Albidona

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Albidòna
comune
Albidòna – Stemma Albidòna – Bandiera
Albidòna – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneCoat of arms of Calabria.svg Calabria
ProvinciaProvincia di Cosenza-Stemma.png Cosenza
Amministrazione
SindacoFilomena Di Palma (lista civica Insieme si può) dal 5-6-2016
Territorio
Coordinate39°55′23″N 16°28′20″E / 39.923056°N 16.472222°E39.923056; 16.472222 (Albidòna)Coordinate: 39°55′23″N 16°28′20″E / 39.923056°N 16.472222°E39.923056; 16.472222 (Albidòna)
Altitudine810 m s.l.m.
Superficie64,67 km²
Abitanti1 236[1] (29-02-2020)
Densità19,11 ab./km²
Comuni confinantiAlessandria del Carretto, Amendolara, Castroregio, Oriolo, Plataci, Trebisacce
Altre informazioni
Cod. postale87070
Prefisso0981
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT078006
Cod. catastaleA160
TargaCS
Cl. sismicazona 2 (sismicità media)
Cl. climaticazona E, 2 418 GG[2]
Nome abitantialbidonesi
Patronosan Michele Arcangelo
Giorno festivo8 maggio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Albidòna
Albidòna
Albidòna – Mappa
Posizione del comune di Albidona all'interno della provincia di Cosenza
Sito istituzionale

Albidòna (IPA: [ˌal.bi.ˈdoː.na][3] Albïdònë [ˌal.bə.ˈdoːnə][senza fonte] in dialetto albidonese[4] o l'Aguïdònë [ˌlːaɣwəˈdoːnə][senza fonte] in dialetto arcaico, forma ormai desueta) è un comune italiano di 1 236 abitanti[1] della provincia di Cosenza in Calabria.

Si trova nell'Alto Ionio Cosentino e fino a qualche anno fa faceva parte della soppressa comunità montana Alto Ionio, della quale era il terzo comune sia per estensione che per popolazione.

Secondo fonti antiche[5], Albidona sorge nei pressi delle rovine dell'antica città magno-greca Leutarnia, fondata dall'indovino Calcante, esule della guerra di Troia.

Le sue origini storiche risalgono almeno all'XI secolo: fra i suoi primi feudatari figura anche il poeta Ruggiero d'Amico, giustiziere e poi cospiratore di Federico II di Svevia ed esponente della scuola poetica siciliana; fra gli ultimi, compare Ottavio Mormile, ministro degli esteri di Gioacchino Murat.

Il comune è centro di notevole interesse geologico, legato principalmente agli studi sulla formazione del flysch di Albidona, una conformazione che si estende lungo tutto il territorio di confine tra Calabria e Basilicata.

Inoltre, gode di modesta rilevanza gastronomica, legata soprattutto al salame crudo di Albidona, inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani della regione Calabria.[6]

Il comune ospita uno dei primi monumenti ai caduti di tutte le guerre eretti in Calabria (1966).

Dal 2019 fa parte della rete Borghi Autentici d'Italia.[7]

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Albidòna è un piccolo ed antico centro montano posto tra l'Alto Ionio Cosentino e il massiccio del Pollino, quasi ai confini della Lucania, posto a 810 m s.l.m.. L'altitudine del centro abitato varia tra 700 (località Cutùra o Pietà) e 817 m s.l.m. (Timpone Castello). L'altitudine convenzionale del centro abitato è 810 m s.l.m., riferita alla posizione della vecchia Casa comunale, mentre l'altitudine del Municipio è di circa 760 m s.l.m..

Il centro abitato sorge su tre monti (timpòni) attigui, il Timpone Castello, il T.ne Fronte e il T.ne Guardiano. Questa posizione gli consente di avere una singolare forma a mezza luna, con il centro storico rivolto verso sud-est e il quartiere nuovo (Piano Giumenta) rivolto verso sud-ovest.[8]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio di Albidona è fra i più vasti dell'Alto Ionio ed è dominato dai crinali montuosi del Manganile e di Mostarico, oltre che dai letti delle fiumare Saraceno, Avena e Pagliara.[8]

Il territorio (64,67 km²[9]) si estende dal mare all'alta montagna (Timpone della Foresta - 1124 m), da dove si possono raggiungere percorrendo per pochi chilometri la strada provinciale Albidona-Alessandria del Carretto, il Monte Sparviere (1713 m) e i confini orientali del Parco nazionale del Pollino.[8]

Infatti, tra i comuni dell'Alto Ionio che hanno una porzione di costa nel loro territorio, Albidona ha il territorio con maggiore escursione altimetrica (1124 m).[10] Il territorio albidonese confina con i comuni di Alessandria del Carretto (nord-ovest), Oriolo, Castroregio (nord), Amendolara (nord-est), Trebisacce (sud-est) e Plataci (sud-ovest).

L'altitudine media del territorio è di circa 477 m s.l.m.[11]

Il territorio di Albidona è uno dei più vasti dell'Alto Ionio Cosentino, preceduto nel comprensorio soltanto dai comuni di Oriolo e Cerchiara di Calabria. Si estende costituendo una forma triangolare, che vede come suoi vertici[8]:

  • a sud, la località Probato, che costituisce il punto d'incontro fra i comuni di Trebisacce, Plataci (dal quale è diviso dal Torrente Saraceno) e Villapiana, sebbene quest'ultimo non confini direttamente con il territorio albidonese;
  • a nord-ovest, la località Masseria Grande, posta a ridosso del letto del Saraceno, nel punto di incontro con i comuni di Plataci e Alessandria del Carretto;
  • a est, la Marina, estremità nord-orientale del Piano della Torre (ricadente perlopiù in territorio di Trebisacce) e del Piano dei Monaci (in territorio albidonese). Questa rappresenta l'area più pianeggiante del territorio, nonché fra le più fertili, che arriva ad affacciarsi sul Mar Ionio, con un breve tratto di spiaggia con pineta, largo soltanto 170 metri. Questo piccolo triangolo di territorio è collocato fra i comuni di Trebisacce e di Amendolara, che proprio per sua presenza, non si presentano strettamente limitrofi.

I due lati sud-occidentale e settentrionale sono ben delineati dalla conformazione idro-orografica, mentre quello sud-orientale è meno definito.

  • il lato sud-occidentale è definito completamente dal letto della fiumara Saraceno, il corso d'acqua più lungo del territorio, che nasce fra i monti dello Sparviere (in territorio di Alessandria del C.), dopodiché definisce esattamente la linea di confine fra i comuni di Albidona e Plataci, dopodiché scorre verso il mare fino a giungere alla sua vasta foce, definendo così il confine fra i comuni di Trebisacce e Villapiana;
  • Grandangolo del crinale montuoso che delimita a nord il territorio albidonese, con i nomi e le altitudini dei principali rilievi.
    il lato settentrionale è definito da un crinale montuoso alquanto esteso, che si diparte dal Timpone della Foresta (più precisamente dalla Garoccella) fino ad incrociare, soltanto nell'ultima parte prossima alla foce, il torrente Avena. Si susseguono così la Sequa, la Serra Manganile, il timpone Turrisi, il timpone Micari (sovrastato dal bosco e dalla cima del timpone Vetrici, ricadente nel territorio di Amendolara), il timpone Gavazzo, la Serra della Tavola, il timpone Matosa e la Serra Palazzo. Il crinale pertanto divide il territorio albidonese dai comuni di Amendolara (a nord-est), di Castroregio e Oriolo con la sua exclave del Bosco di Oriolo (a nord) e di Alessandria del Carretto (a nord-ovest). Da questo ultimo, oltre che dalla Garoccella, è diviso da un più breve crinale che si approfonda, a partire dalla Recolla del Cornale verso il letto del Saraceno, costituito dal Pizzo di Cornaccia, il timpone Tolla, il timpone di Cerasale.
  • il lato sud-orientale, invece, è meno definito, poiché prettamente collinare e pianeggiante. Esso costituisce l'intera linea di confine con il comune di Trebisacce. Partendo dall'area più meridionale (Probato e Punta 'i l'Api), segue in modo più o meno fedele l'indistinto crinale della Destra di Mostarico, fino alla sua vetta, nei pressi della quale è collocata la Torre Petagna, con la Grotta dei Briganti (in territorio di Trebisacce). Dopodiché, si continua nuovamente in discesa verso il letto del torrente Pagliara, seguendo in parte il corso del canale Mele e il Piano di Castagna. Superato il torrente, incrocia così il torrente della Bruca, con la sua Valle, e poi attraversa le località Punciuto (incrociando la SP153) e Andrella. Da lì incrocia così il letto del Canale Monaco, poi le località Filippello e Manca dell'Occhio, e così nuovamente il Canale Angelone. Superato questo, costruisce un'insenatura nel territorio di Trebisacce, con il Piano degli Schiavi e il Piano dei Monaci, superato il quale si rivolge verso la costa, sormontata dalla seicentesca Torre dei Monaci.

Località principali[modifica | modifica wikitesto]

Mucche al pascolo in località Farniglio (Manganile). Sullo sfondo il letto della fiumara Avena e il mar Ionio.
In primo piano: le colline di Maristella con la Masseria omonima; in secondo piano: la Torre di Albidona. Sullo sfondo: il golfo di Corigliano.

Le principali aree montuose del territorio sono le seguenti[8]:

  • Corice, Santa Veneranda, Pistocchi, Santa Ranura e Piano Senise, sulle pendici del timpone della Foresta e della timpa Garoccella;
  • Gioro e Samocastiello, collocati lungo i canali del Forno e Franciardi;
  • Foresta della Caccia, la più estesa area verde del territorio;
  • Farniglio, Valle Addonia, Alvani e Calcinara, prospicienti la Serra del Manganile;
  • Cacasodo e Scaletta, prospicienti il timpone Turrisi;
  • Micari, con il timpone omonimo;
  • Recolla, con l'omonima "timpa" che si diparte dal timpone Piede della Scala;
  • Cannaflaca, Sant'Elia, Visciglie e Mostarico, tutte poste lungo il crinale che si diparte dalla Zilona, nei pressi dell'abitato, fino a raggiungere la vetta del Monte Mostarico.

Le aree collinari invece sono rappresentate da[8]:

  • Masseria Grande, Valle, Masseta Grande, Valle Amenta, Alicheti, Pozzicello, Filliroso, Ioràce, Manca, Cardeo, Iacolano, Giordomenico, Bisignana, Mulèca, Cugno di Tilli (o di Billi), San Nicola e Probato, tutti posti fra le aree più montuose e il letto della Fiumara Saraceno;
  • Soletta, Falcometano, Trodio, Mancapagna, Piano Castagna, Martino e Valle Bruca, posti lungo il letto del Torrente Pagliara;
  • Oliani, Lacci, Destra, Cicerone, Refatto, Cascone, Santappico, Potenta, Cafaro, Cristali, Rosaneto, Mezzana, Cerusso, Gavazzo, Papietro, Mercadante, Matosa, Piano dell'Avena, Pontano, Marraco, Vernile, Manca del Greco, Serra Palazzo, Coppone e Maristella, lungo il letto del Torrente Avena;
  • Puzzoianni, Glaccaro, Andrella, Sciolla, Filippello e Marzana, lungo il letto del Canale Monaco;
  • Manca del Lacco, Valle del Forno e Manca dell'Occhio, lungo il letto del Canale Angelone.

Le aree pianeggianti rappresentano la parte meno estesa del territorio e sono limitate alle seguenti località, tutte collocate nei pressi della Torre dei Monaci[8]:

  • Piano degli Schiavi e PIano dei Monaci, attigui alla Torre dei Monaci o Torre di Albidona;
  • Mendolicchio, Manca della Madonna e l'Orto del Consultorio, collocati lungo l'ultimo tratto del torrente Avena compreso nel territorio di Albidona;
  • la Marina, che costituisce l'estremità costiera del territorio, dominata poco più a monte dalla Torre.

Classificazione sismica[modifica | modifica wikitesto]

Classificazione sismica: zona 2 (sismicità medio-alta)[12]

Storia geologica del territorio[modifica | modifica wikitesto]

Flysch di Albidona[modifica | modifica wikitesto]
Il flysch di Albidona

La struttura geologica del territorio albidonese è stata da sempre oggetto di interesse per numerosi studiosi, soprattutto per quanto riguarda la successione sedimentaria del flysch di Albidona, una formazione geologica molto vasta, che si diparte dalla faglia di Trebisacce sul mar Ionio, fino a raggiungere l'area nord-occidentale del massiccio del Pollino, nei pressi di Moliterno (alta valle dell'Agri) e del Monte Centaurino, affiorando in modo nettamente più cospicuo nel territorio di Albidona. Si tratta di un'alternanza di colore grigio-oliva di peliti spesso siltose e di psammiti a composizione di subgrovacche, che raggiunge anche i 2.200-2.300 m di spessore[13].

Il flysch è rappresentato in quasi tutto il territorio albidonese, ma le aree in cui si rende più evidente sono quelle collinari e montane, e in particolare lungo le dorsali della Serra del Manganile e i dirupi lungo i quali scorrono i più importanti canali, in particolare il canale del Forno e il canale Franciardi, che presentano una conformazione a gola, sormontata da pareti rocciose in cui ben si evidenziano soprattutto tali complessi sedimentari.

Orografia[modifica | modifica wikitesto]

Timpa del Corice (Albidona).jpg
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Veduta panoramica dalla timpa del Corice o Garoccella: si intravedono da sinistra Albidona col Monte Mostarico, la fiumara Saraceno coi monti di Plataci, i monti dello Sparviere e Alessandria del Carretto, la Serra Dolcedorme sullo sfondo, Farneta, Nocara, Montegiordano e il torrente Ferro sulla destra
Vista dello scosceso dirupo del timpone del Cerro (986 m) dalla località Santa Veneranda (timpone del Pico). Sullo sfondo i rilievi di Alessandria del Carretto.

Il territorio di Albidona presenta per la sua vastità svariati ambienti naturali (pianura, collina e montagna) e quindi un variegato numero di specie faunistiche e floreali. Il territorio è principalmente collinare nella parte che va dai confini con Trebisacce (dal monte Mostarico) a pochi chilometri dal centro abitato, dove si riscontrano i primi ambienti di bassa montagna, mentre la parte che va dal centro abitato ai confini con Alessandria del Carretto è completamente montano, ad eccezione dei pendii posti lungo il letto della fiumara Avena e della fiumara Saraceno.
Le principali cime montuose, dette in dialetto albidonese "timpùni", sono[8]:

La "Timpa" Recolla
  • Timpone della Foresta (1124 m)
  • Serra del Manganile o Timpone del Manganillo (1101 m)
  • Timpone del Cerro (986 m)
  • Timpone Piede della Scala (924 m)
  • Timpone Turrisi (911 m)
  • Timpone Tolla (904 m)
  • Timpone Nardone (859 m)
  • Timpone di S. Ranura (842 m)
  • Timpone di Carrozza (799 m)
  • Timpone Pozzicello (781 m)
  • Monte Mostarico (774 m)
  • Timpone Tarantino (771 m)
  • Timpone Visciglie (744 m)
  • Timpone Cavour (739 m)
  • Timpone S. Elia (739 m)

Idrografia[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio di Albidona è molto ricco di corsi d'acqua; questo è testimoniato anche dalla presenza di diversi pozzi e fontane, usate una volta anche a scopo irriguo, e ruderi di antichi mulini ad acqua, in particolare nell'area montana del territorio (Piano Senise e Serre di Tagliamano)[8]. Si riscontrano tre principali torrenti e due canali con sbocco sul mare:

  • Fiumara Saraceno ("a jümàr'u Sïracìnë"): è il corso d'acqua più lungo del territorio albidonese (24 km[14]); la sua sorgente si trova tra i monti del Gruppo dello Sparviere, mentre il letto della fiumara si estende per una parte del territorio di Alessandria del Carretto, continua delimitando il confine tra Albidona e Plataci e sbocca tra Villapiana e Trebisacce con una foce a delta larga circa 3 km, coperta da una ricca vegetazione di macchia mediterranea e Pini d'Aleppo. Il toponimo Saraceno potrebbe ricordare le incursioni dei pirati saraceni oppure derivare da sarahac (redundavit = "è davvero ridondante")[15], in riferimento alle sue abbondanti piene, soprattutto evidenti in quei punti del suo tortuoso percorso in cui il letto si stringe maggiormente. Lungo il suo corso, fra Alessandria e Trebisacce, le sue acque azionavano ben cinque mulini e irrigavano anche i Giardini di Trebisacce.[16] È alimentato da vari canali: Canale del Forno, Filliroso, Franciardi, Gioro, S. Nicola, Fosso Malodente, Bisignana. Maria Longa, C. di Mastro Lisandro, C. della Serra, Columba. E' una delle Zone speciali di conservazione (ZSC) della rete Natura 2000, approvata dalla Commissione europea.[17][18][19]
    Vista sulla valle del torrente Saraceno da Santa Veneranda: in primo piano, gli altopiani di Gioro e Fuonzo; in secondo piano, la Foresta della Caccia, il canale Franciardi, il Mancone dello Scalzo e la Valle Amenta.
  • Fiumara Avena ("a jümàr 'Avènë"): nasce nel Bosco Mezzàna, fra il canale degli Alvani ("gl'Àguënë") e la Timpa di Valle Addonia, continua lungo il versante orientale del territorio con un corso di circa 15 km, fino a raggiungere la foce tra Amendolara e la Torre di Albidona[16]. Il nome Avena è probabilmente legato alla "vena", il nome dialettale, con il quale si indicava la "sorgente", ma anche la "biada", poiché i terreni posti lungo il letto del torrente sono alquanto ricchi di cereali, come la biada. In passato potrebbe essere anche stato conosciuto come fiume Albidona o Alvidona.[20] È alimentato da questi canali: Alvani, Mararoso, Santappico, Timpicell, Urzoli, Uliani, Ciramilë, Gammagrossa, Bonace, Roccolo, C. del Cervo, Rubicone, Trabacone, C. del Porco, Coppone, C. di Maristella. E' una delle Zone speciali di conservazione (ZSC) della rete Natura 2000, approvata dalla Commissione europea.[21][18][19]
    Letto della fiumara Avena
  • Fiumara Pagliara ("a Jümarell"): è un corso d'acqua abbastanza breve (circa 11 km), che nasce nei pressi dell'abitato, sotto il cimitero, e scorre lungo la valle delimitata dal Monte S. Elia, il Monte Mostarico e i bassorilievi di Rosaneto, Puzzoianni e il pianoro in territorio di Trebisacce, dove il corso d'acqua sfocia. Il toponimo potrebbe derivare da "pagliaro" o "pagliaio".[22] Negli ultimi anni è sorta in prossimità della foce, un'area urbana, che ha preso il nome di Rione Pagliara, appartenente ai confini urbani di Trebisacce. Si susseguono lungo il suo corso, sfociando in essa, i canali: Pinciuto, Cipillino, Marletta (o Barletta), Paisinino, Runci, C. delli Granci, C. di Santa Caterina, Martino, Cipullazza, Torrente della Bruca, C. della Pegna, Trodio.
  • Canale Monaco ("u Cuanàlë u Monëchë): si diparte dall'altopiano di Puzzoianni e sfocia poco più a nord-est dell'abitato di Trebisacce, raccogliendo in territorio di Albidona le acque dei canali Salzo e Sciolla.
  • Canale Angelone ("u Cuanàlë i 'Ngelònë): nasce nella Manca del Lacco, raccogliendo le acque dei canali di Forchetti, dei Banchioli, Santo e Vetrioli, scorre nella Valle del Forno, fino a sfociare in territorio di Trebisacce fra le località Roveto e Piano della Torre.

Clima[modifica | modifica wikitesto]

A 12 km dal mare e a 18 km dall'alta montagna, la sua posizione geografica permette di avere un clima mite. Data la considerevole escursione altimetrica del territorio (da 0 a 1.108 m s.l.m.), le differenze di temperatura si registrano intorno ai 6-8 gradi.[23][24][25]

Mese Mesi Stagioni Anno
Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic InvPriEst Aut
T. max. mediaC) 13,414,516,920,425,630,131,434,227,522,820,414,514,121,031,923,622,6
T. mediaC) 5,35,67,710,315,519,723,122,917,414,29,86,35,711,221,913,813,2
T. min. mediaC) −2,9−2,3−2,01,66,610,314,014,410,46,31,4−1,3−2,22,112,96,04,7
T. max. assolutaC) 18,5
(2007)
19,0
(2010)
25,9
(2001)
23,8
(1999)
31,0
(1994)
35,6
(2007)
38,8
(2007)
36,5
(2000)
31,8
(1994)
29,8
(1991)
26,0
(2009)
22,0
(2009)
22,031,038,831,838,8
T. min. assolutaC) −10,7
(1993)
−5,9
(2004)
−10,3
(1993)
−3,5
(2003)
2,0
(2009)
7,6
(2005)
11,5
(1991)
10,5
(1995)
5,8
(2008)
−0,1
(2007)
−2,5
(1998)
−5,7
(2007)
−10,7−10,37,6−2,5−10,7
Precipitazioni (mm) 118,277,280,853,448,229,617,724,950,286,3109,5125,0320,4182,472,2246,0821,0
Giorni di pioggia 977764235789252092074

Origini del nome[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il Barrio, Albidona esisteva sin dall'anno 1000 d.C., ma lo storico non precisa in che modo Leutarnia sia mutata prima in Levitonia, poi in Alvidonia e quindi in Albidona.
Probabilmente, il termine Albidona o Alvidonia deriva dall'ebraico "להבה פחות", che significa "fiamma inferiore", per distinguerla dalla "fiamma superiore", corrispondente al Piano Senise (località posta a circa 1000 m s.l.m., a metà strada tra Albidona e Alessandria del Carretto). Il termine "Senise" dovrebbe derivare da Sin-es (che in ebraico significa "fango di fuoco": infatti, attestandosi a ciò, si potrebbe pensare all'esistenza di un antico vulcano spento nel territorio di Albidona.[26]
Il nome del paese potrebbe derivare anche dalla sua posizione geografica, posta su tre colli (i tre timpùni: Cuastièll, Frontë, Guïrdijànë) rivolti verso il mare (e quindi verso il sole che sorge), interpretando il termine "Albidona" come "...che dona l'alba".[27]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Albidona tra storia e leggenda[modifica | modifica wikitesto]

La storia di Albidona è avvolta nella leggenda. Il paese sarebbe stato fondato da un gruppo di profughi guidati dall'indovino Calcante che, ritornando dalla guerra di Troia, approdò sulle coste della Calabria citeriore, dove morì. Le origini di Albidona sono legate all'antica città magno-greca Leutarnia, di cui parlarono Licofrone[28] e Strabone[29], ma la convergenza topografica tra i due centri non è attestata da alcuna fonte storica. Saranno poi alcuni storici calabresi del XVII e XVIII secolo, il Barrio[30] e il Fiore[31], a ipotizzare che Albidona sorgesse sulle rovine della mitica Leutarnia. In tempi più recenti ne parlano Giuseppe Antonini[32], l'abate Romanelli[33], l'autore inglese Cramer[34], il Coscia[35] e Gustavo Valente[36], rifacendosi alle fonti sopra menzionate.

