Impero romano d'Occidente
| Impero d'Occidente | |||||
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| Dati amministrativi | |||||
| Nome completo | Impero romano d'Occidente | ||||
| Nome ufficiale | Pars Occidentalis Imperii Romani | ||||
| Lingue parlate | latino | ||||
| Capitale | |||||
| Altre capitali | Milano (285-402) Ravenna (402-476) |
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| Politica | |||||
| Forma di governo | Dominato | ||||
| Imperatore d'Occidente | Elenco | ||||
| Organi deliberativi | Senato | ||||
| Nascita | 17 gennaio 395 con Onorio | ||||
| Causa | separazione ereditaria dell'impero alla morte di Teodosio I | ||||
| Fine | 4 settembre 476 con Romolo Augusto | ||||
| Causa | Deposizione dell'imperatore da parte del re erulo Odoacre e invio delle insegne imperiali a Zenone di Bisanzio | ||||
| Territorio e popolazione | |||||
| Bacino geografico | Italia, Illirico occidentale, Nord Africa (tranne Egitto), Penisola Iberica, Gallia, Britannia | ||||
| Massima estensione | 2.500.000 kmq circa nel | ||||
| Popolazione | 22.000.000 nel | ||||
| Economia | |||||
| Valuta | aureo, asse | ||||
| Religione e società | |||||
| Religioni preminenti | Cristianesimo | ||||
| Religione di Stato | Cristianesimo | ||||
| Religioni minoritarie | paganesimo, ebraismo | ||||
| Evoluzione storica | |||||
| Preceduto da | |||||
| Succeduto da | Eptarchia anglosassone Regno visigoto Regno franco Regno ostrogoto Regno vandalo Regno suebo |
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L'Impero romano d'Occidente iniziò a configurarsi come organismo statuale autonomo alla morte dell'imperatore Teodosio I (395) il quale decise di affidare gli immensi territori, sempre più vulnerabili alla pressione dei barbari, ai suoi due figli: Arcadio, il maggiore, cui fu assegnato il governo della parte orientale dell'Impero e Onorio, il minore, cui spettò la parte occidentale.
Non era certamente nelle intenzioni di Teodosio creare due organismi politici differenziati e completamente indipendenti fra di loro. La sua finalità era piuttosto quella di ricollegarsi, attraverso questa scelta, sia alle tradizioni tetrarchiche, che a quelle post-costantiniane. La divisione doveva cioè rivestire un carattere squisitamente burocratico, amministrativo, o riconducibile al problema della difesa militare. Da allora però, questi due grandi aggregati, ormai strutturatisi in Impero Romano d'Occidente e Impero romano d'Oriente, non si sarebbero più riuniti e avrebbero intrapreso dei percorsi di sviluppo sempre più autonomi fra di loro. L'idea dell'unità restò tuttavia salda nelle coscienze ancora per lungo tempo, e certo non si era ancora spenta quando, nel 476, il re degli Eruli Odoacre depose l'ultimo Imperatore d'occidente, Romolo Augusto, e rimise le insegne dell'Impero all'imperatore d'Oriente Zenone.
[modifica] Geografia
[modifica] Superficie e suddivisione
Al momento della morte di Teodosio I e della definitiva divisione dell'Impero in una parte orientale e in una occidentale (395), quest'ultima ereditò la Prefettura del pretorio delle Gallie e la maggior parte della Prefettura del pretorio d'Italia, Africa ed Illiria, mentre all'Oriente toccarono la Prefettura del pretorio d'Oriente e due diocesi illiriche. A sua volta la Prefettura d'Italia era formata da quattro diocesi: Italia (due diocesi), Illiria ed Africa; quella delle Gallie da un pari numero di diocesi: Gallia (due diocesi), Hispania e Britannia. Va messo in evidenza che l'Illiria era stata ripartita fra i due Imperi e che questa divisione fu fonte di continue dispute che iniziarono a profilarsi fin dagli ultimi anni del IV secolo.
La superficie totale dell'area romano-occidentale superava i 2,5 milioni di km² con una popolazione globale difficilmente quantificabile ma che, con ogni probabilità, non doveva essere in alcun modo inferiore ai 25 milioni di abitanti.
Nel secolo successivo in tutto il mondo romano-occidentale si assistette ad una generalizzata flessione demografica dovuta a guerre, carestie ed epidemie. Lo stanziamento di genti barbare in quasi tutte le regioni dell'Europa occidentale e dell'Africa, non riuscì infatti a compensare le perdite che avevano falcidiato la popolazione autoctona. Questi gruppi etnici, generalmente di origine germanica, rappresentarono sempre una quota modesta sul totale delle popolazioni romane o romanizzate, probabilmente non superiore, in termini percentuali, ad un 8% o un 10%.
Per avere un'idea della limitata consistenza numerica di queste tribù barbare, ricorderemo che, quando i Longobardi penetrarono in Italia nella seconda metà del VI secolo, si ritiene che la loro orda fosse composta da circa 120.000 unità ivi compresi anziani, donne e bambini.
[modifica] Città
A cavallo fra il IV ed il V secolo Roma era ancora la città più popolosa dell'Impero (sia della sua parte occidentale che orientale). Durante il regno di Valentiniano I (364 - 375) si calcola, sulla base delle tessere annonarie distribuite, che l'Urbe dovesse contare non meno di 800.000 abitanti (ma altre fonti danno una cifra anche superiore, vedi riquadro). Questo valore restò pressoché inalterato fino al primo decennio del V secolo e cioè fino al primo sacco da parte dei Visigoti di Alarico (410). Seguì una certa flessione demografica, ma ancora attorno alla metà del V secolo sembra che la popolazione di Roma non fosse inferiore ai 650.000 abitanti[1] Fu soltanto all'indomani del secondo sacco ad opera dei Vandali (455) che Roma perse probabilmente il rango di prima città dell'Impero superata non solo da Costantinopoli, ma anche dalle popolose metropoli d'Oriente (Alessandria, Antiochia e, forse, anche Tessalonica).
Cartagine, con i suoi 150.000-200.000 abitanti (o più) costituiva con ogni probabilità il secondo agglomerato urbano dell'occidente romano. La città, oltre a possedere, da sempre, una netta vocazione commerciale, era posta nel cuore di una ricca regione agricola ed esportava le sue derrate alimentari anche in Oriente. In Africa, altre tre città di medie dimensioni godevano di una certa prosperità: Leptis Magna, culla della dinastia dei Severi, che, dopo un periodo di decadenza, aveva conosciuto una certa ripresa in epoca teodosiana; Timgad, importante centro donatista, e infine Cesarea (oggi Cherchell, in Algeria), che dette i natali a Prisciano, forse il massimo grammatico della tarda latinità.
Anche l'Italia poteva vantare una serie di centri relativamente popolosi ed economicamente attivi, primo fra tutti Mediolanum (Milano), capitale imperiale durante tutto il IV secolo, ed Aquileia che però fu distrutta dagli Unni attorno alla metà del V secolo. Altre importanti città erano Bononia e Ravenna. Quest'ultima nel 402 divenne capitale dell'Impero Romano d'Occidente e conservò tale rango anche dopo la sua caduta (476).
Nella regione illirica la città più importante e popolosa era forse Salona (nelle immediate vicinanze dell'odierna Spalato), in Dalmazia, con una popolazione di oltre 50.000 abitanti, mentre i due agglomerati di frontiera di origine castrense, Carnuntum ed Aquincum (l'attuale Budapest), conservarono una certa importanza strategica. Entrambi questi centri possedevano due anfiteatri, uno per le guarnigioni di stanza ed uno per la popolazione civile. Carnuntum ci viene descritta da Ammiano Marcellino, nella seconda metà del IV secolo, come una città sonnolenta e degradata, ravvivata però dalla presenza di molti militari accampati nei dintorni o residenti nel centro abitato.[2]
In Iberia aveva avuto un certo sviluppo, nel corso del IV secolo, la città di Hispalis (l'attuale Siviglia), impostasi come il massimo centro della Baetica, mentre Carthago Nova (Cartagena) continuava a costituire il più importante punto di riferimento urbano nell'area mediterraneo-orientale della Diocesi. Non minore importanza rivestivano Tarraco (Tarragona), Osca (Huesca) e Caesaraugusta (Saragozza) nella parte settentrionale della penisola.
Fra le città più importanti e popolose della due diocesi galliche era Augusta Treverorum (Treviri, oggi in Germania), ex capitale imperiale fin da epoca tetrarchica e, ancora agli inizi del V secolo, sede di Prefettura. Arelate (Arles), impostasi da tempo come il più dinamico centro urbano della Gallia Meridionale, era anche divenuta, agli inizi del V secolo, capitale di prefettura. Massimo centro della Gallia centrale era, con ogni probabilità, Lugdunum (Lione).
In Britannia l'unica città di una certa importanza era Londinium, l'odierna Londra, seguita da nuclei urbani di modeste dimensioni, spesso di origine castrense o sviluppatisi su precedenti insediamenti celti (come Calleva Atrebatum, oggi Silchester). Aquae Sulis (Bath) era invece un centro termale noto fin dal I secolo. L'abbandono della Britannia da parte delle guarnigioni romane agli inizi del V secolo determinò la decadenza di tali centri, la quale si protrasse per buona parte dell'alta età media. Londra, restata quasi senza abitanti, dovette essere pressoché rifondata da Alfredo il Grande nel IX secolo.
| Estensione e popolazione delle principali città dell'impero[3] | ||
|---|---|---|
| Città | Estensione | Popolazione |
| Roma | 1800 ettari - (sec. IV) | circa 1 milione |
| Capua | 180 ettari circa | 70.000 |
| Mediolanum | 133 ettari circa | 50.000 |
| Bononia | 83 ettari circa | 30.000 |
| Augusta J. Taurinorum | 47 ettari circa | 20.000 |
| Verona | 45 ettari circa | 20.000 |
| Augusta Praetoria | 41 ettari circa | 20.000 |
| Leptis Magna | 400 ettari circa | 100.000 |
| Augusta Treverorum | 285 ettari circa | 50.000 |
| Nemausus | 220 ettari circa | 70.000 |
| Vindobona | 200 ettari circa | 60.000 |
| Londinium | 140 ettari circa | 50.000 |
| Lutetia | 55 ettari circa | 20.000 |
| Alexandria | 900 ettari circa | 500.000 - 1 milione |
| Carthago | 300 ettari circa | 200 - 300.000 |
| Nova Roma (Constantinopolis) | 1400 ettari circa (IV secolo) | 500.000 circa |
Città fondate o conquistate dai Romani in Italia ( celle con sfondo verde )
Città fondate dai Romani nelle province dell'Impero (celle con sfondo giallo )
Città conquistate dai Romani fuori dall'Europa (celle con sfondo celeste )
[modifica] Storia
| Per approfondire, vedi le voci Tardo Impero romano e Tarda antichità. |
[modifica] Prodromi della divisione (364-395)
Un prodromo della divisione "legale" dell'Impero Romano, dopo le divisioni amministrative dei decenni precedenti, si ebbe con l'ascesa al trono di Valentiniano I, creato imperatore a Nicea nel febbraio del 364. Nel mese successivo, Valentiniano associò come augusto il fratello Valente, assegnandogli le terre orientali dell'Impero e tenendo sotto il suo controllo quelle occidentali, chiaro segno dell'importanza che ancora rivestiva all'epoca la città di Roma. Questa divisione assume un'importanza storica fondamentale perché, per la prima volta, anche l'augusto delle province orientali poteva legiferare nell'ambito della propria sfera territoriale.
L'attività governativa di Valentiniano I, tesa a frenare l'avanzata dei barbari che premevano sui confini della Germania, si concretizzò nella costruzione del poderoso limes che andava dal Mare del Nord, in corrispondenza della foce del Reno, alle Alpi Retiche. Valentiniano, come e ancor più dei suoi predecessori, fece frequente ricorso ai foederati nell'esercito, con il conseguente accesso alle magistrature civili e militari di molti Germani e la graduale "barbarizzazione" dei quadri dell'amministrazione, della burocrazia e dell'esercito. Morì nel 375 in Pannonia, a causa di un ictus cerebrale.[4] Gli succedette in Occidente suo figlio Graziano, mentre l'Oriente continuava ad essere retto da Valente.
