Brigate Rosse

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La stella a cinque punte,simbolo delle Brigate Rosse
La stella a cinque punte,
simbolo delle Brigate Rosse
« Colpirne uno per educarne cento »
(Brigate Rosse, ripreso da Mao Tse-Tung)

Brigate Rosse (spesso abbreviato in BR) è il nome di un'organizzazione terroristica di matrice marxista-leninista - in parte tuttora attiva sotto l'indicazione di nuove Brigate Rosse - fondata da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol nel 1970.

È considerata il maggiore gruppo di avanguardia rivoluzionaria del secondo dopoguerra in Italia e nell'Europa Occidentale.

Ha operato in Italia a partire dall'inizio degli anni settanta, attraverso una struttura politico-militare, compartimentata e organizzata per cellule, compiendo atti di guerriglia urbana e terrorismo contro persone ritenute rappresentanti del potere politico, economico e sociale (uccisione, ferimento [1] o sequestro di numerosi uomini politici, magistrati e giornalisti).

Lo scopo dichiarato del piano brigatista era l'abbattimento dello "Stato Imperialista delle Multinazionali" (S.I.M.) e la sua sostituzione con una democrazia popolare espressione della dittatura del proletariato.

L'organizzazione fu smantellata principalmente grazie alla promulgazione di una legge che concedeva cospicui sconti di pena ai membri che avessero rivelato l'identità di altri compagni. Questo processo di delazione fu massiccio, al punto che la maggior parte dei membri delle Brigate Rosse, anche tra coloro che si macchiarono dei delitti più gravi, non scontarono che pochi anni di carcere. Oggi, in questo modo, molti di costoro vivono con stipendi o sussidi statali o di altri enti pubblici.[citazione necessaria]

Indice

[modifica] Ideologia

Volantini delle BR con la tipica stella a cinque punte
Volantini delle BR con la tipica stella a cinque punte

Secondo fondatori e dirigenti, le Brigate Rosse dovevano "indicare il cammino per il raggiungimento del potere e l'instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo anche in Italia". Tale obiettivo doveva realizzarsi attraverso azioni politico-militari e documenti di analisi politica detti "risoluzioni strategiche", che indicavano gli obiettivi primari e la modalità per raggiungerli.

È da tenere presente che le Brigate Rosse hanno sempre rifiutato la definizione di "organizzazione terroristica", attribuendosi invece quella di "guerrigliera". Anzi, i brigatisti ritenevano non conclusa la fase della Resistenza all'occupazione nazifascista dell'Italia. Per la precisione, ritenevano che all'occupazione nazifascista si fosse sostituita la più subdola occupazione economico-imperialista del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali), a cui bisognava rispondere intraprendendo un processo di lotta armata che potesse scardinare i rapporti di oppressione dello Stato e fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo insurrezionale. Per tal motivo, il Professor Giovanni Senzani, nei comunicati ufficiali dell'organizzazione terroristica, nonché sugli stendardi che servivano di sottofondo per le fotografie ai cosiddetti "prigionieri politici" faceva iscrivere la frase: "La rivoluzione non si processa!"[2].

[modifica] Le origini del movimento brigatista: La nascita del "Partito Armato"

Analizzando il termine a posteriori, il sostantivo "Partito" mal si applica alla realtà brigatista, in quanto il movimento eversivo non aveva una tipica struttura dei partiti come li conosciamo, mentre l'attributo "Armato" - invece - possiede una sua logica nel mito rivoluzionario della "Guerra di liberazione tradita a causa della spartizione del potere tra le diverse anime politiche del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), com'ebbe a scrivere lo stesso Franceschini in un suo noto pamphlet.

Per continuare la liberazione del paese, sospesa - a loro dire - nel 1945, una parte degli aderenti al movimento eversivo recuperò le armi mai consegnate alle autorità da parte di alcuni partigiani, come testimonia la foto diffusa dopo il rapimento Macchiarini, in cui sulla guancia sinistra dell'ostaggio era appoggiata la canna di una pistola Luger, tipica arma della Seconda Guerra Mondiale, impugnata in quell'occasione proprio da Franceschini in persona. [3]. Nel contempo, l'altro troncone del movimento, quello d'ispirazione "cattolico" - e sindacalista stava muovendo i primi passi nell'àmbito della contestazione giovanile.

La preparazione e l’avvio vero e proprio della lotta al sistema comincia con l’occupazione di alcune università italiane nel 1967 ed in particolare presso la facoltà di sociologia dell’Università di Trento, istituita nel 1962, anno in cui s'iscrive lo studente Renato Curcio. In tale ambiente nasce e si sviluppa quella che diventerà poi la sintesi tra cristianesimo e rivoluzione di quegli anni e cioè la consapevolezza che il Regno di Dio sia da ricondurre al regno dell’uguaglianza teorizzato dal marxismo rivoluzionario. "Non è casuale che alcune provenienze appartengano al mondo cattolico, laddove il Vangelo veniva sentito come lettera tradita": tra questi Renato Curcio e Marco Boato. Da Trento si trasferiscono poi a Milano dove nel 1969 danno vita al Collettivo Politico Metropolitano[4]. La contestazione studentesca venne presto incanalata in un contesto politico di lotta generazionale. In Italia il movimento studentesco venne presto assorbito per la maggior parte dal mondo della sinistra extraparlamentare od, in parte minoritaria, della estrema destra e più tardi sfocerà nel terrorismo.

Le motivazioni che spinsero allora molti giovani a spendere la propria vita a servizio della rivoluzione, convinti "che la politica dovesse essere intesa solo come azione, come attacco frontale e senza riserve", risiedevano nelle scelte di scardinare senza mediazioni diplomatiche il sistema di gestione del potere politico. Dal punto di vista di chi scelse la via rivoluzionaria, questo era completamente in mano ad esponenti della precedente generazione che non potevano esser rimossi per via democratica; gli uni erano intenti a recuperare i valori della libertà del paese dagli stranieri, nazisti od americani che fossero, gli altri tesi a "forgiare" una società egualitaria in cui marxismo e cattolicesimo radicale fossero fusi insieme.

[modifica] Gli albori - Periodo 1970-1974: la propaganda armata

Viste dal loro interno, le BR non furono mai quel fronte unitario che la propaganda descrisse, e che gli stessi terroristi volevano fosse accreditato.

Il retroterra culturale in cui nascono le future Brigate Rosse è quello di scontro sociale che contraddistingue il biennio 1968 - 1969, un periodo violento di lotte operaie e studentesche. Il movimento politico - culturale sessantottino cercava la fusione tra l'università e la fabbrica, ovvero il coordinamento stretto tra le lotte operaie e le occupazioni studentesche delle università. Nell'area milanese, al fianco di quelli che saranno i "gruppi storici" della nuova sinistra si formano molti Comitati Unitari e Collettivi Autonomi. Il contesto storico in cui le BR cominciarono la loro attività era quello di un Italia di stragi di Stato e tentativi di golpe. La nascita delle BR è legata al periodo dei durissimi conflitti sociali che percorrevano la penisola nel corso del periodo successivo al cosiddetto "Autunno caldo" del 1969.

Il coordinamento di un certo numero di collettivi autonomi, nell'autunno del 1969 a Milano, prese il nome di Collettivo Politico Metropolitano (CPM), un movimento che raccoglieva tutte le idee in fermento della nuova sinistra di quel periodo. Il CPM raccolse decine di collettivi eterogenei composti da operai, cantanti, grafici, insegnanti, tecnici, attori e musicisti e lavorò sotto forma di centro politico-ricreativo-culturale fino al dicembre del '69, quando per le mutate condizioni politiche (la tensione generale dovuta alla strage di piazza Fontana) cessò l'attività e diede vita all'organizzazione extraparlamentare Sinistra Proletaria.

Tale organizzazione esprimeva alcune delle posizioni teoriche che saranno alla base della piattaforma ideologica brigatista: l'occupazione statunitense dell'Italia tramite le multinazionali si esprimeva con la collocazione al potere di una classe dirigente immutabile e non eliminabile per via pacifica con le votazioni. Nel contempo, la messa all'opposizione dei partiti della sinistra s'inquadrava nella strategia tipica delle multinazionali capitaliste, le quali sfruttavano il lavoro malpagato della classe operaia solo per incrementare i profitti. Sinistra Proletaria sarà organizzazione di riferimento per operai e tecnici di due stabilimenti produttivi milanesi: Sit-Siemens e Pirelli.

Ad essi si affiancarono studenti di diversa estrazione e sotto-proletari dei quartieri popolari di Milano (in particolare il Lorenteggio, Quarto Oggiaro e il Giambellino).

I personaggi che daranno vita a questo progetto provengono dalla Libera Università di Trento (Renato Curcio, Margherita Cagol, Giorgio Semeria), dalle federazioni giovanili comuniste di Reggio Emilia (Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, questi ultimi sono giovani usciti dalla FGCI, l'organizzazione giovanile del PCI) e dal movimento delle fabbriche (Mario Moretti, tecnico della Sit-Siemens, che entrerà nel gruppo nel 1971). Nel primo periodo di attività la lotta politica delle BR si esprime a suon di attentati incendiari contro le macchine dei capi delle fabbriche, volantinaggi, rapimenti lampo e conseguenti gogne mediatiche di capi reparto.