(LA)

«Supra est Levidonia oppidum et ipsum vetustum, Leutarnia olim dictum, distat a Vicenumo m.p. quattuor, cuius meminit Lycophron in Alex. ubi ait: "Multi vero Syrim circa et Leutarniam terram habitabunt": super quibus verbis Isacius ait: "Syris et Leutarnia civitates sunt et fluvii Italiae, quas incoluerunt reliquiae troianorum, qui ex Ilio evaserunt fugientes in Italiam". Per haec loca Podalirius filius Esculapii pugno ab Hercule interfectus est, et sepultus prope sepulchru Calcantis, ut Lycophron et Isacius aiunt. Adfuit praesens Padalirius bello troiano cum fratre Machaone, duxeruntque naves triginta, ut Dyctis Cretensis refert. Levidonensis ager frumenti et aliarum frugum ferax est, secus littus pinastri frequentes nascuntur. In hoc agro legitur manna, nascuntur cappares, fit et amygdalarum copia.»

(IT)

«Sopra si trova il borgo di Levidonia e anch'esso antico, inoltre detto Leutarnia, dista da Vicenumo quattro miglia, di cuo ricorda Licofrone nell'Alexandra dove dice: "Molti, in verità, abiteranno nei pressi di Siri e della terra di Leutarnia": sulle quali parole Isacio afferma: "Siri e Leutarnia sono città e fiumi dell'Italia, che abitarono i superstiti dei troiani, i quali evasero da Troia fuggendo in Italia. Per questi luoghi Podalirio, figlio di Esculapio, fu ucciso in battaglia da Ercole, e fu sepolto vicino al sepolcro di Calcante, come affermano Licofrone e Isacio. Podalirio fu presente vicino nella guerra di Troia con il fratello Macaone, e condussero trenta navi , come riporta Ditti Cretese. Il terreno Levidonese è fertile di frumento e di altri raccolti, diversamente nel litorale nascono numerosi pini selvatici. In questo territorio, si legge, come la manna, nascono i capperi, e si trova abbondanza di mandorle.»

(Gabriele Barrio, De antiquitate et situ Calabriae)

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Fino al 2020, le più antiche notizie storiche legate al territorio, tramandate negli anni, erano risalenti all'epoca mediolatina (1106 e 1110): si tratta di due documenti redatti in greco, fra cui un probabile atto notarile, dove si asserisce il baratto tra alcuni monaci del monastero di Sant'Angelo di Battipede (Nicodemo, Antonio e Pancrazio) e un tale Andrea Spezzanite, che abitava nel territorio di Cerchiara.[37] Tuttavia, questo non asserisce l'esistenza del paese, bensì dell'abbazia, che corrisponderebbe a quella di Santa Veneranda (nel Piano Senise) o di Santa Maria del Cafaro. Non si evidenzia, infatti, alcun riferimento ad Albidona.

Nello stesso testo del Trinchera[37], il nome di Albidona però è citato in due documenti:

  • il primo, conservato nell'Archivio di Stato di Napoli, è risalente al 1117. Esso cita Albidona, nella descrizione dei luoghi contenuta in un atto di donazione da parte di Guglielmo de Grantemanil al monastero di Cava de' Tirreni;
  • il secondo, conservato nell'archivio dell'abbazia di Cava de' Tirreni, è risalente al 1202. Esso asserisce la vendita di un vigneto collocato in località Canna Flaca, in agro di Albidona, da parte di Giovanni Barbuzzone al cognato Goffredo Ferrari. L'atto è stato redatto dal notaio Phanuelis della "civitatis Albidonae".

La tavoletta lignea del 1957[modifica | modifica wikitesto]

Durante i restauri della chiesa di Sant'Antonio da Padova del 1957 fu ritrovata una tavola in legno, risalente al 1070, che riporta il finanziamento del restauro della chiesa da parte di un devoto, tale Massenzio de Rago ("Hoc tectum Massentius de Rago fecit pro sua devotione. 1070"). Ma questo non costituisce una prova certa che attesti l'esistenza di Albidona nell'anno 1000, poiché non è possibile accertare che la data riportata sia esatta o che la tavola lignea non sia una falso di periodi successivi, e inoltre perché il documento asserisce l'esistenza della chiesa, ma non del paese, perché non è certo che le origini del devoto de Rago siano albidonesi.[27]

La pergamena del 1099[modifica | modifica wikitesto]

Tuttavia, negli Annali Istituto "Alcide Cervi" (1997)[38], è riportato un riferimento in lingua francese a un tale Guglielmo (o Gudelmo) di Medania, definito "signore di Albidona (prov. di Cosenza)" e descritto come uno dei baroni che circondarono il principe di Capua. Il nome "Medania" deriverebbe dal latino Medana, nome con cui veniva indicata la Mayenne, dipartimento francese allora parte dell'antica provincia d'Angiò, da cui la famiglia Medania si spostò per stabilirsi in Italia meridionale. Non sappiamo, però, a chi sia rivolto nello specifico questo riferimento, in quanto ad oggi non si riscontra altro riferimento a questo nome. Gli unici appartenenti a questa famiglia noti sono i seguenti:

Non sappiamo se una di queste figure abbia - anche lontanamente - conosciuto lo sperduto villaggio di Albidona, allora facente parte del longobardo Ducato di Puglia e Calabria e poi del normanno Regno di Sicilia. Quel che sappiamo dai sopracitati Annali[38] è che Gudelmo di Medania conferì nell'agosto del 1099 a un tale Guglielmo di Barcellona, egumeno del monastero di S. Maria di Stelegrosso, "un diploma d'immunità nei confronti di ogni esercizio degli agenti di dominio pubblico del territorio di Albidona", cioè una sorta di privilegio verso il possedimento dello stesso monastero; tale informazione deriverebbe dalla stessa[44] cui fa riferimento un altro testo, in lingua inglese, intitolato The Administration of the Norman Kingdom of Sicily[45], che cita la pergamena n. 3 contenuta nel Tabulario della Chiesa di Santa Maria Maddalena di Valle Josafat, a Messina, la quale[46] recita:

«Privilegio accordato da Gudelmo di Medana signore di Albidono a Gudelmo di Barzelona Abate del Monastero di S. Maria di Stelegrosso detto di Cafiro; col quale egli ordina a tutti i Discomiti, Paradiscomiti, Turmarchi, Plateari ec. ed a tutti quanti potranno avere in appresso l'Arcontia di Albidono, di non molestare in alcun modo il detto Monastero; volendo che esso sia esente da ogni prestazione, gravezza, angaria e da ogni servitù di pascolo e di erbaggio, e che possa far suoi i villici che gli sarà dato raccogliere.»

La cappella di Santa Maria del Cafaro, secondo le ultime ricerche, esisterebbe da almeno un millennio.

Da tale documento si chiarirebbero importanti notizie sull'esistenza nell'XI secolo sia di Albidona che del Monastero di S. Maria di Stelegrosso, detto di Cafiro. Che altro non potrebbe essere quindi che la Madonna del Cafaro, la cui esistenza era finora testimoniata storicamente solo a partire dal 1326. Il legame dell'abbazia di Santa Maria del Cafaro con l'ordine di Santa Maria di Valle Josaphat è testimoniato anche da alcune ricerche[47], secondo cui sarebbe appartenuta già dal 1113 all'ordine di Santa Maria di Valle Josaphat, grazie al dono effettuato da parte di Ruggero di Puglia e Calabria, futuro re di Sicilia, insieme alle chiese di San Lorenzo e San Teodoro, nella Diocesi di Cassano, e probabilmente una domus ospedaliera e un templare in territorio di Castrovillari.

Oltre al riferimento a Gudelmo come "signore di Albidono", si cita anche la cosiddetta "Arcontia di Albidono". Il termine arcontia è scarsamente riscontrato in testi in italiano, tuttavia deriverebbe da un'investitura esistente nell'Antica Grecia, poi ereditata anche dalla cultura bizantina, legata a speciali magistrati, chiamati appunto arconti. Il termine arcontia, tuttavia, potrebbe aver assunto per estensione il significato di "unità bizantina amministrativa e militare con grandi prerogative di governo locale."[48][49] Potrebbe, inoltre, derivare anche da arcunia, che significherebbe “elevazione” o “monte molto alto”, dove ar- è un prefisso di intensità e cunios (da cuno-, che significa “altezza” [dal gallese cwn, e argwn = “cima"]).[50]

In entrambi i casi, sarebbe certamente riferibile ad Albidona, in quanto unità amministrativa bizantina a carattere feudale e posta su un'altura.

Periodo feudale[modifica | modifica wikitesto]

I d'Amico[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo feudale angioino, insieme ad altri feudi del comprensorio, appartenne alla famiglia d'Amico (anche conosciuta come De Amicis).[27]

Primo fra questi fu un importante personaggio del tempo: Ruggero d'Amico, che fu giustiziere di Federico II di Svevia ed esponente della Scuola poetica siciliana, fra i precursori pertanto della lingua italiana. La storia di Ruggero (o Ruggiero) e dei suoi discendenti fu raccontata in modo molto approfondito da Percopo e Zingarelli[51]. Ruggero infatti fu tra i promotori della storica congiura di Capaccio contro Federico II, insieme ad altri esponenti della sua famiglia, tra cui i parenti della moglie Venia (famiglia de Dragone), Ruggiero di Bisaccia (che aveva sposato Mabilia, sorella o zia di Ruggero) e Guglielmo di Montemarano e di Castelfranci (che aveva sposato Bella, altra discendente dei De Amicis).

Un ballo teatrale ambientato ad Alvidona nel '400

Un curioso documento perviene dal 1838, in cui è reso protagonista proprio un Corrado de Amicis, duca di Alvidona. Si tratta di una rappresentazione teatrale, composta e diretta dal noto coreografo Salvatore Taglioni nel 1838, rappresentata il 31 luglio dello stesso anno al Teatro San Carlo di Napoli. La storia è ambientata nell'anno 1438, proprio ad Albidona, dove il feudatario Corrado si innamora di una contadina, Lucia, già promessa in sposa al contadino Giulio, col beneplacito del padre Biagio. Corrado, grazie all'aiuto dei suoi sgherri, riesce a condurre con la violenza la ragazza al castello, costringendola al matrimonio. Tuttavia, l'arrivo del Gran Siniscalco da Napoli, che comunica la volontà della regina vicaria Isabella di Lorena di dare al feudatario in sposa la nobile Irene Caldora. Ma Lucia, nascostasi dietro una scala, rivela la verità al Gran Siniscalco. Corrado la fa scortare fuori dal castello, negando l'evidenza. A quel punto, sia il feudatario con i funzionari della corte reale, sia Lucia con Biagio e Giulio, partono per Napoli, al fine di incontrare la regina. Prima che la regina incontri Corrado, Lucia riesce ad ottenere udienza e rivela la verità, che viene provata anche dal fiduciario di Corrado, Rocco, che vestito da mendicante accorre dalla regina, dopo che lo stesso feudatario aveva tentato di avvelenarlo per nascondere la verità. E' così che la regina impone di firmare il contratto di matrimonio fra il Duca e Lucia, che viene nominata duchessa di Albidona, in quanto vedova del Duca, che viene così arrestato e gli vengono detratti tutti gli ordini. Lucia, ora nobile, riabbraccia il suo Giulio.

Per tale evento, Ruggero fu condotto in prigione, dove morì nel 1246 (forse non per morte naturale). Dopo due anni, il papa Innocenzo IV iniziò a restituire al figlio Corrado de Amicis (o d'Amico) i feudi confiscati precedentemente: il baronato Cerchiara (con i casali di S. Antonio e Plataco) e i feudi di Casalnuovo, Albidona (con i casali di S. Elia e Piano degli Schiavi), un feudo in Oriolo (con il casale Galato) e un altro in Cosenza, detto di Subirito. I beni furono completamente restituiti alla famiglia in 18 anni, fino al 1266. Insieme a Corrado, tornarono dall'esilio anche la madre Venia (o Avenia) e la sorella Margherita, che rimase nubile.

Corrado promosse l'ascesa di Carlo I d'Angiò (visto l'odio che serbava verso gli Svevi) e combatté arduamente per difendere i suoi beni, insieme ad altri feudatari, e fu per questo condotto davanti alla Gran Corte, affinché gli venissero nuovamente confiscati tutti i beni.

Nel 1274 fu promulgata la sentenza, che ebbe per effetto l'incamerazione di tutti i beni del feudatario, che sarebbero stati amministrati dal "secreto" della regione. Tuttavia, un anno dopo Corrado morì.

Pertanto i suoi eredi (la madre Venia, la sorella Margherita e la moglie Iacopa) sarebbero stati tenuti a pagare 2127 once annue, scontate con le rendite dei loro feudi.

Nella Cedula subventionis del 1276, Albidona è annoverata fra i centri più popolati del distretto, con 2600 abitanti, insieme a Scalea, Castrovillari, Saracena e Cassano.[52]

A quel punto Venia, insieme alla figlia Margherita, si recò ad abitare nel "castello di Albidone" e si impossessò con la violenza, ai danni della nuora Iacopa, di una masseria e di tutte le sue rendite. Iacopa, però, con i figli Ruggiero e Avenia, citò in giudizio la suocera e così i beni furono assegnati alla vedova di Corrado, insieme ai suoi figli. Tuttavia, per non essersi presentata al processo, le furono confiscati un terzo dei suoi beni. La corte così affido i beni al "milite" Tancredi di Morano (il cui fratello Guglielmo era stato tra i cospiratori della congiura di Capaccio, insieme a Ruggiero De Amicis), il quale però fu tenuto a pagare cinque once all'anno alla vedova Iacopa. Dopo un anno, Tancredi fu sostituito da Riccardo di Chiaromonte, il quale era imparentato in modo abbastanza vicino con la famiglia di Corrado D'Amico e anche di Iacopa. Il vicario del re, il futuro Carlo II, ripose così i feudi nelle mani del quattordicenne Ruggiero, figlio di Corrado e Iacopa. Ma egli morì poco più che maggiorenne e i beni furono ereditati dalla sorella Avenia, che li recò in dote al marito Iacopo D'Oppido.

Nel 1290 si era accesa anche un'aspra disputa fra Avenia e la zia Margherita, riguardo ai castelli di Cerchiara e di Albidona, e le vertenze degli arbitri di corte Giovanni di Monfort e Guglielmo Stendardo diedero ragione ad Avenia.

Iacopo d'Oppido era figlio di Boemondo d'Oppido (il quale con Folco di Calabria e Carnelevario di Papia aveva tenuto testa all'esercito di Manfredi nel 1256 ed era stato poi esiliato con Pietro Ruffo di Calabria) e Margherita Ruffo, erede della nota famiglia nobile.

Nel 1296, la baronia di Cerchiara fu attaccata dal priore di Sant'Eufemia, che mise a sacco tutte le terre di Riccardo di Chiaromonte.

Poi però furono riguadagnate da Iacopo d'Oppido, che conquistò anche la città di Gerace, nel 1301. Alla sua morte, avvenuta l'anno seguente, i suoi beni passarono al figlio Boemondo.

Venia de Amicis, nello stesso anno, si risposò nuovamente con Odoardo di Tarsia: così ottenne che il suo primogenito Ruggiero, avuto da Iacopo d'Oppido, avrebbe ereditato il castello di Cerchiara; il castello di Albidona sarebbe invece stato ereditato dai figli che avrebbe avuto con Odoardo.

La sorella di Corrado, Margherita, era ancora nubile e viveva nel castello di Albidona. Dopo un tentato compromesso con promessa di matrimonio con la nipote e la cognata, andato fallito, si sposò col nobile Giovanni de Bosco, “al quale fu concessa l’investitura del castello di Albidona, come parte della dote di Margherita”. Margherita avrebbe ricevuto “a cautela” il castello di Longano, in Molise.

Alla morte del marito, i beni passarono nelle mani del figlio Oliviero, appena diciottenne, il quale ebbe come procuratore il milite Giletto de Maas. Ma la madre, non contenta, ricorse al re, il quale le diede ragione e le concesse oltre al castello di Albidona, anche metà di un feudo in Aversa.

Ma Oliviero non si arrese alla madre e organizzò, insieme ad altri suoi compagni, un atto di frode nel castello di Longano, rubando argento e beni mobili. Nel 1302 improvvisamente morì.

Margherita, donna tutt’altro che timida e innocua, mise in atto la sua prepotenza anche contro la nuora, Gemma d’Aquino, rinchiudendola a chiave nella sua stanza, nel castello di Conca, e appropriandosi di animali e stabilendo nella corte alcuni ufficiali di sua fiducia.

Gemma era figlia di Rinaldo d'Aquino, altro rimatore e compagno di ventura di Ruggiero de Amicis, padre di Margherita, anche durante la congiura di Capaccio, che gli costò l’esilio. Anche Venia de Bosco, figlia di Margherita, era andata in sposa a un d’Aquino, Giovanni, fratello di Gemma.

Oltre a Oliviero e Venia, Margherita ebbe un altro figlio, Giovanni, il quale ebbe in dote, per volontà del padre, la terza parte del castello di Conca e alla morte del fratello Oliviero, ricevette tutti i suoi feudi. In seguito, nel 1316, stipulò un contratto con la cognata Gemma, con cui egli le lasciava una parte dei suoi feudi.

I Castrocucco[modifica | modifica wikitesto]

La figlia di Jacopo e Avenia, Dierna, che intanto amministrava il castello di Albidona, nel 1318 vendette il feudo per 460 oncie a Jacopo Castrocucco, da cui nacquero Rinaldo, Jacopo e Francesco. Il re Alfonso II d'Aragona spogliò Francesco Castrocucco del feudo e lo diede ad Antonio Senseverino, duca di San Marco. Grazie al matrimonio fra Isabella Castrocucco e Ruggero Sambiase (parente dei Sanseverino), il feudo si riavvicinò alla prima famiglia. Da quel matrimonio però non nacquero figli, pertanto il feudo passò nelle mani di Matteo Sambiase[53][54], prima che re Alfonso nel 1464 non decidesse di restituirlo a Venceslao Castrocucco (figlio di Francesco), grazie alla grande fiducia guadagnata, che poi lo rese consigliere del futuro re Ferdinando, figlio di Alfonso II.[55]

Da lui passò al figlio Rinaldo e poi nel 1506 al nipote Gerardino (o Bernardino), il quale ebbe in moglie (in seconde nozze) la principessa Beatrice D'Aquino (appartenente alla nobile famiglia da cui nacque San Tommaso).[55]

Dal loro matrimonio nacquero molti figli, tra cui Vittoria (che fu data in moglie a Marco Antonio Sanseverino, barone di Calvera), Rinaldo (che sposò Costanza Lopes de Vergara, figlia del signore di Oriolo) e Troiano (che ebbe in moglie Porzia, sorella di Marco Antonio).[56]

Da qui Albidona passò nel 1538 a Giovanni Berardino, che sposò Silvia Gambacorta, figlia di Baldassarre, Barone di Limatola, la quale acquistò anche la Terra di Amendolara, che era di Diana Loffredo.

Giovanberardino, tuttavia, non lasciò il feudo al primogenito Camillo (in quanto non aveva pagato il relevio del feudo), bensì al fratello Flaminio (che morì giovane, senza eredi) e da lì ad Ascanio, il quale sposò Isabella Delli Monti, figlia di Giovanni, Marchese di Corigliano d'Otranto.

A quel punto, la signoria di Albidona passò a un altro Francesco Castrocucco, figlio di Ascanio, nel 1599. Egli sposò Giovanna Coppola, figlia del Marchese di Missanello di Basilicata.

Nel 1638, alla morte di Francesco, passò al figlio Giovanbattista, il quale si sposò prima con Teresa Trifone, figlia del Duca di Flumeri e successivamente con Benedetta Riccardi, figlia del Marchese di Ripalimosano (Molise).[57]

Dopodiché, più di duecento anni dopo la prima estromissione dei Castrocucco dal castello di Albidona, il capitano borbonico don Francesco Capecelatro racconta nel 1670 di una nuova estromissione nell'anno 1649, ai danni di Giovanbattista Castrocucco, il quale aveva organizzato una rivolta antiborbonica insieme ai signori di Cassano e di Oriolo.[56] Questi ultimi furono trucidati, mentre Rinaldo si inginocchiò davanti a Capecelatro, fu portato a Napoli e giurò fedeltà ai regnanti di Spagna. Pertanto, dopo due anni, fu ricondotto ad Albidona, dove decise di ringraziare il protettore san Michele Arcangelo per l'intercessione, impiantando nel campanile della chiesa Madre una grossa campana, su cui fece incidere un messaggio contro la guerra e a favore della pace:[58]

(LA)

«S. Michael Arcangele defende nos in proelio.»

(IT)

«San Michele Arcangelo, difendici dalla guerra.»

(Giovanni Castrocucco)

La seconda campana sarà invece fusa da Rinaldo Castrocucco, nel 1694. Vi è incisa questa iscrizione:[58]

(LA)

«S. Michael Arcangele difende nos et tronitrua frange»

(IT)

«San Michele Arcangelo, difendici e fai disperdere i fulmini.»

(Rinaldus Castrocucco)
Le campane seicentesche della Chiesa Madre di San Michele Arcangelo.

Dopo Rinaldo, divenne signore di Albidona nuovamente Francesco Castrocucco, morto nel 1704, a cui successe il fratello Nicola, il quale morì pochi anni dopo, nel 1719. Scriverà di lui il Pellicanò Castagna[57]:

«[...] morì improle, in Albidon, il 2 luglio 1719 e fu ivi sepolto nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, nel sepolcro dei suoi, ove è la sua lapide con le armi di casa Castrocucco.»

Probabilmente la dicitura di Santa Maria di Costantinopoli è riferita a una delle due cappelle interne della Chiesa Madre di Albidona, che si trova a sinistra dell'altare maggiore, e che era anche detta "cappella della Corte". Lì saranno sepolti anche alcuni esponenti della famiglia Chidichimo.[56]

I Mormile[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1721, a Nicola Castrocucco successe suo fratello Giovanni Battista, fino al 1723, e quindi Antonio Maria Castrocucco, fino al 1742. Poiché non c'erano eredi maschi, il feudo passò nelle mani della sorella, Caterina Castrocucco, Marchesa di Ripalimosano, che sposò Ottavio Mormile, duca di Castelpagano, noto nell'inventario storico albidonese come "Duca di Campochiaro".

