove si trova una sussidiaria dell'Istituto, prima di emigrare definitivamente negli Stati Uniti nel 1934, dove ottenne la cittadinanza nel 1940. Fu uno dei massimi esponenti della cosiddetta "Frankfurter Schule" (Scuola di Francoforte), formata con Max Horkheimer e Theodor Adorno; nata nel 1922 a Francoforte, presso il celebre "Istituto per la ricerca sociale", negli anni seguenti l'organizzazione dovette trasferirsi a New York, dove Marcuse viene ri-assunto dall'Istituto per la Ricerca Sociale. La situazione economica dell'Istituto lo porta ad accettare una nuova posizione nel 1942 a Washington presso l'Office of Strategic Services (OSS, precursore della CIA) durante la seconda guerra mondiale, fino al 1951, analizzando le informazioni riguardo alla Germania. Negli anni 1951 - 1954 lavora agli Russian Institutes della Columbia University (New York) e all'Università di Harvard, occupandosi di studi riguardo al Marxismo Sovietico. Nel 1954 consegue la sua prima posizione di professore alla Brandeis University in filosofia e scienze politiche. Nel 1965 Marcuse diventa professore in Politologia alla University of San Diego in California.

Negli Stati Uniti comparvero le sue due opere principali: Triebstruktur und Gesellschaft 1955 (dt. 1965) e Der eindimensionale Mensch 1964 (dt. 1967). Entrambe sono annoverate tra le opere più importanti della teoria critica (Kritische Theorie) e sono tra le opere centrali del Movimento Studentesco degli anni sessanta in tutto il mondo, e principalmente negli USA e Germania.

Negli anni 1968 e 1969 si reca per alcuni mesi in Europa, tenendo lezioni e discussioni con studenti a Berlino, Parigi, Londra e Roma. Con l'inizio del Movimento Studentesco Marcuse diventa uno dei suoi principali interpreti, definendosi Marxista, socialista e Hegeliano. Le sue critiche al capitalismo (specialmente la sua interpretazione di Marx e Freud "Eros e civiltà" pubblicato nel 1955) risuonarono con le preoccupazioni del movimento.

Nel 1979 Marcuse muore per le conseguenze di un'emorragia cerebrale durante una visita in Germania a Starnberg, curato nei suoi ultimi giorni da Jürgen Habermas, importante esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte.

Eros e civiltà[modifica | modifica sorgente]

Uno dei capolavori di Herbert Marcuse è considerato Eros e Civiltà del 1955, opera rivoluzionaria, nella quale il pensatore tedesco formula l'idea di una società “liberata”, non repressiva,confutando alcune tesi di Freud, espresse nell'opera "Totem e tabù"[senza fonte], in aperta polemica con i neo-freudiani e con Fromm.

La critica al “socialismo reale” e alla civiltà industriale[modifica | modifica sorgente]

Nell'opera Il Marxismo sovietico, Marcuse osserva come anche in Unione Sovietica il mutamento dei rapporti di produzione sia stato seguito da una perdita di coscienza rivoluzionaria, finendo per diventare un'altra espressione, accanto al capitalismo, di quella società industriale inevitabilmente portatrice di una morale repressiva.
Su questo punto egli condivide almeno in parte, il pessimismo di Adorno e Horkheimer (due filosofi appartenenti alla cosiddetta "Scuola di Francoforte"), riguardo al rapporto tra progresso tecnologico ed emancipazione umana.

Critica della "teoria della civiltà" di Freud[modifica | modifica sorgente]

Per Freud la civiltà inizia quando gli uomini per convivere (o sopravvivere) sostituiscono al "principio del piacere" il "principio di realtà"; l'uomo reprime i propri istinti, le proprie pulsioni, opera quindi il differimento dei piaceri e, in sostituzione di questi ultimi, sublima attraverso tutte quelle attività che sono comunemente considerate "frutto della civiltà" (arte, cultura, lavoro, ecc.). La società impone, quindi, una modifica dell'essenza degli istinti, dirottandoli dalla sfera sessuale a quella del lavoro.

Marcuse pone la sua obiezione in questi termini: il processo repressivo descritto da Freud è un fatto intrinseco alla natura di ogni società, o si tratta di un fenomeno transitorio in quanto frutto di un'organizzazione irrazionale delle forme di convivenza tra gli uomini?