Tra l'estate e l'autunno del 376, decine di migliaia di profughi,[5] Goti e di altri popoli, scacciati dalle proprie terre dalle invasioni unne, giunsero sul Danubio, chiedendo asilo all'imperatore romano Valente, chiedendo che alla propria gente venisse permesso di stabilirsi sulla sponda meridionale del Danubio: il fiume li avrebbe infatti protetti dagli Unni, che non avevano l'equipaggiamento necessario per attraversarlo in forze. L'imperatore concesse l'asilo in termini estremamente favorevoli[6][7][8] Valente aveva promesso ai Goti terre da coltivare,[9] razioni di grano e l'inclusione nell'esercito romano con la funzione di foederati: l'imperatore accettò di accogliere le popolazioni barbare allo scopo di rafforzare il proprio esercito e per aumentare la base imponibile del fisco.[10] Solo una parte dei Goti venne però fatta passare il Danubio. Inoltre, coloro che venivano accolti in territorio romano avrebbero dovuto vedersi confiscate le proprie armi, ma alcune riuscirono a passare,[11][12] forse a causa del fatto che le operazioni di attraversamento del fiume vennero velocizzate per evitare una sommossa dei Goti in attesa, impedendo così di controllare perfettamente gli equipaggiamenti degli immigranti.[13] La presenza di un popoloso stanziamento in un'area ristretta causò una penuria di viveri tra i Goti, che l'Impero non fu in grado di contrastare né con i rifornimenti di viveri né con le terre da coltivare promessi.[14] La struttura logistica romana, che distribuiva gli approvvigionamenti in più centri allo scopo di ottenere una maggiore capillarità, venne messa sotto stress: i Goti, senza più approvvigionamenti, si diedero a mangiare carne di cane, che veniva loro fornita al prezzo di un cane per ogni bambino goto ceduto come schiavo.[13] I maltrattamenti furono tali che i Goti alla fine si rivoltarono, devastando i Balcani. Valente aveva sottovalutato la minaccia dei Goti rispetto al nemico di sempre, i Sasanidi, e teneva impegnato l'esercito presenziale in oriente, né le truppe in Tracia erano sufficienti per infliggere una sconfitta decisiva ai Goti. Al tempo stesso i Goti si trovavano in una posizione altrettanto difficile, con la necessità di procacciarsi notevoli quantità di cibo, cosa che li costringeva a muoversi in gruppi di numero ridotto, possibile preda di attacchi di forze romane; il loro obiettivo poteva essere quello di infliggere ai Romani una sconfitta tale da imporre loro dei termini non distanti dall'accordo di ingresso nel territorio imperiale (la concessione di terre da coltivare), ma dovevano farlo presto, prima dell'arrivo di altre truppe romane.[15] Giunto a una pace sfavorevole con i Persiani, Valente poté portare il grosso del suo esercito nei Balcani per porre finalmente fine ai saccheggi dei Goti. Giunto a Costantinopoli, Valente attese in quel luogo l'arrivo delle truppe di Graziano, imperatore d'Occidente. Prima che Graziano arrivasse, però, Valente venne informato da spie che i Goti erano solo 10.000, una notizia però falsa. Pensando di essere in superiorità numerica e non volendo condividere la gloria di una vittoria con Graziano, Valente imprudentemente affrontò i Goti a Adrianopoli, perdendo e venendo ucciso in battaglia (9 agosto 378). Sant'Ambrogio vide in questa battaglia epocale, che segnò il definitivo declino delle armi romane, un segnale dell'imminente fine del mondo.[16]
Il mondo non terminò ma all'Impero romano venne inferto un colpo mortale. Graziano, figlio di Valentiniano I e succeduto al padre all'età di sedici anni, non sentendosi in grado di governare l'impero assieme al suo fratellastro Valentiniano II di soli sei anni, nel gennaio del 379 nominò augusto Teodosio I cui affidò le diocesi di Macedonia e Dacia anch'esse minacciate dai Visigoti in rivolta. La vittoria di Adrianopoli permise ai Goti di aver via libera nei Balcani, mentre un successore di Valente venne eletto solo nel 379. Il nuovo Imperatore, Teodosio, ricostruì l'esercito di campo orientale, che affrontò i Goti in uno scontro aperto nel 380, uscendone di nuovo sconfitto. Fu così che l'Imperatore d'Oriente fu costretto a ricorrere alla diplomazia, concedendo, nel 382, ai Goti in cambio della pace lo status di Foederati e terre da coltivare. Il retore Temistio si augurava che i Goti sarebbero stati presto assimilati alla cultura romana, com'era accaduto già in passato con i Galati, e che quindi non sarebbero stati più una minaccia per l'Impero, ma si sbagliava di grosso. I Tervingi e i Greutungi, che poi si sarebbero uniti formando il popolo dei Visigoti, si sarebbero ritagliati presto un loro regno indipendente in Gallia e in Hispania e avrebbero contribuito alla caduta dell'Impero romano d'Occidente.
Sul versante religioso, dopo l'ascesa al potere di Teodosio, si venne a produrre un progressivo consolidamento del cristianesimo, culto già all'epoca predominante. Il nuovo augusto ne favorì infatti la diffusione con l'intento di convertirlo in collante dell'Impero (editto di Tessalonica, 380), venendo così a sostituire le antiche credenze e l'arianesimo, ormai apertamente osteggiati o messi al bando.
Nel 383, l'esercito di Britannia aveva proclamato Augusto un generale di origine ispana, Magno Massimo. Costui passò con un esercito in Gallia per impadronirsene. Graziano, da Treviri, venne incontro all'usurpatore, ma a seguito delle numerose defezioni che si verificarono fra le sue truppe, ripiegò su Lugdunum, dove morì per mano di un sicario. Magno Massimo ne approfittò per occupare l'Italia e l'Africa. Valentiniano II, temendo per la propria vita, si rifugiò a Tessalonica. Teodosio, che, dopo la morte di Graziano, aveva riconosciuto Magno Massimo come augusto, nel 383 associò all'Impero il figlio Arcadio. Qualche anno più tardi anche Magno Massimo, seguendone l'esempio proclamò suo figlio Flavio Vittore augusto. Con i due giovani si venne a creare una situazione molto complessa: ben cinque persone, fra augusti legittimi e usurpatori, erano, o erano state poste, ai massimi vertici dell'Impero. Tale sovrapposizione di titoli e cariche non durò per lungo tempo. Teodosio sconfisse Magno Massimo ad Aquileia dove il generale ispano si tolse la vita (388). Qualche tempo più tardi anche suo figlio Vittore morì nelle Gallie. Valentiniano II, venne così reintegrato, per opera di Teodosio, nella sua carica di augusto della parte occidentale dell'impero.
Teodosio, vero arbitro politico dell'impero, inviò Valentiniano a Treviri affinché da questa città potesse governare la parte occidentale con l'aiuto di Arbogaste, ma intrighi di corte determinarono probabilmente la morte del giovane imperatore qualche anno più tardi (392). Teodosio, che per tre anni si era mosso fra Roma e Milano, tornò a stabilirsi in oriente, lontano dalle pressioni ed interferenze del vescovo Ambrogio, cui tentava di resistere, mettendo in atto una politica di contenimento nei confronti del potere ecclesiastico. L'editto di Tessalonica diede però ad Ambrogio la possibilità di imporre una penitenza all'Imperatore e dal 390 Teodosio fu costretto a ridefinire la sua politica religiosa nei confronti di apostati, pagani ed eretici. Un editto, promulgato il 24 febbraio 391 prevedeva la chiusura di tutti i templi e vietava ogni culto pagano, anche se celebrato in forma privata. La persecuzione sistematica delle credenze non cristiane scatenarono una reazione nei confronti di Teodosio, soprattutto in Italia. Rientrato a Costantinopoli, l'imperatore dovette infatti far fronte alle proteste delle correnti fautrici di un paganesimo ormai al tramonto, che avevano trovato nel retore Flavio Eugenio, uno strenuo difensore. Eugenio era sostenuto non solo da Arbogaste, ma da molti membri della classe senatoriale romana. Dopo la nomina ad augusto anche di Onorio, suo secondogenito, Teodosio si mosse con un esercito verso l'Italia. Nella battaglia del Frigido, non lontano da Aquileia, sconfisse, il 6 settembre 394, le forze di Eugenio ed Arbogaste.
Eliminati i rivali, Teodosio restò unico imperatore ancora per pochi mesi, perché si spense il 17 gennaio 395, lasciando l'Impero in eredità ai figli. Ad Arcadio, il maggiore, andò la pars orientalis, mentre al più giovane Flavio Onorio toccò la pars occidentalis. Da questo momento la divisione non venne più ricomposta ed iniziarono prendere forma due aggregazioni territoriali distinte: un Impero romano d'Occidente ed un Impero romano d'Oriente.
[modifica] Il regno di Onorio (395-423)
[modifica] La reggenza di Stilicone (395-408)
Onorio assurse al soglio all'età di soli 11 anni, venendo affidato alla reggenza del magister militum Stilicone, prescelto per questo incarico da Teodosio sin dal 393. Stilicone, di origine vandala, si trovò così a guidare un Impero certamente debilitato dalle lunghe lotte intestine e dalle tribù barbare di origine germanica che premevano sui suoi confini, ma in quel momento ancora piuttosto saldo e in posizione più sicura rispetto al più ricco ma anche più esposto Oriente. Pare che Stilicone affermasse di essere stato nominato custode di entrambi i figli di Teodosio,[17] e questo incrinò in pratica i suoi rapporti con la corte della metà orientale dell'Impero, che temeva che Stilicone intendesse impadronirsi anche dell'Oriente.[18]
I due neonati imperi si trovarono subito a fronteggiare un grave problema. Il neo-proclamato re dei Visigoti, Alarico, che aveva servito come foederatus nell'esercito romano sotto Teodosio, giungendo perfino ad aspirare alla carica di magister militum, destinata invece poi a Stilicone, decise di approfittare del delicato periodo di successione per rivoltarsi. Secondo diversi studiosi, i Visigoti di Alarico erano gli stessi goti che avevano sconfitto l'esercito di Valente nella battaglia di Adrianopoli nel 378 e che erano stati insediati come foederati nei Balcani da Teodosio I nel 382; essi vennero impiegati da Teodosio I nelle lotte contro gli usurpatori gallici Magno Massimo (387-388) ed Eugenio (392-393) e avevano subito pesanti perdite durante la battaglia del Frigido nella quale, secondo Paolo Orosio, Teodosio I aveva ottenuto due vittorie: una sull'usurpatore gallico Eugenio, e un altra sui foederati goti che servivano nell'esercito di Teodosio.[19] Secondo Heather, le perdite subite in quella battaglia spinsero i Goti a rivoltarsi nel tentativo di costringere l'Impero a rinegoziare il foedus del 382 a condizioni più favorevoli per i Goti: non è ben chiaro a cosa mirassero i Goti, ma, con ogni probabilità, le richieste gote comprendevano il riconoscimento di un proprio capo, e la nomina di costui a magister militum dell'esercito romano.[20]
Prendendo a pretesto il fatto che Alarico non avesse ottenuto un ruolo di comando nell'esercito romano,[21] i Visigoti invasero la Tracia e la Macedonia: all'epoca vi furono sospetti di collusione con il prefetto del pretorio d'Oriente Rufino, che avrebbe spinto Alarico a rivoltarsi.[22] Stilicone intervenne in soccorso dell'Impero d'Oriente marciando con le sue forze contro Alarico, ma Arcadio, spinto dal praefectus praetorio per Orientem Flavio Rufino, nemico di Stilicone, ordinò alle truppe orientali, che formavano una parte dell'armata di Stilicone, di far ritorno in Oriente.[23] In Oriente infatti si aveva ancora timore che in realtà Stilicone mirasse a conquistare il dominio anche di Costantinopoli. Lo stesso Alarico, a capo di un popolo che non era più stato respinto dai Romani dopo la disastrosa sconfitta di Adrianopoli del 378, si trovò a giocare abilmente in mezzo alle rivalità esistenti tra le due parti dell'Impero. Stilicone obbedì e rimandò indietro le truppe che di fatto non avevano fatto ritorno in Oriente dopo la battaglia del Frigido, indebolendo il suo esercito. Intanto, giunte a Costantinopoli, le truppe uccisero Rufino: i sospetti che fossero state sobillate dallo stesso Stilicone furono alti.[24]
Nel 397, intanto, Alarico aveva invaso il Peloponneso, ma venne affrontato da Stilicone; Arcadio, questa volta consigliato dal suo nuovo consigliere Eutropio, gli ordinò però di ritirarsi, e il generale romano obbedì;[25] probabilmente, a causa di questa intromissione di Stilicone negli affari orientali, Eutropio fece dichiarare dal senato di Costantinopoli Stilicone nemico pubblico dell'Impero d'Oriente.[26] Nel frattempo Alarico, giunto ad un accordo con Arcadio, venne nominato dall'Impero d'Oriente magister militum per Illyricum, e ciò gli permise di riequipaggiare il suo esercito di nuove armi.[27]
In quello stesso anno i contrasti tra i due imperi portarono a una rivolta in Africa: il comes Africae Gildone trasferì infatti la propria obbedienza all'Impero d'Oriente, rivoltandosi e interrompendo il rifornimento del grano che proveniva dall'Africa a Roma.[28] Stilicone reagì immediatamente inviando contro il ribelle Mascezel, che era il fratello di Gildone stesso; la rivolta venne immediatamente sedata e l'Africa ritornò a rifornire Roma e l'Italia di grano, anche se Mascezel perì in circostanze sospette, forse assassinato per ordine di Stilicone.[29]
Nel frattempo Alarico, rafforzatosi con le armi romane ottenute come governatore militare e ancora insoddisfatto del trattamento ricevuto dai Romani, mosse ben presto verso l'Italia, superando i primi contrafforti alpini nell'anno 401. Erano iniziate, per l'occidente romano, le invasioni barbariche.