Con tali gesti eclatanti, ma non sanguinari, il gruppo armato intende scuotere le coscienze rivoluzionarie e creare adepti. Le posizioni delle BR sono esposte, oltre che dai volantini che accompagnano gli interventi, in brevi documenti o con autointerviste dei membri. Curiosamente, questa prima fase del movimento, che - in sèguito - verrà ripudiata, sortisce un notevole effetto in termine di bacino di consensi. Essa frutterà, a posteriori, assai più della campagna di sangue che si verrà a stabilire dopo il 1975.

Tra il 1970 e il 1974 le BR agiscono prevalentemente in ambito operaio, con piccoli gruppi che operano all'interno delle fabbriche in modo spesso clandestino. Inizialmente agiscono solo nel milanese. Successivamente estendono il proprio operato in Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia Romagna. Vengono organizzati gruppi parasindacali ognuno dei quali, detto "Brigata", fa propaganda nelle fabbriche e in particolare nelle aziende soggette a piani di ristrutturazione o nelle quali il rapporto dei lavoratori con la dirigenza e la proprietà è conflittuale.

Il primo comizio politico delle neonate Brigate Rosse avviene nel quartiere milanese di Lorenteggio, nell'Aprile 1970. Secondo molti esperti del settore, la denominazione "Brigate Rosse" viene ad esser stata assunta in antitesi a quella di uno dei più famigerati corpi di repressione antipartigiana della Repubblica Sociale Italiana, le Brigate Nere[5]. Uno dei suoi fondatori (Renato Curcio) racconta invece di un riferimento all'organizzazione armata legata alla Resistenza partigiana milanese, la Volante Rossa, da cui l'aggettivo "Rossa" legato a "Brigata", tipica denominazione militare. Le prime azioni dell'organizzazione infatti furono firmate "Brigata Rossa" al singolare.

Nel Settembre del 1970 Sinistra Proletaria entrava in crisi durante un convegno a Pecorile (un piccolo paese in provincia di Reggio-Emilia), dove alcuni componenti dell'organizzazione decisero di dare vita ad una nuova esperienza organizzativa che adottasse come pratica politica la lotta armata, sotto l'esempio della guerriglia metropolitana dei Tupamaros, delle azioni dei Black Panthers e della Bolivia di Che Guevara, seguendo l'onda della nascita dei primi gruppi armati italiani (il Gruppo XXII Ottobre e i GAP di Giangiacomo Feltrinelli).

Agli albori della loro storia, le BR erano un un ristretto gruppo rivoluzionario che aveva scelto l'azione diretta come pratica di lotta facendo riferimento ai gruppi armati europei (l'Action Directe francese e la RAF tedesca) e a quelli appena sorti in Italia i Gruppi d'Azione Partigiana fondati da Giangiacomo Feltrinelli (che prendevano il nome da un'analoga formazione partigiana, i "Gruppi d'Azione Patriottica" al tempo della Resistenza) e il gruppo genovese 22 Ottobre.

Il primo periodo di attività si svolse tutto all'interno del mondo delle fabbriche e le azioni avevano come obiettivi i nemici politici del movimento operaio e delle attività delle organizzazioni di sinistra attive all'interno degli stabilimenti: da qui i primi sequestri lampo di personalità legate alla dirigenza delle aziende e i vari attentati incendiari contro le automobili di capi e "capetti" particolarmente ostili alle rivendicazioni politiche dei lavoratori.

La loro è una proposta di lotta, un'alternativa concreta per molti, insoddisfatti dell'andamento delle trattative e per altri, convinti che i sindacati non sappiano interpretare le loro reali esigenze L'esperienza dei Comitati Unitari di Base (CUB) che spesso hanno scavalcato i sindacati confederali, ritenuti troppo arrendevoli, se non - addirittura - complici degli imprenditori, dando contenuti particolari alle trattative, agli occhi di alcuni appare valida: non pochi operai rivendicano la propria autonomia.

Questo è il periodo della cosiddetta "propaganda armata": dare segnali di lotta concreti con azioni dimostrative e atti di forza per conquistare consensi all'interno della classe operaia. Successivamente le BR uscirono dalla logica dello scontro all'interno delle fabbriche per dare vita ad un progetto politico di più ampio respiro: incidere direttamente sul processo politico nazionale per modificare i rapporti di forza politici all'interno del paese.

Questa scelta, dettata dalla necessità di cercare uno sbocco politico che potesse portare a dei risultati politici concreti, portò a quello che venne definito "l'attacco al cuore dello Stato".

Non esiste un atto ufficiale di fondazione delle Brigate Rosse. Molti ritengono che la nascita dell'organizzazione sia avvenuta nel corso del convegno organizzato dal Collettivo Metropolitano Milanese del 28 Novembre 1969, nell'albergo Stella Maris di Chiavari (di proprietà ecclesiastica, la cui sala convegni fu all'uopo affittata da Curcio), dove si tenne - secondo quanto racconta uno dei capi storici, Alberto Franceschini, nel suo libro dal titolo: "Mara, Renato ed io" - un convegno del neonato Collettivo politico metropolitano (CPM).

Secondo lo stesso Franceschini in quell'occasione non si accennò alla lotta armata e alla clandestinità, che divennero in seguito tratti distinti dei militanti delle BR. Di diversa opinione è Giorgio Galli nel suo libro "Storia del Partito Armato" (1986), in cui afferma che - nel contesto della summenzionata riunione - fu trattato il tema "Il fiore violento della lotta armata".

Ad accomunare i militanti del CPM - il cosiddetto nucleo storico delle Brigate Rosse - è il marxismo-leninismo nella versione della Terza Internazionale, rinverdita dall'analisi maoista. Proprio la diversità tra la visione maoista (era allora in pieno svolgimento in Cina la cosiddetta "Rivoluzione Culturale", che fu interpretata dai sessantottini quale "rivoluzione"; sul coinvolgimento delle masse popolari, rispetto al marxismo - leninismo ortodosso (ruolo indiscutibile del "Partito - Guida") creerà, in futuro, una frattura insanabile all'interno del movimento comunista. Molti militanti del CPM provenivano dall'esperienza cattolica. Un anno più tardi una parte del CPM dà vita al gruppo "Sinistra Proletaria".

Dopo la Strage di Piazza Fontana che diede l'avvio alla cosiddetta "Strategia della tensione", con un crescendo di attentati che per venticinque anni insanguinarono il paese, avvenuta neppure un mese dopo dal convegno proto - brigatista di Chiavari, 12 Dicembre 1969, interpretata da gran parte dei movimenti del tempo come strage di stato intesa a dissuadere, con metodi terroristici, il cammino delle lotte operaie e studentesche, il dibattito già in corso sull'uso della violenza, trova in molte formazioni extraparlamentari sollecitazione ed impulso per la creazione di un gruppo armato di autodifesa. In Sinistra Proletaria esso si traduce nella scelta da un lato di dare vita ad un giornale (Nuova Resistenza), mentre dall'altro si forma, alla Pirelli di Milano, la prima Brigata Rossa (20 Ottobre 1970).

L'ideologia brigatista si riconduceva - a loro dire - ad una "incompiuta lotta di liberazione partigiana dell'Italia": come i partigiani liberarono il popolo dalla dittatura nazifascista, così il nuovo movimento rivoluzionario avrebbe liberato una volta per tutte il popolo dalla servitù alle multinazionali statunitensi. Alla logica partigiana si ispiravano i soprannomi che i brigatisti utilizzavano per celare la vera identità, nonché la struttura verticale dell'intera organizzazione: gruppi di fuoco inquadrati in cellule, a loro volta raggruppate in colonne sotto l'egida della direzione strategica.

Nel mondo dell'estrema sinistra maoista e marxista-leninista, dei collettivi autonomi, si vedeva un nesso tra sindacalismo militante ed azione partigiana: era, a loro dire, la risposta da dare alla "Strategia della tensione" instaurata in quegli anni dai - si diceva - "servizi segreti deviati, complici della C.I.A.". "Alzare il tono dello scontro!" era lo slogan che condiva questa visione della realtà. Ed in effetti, Franceschini, uno dei fondatori del "Partito armato" apparteneva alle frange più estremiste del sindacato. Anche Mario Moretti proveniva dalle file del sindacato (Cisl).

L'altra anima delle Brigate Rosse fu quella della contestazione studentesca, nella fattispecie quella sorta alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento, cui appartenevano sia Renato Curcio che la moglie, Margherita Cagol.

Nell'Aprile 1970, i primi volantinaggi ed i primi comizi iniziarono a Milano, la capitale industriale dell'Italia. Stando a quanto affermato dai testimoni oculari, le Forze dell'Ordine non intervennero. Il 14 Agosto, nello stabilimento della Sit-Siemens apparve un pacco di volantini ciclostilati il cui contenuto, aspro e provocatorio, illustrava delle situazioni aziendali mischiandole con insulti feroci rivolti a «dirigenti bastardi» e «capi reparto aguzzini».

Ed otto giorni più tardi le Bierre si fecero vive ancora. In pieno giorno un motociclista, casco e occhialoni, passò davanti allo stabilimento Sit-Siemens di Settimo Torinese e scagliò contro il cancello d'ingresso un centinaio di volantini. Tali ciclostilati contenevano nomi ed indirizzi di dirigenti ed operai dell'azienda, accusati di legami con il padronato," che devono essere colpiti dalla vendetta proletaria". L'invito rivolto agli operai è perentorio, "dovete agire" .

