Eugenio Torelli Viollier

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(Una delle "parole d'ordine" di Torelli Viollier)

Eugenio Torelli Viollier (Napoli26 marzo 1842 – 26 aprile 1900) è stato un giornalista e politico italiano.

È stato l'ideatore e principale fondatore del quotidiano milanese Corriere della Sera, uscito per la prima volta dalle stampe il 5 marzo 1876 e dal 1904 primo giornale italiano per diffusione, salvo sporadiche alternanze con la Repubblica.

Nasce da padre napoletano, appartenente ad una famiglia di giuristi liberal-riformisti ma antiunitari, e da madre francese, della quale unirà il cognome a quello del padre a partire dal 1866, quando otterrà anche il passaporto transalpino.

Rimarrà presto orfano di entrambi i genitori, venendo affidato, con i fratelli, alla sorellastra Luisa, figlia di primo letto del padre.

Indice

[modifica] L'adesione al movimento garibaldino

Il 25 giugno 1860, in concomitanza con la concessione dello Statuto da parte di Francesco II, Torelli Viollier è chiamato a servire nel neo-istituito ministero dell'Interno.

A far parte di queste fragili istituzioni vengono chiamate le stesse persone che avevano dato vita all'effimera esperienza del '48, oppure, come nel caso di Eugenio, loro parenti stretti. Ma Torelli Viollier non può rispondere alla chiamata. Con il figlio di un altro patriota del '48 gira l'Italia meridionale a far propaganda per il 'Generale Giuseppe Garibaldi.

Il governo di Napoli non ne denuncia la latitanza. Re Francesco II, al contrario, prima di fuggire a Gaeta, promuove Torelli Viollier – e altri – ad un grado superiore, per il quale è previsto uno stipendio (mentre la mansione che svolgeva nominalmente in precedenza era senza retribuzione). Quando Torelli Viollier rientrerà a Napoli al seguito dei garibaldini verrà a conoscenza della promozione. Anni dopo Torelli Viollier verrà duramente criticato da Felice Cavallotti nel corso di una feroce polemica, e ne soffrirà moltissimo.

In realtà la sua fuga da Napoli e l'adesione alle camicie rosse è dettata proprio dall'odio nei confronti della burocrazia borbonica, che egli considera costituita da "leccapiedi più realisti del re". Più di una volta porterà ad esempio negativo proprio l'amministrazione borbonica e, fino al 1894, sosterrà una sorta di strisciante antimeridionalismo, non esente da pregiudizio.

Il 3 gennaio 1861 entra nella capitale meridionale con i garibaldini, dopo aver combattuto, ed entra a far parte dell'amministrazione provvisoria. Al momento di decidere se proseguire la carriera e trasferirsi, eventualmente, a Torino, si dimette.

[modifica] A Parigi e a Milano

Con l'intercessione di Alexandre Dumas è assunto a L'Indipendente, testata nata l'11 ottobre 1860 e patrocinata dal ministro dell'Interno Liborio Romano. Diviene Segretario personale di Dumas. Per quattro anni svolge questa mansione, poi si trasferisce a Milano, al servizio giornalistico dell'editore Sonzogno, che aveva conosciuto a Parigi, conservando buoni rapporti con lo scrittore francese. Da questo momento inizia ad utilizzare il doppio cognome. Da gennaio 1866 è redattore – e direttore responsabile – di due periodici di Sonzogno: L'illustrazione universale e L'Emporio pittoresco.

Nel 1871 torna a lavorare ad un quotidiano, Il Secolo, edito sempre da Sonzogno, dove si occupa di cronaca nera e bianca, oltre che di critica teatrale. Collabora anche con il Gazzettino rosa di Bizzoni e Felice Cavallotti, in quel momento politicamente moderato, ma se ne distacca quando il giornale assume toni decisamente democratici e repubblicani. Quando anche il Secolo si sposta verso l'area mazziniana, il rapporto con Sonzogno si incrina. Il mutato orientamento di Sonzogno e dei suoi periodici è la conseguenza dei fatti dellla Comune di Parigi, dello scandalo della Regia cointeressata dei tabacchi e del "processo Lobbia".

