Magasa

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Magasa
comune
Magasa – Stemma
Magasa – Veduta
Veduta di Magasa da Cima Rest
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Lombardia-Stemma.svg Lombardia
ProvinciaProvincia di Brescia-Stemma.png Brescia
Amministrazione
SindacoFederico Venturini (lista civica) dal 30-3-2010 (3º mandato dal 22-9-2020[1])
Data di istituzione1º gennaio 1948
Territorio
Coordinate45°46′N 10°37′E / 45.766667°N 10.616667°E45.766667; 10.616667 (Magasa)Coordinate: 45°46′N 10°37′E / 45.766667°N 10.616667°E45.766667; 10.616667 (Magasa)
Altitudine976 m s.l.m.
Superficie19,11 km²
Abitanti105[2] (31-7-2021)
Densità5,49 ab./km²
FrazioniCadria
Comuni confinantiBondone (TN), Ledro (TN), Tignale, Tremosine sul Garda, Valvestino
Altre informazioni
Cod. postale25080
Prefisso0365
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT017098
Cod. catastaleE800
TargaBS
Cl. sismicazona 3 (sismicità bassa)[3]
Cl. climaticazona F, 3 596 GG[4]
Nome abitantimagasini
Patronosant'Antonio abate
Giorno festivo17 gennaio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Magasa
Magasa
Magasa – Mappa
Posizione del comune di Magasa nella provincia di Brescia
Sito istituzionale

Magasa (Màgasa in dialetto bresciano[5]) è un comune italiano di 105 abitanti[2] della provincia di Brescia in Lombardia. È situato a nord-est del capoluogo, al confine con il Trentino cui è storicamente legato. È il comune della provincia di Brescia meno popolato. Vanta anche il primato di comune con l'età media più alta della provincia (58 anni), quinto in Lombardia e 45º nazionalmente.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio comunale è situato a circa 1000 m s.l.m. nella Val Vestino, sita tra il lago di Garda e quello di Idro.

Dista 26 chilometri da Gargnano, 30 chilometri da Idro e circa 72 chilometri dalla città di Brescia ed è raggiungibile grazie alla strada provinciale 9, che sale da Gargnano, o alla 58, proveniente da Idro.

Fa parte, insieme ad altri otto comuni, della Comunità Montana Parco Regionale Alto Garda Bresciano che ha la sede a Gargnano.

Magasa appartiene alla diocesi di Brescia dal 6 agosto 1964 quando, tramite bolla apostolica, venne disposta la modifica dei confini dell'arcidiocesi di Trento e delle diocesi di Bressanone, Belluno, Brescia e Vicenza.

Frazioni

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

L'origine del toponimo è incerta e deriverebbe, secondo alcuni, dal termine celtico "mago" che significa "mercato" o "campo", indicando così un villaggio circondato da campi[6] mentre per altri dall'unione di "mag" e Gaza, l'antico nome del monte Tombea[7] o chi la fa dipendere da un elemento antroponimico se si accosta al gentilizio barbarico "Magazzo"[8], nella dizione locale "Màgas", quindi a significare il nome dell'antico proprietario del luogo ossia "territorio di Magazzo"[9].

Anche secondo la linguista Carla Marcato alla base del nome potrebbero esserci il gallico "mago" più il suffisso collettivo "eto" da cui et-io, oppure il tema "mageto" che significa "potente", da "mag" che significa "grande", e il nome personale derivato da Magetiu e Mogetius[10][1], e meno verosimilmente da "magu"-"mago" che significa "servente, garzone" da cui il nome o nomi personali Magus, Magusius e Magutus. Sempre per la Marcato si può pure prendere in considerazione una formazione in -atia o in -asia dalla radice "mac" che significa "nutrire"[11]. Anche per Andrea Gnaga nel suo "Vocabolario topografico-toponomastico della provincia di Brescia", edito nel 1939, dal gallico "mago" deriverebbe, come per Magasa, la Val Magon a Moena, Col Magon nella Val di Pejo e la località Magon sita a nord est di Lumezzane Pieve.

Ultima ipotesi è riferita al termine gallico "maegi"[12] che indica i terrapieni con muretti sui quali venivano costruite le baite che Giulio Cesare nel suo De bello gallico trascrisse in "magus" o da "maegh", toponimo sempre gallico, che significa villaggio campestre con molti ciottoli o terrapieno recintato per le capanne e il bestiame[13] o, infine, dal termine "maag" che individuava un covolo.