Sebbene con l'eversione del feudalesimo i titoli nobiliari fossero stati aboliti, nel 1808, Nicola Maria Mormile si disse ultimo feudatario della signoria di Albidona (1871). Sua figlia Maria sposò Michele, duca di Siano. Dalla loro unione nacque un altro Ottavio Mormile, anch'egli detto duca di Castelpagano e di Campochiaro, che fu Ministro degli Esteri del Regno di Napoli, nel governo di Gioacchino Murat.[27]

Nel 1819, i beni dell'ex feudo dei Campochiaro passarono nelle mani dei Chidichimo.[56]

Il Castello di Albidona[modifica | modifica wikitesto]

Le notizie tramandate sul "Castello" sono assai limitate.[59]

Nel testo di Percopo e Zingarelli[51], il racconto delle vicissitudini della famiglia d'Amico (feudataria di Albidona nel XIII-XIV secolo) presenta diversi riferimenti al "castello di Albidona".

Un documento del 1517, conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli, riporta: "Rinaldo Castrocucco per relevio per morte di Bernardino per padre per lo castello di Alvidona."

Negli ultimi anni sono stati rinvenuti tre importanti documenti, che aiuterebbero a creare un'idea più accurata sull'esistenza del Castello di Albidona:

  1. Il primo documento è conservato nella biblioteca dell'abbazia di Montecassino. Si tratta di un manoscritto[60] del capitano filospagnolo Francesco Capecelatro, fedelissimo di re Filippo IV e che sarà nominato Governatore delle armi di Calabria Citra, il quale attuò una dura repressione nei confronti dei filo-francesi in Calabria. Tra questi c'era anche Rinaldo Castrocucco, signore di Albidona. Nella seconda metà del XVII secolo l’armata spagnola lo condusse in prigione a Napoli. La repressione guidata dal Capecelatro coinvolse, nel comprensorio, soprattutto il comune di Oriolo, centro guidato dal marchese Pignone del Carretto, e in seguito anche Albidona, con il feudatario Castrocucco. Egli fu arrestato e guidato nelle prigioni partenopee, nonostante si fosse arroccato nel suo castello. Non poté più fare ritorno ad Albidona, bensì lo fece soltanto suo figlio Gianbattista, che divenne filo-spagnolo;
  2. Il secondo documento è conservato nella Biblioteca della Torre di Albidona, all'interno della Platea del 1698. Qui sono elencati tutti i beni del territorio comunale di Albidona, fra cui un "notamento dei beni" dell’ex duca di Campochiaro, che trasferì poi le sue proprietà ai Chidichimo. Si tratta di un atto del notaio Antonio Silvestri, di Amendolara, rogato il 19 settembre 1872, in cui si legge: «Antico castello diruto, in esso esistono case sei più membri; Palazzotto rinnovato da mazzi in membri 9, magazzeno della capienza di tomola mille, antica stalla, oggi diruta. Nella contrada detta il Piano di Vilotta, trappeti macinati con due conci membri. Nella contrada di Piano di Franco per commodo di zappino, soprano e sottano membri 2; forni esistenti membri tre nel castello, altre case in Piazza e Salvatore (San Salvatore), nel Fronte dell’Arena antico forno con membro uno.»;
  3. Il terzo documento si riscontra invece nel "Catasto onciario" del 1745. In esso il Castello dei Castrocucco è descritto ormai in rovina; si conserva soltanto la cisterna d’acqua, “un grande magazzino per conservar grano e una lunga stalla per i cavalli”. Appartengono al Marchese altre abitazioni site nei pressi del Castello, concesse in locazione in affitto ad alcuni albidonesi.
La rivisitazione storica del Castello dei Castrocucco: in primo piano, sulla sinistra, le nicchie contenenti le immagini del patrimonio storico-naturalistico albidonese; in secondo piano, la rampa di lancio del Volo dell'Arcangelo.

Oggi del Castello ormai non c'è più traccia. Secondo la tradizione orale, gli ultimi resti sono andati distrutti tra gli anni '60 e '70, con la costruzione del serbatoio d'acqua comunale, del Calvario, di Piazza Castello e di via Circonvallazione. Gli anziani ricordano ancora, fino agli anni '60, i resti di una torre circolare e di alcune mura di cinta. Una delle abitazioni limitrofe, oggi privata, sarebbe l'antico Magazzino, nel quale il Castrocucco prima, i Chidichimo poi, conservavano le derrate alimentari provenienti soprattutto dalle produzioni delle località più pianeggianti e fertili del territorio.[59]

Con l'avvento del terzo millennio, le amministrazioni hanno deciso di investire fondi per la costruzione di una rivisitazione rudimentale del Castello, con alcune mura di cinta e di alcune torri, circolari e quadrate. All'interno di alcune nicchie sono state collocate le immagini più rappresentative del patrimonio storico, folkloristico e naturalistico del paese. Nel 2014, lo stesso luogo è stato coinvolto in un progetto di valorizzazione turistica[61][62], costituito dal Volo dell'Arcangelo (una funivia di 860 metri che ha come rampa di lancio proprio il timpone Castello) e dal Parco Avventura, che sorge in località Tarantino, poco più a valle, dove si erge il punto di arrivo della funivia. Tuttavia, dopo il completamente dei lavori, non è stata ancora mai resa al pubblico, in quanto l'area di installazione della rampa di lancio del Volo dell'Arcangelo è stata classificata a rischio idro-geologico (zona R3) e pertanto posta sotto sequestro preventivo, insieme al Parco Avventura.[63]

Nel 2018, il Parco Avventura è stato dissequestrato, mentre rimane tuttora sotto sequestro preventivo l'area su cui sorge il Volo dell'Arcangelo, che verrà tuttavia monitorata tramite sistematiche prove inclinometriche, di richiedere all’Autorità di Bacino di declassificarne il livello di rischio, nel caso non si registrassero cedimenti del terreno.[64]

Sebbene la ricostruzione del Castello non sia stata dettata da un substrato storico e architettonico fedele, essa rappresenta di certo un punto panoramico alquanto suggestivo, che raggiunge nella collinetta che sorge dietro il deposito, l'altitudine più elevata del centro abitato (817 m). Da qui la vista può spaziare a 360 gradi, riuscendo a scorgere interamente il Golfo di Corigliano, con la Piana di Sibari, i monti della Sila, il Monte Mostarico, il crinale della Montagnola di Plataci, il letto del Saraceno, i monti dello Sparviere, Alessandria del Carretto, il timpone della Foresta, la Serra del Manganile con i timponi Turrisi, Vetrici e Micari, dietro i quali si scorge Roseto Capo Spulico, poi i timponi Gavazzo, Matosa, Serra Palazzo, il letto del torrente Avena, fino al Mar Ionio. Dietro il crinale del Manganile è possibile scorgere anche il Golfo di Taranto, che, foschia permettendo, consente di allargare la vista fino al faro di Gallipoli.

I Chidichimo dall'inizio dell'800 al periodo fascista[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1809 si insediarono nel territorio i Chidichimo, famiglia di origine albanese, che, nel 1819, dal duca di Campochiaro, acquisirono le loro proprietà e un certo potere nel territorio albidonese per tutto l'Ottocento e gli anni della dittatura fascista.

Durante la loro permanenza napoletana, certamente i numerosi fratelli Chidichimo, dopo il principe di Alessandria Pignone del Carretto, avevano conosciuto e ben frequentato Ottavio Mormile, Duca di Campochiaro e Marchese di Albidona, il cui discendente divenne Ministro degli Esteri di Gioacchino Murat nel corso del 1800[65]. Il Mormile aveva ereditato i feudi di Albidona dal primo duca Ottavio, che a sua volta li aveva ottenuti grazie al matrimonio con Caterina Castracane (Castrocucco), baronessa di Albidona dal 1742.

Palazzo Chidichimo

La scalata al potere[modifica | modifica wikitesto]

Evidentemente, la buona riuscita dei fratelli Chidichimo nell'amministrare i beni del Pignone, indusse il Campochiaro a dare agli stessi fratelli, o ad alcuni di essi, il compito di gestire i suoi patrimoni, ricadenti nei territori di Trebisacce ed Albidona.[senza fonte]

La permanenza ad Albidona dei Chidichimo fu utile alla Famiglia, che cominciò ad acquistare terreni, acquisendo presto la proprietà di quasi tutti i beni del Campochiaro. La piena acquisizione risale ai primi anni del 1800 e fu pagata impegnando i cespiti di Napoli e accendendo un mutuo di 50.000 ducati.[senza fonte]

Due grandi riforme legislative mutarono il panorama politico dell'epoca: le leggi sulla eversione del feudalesimo e sulla secolarizzazione dei grandi beni ecclesiastici. Tutto ciò si ripercosse ovviamente anche nello sperduto paese di Albidona, dove già la voce del popolo aveva coniato il detto “la terra appartiene alle tre “C”: Comune, Campochiaro e Chidichimo".

Queste due grandi riforme portano l'avvio dello sviluppo della proprietà borghese e l'aspirazione alla nobiltà per i nuovi ricchi che, nonostante l'eco dei valori della rivoluzione francese, mantenevano come modello sociale la gerarchia aristocratica meridionale[66]. Si vanno formando gli stati nazionali, inizia lo sviluppo dell'economia e, in assenza di strumenti finanziari e specializzati, diffusamente si ricorre ai prestiti privati ipotecari.

Balcone di Palazzo Chidichimo, con stemma araldico della famiglia.

La famiglia riuscì pertanto a raggiungere un grado di egemonia politica ed economica[67][68] all'interno del territorio e, in parte, anche nei territori vicini. Il grado di influenza della famiglia è anche testimoniato dal ruolo di riferimento spesso assunto nell'ambito di controversie familiari, come è testimoniato nel curioso documento processuale del 1866, nel quale don Nicolantonio Chidichimo fu coinvolto in prima istanza nella risoluzione di un acceso dibattito familiare riguardante un adulterio, risoltosi poi in seconda istanza in Tribunale, a Castrovillari.[69]

Si affaccia la politica senza ancora i partiti e si incominciano a delineare una destra e una sinistra. Dopo l'unità d'Italia, si organizzano le prime elezioni per collegi uninominali, riservate non solo ai nobili, ma anche a uomini appartenenti ad un certo livello di censo.

La politica viene così vista dalla nuova borghesia come la strada per raggiungere lo status nobiliare, tenuto conto che almeno i titoli nobiliari erano sopravvissuti e davano ancora lustro a chi poteva fregiarsene. L'assenza di partiti e le elezioni per collegi uninominali finirono per determinare una politica di alleanze finalizzata a conquistare quanti più voti possibili nei territori contermini.

Così, in ogni famiglia che intendeva dare la scalata al miglioramento sociale, si affermarono due necessità: mantenere ed accrescere il patrimonio, predisporre matrimoni allo scopo di aumentare l'influenza politica nel collegio. Per questo, era una sola figlia destinata a nozze di convenienza politica, per concentrare in tale tentativo di successo tutte le risorse dedicate alla costosa dote. Le altre femmine di famiglia finivano con rimanere in casa, ovvero, quando non costasse troppo e potendoselo permettere, messe in monastero.

Alcuni documenti che trattano del viaggio di Ferdinando II a Castrovillari nel 1852, attestano nel convento delle Clarisse la presenza di alcune monache Chidichimo tra cui la badessa. L'affermazione della nuova borghesia ha come conseguenza un maggiore impegno e un più attento controllo dei fattori di produzione del reddito, con particolare riguardo alle attività delle classi sociali inferiori e asservite. Le masse contadine, pur globalmente meno arretrate rispetto al periodo feudale, ne traggono impoverimento, cambiando sostanzialmente il rapporto con il padrone e soprattutto avendo il padrone così vicino, vigile e bisognoso di mezzi per permettersi “a somiglianza di quanto introdotto alla Corte di Francia, di fare vita alla Reggia con grande impiego di mezzi finanziari”. Tale impoverimento delle classi contadine, aggravato dalla politica doganale delle derrate e delle merci, come introdotta dai piemontesi, spingerà allora numerosi meridionali a cercare fortuna emigrando verso le Americhe.

Fu durante il 1800 che i Chidichimo subentrarono in larga parte al Campochiaro, ai monaci basiliani (di cui la Chiesa aveva deciso la secolarizzazione dei beni) e al Marchese Andreassi[70] nella proprietà delle terre nelle zone di Alessandria, Albidona e Trebisacce. Ad avvantaggiare questa crescita patrimoniale e sociale servirono certamente l'aiuto e l'intelligenza di uno dei fratelli della seconda generazione: Luigi Rinaldo, monaco “Cantore” basiliano detto "frate Barbaro".

È del 1855 il rogito notarile con cui la Famiglia Chidichimo (rappresentata da Nicolantonio) acquista dal Marchese Andreassi una serie di beni in zona di Trebisacce ed Albidona.

Si è detto che la politica ed i matrimoni erano l'occasione per alimentare la propria influenza politica nei comuni in cui si voleva aumentare la propria affermazione e popolarità. Spesso i matrimoni univano nel tempo esponenti delle stesse famiglie come si racconterà delle famiglie Chidichimo e Rovitti, legate da vincoli matrimoniali e d‘affari per quasi un secolo.

Ma l'acquisita ricchezza non generava solo ascese politiche e nobiliari, spesso era lo spunto di grandi guai e problemi, come quando un rappresentante della famiglia veniva rapito a scopo di riscatto, come accadde con Pasquale Chidichimo, rapito dal brigante Antonio Franco.[71]

La questione demaniale[modifica | modifica wikitesto]

Tuttavia, la questione demaniale fu per molti anni uno dei motivi di contrapposizione fra la famiglia Chidichimo e il resto della popolazione, nonché di altre famiglie benestanti rivali, come gli Scillone, e fu causa dei moti del 1848[72] e della sommossa popolare del 1932. I Chidichimo erano infatti accusati di aver usurpato almeno un quarto del terreno demaniale[73].

La suggestiva e imponente Masseria di Maristella, con attigua la cappella dedicata a Santa Barbara, fatta costruire nell'800 da donna Barbara Bellarme (congiunta del monaco Luigi Rinaldo Chidichimo).[74]

Degno di nota il documento che riporta il contenzioso fra il Comune di Albidona e don Francescantonio Chidichimo, aperto nel 1811, proprio a causa della questione demaniale e in particolare della proprietà sulle due Badie del territorio di S. Veneranda e S. Maria del Càfaro.[75]

Un importante documento processuale risale, invece, al 1931: il presidente della Corte d'Appello di Catanzaro dichiarò le contrade Pisciottolo, Barletta e Zilona illegalmente occupate da Angelo Chidichimo e altri, condannandoli a rilasciare le terre al Comune di Albidona e a pagare il valore dei frutti indebitamente percepiti.[76]

L'impegno politico: il deputato Luigi Chidichimo[modifica | modifica wikitesto]

Negli stessi anni centrali del secolo diciannovesimo, c'è un impegno forte della Famiglia a dare la scalata alla politica, in vista dei traguardi nobiliari. Si annoverano così nella Famiglia prima alcuni esponenti con il titolo di Guardia d'Onore, poi diversi sindaci, consiglieri provinciali e due deputati.

Targa in memoria del deputato Luigi Chidichimo, collocata sulla facciata del palazzo di famiglia.

Il primo deputato è Luigi Chidichimo (1835-1904), avvocato e politico. Sindaco di Albidona nel 1871, ancora dal 1874 al 1877 e dal 1878 al 1883, consigliere provinciale, presidente della Provincia di Cosenza nel 1881 e deputato al Parlamento nazionale nelle legislature X[77] e XIV[78].

L'agognato baronato fu raggiunto a coronamento della carriera politica di Luigi, già Consigliere Provinciale e Presidente della Provincia: nell'annuario dei deputati della XIV legislatura, l'On. Luigi è indicato anche come Barone[78][79].

Era più che logico in questo contesto come la crescita sociale, anche in senso nobiliare, fosse un elemento importante. Il gradino minimo dell'affermazione politico-sociale era la carica di Sindaco. Si contano così in Famiglia numerosi sindaci nei comuni di influenza dei Chidichimo, a cominciare da Alessandria del Carretto. In questa scalata, il traguardo importante da raggiungere era il Baronato e alle condizioni per raggiungerlo si mescolavano il censo (e cioè la ricchezza), il grado già raggiunto, l'influenza politica.

Tuttavia, la nomina giunse in concomitanza con la grande crisi economica della Famiglia. Le spese "politiche" del deputato avevano coinvolto praticamente tutta la famiglia, sicché non si fu più in grado di pagare i diritti relativi al brevetto di barone e questo riconoscimento, pur rimanendo agli atti, non fu trascritto nel registro della nobiltà.

Paolino (1860-1918), invece, del ramo di Cassano allo Jonio, dove fu Sindaco, diventa deputato agli inizi del Novecento. Tra i due vi è una profonda differenza di posizione politica, essendo Luigi parlamentare della Sinistra, tra i pochi che ascoltò a Stradella il discorso di Depretis, e Paolino seguace della Destra e, soprattutto, espressione del mondo cattolico.

Francesco Chidichimo: ginecologo e docente universitario[modifica | modifica wikitesto]

Un altro importante esponente della famiglia fu Francesco Chidichimo (Albidona, 1875 - Cosenza, 1928), figlio del deputato Luigi e di Teresa De Callis (originaria di Mormanno), ginecologo e professore all'Università di Roma.[80][81] Fu nominato docente nel 1910[82][83], ma esercitò la professione, in quanto importante punto di riferimento nel campo dell'ostetricia, anche a Cosenza e a Buenos Aires, in Argentina.

Condusse numerose ricerche riguardanti soprattutto la fisiologia dell'utero, con particolare riguardo alle azioni del veratro verde, dell'aspirina, della paraganglina vasale e dei centri motori sulle contrazioni uterine, nonché sulla mola vescicolare.[84][81]

Conosciuto nella comunità come "Don Ciccio", oltre che per il suo prestigio sociale e scientifico, è rimasto nei ricordi degli albidonesi anche per una peculiarità fisica: la sua imponente mole, che superava i due quintali di peso. Per questo motivo egli aveva notevole difficoltà a viaggiare in treno e in carrozza, e non poteva assolutamente viaggiare a cavallo. Si racconta che il suo pranzo fosse molto ricco: le due sorelle, donna Mariantonia e donna Vicenza, gli preparavano, al suo ritorno al palazzo, "una grande scodella di peperoni arrostiti sulla brace, una mezza pezza di formaggio delle sue mandrie, soppressata, prosciutto e un pane casereccio di due chili".[85]

Le maggiori difficoltà furono però vissute quando morì, nel 1928 a Cosenza, dove viveva con la moglie Evelina Aloe (deceduta nel 1966). Il falegname dovette ingegnarsi a costruire una bara di grandi dimensioni, che "assomigliava a un granaio" (come ebbe a dire uno dei trasportatori). Fu trasportata in treno da Cosenza a Trebisacce e poi caricata sopra un "traìno". Poiché aveva manifestato la volontà di essere seppellito, come tutti i suoi congiunti, nella cappella del Càfaro, per il trasporto della bara fu impiegata una folta squadra di robusti uomini, fra cui spiccava "u Cap'i Vojë" (testa di bue), l'uomo più forte della vicina Trebisacce.[85]

I Chidichimo oggi[modifica | modifica wikitesto]

Attuale discendente della famiglia (seppur non della linea del deputato Luigi, in quanto l'ultimo erede Luigi detto "Gigiotto", figlio di Francesco, morì nel 1972) è Rinaldo, avvocato e studioso di economia, nato ad Oriolo nel 1931 dal notaio Luigi e da Franca Toscano. Oggi unico proprietario delle storiche tenute familiari di Maristella, San Dòdaro, Marraco e Piano dei Monaci, ha istituito un'importante biblioteca[86] presso la Torre di Albidona, dove sono custodite, fra le altre cose, numerosi volumi sulla Calabria e l’Alto Jonio e una preziosa cartografia dell’Italia antica.[85][87]

Allievo dell'ex ministro dell'Agricoltura liberale Bignardi, è stato direttore generale di Confagricoltura dal 1976 al 1987[88] e presidente della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania dal 1987 al 1992.[89]

I "moti comunisti" del 1848[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni in cui nelle città italiane ed europee maggiori scoppiarono i moti rivoluzionari, anche Albidona fu interessata dall'ondata di rivolta[90], che causò il ferimento (e la morte) di alcune persone e l'arresto di molte altre. Il sentimento ribelle fu incentivato anche dalle prime scintille rivoluzionarie scoppiate nel comprensorio di Albidona: ad Amendolara era stato istituito un circolo religioso affiliato alla "Giovane Italia", guidati dal sacerdote don Vincenzo Mussuto; a Plataci si trovava il prete Angelo Basile, principale promotore dei movimenti.[72]

Anche nel piccolo comune di Albidona fu costituito un circolo di sentimento politico "liberale", chiamato dai Borboni "Setta dei rivoltosi", allo scopo di tutelare le famiglie povere e restituire loro le terre confiscate dalle famiglie nobili. Nel 1848 i rivoltosi iniziarono la sommossa, ma il movimento fu soffocato ed essi furono arrestati, processati e condannati dalla polizia borbonica.

Palazzo Scillone, oggi.

I "comunisti", nella Settimana Santa del 1848, iniziarono in alcune aree del territorio albidonese il disboscamento, che non gli era stato concesso dal Comune, al fine di rendere i terreni disboscati coltivabili e assegnarli alle famiglie più povere. Ma le famiglie nobili albidonesi comunicarono, intanto, a Cosenza il "misfatto" dei rivoltosi. Essi, così, organizzarono una manifestazione popolare nel giorno di Pasqua del 1848, con l'appoggio di due liberali facenti parte della famiglia Scillone (altra famiglia abbiente di Albidona) e del notaio Dramisino. I ribelli protestarono in piazza Risorgimento davanti al palazzo Chidichimo, accusandoli di aver detratto il demanio agricolo alle famiglie meno abbienti[75][68][66]; con i Chidichimo si schierarono i filo-borbonici. Ad avere la meglio furono i Chidichimo che, con l'appoggio della polizia borbonica, riuscirono a far arrestare e condannare i rivoltosi comunisti; nello scontro morirono addirittura due persone.