Anche questo volantino era firmato" Brigate Rosse".

I primi passi delle future Brigate Rosse si sono svolti, sempre secondo Franceschini, nell'Agosto del 1970 a Pecorile (frazione di Vezzano sul Crostolo), dove si riunirono i militanti del Collettivo. Fu decisa la fusione del troncone favorevole alla lotta partigiana con quello sindacalista.

In Settembre arrivarono anche gli esempi di come, secondo i brigatisti, si dovesse condurre la" lotta proletaria armata". I primi attentati incendiari ad opera delle BR vennero eseguiti poco tempo dopo, appunto nel Settembre del 1970; a farne le spese fu l'auto del dirigente dell'ufficio del personale della Sit Siemens di piazza Zavattari a Milano, tal Giuseppe Leoni.

L'azione venne rivendicata lasciando sul posto due strisce di carta con la scritta "Brigate Rosse", e qualche tempo più tardi con dei volantini lasciati nei bagni della fabbrica sui quali si leggevano anche altri nomi da colpire. Scenario assai simile si verificò alla Pirelli: prima apparvero dei volantini con una "lista di proscrizione", poi, il 27 novembre, venne data alle fiamme l'auto di Ermanno Pellegrini, capo dei servizi di vigilanza dello stabilimento. La direzione reagì licenziando un ignaro operaio, tal Della Torre, ma di nuovo le BR ribatterono incendiando anche l'auto al capo del personale, e nel rivendicare questa azione misero in risalto l'inumanità del licenziamento, da parte della dirigenza Pirelli, di un "padre di famiglia e comandante partigiano".

I giornali dell'epoca, in relazione alle BR, si riferivano ad una non meglio precisata "Formazione dell'estrema sinistra extraparlamentare". Il Partito Armato nasce, pertanto, come "guida" ad una lotta dura al padronato, senza tralasciare le lotte politiche (infatti, nei primi mesi del 1971 viene data alle fiamme pure l'automobile del responsabile del FdG, il missino Ignazio La Russa).

La prima azione delle Brigate Rosse che abbia un certo peso avviene nella notte del 25 Gennaio 1971: otto bombe incendiarie vengono collocate sotto altrettanti autotreni sulla pista prova pneumatici di Lainate dello stabilimento Pirelli. Tre autotreni vengono distrutti dalle fiamme. La prima azione BR che invece ha come obiettivo una persona avviene a Milano il 3 Marzo 1972, quando l'ingegner Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, viene prelevato di fronte allo stabilimento, fotografato con un cartello al collo (sul quale si leggeva: "Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpirne uno per educarne cento") e sottoposto ad un interrogatorio (il cosiddetto "Processo Proletario nel Carcere del Popolo") di alcune ore sui processi di ristrutturazione in corso nella fabbrica.

Il simbolo delle BR è una stella asimmetrica a 5 punte inscritta in un cerchio. Comparve per la prima volta in alcuni volantini ciclostilati nel 1971. I primi brigatisti scelgono la stella come simbolo dell'organizzazione perché tale simbolo era stato adottato da diversi movimenti rivoluzionari dell'epoca. Non riescono tuttavia a disegnare una stella perfettamente simmetrica e vogliono che il loro simbolo sia facilmente riproducibile. Per questo motivo prendono come punto di riferimento, nei diversi tentativi di disegnare una stella simmetrica, un cerchio che si può disegnare facilmente con l'ausilio di una moneta e una stella che si può disegnare senza staccare la matita dal foglio.

Si rassegnano infine all'asimmetria della loro stella, che diventa un tratto distintivo del simbolo. La stella era di color bianco su sfondo rosso e compariva in mezzo, tra la lettera "B" e la lettera "R". A volte, sotto la stella campeggiava uno slogan, il più delle volte recitante: "La rivoluzione non si processa!".

Il 2 maggio 1972, a Milano, scatta la prima rilevante operazione di polizia contro le BR. La maggior parte dei militanti ricercati, tuttavia, riesce a sottrarsi all'arresto. Da questo momento la semiclandestinità si trasforma per la nascente organizzazione in vera e propria scelta clandestina.

I militanti delle BR, oltre a diffondere le proprie idee, prendono di mira quadri e dirigenti aziendali, incendiandone le auto o realizzando brevi rapimenti, di solito della durata di qualche ora, allo scopo di intimidire il rapito e la dirigenza dell'azienda e dimostrare la forza e la spregiudicatezza dell'organizzazione.

Ne fanno le spese tra gli altri: il già menzionato ingegner Idalgo Macchiarini della Siemens, l'ingegnere Michele Mincuzzi dell' Alfa Romeo sequestrato per alcune ore il 28 giugno 1973 e Ettore Amerio, capo del personale FIAT, (10 - 18 Dicembre 1973).

Il 2 maggio 1972 la polizia individuò un "covo" delle BR in via Boiardo, a Milano, arrestando un militante Marco Pisetta, e trovando materiale che portò a molti arresti. In seguito a questo ritrovamento le BR scelsero la via della clandestinità totale. In un documento essi spiegano i motivi della loro decisione: "La clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 maggio 1972. Fino ad allora impigliati come eravamo in una situazione di semi-legalità, essa era vista più nei suoi aspetti tattici e difensivi che nella sua portata strategica." (dalla requisitoria del PM Bruno Caccia nel processo contro le BR a Torino). Pisetta, un elettrotecnico di Trento, dove aveva conosciuto Renato Curcio, fu il primo pentito delle BR, collaborò e ottenne di essere rilasciato. Il Pisetta si trasferì a Friburgo in Germania. Le BR cercarono di rintracciarlo, probabilmente per ucciderlo, ma senza riuscirci. Si costituì nel 1982 e ottenne nel 1986 la grazia dall'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Nell'agosto-settembre 1972 le BR, sul modello organizzativo proposto in Uruguay dall'organizzazione guerrigliera urbana dei Tupamaros, costituiscono a Milano e a Torino due colonne, ognuna delle quali composta da più brigate operanti all'interno delle fabbriche e dei quartieri. Inoltre con la distinzione tra forze regolari (militanti di maggior esperienza politica totalmente clandestini) e forze irregolari (militanti di tutte le istanze che fanno parte a tutti gli effetti dell'organizzazione senza essere totalmente clandestini), viene precisata la definizione dei livelli di militanza.

Intanto si consolidano accordi organizzativi con collettivi del lodigiano e dell'Emilia-Romagna.

Foto diffusa dalle BR del sequestro Macchierini
Foto diffusa dalle BR del sequestro Macchierini

Nell'autunno 1973, in un incontro tra esponenti della colonna di Milano e di Torino viene deciso di articolare il lavoro delle colonne in tre settori: il settore delle grandi fabbriche; il settore della lotta alla controrivoluzione (attentati contro i partiti di destra e di centro); il settore logistico (finanziamento ed armamento).

A Milano la brigata di fabbrica della Sit-Siemens incoraggia la formazione dei Nuclei Operai di Resistenza Armata (NORA) con una propria autonomia operativa, seppur fortemente dipendente dalle BR medesime. I NORA, la cui prima azione è del 2 Maggio 1973 e l'ultima del 28 gennaio 1974, compiono alcuni attentati incendiari contro beni di fascisti della fabbrica (in genere automobili) e contro alcune sedi della polizia.

A Torino, in breve tempo, le BR trovano adesioni in tutti gli stabilimenti della Fiat ed in molte altre grandi fabbriche (Pininfarina, Bertone, Singer).

Nel febbraio-marzo 1974 avviene il primo salto di qualità: una riflessione congiunta delle due colonne, milanese e torinese, sull'esito delle lotte operaie alla FIAT, porta alla decisione di dare respiro strategico all'organizzazione, proiettando la sua forza contro le istituzioni politiche e contro lo stato. La fase della propaganda armata è finita. Comincia l'attacco al cuore dello Stato.

[modifica] Periodo 1974-1980: l'attacco al cuore dello Stato

Il lavoro di propaganda e intimidazione nelle fabbriche produce risultati modesti e la strategia cambia. A parte saltuari attacchi al MSI, come nella vicenda di Giralucci e Mazzola, uccisi a Padova il 17 giugno 1974, le BR decidono di concentrarsi sull'attacco allo Stato, colpendo quelli che ritengono esserne i rappresentanti ("I servi dello stato"): politici, magistrati, forze dell'ordine.

Dalla necessità di coordinare a livello nazionale i Settori nascono due Fronti: il Fronte delle grandi fabbriche ed il Fronte della lotta alla controrivoluzione. Nel corso di un'incursione nella sede MSI di via Zabarella, restano uccise due persone, Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, appunto. Per le Br si tratta della prima azione mortale, anche se - con ogni probabilità - non programmata. Il nucleo veneto gestisce l'evento, rivendicandolo all'interno della pratica dell'antifascismo militante. Le Brigate Rosse, a livello nazionale, pur assumendone la responsabilità, ribadiscono che la questione centrale dell'intervento armato è l'attacco allo Stato e non l'antifascismo militante.