Nonostante questo, Torelli Viollier resta al Secolo per tutto il 1871, stando, però, ben attento a non farsi coinvolgere politicamente, in quanto, soprattutto in questa fase, non condivide la linea editoriale della testata. La "separazione in casa" ed il cattivo carattere iniziano a procurargli nemici, attività in cui eccellerà per tutta la vita. Uscito dal Secolo, il suo nemico numero uno è Cavallotti – ex amico ai tempi di Napoli – e la guerra fra i due, con tanto di risvolti giudiziari, proseguirà fino alla morte del Cavallotti stesso.

La rottura definitiva con Sonzogno avviene nel 1872, quando Torelli Viollier passa al Corriere di Milano; si tratta, comunque, come nel caso di Dumas, di una frattura che non rompe i rapporti amichevoli personali. Il Corriere di Milano è stato fondato nel 1869 dall'Associazione costituzionale (appartenente alla Destra storica), edito e diretto da Emilio Treves (triestino di origine piemontese, già garibaldino, liberale moderato e monarchico). Treves lo mantiene su posizioni di moderatismo e costituzionalismo, più consone al Torelli Viollier.

Al Corriere di Milano, infatti, inizia, finalmente, ad occuparsi di politica. Oltre a scrivere per il Corriere di Milano, Torelli Viollier è anche redattore dell'Illustrazione Italiana, cosa che ne migliora considerevolmente la posizione economica. Grazie a questa raggiunta tranquillità finanziaria, fa venire a Milano la sorellastra ed uno dei fratelli, il più giovane. Quando, però, il Corriere di Milano si fonde con il Pungolo, nel 1874, e Treves viene estromesso, Torelli Viollier è costretto a lasciare.

Dalla fine del 1874 all'autunno del 1875 rimane disoccupato e trascorre un periodo di ristrettezze. Nell'autunno del 1875 si profila un cambio di gestione de La Lombardia – già giornale piemontesista dal 1859 – su cui si pubblicano gli atti ufficiali della Provincia, quindi una testata che ha un certo ruolo nella società lombarda.

[modifica] La direzione de La Lombardia

Ne tratta l'acquisto l'avvocato Riccardo Pavesi, il quale cerca un direttore giovane, dinamico e soprattutto non compromesso: praticamente l'identikit di Torelli Viollier.

Tramite conoscenze comuni, Eugenio si inserisce nelle trattative che si svolgono nello storico Caffè Gnocchi ed alle quali partecipano, fra gli altri, Vincenzo Labanca, amico di Torelli Viollier, giornalista; lo zio di questi Baldassarre, filosofo, e Tommaso Randelli, vecchio amico di Vincenzo Labanca e Torelli Viollier. Alla fine delle trattative, Torelli Viollier ottiene la direzione della testata con un alto stipendio.

Dal timone de La Lombardia ha la possibilità di crescere professionalmente, di farsi conoscere a e di entrare in contatto con ambienti politici a lui affini e con persone che hanno capitali per realizzare progetti. La dichiarazione d'intenti di Torelli Viollier si può considerare una bozza di quella del futuro Corriere della Sera:

Dalla dichiarazione d'intenti di Torelli Viollier all'assunzione della direzione de La Lombardia
"Un giornale oggettivo intendiamo fare noi; un giornale che, prima e piuttosto di discutere le questioni, le studii, che innanzi di sostenere un punto, lo elucidi; ed anziché parteggiare, esponga. Questo è il compito che si impongono principalmente i giornali inglesi, i giornali del popolo che meglio intende e pratica la libertà; ed è quello che vien più trascurato da molti fogli italiani, soliti a tenere come dimostrare le questioni ed i fatti che a loro piacimento piacciono, ed a sostituire al ragionamento l'affermazione, ed allo studio la rettorica […] La Lombardia, dice il nostro titolo, è ufficiale per le inserzioni degli atti legali ed amministrativi della Provincia; il che vuol dire che non lo è pel resto. Continueremo dunque a valerci, nell'apprezzamento degli avvenimenti, di quella onesta libertà che l'ultimo direttore di questo giornale dichiarava ieri aver sempre posseduta. Col Governo abbiamo un vincolo strettissimo, la comunanza di principii, e questo vincolo è la miglior garanzia del nostro indirizzo politico. Gli uomini egregi che sono a capo dello Stato rappresentano le nostre idee, come rappresentano quelle della maggioranza degl' italiani. S'essi non fossero quali sono, noi non avremmo certamente accettato d'esser dove siamo".