Alcuni rivoltosi, come il notaio Dramisino, Francesco Rizzo, Marzio Palermo, il Minucci e Giovanbattista Scillone furono condotti nell'isola di Procida[91], per scontare la prigionia, e qui morirono dopo qualche anno.[72]

Padre Luigi d'Albidona[modifica | modifica wikitesto]

Tra i protagonisti dei moti rivoluzionari nel contesto regionale ci fu un frate cappuccino, il noto Padre Luigi d'Albidona, al secolo Luigi Cataldi, nato ad Albidona nel 1818. Il religioso, assegnato al convento di Torano Castello, entrò a far parte della "banda toranese" (composta da 27 uomini), stringendo amicizia con l'anarchico Giuseppe Petrassi e i fratelli Baviera. Partecipò, quindi, agli attacchi alle milizie del "Real governo" a Paola e alla "disfatta" di Castrovillari, dove incontrò anche i 17 albidonesi, che presero parte alla sommossa (tra questi si trovava anche Benedetto Cataldi, fratello del cappuccino, uno dei maggiori promotori della rivolta comunista ad Albidona). Fu arrestato nel 1850, processato nel febbraio del 1852 e condotto dopo un lungo periodo di latitanza nel carcere di Cosenza. Dopodiché fu portato nel carcere dell'isola di Nisida, nei pressi dell'isola di Procida. Il padre si dichiarò sempre e comunque "prigioniero politico", ma fu condannato prima alla pena di 18 anni di prigionia, ridotti in seguito a 13 anni; il cappuccino non li scontò mai tutti, perché morì dopo quattro anni, solo, malato e distrutto dalla terribile prigionia.[72]

Periodo post-unitario[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo post-unitario si alternarono alla guida del comune soprattutto gli esponenti delle famiglie locali egemoni, come i Prinsi, i Mele e ancora i Chidichimo. Tra questi ultimi figurò soprattutto il già citato Luigi Chidichimo, che diventerà poi presidente della Provincia di Cosenza e deputato al Parlamento nazionale.

Si distinse in particolare, fra tutti, il sindaco Francesco Gatto, il quale ricoprì la carica di assessore funzionante da sindaco e di primo cittadino a periodi alterni per più di vent'anni (dal 1870 al 1871, nel 1877, dal 1878 al 1883 e dal 1885 al 1905), nonostante fosse completamente analfabeta. Era soprannominato "U sinnïchë i Nciccarièll", per il suo soprannome familiare. Gli fu poi dedicata una targa in memoria, affissa sulla sua abitazione, dotata di un suggestivo portone ("u portònë i Nciccarièll"), che si affaccia sulla storica via Francesco Chidichimo, in pieno centro storico.[92]

Targa in memoria del sindaco Francesco Gatto Nciccarièll.

Il ventennio fascista e la sommossa popolare del 1932[modifica | modifica wikitesto]

Nel ventennio fascista si distinsero ancora i Chidichimo (che governarono nel comune a periodi alternati e con i diversi esponenti della famiglia per ben 27 anni) e i Dramisino.

Nel gennaio del 1932, Albidona fu coinvolta da un'accesa sommossa popolare, che nello stesso anno poi coinvolse anche altri comuni calabresi, fra i quali la vicina Trebisacce, Civita, Cassano allo Jonio, Nicastro e Casabona.[93][73]

Sebbene la legge di eversione del feudalesimo fosse in vigore già da più di un secolo, nel primo ventennio del XX secolo i Chidichimo ancora manifestavano la loro egemonia nel comune, sia a livello politico che in ambito economico.[67][68][66]

Il paese viveva nella piena miseria, in condizioni alquanto degradate, come racconta nel 1917 il maestro Celestino a un suo compagno partito per il fronte:

«Qui c’è scarsezza di grano, il vino va caro, manca lo zucchero ed il petrolio. Le conseguenze della guerra cominciano anche qui a farsi sentire sempre di più. Come sai, ai maestri hanno accordato £. 15 mensili come indennità per il rincaro dei viveri, causa della guerra.»

Giuseppe Rizzo, nel documento[94] dedicato a questo evento storico, scrive così, riguardo alla situazione socio-politica, soprattutto con l'inizio del Fascismo:

«Anche il Comune era poverissimo, ma era soprattutto male amministrato. Il medico condotto e l’ostetrica venivano pagati con l’introito della tassa bestiame. I pochi dipendenti erano compensati ogni tre o quattro mesi. E gli amministratori facevano pure gli “spensierati e gli infatuati della retorica fascista”. Non sappiamo se lo fossero tutti per convinzione politica, per trasformismo o per paura.»

Lo stesso sindaco e poi commissario prefettizio, l'avvocato e notaio Luigi Chidichimo (nipote del deputato), fu fascista e organizzatore della sede locale[95]. Con l'avvento della dittatura, i tributi furono aumentati, e il potere - rimasto stabile nelle mani della famiglia egemone - non consentì in alcun modo che la questione demaniale[75], già fulcro di sommosse dal 1811, venisse in qualche modo risolta. Nel 1930 divenne sindaco, per poco meno di un anno, Peppino Mele (Strònguëlë), contadino esperto e stimato "prezzatore" agricolo, il quale tentò invano di affievolire il peso dei tributi, poiché trovò resistenza negli altri amministratori, sempre legati al vecchio corso. Il Comune, inoltre, versava in condizioni di deficit. Nonostante la richiesta di un prestito alla Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, gli amministratori decisero di introdurre una nuova misura tributaria: la sovraimposta obbligatoria sui terreni (detta "fonduaria", in dialetto funnuguària).

Il malcontento delle fasce più povere della popolazione era ormai dilagante.

Nel 1932 era nel frattempo stato nominato commissario prefettizio un tale Angelo Manfredi, detto "Barbetta", il quale fu inviato appositamente ad Albidona per risolvere la complessa questione demaniale. Egli propose il pagamento dei tributi in misura proporzionale ai propri possedimenti. I Chidichimo, pertanto, poiché decisamente più abbienti, si attivarono in ogni modo per accattivarsi le simpatie del Manfredi, corrompendolo in diversi modi, come ad esempio facendogli pervenire "una forma di cacio grande quanto una ruota del traìno", come raccontò nel 1977 uno dei protagonisti della vicenda, Peppino Mele, già sindaco nel 1930. È proprio grazie ad essi che ci è stata tramandata la cronaca della sommossa:

«Il 17 e 18 gennaio del ’32 si riuscì a dar vita a quell’imponente manifestazione contro il commissario prefettizio Angelo Manfredi. Il giorno prima della sommossa, cioè il 16 gennaio, si vide girare per le strade di Albidona tale Rosa a Mìscia, che con la tromba in bocca lanciava il bando, informando la popolazione, proprio come fa oggi il nostro banditore comunale. La popolana, moglie di un emigrante in Argentina, annunciava che all’indomani tutti dovevano recarsi davanti al municipio per protestare contro il commissario Angelo Manfredi, più noto col soprannome di Barbetta.»

Palazzo signorile della famiglia Mele, nel rione Castello.

Protagoniste, infatti, dell'evento furono soprattutto le donne, animate da uno spirito rivoluzionario e di rivalsa.

Mele continuò poi:

«Ricordo che era la mattina del 17 gennaio; io mi stavo radendo la barba quando sentii davanti alla mia casa, che è nelle vicinanze del municipio nel quartiere del Castello; molta gente gridava contro il commissario Manfredi, che era appena entrato nel municipio. Dopo una rasoiata frettolosa, mi asciugai il viso e scappai fuori. Vidi che tra la chiesa di San Michele e la porta del municipio c’erano circa 500-600 persone che continuano a gridare contro Barbetta, il quale non volle uscire.»

Alcuni rivoltosi, tra cui appunto numerose donne, sfondarono la porta e irruppero nella Casa Comunale, dove aggredirono il commissario, tirandogli la barba e colpendolo con alcuni calci. I dipendenti comunali telegrafarono subito alla Prefettura e ai Carabinieri. In attesa dei rinforzi, tentavano di sedare la rivolta i militi della Forestale, che avevano una piccola stazione anche ad Albidona.

Circa trenta Carabinieri giunsero dai comuni limitrofi e sorpresero i 12-13 rivoltosi segnati nel "libro nero" dallo scrivano Viceconte all'alba, nel sonno. Essi furono processati alcuni mesi dopo a Castrovillari e tenuti per qualche giorno in prigione, a Trebisacce.

L'analisi socio-politica della rivolta la lasciamo allo stesso Giuseppe Rizzo, che così conclude il racconto dell'evento:

«In conclusione, possiamo chiamare rivolta di classe la sommossa albidonese del ’32? È vero che le adesioni al fascismo furono numerose, ma in Albidona c’era molta gente che detestava questo regime, che trascurava l’estrema periferia della Calabria e gravava di tasse le nostre popolazioni. Le classi popolari, braccianti, contadini, artigiani e nullatenenti aderivano per coercizione, “perché eravamo spiati dai ruffiani, dagli opportunisti e dai trasformisti”, ci dice un altro testimone. La popolazione albidonese non riuscì a conseguire appieno il suo scopo, ovvero al riduzione delle tasse comunali, la soluzione della questione demaniale e altro, perché non aveva una vera e propria coscienza di classe, né era guidata e aiutata da persone culturalmente preparate e politicamente impegnate. Quei pochi che istigavano i disperati della protesta stavano dietro le quinte.»

Il periodo repubblicano[modifica | modifica wikitesto]

L'avvento della Repubblica non fu accolto di buon occhio nella comunità, visto il responso notevolmente favorevole al mantenimento della Monarchia al Referendum istituzionale del 2 giugno 1946, che la vide prevalere con 885 voti contro i 75 a favore della Repubblica[96]. Notevole influenza derivò, infatti, dal potere politico dei Chidichimo, con il sindaco qualunquista Luigi. Egli si era imposto alle elezioni amministrative della primavera del '46, aveva superato la metà dei voti alle prime elezioni politiche e raggiunto poi un voto plebiscitario, con i liberali, nel 1948.[97]

In seguito il testimone passò alla Democrazia Cristiana, con Ciccio Ferraro e Salvatore Dramisino (già commissario prefettizio durante la dittatura fascista), che amministrò il comune per 19 anni.[98]

Palazzo Dramisino: in evidenza, sul portone, le iniziali di Salvatore Dramisino.

Dall'avvento socialista a oggi[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre del 1964, don Salvatore fu superato dal giovane Antonio Mundo (poi consigliere provinciale, assessore regionale e deputato al Parlamento con il PSI). La campagna elettorale del 1964 fu molto accesa: la lotta politica tra l'esordiente Mundo e l'ormai veterano Dramisino sfociò in duri scontri non solo diplomatici, ma anche fisici, come la cosiddetta "Guerra degli asini" (A guerr d'i ciuccï), la quale portò al ferimento di alcuni esponenti e sostenitori dei due partiti. Ma il malcontento popolare causato da un'amministrazione di Dramisino radicata ancora ai vecchi ideali autoritaristi del ventennio Fascista, favorì la vittoria di Mundo.

Nei primi anni della sua amministrazione Albidona mutò la sua situazione, con la doverosa costruzione di servizi primari allora non ancora presenti (1964), quali, ad esempio, il sistema fognario, la luce elettrica e la viabilità rurale, della cui attuazione Mundo risentiva l'onere in quanto simbolo di un nuovo sistema politico ormai radicato ad Albidona dopo un periodo non troppo felice.[99]

Piazza Risorgimento: storico teatro politico del paese, ha ospitato la maggior parte delle discussioni elettorali. Nella foto, sono evidenziabili i tre "palcoscenici" su cui si ponevano le rispettive fazioni politiche maggioritarie della storia repubblicana: sulla sinistra, la D.C.; in basso a destra, il P.C.I.; sulla destra, il P.S.I..

L'opposizione degli esponenti della Democrazia Cristiana, che si rifacevano a Dramisino, si affievolì sempre più con il tempo, fino a quando non comparì nel 1970 sulla scena politica locale Michele Viceconte (capogruppo della Democrazia Cristiana), che oppose una strenua ma vana resistenza all'egemonia socialista fino al 1975. Dal 1990 lo stesso Viceconte, diventato capogruppo del P.P.I., ristabilì una nuova opposizione, a cui inoltre si affiancava la storica, seppur flebile dal punto di vista dei consensi, ma non dell'attività di opposizione, frangia del P.C.I., guidata da esponenti quali Rizzo e Corrado. Nella tornata elettorale del 1995, tuttavia, la lista civica che si rifaceva al P.C.I. riuscì ad ottenere un alto numero di consensi, seguito dai Popolari (la cui sommatoria superava i voti ottenuti dai socialisti[100], anche se l'esito delle elezioni avrebbe comunque favorito la lista civica "mundiana", guidata da Sangineto). Lo stesso, però, fu costretto a dimettersi dopo alcuni mesi. Nel 1996 furono indette le nuove elezioni, sancite da un'accesa campagna elettorale. Infatti, la lista dei Popolari (guidata nel 1995 da Arvia) e la lista civica di ispirazione comunista (guidata dall'esordiente e giovane avv. Lizzano) organizzarono un locale "compromesso storico", presentando i propri candidati in una lista comune. Tuttavia, l'esito delle elezioni favorì i socialisti per soli 51 voti.[101]

Dopo il ritiro dalla scena politica locale del Viceconte, alcuni degli esponenti già suoi alleati nel 1996 (Lizzano, Napoli, Salandria, Adduci), insieme ambirono invano alla costituzione di una nuova alleanza politica, che potesse sradicare l'ormai egemone sistema socialista dal potere.

L'ex deputato ha detenuto ininterrottamente le redini dell'amministrazione albidonese per 52 anni, con l'avvicendamento di sindaci di ideale politico comune.

Nel 2016, la tornata elettorale ha portato invece alla fine della storia politica "mundiana"[102], con la vittoria di una lista civica, costituita da diversi giovani (alcuni di estrazione politica socialista, che hanno rinnegato il legame al vecchio sistema politico guidato dall'ex deputato, e altri provenienti da altre estrazioni politiche minoritarie o neutrali). Dopo una campagna elettorale alquanto accesa, che ha visto come protagonisti i giovani "rottamatori", guidati dalla candidata Di Palma, avversi alla compagine di espressione della continuità socialista, guidata dal candidato Lizzano, fedelissimo dell'on. Mundo, l'esito delle consultazioni ha portato all'elezione del primo sindaco donna della storia di Albidona: Filomena Di Palma.[103]

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Il centro abitato[modifica | modifica wikitesto]

Panorama di Albidona.

Il centro storico[modifica | modifica wikitesto]

Veduta dall'alto del centro abitato, con il focus sui rioni del centro storico e i quartieri del "paese nuovo" e sulle principali architetture storiche, religiose e civili.

Il centro storico è suddiviso in diversi rioni ("vicinànz"):

  • Cuastièll ("Castello"): corrisponde al rione più antico ed è collocato nella parte più alta dell'abitato, sul timpone omonimo. Ospita la chiesa madre di San Michele Arcangelo e gli storici palazzi signorili (Chidichimo, Mele, Scillone, Prinsi), oltre all'ex municipio (oggi biblioteca comunale "S. Pertini"). Da qualche anno ospita una ricostruzione ex novo dei ruderi del castello dei Castrocucco, che sorgeva in quel luogo probabilmente fino alla fine del XVIII secolo, oggi diventata anche rampa di lancio del volo dell'Arcangelo[61][62][63], oltre che punto panoramico, con vista sul golfo di Taranto e di Corigliano, e sui monti del Pollino orientale. Pur essendo oggi parte integrante dello stesso rione, in passato le abitazioni che si affacciano su via Ateneo costituivano il rione di Sutt'i Portièglï. Fa parte del rione Castello anche il "Piano di Chidichimo" ('u chian'i Chidichïmë), cioè il tratto pianeggiante di via Francesco Chidichimo, su cui si affaccia proprio il palazzo omonimo, che oggi si immette su via Circonvallazione.
  • Chiazz (la "Piazza"): corrisponde all'area attigua alla storica Piazza Risorgimento, punto nevralgico del centro storico nei tempi passati. Poco distante, immerso fra i vicoli tra rione Castello e rione L'Arrièrë, si trova lo storico palazzo Dramisino, appartenente alla famiglia che mantenne l'egemonia politica dall'inizio del secolo e fino a metà degli anni '60 del '900.
  • Chïmmèntë ("Convento"): ospita la chiesa di Sant'Antonio, con i resti dello storico convento. In questo rione è collocato, inoltre, l'edificio della scuola primaria. In piazza Convento si svolge annualmente il caratteristico rito della Ndìnna (albero della Cuccagna).
  • Sïntï Piètrë ("San Pietro"): da sempre centro dell'abitato, soprattutto con la nascita dei nuovi quartieri, è il rione posto attorno all'omonima piazza. Anticamente ospitava una chiesetta dedicata al primo pontefice della Chiesa di Roma, oggi non più visibile.
  • Sïn Süguatòrë ("San Salvatore"): è il rione collocato nelle propaggini occidentali dell'abitato, posto su uno dei tre rilievi su cui sorge l'abitato ('u timpon'u Frontë). Anche in questo quartiere sorgeva anticamente una piccola chiesetta, da cui deriva il nome.
  • L'Arrièrë: letteralmente "ciò che sta dietro", è uno storico rione posto nell'area nord-occidentale dell'abitato. Salendo verso il rione Castello, lungo l'odierna via Circonvallazione, prende il nome di Fronte della Rena.
  • Sïntï Ruòcchë ("San Rocco"): prima della nascita dei nuovi quartieri, rappresentava la parte più periferica, posto a sud-est, dell'abitato. Ospita la chiesa di San Rocco e il monumento ai Caduti. Con lo sviluppo dell'abitato verso la periferia meridionale e orientale del comune, il nome dello storico rione è stato esteso anche alla parte più nuova, che si estende lungo via Principe Umberto.

Il "paese nuovo"[modifica | modifica wikitesto]

A questi occorre aggiungere i moderni quartieri che si sono costituiti con il rinnovamento edilizio avvenuto dagli anni '60 ad oggi:

  • Pràinë: prende il nome dallo storico Pràinë i Mastë Giguànnë, il pero selvatico collocato oggi nella parte più nuova dell'abitato, che in passato rappresentava (in quanto posto poco oltre la periferia del paese) un simbolo di saluto e di partenza di tanti emigrati, nonché di commiato verso i defunti, che venivano condotti verso il cimitero. È inserito nell'elenco degli alberi monumentali del Ministero delle politiche agricole alimentari ed ambientali.
  • Marlètt ("Marletta"): prende il nome dal canale Barletta (mutato impropriamente in Marletta), affluente del torrente Pagliara, rappresenta l'area più moderna dell'abitato. Ospita l'odierno Municipio, la Guardia Medica, la Scuola Secondaria di Primo Grado, la Scuola dell'Infanzia, l'Ufficio Postale, nonché alcune attività commerciali di riferimento.
  • Chianë Jïmentë ("Piano Giumenta"): sorto dagli anni '70, grazie all'opera di edificazione in particolare di molti emigranti, ospita alcune delle attività commerciali, nonché la Farmacia. Sorge attiguo all'ultimo dei tre rilievi su cui è collocato l'abitato: u' timpon'u Guirdijànë.
  • Pietàtë ("Pietà"): ospita un agglomerato di case, nonché le "Case Popolari", posto nei pressi della storica Cappella della Pietà. È conosciuta anche come frazione Cutùra. Poco più in alto, verso l'ingresso del centro abitato, sorgono il Campo Sportivo comunale "Pietro Rizzo", il Cimitero e i Giardini Comunali.

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa Madre di San Michele Arcangelo[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa Madre di San Michele Arcangelo.

La chiesa, secondo il Barillaro, è di origine seicentesca[27].

Tuttavia, in un'altra fonte[104] si trovano alcuni riferimenti al periodo longobardo e viene precisato che nel 1325 la chiesa di Albidona era già intitolata a San Michele Arcangelo (protettore dei Longobardi). Nello stesso documento sono citati anche alcuni presbiteri: Guillelmo Spallectino, Antonio e Guillelmo de Zura.[27]

Essa ha una pianta a croce latina, dotata di un'unica navata e di un transetto: la copertura del soffitto è a capriate, mentre nella parte absidale si trova una cupola decorata. La facciata non è dotata di alcuna decorazione scultorea, ad eccezione di una piccola nicchia, nella quale si trova un crocifisso e delle finestre con vetrate, decorate con immagini del Nuovo Testamento. Le aperture sono due: il vestibolo, un portone strombato che si trova nella parte laterale rispetto all'altare e la porta secondaria ("a porta manchë"), che si trova di fronte al presbiterio. Le pareti, anche se non affrescate, sono arricchite dalla presenza di suggestive tele[105], quali:

  1. L'Annunciazione (risalente al 1614);
  2. La Sacra Famiglia, posta oggi sull'altare maggiore;
  3. la Madonna delle Grazie, con Santa Caterina vergine d'Alessandria e Santa Lucia;
  4. la Madonna col bambino, con Sant'Antonio abate (Sant’Antuono) e San Francesco di Paola, a sinistra, di fronte all'altare maggiore;
  5. Santa Veneranda o santa Venere, sotto il pulpito;
  6. Madonna del Rosario, San Domenico e Santa  Caterina, e papa Pio V, a destra, vicino alla statua di San Michele;
  7. Madonna del Carmine, con San Pietro, San Giovanni e Sant'Antonio da Padova e le anime del Purgatorio che bruciano tra le fiamme.

Sono presenti, inoltre, un pulpito ligneo (ormai non utilizzato) e diverse statue lignee e in cartapesta[105]:

  1. Madonna del Rosario, che sostituì nel 1981 la storica statua, distrutta accidentalmente dalle fiamme nell'anno precedente;
  2. San Pio da Pietrelcina;
  3. San Giuseppe;
  4. San Francesco da Paola;
  5. Santa Filomena;
  6. San Domenico;
  7. San Pietro.

Infine, i suggestivi troni in marmo nei quali sono ospitate le statue del Santo Patrono e della Madonna del Rosario.

In passato, ospitava ben 15 altari[105]:

  1. Altare maggiore;
  2. San Michele;
  3. San Giuseppe;
  4. Santo Stefano;
  5. Santissimo Sacramento;
  6. Alt. Del R… (?);
  7. Altare del Carmine;
  8. San Pietro;
  9. Concezione;
  10. San Giovanni;
  11. Santa Veneranda;
  12. Sant'Antonio da Padova;
  13. Santa Maria degli Angeli;
  14. Santa Maria di Costantinopoli;
  15. Santissima Annunziata.

Il campanile della Chiesa, di forma prismatica, ospita un orologio; all'interno le imponenti campane bronzee della chiesa, forse seicentesche, automatizzate in tempi più recenti, quando cadde in disuso l'impiego di un uomo, che fungeva da sagrestano.

Nel corso del tempo, la chiesa è stata soggetta a vari lavori e restauri[105]:

  • nel 1859, furono effettuati i lavori al campanile;
  • tra il 1894 e il 1906, furono restaurati la copertura, i vetri, il muro del campanile, l'organo, il lavabo e il pavimento;
  • nel 1896, ci fu il rifacimento del cornicione della cupola, ad opera del maestro Nicola Ariano, e fu costruito l'altare Adduci, ad opera del maestro Fragliola di Napoli;
  • nel 1897, furono demoliti gli altari di Santa Lucia e San Francesco;
  • tra il 1899 e il 1900, furono installate 156 lastre di pietra, trasportate dalle contrade Tarantino e Pescara da mulattieri e donne sul capo. Contribuì ai lavori lo scalpellino Modoolese;
  • nel 1903, furono pavimentati gli ingressi;
  • nel 1937, il Comune concesse, su richiesta del parroco don Saverio Laurita, 200 Lire per il rifacimento del tetto;
  • nel 1950, fu restaurata interamente la chiesa dal parroco albidonese don Giulio Rizzo, grazie a un contributo del Vaticano (retto da Papa Pio XII): fu ridipinta interamente di giallo, colore mantenuto fino agli ultimi anni '10 del duemila, e ispirato alla bandiera pontificia;
  • nel 1957, un ulteriore restauro fu promosso dal parroco don Domenico di Vasto, grazie a un contributo di un milione e 500 mila lire (offerte dalla popolazione);
  • dopo il violento nubifragio del 1972-73, subì gravi danni e fu chiusa al culto, fino al completamento dei restuari e l'inaugurazione nel 1976;
  • nel 1989.