La risposta che Marcuse fornisce a questa domanda è in aperto contrasto con la tesi di Freud: la scarsità di beni per cui sono necessari meccanismi quali la divisione del lavoro e il differimento dei bisogni (in una parola, repressione) è frutto di una organizzazione irrazionale della società, nella quale i beni sono distribuiti in misura iniqua. Freud ha scambiato per caratteristica generale un assetto transitorio che configura un dominio attuato attraverso forme di violenza in un primo momento e, successivamente, con l'amministrazione totale della società.

In relazione a quanto detto, Marcuse critica anche le teorie dei neo-freudiani e di Erich Fromm, i quali curano le nevrosi considerandole come forme di adattamento all'assetto sociale esistente. Il filosofo tedesco considera "revisionista" questa visione poiché si accetta supinamente il dato di fatto, e non si coglie il potenziale eversivo della liberazione dell'eros e degli istinti repressi.

Il principio di prestazione[modifica | modifica sorgente]

Come detto, la repressione è per Marcuse connessa alla sostituzione del "principio del piacere" col "principio di realtà"; ma egli sottolinea la presenza di un altro livello attraverso il quale la società opprime l'essere umano, e cioè il cosiddetto "principio di prestazione": per prestazione si intende ciò che "si deve fare" a causa del proprio ruolo nella società, quindi la repressione attuata attraverso questo principio è strettamente legata alla stratificazione sociale e alla divisione del lavoro. In altre parole la prestazione è ciò che l'individuo deve fornire alla società, ed è ciò che la società si aspetta dall'individuo. Questa ulteriore repressione non avviene solamente attraverso la funzione che la persona svolge, ma è veicolata anche dalla famiglia patriarcale e dalla direzione univoca imposta alla sessualità, ovvero la genitalità.

La società totalitaria e le sue potenzialità non repressive[modifica | modifica sorgente]

Apparentemente l'apparato produttivo ha raggiunto dimensioni tali che i desideri umani possano subire un mutamento qualitativo (in senso onnilaterale come direbbe Marx), ma la società crea bisogni artificiali impedendo la liberazione degli individui attraverso il soddisfacimento delle pulsioni vitali. Ed è proprio per questo, secondo Marcuse, che le società che si definiscono democratiche finiscono per essere intrinsecamente totalitarie, cioè rendono impossibile qualsiasi forma di opposizione.

Ma questi agglomerati così oppressivi per l'uomo, contengono al loro interno grandi potenzialità non repressive e, sulla scorta delle suggestioni di Fourier (socialista utopista) e di Schiller, il filosofo tedesco attribuisce una fondamentale importanza all'immaginazione ("immaginazione al potere" sarà uno dei motti preferiti del '68; vedi più avanti) e all'utopia, per far sì che un giorno l'eros sia liberato e che le energie possano confluire liberamente in tutti gli aspetti della vita umana, non solo nel lavoro, che a quel punto diventerebbe una piacevole attività ludica.
Queste considerazioni si basano, oltre che sulle influenze del già citato "socialismo utopistico", anche sulle considerazioni di Marx, secondo il quale lo sviluppo industriale fornirà all'uomo beni tali da creare un mondo libero dall'alienazione, nel quale ogni individuo potrà sviluppare autonomamente la propria individualità.

L'uomo a una dimensione[modifica | modifica sorgente]

« Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico »

Così Herbert Marcuse inizia la sua opera forse più importante, L'uomo a una dimensione, 1964. È questo un Marcuse più pessimista rispetto ad Eros e Civiltà, più disponibile ad arrendersi ad un ordine sociale che appare totalitario, che permea di sé ogni aspetto della vita dell'individuo e, soprattutto, che ha inglobato anche forze tradizionalmente "anti-sistema" come la classe operaia. In questo modello la vita dell'individuo si riduce al bisogno atavico di produrre e consumare, senza possibilità di resistenza. Marcuse denuncia il carattere fondamentalmente repressivo dalla società industriale avanzata che appiattisce in realtà l'uomo alla dimensione di consumatore, euforico e ottuso, la cui libertà è solo la possibilità di scegliere tra molti prodotti diversi.

Tolleranza repressiva[modifica | modifica sorgente]

Nelle moderne democrazie occidentali i valori, che una volta erano propri di una parte della società (la classe borghese), si sono diffusi a tutti gli altri soggetti sociali, che si appiattiscono sull'ordine esistente: è in questo quadro che Marcuse elabora il concetto di tolleranza repressiva, ovvero il momento nel quale la libertà va a coincidere col permissivismo.