L'esperienza alla direzione de La Lombardia del 1875 dura pochi mesi perché Torelli Viollier ha in mente la costituzione di un nuovo quotidiano e vuole perseguire con tenacia questo obiettivo. Affascinato dal modello anglosassone, pensa ad un quotidiano totalmente indipendente, anche dalla Destra e dall'Associazione costituzionale, parte alla quale si sente affine.

Fino al 1875 la fondazione di una nuova testata era impedita da due dati di fatto: la mancanza di uno sponsor che non chiedesse contropartite politiche o personali; la mancanza di spazio, visto che Milano ha già ben 8 quotidiani, in particolare a destra dove Il Pungolo e la Perseveranza fanno il pieno di lettori (sebbene Torelli Viollier abbia in mente un giornale più moderato).

[modifica] Prende avvio l'impresa Corriere della Sera

Alla fine del 1875 questi due ostacoli iniziano a vacillare: prima di tutto è nell'aria la sconfitta elettorale della Destra ed il conseguente ricambio di potere. Per quanto riguarda il secondo dato di fatto, l'esperienza alla guida de La Lombardia lo ha avvicinato, come già accennato, ad una serie di personalità con disponibilità di capitali che potrebbero rappresentare lo sponsor economico che cerca.

Per quanto riguarda l'accennata sensazione di imminente sconfitta elettorale della Destra, è utile fare una breve panoramica politica.

Nel 1874 le elezioni politiche avevano spaccato in due il paese, il Centro-Nord alla Destra ed il Meridione alla Sinistra. Non che nel Settentrione la Sinistra fosse debole: tutt'altro. Ma era eterogenea e questo ne inficiava la capacità di proporsi come forza di governo.

Alla Destra si rimproverava la politica finanziaria inadeguata alle esigenze del neonato stato unitario, la sostanziale non risoluzione della questione meridionale dopo la guerra al brigantaggio, in generale posizioni eccessivamente conservatrici e la sistematica costituzione di una classe dirigente formata da una elite di intoccabili che impediva il ricambio ed il ringiovanimento della classe dirigente medesima.

L'attesa per il cambio di potere si era fatta spasmodica. Più di un intellettuale – ad esempio Giovanni Visconti Venosta, fratello del più noto ministro – inizia a mettere in guardia la grande borghesia imprenditoriale sul pericolo di essere colti impreparati al momento della vittoria della Sinistra.

La borghesia conservatrice lombarda teme che il cambio di potere possa essere una catastrofe e, di conseguenza, reagisce, nella peggiore delle ipotesi, salvando il salvabile.

Gli imprenditori hanno a cuore il mantenimento dell'ordine costituito e auspicano che, al di là di alcune inevitabili riforme, si possa continuare sulla strada che essi definiscono progresso: sostanzialmente continuare a fare affari.

Quanto al re, egli non teme più di tanto la Sinistra, in quanto ha già iniziato un lavorio sottotraccia che porterà al cosiddetto trasformismo, tramite il quale i cambi di potere saranno sostanzialmente ininfluenti.

La borghesia conservatrice industriale è interessata ad aprire un canale di dialogo con la Sinistra per rendere morbida la transizione e per avere la garanzia di poter continuare a fare affari.

[modifica] Un organo per il partito moderato

Questa istanza di moderatismo di destra crea lo spazio politico in cui si può inserire un nuovo giornale, improntato ai valori della Destra, ma capace di dialogo e confronto costruttivo con la Sinistra. In questo senso Il Pungolo e la Perseveranza sono troppo intransigenti e compromessi.

Torelli Viollier, con la parola d'ordine moderazione e mediazione inizia ad acquisire credito. Il suo non essere coinvolto direttamente nella politica si trasforma da limite, quale era stato per diverso tempo, in dote. La linea di conciliazione e di attesa possibilista perseguita dal Torelli Viollier coagula attorno al progetto del nuovo quotidiano la parte più avanzata e meno intenzionata a farsi tagliar fuori della Destra milanese. Non c'è investitura ufficiale da parte dell'Associazione costituzionale, ma anche questo è visto da più parti come una nota di merito.

Tanto l'idea della nuova testata è vista con favore in ambienti politici, quanto è osteggiata in ambienti giornalistici. Sulla Ragione, il ventilato nuovo giornale è deriso ancor prima dell'uscita del primo numero. Il nuovo quotidiano nasce, quindi, ufficialmente come iniziativa personale del Torelli Viollier, che però non dispone del denaro necessario.