In due occasioni, la chiesa subì delle razzie da parte di alcuni ladri, nel 1932 e nel 1950[105].

Anche negli ultimi anni la chiesa ha vissuto diversi restauri, modifiche o aggiunte di decorazioni artistiche, che hanno mutato in particolare il suo volto interno:

  • negli anni novanta l'originario soffitto coperto a cassettoni fu sostituito con una travatura reticolare a capriate; nello stesso periodo la corsia centrale della navata è stata pavimentata con lastre di marmo incise;
  • negli stessi anni è stato affisso nella parte centrale del soffitto un dipinto raffigurante il Santo patrono, il cui volto fu ispirato a un bambino albidonese; negli ultimi anni sono state ridecorate le Cappelle del Santissimo e di Chidichimo;
  • nel 2006 la nicchia, l'architrave sovrastante e le colonne che lo sorreggono sono state ridecorate in finto marmo e con sottili lastre di foglia oro, per ospitare la statua di San Michele, appena tornata dal restauro;
  • nel 2009 l'abside e la cupola della chiesa sono stati dipinti con delle raffigurazioni dei quattro apostoli evangelisti ed è stato introdotto un imponente leggio in marmo bianco offerto dai fedeli.
Bassorilievo sull'arcata sovrastante la Porta Manca della Chiesa di San Michele Arcangelo.

Gli esterni sono stati ristrutturati di recente, con la ripittura e l'installazione sulla facciata, al di sopra del portone, di un bassorilievo raffigurante sempre il Santo Patrono e l'emblema del Vaticano.

La chiesa è posta nel punto più alto del paese (810 m), attigua alla piazza più importante, Piazza Castello, che prende il nome dal Castello dei Castrocucco, che sorgeva sul timpone omonimo; da qui è possibile ammirare un panorama molto suggestivo, riuscendo a scorgere Plataci con la Montagnola, Alessandria del Carretto con i monti dello Sparviere, la Serra del Manganile, il Timpone della Foresta, la Fiumara Avena, in lontananza il golfo di Corigliano e i monti della Sila (dai punti più scoperti).

Secondo la leggenda, anticamente la Chiesa Madre di San Michele Arcangelo si trovava nel centro del paese, perché un terremoto o una frana avrebbero distrutto la parte restante del paese, rivolta verso lo Sparviere, portando con sé anche una parte del Castello, di cui non rimane alcuna traccia di carattere storico.

Tuttavia, da pochi anni, sul sito dove sorgeva il Castello, l'amministrazione ha ricostruito alcune parti dello stesso, cercando di riprodurre alcune torri e alcune mura, riqualificando il luogo in cui sorgeva anticamente.

Chiesa di Sant'Antonio da Padova[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa fu costruita prima dell'anno 1000. Infatti, nel 1070, sarebbe stata ristrutturata, poiché il tetto non poggiava in modo sicuro sugli architravi.

La chiesa di Sanr'Antonio da Padova, nel rione Convento.

Durante il restauro del 1957 fu ritrovata, infatti, una tavoletta di legno di quercia, incisa con caratteri latini, che riportano il devoto, tale Massenzio de Rago, che finanziò la restaurazione: "Hoc tectu Massentius de Rago fecit pro sua devotione. 1070". Ma la datazione non è certa, considerando un possibile errore di scrittura o una potenziale falsificazione in tempi più recenti.

Secondo la leggenda, la chiesa era dedicata alla Vergine, con il nome di "Chiesa di Santa Maria degli Angeli".

Nel Quattrocento fu ancora restaurata, quando la chiesa ospitò l'inserimento di un suggestivo rosone sulla facciata.

Nel Seicento entrò a far parte di un Convento sorto ad opera di alcuni monaci francescani "Minori Osservanti", che costruirono quindi una torre campanaria (dotata di 2 finestre monofore con arco a tutto sesto) e un pozzo all'interno dell'atrio (ancora conservati). I monaci introdussero, inoltre, un organo a canne, due tele simili a quelle suddette della Chiesa Madre e alcune statue lignee (Madonna Immacolata, Santa Lucia, Sant'Antonio da Padova), consacrando la chiesa al santo portoghese.

Nel 1957 fu restaurata negli interni e nella facciata. La copertura del soffitto è a cassettoni.

Chiesa di San Rocco[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa è alquanto semplice dal punto di vista architettonico; ha una base semi-ellittica e l'interno non è decorato.

La chiesa di San Rocco.

Fu forse costruita nel XVII secolo a scopo votivo nei confronti di San Rocco, a cui i fedeli chiedevano aiuto per debellare la peste, che affliggeva la popolazione in quel periodo.

Fino agli anni settanta la chiesetta si trovava nella periferia orientale del centro storico, perché non esisteva ancora il quartiere nuovo, Piano Giumenta, sorto solo agli inizi degli anni settanta.

Questo gli consente, oggi, una posizione perfettamente centrale all'interno del paese, attigua alla piazza omonima, dove è collocato il Monumento ai caduti.

Il 16 agosto di ogni anno si svolge la festa dedicata a San Rocco, con celebrazione eucaristica e processione lungo le vie del paese.

Chiesa della Madonna della Pietà[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa è posta in una località di periferia, detta Cutura o Pietà, all'entrata del paese, attigua alla provinciale che sale da Trebisacce.

La cappella della Madonna della Pietà.

Vi si svolge la festa in onore della Madonna della Pietà il 5 agosto di ogni anno.

La leggenda vuole che in tempi antichi la Madonna apparve in questo luogo, dove fu costruita la piccola cappella.

La facciata è semplice ed è priva di presbiterio e campanile. All'interno si trova una copia della famosa Pietà di Michelangelo, dipinta però con colori vivaci, che la rendono alquanto suggestiva.

Oltre alla festa dedicata alla Vergine della Pietà, la cappella è aperta in un'altra occasione durante l'anno. Infatti, nella notte del Giovedì Santo, la processione di fedeli, che parte dalla Chiesa Madre e percorre tutto il paese, sosta nella chiesetta e poi riparte per la seconda parte del corteo religioso.

Chiesa di Santa Maria del Cafaro[modifica | modifica wikitesto]

La piccola ma suggestiva Cappella del Cafaro, immersa in una valle storicamente incontaminata dalla civiltà moderna, si trova nell'omonima località rurale del territorio di Albidona. Vi si giunge, seguendo una strada interpoderale, che si snoda dalla strada provinciale Trebisacce-Albidona. La chiesa è posta in una vallata, alle pendici della fiumara Avena, tra la fitta vegetazione di oleandro, ginestra e macchia mediterranea. Infatti Càfaro, dall'aramaico, significherebbe proprio "fosso" o "vallata". La storia narra che, probabilmente, furono i monaci Basiliani a costruire questa cappella intorno all'anno 1000 e scelsero un "fosso", per proteggersi dalle possibili invasioni dei saraceni.[106][107]

La Cappella della Madonna del Càfaro

Il termine Càfaro potrebbe derivare anche dall'arabo qafir, che significa "infedele, miscredente", in particolare riferendosi all'opera di conservazione della tradizione bizantina da parte dei monaci dell'ordine di Santa Maria di Valle Josaphat, avvenuta con molta probabilità anche in questa Badia, al fine di fronteggiare la rilatinizzazione normanna e l'invasione della cultura araba.[46]

L'esistenza della chiesa del Cafaro in periodi medievali è testimoniata da alcuni documenti del 1326, che attestano il pagamento di una decima al papa da parte dei monaci basiliani del Cafaro. Alcune fonti non accertate attestano invece che la cappella non sia addirittura stata consacrata.

Tuttavia, un documento del 1099[46] conservato presso l'Archivio di Stato di Palermo attesterebbe la presenza dell'abbazia già nell'XI secolo: si tratta di una pergamena appartenente al tabulario della Chiesa di Santa Maria Maddalena di Valle Josafat, a Messina, la quale cita la concessione di alcuni privilegi da parte del signore d'Albidona, Gudelmo di Medania, all'abate del Monastero di S. Maria di Stelegrosso (o di Cafiro).[38][44][45]

Secondo alcune ricerche[47], l'abbazia sarebbe appartenuta già dal 1113 all'ordine di Santa Maria di Valle Josaphat, grazie al dono effettuato da parte di Ruggero di Puglia e Calabria, futuro re di Sicilia, insieme alle chiese di San Lorenzo e San Teodoro, nella Diocesi di Cassano, e probabilmente una domus ospedaliera e un templare in territorio di Castrovillari.

Probabilmente, questo dono è lo stesso di cui parla lo storico Giuseppe Russo[108], che nel suo testo cita Albidona e i suoi due monasteri di Santa Venere e Santa Maria del Cafaro: egli riporta la rettifica attuata dal Tautu, secondo cui sarebbe stato errato il riferimento precedente da parte di padre Francesco Russo[109][110] alla chiesa di Santa Maria del Castro di Castrovillari, in quanto a dono effettuato al monastero di Santa Maria di Valle Josaphat nel 1109, bensì questo sarebbe in realtà rappresentato dal monastero di Santa Maria del Cafaro.

«Dunque non sarebbe la chiesa di Santa Maria del Castro di Castrovillari ad essere donata al monastero di Valle Josaphat, bensì la chiesa del monastero greco di Santa Maria de Cafaro, in territorio di Albidona. Credo che la confusione sia nata a causa della somiglianza della lettura “f” con la “s”, che quando si lega alla lettera seguente è caratterizzata dall’asta alta a forma di fuso inclinato a destra nella parte superiore, nella forma tipica della scrittura carolina cancelleresca del secolo XI. Era difatti più verosimile che venisse affidata al monastero una chiesa grega, anziché quella latina di santa Maria del Castello sottoposta alla diocesi di Cassano. Lo stesso Tautu (che parla di un privilegium) specifica che si tratta di chiese greche assegnate ad un monastero latino.»

(Giuseppe Russo, "Le pergamene di Castrovillari (secc. XIII-XVII)")

In un altro testo, Giuseppe Russo[111] conferma la rettifica precedente, confutando definitivamente le tesi di padre Russo[109][110].

Analoga rettifica avevano attuato, prima del Tautu, anche gli studiosi Von Pflugk-Hartung[112] e Delaborde[113].

Infatti, sono molte le informazioni tratte dai documenti monacali ad essere state messe in discussione da vari studiosi[114][115][116][117][118][119], in quanto tali monaci dell'ordine benedettino di Valle Josaphat avrebbero falsato molti documenti al fine di "poter incamerare i possedimenti di chiese e monasteri italo-greci soppressi immediatamente dopo l’inizio della fase di rilatinizzazione avviata dai Normanni in accordo con il papato".[120]

Il 15 agosto di ogni anno la località è affollata dagli abitanti del paese e dagli emigrati, che tornano alle proprie radici, per festeggiare insieme la tanto venerata Madonna Assunta del Cafaro. La piccola Badia contiene una statua di terracotta dipinta che riproduce una Madonna molto venerata nella zona e oggetto di numerose credenze e leggende.

La prima è relativa ad una storia molto simile a quella di Lourdes. Secondo i racconti orali tramandati, una signora bianca sarebbe apparsa in località Càfaro – zona impervia fra Albidona e il torrente Avena - ad una pastorella sordomuta, che guardava le mucche nella zona, ed avrebbe espresso il desiderio di avere in quel luogo la sua casa.

Di questo desiderio incaricò la pastorella di riferire al prete del vicino paese. La pastorella obbiettò che, essendo sordomuta e dovendo badare alle vacche, non poteva eseguire quel compito. Ma la bianca signora disse che avrebbe pensato lei alle vacche e che la ragazza poteva parlare e udire. Recatasi al paese la pastorella riuscì a riferire al prete l'episodio. Il prelato gridò al miracolo e volle tornare con la pastorella al Càfaro. Là trovarono le vacche legate ad una grande quercia, ancora esistente, sotto la quale fu rinvenuta una grotta contenente una statua della Madonna, vicina a una chioccia d'oro con dodici pulcini anch'essi d'oro. Accanto a quella quercia, di varietà sempreverde, irrorata da una fonte d'acqua naturale, fu costruita la Badia per dare una casa alla statua, ritenuta miracolosa. La chioccia ed i pulcini d'oro finirono invece a casa di una nota famiglia albidonese, colpita, sempre secondo le leggende popolari, da una particolare maledizione. Secondo la tradizione, ogni volta che per qualsiasi motivo (furto o misteriosa perdita) veniva a mancare un elemento dell'aureo ritrovamento, moriva un membro della famiglia del proprietario. Si dice che l'ultimo discendente maschio sia deceduto dopo la sparizione della chioccia.

La piccola Grotta della Madonna del Càfaro.

Fin dal ritrovamento della statua, si sarebbero succeduti diversi fatti prodigiosi.

Nel 1700, durante un'invasione di cavallette, la Madonna fu portata in processione verso la Marina, dover fece alzare in volo ed inabissare in mare il nugolo di insetti molesti e dannosi per le coltivazioni agricole.

La calamità, come si evince dal confronto dei due catasti del 1700 e del 1800, si è comunque verificata ed in questa occasione fu modificato il toponimo del Timpone della Vena in Timpone della Madonna. Si racconta, ancora, che la Statua prodigiosa sia stata trasportata dall'altro lato della fiumara, in una proprietà Chidichimo (Maristella o Marraca), dopo che una scossa sismica aveva distrutto la Badia al Cafaro: nonostante la costruzione di una nuova cappella, la statua però tornava al luogo d'origine, dimostrando chiaramente che quello era l'unico luogo in cui volesse stare.

Nel corso del 1800 la famiglia Chidichimo, divenuta proprietaria della Badia, ha ottenuto di seppellire nella stessa chiesa i propri cari, ricordati da lapidi marmoree all'ingresso della piccola chiesa.

Chiese e monasteri scomparsi?

La storia di Albidona, anche se in molti tratti legata alla leggenda, racconta l'esistenza nel passato di altri luoghi di culto, che non esistono più: il Monastero di S. Angelo Battipede, il cenobio del Monte S.Elia, il monastero di Santa Veneranda e probabilmente altre chiese o cappelle, che si trovavano forse in paese, attestandosi ai nomi che alcuni rioni di Albidona mantengono ancora: (San Salvatore, San Pietro).

Come riporta Giuseppe Rizzo, "La cappella di San Pietro si trovava nello stesso quartiere, all'imbocco della via che porta al rione Convento. Messa fuori uso la cappella, i privati ne ricavarono un piccolo orto recintato; successivamente, al posto dell'orticello fu costruito il garage del segretario Don Ciccio Scillone [...]".[121]

Il Castello dei Castrocucco: una rivisitazione storica[modifica | modifica wikitesto]

Grandangolo dal Castello di Albidona: da sinistra si scorge tutta la Serra del Manganile (timpone della Foresta, timpone Farniglio, timpone Micari e Vetrici, timpone Gavazzo, Serra della Tavola e Serra Palazzo).

Nei primi anni del nuovo millennio, l'amministrazione comunale ha predisposto un progetto di riqualificazione dell'area in cui anticamente sorgeva il Castello dei Castrocucco, cioè la fortificazione collocata nel punto più alto e più panoramico del paese.

Tramonto sul Pollino orientale dal Castello di Albidona.

Sebbene non esistano ad oggi documenti storici attestanti la precisa collocazione del maniero, né delle sue dimensioni né del suo aspetto, il timpone Castello è verosimilmente il luogo in cui l'antico castello poteva sorgere, poiché dominante su una veduta a 360 gradi, che spazia dai monti dello Sparviere alla Serra del Manganile, fino al Mar Ionio, con il con il golfo di Taranto, il golfo di Corigliano, la Piana di Sibari e i rilievi della Sila.

E' ricordato spesso come Castello dei Castrocucco, in quanto fu proprio questa famiglia ad avere la reggenza feudale di Albidona per diversi secoli, almeno a partire dal XIV secolo fino al XVIII secolo. Tuttavia, nei testi storici, il riferimento al "castello di Albidona" è presente anche in altri periodi: ad esempio, nel testo di Percopo e Zingarelli[51], il racconto delle vicissitudini della famiglia d'Amico (feudataria di Albidona nel XIII-XIV secolo) presenta diversi riferimenti al "castello di Albidona".

Dopo la prima costruzione nei primi anni duemila del "rudere" di una torre, volta verso, successivamente il progetto è stato amplificato, costruendo l'intera cinta muraria lungo il perimetro di tutta la cima del timpone Castello, con il rifacimento di una torre quadrangolare che volge su via Circonvallazione e di altri abbozzi di torri e mura. Nella parte più centrale del castello sono state costruite numerose nicchie, che contengono le immagini più significative del patrimonio storico, naturalistico e folkloristico albidonese.

Cinta muraria sud-orientale del Castello di Albidona.

Sul punto più alto di timpone Castello (817 m s.l.m.), circondato dalla cinta muraria nella parte settentrionale e dal deposito idrico comunale nella parte meridionale, poiché non accessibile al pubblico, è collocata da molti anni una stazione meteorologica, che monitora le temperature e le precipitazioni.

Nel 2014, lo stesso luogo è stato coinvolto in un progetto di valorizzazione turistica[61][62], costituito dal Volo dell'Arcangelo (una funivia di 860 metri che ha come rampa di lancio proprio il timpone Castello) e dal Parco Avventura, che sorge in località Tarantino, poco più a valle, dove si erge il punto di arrivo della funivia. Tuttavia, dopo il completamente dei lavori, non è stata ancora mai resa al pubblico, in quanto l'area di installazione della rampa di lancio del Volo dell'Arcangelo è stata classificata a rischio idro-geologico (zona R3) e pertanto posta sotto sequestro preventivo, insieme al Parco Avventura.[63]

Nel 2018, il Parco Avventura è stato dissequestrato, mentre rimane tuttora sotto sequestro preventivo l'area su cui sorge il Volo dell'Arcangelo, che verrà tuttavia monitorata tramite sistematiche prove inclinometriche, di richiedere all’Autorità di Bacino di declassificarne il livello di rischio, nel caso non si registrassero cedimenti del terreno.[64]

Torre di Albidona[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Torre di Albidona.

La Torre di Albidona, posta su una collinetta rivolta verso il mare, fu costruita contro i Saraceni nel XIV secolo dal viceré spagnolo don Pedro di Toledo e usata come vedetta contro possibili attacchi dal mare[122]. Questo le porta ad avere una suggestiva veduta sul Mar Ionio.

Torre di Albidona

Nel corso del tempo ha assunto varie denominazioni: prima fu la Torre dei Monaci, in quanto appartenuta a lungo ai monaci basiliani, che si erano stabiliti nella località Càfaro; poi divenne la Torre di Alvidonia, quando fu adoperata per l'ordinamento doganale, ed era in possesso del Duca di Campochiaro, che deteneva anche il potere del paese; infine divenne la Torre Marina e passò alla famiglia Chidichimo, che ancora ne è proprietaria.

La torre nei secoli è stata custodita da molti torrieri (Moyse Paladino, Francesco Naso, Francesco d'Aurelio, Pasquale Oriolo, tutti originali di Albidona, poiché scelti dalla stessa amministrazione): tra questi figurarono anche due cavalieri invalidi, retribuiti con 35 carlini al mese (una spesa assai gravosa per la popolazione albidonese).[123][124][125]

La torre ha una forma cilindrica nella parte alta, mentre la base ha forma tronco-conica, con un diametro di circa 9 metri ed un'altezza di circa 12 metri; è costruita con pietre locali e le pareti sono spesse circa 2 metri. Le tecniche di costruzione sono analoghe a quelle adottate in Salento per i trulli.[123]

E' dotata di due livelli, accessibili tramite una botola e un ponte levatoio, ricostruito negli anni ottanta, poiché precedentemente distrutto. La sommità è dotata di merlatura con carditoie. La comunicazione fra i livelli è garantita dalla presenza di una scala a chiocciola e una botola.[126][123]

Dopo l'acquisto da parte di privati, è stata soggetta ad alcuni restauri, tra il 1964 e '66, e nel1981, ad opera di artigiani locali.[126]

Nonostante appartenga a privati, la Torre di Albidona, per il suo grande apporto storico, culturale e turistico, è uno degli emblemi più grandi della piccola comunità albidonese.[123][124]

Oggi la Torre ospita anche un'importante Biblioteca, diventata centro di aggregazione culturale di riferimento di tutto il comprensorio.[86][87]

Monumento ai Caduti di tutte le guerre[modifica | modifica wikitesto]

II Monumento ai Caduti di tutte le guerre fu eretto il 9 maggio 1966 e fu fatto realizzare dal compianto maresciallo Leonardo Rizzo (1907-1992). Fu realizzato dall'artista lucchese Mario Pelletti e fu uno dei primi monumenti in onore ai caduti delle guerre eretto in Calabria[127]. L'iniziativa del maresciallo Rizzo fu subito accolta con grande interesse e commozione dalla guardia comunale Giuseppe Urbano con la sezione dei Combattenti e reduci delle guerre mondiali, di cui era presidente, e da tutte le famiglie dei caduti. I finanziamenti per la costruzione furono avanzati da 440 albidonesi.[128]

Il Monumento ai Caduti di tutte le guerre, oggi.

Secondo lo schizzo originario elaborato dallo stesso maresciallo Rizzo, la statua in bronzo, che ritrae il "milite ignoto", il quale sorregge con un braccio un bambino (il futuro e la speranza) e con l'altro la bandiera italiana (l'onore e il rispetto verso la patria), doveva essere posta sulla roccia, ma fu collocata su un piedistallo marmoreo, sul quale erano incisi i nomi dei caduti nei moti risorgimentali e nelle guerre mondiali. Nel 2005, dopo un lungo periodo durante il quale la statua fu custodita nell'edificio municipale, poiché il piedistallo in marmo fu rimosso, il monumento è stato nuovamente inaugurato e la statua è stata collocata su un imponente masso[129], sul quale sono state affisse delle tavolette in rame con incisi 68 nomi dei caduti di tutte le guerre: 23 dei moti risorgimentali del 1848, 28 caduti della prima guerra mondiale e 17 della seconda guerra mondiale[128].

La dedica fu ideata dalla maestra Angela Urbano:

«Albidona, con affetto di madre,

qui evoca i suoi figli eroi.»