[modifica] Le prime invasioni (402-406)
| Per approfondire, vedi le voci Invasioni barbariche del V secolo e Guerra gotica (402-403). |
Le Invasioni barbariche, che sino ad allora avevano interessato maggiormente la parte orientale dell'Impero, investirono, a partire dai primi anni del V secolo, soprattutto l'Occidente.
Non soltanto, infatti, l'Impero romano d'Oriente disponeva di maggiori risorse finanziarie rispetto a quello d'Occidente, ma trovò la forza di porre in essere, fin dal 400-402, una drastica politica di epurazione degli elementi germanici presenti negli alti quadri dell'esercito. Tale epurazione coinvolse, fra gli altri, i due comandanti in capo delle armate d'Oriente, prima il visigoto Gainas, poi l'ostrogoto Fravitta. Due personaggi di dubbia reputazione, soprattutto il primo, che passò gli ultimi mesi della sua vita depredando le ricche province dell'Asia Minore. Motivazioni di indole religiosa, oltreché politica, avevano determinato questa coraggiosa scelta chiaramente tendente ad una "romanizzazione" dell'esercito (sia Gainas che Fravitta erano ariani). A tutto questo si aggiunse un'accorta politica orientale volta ad allontanare la minaccia incombente su Costantinopoli dirottandola verso il limes d'Occidente.
In Occidente le legioni, costituite per oltre i quattro quinti da truppe barbare (in Oriente la proporzione era leggermente inferiore), erano sotto il comando di un generale germanico di alto profilo, Stilicone. Questi, legato da vincoli di parentela alla famiglia imperiale (l'imperatore Onorio ne aveva sposato la figlia), si sentiva fiero della romanità recentemente acquisita e della fiducia riposta in lui dal grande Teodosio meritata a pieno titolo sui campi di battaglia.
Fu proprio Stilicone a fronteggiare Alarico e i suoi Visigoti quando questi varcarono le Alpi marciando su Milano. Ripetutamente sconfitto a Pollenzo (402) ed a Verona (403), i Visigoti ripiegarono sull'Illirico, mentre Stilicone garantiva ad Alarico un congruo tributo nel tentativo di tenerlo sotto controllo. La dinamica di tali battaglie resta tuttavia sconosciuta: nessuna si rivelò decisiva, e Alarico poté sempre sfuggire ad un disastro definitivo. Più di uno storico ritiene che in realtà Stilicone, a corto di soldati, cercasse un accomodamento e forse addirittura un'alleanza con il potente esercito visigoto.[30] Sembra infatti che Stilicone intendesse usare Alarico come alleato contro l'Impero romano d'Oriente per spingere Arcadio a cedere all'Impero d'Occidente l'Illirico orientale.[31] I dubbi sono confermati dalla decisione con cui invece difese l'Italia dall'invasione dei Goti di Radagaiso nel 406, circondati e sterminati presso Fiesole[32] con le ultime truppe romane rafforzate dai Visigoti di Saro.[33]
Il pericolo corso durante l'invasione visigota aveva dimostrato la vulnerabilità della frontiera sud-orientale, tanto da spingere Onorio a trasferire nel 402 la sua capitale da Milano alla più sicura Ravenna, difesa dallo sbarramento naturale del Po e difesa dalla potente Classis Praetoria Ravennatis, che con il controllo del mare garantiva anche un sicuro collegamento con il resto dell'Impero e con l'Oriente.
Nel 406, mentre a nord le legioni della Britannia si ribellavano acclamando imperatore un certo Marco, in Italia la strada aperta da Alarico venne ripercorsa da una nuova orda di barbari coalizzati sotto la guida dell'ostrogoto Radagaiso, i quali desolarono le regioni dell'Italia centro-settentrionale, prima di essere fermati a Fiesole.
In quello stesso anno, il giorno 30 o 31 di dicembre un'orda barbara di straordinarie proporzioni, costituita da Vandali, Alani, Svevi, Burgundi, sospinta verso occidente dagli Unni (e dalla fame) attraversò il Reno ghiacciato e penetrò in Gallia.
[modifica] La fine di Stilicone (408)
L'invasione e la debolezza manifestata dai governi di Onorio e dell'usurpatore Marco, spinse le legioni britanniche a darsi un nuovo imperatore prima nella persona di un certo Graziano e poi, dopo il rifiuto di questi di intervenire contro i Barbari, in quella del generale Flavio Claudio Costantino. Questi, attraversata la Manica, riuscì a bloccare temporaneamente l'avanzata dei barbari e a prendere il controllo di gran parte dell'Impero: Gallia, Spagna e Britannia.
Stilicone non fu energico com'era stato con Radagaiso, e la Gallia restò abbandonata a barbari e usurpatori. La notizia falsa di un presunto decesso di Alarico e, soprattutto, dell'usurpazione di Costantino III, trattennero Stilicone dal raggiungere Alarico in Epiro per condurre una guerra civile contro l'Impero romano d'Oriente per il possesso dell'Illirico orientale.[34] Stilicone inviò comunque nel 407 il generale romano di origini gote Saro in Gallia per porre fine all'usurpazione di Costantino III, ma la spedizione fallì e Saro, vinto dai generali dell'usurpatore, Edobico e Geronzio, fu costretto a ritirarsi in tutta fretta in Italia, venendo costretto durante la ritirata persino a cedere tutto il bottino accumulato ai Bagaudi (briganti) per ottenere da loro il permesso di passare le Alpi.[35] Il mancato arrivo di Stilicone in Epiro spinse inoltre, nel 408, Alarico a spostarsi in Norico, minacciando di invadere l'Italia se non fosse stata soddisfatta la richiesta di un pagamento di 4000 libbre d'oro "per i servizi resi", ovvero gli arretrati per l'esercito gotico per tutto il tempo che era stato in Epiro in attesa di Stilicone.[36] Il senato romano fu messo di fronte al fatto compiuto e fu convinto a pagare le 4000 libbre ad Alarico da Stilicone. Soltanto un senatore di nome Lampadio, secondo la tradizione, ebbe il coraggio di affermare che non si trattava di alleanza ma di schiavitù.[36] Secondo Zosimo, Stilicone intendeva inviare Alarico in Gallia per combattere l'usurpatore Costantino III, e avrebbe avuto l'approvazione di Onorio, che scrisse persino ad Alarico, ma l'assassinio di Stilicone mandò a monte tutto.[37]
Nello stesso anno Stilicone e Onorio ebbero una discussione accesa: Onorio intendeva infatti andare a Costantinopoli per reclamare il trono d'Oriente essendo deceduto da poco suo fratello Arcadio; ma Stilicone lo convinse che la presenza dell'Imperatore in Italia in questi frangenti così delicati (con Alarico e Costantino "III" in agguato) era necessaria e che sarebbe andato lui stesso in Oriente a sistemare le cose. Convinto Onorio, Stlicone si preparò per partire per Costantinopoli, ma, narra Zosimo, Stilicone tardò ad eseguire ciò che aveva promesso. Era il canto del cigno per Stilicone: la debolezza dell'impero, pur imputabile ad una catena di eventi scatenati dalla sconfitta di Adrianopoli e dall'inutile carneficina del Frigido, era palese. Per di più la sua origine non romana e il suo credo ariano gli procurarono odio tra i cortigiani imperiali, specialmente Olimpio, che complottarono contro di lui nel 408, spargendo diverse voci: che aveva pianificato l'assassinio di Rufino, che stava brigando con Alarico,[38] che aveva invitato i barbari nel 406 in Gallia[39] e che intendeva dirigersi a Costantinopoli con l'intenzione di mettere sul trono imperiale il figlio Eucherio.[40] L'esercito si ammutinò a Pavia il 13 agosto, uccidendo almeno sette ufficiali anziani[41]. Per di più, Olimpio riuscì a mettere contro Stilicone l'Imperatore Onorio stesso, inducendolo a scrivere all'esercito di Ravenna, di catturare Stilicone. Anche se avrebbe facilmente potuto evitare l'arresto e sollevare le truppe a lui fedeli, non lo fece per timore delle conseguenze che il fatto avrebbe avuto sul destino del traballante impero occidentale. Fu giustiziato il 22 agosto 408 da Eracliano, mentre il figlio Eucherio fu assassinato poco dopo.[42] In tutta Italia scoppiò un'ondata di violenza contro le famiglie dei barbari foederati, che andarono allora ad ingrossare le file dell'esercito di Alarico.[43]
Onorio, rimasto privo di una valida forza militare con cui opporsi ai barbari e all'usurpatore Costantino, decise nel 408 di associare quest'ultimo al trono riconoscendolo co-imperatore e associandolo al consolato per l'anno successivo.
[modifica] La perdita della Spagna e della Britannia, l'invasione dell'Italia e il caos (409-410)
Nel 409, mentre i Burgundi si stanziarono sulla riva sinistra del Reno per dare vita a un loro regno, Vandali, Alani e Svevi travolsero le difese di Costantino III e, dopo aver messo a ferro e a fuoco le diocesi galliche, valicarono i Pirenei e raggiunsero la penisola iberica. Costantino inviò contro di loro il generale Geronzio ed il praefectus praetorio Galliarum Apollinare, ma quando, dopo aver fermato i barbari, Geronzio seppe che il figlio di Costantino, appena associato al trono come Costante II, era stato inviato in Spagna a prendere il comando della spedizione, si ribellò proclamando a sua volta imperatore un tale Massimo, forse suo figlio.
Del caos approfittarono i barbari che avevano invaso la Spagna, stando alla testimonianza del cronista spagnolo Idazio:
| « [I barbari] si spartirono tra loro i vari lotti delle province per insediarvisi: i Vandali [Hasding] si impadronirono della Galizia, gli Svevi di quella parte della Galizia situata lungo la costa occidentale dell'Oceano. Gli Alani ebbero la Lusitania e la Cartaginense, mentre i Vandali Siling si presero la Betica. Gli spagnoli delle città e delle roccaforti che erano sopravvissuti al disastro si arresero in schiavitù ai barbari che spadroneggiavano in tutte le province. » |
Tutta la Spagna, tranne la Tarraconense rimasta ai Romani, risultò dunque occupata dai Barbari nell'anno 411,[44] mentre le legioni di Massimo marciavano sulla Gallia e, nel caos generale, la Britannia, rimasta sguarnita e priva di difese contro le incursioni dei pirati Sassoni, si ribellò uscendo dall'orbita dell'impero (410). Su tutto gravava la minaccia dei Visigoti di Alarico, che in quello stesso anno, marciarono sull'Italia.
A quel punto l'Impero d'Occidente si trovava spezzato in tre, preda delle invasioni e governato da tre imperatori e un usurpatore in lotta tra loro: da una parte Onorio, dall'altra Costantino III col figlio Costante II e infine Massimo.
[modifica] Il sacco di Roma (410)
| Per approfondire, vedi la voce Sacco di Roma (410). |
Alarico, cui erano state promesse oro e vettovaglie per il suo popolo, oltre che, con ogni probabilità, una carica militare e civile che avrebbe in qualche modo ufficializzato le sue funzioni di rappresentante dell'Impero in Illiria, nel 409 di fronte al collasso generale dell'Impero, decise di prendersi da solo ciò che riteneva spettargli.
Valicate nuovamente le Alpi scese fino a Roma con l'intenzione di costringere l'Imperatore a mantenere le promesse pur di non veder cadere il cuore della civiltà romana. Nei dodici mesi successivi la Città Eterna fu cinta d'assedio per due volte, finché, di fronte all'inerzia di Onorio, il Senato decise di accordarsi con l'invasore: venne consegnata al capo barbaro un'ingente quantità d'oro, mentre il praefectus urbi Prisco Attalo veniva acclamato imperatore, dichiarando Onorio deposto.
Iniziarono da quel momento delle lunghe ed inconcludenti negoziazioni fra Alarico, nominato nel frattempo da Prisco Attalo magister militum, e Onorio, sino a che, stanco di attendere le titubanti risposte di Ravenna ed esasperato dal comportamento sempre più autonomo di Attalo, che non era stato in grado di ripristinare le forniture di grano a Roma, bloccate dall'ex-potente ministro di Onorio, Eracliano, frattanto divenuto comes Africae, Alarico ruppe nella primavera del 410 gli indugi: depose Attalo e cinse nuovamente d'assedio Roma. Di fronte alla situazione, Costantino III mosse dalla Gallia, accordandosi con il comes domesticorum di Onorio, Allobico, per deporre l'imbelle imperatore di Ravenna e soccorrere l'Urbe minacciata. La morte di Allobico, però, prontamente giustiziato da Onorio, costrinse Costantino a rinunciare al piano quando già era giunto in Liguria: Roma era senza difese.