Nel giro di pochi giorni – siamo già nel 1876 – trova tre soci: Riccardo Pavesi, che già aveva acquistato La Lombardia e vi aveva messo Torelli Viollier alla direzione e che appoggia il progetto in quanto ansioso di debuttare in politica; Riccardo Bonetti e Pio Morbio, «trovati» dal Pavesi, entrambi avvocati.

Bonetti entra nell'impresa per amicizia del Pavesi ed i due lasceranno alle prime difficoltà. Pio Morbio, figlio dello storiografo Carlo, è invece destinato a lasciare il segno nella storia del Corriere.

Siamo nel febbraio del 1876. I quattro preventivano di poter raccogliere 100mila lire – all'incirca 250mila Euro 2006 –, considerandola la cifra minima per poter iniziare.

Si tratta di una cifra bassa, considerando che la pubblicità non è, all'epoca, una fonte di entrata, che non avevano – a differenza degli altri – sovvenzioni ministeriali (all'epoca quasi una consuetudine e in seguito, alcuni anni dopo, con Crispi, vera e propria voce di bilancio per cui sarà istituito un fondo ad hoc denominato ufficiosamente fondo dei rettili) e neppure l'appoggio finanziario di più o meno grossi gruppi industriali, come tutte le altre testate.

Si consideri, inoltre, che Torelli Viollier partecipa come «socio d'opera», non avendo una lira da investire nell'impresa. In realtà delle 100mila lire preventivate ne raccolgono solo 30mila. Al momento della scelta del nome si opta per Corriere, che nella onomastica giornalistica sta gradatamente prendendo il posto dei tradizionali avvisatore, eco, gazzetta e della Sera perché sarebbe uscito nel tardo pomeriggio. Il primo numero viene annunciato dagli strilloni in piazza della Scala alle 21 di domenica 5 marzo 1876.

Dall'Editoriale con cui Eugenio Torelli Viollier presentò ai lettori il suo nuovo giornale
"Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d'altri tempi. La tua educazione politica è matura. L'arguzia, l'esprit ti affascina ancora, ma l'enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d'una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v'ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica e veniamo a parlarti chiaro.

Non siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: "Siamo moderati, siamo conservatori". Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all'Italia l'indipendenza, l'unità la libertà, l'ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da' papi che la tennero durante undici secoli. […]
Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch'ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e - per conseguenza - il potere.[…] L'Italia unificata, il potere temporale de' papi abbattuto, l'esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l'opera del partito moderato.
Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne' nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c'è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c'è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. […] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso.
Senonché, tenendo l'occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizii liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l'istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l'insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l'estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. [...]
[Conclusione] A' giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle graie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasicamo in un'inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell'emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della sera potrà farsi posto senza che della sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni".

[modifica] La tragedia del suicidio della nipotina

Poco prima dell'uscita del primo numero, Torelli Viollier sposa Maria Antonietta Torriani, una maestra di Novara, istitutrice e scrittrice, oltre che bella donna.

Nell'attività letteraria lei si firma con lo pseudonimo "Marchesa Colombi".

È una donna estroversa, indipendente e gelosa della propria indipendenza, frequenta i salotti e i poeti, ha avuto alcune relazioni sentimentali con personaggi legati alla letteratura fra i quali Giosuè Carducci, sebbene quest'ultima fosse stata più una avventura che una vera e propria relazione.

Al contrario, Torelli Viollier non ha mai avuto una vera relazione amorosa.

Il carattere della Torriani entra da subito in collisione con quello di Luisa, sorellastra di Eugenio – legata al fratello, di dieci anni più giovane, da un rapporto morbosamente materno – e la convivenza sotto lo stesso tetto scatena una ridda di liti e scenate isteriche, soprattutto da parte della Torriani, per reazione molto gelosa.

Proprio lo scontro dei due forti caratteri femminili è alla base della separazione dei coniugi, momento doloroso nella vita di Eugenio, anzi segnato dal cupo colore della tragedia.

Una giovane nipote della Torriani – poco più che adolescente – era venuta a Milano per una breve vacanza e Torelli Viollier aveva dimostrato da subito una spiccata simpatia per l'intelligenza vivace della ragazzina, ma la Torriani, esasperata dalle continue liti con Luisa, fraintende e scatena una scenata di gelosia nei confronti della nipotina. La giovane si sente in colpa e si getta dalla finestra morendo sul colpo. Torelli Viollier riceve la notizia del suicidio mentre si trova a Napoli per lavoro, rientra precipitosamente e ne rimane completamente sconvolto.