Il toponimo di Magasa è accertato per la prima volta in due documenti del 1356; nel primo, il 23 luglio, quando un certo Bonato di "Magasa" presenzia in Castel Romano a Pieve di Bono come testimone in una sentenza del nobile Pietrozoto Lodron, figlio del defunto Albrigino di Lodrone, per una lite sorta tra la comunità di Roncone, Fontanedo, Lardaro e che di Bondo-Breguzzo per i diritti di passaggio con il bestiame e nei pascoli di montagna, di Magiassone[14], nel secondo, il 5 settembre, quando, a Storo, Pietro fu Bacchino da Moerna, a nome delle comunità di Val Vestino, Bollone e "Magasa" si accorda con Giovanni fu "Gualengo" e Frugerio fu "Casdole", in qualità di consoli della comunità di Storo, e con altri uomini della suddetta comunità, in merito ai diritti di pascolo sulla cima del monte Tombea[15]. Anticamente l'abitato era diviso in tre rioni: Ir, Ar e Casar.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia di Magasa.

Il territorio fu frequentato in epoca romana e longobarda[16]. A partire dal XII secolo e fino al 1805, con l'abolizione del feudalesimo, insieme alla piccola frazione di Cadria, fu in possesso dei conti Lodron, che avevano signoria sulla valle del Chiese ed erano soggetti al principe vescovo di Trento. Situata al confine con la Repubblica di Venezia nel 1513 venne saccheggiata da mercenari al servizio della Serenissima al comando di Scipione Ugoni. Nel 1526 vi transitarono i lanzichenecchi del condottiero Georg von Frundsberg, diretto a Roma con un'armata di circa 14.000 uomini. Vi transitò con i propri soldati anche il duca Enrico V di Brunswick-Lüneburg nel 1528.

Nel 1589 i conti Lodron confermarono gli statuti comunali ("carte da regola") della comunità di Magasa. Nel febbraio del 1799 il Magistrato Consolare di Trento incaricò il capitano Giuseppe de Betta di portarsi con una compagnia di 120 bersaglieri tirolesi a Magasa e Cadria a presidio dei confini meridionale del Principato vescovile di Trento minacciati dall'invasione napoleonica[17].

Peso di stadera romana rinvenuto a Magasa nel 1960 ca.

Nel luglio 1866 vi si accamparono i garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani nel corso della terza guerra di indipendenza, comandato dal tenente colonnello Pietro Spinazzi. Il Reggimento partecipò successivamente all'assedio del Forte d'Ampola e alla battaglia di Pieve di Ledro.

Dopo la guerra fece parte dei comuni restati con l'Impero austro-ungarico per libera scelta. Nel 1910 fu visitata dall'arciduca Eugenio d'Austria. Nel periodo tra il 1870 e il 1925 subì il fenomeno dell'emigrazione soprattutto verso gli Stati Uniti d'America, con circa 200 partenze.

Al termine della prima guerra mondiale, nel 1918, Magasa fu aggregata al Regno d'Italia. Durante il regime fascista da comune autonomo venne aggregato nel 1928 al comune di Valvestino, il quale passò nel 1934 dalla provincia di Trento, alla quale Magasa era fino ad allora appartenuta, alla provincia di Brescia, in Lombardia.

Nel secondo dopoguerra con la caduta del fascismo riconquistò la propria autonomia comunale che fu sancita nel 1947.

Antichi valvestinesi nei documenti: testimoni o emigranti[modifica | modifica wikitesto]

