Eugenio Cefis

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Eugenio Cefis (Cividale del Friuli, 21 luglio 1921Lugano, 28 maggio 2004) è stato un dirigente d'azienda e imprenditore italiano.

Fu consigliere dell'AGIP, presidente dell'ENI e presidente della Montedison. Nel 1963 venne insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, massimo riconoscimento della Repubblica Italiana.[1]

Per il suo ruolo nella loggia massonica P2 e i forti sospetti avanzati da Mauro de Mauro e Pier Paolo Pasolini su un suo coinvolgimento nell'attentato a Enrico Mattei, cui succedette come Presidente dell'ENI, è una delle figure più controverse dell'ambiente imprenditoriale italiano della Prima Repubblica.

Indice

[modifica] Carriera

All'età di quindici anni si iscrisse all'Accademia Militare di Modena. Proveniente dalla carriera militare, durante la Resistenza fu vice comandante della Divisione Valtoce con il soprannome «Alberto». Fu tra i fondatori della Repubblica dell'Ossola. In quegli anni conobbe Enrico Mattei, che affiancò nell'attività di ristrutturazione dell'AGIP e, in seguito, nella fondazione dell'ENI. Alla morte di Mattei, occorsa in un attentato aereo nel 1962, divenne presidente dell'ENI Marcello Boldrini; Cefis gli successe alla guida dell'ente petrolifero nel 1967.

Secondo alcune voci della cultura italiana, Cefis avrebbe avuto tuttavia, nella morte di Enrico Mattei, un ruolo oscuro. Giorgio Steimetz (alias Corrado Ragozzino

)[2] lo descrisse come un nemico che tramava nell'ombra per ottenere la presidenza dell'ENI e neutralizzare la politica fortemente indipendente di Mattei: è la tesi espressa nel volume intitolato Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente, Agenzia Milano Informazioni, Milano 1972. Il libro di Steimetz fu subito ritirato dal mercato e da tutte le biblioteche italiane, sparendo completamente dalla circolazione. In questo senso, Cefis avrebbe agito come rappresentante di poteri che volevano ricondurre la politica energetica italiana in orbita atlantica, con un comportamento coerente con i dettami delle multinazionali angloamericane del petrolio.

Godette dell’appoggio di Amintore Fanfani e dei leader DC del Triveneto. In campo finanziario, seppe come ottenere la fiducia di Enrico Cuccia, il banchiere al vertice di Mediobanca. L’istituto di via Filodrammatici vantava dei crediti di difficile riscossione nei confronti della Montedison, il colosso chimico nato nel 1966 dalla fusione della Montecatini con l'ex azienda elettrica Edison.

Cefis trovò il modo di togliere le castagne dal fuoco a Cuccia. Iniziò segretamente a comprare azioni della Montedison con i soldi dell’Eni e i dovuti appoggi politici a Roma. Cominciò così la sua scalata al gigante chimico, che si concluse nel 1971, quando Cefis abbandonò l'Eni e divenne presidente della stessa Montedison. Questa mossa sollevò molte polemiche: egli infatti aveva utilizzato il denaro dell'Eni (cioè denaro pubblico) per diventare presidente di una società privata.

Cefis progettò di fare della chimica un settore competitivo a livello internazionale sulla base di due considerazioni: a) le enormi potenzialità legate alla petrolchimica; b) la precisa convinzione dell’esistenza in Italia dello spazio per un solo grande operatore. Ma si rese ben presto conto che il governo, tramite le Partecipazioni statali, voleva entrare anche nella chimica e non gli avrebbe lasciato le mani libere.
Dopo aver respinto una scalata alla Montedison condotta dalla “sua” Eni e da Nino Rovelli, appoggiati da Giulio Andreotti, decise che era il momento di attuare quella strategia che egli rivelerà alcuni anni più tardi in una delle sua rare interviste: “Non si può fare industria senza l’aiuto della politica e un giornale può servire da moneta di scambio”.

Cefis instaurò così un braccio di ferro con Gianni Agnelli, che non aveva nessun tipo di feeling con Fanfani ed era padrone de La Stampa di Torino, oltre ad essere nella proprietà del Corriere della Sera. Nel 1974 lo scontro ebbe come teatro la presidenza di Confindustria. L’Avvocato fece il nome del repubblicano Bruno Visentini, Cefis replicò con quello di Ernesto Cianci. Dopo un gioco di veti incrociati, alla fine si arrivò a un compromesso: Agnelli presidente e Cefis vicepresidente.

L’intesa riguardò anche i giornali: Cefis ebbe via libera per Il Messaggero (il quotidiano più venduto di Roma), Agnelli ottenne che La Gazzetta del Popolo non desse più fastidio alla Stampa (infatti verrà chiusa nel giro di pochi anni) e in cambio acconsentì che la Rizzoli acquistasse il Corriere. A metà degli anni Settanta il suo potere era enorme.

Nel 1977 Eugenio Cefis lasciò improvvisamente la scena pubblica per ritirarsi a vita privata in Svizzera e gestire il suo patrimonio, stimato allora in cento miliardi di lire.

[modifica] Le indagini di P.P. Pasolini

Una grande figura di intellettuale si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana: Pier Paolo Pasolini, che ne fece uno dei due personaggi "a chiave", assieme a Mattei, di Petrolio, il romanzo-inchiesta (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte. Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l'alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali. Secondo autori recenti e secondo alcune ipotesi giudiziarie suffragate da vari elementi, fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso[3]: cfr. per esempio il volume di Gianni D'Elia, Il petrolio delle stragi, Effigie, Milano 2006.

[modifica] Fondatore della loggia massonica P2

In base a un appunto del Sismi rintracciato dal pm Vincenzo Calia nella sua inchiesta sulla morte di Mattei, la Loggia P2 sarebbe stata fondata in realtà da Cefis, che l'avrebbe diretta sino a quando fu presidente della Montedison; poi sarebbe subentrato il duo Umberto Ortolani-Licio Gelli.[4]

[modifica] Dissero di lui

Per Guido Carli fu l'esempio più evidente di quella che il Governatore chiamò la "borghesia di Stato".

[modifica] Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce

[modifica] Note

  1. ^ quirinale.it
  2. ^ 'Gianni D'Elia: Petrolio la bomba di Pasolini' su Il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2010, pagina 14
  3. ^ 'Borgna e Lucarelli: Così morì Pasolini' su MicroMega
  4. ^ 'Gianni D'Elia: Petrolio la bomba di Pasolini' su Il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2010, pagina 14

[modifica] Bibliografia

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