A seguito del fatto decide di lasciare la Torriani. Il loro matrimonio è durato poco più di due anni. Torelli Viollier non avrà mai più una compagna.

[modifica] Titta Torelli: per il Corriere un amministratore sui generis

Chiusa la dolorosa parentesi sentimentale, Torelli Viollier torna a concentrarsi sul progetto del Corriere della Sera.

Come scritto poco sopra, il capitale iniziale ammontava a meno di un terzo del preventivato. Ciò impone la necessita di far bene, se non benissimo, i conti, incaricando un ragioniere-amministratore che, possibilmente, non richieda compensi.

Il candidato ideale, o forse l'unico, è Titta Torelli, fratello di Eugenio, primo ed ultimo amministratore del Corriere a non aver mai percepito un compenso.

La sede dev'essere, almeno esteriormente, di prestigio e il posto più prestigioso di Milano, all'epoca, è la galleria Vittorio Emanuele.

Si riesce ad affittare un buco nell'ammezzato di un palazzo la cui entrata è in via Foscolo, ma fino a quando non verranno affidati i civici alla via (erano da pochissimo terminati i lavori di restauro e sistemazione dell'intera area, durati 15 anni) l'indirizzo della sede è "Galleria Vittorio Emanuele 77", in seguito "Via Ugo Foscolo 5".

La redazione resterà allocata in questa sede fino al 30 settembre 1880, poi si sposterà in via San Pietro all'orto.

Il denaro occorrente per dotarsi di una tipografia è, ovviamente, assente. Si ricorre, pertanto, ad un tipografo della vicina via Marino, Enrico Reggiani, che ne possiede una sotterranea. I rapporti tra Corriere e Reggiani saranno sempre improntati sulla sfiducia e sulla scortesia.

Nel 1880 si passerà dalla "Molinari e soci" del Reggiani alla "A. Gattinoni" in via Pasquirolo.

Il costo della carta è proibitivo e Titta Torelli si rende immediatamente conto che, considerate tutte le spese, ci sono soldi per pubblicare al massimo per un anno.

Tutto è un po' precario e avventuroso, ma la volontà di Eugenio è più forte e l'entusiasmo non manca.

Per le indispensabili corrispondenze da Roma, ad esempio, si fa avanti gratuitamente Labanca, il vecchio amico di Torelli Viollier.

Per l'estero si cominciano a prendere accordi con la Stefani e l'Havas.

Per quanto riguarda la redazione, la maggior parte del lavoro è affidato, manco a dirlo, alla penna ed alle forbici (per i dispacci "adattati") di Torelli Viollier, con un ritmo d'aggiornamento di 2/3 giorni per le notizie interne e di 10/15 per l'informazione proveniente dall'estero.

Servono comunque alcuni redattori disposti a prendere stipendi da fame.

Se ne trovano tre:

  • Raffaello Barbiera, veneto, che rinuncia al suo impiego al comune di Venezia per inseguire le sue velleità letterarie.
  • Ettore Deodori Buini da Livorno, colto, da dieci anni nel giornalismo senza, però, aver mai sfondato, amico personale di Eugenio, poliglotta, definito "personaggio salgariano", diventa il caporedattore.
  • Giacomo Raimondi, unico a rappresentare la città dove si pubblica il giornale, dal passato tumultuoso di volontario nel corso delle guerre risorgimentali, d'idee vagamente socialiste, già collaboratore del Sole, fondatore de l'Economista, collaboratore del Gazzettino Rosa, lascia quest'ultimo giornale per la scelta della testata di aderire all'Internazionale marxista, i quattro anni precedenti il suo approdo al Corriere sono di vera e propria fame.

[modifica] Quindicimila copie per il lancio. L' assestamento a tremila (alla fine del secolo saranno già centomila)

Per il "grande lancio" si stampano 15mila copie. L'"assestamento" si aggirerà sulle tremila: un decimo di quelle del Secolo.

Nel 1899, la tiratura media raggiungerà già le centomila copie.

Il primo numero esce alle ore 21 di domenica 5 marzo 1876, con la data 5-6 marzo. Le richieste d'abbonamento, già prima del bebutto, sono 500 (costo per Milano a domicilio 18 lire, resto del paese 24 lire).