Il monumento fu collocato in piazza San Rocco (nota anche come piazza Monumento), perché durante il periodo delle guerre mondiali, in questo luogo i giovani chiamati a combattere in guerra salutavano i loro cari, con la speranza di rivedere ancora quelle case e quelle viuzze. Scriverà il maresciallo Rizzo[130]:

«Fino a qualche decennio addietro a S.Rocco terminava Albidona e qui, i partenti per il fronte di guerra si soffermavano per salutare i parenti e gli amici venuti ad accompagnarli, volgendo lo sguardo e il pensiero alle proprie case. L'ultimo sguardo di coloro che più non tornarono.»

(Leonardo Rizzo, Albidona eroica)

Negli anni successivi fu proposto di spostare il monumento nei pressi del cimitero, che si trova in quella che è l'entrata del paese, ma seppur restaurato e modificato, è rimasto nella sua posizione originaria.

Monte Mostarico[modifica | modifica wikitesto]

Belvedere dalla cima del Monte Mostarico sulla Piana di Sibari. Sullo sfondo, i monti della Sila.

Il Monte Mostarico (774 m) è uno dei punti più suggestivi del territorio di Albidona, soprattutto per il suo grande contributo paesaggistico e panoramico. Dalla sua vetta, sebbene di modesta altezza, si può scorgere un panorama mozzafiato, offrendo la possibilità di spaziare l'occhio su tutto il golfo di Corigliano e la piana di Sibari. Da qui si intravedono, in condizioni climatiche ottimali, anche i monti della Sila e il Massiccio del Pollino, con il Monte Sparviere, il monte Sellaro e la Serra Dolcedorme e naturalmente i centri abitati di Albidona, Trebisacce (con cui Albidona condivide il versante sud-orientale del rilievo), Villapiana, Plataci e Sibari vicinissimi alla vista. Il rilievo è alquanto scosceso e argilloso, povero di terreni coltivati, ma ricco di boschi, molti dei quali sono stati distrutti negli ultimi anni da numerosi incendi dolosi.

Probabilmente il nome "Mostarico" deriva dal latino "mons" (monte) e "agaricum" (fungo), cioè "monte dei funghi". Infatti nei boschi di Mostarico vengono raccolte in molti periodi dell'anno diverse specie di funghi; il più rinomato in questi boschi è il lactarius deliciosus, conosciuto come rosito e chiamato nel dialetto locale cummarìnë.

Il nome Mostarico potrebbe anche derivare da "mosto", in quanto in passato le poche terre fertili erano adoperate come vigneti, per la produzione di un modesto vino locale.

Nei pressi della vetta ospita i ruderi di un'antica torretta di avvistamento, la Torre Pitagna (o Petagna), di forma quadrangolare, costruita di certo per l'ottimale posizione su cui sorge, da cui è possibile osservare tutta la piana di Sibari e il mare Jonio.

Verde attrezzato di Mastimaiòrë[modifica | modifica wikitesto]

Veduta di Albidona dal verde attrezzato di Mastimaiorë.

Sulla strada interpoderale che conduce da Albidona al Monte Mostarico, si trova un'area picnic di verde attrezzato.

Essa è collocata in località Mastimaiòrë, nei pressi del timpone Sant'Elia (739 m), la seconda cima della dorsale montuosa che dall'abitato conduce al Monte Mostarico, estrema appendice del Pollino orientale.

L'area è dotata di tavoli e sedili in pietra locale, oltre che di una postazione barbecue.

Da questa posizione è possibile godere di una suggestiva e singolare veduta panoramica di tutto l'abitato di Albidona, rendendo il posto meta di tanti fotografi.

La cappella di Sant'Elia[modifica | modifica wikitesto]

Nella Platea della Chiesa Madre e del Rev. Clero di Albidona (foglio 33, retro), datata 1740, si fa riferimento a una cappella collocata sul timpone Sant'Elia, dove nel mese di luglio si celebrava la "festività del Rev. Clero", "con prima vespero, e messa cantata semplice, di giorno...", per la cui funzione la Chiesa Madre di San Michele Arcangelo versava annualmente dieci carlini.

Oggi della cappella non è rimasta alcuna traccia.

Le vie dell'acqua[modifica | modifica wikitesto]

Le cascate di Albidona[modifica | modifica wikitesto]

Il Canale del Forno, affluente di sinistra del Saraceno. Ospita le cascate e a Vucch'i summ.

Nel territorio di Albidona sono ospitate alcune cascate, le quali si formano lungo il corso alquanto impervio di tre affluenti di sinistra della fiumara Saraceno: il Canale del Forno[131], il Canale Franciardi[132] e il Canale Massenzio[133].

Oltre all'aspetto puramente naturalistico[134], che le rende notevolmente suggestive per visitatori ed appassionati di torrentismo, sono degne di nota anche dal punto di vista geologico, in quanto lungo il percorso di tali brevi corsi d'acqua sono fortemente rappresentati gli affioramenti del flysch di Albidona.[131][132]

Le cascate sono raggiungibili attraverso strade solo parzialmente asfaltate e in alcuni tratti sterrate, e addentrandosi nei fitti boschi che caratterizzano questa parte del territorio albidonese, a cui è attigua soprattutto l'imponente Foresta della Caccia.[135]

A Vùcch'i summ[modifica | modifica wikitesto]
A Vucch'i summ

Tra le cascate, quella che desta maggiore fascino è certamente la quinta del Canale del Forno, chiamata localmente a Vùcchë i summ[136]. Si tratta di una cascata che si riversa in una vasta pozza d'acqua, oggetto di molte leggende nell'inventario della tradizione agro-pastorale del territorio. Nella tradizione orale, infatti, si sono tramandati vari aneddoti riguardanti l'inverosimile potenzialità di inghiottitoio naturale della pozza, che sarebbe stata capace di ingurgitare asini da soma e pecore al pascolo e che non sarebbe mai stata misurata dai pastori del luogo, nonostante vani tentativi, in quanto molto profonda e soggetta a fenomeni di origine ignota, come la formazione di mulinelli d'acqua e l'esplosione di vapore e fiamme. Al momento, non ci è dato sapere quanto di tutto questo possa avere riferimenti fondati a fenomeni di interesse geofisico.[135]

I mulini ad acqua[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio albidonese ancora oggi sono visibili i ruderi degli antichi mulini ad acqua, collocati lungo il letto dei due principali torrenti: Saraceno e Avena:

  • il Mulino Scillone è collocato lungo il letto della fiumara Saraceno, in località Filliroso, fino a qualche tempo fa raggiungibile attraverso la "trazzera" (sentiero) che scendeva dal timpone Catubbo e attraversava il bosco Ioràca fino al canale Filliroso. Esso fu fatto costruire nel 1842 da Antonio Scillone, dopo l'emanazione di un decreto che permetteva al Comune di Albidona di concedere in enfiteusi una piccola porzione di suolo pubblico, con il pagamento di un canone annuo di 2 ducati. "Don Antonio" apparteneva a una delle famiglie più abbienti del comune ed è noto soprattutto per essere stato fra i rivoltosi del 1848, e per questo arrestato e morto nel carcere di Procida. La famiglia Scillone era storica rivale della egemone famiglia Chidichimo, che già da diversi anni possedeva l'altro Mulino del Saraceno, posto più a valle, in località Piano Mulino.[137] Così testimoniò suo nipote Antonio:

«Fin dal 1842 esisteva una esosa molendatura di un unico mulino, opprimendo l’economia dei cittadini. Mio nonno fece domanda ed ottenne la concessione dell’impianto di altro mulino, e venne così, con diminuzione di molenda a quasi metà, a beneficiare la cittadinanza a tutto danno de mulino esistente. Ciò bastò a creare quella scintilla d’odio, che non ebbe tregua.»

(Antonio Scillone, nipote di Don Antonio, primo proprietario dell'omonimo mulino costruito nel 1842)

Secondo i racconti dello stesso nipote, la costruzione del mulino, attivo poi in concorrenza all'unico fino ad allora presente, fu una delle scintille che condussero allo scoppio dei moti del 1848. Per molti anni fu conosciuto anche come Molino di Trenza, la moglie del mugnaio Carlo Liantro, rimasta maggiormente nota nell'inventario popolare in quanto affetta da polidattilia (sei dita alla mano destra). Fu attivo fino al 1930.[137]

  • il Mulino Chidichimo o Mulino di Sopra è collocato lungo il letto del Saraceno, in località Piano Mulino, fra le contrade Iacolàno e Giordomenico.
  • il Mulino di Sotto è posto poco più a valle, sempre in località Piano Mulino, nel punto di confluenza nel Saraceno del canale Bisignana, che prende il nome dall'imponente bosco limitrofo, il bosco della Bisignana o Visignana;
  • il Mulino degli Alvani o Mulino Prinsi è collocato lungo il letto del torrente Avena, fra gli imbocchi del canale Uliani e del canale Urzòli. Apparteneva a un'altra famiglia benestante del luogo, il cui palazzo (oggi appartenente ad altri privati) era collocato nell'odierna via Dante, la stessa in cui si trovava il Palazzo Scillone, e dominava la vista verso valle, affacciandosi sul rione Sutt'i Portièglië (oggi via Ateneo).

Le fontane[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio, grazie alla sua estensione e alla presenza di molti corsi d'acqua e canali, ospita numerose fontane, alcune delle quali ristrutturate o ricostruite, altre fedeli alla loro prima costruzione: Quelle poste lungo il bacino del Saraceno sono le seguenti:[138][139]

  • Pallone e di Peppe, in località Filliroso;
  • della Cost'i ll'àmmua, Praìle e Ganino, in località Manca, in prossimità del centro abitato;
  • Capelvenere, lungo il sentiero che conduce verso il canale Filliroso;
  • della Fornace e dell'Orto di Piùnë, in località Cardèo;
  • di llària (o di Piràgine), del Sontònio e di Marcourbano, verso le località Zilòna e Granzìni;
  • Laura (o del lauro) e Pallotta, in località Mulèo;
  • della Costa Sciarappo, Malcoffo, Gròmita, Mastrogiovanni, dell’Orto di Rago e Lofrano, salendo verso il timpone S. Elia;
  • Colocastro, a cui è attiguo un monumentale frassino;
  • Pozzicello, nella località omonima, insieme alle più piccole Forestacaccia, Rubino, Mrècio dell’orto e il pisciòttolo di Massènzio;
  • Fontana della Pietra e Calcinara, lungo la strada che conduce verso le contrade Gioro e Calcinara;
  • Piano Senise e di Santa Ranura.

Quelle poste lungo il bacino del Pagliara sono le seguenti:

  • di Varrilàro, lungo la vecchia mulattiera Albidona-Trebisacce;
  • di Lungro ("i Llùnghërë"), posta al di sotto dell'area di verde attrezzato di Mastimaiòrë, sormontata da monumentali pioppi e rigogliosi lecci;
  • Paisinìno, dominata dal timpone S. Elia;
  • Runci e Santa Caterina, nelle omonime contrade, attigue alla SP 153;
  • Gatta e della Pescara, poste sotto il cimitero;
  • Puzzoianni, nella località omonima;
  • Marletta e Fontana Grande, poco sotto l'abitato.

Quelle poste lungo il bacino dell'Avena sono le seguenti:

  • Carbonella, in località Mezzana, oltre il timpone di Mastr'Antonio, dominata da un fitto bosco di lecci. Il nome deriva certamente dalla "crivonella", cioè il carbone ricavato dalla folta macchia mediterranea, utilizzata per il riscaldamento domestico, per restaurare gli attrezzi agricoli nelle "forgia" e spesso anche come prodotto commerciale, venduto in particolare nei mercati dei paesi costieri;
  • della Mezzana, della Vigna della Corte e della Carrara dell'Orto, verso il canale della Mezzana e di fronte alla vecchia masseria Prinsi (o degli Alvani);
  • Vùriga di Dilla, sorgente di Massenzio, fontana del Paradiso, salendo verso la località Cacasodo;
  • di Mìcari, presso il timpone omonimo, e Cerùsso, verso la Serra Palazzo;
  • Porlìno, in località Destra;
  • di Santo Brancato, nella località omonima, e della Vigna nuova e della Gattarella, verso la località Marràco;
  • della Defìsa (o Difesa), oltre il canale del Tinto;
  • u guacch'i Nfiertë, Crìstali, Rosaneto, Trava, Santappico, Cafaro e del Corno, lungo la dorsale che costeggia la Provinciale;
  • Potente, Fetente e di Verte, sorgenti sulfuree;
  • Mastro Camillo e Timpicella, poco oltre l'abitato, lungo il canale Timpicella;
  • Petrandrìa e Promenzana, nella località omonima, posta poco più a valle della timpa Recolla e del timpone Nardone, ormai sommersa da un'imponente frana.
La fontana Fetente[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di una fontana sulfurea, collocata all'interno del cosco della Potente, raggiungibile anche a piedi dall'abitato tramite un percorso che si diparte dalla timpa di San Rocco oppure dalla Madonna del Cafaro.[16]

E' un luogo di notevole rilevanza storica: Licofrone, nella sua Alexandra, parla di una fonte sullfurea nel territorio di Leutarnia, in cui si sarebbe verificato un sanguinoso scontro tra Ercole e i giganti Flegrei: il sangue si sarebbe mischiato all’acqua della locale sorgente e avrebbe dato origine alla “fontana fetente”.[16]

Un'altra fonte sulfurea presente nel territorio è la fontana di Verte (o Fornace).

I "guàcchë"[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio di Albidona, diverse località o porzioni di terreni (spesso appartenenti a privati) presentano l'epiteto di guàcchë[140], che significherebbe appunto "laghetto", "pozza" o "stagno", sebbene non presentino più tale conformazione:

  • u guàcchë d’u Pantànë;
  • u guàcch’i Ntuònë;
  • u guàcch’a Matòsa;
  • u guàcch’i Santàppïchëë;
  • u guàcch'i Scillonë;
  • u guàcch'i Martìnë;
  • u guàcch'i Ddìll.

Tuttavia, essi testimoniano la presenza in passato di numerose aree paludose, che soprattutto negli anni '20 e '30 furono riserva delle zanzare anofele, vettori dell'agente eziologico della malaria. Essa era endemica in tutto il Meridione, in particolare nelle aree più pianeggianti, come la vicina Piana di Sibari, bonificata soltanto negli anni cinquanta.[141] Fu proprio in questo periodo che sorsero in tutto il comprensorio i Consorzi di bonifica, che fu dagli anni sessanta un importante bacino di utenza lavorativa per molti albidonesi.[142] L'associazione fra i guàcchë del territorio albidonese e la presenza della malaria è stata testimoniata da molti anziani, che negli anni hanno raccontato le loro esperienze dirette con la patologia, e dalle evidenze del medico condotto dell'epoca, il compianto Pasquale Mele, che si impegnò in prima persona a prosciugare alcuni guàcchë presenti

Gli alberi monumentali[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio di Albidona sono ospitati tre Alberi Monumentali[143], riconosciuti dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.[144][145] Essi vengono selezionati in base a vari criteri, quali le dimensioni, la longevità, i requisiti storici, la rarità e i requisiti paesaggistici e storico-architettonici.

'U Pràinë i Mast Giguànn.

Sono i seguenti:

  1. Il pero selvatico (Pyrus pyraster) collocato nel contesto urbano, in via Circonvallazione, quasi all'ingresso dell'abitato (qui). È noto alla comunità come 'U Pràinë i Mast Giguànn: in passato rappresentava (in quanto posto poco oltre la periferia del paese) un simbolo di saluto e di partenza di tanti emigrati, nonché di commiato verso i defunti, che venivano condotti verso il cimitero. È posto ad un'altitudine di 750 m s.l.m., ha una circonferenza del fusto di 70-135 cm e un'altezza di 6 m. È riconosciuto come monumentale per i seguenti criteri: età e/o le dimensioni; valore storico, culturale, religioso. Ha ricevuto la proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico.
  2. Il pioppo canescente (Populus canescens) collocato nei pressi della Fontana dell'Ungaro, in località Mastimajòrë (fra il timpone S. Elia e il timpone Visciglie) (qui). È posto ad un'altitudine di 613 m s.l.m.; ha una circonferenza del fusto di 575 cm e un'altezza di 21,5 m. È riconosciuto come monumentale per i seguenti criteri: età e/o dimensioni; forma e portamento. Anch'esso ha ricevuto la proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico.
  3. il pino d'Aleppo (Pinus halepensis) collocato nei pressi della Forra Martino, in località Soletta (fra il canale Runci e il canale di S. Caterina) (qui). È posto ad un'altitudine di 536 m s.l.m.; ha una circonferenza del fusto di 380 cm e un'altezza di 18,5 m. È riconosciuto come monumentale per i seguenti criteri: età e/o dimensioni; forma e portamento. Anch'esso ha ricevuto la proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico.

Aree monolitiche[modifica | modifica wikitesto]

Le Balze (i Vàuzi) del Manganile[modifica | modifica wikitesto]

Le Balze (i Vàuzi) del Manganile.

Si tratta di un'area monolitica alquanto imponente, collocata lungo le propaggini di Serra Manganile, al confine fra i territori di Albidona e Castroregio. Rappresentano uno dei più monumentali affioramenti in superficie della Formazione di Albidona, il già citato Flysch.

È possibile raggiungerle tramite le strade interpoderali che provengono ad est dal timpone Turrisi e dal timpone Mìcari e a sud-ovest dalla Strada provinciale 153, in località Calcinara.

Nei pressi di questo imponente complesso megalitico si trova anche la fonte dell'Acquafredda, a cui è attigua inoltre la Grotta di Soria, nella quale, nel 1864, Domenico Soria, benestante di Oriolo, fu sequestrato dalla banda di Antonio Franco.[71]

L'Armo di Mastroromano[modifica | modifica wikitesto]

L'Armo di Mastroromano, nel canale Roccolo.

[146]L'Armo di Mastroromano è un monolite appeso a picco su un dirupo del Canale (o Fosso del) Roccolo, affluente di sinistra del torrente Avena, poggiato su una colonna costituita da un conglomerato di argilla e pietre cementate naturalmente. L'aspetto monumentale e la posizione alquanto singolare che regge da secoli ha fornito nell'inventario popolare una fonte di ispirazione per numerose leggende. I contadini del luogo lo definiscono ancora oggi "retto dal Diavolo".

Uno degli aneddoti più interessanti è legato a un giovane contadino, Tommaso Paladino, il quale, prima di partire come tanti altri per le Americhe, volle scalare l'Armo di Mastroromano al fine di potersi guadagnare la fiducia dai genitori della fanciulla di cui era innamorato, al quale però era negata dai genitori. Racconta così Giuseppe Rizzo:

«una sera, Tommaso Paladino, con la sua inseparabile zampogna a tracolla, scese per il dirupo, si arrampicò sull’Armo di Mastroromano, si rizzò all’impiedi e fece la più bella serenata, verso la masseria della sua amata, che gli stava di fronte. I suoi amici che l’avevano seguito con tanta apprensione, restarono increduli ed emozionati. Forse i genitori fremevano di rabbia, ma la ragazza ne rimase veramente incantata, ... e venne attirata come una colomba, ... come Ulisse che si fece ammaliare dalle Sirene di Scilla e Cariddi. Tommaso Paladino, dopo “l’impresa” di Mastroromano, prese il bastimento ed emigrò in Argentina, portandosi pure la sua zampogna. Dopo poco tempo, lo seguì anche la “tortorella” del suo cuore, e vissero felici e contenti, in quella terra lontana.»

Secondo la tradizione[146], il nome sarebbe legato a un artigiano (Mastro) o un cacciatore di nome Romano, precipitato in quel dirupo.

I monoliti di Mostarico[modifica | modifica wikitesto]

Poco più a valle della vetta del Monte Mostarico, tra le contrade Vigna dei Preti e Valle del Pozzo, si ergono imponenti monoliti, immersi in un rigoglioso bosco di pini d'Aleppo.

Si tratta di formazioni monumentali attigue fra loro certamente così posizionate soltanto in modo casuale. Poco più a valle, dirigendosi verso la Timpa gaida e la Scala di Francomano, si erge un altro monumento naturale: la Pioca di Marco Tucci ("A pijòchë i March'i Tuccï").

Aree di interesse archeologico[modifica | modifica wikitesto]

Il Piano Senise[modifica | modifica wikitesto]

Ruderi dell'Abbazia di Santa Veneranda, parzialmente coperti dalla rigogliosa vegetazione di macchia mediterranea.

Piano Senise è una delle località poste più a monte del territorio. Si tratta di un vasto altopiano collocato lungo la SP 153 in direzione Alessandria del Carretto, sormontato dall'altura più elevata del territorio: il Timpone della Foresta, la cui vetta si trova a 1124 m s.l.m.

È un'area ricca di coltivazioni ed è caratterizzata, soprattutto nella stagione primaverile, da una fitta vegetazione di ginestre, che lo rendono una tavolozza di colori dominata dal giallo.

Proprio in località Piano Senise si distacca dalla provinciale la strada che consente di attraversare il crinale e raggiungere la Foresta di Castroregio, il "polmone verde" dell'Alto Ionio Cosentino. In essa è collocata la Chiesetta della Madonna della Neve, verso cui ogni anno, il 18 agosto, gli albidonesi si recano per rendere omaggio alla Vergine, cui sono da sempre molto devoti, nonché per trascorrere momenti conviviali nelle aree di verde attrezzato attigue, nel fitto bosco dominato da esemplari di cerri.

La grotta di Santa Ranura e l'Abbazia di Santa Veneranda[modifica | modifica wikitesto]
La grotta della Timpa di Santa Ranùra (o di Timpone del Pico).

A pochi passi dal Piano Senise sono collocati il Timpone di Santa Ranura, che ospita la grotta della timpa di Santa Ranura o del timpone del Pico (forse in passato rifugio di briganti[147]), e la località Santa Veneranda, che ospita ancora i ruderi di un antico monastero: l'Abbazia di Santa Veneranda.

Si tratta di un antico monastero basiliano, la cui esistenza è comprovata da alcuni documenti storici compresi fra il 1106 e il 1729[148], rimasto attivo fino al 1583. Anticamente era noto anche come Monastero di Santa Venere o di Sant'Angelo Battipede.[147][149]

Esso viene citato, inoltre, in due testi di Giuseppe Russo:

  • nel primo[150], è riportato il documento CXXVII, in latino, che parla di una decima e di messe in suffragio da parte degli abati di "sancte Marie de Ungro et abbati sancte Venere de Albidona", a firma del cappellano "Loysius Grizzuto, vir venerabilis, cappellanus et rector eiusdem ecclesie sancti Petri", per nome del vescovo di Cassano ("Joachinus episcopus cassanensis. Ecclesia beati Petri et Pauli de Catholica de Castrovillari.").;
  • nel secondo[151], vengono invece citati l'abbazia di Santa Venere e l'abate del monastero di S. Angelo, tale Nicodemo, rifacendosi alle decime del 1324, contenute nella raccolta del Vendola[152].

