La religione entro i limiti della semplice ragione

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La religione entro i limiti della semplice ragione
Titolo originale Die Religion innerhalb der Grenzen der bloßen Vernunft
Immanuel Kant 2.jpg
Immanuel Kant
Autore Immanuel Kant
1ª ed. originale 1793
Genere saggio
Lingua originale tedesco

La religione entro i limiti della semplice ragione è un'opera scritta da Immanuel Kant nel 1793 dove si affronta il problema religioso con i suoi rapporti con quello morale.

Cenni storici biografici[modifica | modifica wikitesto]

La pubblicazione di quest'opera fu occasione di turbamento per la vita regolare e tranquilla del filosofo prussiano tutto dedito al suo lavoro di docente universitario e di studioso.

Con la morte di Federico II, in Prussia era venuto meno il rispetto per la libertà di pensiero che aveva fatto di Berlino l'asilo dei filosofi illuministi, mentre riprendeva vigore il fanatismo religioso e la reazione politica.

Nel 1790 veniva imposto a tutti i pastori luterani un catechismo ufficiale di stato, nel 1791 veniva istituita una commissione governativa per la censura su i libri pubblicati in Prussia.

È in questo clima repressivo che nel 1794 il re Federico Guglielmo II invia a Kant una minacciosa lettera in cui deplora le sue teorie religiose imponendogli di non trattarne più.

Kant respinse le accuse del sovrano ma si disse disposto da buon suddito fedele a sottomettersi all'ordine del sovrano impegnandosi a non scrivere più di argomenti di natura religiosa. Il filosofo mantenne fede alla promessa anche se, dopo la morte di Federico Guglielmo II (1797) riprese a sviluppare temi politicamente delicati, ma non esplicitamente religiosi.

Furono i suoi discepoli a occuparsene, raccogliendo le sue lezioni nell'opera Dottrina filosofica della religione, pubblicata postuma nel 1817.

L'argomento dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

La speranza del premio[modifica | modifica wikitesto]

La Critica della ragion pratica si concludeva stabilendo la necessità di porre come guida dell'azione morale tre postulati, tra cui quello dell'esistenza di Dio. Questa affermazione comportava la risoluzione dell'etica in una religione, sia pure fondata sulla ragione, lasciando tuttavia irrisolto il problema della salvezza:

« Ogni interesse della mia ragione (tanto quello speculativo quanto quello pratico) si concentra nelle tre domande seguenti:
  1. Che cosa posso sapere?
  2. Che cosa devo fare?
  3. Che cosa ho diritto di sperare? »
(Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Dottrina trascendentale del metodo)

La terza domanda apre la via al problema religioso mentre la risposta viene data dalla ragion pratica che mi dice che: «se io faccio quello che debbo fare» posso a buon diritto sperare che Dio ricompensi la mia vita virtuosa con il premio della felicità.

Fra religione e morale vi è quindi un'intima compenetrazione tale che il comportamento morale assume un aspetto religioso, non perché l'uomo morale faccia riferimento a un sistema di regole, di comandamenti che provengano dall'esterno a lui e neppure perché spinto da motivi che motivino ulteriormente il suo agire morale per il timore di un castigo divino o la speranza di un premio, ma perché vi è coscienza che esiste un perfetto accordo tra imperativo categorico e volontà di Dio che non potrà, come giudice giusto, far altro che premiarmi per il mio comportamento buono.

La religione quindi secondo Kant non è altro che «la conoscenza di tutti i doveri come i comandamenti divini...con la speranza di partecipare un giorno alla felicità nella misura in cui avremo procurato di non esserne indegni.» [1]

Una religione razionale[modifica | modifica wikitesto]

La religione quindi, coincidente con l'etica si presenta come assolutamente razionale: non vi sarà bisogno né di dogmi, né di sacerdoti che li custodiscano, né di culti, né di chiese dove praticarli. Tutti coloro che si sottopongono alla morale autonoma degli imperativi categorici saranno i membri di una società spirituale che dà vita alla chiesa invisibile degli uomini di buona volontà.

Una religione naturale come quella auspicata dagli illuministi che la contrapponevano a quella rivelata, positiva, che, sostiene Kant, vuole far apparire la legge morale come avente vigore perché data dal comandamento divino:

« La religione in cui io devo, prima, sapere che qualche cosa è un comando divino, per riconoscerla poi come mio dovere, è la religione rivelata (o che esige una rivelazione): quella, invece, in cui io devo sapere che qualche cosa è un dovere prima che la possa riconoscere come un comando divino, è la religione naturale »
(I. Kant, La religione entro i limiti della semplice ragione, IV)

Il cristianesimo come religione naturale[modifica | modifica wikitesto]

Il cristianesimo dunque è una vera e propria religione naturale come, ad esempio, dimostra il dogma del peccato originale che in realtà si rifà alla tendenza naturale, inspiegabile razionalmente, dell'uomo a mettere in atto comportamenti contrari alla legge morale. Vi è infatti, una inclinazione naturale umana, che Kant chiama male radicale, che spinge l'uomo, pur consapevole razionalmente del bene, a fare irrazionalmente il male. Così la figura di Cristo che nella religione rivelata è configurato come essere trascendente non è altro che la personificazione ideale dell'uomo morale. La fede che si ha in quest'essere superiore è in realtà la fede che ha l'uomo di poter realizzare la legge morale. Tutti i dogmi cristiani sono la trasfigurazione simbolica delle verità naturali morali.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cecilia Dentice d'Accadia, Il razionalismo religioso di E. Kant, Laterza, Bari 1920;
  • Piero Martinetti, Ragione e fede, Einaudi, Torino 1942;
  • G. L. Bruch, La philosophie religeuse de Kant. Aubier, Parigi, 1968;
  • Ada Lamacchia, La filosofia della religione di Kant, Lacaita, Bari 1969.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I.Kant, La religione entro i limiti della semplice ragione, IV
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