In effetti sono rari i confronti tra gruppi estremisti di sinistra (BR, NAP, etc.) con gli analoghi di destra (NAR, Avanguardia Nazionale, Ordine Nero, Ordine Nuovo, Terza Posizione).[6]

La prima azione in questo senso è il rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi, a Genova, il 18 aprile del 1974. Sossi, che sostiene l'accusa contro gruppi terroristici, viene rapito e sottoposto a processo dai brigatisti, che decidono di ucciderlo ("Sossi, fascista, sei il primo della lista!").

Oltre ai volantini, durante il sequestro, viene diffuso l'opuscolo: "Contro il neo-gollismo portare l'attacco al cuore dello Stato". Si salva grazie all'offerta del Tribunale di Genova di rivedere la posizione dei detenuti dell'organizzazione Gruppo XXII Ottobre sotto processo per l'omicidio del commesso Alessandro Floris e per rapimento e per diversi attentati nel biennio 1969 - 1971 (tra i quali quello al consolato statunitense di Genova), sfruttando le possibilità offerte dalle norme. Sossi viene liberato a Milano il 23 maggio 1974, torna a Genova in treno e si consegna alla Guardia di Finanza.

Il Procuratore della Repubblica Francesco Coco non manterrà fede all'impegno estorto e verrà successivamente ucciso l' 8 giugno 1976 insieme a due uomini della scorta (Coco fu la prima vittima intenzionale delle BR: da allora venne inaugurato il periodo degli "anni di piombo").

Tra il 1973 ed il 1974, le BR allargano i loro rapporti organizzativi in varie regioni: consolidando i contatti con operai dei Cantieri Navali Breda e del Petrolchimico di Porto Marghera viene inaugurata la terza colonna, la colonna veneta; in Liguria, con alcuni operai dell'Italsider, dopo la Campagna Sossi, viene creata la prima istanza della nuova colonna genovese; nelle Marche si stringono relazioni con esponenti dei Proletari Armati in Lotta, alcuni dei quali daranno vita al comitato marchigiano delle BR.

Il livello dello scontro a partire dal 1974 dunque si alza. La risposta dello stato è altrettanto forte.

L'8 settembre 1974 le forze speciali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, riescono a infiltrarsi e ad arrestare i leader storici: vengono arrestati Renato Curcio e Alberto Franceschini, capi storici delle BR e membri, insieme a Mario Moretti, della direzione dell'organizzazione.

Curcio e Franceschini vengono arrestati grazie alle informazioni di Silvano Girotto un ex frate (o falso frate?) confidente delle forze dell'ordine, soprannominato frate Mitra. Moretti si salva fortunosamente. Secondo alcuni si salva perché non lo si è voluto catturare.[citazione necessaria]

Sfuggito alle retate del 1974, poco alla volta, Moretti riorganizza l'assetto delle Br "esterno", all'interno delle carceri, la numerosa presenza di detenuti politici, porta ad aprire un nuovo "fronte": il fronte carceri, si fa proselitismo, lotte carcerarie e costruzione di "brigate" in ogni carcere e con strutture gerarchiche di collegamento tra i vari carceri e l'organizzazione esterna. Si innalza lo scontro militare anche su pressione delle brigate carcerarie, diventate dopo la decapitazione con gli arresti, unico "centro studi" delle brigate rosse. Il centro direzionale, il pensatoio dell'organizzazione tra il 76 e l'80 si era via via "trasferito" nel carcere Badu 'e Carros prima, poi all'Asinara, ed infine a Palmi. Prevalentemente in carcere vennero stilate le nuove "risoluzioni strategiche" e gli obbiettivi primari. All'esterno, le BR applicano la "compartimentazione": piccoli gruppi chiusi, al fine di evitare infiltrazioni e tradimenti. Le Brigate rosse annoverano decine di militanti e un numero imprecisato di "irregolari", persone che continuano a svolgere le loro attività quotidiane e che svolgono mansioni non militari.

Il 13 Ottobre 1974, alla cascina Spiotta di Arzello, Acqui Terme (AL), si riunisce la prima Direzione strategica delle BR. L'ordine del giorno riguarda la ridefinizione delle strutture e dell'intervento alla luce degli arresti dei due dirigenti dell'organizzazione.

Il 15 ottobre 1974 fu scoperto a Robbiano di Mediglia un importante covo, con l'arresto di tre terroristi, tra cui Roberto Ognibene, e la scoperta di importanti documenti, tra cui l'analisi di vari atti di terrorismo di altre organizzazioni; l'operazione fu funestata dalla morte del Maresciallo Felice Maritano, ucciso da Ognibene. Tra i documenti trovati vi erano alcune inchieste delle BR su azioni di altri gruppi, riguardanti la Strage di piazza Fontana, la morte di Giuseppe Pinelli, la morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli, l'Omicidio Calabresi.
Sui documenti calò un misterioso mistero.

Nell'inverno 1974 si riunisce, nel Veneto la seconda Direzione strategica. All'ordine del giorno è la liberazione dei prigionieri. Viene deciso l'assalto al carcere di Casale Monferrato, che viene effettuato il 18 febbraio 1975 e porta alla liberazione di Renato Curcio.

Curcio resta latitante per 11 mesi prima di essere ulteriormente arrestato.

Nel marzo 1975 vengono riallacciati i contatti presi negli anni precedenti con alcuni militanti di Roma, provenienti da varie aree ed esperienze politiche (Potere Operaio, Marxisti-leninisti, Collettivo Autonomo di Via dei Volsci), e viene dato avvio alla costruzione della colonna romana.

Nell'aprile 1975 viene diffusa la prima Risoluzione della Direzione strategica.

Il 15 maggio 1975, nel quadro della campagna contro il neo-gollismo, viene "gambizzato" il consigliere comunale della DC milanese, Massimo De Carolis.

Il 4 giugno 1975, primo sequestro per autofinanziamento: l'industriale Vallarino Gancia. Nel corso di questa operazione, il 5 Giugno, in un conflitto a fuoco, viene ferito mortalmente l'appuntato dei carabinieri Giovanni d'Alfonso, mentre le forze dell'ordine intervengono per liberare l'industriale Gancia, rapito dai brigatisti. In quest'occasione resta uccisa Mara Cagol (1945 - 1975), fondatrice dell'organizzazione e compagna di Renato Curcio. Alla sua memoria verrà dedicato il nome della colonna torinese delle BR.

Lo statista Aldo Moro durante la prigionia a Roma nel covo delle BR.
Lo statista Aldo Moro durante la prigionia a Roma nel covo delle BR.

Sempre nel corso del 1975, il confronto politico con i Nuclei Armati Proletari contro le strutture dell'Arma dei carabinieri con azioni in varie città italiane (1 marzo 1976); con l'incursione nella sede dell'ispettorato distrettuale degli Istituti di Prevenzione e Pena di Milano (22 aprile 1976): inizia la "Campagnia contro i Servi dello Stato". Da questo momento s'assiste all'impennata dei ferimenti e degli omicidi da parte dei terroristi, che aliena loro definitivamente le simpatie dei moderati.

Tra il 1974 ed il 1976, in conflitti a fuoco tra militanti e forze dell'ordine perdono la vita tre militari: il maresciallo dei Carabinieri Felice Maritano, a Robbiano di Mediglia (MI) il 15 ottobre 1974; l'appuntato di Polizia Antonio Niedda, a Ponte di Brenta (PD) il 4 settembre 1975; il vice questore Francesco Cusano, a Biella (VC) l'11 settembre 1976.

Nel corso del 1976, dopo il nuovo arresto di Curcio, catturato assieme ad altri militanti, l'impianto organizzativo sancito nelle Risoluzioni del 1974 e del 1975 subisce una trasformazione radicale che non resterà senza conseguenze nel dibattito interno. Più precisamente: il Fronte delle grandi fabbriche viene assorbito all'interno del Fronte della lotta alla controrivoluzione. Il quale verrà poi articolato al suo interno in vari settori d'intervento. Questa trasformazione costituisce una vera e propria "seconda fondazione delle BR": tutti i comparti e tutte le attività dell'organizzazione vengono ripensati per mettere meglio a punto "l'attacco al cuore dello Stato". La direzione esterna è diretta da Mario Moretti, quella in carcere è saldamente in mano a Curcio e Franceschini, questi ultimi restano per tutte le BR, i veri "mètre a pensaire” dell'organizzazione. Progressivamente, il numero dei brigatisti reclusi superano quelli liberi. I brigatisti e le brigatiste anche se carcerati continuano a militare nell'organizzazione, dentro le carceri si costituiscono "centri studi", si fa proselitismo tra la devianza proletaria diffusa. Le decisioni delle BR in carcere assumeranno maggiore peso man mano che le brigate carcerarie si allargano e le brigate del territorio e delle metropoli si assottigliano e i nuovi rincalzi sono per lo più giovani, "volenterosi", ma male equipaggiati ideologicamente. Iniziano "Gli Anni di Piombo".

Il 27 maggio inizia a Torino il processo alle brigate rosse, alle quali loro risponderanno con "il processo guerriglia", rifiutando il ruolo di imputati, rifiutando gli avvocati e anche gli avvocati di ufficio. Minacciano giudici, magistrati, avvocati (che verranno dichiarati "collaborazionisti") e la giuria popolare. Da quel momento cominciano le esecuzioni da parte di quelli che sono fuori.