Ad oggi, sia della Grotta che dell'Abbazia, non rimane che qualche pietra che probabilmente costituiva il basamento delle due strutture, ormai coperta sempre più da una fitta vegetazione.

La leggenda racconta anche che in passato la statua della Madonna sarebbe stata rubata da alcuni abitanti di Alessandria del Carretto, che in seguito sarebbero stati scovati e puniti duramente con il taglio delle mani nella località posta fra i comuni di Albidona, Alessandria e Castroregio, che oggi porta il nome appunto di Serre di Tagliamano.[153]

I reperti del Gioro[modifica | modifica wikitesto]

Poco distante dal Piano Senise, più a valle verso il Canale Franciardi, è collocato l'altopiano del Gioro. Qui si trova il Timpone della Cappella, chiamato così per la presenza in passato di un'abbazia o un convento, testimoniato da un documento del 1744 che descrive il significato della parola Gioro come San Giorgio e inoltre parla di una "grancia", che significa appunto convento o abbazia. In questo documento figura anche l'arciprete e cantore albidonese Antonio Scillone. In questa località sono stati rinvenuti negli ultimi anni alcuni reperti (cocci e pezzi di tegole), appartenenti probabilmente all'eremo di San Giorgio.[154]

La grotta di Mulèo[modifica | modifica wikitesto]

Nell'aspro e ripido costone roccioso della Timpa di Mulèo o Mulèca, che volge verso la fiumara Saraceno, è ospitata una grotta, ormai resa quasi inaccessibile da una ricca vegetazione di lentischi e alaterni e da cumuli di pietre e argilla riversate durante i lavori di realizzazione dell'acquedotto del Frido. L'interno è ancora visibile e ha le dimensioni di una stanza quadrangolare.

Secondo la tradizione orale, questa grotta sarebbe stata in passato rifugio dei briganti sia nei primi anni dell'800 che nel periodo pre- e post-unitario. Inoltre, proprio qui si rifugiarono alcuni rivoltosi coinvolti nei moti del 1848 albidonese, tra cui il notaio Pasquale Dramisino, ricercato dalle guardie nazionali, capitanate da Nicolantonio Chidichimo.

Un simpatico aneddoto riguarda il contadino Michele Lofrano (Chèghë 'i Santë), il quale rinvenì nella grotta un ingente bottino, lasciato probabilmente dai briganti, e se ne impossessò. Tuttavia, per non farsi notare, continuò a indossare le sue "calandrelle", le tipiche calzature dei contadini), che divennero proverbiali ("i chïgandrèglië 'i Chèghë 'i Santë").[155] Nei pressi della grotta, risalendo la timpa di Mulèo per raggiungere l'Aia di Mulèo, si incontra un monumentale esemplare di Pino d'Aleppo, che nell'inventario popolare è conosciuto come "a Pijòchë 'i Rïpettièll" (di Ripettello o Robertello), la cui cima era visibile dall'abitato.

La masseria del Coppone[modifica | modifica wikitesto]

In contrada Coppone, posta fra il torrente Avena, il timpone Gavazzo e la località Maristella, è collocata un'imponente masseria, chiamata dai contadini "La Turra", che fu costruita per volere del feudatario Ottavio Mormile, il "Duca di Campochiaro", nel XIX secolo, a difesa dei suoi possedimenti ricchi di uliveti. In seguito passò in mano ai Chidichimo. In questa massera morì don Pasquale Chidichimo, il nobile rapito dai briganti della banda di Antonio Franco, come si legge nella sua lapide marmorea custodita nella Cappella del Cafaro.

Negli anni '70, fu abitata da coloni di San Severino Lucano e Terranova di Pollino.

Nel 1975 fu rinvenuto un orlo di pithos, ascrivibile al IV-II sec. a.C.. Inoltre, fu rinvenuto un piccolo busto raffigurante un giovane, forse legato a un culto pagano oppure protocristiano.

Ne parlò anche Pier Giovanni Guzzo nel suo Vetera Christianorum, descrivendo alcuni ritrovamenti di frammenti ceramici di epoca storica non meglio definiti. Un altro fu rivenuto in località Serra del palazzo, non lontano dal Coppone. Si pensa che questi siti archeologici siano stati i luoghi sacri dei primi cristiani nella zona.[156]

I murales[modifica | modifica wikitesto]

Dal 2016, Albidona ha iniziato a ospitare in vari punti del centro abitato alcuni murales realizzati da vari artisti, locali e non, grazie al contributo dell'amministrazione comunale e di altre associazioni in loco:

  • all'ingresso del paese, nella discesa che conduce in via P. Umberto (SP 153) dal quartiere Piano Giumenta, svetta il murale che ritrae il panorama di Albidona, visto dal timpone di Cristali, con la scritta "Albidona: la porta del Pollino" e, in primo piano, un pino loricato (simbolo del Parco nazionale del Pollino) e un fico d'India (che rappresenta la parte più pianeggiante del territorio). È stato realizzato dall'albidonese Leonardo Ferraro;
  • sulla parete esterna dell'attuale scuola dell'infanzia, nei pressi del municipio, sorge il murale dedicato alle tradizioni popolari: esso ritrae un uomo e una donna in abito tradizionale albidonese che ballano una tarantella, attorniati dagli strumenti musicali popolari, con la scritta in primo piano "Un popolo che non conosce le proprie tradizioni è come un albero senza radici". È stato realizzato dalle albidonesi Anna Isabella Rago e Donatella Altieri;
    Il murale dedicato alle tradizioni popolari, realizzato da I. Rago e D. Altieri nel 2016.
  • poco più giù, sulla parete opposta dell'edificio scolastico, si affaccia su via Circonvallazione il murale che ritrae un ragazzo e un bambino che suonano rispettivamente l'organetto e il tamburello. È stato realizzato dagli alessandrini Paolo Napoli, Margherita Napoli e Caterina Ierovante;
  • sul "muraglione" che si diparte dal municipio, costeggiando via Circonvallazione e dirigendosi verso il quartiere San Salvatore, svetta il murale dedicato al lavoro contadino. Esso ritrae un agricoltore che ara la terra con l'ausilio di una coppia di buoi (in dialetto albidonese, "u parìcchië"). È stato realizzato dalla pugliese Marisa Taliente;
  • lungo via Circonvallazione, nei pressi del vecchio edificio della scuola dell'infanzia, è posto il murale ritraente una vecchietta albidonese seduta su una panchina di piazza Castello, davanti alla Chiesa Madre di San Michele Arcangelo. È stato realizzato da Leonardo Ferraro, Rocco Leonetti e Maria Rosaria Adduci;
  • in piazza San Pietro sono presenti due murales: il primo ritraente tre vecchiette in posa sull'uscio di casa, due delle quali intente a cucire a mano e con il "fuso"; il secondo ritraente la consegna di un fiore da parte di un uomo a un bambino, simbolo del passaggio dell'esperienza e della conoscenza dagli adulti agli infanti. Sono stati realizzati rispettivamente dagli albidonesi Angela Altieri e Leonardo Laino;
  • lungo via Circonvallazione, nel quartiere San Salvatore, sorge il murale dedicato a un anziano compianto albidonese nella sua campagna, attorniato da capre al pascolo e da un cane pastore. È stato realizzato da Leonardo Ferraro e Salvatore Marano;
  • in piazza Castello sorge il murale dedicato al Patrono San Michele Arcangelo, che ritrae la maestosa statua a cui tutti gli albidonesi sono profondamente legati, con l'insegna "Patronus Civitatis". È stato realizzato da Leonardo Ferraro e dalla trebisaccese Loredana (in arte "Fiammetta") Aino;
  • in piazza Castello, sulla parete nord-occidentale dall'ex Municipio (oggi Biblioteca Comunale "S. Pertini"), sorge il murale dedicato al Brigantaggio postunitario, realizzato da SMOE, artista hip-hop del catanzarese.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[157]

Albidona ha vissuto, a partire dagli anni '80, un graduale decremento della popolazione, che l'ha condotta a perdere in circa 40 anni quasi 1.000 unità. Dopo il picco demografico (2.260 abitanti) evidenziato con il censimento del 1961, la popolazione si è mantenuta più o meno stabile per circa due decenni, per poi intraprendere la sua discesa, prima graduale, poi più poderosa, soprattutto negli anni '90 e con l'avvento del terzo millennio. Al 29 febbraio 2020, la popolazione albidonese era di 1.236 abitanti.

Dall'ultimo censimento della popolazione al 2020, il calo demografico registrato è stato di 227 abitanti.

Confrontando questi dati (dal 2011 al 2019) con gli altri comuni dell'Alto Ionio, accomunati dal medesimo fenomeno di spopolamento, si registra ad Albidona un valore intermedio (-15,4%), considerando la presenza di comuni che hanno registrato oltre il 25% del calo demografico (Castroregio, Alessandria del Carretto e San Lorenzo Bellizzi), mentre sono molto vicine le percentuali di Nocara, Plataci, Montegiordano e Canna. Sotto il 10% invece si trovano i più popolosi Cerchiara di Calabria, Francavilla Marittima e Amendolara, tutti più prossimi al litorale o dotati di uno scalo all'interno del medesimo territorio.[158]

Popolazione di Albidona al 1º gennaio (2012-2019).

Il calo demografico, a partire dal censimento del 2001, è stato determinato sia dal flusso migratorio sia dal saldo naturale: ad eccezione del 2004 (+13) in tutti gli altri anni il numero di iscritti all'anagrafe è stato sempre superato dal numero di cancellati (con un picco di -58 unità nel 2005); ad eccezione del 2002 (+1) e del 2017 (+0), le nascite sono state sempre superate dai decessi (con un picco di -21 unità nel 2013).[159]

Dal 2001 al 2019, la popolazione è diventata sempre più anziana[160]:

  • l'età media è aumentata di circa 10 anni (da 40 a 49,4 anni);
  • l'indice di vecchiaia è quasi triplicato (da 122,4 a 358,2);
  • l'indice di natalità è stato relativamente instabile, ma è diminuito notevolmente negli anni (con un massimo di 10,4 nel 2004 e un minimo di 2,3 nel 2018);
  • l'indice di ricambio della popolazione attiva è raddoppiato (da 83,3 a 168,4);
  • la percentuale di anziani (over 65 anni) è aumentata dal 18,1 al 31,1%, a discapito della popolazione fra i 15 e i 64 anni (passata dal 67,1 al 60,2%) e under 15 anni (passata dal 14,8 all'8,7%).

Ad Albidona, la popolazione di età inferiore ai 19 anni (al 1º gennaio 2019) era rappresentata da 167 individui.[161]

Pur essendo uno dei più piccoli comuni dell'Alto Ionio Cosentino, Albidona si trovava, nel 2001, al quarto posto per quanto riguarda il numero di individui che abitano il capoluogo comunale (località abitata dove è situata la casa municipale). Infatti, la popolazione era di 1.784 abitanti, 1.713 dei quali abitavano il centro "capoluogo", preceduto solo da Trebisacce (8.732), Oriolo (2.707) e Francavilla Marittima (2.441). Anche centri con popolazione totale nettamente superiore a quella di Albidona, infatti, avevano una popolazione inferiore nel centro "capoluogo", come Villapiana (1.674), Rocca Imperiale (976), Cerchiara di Calabria (1.443) e Amendolara (1.435).[10]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

La popolazione straniera, al 1º gennaio 2020, è composta da 9 individui, che rappresentano lo 0,7% della popolazione totale.

Essi appartengono alle seguenti nazionalità:

Il dialetto albidonese[modifica | modifica wikitesto]

Il dialetto albidonese appartiene al gruppo dei dialetti dell'area arcaica calabro-lucana[162], altrimenti conosciuta come area Lausberg, dal nome del linguista tedesco, che per primo l'ha conosciuta e studiata.

Si tratta di un'area di confine, collocata fra la Basilicata meridionale e la Calabria settentrionale, nella cornice di territorio posta attorno al Massiccio del Pollino, circondata ai lati dal Mar Tirreno e dal Mar Ionio.

Sebbene l'area rappresenti un unicum linguistico nel Meridione, in quanto caratterizzata storicamente da un notevole isolamento geografico e culturale che ne ha garantito la conservazione[163][164], essa è distinta in una sezione a vocalismo di tipo sardo e una sezione a vocalismo di tipo misto (sardo e siciliano).[165]

Il dialetto albidonese, così come gli altri comuni dell'Alto Ionio Cosentino, è inserito nella sezione a vocalismo di tipo sardo: è un vocalismo che altrove ha riscontro solamente in Sardegna e riflette un momento arcaico della lingua latina, quando la penetrazione romana verso sud trovò ostacoli dovuti alla resistenza delle popolazioni locali e agli ostacoli naturali (si pensi al Massiccio del Pollino o del Sirino in Lucania).[165]

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Albidona conserva una storia antica e una tradizione radicata. È ancora viva la tradizione contadina anche se in alcuni aspetti modernizzata. Sta riprendendo vita la tradizione musicale con suonatori di strumenti locali come la zampogna, il tamburello, l'organetto, il fischietto di oleandro, e una rivalutazione di quelli che sono i riti tradizionali che si manifestano soprattutto nelle feste popolari, come Sant'Antonio con l'innalzamento della “'ndinna” (albero della cuccagna), il 13 giugno o San Michele, il santo patrono, venerato l'8 maggio o ancora la Settimana Santa con canti dialettali.[166]

Il "modo lidio" o "tritono"[modifica | modifica wikitesto]

Nella tradizione musicale, e in particolare orale[167], albidonese è degno di nota il modo lidio, un peculiare complemento musicale certamente esistente sin dal Medioevo e probabilmente ereditato dalla tradizione arcaica greca. Anche conosciuto come tritono (ossia "di tre toni"), è rappresentato a livello musicale da un "intervallo di quarta aumentata", uno stile musicale che addirittura era messo al bando dalla Chiesa, in quanto ritenuto un'espressione del Diavolo. È infatti conosciuto come diabolus in musica.[168]

Esso è fortemente rappresentato nella tradizione musicale e orale albidonese, in particolare grazie a uno strumento molto rudimentale ereditato dalla tradizionale agro-pastorale: il fischietto di oleandro ('u vïshchiètt i gàndrë). Si tratta di uno strumento a fiato "effimero stagionale", che veniva e viene tuttora costruito e suonato dai pastori al pascolo, utilizzando la corteccia di arbusti di oleandro, molto diffuso nel territorio albidonese, in particolare nelle aree più pianeggianti.

La tipica melodia del fischietto di oleandro, sfruttante il "Klang" (sequenza degli armonici pari e dispari)[168] ha spesso influenzato il vasto panorama strumentario e musicale dell'area del Pollino e dell'Alto Ionio Cosentino, con alcune rivisitazioni eseguite utilizzando altri strumenti di musica popolare, come l'organetto, la fisarmonica e la chitarra battente. È conosciuta anche come sonata all'albidonese o, localmente, come a votàtë d'u vïshchiètt i gàndrë.[169][170][171]

Festa di San Michele Arcangelo e rito delle "Piòche"[modifica | modifica wikitesto]

La festa di San Michele Arcangelo, Santo patrono di Albidona, si svolge l'8 maggio di ogni anno. Anticamente pare che la festa si svolgesse il 29 settembre, giorno consueto per la Chiesa Cattolica dedicato ai tre Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Poi da un anno all'altro la data fu modificata sinché si decise di festeggiare San Michele l'8 maggio. La festa del Santo patrono è quella che richiama ogni anno tantissimi emigrati, che rinunciano a qualsiasi impegno, pur di rivivere la festa che più rappresenta il proprio paese.

Il 7 maggio di ogni anno, invece, si festeggia San Francesco da Paola. La mattina si svolge la tradizionale fiera annuale, mentre nel pomeriggio si attua la celebrazione eucaristica, seguita da un corteo processionale, durante il quale il santo viene trasportato lungo le vie del paese. Nella stessa giornata viene intrapresa una tradizione locale molto antica, legata a un rito arboreo di carattere pagano: la "Piòca". Enormi esemplari di Pino d'Aleppo vengono trasportati a forza d'uomo o con l'ausilio (da pochi anni) di mezzi a motore agricoli in tutto il paese, accompagnati dalla musica popolare di suonatori locali di zampogna, organetto, fisarmonica e tamburello e con i gustosi prodotti tipici di Albidona (salumi, formaggi, vino locale). La festa si diparte per tutto il paese, dove altri gruppi di suonatori intraprendono gli stessi suggestivi accompagnamenti musicali. Solitamente nella serata della festa di San Francesco le "pioche" vengono innalzate nei punti più ampi del paese, sorretti da fascine e piccoli legnetti.

L'8 maggio si festeggia il Santo patrono. Nella mattinata si svolge la celebrazione eucaristica, seguita dalla prima parte della processione, accompagnata dalla musica della banda musicale o di suonatori locali di zampogna e da donne in costume tradizionale che trasportano i "cinti" (suggestivi contenitori per misure agricole decorati con omaggi floreali o candele), tra cui "u miènzë tùmmïnë" (mezzo tomolo), ancora usato come unità di misura in agricoltura, soprattutto per misurare cereali quali orzo e grano, che rappresentano la forma più comune di coltivazione terriera nel territorio. In questa prima parte del corteo processionale si trasporta l'imponente statua lignea di San Michele dalla Chiesa Madre al quartiere nuovo (Piano Giumenta), arrestandosi in Piazza S. Rocco.

Nel primo pomeriggio si riprende la processione, che raggiunge tutto il centro storico, fino a ritornare nella piccola piazzetta antistante al vestibolo della Chiesa nel tardo pomeriggio. Qui si svolge il tradizionale "incanto", un'asta di prodotti tipici, animali o manufatti artistici dedicati al santo offerti da alcuni devoti; i soldi ricavati saranno poi destinati alle spese sostenute per allestire la festa. Terminato l'incanto nella prima serata, vengono effettuati i suggestivi fuochi pirotecnici.

Nella notte, dopo gli spettacoli musicali allestiti grazie alle offerte della festa, vengono finalmente incendiate le maestose "Piòche", il tutto accompagnato con la musica di strumenti musicali popolari, prodotti tipici e il buon vino; la festa, spesso, si inoltra anche fino alla tarda notte o la prima mattinata.

Festa di Sant'Antonio da Padova e la "Ndinna" (albero della cuccagna)[modifica | modifica wikitesto]

La festa di Sant'Antonio da Padova si svolge il 13 giugno di ogni anno. È la festa più sentita dagli albidonesi dopo quella del Santo patrono San Michele, in quanto è molto ricca di tradizioni popolari alquanto arcaiche e la devozione verso il santo portoghese è molto forte.

Il rito religioso è affine a quello del patrono, in quanto la mattina si tiene la celebrazione liturgica, seguita dalla processione, nella quale il santo di Padova viene trasportato per tutto il paese a forza di braccia; al rientro del santo nell'omonima chiesa, in piazza Convento, termina il culto religioso.
Nel pomeriggio si ha il momento più atteso dell'anno: la Ndinna (albero della cuccagna)[172]. Si tratta di un albero di abete, che viene acquistato, grazie al denaro ricavato dalla festa o alle offerte di alcuni devoti, dai comuni vicini di Alessandria del Carretto o Terranova del Pollino, i cui boschi di alta montagna sono ricchi di questo magnifico esemplare arboreo. Qualche giorno prima della festa di Sant'Antonio, l'abete viene trasportato da un corteo di albidonesi per le vie principali del paese, accompagnato dal suggestivo suono di organetti, tamburelli e zampogne e viene posto in via Armando Diaz, attigua a Piazza Convento.
Nella festa di Sant'Antonio la "Ndinna" viene innalzata nella citata piazza, dopo essere stata addobbata nella cima con prodotti tipici (uova, vino locale, fichi secchi, "taralli", formaggio) e a volte con animali vivi (galli, agnelli, capretti). Dopo di che inizia l'ambita scalata dell'albero ad opera di alcuni giovani albidonesi, che cercano di raggiungere la cima dell'albero (assicurati delle dovute precauzioni di sicurezza), per gustare i suoi buoni prodotti, lanciare dall'alto (circa 15-20 metri) uova o fichi, nel tentativo di colpire qualche sfortunato spettatore e diventare il protagonista assoluto della festa di Sant'Antonio. Quando il coraggioso scalatore raggiunge la cima si assiste a scene molto divertenti, perché la gente gremita cerca di spostarsi in zone protette, al fine di evitare qualche tuorlo d'uovo sul vestito indossato per la festa. Dopo la scalata di diversi concorrenti, la "Ndinna" viene calata e viene trasportata per il paese nel suo rifugio, perché sarà utilizzata ancora l'anno seguente.

In passato l'abete veniva anche unto con oli o sapone, al fine di renderlo più scivoloso e meno facilmente scalabile; questa usanza è stata però ormai eliminata. La festa si conclude nella tarda serata con uno spettacolo musicale finanziato dalle offerte ricavate dalla festa.

Festa della Madonna del Cafaro[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, nella data del 15 agosto – ricordata dalla Chiesa come festa dell'Assunzione di Maria - la Badia del Cafaro diventa luogo di una particolare festa popolare che unisce sacro e profano e attrae tutta la popolazione di Albidona e dei paesi vicini, così devota da avere nel tempo donato alla Madonna monili d'oro, soldi e oggetti preziosi che costituiscono un tesoretto esistente e ben conservato da un apposito comitato del paese. Il tesoro viene esposto soltanto nel giorno della festa, ornando la statua. La festa della Madonna il 15 agosto di ogni anno inizia con lo spostamento della statua dalla sua nicchia a uno spazio centrale più vicino all'assemblea e accessibile per la devozione dei fedeli che toccano la Madonna, pregano e lasciano ex voto. Seguono la celebrazione della messa e una piccola processione che porta la statua adorna del suo tesoro lungo i sentieri delle campagne circostanti per invocare fertilità e buona annata. Poi la Madonna viene posta davanti alla chiesa (forse per restituirle il suo ruolo di Vergine Portinaia) e sul sagrato vengono messi all'incanto prodotti della terra e manufatti artigianali offerti dai fedeli, i cui proventi vanno a favore delle necessità di manutenzione e conservazione della Badia.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Biblioteche[modifica | modifica wikitesto]

Biblioteca Comunale "Sandro Pertini".
  • La Biblioteca Comunale "Sandro Pertini" è stata istituita nel 2016, presso i locali della vecchia Casa comunale, sita in via Municipio, nel rione Castello. Precedentemente, la Biblioteca Comunale, istituita nel 1981, era collocata presso l'edificio Municipale, in vico II Principe Umberto.[173] L’istituto culturale contiene tra la documentazione una serie di volumi dedicati alla letteratura, alla musica, all’arte e alle scienze.[174] L'accesso è libero e gratuito. E' possibile ospitare nei locali anche visite guidate e conferenze.[175]
  • La Biblioteca "Torre di Albidona" è collocata all'interno della storica torre di avvistamento[124], nell'appendice litoranea del territorio albidonese. Pur essendo privata[85], si tratta di un importante luogo di ricerca, oltre che fornito archivio storico e letterario e centro di aggregazione culturale del comprensorio. Custodisce, fra le altre cose, numerosi volumi sulla Calabria e l’Alto Jonio e una preziosa cartografia dell’Italia antica.[86][87]

Scuole[modifica | modifica wikitesto]

Le scuole presenti ad Albidona sono 3:

Appartengono tutte all'istituto comprensivo "Corrado Alvaro" di Trebisacce.