Il 24 agosto del 410, i Visigoti penetrarono nella Città Eterna, sottoponendola per tre giorni al saccheggio. La notizia del sacco di Roma, il cuore dell'Impero, il sacro suolo rimasto inviolato per 720 anni da eserciti stranieri, ebbe vasta risonanza in tutto il mondo romano ed anche al di fuori di esso. L'imperatore d'Oriente Teodosio II proclamò a Costantinopoli - Nuova Roma tre giorni di lutto, mentre San Girolamo si chiese smarrito chi mai poteva sperare di salvarsi se Roma periva:
| « Ci arriva dall'Occidente una notizia orribile. Roma è invasa.[...] È stata conquistata tutta questa città che ha conquistato l'Universo.[...] » | |
Persino la nuova religione, il Cristianesimo, ne sembrò scossa, tanto da spingere Sant'Agostino a scrivere il suo capolavoro, De civitate Dei, in risposta alle tante voci che si levarono contro gli empi monoteisti, accusati di aver suscitato contro Roma la giusta punizione delle divinità. Nei primi tre libri dell'opera Agostino fa notare (citando episodi narrati da Tito Livio) ai pagani accusatori che anche quando erano pagani i Romani avevano subito tremende sconfitte, senza che però venissero incolpati di questo i dei pagani:[45]
| « Dov'erano dunque [quegli dei] quando il console Valerio fu ucciso mentre difendeva ... il campidoglio...? ... Quando Spurio Melio, per aver offerto grano alla massa affamata, fu incolpato di aspirare il regno e ... giustiziato? Dov'erano quando [scoppiò] una terribile epidemia? ... Dov'erano quando l'esercito romano ... per dieci anni continui aveva ricevuto presso Veio frequenti e pesanti sconfitte...? Dov'erano quando i Galli presero, saccheggiarono, incendiarono e riempirono di stragi Roma? » |
D'altronde la catastrofe giungeva appena due anni dopo il rogo dei libri sibillini, ordinato dal cristiano Stilicone.
Alarico abbandonò Roma agli inizi dell'autunno, per dirigersi verso l'Italia meridionale: conduceva con sé, oltre a enormi ricchezze, anche un ostaggio prezioso, la sorella dell'imperatore Onorio, Galla Placidia. Alarico si spense pochi mesi dopo in Calabria, venendo sepolto con tutto il suo tesoro nel letto del fiume Busento. I Visigoti, eletto re Ataulfo, marciarono quindi verso nord, dirigendosi sulla Gallia meridionale. Le devastazioni provocate durante la marcia furono ingenti, al punto che nel 412 Onorio concesse alle province devastate del Sud Italia la riduzione delle imposte a un quinto rispetto alla norma per cinque anni.[46]
[modifica] La fine del regno e il ritorno ad un ordine precario (410-423)
Nel 411 la situazione politico-militare giunse finalmente ad un punto di sblocco. Le armate di Massimo e Geronzio inflissero a quelle di Costantino una disastrosa sconfitta a Vienne, catturando e giustiziando lo stesso Augustus Costante II e stringendo infine d'assedio Costantino ad Arelate (l'odierna Arles), residenza dell'Imperatore e della sua corte. Della situazione approfittò Onorio, inviando sul posto il generale Flavio Costanzo. Questi per prima cosa sconfisse Massimo e Geronzio, costringendoli a rientrare in Hispania, dove Geronzio si suicidò, mentre Massimo abdicava ritirandosi in monastero. A questo punto, sbarazzatosi dell'usurpatore iberico, Geronzio mise in atto la volontà di Onorio di sbarazzarsi dell'infido collega: Costanzo cinse quindi a sua volta d'assedio Arelate, facendo prigioniero Costantino e conducendolo con sé a Ravenna, dove lo uccise infine, su ordine di Onorio.
Gli usurpatori Massimo e Costantino furono però presto sostituiti da due nuovi ribelli. Nel 412 il comes Africae Eracliano si proclamò imperatore, tagliando le forniture di grano all'Italia, mentre a nord la morte di Costantino III lasciò mano libera a Burgundi e Alani lungo la frontiera renana. Questi sobillarono le legioni di stanza nella regione a proclamare imperatore il generale Giovino, con l'iniziale appoggio dei Visigoti di Ataulfo. Ben presto, però, Onorio si alleò con Ataulfo e, dopo aver sconfitto il collega e fratello di Giovino, l'usurpatore Sebastiano, abbatté anche Giovino e lo fece decapitare nel 413. Entrambe le teste furono inviate a Onorio a Ravenna. Nello stesso anno, in Italia, le forze comandate dall'usurpatore Eracliano, sbarcato per abbattere Onorio, vennero sconfitte costringendo l'usurpatore a fuggire a Cartagine, dove trovò la morte.
L'anno successivo Onorio avallò tacitamente il matrimonio del re dei Visigoti con la sorella Galla Placidia, tenuta in ostaggio prima da Alarico e poi da Ataulfo stesso fin dai giorni del sacco di Roma. Sembrò che il sovrano visigoto stesse raccogliendo i frutti della sua politica di riavvicinamento alla corte ravennate, tanto da spingere l'ex-imperatore Prisco Attalo, che aveva seguito il suo popolo d'adozione fin nelle Gallie, a festeggiare l'evento decantando il panegirico in onore degli sposi. Quello di Onorio era però solo un diversivo, nell'attesa di inviare contro i Visigoti le legioni di Flavio Costanzo, fresco della vittoria su Eracliano e da poco ricompensato con l'incorporazione delle immense ricchezze dell'usurpatore sconfitto.
A quel punto - era sempre il 414 - Ataulfo proclamò nuovamente imperatore Prisco Attalo, nel tentativo di raccogliere attorno a lui l'opposizione a Onorio. L'avanzata delle legioni di Flavio Costanzo costrinse però i Visigoti a ripiegare in Spagna, lasciando Attalo nelle mani di Onorio, che lo fece giustiziare nel 415. In quello stesso anno Ataulfo si spense nei pressi di Barcellona, e il suo successore, Vallia, si riappacificò con l'Impero, accettando di restituire Galla Placidia a Onorio e combattere come federato i Barbari nella Spagna in cambio di un'immensa quantità di grano e dello stanziamento del proprio popolo in Aquitania. Galla Placidia fece così trionfalmente ritorno in Italia, andando in sposa, nel 417, proprio a Flavio Costanzo, che nel frattempo assumeva una posizione sempre più preminente a corte.
I Goti condotti da Wallia ottennero dei promettenti ma effimeri a lungo termine successi contro i Vandali e gli Alani in Hispania, come narrato da Idazio:
| « I Vandali Silingi della Betica furono spazzati via attraverso il re Wallia. Gli Alani, che regnavano su Vandali e Svevi, furono sterminati dai Goti al punto che... scordarono perfino il nome del loro regno e si misero sotto la protezione di Gunderico, il re dei Vandali [Asdingi] che si era stabilito in Galizia. » | |
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(Idazio, Cronaca, anni 416-418.)
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Ottenuti questi successi, grazie ai quali le province ispaniche della Lusitania, della Cartaginense e della Betica tornarono sotto il controllo romano,[47] nel 418 Onorio e Costanzo richiamarono, come era stato stabilito dall'accordo del 415, i Visigoti in Aquitania (una regione della Gallia meridionale), nei pressi di Tolosa, dove i barbari ricevettero terre da coltivare.[48] Il problema ispanico non si era tuttavia ancora risolto, anche perché dopo la sconfitta, Vandali Siling e Alani si coalizzarono con i Vandali Hasding, il cui re, Gunderico, divenne re dei Vandali e Alani. La nuova coalizione vandalo-alana tentò subito di espandersi in Galizia a danni degli Svevi, costringendo i Romani a intervenire in due occasioni, nel 420 e nel 422. Nel 422, nonostante la defezione del comes d'Africa Bonifacio, la coalizione romano-visigota, condotta dal generale Castino, riuscì a respingere i Vandali-Alani nella Betica ma fu però sconfitta in uno scontro aperto con il nemico.[49] Fallita la spedizione, Castino fu costretto a ritirarsi a Terragona e, successivamente, a tornare in Italia.
In Gallia, nel frattempo, Costanzo cercò di restaurare l'autorità romana, che nella Gallia settentrionale era solo nominale, al punto che da allora in poi venne definita "Gallia Ulteriore" per distinguerla dalla Gallia meridionale (a sud della Loira), dove il controllo da parte delle autorità di Ravenna era più saldo. Nel 417 Exuperanzio combatté i gruppi separatisti locali (detti Bagaudi) dell'Armorica (Gallia nord-occidentale) che si erano rivoltati all'autorità centrale fin dal 409, mentre intorno al 420 il generale Castino fu inviato contro i Franchi, che, insieme ai Burgundi, si erano stanziati nella zona intorno al Reno. Nel 418, inoltre, per riallacciare le relazioni con i proprietari terrieri gallici, alcuni dei quali, vista la latitanza del potere centrale romano, avevano mostrato tendenze filo-barbariche o filo-gotiche, il regime di Costanzo stabilì di ristabilire il consiglio delle sette province della Gallia meridionale.[50] Il consiglio delle sette province si teneva ogni anno e riguardava gli interessi dei proprietari terrieri della Gallia. Probabilmente la seduta del 418 riguardò lo stanziamento dei Goti nella valle della Garonna in Aquitania (province di Aquitania II e Novempopopulana, che comunque per un certo periodo continuarono ad essere governate da governatori romani).
In quegli anni Costanzo tentò di assumere sempre più il controllo su Onorio, finché l'8 febbraio 421 venne proclamato co-imperatore come Costanzo III. Il suo regno fu però molto breve e Costanzo morì improvvisamente e misteriosamente in quello stesso anno, dopo appena sette mesi dalla sua acclamazione. Alla sua morte, la moglie Galla Placidia fuggì a Costantinopoli portando con sé i due piccoli figli nati dal matrimonio con Costanzo.
L'imperatore Onorio, figlio di Teodosio, rimasto infine signore incontrastato d'Occidente, morì di edema a Ravenna, il 15 agosto 423, all'età di trentotto anni e dopo ventotto anni di travagliato regno, essendo sopravvissuto di quindici anni al fratello Arcadio, al tutore Stilicone e a dieci tra co-imperatori ed usurpatori (Marco, Graziano, Costantino III, Costante II, Massimo, Giovino, Sebastiano, Eracliano, Prisco Attalo e Costanzo III), ma soprattutto alla violazione del sacro suolo di Roma. Lasciava un impero privato della Britannia e occupato dai barbari in parte della Hispania e della Gallia, ma sostanzialmente sopravvissuto alle grandi invasioni, anche se a causa delle continue devastazioni ad opera delle orde barbariche (che tra l'altro avevano sottratto ai Romani alcune province) le entrate fiscali erano diminuite e con esse anche l'esercito subì un indebolimento.[51]
[modifica] Il regno di Valentiniano III e l'età di Ezio (423-455)
| Per approfondire, vedi la voce Valentiniano III. |
Alla morte di Onorio, l'unico imperatore rimasto, il nipote Teodosio II, sovrano di Costantinopoli tardava a nominare un successore d'Occidente. Così a Roma il Senato decise di proclamare Imperatore d'Occidente il primicerius notariorum Giovanni, un funzionario romano di oscure origini. Questi si trovò però subito in difficoltà: le guarnigioni romane di Gallia, da poco sottomesse, si ribellarono e il comes Africae Bonifacio tagliò i vitali rifornimenti di grano a Roma, mentre Teodosio a Costantinopoli elevava nel 424 al rango di Caesar e poi di Augustus il piccolo cugino Valentiniano III, figlio di Galla Placidia (riparata a Costantinopoli dopo la morte del marito Costanzo III).
Giovanni si chiuse dunque nella sua sicura capitale, Ravenna, inviando un suo giovane generale, Flavio Ezio, in Pannonia, per sollecitare aiuto dagli Unni. L'esercito d'Oriente strinse d'assedio Ravenna, che cadde infine dopo quattro mesi per la corruzione della guarnigione. Giovanni venne catturato e deposto, gli venne amputata la mano destra e fu infine decapitato nel 425 ad Aquileia.
Frattanto Ezio, giunto troppo tardi in suo soccorso con un forte contingente unno si accordò con la reggente di Valentiniano, la madre Galla Placidia, per ottenere la carica di magister militum in cambio dello scioglimento della sua armata unna.
Flavio Ezio era un latino della Moesia, proveniente da una famiglia di tradizioni castrensi (suo padre, Gaudenzio, aveva per breve tempo ricoperto anche la carica di magister militum), e aveva trascorso gran parte della sua prima giovinezza come ostaggio presso le tribù unne stanziate oltre il limes illirico. Tornato in patria, aveva intrapreso una brillante carriera militare, imponendosi, poco più che trentenne, come uno dei più giovani e promettenti generali del suo tempo. Con la nomina a magister militum dopo la morte di Giovanni, egli ottenne un enorme potere sull'Impero grazie al controllo dell'esercito.
Da allora e per una trentina d'anni, Ezio dominò lo scenario politico e militare dell'occidente romano, nonostante l'aspra ostilità della reggente Galla Placidia e dell'imperatore Valentiniano.