L'8 giugno 1976, a Genova, le BR colpiscono mortalmente il procuratore generale Francesco Coco e i due militari della sua scorta (Antioco Dejana e Giovanni Saponara). Nei giorni del sequestro Sossi, Coco si era rifiutato di firmare la liberazione dei detenuti che le BR chiedevano in cambio della liberazione dell'ostaggio. Le BR definiscono questa azione come una "disarticolazione politica e militare delle strutture dello stato". Questo evento conclude la campagna iniziata con il rapimento del giudice Mario Sossi e commemora, ad un anno dalla sua uccisione, Margherita Cagol Curcio "Mara".

Il 15 dicembre 1976, intercettato da forze di polizia durante una visita alla famiglia a Sesto San Giovanni (MI), Walter Alasia, militante clandestino della colonna di Milano, ingaggia un conflitto a fuoco con la polizia. Muoiono, oltre ad Alasia, ventenne, due sottufficiali, Sergio Bazzega e Vittorio Padovani. La colonna di Milano delle BR prenderà il suo nome: Walter Alasia "Luca".

Il 12 febbraio 1977, con il ferimento intenzionale di Valerio Traversi, dirigente del ministero della Giustizia, la colonna di Roma compie la sua prima azione.

Il sequestro dell'armatore Costa a Genova (12 gennaio - 3 aprile 1977) mira ancora una volta all'autofinanziamento. Fino ad allora, e ad esclusione del sequestro dell'industriale Vallarino Gancia, le BR avevano compiuto solo rapine in banche.

Il 28 aprile 1977, le BR uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino. La Corte d'Assise, in seguito a questa azione, sospende nuovamente il processo in atto contro il primo gruppo di inquisiti per le BR.

L'l giugno 1977 prende avvio la campagna contro i giornalisti intesa a "disarticolare la funzione controrivoluzionaria svolta dai grandi media". Vengono feriti Valerio Bruno, de "Il Secolo XIX" (l giugno 1977, a Genova); Indro Montanelli, de "Il Giornale Nuovo" (2 giugno 1977, a Milano; Emilio Rossi, del TG1 (3 giugno 1977, a Roma).

Sul finire del 1977, si verifica il primo contatto tra terroristi italiani e tedeschi. I rapporti tra i due movimenti eversivi non sempre furono così idilliaci come essi fecero accreditare a mezzo stampa, in quanto le BR trattavano la controparte tedesca come se fossero degli scolaretti.[7]

Il 16 novembre, a Torino, viene colpito mortalmente Carlo Casalegno, giornalista del quotidiano "La Stampa". Questo omicidio viene rivendicato come risposta alla morte di Andreas Baader, Gudrum Enslin e Jean Carl Raspe, avvenuta il 18 ottobre 1977 nel carcere di Stammhein (Germania). I tre terroristi della RAF tedesca vennero trovati "suicidati" in carcere dopo l'omicidio dell'industriale e presidente della Confindustria tedesca Hans-Martin Schleyer. Notevoli sono le analogie sulle modalità del rapimento di Schleyer e di Moro, nonché sulle modalità dei rispettivi omicidi e sui ritrovamenti dei rispettivi cadaveri.

Nel frattempo s'inaugura (luglio 1977, in concomitanza con una scioccante copertina sul periodico tedesco "Der Spiegel", raffigurante una pistola fumante in un piatto di spaghetti altrettanto fumante), che provocò molta indignazione[8] un inasprimento delle pene detentive inflitte ai carcerati politici. Intere sezioni di carceri vengono predestinate al loro accoglimento, ad iniziare dalla casa circondariale di Badu 'e Carros, a Nuoro. Per protesta, i brigatisti uccidono nuovamente. Le vittime sono Riccardo Palma, magistrato addetto alla direzione generale degli istituti di prevenzione e pena (Roma, 14 febbraio 1978); Lorenzo Cotugno, agente di custodia presso il carcere Le Nuove (Torino, 11 aprile 1978); Francesco Di Cataldo, maresciallo degli agenti di custodia presso il carcere S. Vittore (Milano, 20 aprile 1978). Il 10 marzo 1978 le BR colpiscono mortalmente Rosario Berardi, maresciallo della Polizia, sezione antiterrorismo, in relazione alla riapertura del "processone" a Torino. Il 21 giugno 1978, a Genova, le BR colpiscono mortalmente Antonio Esposito, funzionario dell'Antiterrorismo. Questa azione coincide con l'entrata in camera di consiglio dei giudici del "processone" di Torino, che si conclude il 23 Giugno. Vengono anche uccisi Girolamo Tartaglione, direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia (Roma, 10 ottobre 1978), Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu, agenti di polizia addetti alla sorveglianza esterna del carcere Le Nuove (Torino, 15 dicembre 1978).

Particolare rilevanza riveste la seconda fase, il cui culmine è l'eccidio di via Fani, l'azione definita "di geometrica potenza", con il rapimento e l'uccisione di tutti i membri della sua scorta: Oreste Leonardi, Raffaele lozzino, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro il 16 marzo 1978 ed il suo successivo assassinio.

Moro resterà prigioniero per 55 giorni, dal 16 marzo all'8 maggio 1978: durante la sua prigionia invierà diverse lettere alla moglie ed ai compagni di partito. La politica si divise tra il fronte della fermezza (Berlinguer, Andreotti) e il fronte della trattativa (Craxi, Cossiga). Anche Papa Paolo VI intervenne verso "Gli uomini delle Brigate Rosse" al fine di salvare la vita di Moro, ma fu tutto inutile, dal momento che lo stato non accolse le richieste dei brigatisti: l'ultimo comunicato delle BR iniziava in modo molto cupo con un gerundio: "Concludendo...".

Il corpo senza vita di Moro venne ritrovato nel bagagliaio di un'automobile parcheggiata in via Michelangelo Caetani, nelle vicinanze di via delle Botteghe Oscure (sede del PCI) e di piazza del Gesù (sede della DC). Per la liberazione di Moro s'impegnarono sia Papa Paolo VI col famoso invito a "Voi, uomini delle Brigate Rosse", che l'allora Segretario generale dell'ONU, Kurt Waldheim, tra gli altri. Il rapimento di Aldo Moro tenne occupato l'intero vertice brigatista per il secondo semestre del 1977, in base alle testimonianze rese al primo processo tenutosi nel 1983 nell'aula bunker del Foro Italico in Roma. Il 24 gennaio 1983 viene emessa la sentenza del processo Moro che unifica i processi "Moro - uno" e "Moro - bis". . I giudici della 1° Corte d'Assise (presidente Severino Santiapichi) emettono la sentenza del processo e viene condannato all'ergastolo il nucleo storico brigatista composto di 32 persone. La sentenza del processo Moro ter si concluderà cinque anni dopo, il 12 ottobre 1988 con 153 condanne (26 ergastoli e 1.800 anni complessivi di carcere a carico degli imputati).

L'uccisione di Moro - però - aliena alle BR gli appoggi dei movimenti non violenti e segna il momento di distacco completo del movimento terrorista dalla sinistra extraparlamentare, anche dall'Autonomia Operaia che aveva fino ad allora parlato di "Compagni che sbagliano", o da Lotta Continua, che professava l'equidistanza con lo slogan "Né con lo Stato, né con le Brigate Rosse". Inoltre, alla DC la morte di Moro "frutterà" il distacco elettorale dal PCI: in pratica, Moro rappresentò un "Martire" per un partito in crisi d'identità, utile a rinverdirne l'immagine di fronte all'opinione pubblica ed all'elettorato incerto, sebbene Moro, in una delle sue lettere avesse intuito la strumentalizzazione della sua inevitabile morte ed avesse lanciato un anatema contro i suoi ex - compagni di partito, rei di non aver voluto salvarlo "...Il mio sangue ricadrà sulla DC!" e "Il mio fantasma vi perseguiterà per l'avvenire!".

Molti misteri restano tuttora insoluti circa il caso Moro. Ad esempio, pare che Moro avesse accennato ai brigatisti l'esistenza della struttura parallela ed ultrasegreta "Gladio",[citazione necessaria] molti anni prima che divenisse di pubblico dominio. Così come non si conosce ancora chi effettivamente sparò allo statista. Ed infine, pare che siano stati ritrovati dei gettoni telefonici nelle tasche del vestito di Moro, circostanza assai strana, in quanto le BR erano solite fornire i gettoni telefonici soltanto ai rapiti che intendevano liberare.[citazione necessaria] Tutti questi temi, unitamente al controverso capitolo dei presunti - ma mai provati - rapporti tra Brigate Rosse, "Servizi segreti deviati" italiani, servizi segreti stranieri, che fecero corollario a "La Strategia della tensione", ed a "Le Stragi di stato", sono state analizzate in modo dettagliato nel programma televisivo condotto da Sergio Zavoli, dal titolo: "La notte della Repubblica" (1989)[9].
L'uccisione di Moro e della sua scorta, che venne definita dai brigatisti "Un'azione di geometrica potenza" rappresenta il massimo grado di sfida lanciato allo Stato dall'organizzazione eversiva, tanto che un nutrito sottobosco di fiancheggiatori e di simpatizzanti era conquistato dalla propaganda e dall'ideologia terrorista (Sui muri comparvero scritte quali: "Moro, che doloro!" o "10 - 100 - 1.000 Aldo Moro!"). Altri intellettuali, invece ammonivano ad una reazione dello Stato affermando che i brigatisti non erano "Samurai invincibili".