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

Prodotti tipici albidonesi

Per chi passa per la prima volta da queste parti è consigliabile fermarsi a degustare tutti gli squisiti piatti e salumi tipici della cultura Albidonese, che vanno dalla classica "soppressata Calabrese" ai più tradizionali funghi, salsiccia e uova, agli gliummarielli e al sangue di maiale con pomodoro e peperoni.

In particolare d'estate, vengono organizzate varie manifestazioni culinarie all'aperto dove è possibile assaggiare sapori e piatti della tradizione locale; d'inverno invece l'appuntamento immancabile è con le Crespelle di Natale; mentre nel periodo Pasquale il pane degli Albidonesi diventa la Cullura, che è tipica di quel periodo e che viene usata, appunto, come alternativa al pane classico fatto in casa che è un'altra tradizione (e specialità) che ancora resiste nelle case e nelle famiglie della maggior parte degli albidonesi.[7]

Salame crudo di Albidona[modifica | modifica wikitesto]

Salame crudo di Albidona

Albidona vanta anche uno dei prodotti tipici riconosciuti a livello nazionale nella lista dei Prodotti agroalimentari tradizionali calabresi: il salame crudo di Albidona.[6][176]

Il prodotto è chiamato in dialetto albidonese sazizza, un insaccato di carne di maiale di forma allungata (15–25 cm), reso leggermente piccante dall'aggiunta di pepe nero e pepe rosso. Viene prodotto nella stagione invernale (da dicembre a febbraio), quando avviene la macellazione dei maiali, allevati durante l'anno, soprattutto in ambito familiare. I suini vengono sezionati e si selezionano le diverse parti destinate a vari utilizzi (prosciutto stagionato crudo, capicollo, boccolaro).

La carne destinata a diventare salame viene impastata con sale, pepe nero e rosso e poi gli intestini dello stesso maiale vengono utilizzati per contenere la carne impastata che, stagionata, diventerà salame.

Può essere consumato subito dopo la preparazione (sazìzza 'rrïstùtë = salsiccia arrostita sulla brace) o dopo circa un mese da quando viene posto sulla pertica (a virïghë) ed è detta sazìzza ceròsë, ma può essere destinata al consumo anche dopo un tempo più prolungato di stagionatura (sazìzza tòstë).[7]

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Strade[modifica | modifica wikitesto]

Il comune di Albidona è collegato ai paesi limitrofi (Alessandria del Carretto e Trebisacce) tramite la strada provinciale 153, il cui tratto Albidona-Trebisacce è stato costruito negli anni quaranta, mentre il tratto Albidona-Alessandria del Carretto è di più recente costruzione (anni sessanta)[177].

La strada provinciale 153 si imbocca, nei pressi del quartiere Pagliara (o Bivio di Albidona o, nel gergo albidonese, Ponte) del comune di Trebisacce, nella strada statale 106 Jonica, che apre i collegamenti con la Basilicata orientale e la Puglia meridionale e con tutta la Calabria Jonica.

Inoltre, un breve tratto della SS 106 attraversa l'appendice litoranea del territorio albidonese, in località Piana della Torre o Piana di Albidona, dove è presente uno svincolo (Marina di Albidona) con il quale ci si immette nella strada interpoderale che conduce alla Torre di Albidona e raggiunge la SP 153, in zona Puzzoianni.

Con la costruzione del terzo megalotto della nuova SS 106[178], essa attraverserà il territorio albidonese per un tratto più esteso, poiché più discosta dal litorale rispetto all'odierno tracciato. Il progetto prevedeva in prima istanza anche uno svincolo per Albidona, direttamente imboccato dalla SP 153, tuttavia in seconda istanza è stato annullato.[179][180]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strada statale 106 Jonica.

Il tratto Albidona-Alessandria della SP 153 è collegato, invece, con la SP 154 (Serre di Tagliamano-Castroregio-Amendolara) e con diverse strade interpoderali, che raggiungono i comuni calabresi di Plataci, San Lorenzo Bellizzi, la frazione Farneta (dalla quale si raggiunge la strada statale 481 della Valle del Ferro) e i comuni lucani di Terranova del Pollino e San Paolo Albanese, aprendo l'accesso al Pollino orientale.

Ferrovie[modifica | modifica wikitesto]

Stazione di Piana della Torre.

La stazione ferroviaria più vicina si trova a Trebisacce, a 12 km di distanza, raggiungibile tramite la Strada Provinciale 153; essa, appartenente alla Ferrovia Jonica è gestita da RFI e si trova al 107º Km da Taranto.

In passato, la stazione ferroviaria che serviva ufficialmente il comune di Albidona era quella di Piana Della Torre, in territorio di Trebisacce, posta al chilometro 102+840 da Taranto. Essa è ormai soppressa da molti anni.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Segue un elenco delle amministrazioni locali.[181]

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
1865 1870 Nicolantonio Chidichimo Sindaco [182]
1870 1870 Pasquale Ferraro Sindaco
1870 1871 Luigi Chidichimo[183], Gaetano Rago e Francesco Gatto[184] Assessori funzionanti da sindaco [185]
1871 1873 Giovanbattista Marini Sindaco [186]
1874 1877 Luigi Chidichimo Sindaco
1877 1877 Francesco Gatto Assessore funzionante da sindaco
1878 1883 Francesco Gatto[184] e Luigi Chidichimo[183] Assessori funzionanti da sindaco
1883 1885 Leonardo Oriolo e Pasquale Chidichimo Sindaco
1885 1905 Francesco Gatto Sindaco [184]
1905 1910 Angiolo Chidichimo Sindaco
1910 1911 Luigi Prinsi Prosindaco
1911 1912 Pietrantonio Ferrari Sindaco
1912 1914 Francesco Cospito[187] e Luigi Martino[188] Delegati funzionanti da sindaco
1914 1919 Francescantonio Scaravaglione Sindaco
1919 1922 Francesco Oriolo, Leonardo Tucci, Vincenzo Mele e Pietro Rizzo Assessori funzionanti da sindaco
1922 1926 Luigi Chidichimo Sindaco
1926 1928 Luigi Chiarelli Podestà [189]
1928 1930 Luigi Chidichimo Commissario prefettizio [190]
1930 1931 Giuseppe Mele Commissario prefettizio
1931 1933 Angelo Manfredi Commissario prefettizio
1933 1934 Carlo Suriano Commissario prefettizio
1934 1934 Salvatore Dramisino Commissario prefettizio [191]
1934 1935 Pietro Luci Commissario prefettizio
1935 1937 Salvatore Dramisino Commissario prefettizio e podestà [191]
1937 1938 Giuseppe Rizzo Commissario prefettizio
1938 1945 Salvatore Dramisino Commissario prefettizio [191]
1945 1947 Luigi Chidichimo Fronte dell'Uomo Qualunque Sindaco [192]
1947 1948 Francesco Saverio Ferraro Democrazia Cristiana Assessore funzionante da sindaco
1948 1952 Luigi Chidichimo Fronte dell'Uomo Qualunque Sindaco [193]
1952 1955 Francesco Saverio Ferraro D.C. Sindaco [194]
1955 1964 Salvatore Dramisino D.C. Sindaco [191]
1964 1969 Antonio Mundo Partito Socialista Italiano Sindaco [195]
1969 1970 Francesco Martino P.S.I. Sindaco
1970 1975 Bruno Motta P.S.I. Sindaco
1975 1980 Pasquale Santo Ippolito P.S.I. Sindaco
1980 1983 Rocco Giuseppe Ferri P.S.I. Sindaco [196]
1984 1992 Vincenzo Aurelio Lista civica[197][198] Sindaco
1992 1995 Rosario Sangineto Lista civica[197] Sindaco [199]
1996 2006 Vincenzo Leonetti Lista civica[197] Sindaco
2006 2016 Salvatore Aurelio Lista civica[197] Sindaco
2016 in carica Filomena Di Palma Lista civica "Insieme si può" Sindaco [200]

Passaggio in Basilicata[modifica | modifica wikitesto]

Il comune di Albidona è interessato al progetto "Passaggio in Lucania" che assieme ad altri 15 comuni dell'Alto Jonio Cosentino tramite referendum cittadino lo porterebbe all'annessione alla Basilicata.[201]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Calcio[modifica | modifica wikitesto]

Il piccolo paese di Albidona, nonostante l'esigua presenza di risorse e attrattive per i giovani, detiene una squadra di calcio, l'A.S.D. Nuova Albidona, nata dalle ceneri dell'A.S.D. F.C. Albidona, già fondata nel 1983 con il nome di Polisportiva Albidona, che militò dal 2008 al 2012 in Prima categoria.

La squadra ha a disposizione per gli incontri un Campo Sportivo Comunale, posto al decimo chilometro della provinciale Trebisacce-Albidona, quasi all'entrata del paese, a un centinaio di metri dal cimitero. Si tratta di un campo in terra battuta costruito negli anni settanta, con dimensioni regolamentari (95x50 m), modernizzato e regolarizzato per categorie dilettantistiche a livello regionale solo da pochi anni, e possiede, solo lungo la curva nord-occidentale, limitati spalti in cemento non coperti; la tribuna nord-orientale è priva di spalti, ma è divisa in due ambienti (divisi da una lunga inferriata e cancellate), utilizzati rispettivamente dal pubblico locale l'uno e dal pubblico ospite l'altro.

Giardini comunali[modifica | modifica wikitesto]

I Giardini comunali di Albidona. Sullo sfondo, uno scorcio del centro storico.

All'entrata del paese, lungo la provinciale Trebisacce-Albidona, si trova un suggestivo Giardino Comunale, costruito negli anni ottanta dal Consorzio di Bonifica del Ferro e dello Sparviero, su incentivo comunale.

Esso è dotato di un ampio spazio verde, costituito da un'innumerevole varietà di specie arboree. Il giardino, corredato di sentieri con panchine e spazi di sosta pavimentati in pietra locale, contiene uno spazio giochi per i bambini, un campetto in erba sintetica adibito per calcetto e tennis (circondato da reti di sicurezza e dotato di illuminazione), due campetti di bocce e una fontana erogante acqua potabile.

Il suggestivo spazio verde rappresenta una delle attrattive più riuscite e utili ad Albidona, in quanto adibito dai giovani e dagli adulti per l'intrattenimento sportivo e i passatempi pomeridiani e serali durante tutto l'anno.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Demo Istat - Popolazione residente al 29 febbraio 2020.
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2017).
  3. ^ Dizionario RAI d'ortografia e pronunzia - Albidona, su dizionario.rai.it. URL consultato il 30 novembre 2010.
  4. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, GARZANTI, 1996, p. 17.
  5. ^ Vedi sezione dedicata a tale argomento.
  6. ^ a b Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, Ventesima revisione dell'elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali, su politicheagricole.it, 02/03/2020.
  7. ^ a b c Borghi Autentici d'Italia - Albidona, su borghiautenticiditalia.it.
  8. ^ a b c d e f g h i Giuseppe Rizzo e Pino Genise, Le contrade di Albidona.
  9. ^ Superficie di Comuni, Province e Regioni italiane al 9 ottobre 2011 (ZIP), su Istat.it.
  10. ^ a b 14º Censimento generale della Popolazione e delle Abitazioni ISTAT 2001, su dawinci.istat.it. URL consultato il 13 agosto 2011.
  11. ^ Altitudini dei comuni tramite DEM (ZIP), su Istat.it.
  12. ^ Protezione Civile: classificazione sismica dei comuni italiani Archiviato il 18 aprile 2009 in Internet Archive.
  13. ^ Livio Vezzani, Istituto di Geologia dell'Università di Catania, Il Flysch di Albidona nell'area del confine tra Calabria e Lucania (PDF) (archiviato dall'url originale il 29 novembre 2014).
  14. ^ Giovanni Laviola, Trebisacce - Storia, Cronaca e Cultura, Galasso, 1992.
  15. ^ Vincenzo Padula, Protogea, ossia Storia d'Europa, Napoli, 1871.
  16. ^ a b c d Giuseppe Rizzo, Le acque del territorio di Albidona - Fiumare, canali, stagni e fontane, in I Quaderni dell'Altra Cultura, n. 8, maggio 2002.
  17. ^ NATURA 2000 - STANDARD DATA: Fiumara Saraceno (PDF), su ftp.minambiente.it.
  18. ^ a b Parks, Reserves and other Protected Areas in Calabria: province of Cosenza, su parks.it.
  19. ^ a b Elenco nazionale delle ZPS - Ministero dell'ambiente (XLSX), su minambiente.it.
  20. ^ Amato Amati, Dizionario corografico dell·Italia : opera illustrata da circa 1000 armi comunali colorate e da parecchie centinaia di incisioni intercalate nel testo rappresentanti i principali monumenti d·Italia / 1 A - B, Vallardi, Milano, 1867, p. 164.
  21. ^ NATURA 2000 - STANDARD DATA FORM: Fiumara Avena (PDF), su ftp.minambiente.it.
  22. ^ Giuseppe Rizzo, Le acque del territorio di Albidona - Fiumare, canali, stagni e fontane, in I Quaderni dell'Altra Cultura, n. 8, maggio 2002.
  23. ^ I valori inseriti in questa tabella climatica non sono attinti da alcuna fonte ufficiale, ma hanno fine puramente indicativo. Tali dati sono stati registrati dalla stazione meteorologica ARPACAL di Albidona e sono attinti dal sito ARPACAL - Centro Funzionale Multirischi della Calabria Archiviato il 23 aprile 2011 in Internet Archive..
  24. ^ I valori delle temperature massime, medie e minime sono riferiti al periodo 1989-2010.
  25. ^ I valori delle precipitazioni e dei giorni di pioggia sono riferiti al periodo 1922-2010.
  26. ^ Vincenzo Padula, Protogèa, ossia L'Europa preistorica per Vincenzo Padula, 1870, p. 424.
  27. ^ a b c d e f Giuseppe Rizzo, Origini di Albidona, su albidona.eu.
  28. ^ Lycophron.
  29. ^ Estrabon.
  30. ^ Barrio.
  31. ^ Fiore.
  32. ^ Antonini.
  33. ^ Romanelli.
  34. ^ Cramer.
  35. ^ Coscia.
  36. ^ Valente (1).
  37. ^ a b Francesco Trinchera, Syllabus graecarum membranarum quae partim Neapoli in maiori tabulario et primaria bibliotheca partim in Casinensi coenobio ac Cavensi et in episcopali tabulario neritino iamdiu delitescentes et a doctis frustra expetitae nunc tandem adnitente impensius Francisco Trinchera in lucem prodeunt, 1865, p. 93-94.
  38. ^ a b c A. Giardina, Annali Istituto «Alcide Cervi», 1997, p. 390.
  39. ^ Où sont les femmes?, Oxford, 2008.
  40. ^ Spinelli A., Regii Neapolitani Archivii Monumenta edita ac illustrata, V, Napoli, 1861, pp. 301.
  41. ^ Spinelli A., DLXXII, in Regii Neapolitani archivi Monumenta edita ac illustrata, Vol. VI, 1861, p. 38.
  42. ^ Francesco Capecelatro, Historia della citta e regno di Napoli, Napoli, 1640, p. 175.
  43. ^ Southern Italy - Conti di Buonalbergo, su fmg.ac.
  44. ^ a b Salvatore Cusa, I Diplomi Greci ed Arabi di Sicilia pubblicati nel testo originale, tradotti ed illustrati da Salvatore Cusa, 1868, pp. 697.
  45. ^ a b Hiroshi Takayama, The Administration of the Norman Kingdom of Sicily, p. 233.
  46. ^ a b c Tabulario del monastero di S. Maria Maddalena di Valle Giosafat e di San Placido di Calonerò, su Archives Portal Europe.
  47. ^ a b Mariarosaria Salerno, Istituzioni religiose in Calabria in età medievale: note di storia economica e sociale, Rubbettino, 2006, p. 76.
  48. ^ J̌adran Ferluga, Byzantium on the Balkans: studies on the Byzantine administration and the Southern Slavs from the VIIth to the XIIth centuries, A. M. Hakkert, 1976, p. 177.
  49. ^ Michele Amari, Storia Dei Musulmani Di Sicilia, Wentworth Press, 2019.
  50. ^ Luciano Golzi Saporiti, I toponimi del Seprio - Arcumeggia (PDF), Associazione Studi Storici Tradatesi, 2012, p. 172.
  51. ^ a b c Erasmo Percopo e Nicola Zingarelli, Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana. I. Ruggiero de Amicis, in Francesco Scandone (a cura di), Studi di letteratura italiana, vol. V, Napoli, Giannini, 1903, pp. 226–254.
  52. ^ Fulvio Mazza, Castrovillari: storia, cultura, economia.
  53. ^ Carlo De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli del signor Carlo De Lellis, Napoli, 1671, p. 149.
  54. ^ Vincenzo Donnorso, Memorie istoriche della fedelissima, ed antica città di Sorrento, raccolte, e date in luce dal signor d. Vincenzo Donnorso, 1740, p. 154.
  55. ^ a b Filiberto Campanile, Dell'armi, ouero insegne de i nobili scritte del signor Filiberto Campanile oue sono i discorsi d'alcune famiglie, cosi spente, come viue del Regno di Napoli, 1680, p. 233.
  56. ^ a b c d Giuseppe Rizzo, I feudatari di Albidona - Dai Castrocucco ai Mormile (1400-1800), in Il mio paese scomparso, Aprile-giugno, 1998, p. 6.
  57. ^ a b Mario Pellicanò Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria.
  58. ^ a b Giuseppe Rizzo, San Michele, su albidona.eu.
  59. ^ a b Giuseppe Rizzo, Il Castello di Albidona, in I Quaderni dell'Altra Cultura.
  60. ^ Francesco Capecelatro, Diario dei tumulti del popolo napolitano contro i ministri del re e la nobiltà di essi.
  61. ^ a b c Pino La Rocca, Anche ad Albidona il “volo dell’angelo”. Aggiudicati lavori per realizzazione “Parco avventure”, in Paese 24, 27/10/2014.
  62. ^ a b c Volo dell'Angelo, su impresamirabelligianfranco.it.
  63. ^ a b c Rocco Gentile, Appalto per il "Volo dell'Arcangelo" ad Albidona, in tre a giudizio, in Gazzetta del Sud, 27 settembre 2018.
  64. ^ a b Pino La Rocca, Albidona. Dissequestrato Parco Avventura, in Paese24.it, 10 ottobre 2018.
  65. ^ Ottavio Mormile (Napoli, 25 settembre 1761-Napoli, 12 gennaio 1836) fu un grosso esponente della famiglia Mormile; ricoprì svariate cariche: sindaco di Napoli nel 1759, duca di Castelpagano, marchese di Ripalimosano dal 1810 e Ministro degli Affari esteri del Regno delle due Sicilie. Vedi Personaggi illustri di Castelpagano.
  66. ^ a b c G. Barbera, La questione agraria e l'emigrazione in Calabria: note statistiche ed economiche, 1908.
  67. ^ a b Annuario generale d'Italia e dell'Impero italiano, Pozzo, p. 1359.
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  69. ^ Gazzetta de Tribunali: con note ed osservazioni articoli di vario diritto e cronaca del Parlamento, vol. 18, 1866, p. 664-665.
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  71. ^ a b Giuseppe Rizzo e Antonio La Rocca, La banda di Antonio Franco. Il brigantaggio post-unitario nel Pollino calabro-lucano, Il Coscile, 2002.
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  182. ^ Sindaco nel 1865, dal 1866 assessore facente funzione di sindaco.
  183. ^ a b Figlio di Nicolantonio (sindaco tra il 1865 e il 1870); fu consigliere provinciale e deputato al Parlamento nazionale.
  184. ^ a b c Ricoprì la carica di sindaco a periodi alterni per ben 18 anni, nonostante fosse analfabeta; era soprannominato "U sinnic i Nciccariell".
  185. ^ Manca il titolare, quindi si alternano 3 assessori funzionanti da sindaco.
  186. ^ Delegato straordinario facente funzione di sindaco.
  187. ^ Segretario comunale funzionante da sindaco
  188. ^ Assessore funzionante da sindaco
  189. ^ Fu podestà di Albidona e Trebisacce; ad Albidona fu delegato Angiolo Chidichimo
  190. ^ È lo stesso del 1922-26; fu delegato dopo la morte di Angiolo Chidichimo.
  191. ^ a b c d Ricoprì cariche istituzionali reggenti ad Albidona per più di 20 anni, superando così Francesco Gatto "Nciccarielle".
  192. ^ È il sesto e ultimo sindaco della famiglia Chidichimo, nipote del deputato Luigi. Annuncia le dimissioni nel 1947.
  193. ^ È lo stesso del 1945-47
  194. ^ È lo stesso del 1947-48; viene eletto sindaco, ma poi gli subentra ancora Dramisino, non avendo ottenuto la fiducia della sua maggioranza.
  195. ^ Subentra a Dramisino dopo una campagna elettorale molto accesa, contraddistinta da lotte e aspre rivalità politiche: l'ex deputato ha detenuto le redini dell'amministrazione albidonese per 52 anni, con l'avvicendamento di sindaci di ideale politico comune.
  196. ^ Deceduto prematuramente nel 1983, viene sostituito fino al 1984 da Michele Loprete, in quanto consigliere anziano.
  197. ^ a b c d La lista civica presentata dopo le prime amministrazioni succedute ad Antonio Mundo si riconosce nel vecchio P.S.I. dello stesso Mundo.
  198. ^ Di professione ingegnere, non è lo stesso del 1995-96.
  199. ^ Si dimette prima della fine del mandato. Viene sostituito fino al 1996 da Vincenzo Aurelio (medico odontoiatra), che ricopriva allora la carica di vicesindaco, in attesa della successiva tornata elettorale.
  200. ^ Primo sindaco donna della storia di Albidona; ha vinto le elezioni a capo di una lista civica che ha sconfitto la lista di ispirazione socialista, che si rifaceva all'operato dell'on. Antonio Mundo, dopo 52 anni di ininterrotta egemonia.
  201. ^ Il quotidiano della Calabria.it, Sindaci dell'Alto Jonio, pronti a staccarsi dalla Calabria e a unirsi alla Basilicata

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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