Prezzo di una copia: 5 centesimi a Milano, 7 fuori città.

È composto di quattro pagine da 5 colonne.

In prima, naturalmente, c'è il pezzo di Torelli Viollier "Al Pubblico" e l'inizio del romanzo d'appendice, che prosegue anche in fondo alla seconda.

In quarta c'è la pubblicità, con due finestre in terza perché "straripa".

Gli articoli sono come quelli di tutti gli altri giornali. Notizie di "seconda mano" da altre testate del Regno (Fanfulla, Bersagliere, Gazzetta d'Italia etc.) e i "ritagli" composti dalla redazione.

È la prima domenica di Quaresima: il carnevale era finito, nominalmente, la sera prima.

In realtà la mattina, gli altri giornali non sono usciti, così il Corriere vende tutte le copie messe a disposizione.

Il ricavato, però, non va alle magre casse della testata, bensì al Pio Istituto tipografico, sia per non dar ragione alle malelingue – "il Corriere è uscito quel giorno per non avere concorrenti" –, sia per non danneggiare il "Pio Istituto" che tradizionalmente esce quel giorno con l'unico numero annuale del giornale Indipendente, appunto per raccogliere fondi.

[modifica] "Siamo conservatori e moderati, ma teniamo al progresso"

"Al Pubblico", di Eugenio Torelli Viollier, è il titolo dell'editoriale-manifesto del primo numero del Corriere della Sera:

Editoriale
"Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d'altri tempi. La tua educazione politica è matura. L'arguzia, l'esprit ti affascina ancora, ma l'enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d'una festuca. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v'ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro.

Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: “Siamo moderati, siamo conservatori.” Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto, perché hanno dato all'Italia l'indipendenza, l'unità, la libertà, l'ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da' Papi che la tennero durante undici secoli. In grazia loro vediamo questi fatti singolari: un cardinale che paga la ricchezza mobile, una chiesa protestante presso San Giovanni Laterano, un re al Quirinale. In grazia loro si è udito Francesco Giuseppe d'Austria dire a Vittorio Emanuele: “Bevo alla prosperità dell'Italia”, e Guglielmo di Prussia: “Bevo all'unione de' nostri popoli”. Noi dunque siamo conservatori.

Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch'ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, - e per conseguenza il potere. Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade, tutto passa a questo mondo, ma nella storia avrà una nota di gloria d'impareggiabile fulgore, perché ha condotto a termine due imprese di cui una sola sarebbe bastata ad illustrarlo. Dopo aver compiuto l'unificazione d'Italia, ha restaurato le finanze. Se domani dovesse abdicare, potrebbe, con orgoglio che dà l'adempimento d'un gran compito, esclamare: “Nunc dimittis, domine”. Da un disavanzo annuo spaventevole ci ha condotti al pareggio. Non ancora, dite? Ebbene, sia: mancano venti, mancano trenta milioni: che sono appetto ai 700 che mancavano dieci anni fa? Qualche cosa di peggio che le finanze turche. Allora si discuteva sul fallimento dello Stato e si cercava di agguerrircisi: oggi chi osa più pronunziare questa parola? Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l'Imposta – bestia ringhiosa, feroce, spoetata; ma senzessa era follia sperare di vincere. L'Italia unificata, il potere temporale de' Papi abbattuto, l'esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio, - ecco l'opera del partito moderato.

Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite fra noi, entrate ne' nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Lasciate stare i brontoloni del partito, gl'ipocondriaci, gli atrabiliari, che antepongono i moderati ai radicali unicamente come preferirebbero la febbre terzana al colèra; badate agli altri: nessuno è pienamente contento: si potrebbe dire che c'è più rassegnazione che vera e completa soddisfazione. Non c'è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c'è lingue più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. È stato già osservato che per udire sparlare, ma sul serio, de' ministri, bisogna andare in una brigata di deputati di Destra. Ebbene, è vero. Gli è che partito e Ministero sono due cose distinte. Gli è che il partito moderato non è partito immobile, non è un partito di sazi e di dormenti. È un partito di movimento e di progresso. “Noi vogliamo, ha detto il conte di Cavour, la libertà economica, noi vogliamo la libertà amministrativa, noi vogliamo la piena ed assoluta libertà di coscienza, noi vogliamo tutte le libertà politiche compatibili col mantenimento dell'ordine pubblico”. Tale è il credo del partito moderato. Senonché, tenendo l'occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegnamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l'istruzione obbligatoria quando mancano le scuole e i maestri; - di non voler proscrivere l'insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; - di non voler il suffragio universale, se l'estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili e nervose delle città.