Processo ai brigatisti, i detenuti sono chiusi nella gabbia
Processo ai brigatisti, i detenuti sono chiusi nella gabbia

Questo plauso all'azione terrorista verrà a cadere neppure un anno dopo, nel gennaio 1979 quando i brigatisti si alienarono per sempre i favori della classe operaia con l'uccisione del sindacalista Guido Rossa, reo d'aver denunciato un brigatista che stava operando un'azione di volantinaggio nella fabbrica ove entrambi lavoravano. Questo "errore strategico" venne sèguito riconosciuto da molti BR.

Per tutto il 1978 la presenza delle BR nelle grandi fabbriche di Torino, Milano, Genova e del Veneto è scandita da diverse azioni contro le gerarchie ed i dirigenti industriali. Nel corso di questa campagna viene ucciso Pietro Coggiola, capoofficina FIAT (Torino 28 settembre 1978). L'azione contro di lui, nelle intenzioni dell'organizzazione, doveva essere solo un ferimento. È invece intenzionale l'attentato mortale contro Sergio Gori, a Mestre, il 19 gennaio 1980, che di fatto sarà l'ultima azione BR inserita in questo contesto.

Il 24 gennaio 1979, a Genova, il sindacalista della CGIL, Guido Rossa, ritenuto responsabile dell'arresto dell'operaio (e brigatista riconosciuto) dell'Italsider Francesco Berardi (24 ottobre 1978), viene colpito mortalmente. Nella rivendicazione, le BR rendono noto che questa azione era stata concepita come ferimento intenzionale. Fu Riccardo Dura, capocolonna genovese a ritornare qualche attimo dopo vicino al sindacalista ferito ed a finirlo intenzionalmente ed all'insaputa degli altri terroristi. Dura rischiò, per quest'atto criminale, l'espulsione dal movimento terrorista, come testimoniò Patrizio Peci in seguito.

Ma le prime crepe nell'edificio monolitico delle BR s'erano aperte. Alcuni terroristi, contrari all'uccisione di Moro e alla campagna di sangue in corso, abbandonarono il movimento. Nel gennaio 1979 escono dalle BR sette militanti, tra cui Valerio Morucci ed Adriana Faranda, della colonna romana. Le loro posizioni vengono esposte nel documento: "Fase: passato, presente e futuro", Roma, febbraio 1979. Essi confluiranno nel Movimento Comunista Rivoluzionario per esser catturati nel Giugno dello stesso anno.

[modifica] La risposta dello Stato e la crisi delle BR

Mentre le BR iniziavano a vivere travagli interni con fuoriuscita di militanti e perdita di appoggi, continuava inesorabile la loro campagna di uccisioni.

Nei primi mesi del 1979, a Roma, vengono effettuati due interventi contro la Democrazia Cristiana, definito "Il Partito degli Ipocriti". Viene colpito mortalmente il consigliere provinciale Italo Schettini, il 29 marzo 1979; viene attaccata la sede della DC di Piazza Nicosia, dove perdono la vita, intervenendo di pattuglia, gli agenti Antonio Mea e Pietro Ollanu, il 3 maggio 1979.

Nel corso dell'estate dello stesso anno, le Brigate Rosse allacciano relazioni in Sardegna con un gruppo politico separatista, "Barbagia Rossa", anche al fine di sostenere un'eventuale evasione dall'Asinara dei suoi militanti ivi incarcerati, e di costruire una nuova colonna.

Nel luglio 1979, i detenuti BR del carcere speciale dell'Asinara fanno pervenire all'Esecutivo dell'organizzazione un documento di 130 pagine in cui vengono esposte le tesi politiche che, secondo la loro opinione, dovrebbero indirizzare l'attività dopo la campagna Moro. È il primo segnale di una crisi che in breve tempo travolgerà le Brigate Rosse. L'Esecutivo non condivide queste tesi e rende noto ai prigionieri il suo disaccordo. A ottobre, i prigionieri rispondono chiedendo le dimissioni dell'Esecutivo in blocco.

Il 2 ottobre 1979 i brigatisti detenuti all'Asinara annunciano la loro intenzione di smantellare il carcere speciale. Dopo una notte di battaglia, con esplosivo, scontri a fuoco e lotte corpo a corpo, la struttura del carcere viene resa inagibile. Il 24 ottobre 1979, nel carcere speciale di Cuneo, si suicida Francesco Berardi, militante BR denunciato da Guido Rossa. La colonna di Genova verrà dedicata al suo nome: Francesco Berardi "Cesare".

Le BR continuano imperterrite ad uccidere. Vengono colpiti mortalmente Vittorio Battaglini e Mario Tosa, il 21 novembre 1979; Antonino Casu ed Emanuele Tuttobene, il 25 gennaio 1980, tutti a Genova. A Roma sono uccisi Antonio Varisco, il 13 luglio 1979; Michele Granato, il 9 novembre 1979; Domenico Taverna, il 27 novembre 1979; Mariano Romiti, il 7 dicembre 1979.

Ma proprio in questo periodo si consuma la prima grave scissione del movimento: viene espulsa per intero la colonna milanese Walter Alasia, rea di non condividere la linea della Direzione strategica.

Si conclude a Torino, nel mese di dicembre, l'appello del processone che vede alla sbarra gran parte del nucleo storico delle BR. I detenuti riassumono le loro tesi, già esposte nel documento di luglio, nel Comunicato n. 19.

A Milano vengono ammazzati Antonio Cestari, Rocco Santoro, Michelle Tatulli, 1'8 gennaio 1980.

Il 12 febbraio 1980 viene assassinato Vittorio Bachelet, professore ordinario di Diritto pubblico dell'economia presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma. Il professore è stato anche dirigente dell'Azione cattolica, presidente della stessa, Consigliere comunale di Roma. Al momento dell'agguato è vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ai suoi funerali, il figlio Giovanni, all'epoca venticinquenne, nell'orazione funebre disse: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri» Queste parole scossero fortemente non pochi dei restanti membri dell'organizzazione [10].

Il 21 febbraio 1980 viene arrestato, a Torino, Patrizio Peci. Le modalità del suo arresto sono ancora oggi avvolte nel più fitto mistero. Si dice che il brigatista abbia concordato le modalità della sua cattura.[citazione necessaria] L'arresto di Peci è il punto di non ritorno per il movimento eversivo. In seguito alla sua collaborazione con le forze dell'ordine, nei mesi successivi si susseguono in tutta l'Italia centinaia di arresti e, il 28 marzo, a Genova, anche in risposta alla campagna contro gli apparati dell'antiterrorismo, vengono uccisi dai carabinieri Annamaria Ludmann, Lorenzo Betassa, Riccardo Durante e Piero Panciarelli. In ricordo di questi quattro compagni la colonna di Roma prende il nome "Colonna XXVIII Marzo" e la colonna veneta quello di Colonna "Annamaria Ludman 'Cecilia'".

Il 12 maggio 1980 a Mestre viene assassinato Alfredo Albanese, dirigente della Digos di Venezia. Il 19 maggio viene ucciso, a Napoli, il consigliere regionale democristiano Pino Amato.

In seguito all'uccisione di Moro vennero varate leggi di durezza eccezionale ed anche provvedimenti a favore di eventuali terroristi dissociati. E fu proprio grazie alle confessioni di un dissociato, Patrizio Peci, che, a partire dal periodo 1979 - 1980, iniziò lo smantellamento delle BR da parte dello Stato, ad opera del generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (poi ucciso dalla mafia nel 1982).

Per punire Peci della collaborazione con lo Stato, i suoi ex compagni gli rapirono ed uccisero il fratello Roberto, nell'estate 1981. Con la cattura di Moretti e di Fenzi (aprile 1981), emersero altre figure di spicco nella galassia brigatista: il professor Giovanni Senzani ed Antonio Savasta.

Fu proprio Savasta e la colonna veneta che rapirono il generale statunitense James Lee Dozier nel suo appartamento a Verona, il 17 dicembre 1981. Dozier venne, poi, liberato, con una spettacolare azione, a Padova (1982) dalle squadre speciali della polizia, i NOCS, pare dopo una "soffiata" della mala locale disturbata dall'assedio ferreo posto dalle forze dell'ordine a Verona, a quei tempi una delle piazze di smercio della droga più remunerative (la città scaligera era tristemente nota come "La Bangkok in riva all'Adige"). [11]