Nelle democrazie occidentali, a livello teorico, si parte dall'assunto che nessuno possiede la verità assoluta, allora la scelta viene affidata alla collettività, che può scegliere liberamente tra diverse interpretazioni politico-etico-culturali della realtà; è proprio a questo punto del processo "democratico" che si innesca il meccanismo repressivo: l'amministrazione totale dell'esistenza da parte della società impedisce, di fatto, una scelta che sia veramente libera, il contrario del relativismo democratico, ovvero un diffuso conformismo. In altre parole all'uomo viene data la possibilità di scegliere, ma non vengono forniti gli strumenti per farlo in modo veramente indipendente.

Anche il pensiero filosofico è asservito al senso comune, è unidimensionale. Marcuse critica alcune delle più importanti correnti del pensiero novecentesco sulla base dell'incapacità da parte di queste dottrine di opporre un radicale rifiuto al sistema esistente: il neopositivismo giudica l'attendibilità di una proposizione in base alla constatazione empirica, la filosofia analitica rispetto alla conformità col linguaggio comune. La ragione ed il linguaggio non sono più strumenti in grado di assolvere al compito principale della filosofia, cioè trascendere la realtà esistente, restando fedele al contenuto universale dei concetti.

Democratica non-libertà[modifica | modifica sorgente]

La società tecnologica avanzata riduce tutto a sé, ogni dimensione "altra" è asservita al potere capitalistico e ai consumi, conquistata dal dominio "democratico" della civiltà industriale; una società che condiziona i veri bisogni umani, sostituendoli con altri artificiali. È in questo senso che Marcuse formula la condanna della tecnologia, che conterrebbe già insita nella sua natura un'ideologia di dominio.

Possibilità di cambiamento[modifica | modifica sorgente]

Questa "democratica non-libertà" permea tutto di sé, niente le sfugge, neanche gli strati tradizionalmente anti-sistema come la classe operaia, che si è pienamente integrata nel sistema stesso. Ma esistono ancora dimensioni al di fuori di esso, "al di sotto della base popolare conservatrice"? Marcuse risponde affermativamente: vanno ricercate negli emarginati, nei reietti, nei perseguitati, nei disoccupati, in coloro cioè, che non sono ancora stati fagocitati dalla società repressiva. Il filosofo tedesco, non a caso, chiude la sua opera con una citazione da Walter Benjamin:

« è solo per merito dei disperati che ci è data una speranza »

L'immaginazione al potere[modifica | modifica sorgente]

Un'altra considerazione fatta da Marcuse, quella che più lo ha reso celebre presso gli studenti del sessantotto, è la grande importanza da lui attribuita all'immaginazione. Come si è già detto, la ragione e il linguaggio non sono più in grado di trascendere la realtà e di opporre un "grande rifiuto" al modello vigente, per questo la filosofia deve appellarsi all'immaginazione, unico strumento capace di comprendere le cose alla luce della loro potenzialità.

"Immaginazione al potere" diventerà una delle parole d'ordine degli studenti del sessantotto, ai quali Marcuse guarda come veicolo attraverso il quale si può realizzare la liberazione, insieme ai guerriglieri del terzo mondo, alle minoranze emarginate, a tutte le istanze critiche verso il sistema, a tutti i soggetti non integrati in esso, giustificandone anche la violenza perché mossa da una vera e sana intolleranza. Nonostante questo egli si rende conto di come queste categorie siano profondamente impotenti di fronte alla civiltà tecnologica se non si alleano con gli strati dell'opposizione interna ad essa (per esempio i sindacati).

L'eredità e il sessantotto[modifica | modifica sorgente]

Herbert Marcuse è stato uno dei pensatori più influenti del Novecento, soprattutto è nota la passione che per lui avevano gli studenti in rivolta nei tardi anni sessanta. Il suo pensiero, intrinsecamente anti-autoritario, rispecchiava la volontà di cambiamento radicale che animava la protesta dei giovani in tutto il mondo occidentale; il suo rifiuto di ogni forma di repressione, il suo secco no alla civiltà tecnologica (in entrambe le declinazioni liberal-capitalistica e comunista-sovietica), lo resero il filosofo del "grande rifiuto" verso ogni forma di repressione. Egli può essere infatti definito solo in modo generico un pensatore marxista, poiché, di fronte al fallimento, durante il XX secolo delle previsioni di Marx, col dileguarsi dello scontro di classe in occidente, intuì che la lotta non era finita, ma si era solamente spostata nel terzo mondo, oppresso dall'imperialismo occidentale, sul quale anche le classi emarginate del "primo mondo" esercitavano una oppressione, pur accontentandosi delle briciole del banchetto capitalista.