[modifica] L'invasione vandala dell'Africa (425-435)
| Per approfondire, vedi la voce Conquista vandalica del Nord Africa. |
Le lotte per l'ottenimento del grado di generalissimo dell'Impero tra Ezio, Bonifacio e Felice (che durarono fino al 433) distrasse parzialmente il governo centrale dalla lotta contro i Barbari, facilitando i loro successi. I Vandali ebbero così via libera per razziare e occupare la Spagna meridionale, con la presa di Siviglia e di Cartagena e la devastazione delle Isole Baleari (425).
Nel frattempo la rivalità tra Felice[52] (magister militum praesentialis in Italia) e Bonifacio (comes d'Africa) iniziò a produrre effetti deleteri per l'Impero: Felice infatti ben presto decise di sbarazzarsi di Bonifacio. Questi godeva infatti dell'aperto sostegno di Galla Placidia, che gli aveva assegnato anche la carica di comes domesticorum. Felice sfruttò la fede ariana di Bonifacio per metterlo in contrasto con l'ortodossa Placidia, insinuando al contempo che questi tramasse per separare l'Africa dall'Impero. Nel 426, infine, Galla Placidia si risolse a dichiarare Bonifacio hostis publicus, inviando l'anno successivo una potente armata in Africa per sottometterlo. Le legioni si fecero però corrompere, passando dalla parte di Bonifacio. Quando però nel 428 un nuovo esercito sbarcò in Africa, Bonifacio, in difficoltà, chiese aiuto ai Vandali di Genserico, che attraversarono lo stretto di Gibilterra per muovere in suo soccorso. La mossa di Bonifacio e Genserico era d'altronde favorita dal fatto che Ezio si trovasse in quel momento impegnato in Gallia, a contenere i foederati Franchi, le cui mire espansionistiche andavano crescendo parallelamente alla crisi dell'Impero.
Al loro arrivo in Mauretania, i Vandali seppero che Bonifacio si era riappacificato con Galla Placidia, ottenendo la nomina a patricius, e che la loro presenza non era più richiesta. Per nulla intenzionati a rientrare i Hispania, i Vandali sottomisero la Mauretania (429) e la Numidia (430).
La situazione mise in allarme lo stesso Impero d'Oriente, tanto che Teodosio II inviò in Africa il proprio magister militum Aspar perché si unisse con le sue truppe a Bonifacio contro i Vandali. Incapaci però di porre un freno all'avanzata dei barbari, i due vennero ben presto richiamati presso le rispettive corti: Aspar nel 431 e Bonifacio nel 432. La diocesi d'Africa, ad eccezione delle grandi città, era perduta.
Mentre i Vandali devastavano l'Africa, le discordie a Ravenna continuavano. Ezio riuscì a sbarazzarsi di Felice, facendolo giustiziare con l'accusa di aver cospirato contro di lui (430). Successivamente, quando seppe che Bonifacio, ritornato in Italia, aveva ottenuto una promozione a generale dell'esercito campale, si mosse contro di lui, uccidendolo in battaglia presso Rimini. Dopo essersi ritirato in Pannonia, Ezio ritornò in Italia con un forte contingente di guerrieri mercenari unni, costringendo il nuovo generale Sebastiano a fuggire a Costantinopoli e conquistandosi in questo modo il rango di generalissimo dell'Impero (433).
L'11 febbraio 435, di fronte all'impossibilità di conquistare i maggiori centri urbani e al prospettarsi di una nuova spedizione dall'Oriente, Genserico si risolse ad accettare lo status di foederati per i Vandali e per sé il proconsolato di Numidia Cirtana, con capitale Ippona. I Romani conservarono il possesso delle prospere province di Proconsolare e Byzacena oltre a parte della Numidia, mentre i Vandali controllavano parte della Mauritania e il resto della Numidia.
[modifica] Ezio e i regni romano-barbarici (435-446)
| Per approfondire, vedi la voce Regni romano-barbarici. |
Fu in questa situazione che Ezio si decise ad avviare una politica di avvicinamento alle tribù barbare, legittimando la loro autorità sui territori occupati all'interno dei confini dell'Impero, in cambio del riconoscimento della superiore autorità imperiale.
Lungi dall'avere successo, la soluzione di Ezio non frenò le mire espansionistiche di Genserico, che, preso il controllo dei numerosi porti africani, nel 437 allestì una propria flotta con cui iniziò ad esercitare la pirateria,[53] mentre sul piano interno iniziò a reprimere il cristianesimo ortodosso in favore della fede ariana dei Vandali.
Ezio tentò di ricondurre all'obbedienza i Visigoti e le altre popolazioni stanziate nella Gallia servendosi dell'alleanza con gli Unni, da cui ottenne aiuti in cambio della cessione di alcuni territori in Pannonia.[54] Questa alleanza fu uno dei fattori che gli permise di sconfiggere pesantemente i Burgundi (436), che vennero ricondotti all'obbedienza e stanziati in difesa dei dintorni del lago di Ginevra. Successivamente sconfisse e ridusse all'obbedienza anche i Bagaudi (briganti), ristabilendo il controllo imperiale anche nella Gallia nord-occidentale, per poi affrontare i Visigoti, che furono costretti a indietreggiare fino a Bordeaux e nel 439 dovettero accettare la riconferma degli accordi del 418 (che prevedevano il loro stanziamento in Aquitania).[55] Mentre però Ezio riportava l'ordine in Gallia, in Africa Genserico, sempre grazie alla potenza della sua nuova flotta, il 19 ottobre prendeva Cartagine, capitale della Prefettura del Pretorio d'Africa, ponendo definitivamente fine ad ogni parvenza di potere imperiale nella regione. Rafforzati dalla recente vittoria, nel 440 i Vandali alzarono la posta tentando di invadere la Sicilia, venendo però respinti grazie anche a rinforzi giunti dall'Impero d'Oriente. Un nuovo tentativo venne effettuato due anni dopo, nel 442, ancora una volta, però, senza risultato; anzi, il sovrano barbaro fu invece costretto a cedere ad Ezio la Mauretania e parte della Numidia, comunque pesantemente devastate dal conflitto, al punto che Valentiniano III fu costretto a ridurre le tasse in quelle province, oltre a ridimensionare ulteriormente un esercito già debole.[56]
Contenuta la minaccia vandala, Ezio poté quindi rivolgere la sua attenzione a settentrione, dove concesse ai Burgundi superstiti di insediarsi all'interno del limes tra Saona e Rodano, nella regione chiamata Sapuia, fondando un nuovo regno burgundo alleato che potesse controllare la crescente minaccia degli Unni.
La minaccia unna gli impedì però di inviare truppe consistenti in Spagna, dove la partenza dei Vandali e Alani alla volta dell'Africa aveva permesso all'Impero di recuperare le province da essi occupate in Spagna, province che rimanevano comunque minacciate dagli Svevi stanziatisi nella Hispania nord-occidentale. Quando così nel 438 salì sul trono svevo il re Rechila, questi avviò delle campagne espansionistiche ai danni dell'Impero: con Ezio impegnato a sventare l'invasione vandalica della Sicilia, gli Svevi poterono così occupare Merida (capoluogo della Lusitania) e successivamente Siviglia (441), le province della Betica e della Cartaginense. L'unica provincia ispanica ancora rimasta sotto il controllo di Roma era la Tarraconense, che tuttavia era infestata dai separatisti Bagaudi. Ezio, dopo il trattato del 442, tentò di far qualcosa per recuperare le province perdute agli Svevi e a sconfiggere i Bagaudi, inviando in Spagna i comandanti Asturio (442), Merobaude (443) e Vito (446). Se i primi due tentarono di recuperare perlomeno la Tarraconense ai Bagaudi, Vito, più ambizioso, condusse l'esercito romano-visigoto contro gli Svevi, ma fu da essi annientato. Questo fallimento era attribuibile almeno in parte al fatto che Ezio non poteva concentrare tutte le sue forze nella lotta contro gli Svevi vista la minaccia unna.[57]
[modifica] L'invasione degli Unni (440-452)
All'inizio degli anni 440, alla morte del re unno Rua, successero i nipoti Bleda e Attila. Attila, un principe unno dalle grandi ambizioni che aveva a lungo vissuto come ostaggio alla corte di Valentiniano, in breve si sbarazzò del fratello, unificò le tribù unne e si fece riconoscere quale unico sovrano. Nel 441-442 attaccò l'Impero d'Oriente, costringendolo a richiamare la flotta che doveva recuperare Cartagine per l'Occidente, e a pagare un forte tributo. Teodosio II, tuttavia, dopo aver rafforzato l'esercito, smise di pagare il tributo ad Attila, convinto che i successi di Attila del 441-442 fossero dovuti al fatto che i Balcani in quel momento erano sguarniti di truppe a causa della spedizione contro i Vandali, e ritenendo che con i Balcani non sguarniti sarebbe riuscito a respingere le invasioni del re unno.
Nel 447, visto che Teodosio non pagava più il tributo, Attila invase di nuovo l'Impero d'Oriente, devastando gran parte dei territori illirici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo, sconfiggendo l'imperatore orientale Teodosio II e costringendo gli abitanti delle regioni conquistate a prestare servizio nel suo esercito. Non riuscì tuttavia a espugnare Costantinopoli, le cui formidabili fortificazioni erano state da poco portate a termine. Teodosio fu però costretto a cedere parte del territorio a sud del Danubio e a pagare agli Unni un tributo annuale.
Nel 451 Attila, che ben confidava nella debolezza in cui versava l'Impero d'Occidente, invase la Gallia. Nella battaglia dei Campi Catalaunici subì tuttavia una clamorosa sconfitta da parte dell'esercito romano guidato da Ezio, che, forte dei suoi alleati Burgundi, Franchi e Visigoti, costrinse gli Unni a ritirarsi fino al Reno.
Nel 452, Attila, ancora sotto gli effetti della pesante sconfitta, ma per nulla piegato, invase l'Italia saccheggiando e distruggendo Aquileia, Milano e altre città: il suo esercito era però decimato da fame e malattie, giacché in Italia stavano infuriando il colera e la malaria, mentre la Pianura Padana, devastata, non era in grado di dar sostentamento all'orda barbarica.
Attila, a sua volta debilitato e temendo l'arrivo di aiuti dall'Impero d'Oriente, accettò la tregua propostagli da un'ambasceria di Valentiniano III, guidata dal Papa Leone I che gli andò incontro presso il Mincio. Ritiratosi nei suoi domini pannonici, Attila morì nel 453 mentre stava preparando una nuova invasione dell'Italia.
[modifica] La fine di Ezio e Valentiniano (453-455)
Nel settembre del 454 Ezio era all'apice della sua potenza, tanto da pensare forse alla successione imperiale per il figlio Gaudenzio, tramite il matrimonio di questi con la sorella dell'Imperatore, Galla Placidia. Il praefectus praetorii Petronio Massimo ed il primicerius sacri cubiculi Eraclio istigarono quindi l'imperatore Valentiniano paventandogli che Ezio si preparasse presto a deporlo. In un eccesso d'ira, Valentiniano III pugnalò mortalmente Ezio durante un'udienza.
Pochi mesi più tardi, la breve alleanza politica tra Valentiniano, Eraclio e Petronio Massimo, quest'ultimo irritato di non aver preso il posto che era stato di Ezio, si ruppe. Il 16 marzo 455, due legionari di Ezio appartenenti alla guardia del corpo dell'Imperatore, istigati da Petronio, vendicarono l'omicidio del loro comandante assassinando Valentiniano ed il suo potente ministro Eraclio a Roma, mentre si recava in Campo Marzio: con la morte di Valentiniano si estingueva la dinastia teodosiano-valentiniana in Occidente.
[modifica] Ravenna e Costantinopoli
Con Valentiniano III ebbe luogo un progressivo riavvicinamento fra le due parti dell'Impero, le cui relazioni si erano andate raffreddando durante gli ultimi anni del regno di Onorio.[58] Tale riavvicinamento fu promosso sia dalla reggente Galla Placidia[58] che da Teodosio II, imperatore romano d'Oriente, la cui politica dinastica aveva fortemente condizionato l'ascesa al trono di suo cugino Valentiniano e la deposizione dell'usurpatore Giovanni, che pur contava, ricordiamolo, con l'appoggio di Ezio. Nel 437 Valentiniano III sposò a Thessalonica la figlia di Teodosio II, Licinia Eudossia, e i legami fra i due rami della dinastia teodosiana si rinsaldarono ulteriormente. Nel 438 il Codex Theodosianus, prima grande ricompilazione legislativa di diritto romano, fu promulgato in latino sia in Oriente che in Occidente, ancora percepiti come parti integranti di un'unica grande entità sopranazionale. Il Codex rivestì una particolare importanza per molti regni romano-barbarici del tempo che lo adottarono o si ispirarono ad esso nel plasmare una propria normativa (basti pensare alla celebre Legge romana dei Visigoti). In Italia e in Oriente il Codex fu sostituito, nel secolo successivo, dal ben più celebre Corpus iuris civilis (o Corpus juris civilis) promulgato, sempre in latino, dal grande Giustiniano, e che forse costituisce il maggior contributo di Bisanzio alla costruzione della moderna civiltà occidentale.