Le confessioni di Savasta diedero il colpo di grazia a quanto restava dell'organizzazione, ormai priva di una guida centralizzata. Nel frattempo, nel periodo giugno - luglio 1980, a causa di divergenze ideologiche, venne espulsa dall'organizzazione terroristica la colonna milanese Walter Alasia (prendeva il nome da un ventenne terrorista milanese morto in un conflitto a fuoco coi carabinieri nel Dicembre 1976). Come precedentemente detto, anche il mondo del sindacato aveva, nel frattempo, voltato le spalle alle BR: le BR avevano ucciso un sindacalista genovese, Guido Rossa, nel 1979, reo d'aver denunciato un membro delle BR sorpreso a consegnar volantini nella medesima azienda di Rossa. Dal 1981 le BR erano già sul viale del tramonto: scardinate all'interno da delatori, pentiti, infiltrati e messe al bando, all'esterno, dalla società civile, dal sindacato, dalla sinistra costituzionale, si trovarono ben presto in crisi d'identità e - soprattutto - di rappresentatività. Il rapimento Dozier, che nei propositi brigatisti avrebbe dovuto rilanciare l'organizzazione, ne rappresentò, invece, il canto del cigno. Da ultimo, non pochi dubbi emersero circa lo smantellamento pressoché totale dell'organizzazione rivoluzionaria a séguito del rapimento Dozier. Si presunse, a vari livelli, che le BR servissero, negli "anni caldi" a delegittimare l'ideologia di sinistra, secondo il teorema de "La Strategia della tensione". Indubbiamente, un movimento come quello brigatista delegittimava, agli occhi dell'opinione pubblica, e non solo quella moderata, in parte il PCI e questo fattore tornava sicuramente utile alla DC (per motivi interni) ed alla CIA (per motivi internazionali). Recentemente gli archivi desecretati della CIA hanno svelato che l'eurocomunismo di Enrico Berlinguer (Italia), Santiago Carrillo (Spagna) e Georges Marchais (Francia) non era ritenuto affidabile oltreoceano. Al momento del rapimento Dozier, e dell'inevitabile epilogo, con le BR uscite a pezzi, da più parti si disse che "I brigatisti avevano osato troppo", "Si fece quel che con Moro non si volle fare", "I servizi segreti deviati s'erano allevati la serpe in seno" e simili constatazioni. Di certo, da alcuni anni, alcuni intellettuali andavano ripetendo che le BR erano potenti, ma non erano "Samurai invincibili".

[modifica] Gli anni ottanta: la dissoluzione e gli ultimi colpi di coda

Dopo l'arresto di Moretti e Fenzi (4 aprile 1981), che tentarono di ricostituire una colonna milanese, vengono a concretizzarsi le due correnti principali in seno alle BR, una ala "Movimentista", in linea col Fronte delle carceri e la Colonna napoletana, guidata da Giovanni Senzani (il Partito della Guerriglia, scomparso già nel 1982, poco dopo l'arresto di Senzani), ed un'ala militarista, le BR- PCC, con a capo Barbara Balzerani (nome di battaglia "Sara", detta la "Primula Rossa" delle BR, poiché di lei si conosceva un'unica foto segnaletica risalente a vent'anni prima, che venne catturata solo il 19 Giugno 1985 assieme al suo convivente, Gianni Pelosi) [12].

Senzani era una figura carismatica all'interno dell'organizzazione e la sua visione politica prevalse per ben due anni dopo il suo arresto, effettuato in circostanze mai del tutto chiarite.[13]

Gli attentati dei brigatisti cominciano a rendersi meno frequenti, segno che la risposta dello Stato sta iniziando a dare i suoi frutti. A Roma, però, rimane gravemente ferito, in un attentato delle BR, il vice questore Nicola Simone (6 gennaio 1982).

La colonna Walter Alasia inoltre si fa sempre più autonoma [14]: la posizione politica della Walter Alasia era in netta contrapposizione a quella del vertice brigatista: lo strappo avvenne nel Giugno del 1979, in quanto la Alasia criticava pesantemente l'uccisione del sindacalista Rossa da parte del capocolonna genovese, Riccardo Dura, rimproverando il vertice di non aver provveduto a punire il Dura nonostante il fatto che l'omicida avesse espressamente trasgredito agli ordini che prevedevano la sola "gambizzazione" del Rossa. A nulla valsero i tentativi di riconciliazione attuati dalla direzione strategica tra il Giugno ed il Luglio del 1980: la Alasia venne espulsa dall'organizzazione nel Novembre di quell'anno. Nell'arco del 1981, sotto la guida di Senzani avvengono 5 importanti sequestri: Ciro Cirillo (assessore della regione Campania), Taliercio, Sandrucci, Roberto Peci (fratello di Patrizio Peci, brigatista pentito, ed egli medesimo ex-brigatista) e il generale della NATO James Lee Dozier [15]. Cirillo verrà liberato grazie a negoziati triangolati tra Br, la camorra di Cutolo (Cirillo era colluso, si disse, con la camorra) e i Servizi Segreti. Roberto Peci verrà invece ucciso per rappresaglia in quanto il fratello Patrizio collaborava con la giustizia (l'esecuzione venne filmata, probabilmente dallo stesso Senzani). Taliercio (direttore dello stabilimento petrolchimico di Marghera) verrà ucciso. Non così Sandrucci (dirigente dell'Alfa Romeo) che verrà rilasciato. Il sequestro Dozier ed il suo epilogo, porterà in seguito alla cattura di Senzani (le stesse Br non sapevano a che utilizzo politico potesse prestarsi lo stesso generale Dozier). Una volta catturato Senzani e sgominato il Partito Guerriglia rimasero in gioco le BR-PCC, oltre all'ormai praticamente autonoma Walter Alasia.

In seguito alla pressione delle forze dell'ordine, molti militanti espatriarono, i più trovarono rifugio in Francia grazie alla cosiddetta "Dottrina Mitterrand". Nel frattempo, la colonna milanese ed altri militanti espulsi dal movimento, che fondarono un nuovo gruppo terrorista, le "Brigate Rosse Colonna Milanese Walter Alasia" autonoma dalla direzione strategica centrale, vennero tutti arrestati.

Nell'estate - autunno 1984, all'interno dell'ala militarista, le tensioni iniziate nel 1981 sfociarono in una nuova scissione che diede origine al terzo troncone brigatista, le "Brigate Rosse per l'Unione dei Comunisti Combattenti", o "BR - UCC", e la cosiddetta "Ala movimentista" o "Seconda Posizione", contrapposta alla "Prima Posizione" assunta dalla "Ala militarista", cioè le BR-PCC. In un comunicato dal titolo: "Come uscire dall'emergenza" i vertici brigatisti espressero le divergenze motivandole sulla base della diversità nell'affrontare le scelte economiche per il paese. Un ruolo fondamentale nella scissione lo ebbero i problemi conseguenti il cosiddetto Decreto di San Valentino (14 febbraio 1984), che poneva un freno al sistema della Scala Mobile. L'ala movimentista e quindi le UCC si porranno in azione soprattutto tenendo conto delle battaglie sindacali. Il 03 giugno 1983 abbiamo la gambizzazione di Gino Giugni (consulente sindacale e del ministero del lavoro), attivo nella battaglia sul blocco della scala mobile [16] Nel 1984 (15 febbraio), su richiesta dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), con la quale i brigatisti collaboravano da anni, le BR-PCC uccisero a Roma Ray Leamon Hunt, il comandante in capo della Sinai Multinational Force and Observer Group.[17]

L'ultima risoluzione strategica, in cui si ammetteva il fallimento della lotta armata, è del 1984 e porta significativamente il titolo: "Come uscire dall'emergenza". Il 27 marzo 1985 viene ucciso il giuslavorista Ezio Tarantelli, altro tecnico attivo per il blocco della Scala Mobile.[18] Il 10 Febbraio 1986, le BR-PCC uccisero Lando Conti a Firenze, mentre il 20 marzo 1987 le BR-UCC uccisero a Roma Licio Giorgieri, generale che si occupava del progetto EFA, inerente la costituzione di una forza aerea militare europea. Il 16 aprile 1988, a Forlì, le BR-PCC uccisero il senatore Roberto Ruffilli collaboratore del premier Ciriaco De Mita[19], mentre le BR-UCC si resero responsabili del massacro in via Prati di Papa durante una rapina per autofinanziamento. A lungo s'è cercato di dipanare - invano- alcuni "misteri" che tuttora aleggiano sulle BR, da alcuni lati oscuri del "Caso Moro"[20], al "Grande Vecchio" o "Burattinaio" che, secondo alcuni commentatori italiani, avrebbe manovrato le BR, ad altri aspetti nebulosi che ancora imperversano da quegli anni tragici.

[modifica] Gli ultimi fuochi

Come sopra descritto, il movimento delle BR fu decimato negli anni ottanta, dopo la cattura, nel 1982, di Senzani (mentre stava preparando - si scrisse - un attacco con razzi contro la sede del congresso nazionale della DC), di Savasta (durante la liberazione del generale Dozier), della Balzerani (1985), di Antonino Fosso (detto "il cobra", 1987). Lo smantellamento dell'apparato terroristico si conclude per le BR - UCC il 06 - 07 settembre 1987, e per le BR - PCC il 02 Settembre 1989 (quando vengono letteralmente smantellate le ultime due cellule operanti a Napoli ed a Parigi). L'ultima azione sanguinosa attribuita alle BR - PCC non è del tutto chiara, e - soprattutto - non fu rivendicata, com'era nello stile dei terroristi: il 6 gennaio 1989, vicino a Tivoli (Roma), due persone sparano alle gambe del vice direttore del carcere di Rebibbia, Egidio De Luca, ferendolo. Illeso, invece, la guardia carceraria che scortava il funzionario, il quale racconta di aver sparato contro gli aggressori ferendone, a sua volta, uno. De Luca dichiara agli inquirenti che i due assalitori intendevano sequestrarlo e che avevano affermato di appartenere alle BR.