Questo giornale, che è moderato, e vuol essere lo specchio fedele dei pensieri di chi scrive, e delle persone savie che vorranno aiutarci de' loro consigli, - e li invochiamo, giacché, se siamo indipendenti, non vogliamo restare isolati, - non promette di essere di più facile contentatura dell'altra gente del suo partito; e però non si farà scrupolo di esprimere la sua opinione, quand'anche questa dovesse tornare sgradita a chi sta in alto o a chi sta in basso. – Certo è che se ci avverrà di censurare, ci studieremo di non essere avventati né iracondi, e ad ogni modo le nostre intenzioni saranno rette. Nulla ci ripugna più del tuono minatorio e degli atteggiamenti da gradasso con cui certi giornali di parte nostra credono opportuno, di tratto in tratto, d'affermare la loro indipendenza. La nostra indipendenza, ch'è reale, non avrà bisogno di queste frasche. Il pubblico non tarderà a conoscere in che acque naviga il Corriere della Sera. Errori se ne commisero, se ne commettono, se ne commetteranno. Il paese non fu sempre servito bene dagli uomini che adoperò. Qualcuno se lo ingraziò e salì al potere, avendo una cosa sulla bocca, un'altra nel cuore. Chi peccò per ignoranza, chi per inesperienza, chi per tristizia d'animo. Qualche volta non errarono gl'individui, errò l'intero partito. Il partito moderato inclinò alla grettezza, alla timidità, al fiscalismo, alle idee aristocratiche: noi che vogliamo tenerlo in piedi, non avremo il diritto di gridare quando lo vedremo in pericolo di perdere l'equilibrio?.

Sentiamo dire: - E la disciplina del partito? – State buoni, voi altri, con la disciplina del partito. Un articolo di giornale non è una palla nera o una palla bianca. Una palla nera può rovesciare un Ministero [Allude, naturalmente, al sistema di voto a scrutinio segreto. N.d.C.], cento articoli non lo scrollano. La disciplina di partito è indispensabile alla Camera: quante nobili coscienze ne ha allontanate questa dura legge! Il giornale non ne è esente del tutto, ma porta certamente un freno assai più largo. Guardate i giornali inglesi, i migliori d'Europa, come si muovono liberamente nell'ambiente del loro partito. Certo, se c'è cosa che abbiamo in odio, è il giornale a tesi, il giornale che guarda ogni materia dal lato dell'opposizione al Ministero o dell'appoggio da dare al Ministero; il giornale che gira ogni mattina nello stesso circolo d'idee, come il cavallo nella cavallerizza; il giornale organetto, che ha due sole suonate, una in maggiore per esaltare i meriti de' suoi amici, una in minore per gemere su' demeriti degli avversari. Ci piace essere obbiettivi; ci piace ricordarci che tu, pubblico, non t'interessi che mediocremente ai nostri odî ed ai nostri amori; che vuoi anzitutto essere informato con esattezza; ci piace serbare, di fronte a' nostri amici migliori, la nostra libertà di giudizio, ed anche, se vuolsi, quel diritto di frondismo ch'è il sale del giornalismo.

Sentiamo dire ancora: Badate, voi dividete il partito. – Davvero? ma era forse diviso il partito quando esisteva a Milano un altro giornale della sera ad un soldo? Crediamo invece che non fu mai tanto forte quanto allora. È diviso il partito radicale perché ha due organi pomeridiani invece d'uno? Ci pare piuttosto che sia, o si creda, più vigoroso oggi che sei mesi fa. Noi non nasciamo per far guerra ai giornali del nostro stesso colore politico; non è ai loro lettori che diamo la caccia. È nel campo degli avversari comuni che confidiamo raggranellarli. E che! dovrebbe durare a Milano la voga di giornali che ogni giorno scoprono una nuova infamia del Governo, che riempiono le loro colonne con un interminabile enumerazione di delitti a carico di quanti primeggiano nella cosa pubblica, giornali che descrivono l'Italia come la preda di un oscena banda di malfattori? Ma s'essi avessero ragione, se la classe dominante fosse davvero quella che dicono, l'Italia che la tollera sarebbe la più corrotta e la più vigliacca delle nazioni. No, no, la classica terra del buon senso, la patria di Parini e di Manzoni, non può compiacersi a lungo di tali esagerazioni e stravaganze. Sono i lettori di quelle corbellerie che noi vogliamo conquistare, contro di loro si debbono rivolgere le forze riunite del Corriere e de' giornali che militano sotto le stesse bandiere. A' giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell'emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della Sera potrà farsi posto senza che dalla sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni".