Il credito maturato da Teodosio II nei confronti di Valentiniano III, suo genero, fu da quest'ultimo saldato negli anni quaranta del secolo, quando la città di Sirmio, con alcuni territori illirici romano-occidentali (oggetto di una contestazione che si trascinava dal 395), furono ceduti all'Oriente.
[modifica] Regni romano-barbarici
| Per approfondire, vedi la voce Regni romano-barbarici. |
Nella prima metà del V secolo si vennero a formare molti dei regni romano-barbarici, che, nei secoli successivi, avrebbero dato vita ad altrettante nazioni dell'Occidente europeo.
I Franchi, già presenti nella Gallia nord-orientale in qualità di foederati fin da età costantiniana (o ancor prima), erano, fra tutti i Germani, i più profondamente romanizzati. Di religione ariana (ma fra i primi a convertirsi al cattolicesimo nel corso del V secolo), costituivano da tempo il nerbo degli eserciti imperiali che operavano nella regione. Dopo il 406, furono quasi costretti a ridefinire i propri rapporti con Ravenna rivendicando quote di autonomia sempre più ampie che sfociarono nella costituzione di un vero e proprio regno indipendente. Ben presto si sarebbero stanziati anche in Gallia centrale, dando vita ad uno fra i più importanti organismi statuali romano-barbarici.
Anche i Burgundi, che avevano oltrepassato in gran numero il limes nel 406, costituirono un loro regno nelle regione gallica centro-orientale. Questo regno, dopo aver subito dei drastici ridimensionamenti territoriali ad opera del generale Ezio (attorno al 440) passò a formar parte dello stato franco nella prima metà del VI secolo.
Un discorso a parte meritano i Visigoti di Ataulfo che presero il posto (412-415), nella Gallia centro-meridionale, di Vandali e Svevi (i quali l'avevano abbandonata nel 409). Anche i Visigoti fecero il loro ingresso nella diocesi ispanica attorno al 415-416 pur mantenendo i loro possessi al di là dei Pirenei. Venne in tal modo a formarsi un potente regno che si estendeva a cavallo fra Hispania e Gallia, ufficialmente riconosciuto, per volontà di Ezio, nel 439.
A quel punto Alani e Svevi furono costretti a stanziarsi nelle province più occidentali della penisola (Lusitania e Gallaecia).
I Vandali invece, sotto la pressione visigota, raggiunsero la provincia Baetica, nell'estremo sud dell'Hispania romana, e vi si stabilirono per circa un ventennio dandole, secondo l'opinione più diffusa (ma oggi forse la meno accreditata presso gli studiosi, vedi: Al-Andalus) il proprio nome: Vandalicia o Vandalucia (l'odierna Andalusia). Successivamente (428), guidati dal loro re Genserico, traversarono l'attuale stretto di Gibilterra e passarono nell'Africa romana, dove costituirono un regno che, riconosciuto da Valentiniano III nel 442, sopravvisse fino ad età giustinianea.
Anche la Britannia, abbandonata definitivamente dai Romani attorno al 407-409 fu invasa, attorno alla metà del secolo da genti germaniche (Sassoni, Angli e Juti) che dettero vita a molte piccole entità territoriali autonome (Sussex, Anglia orientale, Kent ecc.), spesso in lotta fra di loro.
[modifica] Saccheggio vandalo di Roma (455)
| Per approfondire, vedi la voce Sacco di Roma (455). |
La morte di Valentiniano III vide l'estinzione della linea diretta dei discendenti di Teodosio. Per quanto flebile mancò quindi anche il sostegno del concetto dinastico e della sua continuità. Il successore Petronio Massimo, la cui mano stava dietro la morte di Valentiniano III e che ne aveva rapidamente sposato la vedova, restò imperatore per circa due mesi, dal 17 marzo al 31 maggio 455. La notizia dello sbarco di Genserico e dei suoi vandali ad Ostia provocò una sommossa della popolazione romana e la lapidazione dell'Imperatore che stava tentando la fuga.
Genserico e la sua orda marciarono su Roma che, senza nemmeno tentare di difendersi, capitolò il 2 giugno 455. Questa volta il papa Leone I non riuscì a fermare gli invasori. Fu promesso al Sommo Pontefice che sarebbe stato rispettato il patrimonio immobiliare urbano, l'integrità fisica dei cittadini e che il saccheggio avrebbe avuto una durata massima di quindici giorni. Di tali promesse, solo l'ultima venne mantenuta. I Vandali asportarono l'asportabile e il trasportabile fra le ricchezze e le opere d'arte rapinate in città. Non contento, il sovrano barbaro trascinò come ostaggi in Africa anche numerosi personaggi eminenti per ottenerne il riscatto.
Fra i prigionieri vi furono l'Imperatrice Licinia Eudossia e le figlie Placidia ed Eudocia. Si disse che Licinia Eudossia avesse lei stessa chiamato Genserico per vendicare l'assassinio del primo marito, mentre la figlia Eudocia sarebbe stata promessa in sposa ad Unerico, figlio di Genserico, con cui effettivamente si unì in matrimonio in terra d'Africa. Genserico successivamente occupò le province africane ancora in mano all'Impero occidentale, oltre alla Sicilia, Sardegna, Corsica, Isole Baleari.
[modifica] Crepuscolo (455-475)
Alla morte di Petronio Massimo salì al potere Avito, un gallo-romano di classe senatoria nominato magister militum da Petronio, acclamato imperatore ad Arelate ed entrato a Roma salutato da un panegirico di Sidonio Apollinare. Avito era intenzionato a intraprendere un'azione contro i Vandali che, nel frattempo, avevano occupato anche Sicilia e Sardegna. Inviso alla classe dirigente romana per la sua gallica estraneità chiese aiuto a Marciano, imperatore d'oriente, che, interessato a ridurre le pretese dell'Occidente sull'area pannonica, lo negò. Avito affidò allora il comando dell'esercito a Ricimero, nipote del re visigoto Vallia che però dopo i primi successi in Corsica si ribellò all'imperatore, lo sconfisse presso Piacenza nel 456 e lo depose. Il vuoto di potere creatosi alimentò le tensioni separatiste nei vari regni barbarici che si stavano formando.
Venne nominato imperatore, quindi, Maggioriano che, appoggiato dal Senato, si impegnò per quattro anni in un'attenta e decisa azione di riforma politica, amministrativa e giuridica, riconquistando la Gallia. Allestiti un esercito e una flotta attaccò Genserico in Spagna, ma la sua flotta venne distrutta da dei traditori e, al suo ritorno in Italia, venne assassinato per ordine di Ricimero nell'agosto 461. La morte di Maggioriano significò la definitiva perdita a favore dei Vandali dell'Africa, Sicilia, Sardegna, Corsica e Baleari.
Con la morte di Maggioriano scomparve l'ultimo vero imperatore dell'Occidente. Ricimero, imparentato con le case reali burgunda e visigota, divenne il vero arbitro di questa parte dell'Impero, e per sei anni nominò e depose augusti sulla base delle più impellenti necessità politiche del momento e del proprio tornaconto personale. Nel 467 l'imperatore d'Oriente Leone I tentò di risollevare le sorti dell'impero d'Occidente con una grande azione congiunta in funzione anti-vandala. Ricimero fu costretto però ad accettare un augusto imposto da Bisanzio: Antemio. La spedizione congiunta dei due imperi tuttavia fu un disastro: nel 468 una grande flotta congiunta allestita dai due imperi venne annientata dai Vandali, che consolidarono il loro dominio su Sicilia, Sardegna e Baleari, mentre l'Impero d'Oriente, avendo svuotato le casse del tesoro per l'allestimento della disastrosa spedizione, non poté più aiutare la metà occidentale.
Secondo le congetture di alcuni studiosi, la sconfitta del 468 fu fatale per l'Impero d'Occidente: se infatti avesse recuperato l'Africa, oltre ad eliminare la minaccia dei Vandali, avrebbe recuperato un'importante fonte di entrate, grazie alle quale avrebbe potuto avere la possibilità di riprendere gradualmente prima la Spagna e successivamente la Gallia; ora, invece, che la spedizione era fallita, all'Impero d'Occidente rimaneva solo l'Italia e poco più, regioni che fornivano troppe poche entrate per poter allestire un grosso esercito in grado di recuperare i territori perduti o quanto meno in grado di tenere a bada i barbari.[59]
Della disfatta del 468 ne approfittarono i Visigoti del nuovo re Eurico, asceso al trono nel 466. Nel 469, desideroso di formare un regno completamente indipendente da Roma, il nuovo re espanse i domini dei Visigoti in Gallia fino alla Loira, mentre due anni dopo riportò una netta vittoria sull'esercito imperiale nei pressi del Rodano. In questo scontro perse la vita anche uno dei figli di Antemio, Antemiolo. Negli anni successivi conquistarono anche l'Alvernia, oltre ad espugnare Arles e Marsiglia (entrambe nel 476). Il nuovo re ottenne significativi successi anche in Hispania, dove occupò Terragona e la costa mediterranea della penisola iberica (473), che già nel 476 apparteneva interamente ai Visigoti, se si esclude una piccola enclave sveva.
Le sconfitte subite compromisero i rapporti fra Antemio e Ricimero che, alla testa di due eserciti in massima parte costituiti da barbari (Ostrogoti e Burgundi) si affrontarono alle porte dell'Urbe. Antemio, con l'appoggio del senato, si asserragliò in città che venne cinta d'assedio da Ricimero e Anicio Olibrio, augusto imposto, sembra, da Leone I. Dopo due mesi Roma cadde (472) e per la terza volta dall'inizio del secolo fu sottoposta a saccheggio. Antemio morì e pochi mesi più tardi si spensero anche Ricimero e Olibrio.
Il candidato di Olibrio e del suo alleato burgundo Gundobado, il comes domesticorum Glicerio, non venne accettato né da Leone I né dal suo successore, Zenone, che, impose il magister militum di Dalmazia, Giulio Nepote. Questi si recò a Roma per essere incoronato da una messo imperiale nel 474 mentre Glicerio, dopo aver rinunciato ad ogni suo diritto al trono, concluse i suoi giorni come Vescovo nella città di Salona.
Osteggiato dal Senato, nel 475 Nepote dovette subire la rivolta di Oreste, un patrizio romano di Pannonia che una dozzina d'anni prima era stato anche al servizio di Attila. Oreste riuscì ad imporre come imperatore suo figlio Romolo Augusto. Il giovane, sotto la guida del padre, dovette però ben presto fronteggiare una rivolta delle sue truppe provenienti dall'area danubiana e formate da Eruli, Sciri e Rugi. Reclamavano terre da coltivare in Italia Settentrionale, dove erano stanziate. Il rifiuto imperiale scatenò una violenta reazione: i barbari nominarono un coraggioso soldato, Odoacre, come loro duce. Oreste fu da questi ripetutamente sconfitto, poi catturato e decapitato, mentre il piccolo Romolo Augusto, dopo soli dieci mesi di regno fu privato del titolo imperiale e confinato a Baia nella villa che era stata di Lucullo. Malinconica fine per il giovane augusto, ignaro che sarebbe passato alla storia come ultimo imperatore d'Occidente.
Odoacre consegnò le insegne imperiali a Zenone, riconoscendolo come unico augusto dell'intero mondo romano e conservando per sé il titolo di patricius. Acclamato successivamente come re dai popoli barbari che lo avevano sostenuto, divenne, di fatto, sovrano d'Italia.
[modifica] Fine dell'Occidente romano (476)
| Per approfondire, vedi le voci Caduta dell'Impero romano d'Occidente e Caduta dell'Impero romano d'Occidente (storiografia). |
Una politica più accorta e lungimirante avrebbe potuto canalizzare a beneficio dell'Impero le energie umane nuove provenienti dall'Europa settentrionale ed orientale, creando delle forme statuali più evolute che tendessero a conciliare il centralismo romano con le spinte confederali delle genti germaniche. A questo proposito va ricordato che le classi dirigenti barbare riconobbero sempre, o quasi sempre, le autorità romane del tempo, anche se spesso non quelle legittime, data la confusione e la sovrapposizione di poteri che contraddistinsero il V secolo. Capi barbari come Alarico o Ataulfo (e più tardi, lo stesso Teodorico), non chiedevano altro che il godimento, per i propri popoli, dei benefici della civiltà romana, che per essi rappresentava "la civiltà" per antonomasia, l'unica con cui avessero avuto contatti. Alcuni popoli germanici (Franchi, Visigoti) avevano già subito da tempo un graduale processo di romanizzazione ed inviavano i propri figli a combattere nelle armate imperiali dove spesso raggiunsero, come abbiamo visto, i più alti gradi nell'esercito. Stilicone, un generale di origine germanica, ed Ezio, un latino di frontiera, entrambi unicamente ed orgogliosamente romani, seguendo le orme di Teodosio I, profusero ogni loro energia nel vano tentativo di coinvolgere i nuovi immigrati venuti dal nord in quel grande progetto comune che era, o avrebbe dovuto essere, l'Impero. Il loro messaggio non fu recepito dalla classe dirigente romana dell'epoca, ottusa e opportunista, guidata da imperatori (Onorio, Valentiniano III) a cui mancò la capacità e lungimiranza politica di Teodosio. Fallirono, pagando con la vita il proprio coraggio. Dopo la morte di Ezio l'impero si trascinò stancamente verso la sua inevitabile liquidazione e quando anche l'ultimo uomo forte, il barbaro Ricimero, scomparve dalla scena, l'Italia si trasformò in un qualsiasi regno romano-barbarico, perdendo quella sua funzione di garante dell'unità romano-occidentale che fino ad allora aveva rivestito.