I primi anni '80 videro le uccisioni di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio ed ex - BR egli stesso, dell'ingegner Taliercio (direttore del Petrolchimico di Marghera) -entrambi nel 1981-, del generale statunitense Leamon Hunt (1984), dell'economista Ezio Tarantelli (1985), dell'ex-sindaco di Firenze Lando Conti (1986), del generale Licio Giorgieri (1987) e del senatore Roberto Ruffilli (1988), consulente dell'allora primo ministro Ciriaco de Mita in quanto esperto di questioni istituzionali. Da segnalare anche il tentativo di uccidere il "padre dello Statuto dei Lavoratori" Gino Giugni (1983). [21]

Mentre lo Stato stava organizzando la controffensiva, le BR iniziavano la parabola discendente, minate da crisi di credibilità e travagli interni. Dopo la stagione dei dissidi e delle epurazioni interne, le BR erano ridotte ad un movimento non più in grado di azioni in "grande stile". Inoltre, dall'assassinio di Rossa, alienatesi per sempre i consensi nel mondo sindacale e nella realtà della sinistra extraparlamentare, i brigatisti non rappresentavano più alcuno, all'infuori di se stessi: erano totalmente avulsi dal mondo politico e dalla realtà sociale. Ormai il movimento era allo sbando, privo di direzione e di coordinamento a livello nazionale, frammentato in anacronistiche realtà locali, con due ali che gareggiavano in una sorta di corsa a "chi uccideva di più". Siamo lontani anni luce dall'organizzazione delle origini: se quel movimento sembrava talvolta suscitare comprensione ed appoggi, quest'ultimo movimento era esecrato a livello generale.

Del resto, i brigatisti in clandestinità erano ridotti ad uno sparuto gruppo privi di coordinamento e di capacità operative. Molti di più erano i transfughi, come Alessio Casimirri in Nicaragua o molti altri in Francia, dove il clima tollerante instaurato dall'allora presidente della repubblica transalpina, François Mitterrand, rendeva possibile loro evitare la carcerazione in Italia. Proprio in Francia, nel 1977 Duccio Berio, Vanni Mulinaris e Corrado Simioni fondano la scuola di lingue Hyperion, in cui insegnerà pure Antonio Negri ("Toni"), docente padovano arrestato nell'ambito del cosiddetto "Teorema Calogero" (7 aprile 1979)". La struttura si dice fungesse da "copertura", da collegamento internazionale per tutte le cellule terroristiche operanti nel territorio Europeo. ETA, IRA, OLP, RAF e naturalmente Brigate Rosse stringono importanti rapporti fondati sulla comune necessità di mantenere o di destabilizzare gli equilibri sanciti dalla guerra fredda. Oltre Negri (che mai ebbe legame con l'organizzazione delle BR), altri brigatisti rossi dopo la detenzione, avendo scontato le condanne inflitte, si sono inseriti nell'attività politica e sociale entro le forze della sinistra radicale italiana, come Roberto Del Bello segretario particolare di Francesco Bonato di Rifondazione Comunista, sottosegretario al Ministero dell'Interno nel governo Prodi II e Susanna Ronconi inserita nella Consulta sulle tossicodipendenze del ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero[22].

[modifica] La fine delle Brigate Rosse

L'organizzazione è stata sradicata sia in conseguenza dell'azione di alcuni infiltrati dei servizi segreti, sia grazie a una legge che concedeva benefici penali ai membri che, arrestati, si fossero pentiti e avessero collaborato alla cattura di altri membri, ricusando la propria fede e denunciando i compagni. Un'altra ragione dello sfaldarsi delle BR fu il venir meno della loro attrattiva nei confronti delle aree movimentiste e del disagio sociale, e del loro progressivo isolamento ideologico durante la seconda metà degli anni '70, a causa delle trasformazioni sociali in atto.

In Italia si discute ancora intorno alla sopravvivenza di questa organizzazione o a una sua possibile ricostituzione, dal momento che negli ultimi anni sono stati compiuti atti terroristici da parte di persone che si sono richiamate alle BR e ne hanno assunto il nome e le insegne.[23].

[modifica] Gli anni 2000 - Le nuove Brigate Rosse

Alcuni capi brigatisti arrestati e condannati sono attualmente inseriti in programmi di reinserimento sociale; molti di essi tuttora rilasciano interviste giornalistiche, pur senza mai aggiungere granché alle verità processualmente accertate. Da notare che la posizione di molti di essi è quella di non rinnegare il passato eversivo (i cosiddetti "irriducibili").

Da qui prosegue un nuovo capitolo della storia di questa organizzazione terroristica, la cui ala militarista negli ultimi anni ha ucciso due tecnici che lavoravano alle dipendenze di due Presidenti del Consiglio, Massimo D'Antona nel 1999 (con Massimo D'Alema presidente del consiglio) e Marco Biagi, nel 2002 (con Silvio Berlusconi premier). Nel 2003 le Brigate Rosse sono tornate nella cronaca a causa della sparatoria sul treno tra due esponenti delle Nuove Brigate Rosse - Nuclei Comunisti Combattenti (BR - NCC) Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce e degli agenti di Polizia Ferroviaria. Galesi ed un agente, Emanuele Petri, moriranno per i colpi di arma da fuoco. In seguito ai file trovati nel notebook della Lioce, sono stati arrestati altri componenti del gruppo armato e dalla fine del 2004 le forze dell'ordine inoltre si sono avvalse della collaborazione di una pentita, Cinzia Banelli (nome di battaglia "Compagna So"). Le nuove BR si ispirano al modello a compartimenti stagni dell'eversione greca "Movimento XVII Novembre", recentemente smantellato (2004) dopo un trentennio di attività nella più assoluta segretezza. Il movimento terrorista greco, fondato da attivisti dell'estrema sinistra ellenica che si ispiravano all'attività della guerriglia comunista greca del secondo dopoguerra (1945 - 1949, movimento dell'ELAS, Ethnikòn Laikon Apeleftherotikon Soma, ovvero "Corpo nazionale popolare di liberazione", fondato nel 1941) ed alla rivolta degli studenti del Politecnico Ateniese contro il Regime dei colonnelli repressa nel sangue il 17 novembre 1973 (da cui il nome dell'organizzazione), era organizzato in modo tale che ogni sua cellula fosse totalmente indipendente dall'altra. Addirittura, i membri di cellule diverse neppure si conoscevano personalmente, dimodoché, anche con lo smantellamento di una cellula, le altre rimanevano perfettamente operative. L'esatto opposto della struttura delle vecchie BR, che letteralmente collassò quando i primi militanti catturati collaborarono con la giustizia.

I brigatisti rossi, dalla fondazione dell'organizzazione a oggi, hanno ucciso ufficialmente una settantina di persone, oltre ai numerosi casi di ferimento ("gambizzazione", soprattutto), tra cui quella operata a danno del giornalista Indro Montanelli a opera del brigatista Franco Bonisoli, il 2 giugno 1977 a Milano. Nel caso di Montanelli, si stabilì, successivamente alla cattura del Bonisoli, un'amicizia tra vittima e carnefice, tanto che Bonisoli fu l'ultimo a uscire dalla camera ardente di Montanelli quando il corpo del giornalista venne cremato.[citazione necessaria]

Nei giorni precedenti al 19 gennaio 2007 a Milano vengono trovati dei piccoli libretti in formato superiore e inusuale ad un foglio A4 attaccati ai vetri di una concessionaria e inseriti nel tergicristallo di alcune vetture parcheggiate in una via molto vicina alla concessionaria citata.

Non è chiaro se si tratti realmente delle BR o se sia solamente una stupidaggine, ma la scrittura è quella brigatista e inoltre altri particolari fanno pensare ad un nuovo tentativo di propaganda, forse ad una cellula nascente. In alcune frasi era anche citato il nome della pentita Banelli ed erano presenti minacce.[24]

Il 12 febbraio 2007 sono stati arrestati quindici presunti militanti delle Nuove BR, vicini all'ala movimentista di Seconda Posizione, in seguito a indagini iniziate nel 2004 dalla Procura della Repubblica di Milano, condotte dal pubblico ministero di Milano, Ilda Boccassini. Sei degli arrestati vivevano a Padova. Fra i 15 sette sono sindacalisti della Cgil, che sono stati sospesi a seguito della notizia del loro arresto.
I nomi: Davide Bortolato, 36 anni; Amarilli Caprio, 26 anni; Alfredo Davanzo, 49 anni; Bruno Ghirardi, 50 anni; Massimiliano Gaeta, 31 anni; Claudio Latino, 49 anni; Alfredo Mazzamauro, 21 anni; Valentino Rossin, 35 anni; Davide Rotondi, 45 anni; Federico Salotto, 22 anni; Andrea Scantamburlo, 42 anni; Vincenzo Sisi, 53 anni; Alessandro Toschi, 24 anni; Massimiliano Toschi, 26 anni; Salvatore Scivoli, 54 anni. Alcuni di questi arrestati si sono dichiarati prigionieri politici di fronte al giudice inquirente, avvalendosi della facoltà di non rispondere alla domande poste, seguendo una prassi iniziata dai molti brigatisti storici negli anni settanta.
Nei giorni successive è stato trovato un deposito di armi. I quotidiani riferiscono che sarebbero emersi alcuni progetti di attentato a danno di un esperto del lavoro e giornalista del Corriere della Sera, progetti di attentato al giornale Libero e a una delle ville di Berlusconi. Quasi tutte le forze politiche hanno condannato questi progetti manifestando solidarietà alle persone minacciate. Solo un esponente politico, Fran