Categoria (filosofia)

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Le categorie sono l'attribuzione di un predicato ad un soggetto. Sono specificamente le classi supreme di ogni predicato possibile, con cui poter ordinare tutta la realtà.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine italiano categoria deriva dal corrispondente latino categŏria, a sua volta derivante dalla lingua greca antica e dal relativo contesto culturale nel quale è stato coniato ed impiegato. Nello specifico, esso è derivato da κατηγορία (katẽgoría) tradotto con accusa, imputazione, predicato, attributo derivato di κατηγορέω (katẽgoréõ) tradotto io accuso, mostro, indico, affermo, asserisco[1] composti a loro volta da katá (contro) ed agoréno (io parlo, esprimo, dico)[2][3].

Categorie aristoteliche[modifica | modifica wikitesto]

Per Aristotele le categorie sono i gruppi o i generi sommi che raccolgono tutte le proprietà che si possono predicare dell'essere. Sono i predicamenti dell'essere, che si riferiscono a qualità primarie (le essenze immutabili degli oggetti), o secondarie (gli accidenti che possono cambiare).[4]

Le categorie sono in tutto dieci: la sostanza, la qualità, la quantità, la relazione, il dove, il quando, il giacere, l'avere, l'agire, il subire. Ogni elemento della realtà può essere fatto rientrare in una di queste categorie.[4]

Ne consegue che le categorie di Aristotele hanno un valore oggettivo, perché si riferiscono a degli enti concreti. I nostri giudizi le adoperano non soltanto secondo un rapporto puramente logico tipico del sillogismo, ma riunendole grazie alla capacità intuitiva di cogliere le relazioni effettivamente esistenti tra gli oggetti reali. Ma oltre a ciò, ad ognuna delle categorie si riferisce una parte di quei costrutti semantici del discorso che hanno a che fare con il mondo reale: ad esempio, un nome o un sostantivo si riferisce alla categoria di sostanza; gli aggettivi qualificativi alla qualità, quelli indefiniti alla quantità, o alla relazione ecc. Si è pertanto ipotizzato che per Aristotele le categorie siano una classificazione delle parti di cui è fatto un discorso.

La dottrina aristotelica delle categorie si proponeva di rimediare all'indeterminatezza con cui Parmenide, della scuola eleatica, aveva enunciato la verità dell'essere, lasciandolo senza un predicato: Parmenide aveva detto soltanto che l'Essere è, e non può non essere, ma non aveva detto cosa esso sia. Ne risultava un concetto evanescente, che rischiava di venir confuso col non-essere. Aristotele pertanto si propone di mostrare che l'essere è determinato in una molteplicità di attributi, e quindi è multilaterale pur nella sua unità. Contro Platone poi, che riconduceva i fondamenti dell'essere a delle forme logiche ideali, Aristotele afferma la necessità di distinguere i concetti logici dagli empirici.

Categorie kantiane[modifica | modifica wikitesto]

Partendo dalla distinzione tra il piano oggettivo e quello semantico, che non era mancato in Aristotele, il quale però non avrebbe saputo attribuire quanto all'uno e quanto all'altro, Immanuel Kant ammette che giudicare, fonte di ogni discorso oggettivo, sia un'attività dalle molte sfaccettature, che nascono dall'applicazione di diverse categorie o concetti puri, mediante le quali l'intelletto unifica i dati molteplici provenienti dall'intuizione sensibile.[5]

Tali concetti però sono trascendentali, vale a dire che hanno bisogno di dati di partenza per potersi attivare, senza i quali sarebbero vuoti: è per via degli organi di senso che un oggetto appunto ci è "dato", diventando fenomeno; con le categorie esso poi viene "pensato".

A differenza dunque di Aristotele, per il quale le categorie appartenevano alla realtà ontologica dell'essere, le categorie kantiane appartengono all'intelletto; diventano cioè delle funzioni a priori, dei modi di funzionare del nostro pensiero che inquadrano la realtà secondo i propri schemi precostituiti. Non si applicano alla realtà in sé, ma solo al fenomeno.