[modifica] Economia e finanze
| Per approfondire, vedi la voce Economia dell'Impero romano. |
Alla crisi non solo politica, ma anche finanziaria ed economica del III secolo, vedi:Crisi del III secolo) fece seguito, fin da epoca tetrarchica, una moderata ripresa delle attività produttive che però interessò principalmente la parte orientale dell'Impero. Vari fattori contribuirono a frenare in occidente questa congiuntura economica favorevole, la quale riuscì a presentare una certa consistenza solo in un ristretto numero di aree: Cartagine con l'Africa Proconsolare e Byzacena, parte della Gallia ed alcune zone dell'Italia Annonaria (Italia Settentrionale). Negli anni in cui si iniziò a conformare l'Impero Romano d'Occidente (395 - 400 circa), la sua economia aveva assunto già da tempo delle particolari connotazioni che potrebbero qui trovare la seguente sintesi:
- preponderanza assoluta delle attività agropecuarie (agricoltura ed allevamento) su quelle industriali e mercantili. Questo fenomeno, tipico di tutte le economie pre-capitaliste era in Oriente molto meno accentuato;
- abnorme sviluppo del latifondo con impiego su larga scala di manodopera servile non sempre di facile reperibilità (nonostante le riforme di Diocleziano tese a vincolarla alla terra). Nel contempo iniziò a manifestarsi una progressiva scomparsa delle piccole e medie unità produttive ed un graduale spopolamento di numerose province;
- "nazionalizzazione" di talune importanti industrie manifatturiere che provocò la crisi di alcuni settori produttivi. Questa politica economica fu intrapresa un secolo prima dall'imperatore Diocleziano e mirava ad assicurare una maggiore forma di controllo da parte dello Stato ed una maggiore razionalizzazione degli approvvigionamenti e delle forniture per l'esercito. Il processo interessò soprattutto due fra le più fiorenti attività industriali dell'occidente europeo: quella tessile e quella legata alle armi ed agli equipaggiamenti militari;
- stagnazione quasi generalizzata delle attività commerciali, che contrastava con una ben maggiore vivacità dei traffici nella parte orientale dell'Impero. Quest'ultima poteva vantare tradizioni mercantili più antiche le quali poggiavano su uno sviluppo urbano più accentuato che in occidente.
Nonostante la non facile situazione economica, la pressione fiscale, dall'epoca dioclezianea in poi, si andò incessantemente incrementando per poter sostenere i costi di mantenimento, sempre più elevati, di un esercito ormai quasi interamente formato da mercenari e di un apparato burocratico sviluppatosi a dismisura. Le frequenti contrazioni del gettito fiscale e l'impossibilità da parte dello Stato di far fronte alle spese militari ed amministrativo-burocratiche cui si è fatto accenno,costrinse inoltre lo Stato romano,nel corso del IV secolo a ricorrere a nuove emissioni di moneta, responsabili di una spirale inflazionistica refrattaria a ogni tentativo di contenimento (il primo e più celebre dei quali, conosciuto come Editto sui prezzi massimi, fu quello promulgato da Diocleziano nel 301).
Durante i regni di Onorio (395 - 423) e di Valentiniano III (425 - 455) la situazione divenne sempre più insostenibile. L'incessante sequela di guerre, carestie, ed amputazioni territoriali sempre più gravi che, già fin dall'inizio del V secolo, flagellarono il mondo romano-occidentale fino a determinarne la caduta definitiva pochi decenni più tardi, prosciugarono del tutto l'erario pubblico, spensero ogni iniziativa individuale, distrussero capitali e ricchezze accumulati da Roma nella sua Storia millenaria.
Va infine segnalata l'irrazionalità con cui molto spesso si gestiva all'epoca il denaro pubblico: alla fine del IV secolo e agli inizi del V lo Stato doveva farsi ancora carico, con ripartizioni gratuite di frumento e di altri generi di prima necessità, di un consistente numero di indigenti, sfaccendati e altri soggetti che conducevano un'esistenza parassitaria. Questo fenomeno, nato in tarda età repubblicana, supponeva un onere non indifferente per le esauste arche pubbliche del tempo. Indicativo a questo proposito è il caso della città di Roma che annoverava fra la sua popolazione residente, nel 367, ben 317.000 aventi diritto a questa forma di mantenimento. È questa una cifra enorme soprattutto se si considera che la popolazione totale di Roma si aggirava sulle 800.000-1.000.000 di unità e che quella dell'Italia (con Sicilia e Sardegna) ruotava attorno ai 6,5 milioni di abitanti. Questa costante emorragia di denaro pubblico, oltre a costituire un pesante gravame per il Tesoro, sottraeva risorse umane e finanziarie allo sviluppo della città di Roma e d'Italia ed alla difesa dell'Europa e dell'Africa romane.
[modifica] Cultura, arte e pensiero
[modifica] Rinascimento d'Occidente
A partire dagli ultimi decenni del IV secolo e fino alla deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre, ed oltre, l'occidente è percorso da fermenti culturali, artistici, religiosi e filosofici che dettero vita a un vero e proprio rinascimento del pensiero romano di espressione latina, che nel secolo e mezzo precedente era stato messo un po' in ombra da quello di lingua greca. Alcuni storici lo definiscono rinascimento teodosiano (o costantiniano-teodosiano), ma c'è chi preferisce definirlo tardo-antico perché non circoscritto al regno di questo imperatore, dilatandosi con il suo ultimo protagonista, il filosofo Severino Boezio, oltre le soglie del VI secolo.
[modifica] Pensatori e letterati
| Per approfondire, vedi le voci Letteratura latina, Storia della letteratura latina e Letteratura cristiana. |
Alla fine del IV secolo, e per molti secoli a venire, Roma era ancora un prestigioso punto di riferimento ideale non solo per l'Occidente, ma anche per l'Oriente. Si ha quasi l'impressione che la sua perdita di importanza politica, definitivamente sancita già in epoca tetrarchica, le avesse quasi assicurato un ruolo di simbolo "sovranazionale" di Impero al tramonto. Alcuni grandi uomini di cultura di origine greco-orientale sentirono questo richiamo e scelsero il latino come lingua di comunicazione. È il caso dello storico greco-siriano Ammiano Marcellino, che decise, dopo un lungo periodo di militanza come ufficiale dell'esercito, di trasferirsi a Roma, dove morì attorno all'anno 400. Nella Città Eterna scrisse il suo capolavoro Rerum gestarum libri XXXI, pervenutoci in forma incompleta. Quest'opera, serena, imparziale, vibrante di profonda ammirazione per Roma e la sua missione civilizzatrice, costituisce un documento di eccezionale interesse, dato il delicato e tormentato momento storico preso in esame (dal 354 al 378, anno della battaglia di Adrianopoli).
Anche l'ultimo grande poeta pagano, il greco-egizio Claudiano (nato nel 375 circa), adottò il latino nella maggior parte dei suoi componimenti (la sua produzione in greco fu senz'altro meno significativa) decidendo di passare gli ultimi anni della sua breve esistenza a Roma, dove si spense nel 404. Spirito eclettico ed inquieto, trasse ispirazione, nella sua vasta produzione tesa a esaltare Roma e il suo Impero, dai grandi classici latini (Virgilio, Lucano, Ovidio ecc.) e greci (Omero e Callimaco). Fra i letterati provenienti dalle province occidentali dell'Impero non possiamo dimenticare il gallo-romano Claudio Rutilio Namaziano, che nel suo breve De reditu (417 circa) rese un vibrante e commosso omaggio alla città di Roma che egli era stato costretto a lasciare per tornare nella sua terra di origine, la Gallia.
L'ultimo grande retore che visse ed operò in questa parte dell'Impero fu il patrizio romano Simmaco spentosi nel 402. Le sue Epistulae, Orationes e Relationes ci forniscono una preziosa testimonianza dei profondi legami, ancora esistenti all'epoca, fra l'aristocrazia romana ed una ancor viva tradizione pagana. Quest'ultima, così ben rappresentata dalla vigorosa e vibrante prosa di Simmaco, suscitò la violenta reazione del cristiano Prudenzio che nel suo Contra Symmachum stigmatizzò i culti pagani del tempo. Prudenzio è uno dei massimi poeti cristiani dell'antichità. Nato a Calagurris in Spagna, nel 348, si spense attorno al 405, dopo un lungo e travagliato pellegrinaggio fino a Roma. Oltre al già citato Contra Symmachum, è autore di una serie di componimenti poetici di natura apologetica o di carattere teologico fra cui una Psychomachia (Combattimento dell'anima), una Hamartigenia (Genesi del Peccato) ed un Liber Cathemerinon (Inni da recitarsi giornalmente).
Grande sviluppo ebbe in Occidente, a cavallo fra il IV e V secolo, il pensiero teologico e filosofico dei padri della chiesa di lingua latina su cui primeggiano tre grandi personalità: sant'Ambrogio (morto nel 397), san Girolamo (347-420) e sant'Agostino (354-430).
Il primo, di Treviri, diede uno straordinario impulso al progressivo affrancamento della Chiesa di Roma dal potere imperiale, grazie anche al rapporto privilegiato che intrattenne con Teodosio I e, alla morte di questi, con il reggente Stilicone. La sua produzione è molto vasta e comprende scritti di carattere esegetico, ascetico e dogmatico, oltre a numerosi discorsi, epistole ed inni. Egli fu infatti il fondatore della innografia in lingua latina di contenuto religioso. San Girolamo, originario di Stridone, città posta fra la Pannonia e la Dalmazia, fu uno dei maggiori eruditi del suo tempo. Fu lui a tradurre il Vecchio Testamento dall'originale ebraico in latino. La sua traduzione, la celebre Vulgata, diffusissima durante tutta l'età medioevale, fu l'unica ad essere riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa durante il Concilio di Trento (1545-1563).
Girolamo è anche ricordato per il De viris illustribus, raccolta di notizie, dati biografici, riflessioni sugli autori cristiani più significativi dei primi quattro secoli dell'era volgare. Nell'Occidente romano visse ed operò infine il filosofo e teologo che probabilmente influenzò maggiormente, insieme a san Tommaso d'Aquino, la storia del Cristianesimo: sant'Agostino.
Nativo di Tagaste, in Numidia, Agostino soggiornò per alcuni anni prima a Roma, poi a Milano, dove ebbe modo di conoscere sant'Ambrogio e ricevere dalle sue mani il battesimo (387). Tornato in Africa, fu ordinato sacerdote (391) e nominato successivamente Vescovo di Ippona. In questa città, assediata dalle orde vandale, Agostino si spense nel 430. Della sua enorme produzione vanno segnalate le Confessiones, capolavoro indiscusso di tutta la memorialistica in lingua latina (redatte nel 397 - 398) e la De civitate Dei nata per difendere i cristiani dalle accuse rivolte ad essi di essere stati i responsabili del sacco di Roma del 410. L'opera si dilatò nel corso degli anni (413 - 427) fino ad includere i temi più svariati (filosofia, diritto, metafisica, ecc.) divenendo una vera e propria Summa Teologica del grande pensatore africano.
Profondamente influenzato da Agostino fu il sacerdote iberico Orosio (attivo fino al 420 circa), che gli fu anche amico oltre che compagno di fede. Orosio scrisse su invito di Agostino le Historiarum adversus paganos libri septem (418) lungo resoconto storico-teologico che da Adamo giunge fino all'anno 417 e che si impernia sul concetto di provvidenza, caro al grande vescovo di Ippona. Subirono la sua influenza anche i galloromani Giovanni Cassiano (360-435 circa) e Claudiano Mamerto (morto attorno al 475)
[modifica] Lingue
Nella parte occidentale dell'Impero lingua ufficiale e lingua d'uso coincidevano. Il latino si imponeva infatti in ogni ambito della vita pubblica e privata anche se con modalità regionali e provinciali non sempre agevolmente documentabili. La persistenza di alcuni idiomi preromani (di origine soprattutto celta e fenicia) doveva rivestire ancora una certa importanza nelle zone rurali, ma nelle realtà urbane del tempo era molto più limitata. La stessa conoscenza del greco, così diffusa un tempo presso il patriziato, si era andata restringendo, nel corso del IV secolo (o forse ancor prima), agli intellettuali e agli uomini di cultura (letterati, filosofi ecc.) non senza significative eccezioni. Lo stesso Agostino infatti, una delle menti più alte del suo tempo, lamentava la scarsa conoscenza che possedeva della lingua greca. A partire dal 406 circa, l'entrata e lo stanziamento di popolazioni di etnia prevalentemente germanica ruppe la compattezza linguistica di questa parte del mondo romano. Pur tuttavia il latino continuò ad essere l'unica lingua scritta della parte occidentale dell'Impero.