[modifica] La "prima volta" della Sinistra storica

Il 18 marzo 1876, tredici giorni dopo l'uscita del primo numero, cade il governo e si profila un possibile gabinetto di Sinistra.

Il Corriere, fedele alle dichiarazioni programmatiche delineate da Torelli Viollier, si trova ad avere un ruolo di mediazione, rappresentando la parte nuova del vecchio che sta perdendo.

La caduta del ministero Minghetti era, incredibilmente, attesa ed auspicata anche da buona parte della Destra, che la vede come la sconfitta delle consorterie ed un'occasione di rinnovamento, anche dal punto di vista di un ricambio generazionale.

Una sorta di "attendismo", una "neutralità armata" che nasce dalla necessità di un cambiamento e dalla consapevolezza che quella Destra non sarebbe stata in grado di mettersi in discussione.

Posizione condivisa da gran parte, quella più illuminata, dei "maggiorenti" lombardi. Anche gli operatori economici lombardi guardano all'avvento della Sinistra senza patemi e con guardinga accondiscendenza, tant'è che la Borsa di Milano non subisce scossoni o crolli nei giorni di fine marzo.

A partire dalle elezioni del novembre 1876, il Corriere inaugura una pratica che diventerà tradizione.

Grazie alla completa indipendenza economica, alla non adesione ai finanziamenti del "fondo dei rettili" (ancora nell'agosto del '76 il prefetto Bardesono propone a Torelli Viollier di "far ruotare" la testata in area ministeriale ed accedere al fondo) ed alla libertà intellettuale che Torelli Viollier difende con i denti, il giornale pubblica una lista di candidati che sono "consigliati" ai lettori, senza tener conto della provenienza politica, molto spesso inserendo "ministeriali" (come, prima delle elezioni del novembre 1876, Cesare Correnti e Bettino Ricasoli, uomini che avevano lavorato per la caduta della Destra).

La "lista" rappresenta il tentativo politico di "controbilanciare" l'eventuale eccessiva spinta innovatrice del futuro gabinetto. Quasi tutti i giornali pubblicavano una sorta di lista, ma la novità introdotta dal Corriere è proprio la non adesione incondizionata ad uno schieramento, e non è cosa da poco. Altra innovazione destinata a divenire tradizione è "l'esposizione" dei risultati: appena finito lo spoglio delle schede, Torelli Viollier espone un grande cartello fuori dalla finestra della redazione con i risultati, anticipando di tre ore buone gli altri giornali. Lo stesso sistema viene usato all'arrivo di notizie particolarmente importanti.

Si potrebbe obiettare che il metodo del cartellone fa perdere copie al giornale (in costante crisi finanziaria), in quanto se un cittadino legge la notizia o i risultati elettorali sul cartellone non comprerà il Corriere, ma in questa usanza c'è tutto Torelli Viollier, la sua idea di giornalismo fatta di parole d'ordine come "informare prima di tutto".

[modifica] L'eredità amministrativa ad Albertini: l'uomo che farà grande il Corriere

Torelli Viollier lascia la direzione del Corriere nelle mani di Oliva, nel luglio del 1898. Nomina, a soli 27 anni, Albertini direttore amministrativo della testata.

Nei due anni che seguono la nomina, Albertini apporta sostanziali modifiche.

Introduce, tra i primi in Italia, le rotative cilindriche. Fonda il supplemento domenicale a colori La Domenica del Corriere, che tocca la tiratura di 1milione e mezzo di copie.

La linea editoriale impressa al giornale da Oliva, fortemente conservatrice, non è condivisa da Albertini, il quale, di conseguenza, per quasi due anni non si occupa di questioni politiche, ma continua a portare avanti la sua mansione.

Tra Albertini e Torelli Viollier si è, nel frattempo, instaurato un bel rapporto e il giornalista anconetano acquista, nel gennaio del 1900, una piccola quota della proprietà: un sessantaquattresimo.

Torelli Viollier morirà di lì a poco, il 26 aprile del 1900.

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