I vari giudizi che noi formuliamo della realtà, secondo una classificazione tradizionale, sono raccolti sotto quattro gruppi, comprendenti ciascuno tre momenti:

  1. quantità dei giudizi: universali, particolari, singolari
  2. qualità: affermativi, negativi, infiniti
  3. relazione: categorici, ipotetici, disgiuntivi
  4. modalità: problematici, assertori, apodittici

Ognuno di questi giudizi risulta dall'applicazione della categoria corrispondente. Con l'"analisi trascendentale" si possono così ricavare le dodici categorie: unità, pluralità, totalità, realtà, negazione, limitazione, inerzia e sussistenza, causa ed effetto, reciprocità, possibilità e impossibilità, esistenza e inesistenza, necessità e contingenza.

Come in Aristotele le categorie hanno bisogno del giudizio per essere adoperate, così in Kant hanno bisogno di un'attività suprema, di un pensare in atto, per esercitare la loro funzione unificatrice del molteplice. Le categorie sono le varie faccettature di un prisma che si chiama pensiero, sono atti unificatori, ma non già in atto, solo potenzialmente attivabili.

Si apre quindi il problema della deduzione delle categorie, cioè di come giustificare l'uso che ne facciamo: è lecito ad esempio attribuire categorie diverse ad uno stesso oggetto? Si tratta del problema, affrontato da Kant nella Deduzione trascendentale della Critica della ragion pura, di unificare le categorie, trovando un principio da cui si possano tutte derivare. Questo principio sarà trovato nell'io penso o appercezione trascendentale.[5]

Le categorie dopo Kant[modifica | modifica wikitesto]

Kant verrà accusato di essersi rinchiuso in un soggettivismo senza vie d'uscita, dato che le sue categorie non servono a conoscere la realtà come è in sé, ma solo per come a noi appare.

Con Fichte esse assumono un ruolo diverso: mentre per Kant avevano lo scopo di unificare il molteplice, per Fichte hanno lo scopo inverso di moltiplicare l'unicità dell'Io, portandolo a dividersi e a produrre inconsciamente il non-io. In tal modo le categorie dell'intelletto hanno anche un valore reale o ontologico, seppure inconscio. Il pensare è creare, ma soltanto al livello dell'intuizione intellettuale.[6]

Con Hegel invece è la logica stessa che diventa creatrice. Le categorie conoscitive di Kant, che erano puramente "formali", diventano insieme "forma e contenuto": sono categorie logiche-ontologiche, determinazioni dell'Idea nel suo procedere dialettico.[7] Un oggetto esiste nella misura in cui è razionale, cioè solo se rientra in una categoria logica.[8]

Per Nietzsche infine, le categorie diventano il risultato dell'evoluzione della razza: la loro efficacia sarebbe data non dalla capacità di rispecchiare il vero, ma dall'utilità nel favorire la sopravvivenza.[9] Concetti ripresi e fatti propri dagli studi etologico-filosofici di Konrad Lorenz, che definiva le categorie gli «apparati immagine del mondo».[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Voce nel vocabolario Treccani
  2. ^ voce sul dizionario etimologico redatto da Pianigiani.
  3. ^ Parti delle fonti da cui è ricavata l'etimologia sono tratte anche dal vocabolario Zingarelli
  4. ^ a b Aristotele, Analitica, libro I.
  5. ^ a b Kant, Critica della ragion pura, in Analitica trascendentale (1781).
  6. ^ Fichte, Dottrina della scienza (1794).
  7. ^ Oltre che da Kant, Hegel si discosta pertanto anche da Aristotele, per il quale le categorie avevano sì una connotazione ontologica (similmente a quelle hegeliane), ma esse sussitevano indipendentemente dal soggetto conoscente, erano qualcosa di già dato, non determinate dalla logica come sostenuto dal filosofo tedesco.
  8. ^ Hegel, Scienza della logica (1812).
  9. ^ «[Le categorie] potrebbero aver fatto, fra molto palpare e tastare intorno, buona prova per una loro relativa utilità... Da allora in poi valsero come a priori, come al di là dell'esperienza, come non rigettabili.[...] E tuttavia esse forse non esprimono se non un determinato finalismo di razza e di specie. Solo la loro utilità è la loro verità» (Nietzsche, in Frammenti postumi, 14[105], 1888-1889, Adelphi).
  10. ^ Konrad Lorenz, L'altra faccia dello specchio (1973), Adelphi.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Hermann Bonitz, Sulle categorie di Aristotele, Vita e Pensiero, Milano 2005

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