[modifica] Arte
| Per approfondire, vedi le voci Arte tardoantica, arte teodosiana e arte paleocristiana. |
Con il progressivo affermarsi del Cristianesimo ha inizio, a partire dalla prima metà del IV secolo, la nascita e lo sviluppo di un'arte paleocristiana che conoscerà il suo massimo rigoglio in Italia e particolarmente nelle città di Roma, Ravenna e Milano. Questa nuova forma d'arte troverà la sua espressione più alta nella basilica, tipico edificio romano di incontro ed aggregazione della cittadinanza, adibito dai cristiani al culto. Il primo edificio di questo tipo fu, con ogni probabilità, la basilica di San Pietro a Roma, fatta innalzare da Costantino I nel terzo decennio del IV secolo ed interamente ricostruita in età rinascimentale. Sempre del IV secolo a Roma sono le basiliche di San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano e Santa Sabina. A Ravenna, capitale imperiale dal 402, l'attività edilizia fu particolarmente intensa durante tutto il V secolo. Le basiliche di San Giovanni Evangelista (430 circa), di Sant'Agata Maggiore e di Santa Croce sono di questo periodo, come pure il celebre Mausoleo di Galla Placidia ed il Battistero degli Ortodossi (451 - 460).
Le decorazioni interne di questi capolavori architettonici ravennati sono ancora permeate dal severo realismo romano e non risentono delle influenze dell'arte bizantina (ancora in gestazione) che inizieranno ad essere percepibili solo in epoca teodoriciana (493 - 526). A Milano, anch'essa capitale imperiale durante il IV secolo, fu edificata la basilica di San Lorenzo (IV secolo, ma con alcune parti, come la cappella di San Sisto, del V secolo) nota per i suoi straordinari mosaici (prima metà del V secolo). Nelle altre province romano-occidentali l'attività artistica sembra abbia subito una battuta di arresto nel corso del IV secolo. Di questo periodo sono due celebrati monumenti della tarda romanità: la basilica di Leptis Magna, fatta innalzare da Costantino I su un'anteriore struttura del I secolo e, sempre di età costantiniana, la Porta Nigra di Treviri. Sempre a Treviri che, non dimentichiamolo, fu anch'essa residenza imperiale fin da epoca tetrarchica, si può ancor oggi ammirare la Basilica, conosciuta come "Aula Palatina", poderosa struttura in laterizio del IV secolo.
[modifica] Religione
| Per approfondire, vedi le voci Cristianesimo e Storia del Cristianesimo. |
La politica di tolleranza e, in molti casi, di aperto sostegno al Cristianesimo inaugurata dall'imperatore Costantino I si consolidò nel corso del IV secolo (con un'unica ed effimera battuta di arresto durante il breve regno di Giuliano). Nel 380 l'imperatore Teodosio I proclamò il Cristianesimo religione ufficiale dell'Impero nella sua formulazione nicena. Sia il paganesimo che l'eresia ariana vennero da quel momento apertamente perseguitati.
Non è facile stabilire la reale consistenza delle comunità cristiane nell'Impero Romano d'Occidente alla vigilia delle invasioni barbariche, ma con ogni probabilità queste rappresentavano oltre la metà della popolazione dei territori che ne facevano parte. Il Cristianesimo era certamente più diffuso in ambito urbano che rurale e, sotto il profilo territoriale, più in prossimità del Mediterraneo (Africa, Hispania orientale e meridionale, Gallia meridionale, Italia, Dalmazia) che nell'Europa Centrale ed Atlantica.
La popolazione della città di Roma era in maggioranza cristiana, ma parte dell'aristocrazia senatoria, appoggiata dalle proprie clientele, continuò a mantenersi fedele, ancora per qualche decennio, ai vecchi culti pagani. La situazione venne a complicarsi nel corso del V secolo, a seguito dello stanziamento di molti popoli di etnia germanica e di religione ariana in gran parte dei territori romano-occidentali. La loro conversione fu in molti casi lenta e non si poté realizzare pienamente prima della fine del VII secolo.
La divisione di questo Impero sulla religione fu una causa delle numerose guerre civili scoppiate in seguito a proteste del popolo.
[modifica] Note
- ^ «...alla metà del V secolo...si può immaginare che il totale della popolazione [di Roma] dovesse essere qualcosa di più dei due terzi di un milione.» Cit. da Arnold H. M. Jones, Il Tramonto del Mondo Antico, Bari, Casa Editrice Giuseppe Laterza & Figli, 1972, CL 20-0462-3, pag. 341-342 (Titolo dell'opera originale: Arnold H. M. Jones The Decline of the Ancient World, Lonmans, Green and Co. Ltd, London 1966)
- ^ Cornell, Tim, e John Matthews, Atlante del mondo romano, Istituto Geografico de Agostini, Novara, 1984, p. 142.
- ^ Si calcolano dai 250 ai 500 abitanti per ettaro nelle città fondate dai Romani (sfondo verde). Fonte: Dalle città dell'Impero Romano alle campagne dell'Età Medioevale, i cui riferimenti bibliografici sono: reperibili qui
- ^ Ammiano Marcellino, Res Gestae a Fine Corneli Taciti, libri xxxi, 30.6.1-6.
- ^ Le fonti antiche esagerano il numero: Eunapio afferma che erano 200.000, Ammiano Marcellino parla di moltitudini (Burns, p. 23).
- ^ Lenski, p. 342.
- ^ Burns, p. 23.
- ^ Burns, p. 25.
- ^ Ai Goti vennero destinate zone separate della Tracia (Ammiano Marcellino, Storie, xxi.4.5).
- ^ Wolfram, pp. 81-82.
- ^ Eunapio, fr. 42; Zosimo, iv.20.5-6; Ammiano Marcellino, xxxi.4.10-11.
- ^ Kulikowski, p. 130.
- ^ a b Burns, p. 24.
- ^ Si trattava, del resto, di organizzare gli approvvigionamenti per un intero popolo (Wolfram, p. 82).
- ^ MacDowall, p. 45.
- ^ Fioramo G.,(a cura di), Storia delle religioni, Cristianesimo, Dal concilio di Nicea a Gregorio Magno, Laterza, Bari, 2005.
- ^ Zosimo, V,4; Claudiano, Ruf., II, 4-6.
- ^ Heather, pp. 269-270.
- ^ Heather, p. 263.
- ^ Heather, pp. 263-264.
- ^ Zosimo, V,5.
- ^ Claudiano, In Rufinum, I, 308sgg.; Zosimo, V,5.
- ^ Claudiano, In Ruf., II,101 sgg.
- ^ Claudiano, in Ruf, II, 202 sgg.; Zosimo, V,7; Giovanni Antiocheno, frammento 190; Filostorgio, XI,3.
- ^ Claudiano, de IV cons. Hon 459 sgg.; Claudiano, De bello Get., 513-517; Zosimo, V,7.
- ^ Zosimo, V,11.
- ^ Claudiano, In Eutrop., II, 214-218.
- ^ Orosio, VII,36.
- ^ Claudiano, De bello Gildonico; Zosimo, V,11; Orosio, VII,36.
- ^ Halsall, Barbarian migration and the Roman West, p. 202: «[Stilicone] è stato spesso criticato dagli storici innamorati dell'Impero romano per non aver finito Alarico. La sua decisione di permettere ad Alarico di ritirarsi in Pannonia ha più senso se ipotizziamo che l'esercito di Alarico fosse entrato al servizio di Stilicone, e la vittoria di Stilicone fosse meno totale di quanto ci vorrebbe far credere Claudiano... Narrando gli eventi del 405, Zosimo narra di un accordo tra Stilicone e Alarico; Alarico era chiaramente al servizio dell'Impero d'Occidente a questo punto.»
- ^ Zosimo, V,26.
- ^ Zosimo, V,26; Orosio, VII,37.
- ^ Orosio, VII,37; Giordane, Romana, 321.
- ^ Zosimo, V,27; Sozomeno, VIII,25 e IX,4.
- ^ Zosimo, VI,2.
- ^ a b Zosimo, V,29.
- ^ Zosimo, V,31 e V,34-35.
- ^ Orosio, VII,38; Filostorgio, XII,2; Namaziano, II,41-60; Jerome, Epistola 123.
- ^ Giordane, Getica, 115; Orosio, VII,38.
- ^ Sozomeno, IX,4; Orosio, VII,38; Filostorgio, XI,3 e XII,1; Giordane, Romana, 322.
- ^ Zosimo V,32
- ^ Zosimo, V,37.
- ^ Zosimo, V,35.
- ^ Heather, p. 258. Secondo Procopio, storico vissuto nel VI secolo, i Barbari avrebbero avuto il riconoscimento dell'occupazione dei territori da parte di Roma, mentre al contrario Orosio, vissuto all'epoca dei fatti, afferma esplicitamente che l'occupazione fu illegale. Tra le due testimonianze discordanti, Heather (p. 259) propende a dare credito a quella di Orosio, in quanto fonte più vicina cronologicamente ai fatti.
- ^ Heather, pp. 284-285.
- ^ Heather, p. 305.
- ^ Heather, p. 324.
- ^ Heather, p. 297.
- ^ Secondo Idazio, la sconfitta fu dovuta a un presunto tradimento dei Visigoti, ma bisogna ricordare che Idazio odiava profondamente i Visigoti, cosicché la sua testimonianza è ritenuta poco attendibile da Heather, che attribuisce le cause della sconfitta al valore della coalizione vandalo-alana. V. Heather, p. 326.
- ^ Heather, pp. 307-308.
- ^ Secondo la Notitia dignitatum, nel 420 l'esercito campale occidentale consisteva di 181 reggimenti, di cui però solo 84 esistevano prima del 395. Ipotizzando che nel 395, l'esercito campale occidentale avesse all'incirca lo stesso numero di reggimenti dell'esercito orientale (ovvero circa 160), questo vuol dire che le invasioni avevano cagionato la perdita di almeno 76 reggimenti comitatensi (equivalenti a circa 30.000 uomini, il 47,5% del totale), che dovettero essere rimpiazzati promuovendo numerosi reggimenti di frontiera a comitatensi. Il numero di veri comitatenses (escludendo quindi le truppe di frontiera promosse per "tappare" il buco) era quindi diminuito del 25% (da 160 a 120 reggimenti). V. Heather, pp. 303-305.
- ^ Secondo Procopio fu invece Ezio a cospirare contro Bonifacio: ma Procopio era uno storico vissuto un secolo dopo i fatti, mentre le cronache contemporanee o di pochi anni posteriori sostengono che invece fu Felice a cospirare. Gli storici odierni propendono a dare maggior credito alle cronache del V secolo piuttosto che a Procopio. V. Heather, p. 320.
- ^ Si ritiene, in base a un passo del panegirico di Maggioriano scritto da Sidonio, che i Vandali siano diventati valenti pirati sfruttando le conoscenze della popolazione nativa romana, nonostante una legge del Codex Theodosianus prevedesse la pena capitale per tutti coloro che avessero insegnato un barbaro a costruire una nave (in particolare venivano bruciati vivi). V. Heather, p. 484.
- ^ Heather, p. 350.
- ^ Heather, p. 351.
- ^ Le devastazioni dei Vandali nelle Mauritanie e nella Numidia Sitifense costrinse lo stato a ridurre le tasse, e tale riduzione comportò la perdita di 106.200 solidi all'anno. Considerando che un fante comitatense aveva uno reddito di sei solidi all'anno e un cavaliere 10,5 solidi all'anno, si stima che la riduzione delle imposte nelle Mauritanie e in Numidia abbia provocato il licenziamento di 18.000 fanti o 10.000 cavalieri. Se a ciò si aggiunge la perdita della Proconsolare, della Byzacena e del resto della Numidia, molto più prospere, il numero di soldati licenziati stimati aumenta drammaticamente, ammontando a 40.000 fanti o 20.000 cavalieri persi. V. Heather, p. 363.
- ^ Heather, p. 417.
- ^ a b Gibbon, Cap. XXXIII, p. 518
- ^ Heather, p. 477 e pp. 488-489.
[modifica] Bibliografia
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[modifica] Autori classici
- Agostino di Ippona, Confessiones
- Agostino di Ippona, De Civitate Dei
- Ammiano Marcellino, Res gestae libri XXXI
- Eutropio, Breviarium ab Urbe condita
- Quinto Aurelio Simmaco, Epistulae
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