Per i sessantottini fu anche molto importante il concetto di "liberazione dell'eros", inteso non solo come liberazione sessuale, ma come liberazione delle energie creative dell'uomo dal condizionamento della società repressiva, per la creazione di una società più aperta, fatta di uomini liberi e solidali tra loro. Eros inteso anche come "bello", in opposizione al concetto di dominio della società tecnologica; egli utilizzò l'espressione "società come opera d'arte", ovvero una società più autentica, veramente libera, dominata dalla fantasia e dall'arte come dimensione fondamentale di ogni forma di convivenza. [1]

Opere[modifica | modifica sorgente]

  • Il romanzo dell'artista nella letteratura tedesca, Torino, Einaudi, 1985. (1922)
  • Marxismo e rivoluzione. Studi 1929-1932, Torino, Einaudi, 1975. (1929-1932)
  • L'ontologia di Hegel e la fondazione di una teoria della storicità, Firenze, La nuova Italia, 1969. (1932)
  • L'autorità e la famiglia, Torino, Einaudi, 1970. (1936)
  • Fenomenologia ontologico-esistenziale e dialettica materialistica. Tre studi. 1928-1936, Milano, Unicopli, 1980. (1928-1936)
  • Ragione e rivoluzione. Hegel e il sorgere della "teoria sociale", Bologna, Il Mulino, 1965. (1941)
  • Davanti al nazismo. Scritti di teoria critica 1940-1948, Roma, Laterza, 2001. (1940-1948)
  • Eros e civiltà, Torino, Einaudi, 1964. (1955)
  • Psicanalisi e politica, Bari, Laterza, 1968. (1957)
  • Soviet Marxism, Parma, Guanda, 1968. (1958)
  • L'uomo a una dimensione. L'ideologia della società industriale avanzata, Torino, Einaudi, 1967. (1964)
  • La tolleranza repressiva, in Critica della tolleranza, con Robert Paul Wolff e Barrington Moore Jr., Torino, Einaudi, 1968. (1965)
  • Cultura e società. Saggi di teoria critica 1933-1965, Torino, Einaudi, 1969. (1933-1965)
  • La fine dell'utopia, Bari, Laterza, 1968. (1967)
  • Critica della società repressiva, Milano, Feltrinelli, 1968. (1964-1967)
  • Saggio sulla liberazione, Torino, Einaudi, 1969. (1969)
  • Rivoluzione o riforme? Un confronto, con Karl Popper, Roma, Armando, 1977. (1971)
  • Rivoluzione o riforme? Venti anni dopo, con Karl Popper, Roma, Armando, 1989.
  • Controrivoluzione e rivolta, Milano, A. Mondadori, 1973. (1972)
  • La dimensione estetica, Milano, A. Mondadori, 1978. (1978)
  • Teoria e pratica, Brescia, Shakespeare & company, 1979.
  • La dimensione estetica e altri scritti. Un'educazione politica tra rivolta e trascendenza, Milano, Guerini, 2002. ISBN 88-8335-314-5.
  • Scritti e interventi
I, Oltre l'uomo a una dimensione. Movimenti e controrivoluzione preventiva, Roma, Manifestolibri, 2005. ISBN 88-7285-333-8.
II, Marxismo e nuova sinistra, Roma, Manifestolibri, 2007. ISBN 978-88-7285-507-2.
III, La società tecnologica avanzata, Roma, Manifestolibri, 2008. ISBN 978-88-7285-548-5.
IV, Teoria critica del desiderio, Roma, Manifestolibri, 2011. ISBN 978-88-7285-665-9.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'uomo a una dimensione, Einaudi, 1967, pp. 91-94: «Il "principio del piacere" assorbe il "principio di realtà"; la sessualità viene liberata (o meglio liberalizzata) in forme socialmente costruttive. [...] Impedita nello sforzo di estendere il campo di gratificazione erotica, la libido diventa meno "polimorfa", meno capace d'assumere forme erotiche che vadano al di là della sessualità localizzata, e quest'ultima viene ad essere intensificata. [...] Questa mobilitazione ed amministrazione della libido può valere a spiegare in gran parte l'ossequienza volontaria, l'assenza di terrore, l'armonia prestabilita tra bisogni individuali e desideri, scopi ed aspirazioni socialmente richiesti. La conquista tecnologica e politica dei fattori trascendenti nell'esistenza umana, così caratteristica della civiltà industriale avanzata, si afferma nella sfera degli istinti, offrendo soddisfazioni tali da indurre alla sottomissione e indebolire la razionalità della protesta. [...] Il piacere genera la sottomissione.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 36921579 LCCN: n80120511