L'emigrazione valvestinese nei territori del Principato vescovile di Trento è documentata in atti notarili, già a partire dal XIII secolo, ove i valligiani compaiono come testimoni in compravendite, nelle successioni ereditarie o nelle deliberazioni delle comunità che li ospitavano. Il nome del primo valligiano è attestato in una pergamena del 1202, quando, lunedì 18 novembre, ad Arco di Trento, in un terreno di proprietà dei sacerdoti della Pieve di Santa Maria, un certo diacono Laçari "de Vestino" presenzia come testimone alla vendita di "un fitto annuo di due gallette di frumento corrisposto da Otebono figlio di Marsilio arciere" e l'arciprete della stessa pieve e il presbitero Isacco[18]. Sempre ad Arco, il 21 novembre del 1257, un altro valvestinese, "Odorici de Valvestino" testimonia alla stesura delle ultime volontà di Zavata, figlio del fu Antonio da Caneve[18]. Una compravendita del 17 aprile 1277 avvenuta a Civezzano, nei pressi di Trento, rivela anche in quel luogo una presenza di emigranti di Valle, difatti una certa "domina Bonafemina", moglie del defunto notaio Martino "de Vestino", comprò per 4 lire veronesi un casale agricolo sito a Vallorchia[19].

Nella cittadina di Riva del Garda si stabilì una piccola ma operosa comunità di emigrati. Il 23 febbraio 1371, sotto il porticato del Comune, "Tonolo condam Iohannis de Vestino" riunito in pubblico consiglio con altri cittadini di Riva, su mandato del podestà Giovanni di Calavena per conto di Cansignorio della Scala, vicario imperiale di Verona, Vicenza e della stessa Riva, partecipa all'elezione dei procuratori della comunità. Altro caso è quello di "Antonii sartoris de Vestino condam Melchiorii" che il 12 febbraio 1417 è convocato per l'elezione dei procuratori della comunità rivana nella vertenza con gli uomini di Tenno che si oppongono al pagamento delle collette dei beni posseduti nel loro territorio[20]. Tra il 1400 e il 1500 una forte emigrazione di mano d'opera costituita da mastri muratori, falegnami e lapicidi proveniente dai laghi lombardi interessò Verona e la sua provincia e in special modo la Valpolicella; una parte di questi emigranti era originaria della Val Vestino ed alcuni operarono nell'edificazione di casa Capetti a Prognol di Marano di Valpolicella[21].

Via di Sopra a Magasa, in fondo a destra la Cà dei Pitùr (Casa dei Pittori) probabile domicilio della famiglia d'artisti

A Venezia compare un certo Antonio di Domenico, pittore a tra il 1590 e il 1615. Attestato tra i pittori della Fraglia di Venezia, imparò i primi rudimenti dell'arte pittorica dal padre Domenico detto "Magasa" con il quale si trasferì dapprima nella Riviera di Salò e successivamente nella città lagunare. Poche le notizie biografiche, sconosciuta la produzione artistica anche se è lecito supporre che abbia partecipato ai vari cantieri decorativi dell'edilizia civile di Venezia. Sconosciuto pure è il cognome anche se nei documenti del tempo viene indicato come figlio di Domenico Magasa onde evidenziare l'origine di provenienza della famiglia[22], mentre è ancora oggi visibile la presunta abitazione della famiglia dell'artista, sita in via di Sopra, soprannominata "Casa dei pittori".

Nella Valle del Chiese, a Storo, altri valvestinesi compaiono come testimoni in tre occasioni: il 5 settembre 1356 quando, Pietro fu Bacchino da Moerna, a nome delle comunità di Val Vestino, Bollone e Magasa si accorda con Giovanni fu "Gualengo" e Frugerio fu "Casdole", in qualità di consoli della comunità di Storo, e con altri uomini della suddetta comunità, in merito ai diritti di pascolo sulla cima del monte Tombea; il 3 aprile 1486 Giovanni di Pietro da Moerna e i fratelli Antonio e Zeno Zeni di Magasa sono presenti sulla pubblica piazza quando gli storesi riuniti in pubblica regola costituiscono i loro procuratori pressi il principe vescovo di Trento in relazione a delle decime su terreni incolti; l'8 dicembre del 1491 Antonio di PietroBono e Pietro Porta, ambedue di Moerna, presenziano all'elezione dei procuratori sempre di quella comunità presso il vescovo trentino Uldarico Frundsberg in seguito all'assassinio del capellano Giacomo[23]. Nel piccolo villaggio di Agrone di Pieve di Bono troviamo invece nel giugno del 1536 un certo Cristoforo da Turano che presenzia ad una compravendita tra un privato e il Comune mentre, il 25 marzo del 1591, Domenico Zuaboni di Armo funge da testimone alla "regola" di quella comunità che elabora cinque nuovi regolamenti in materia di pascolo e di uso delle acque in diverse località periferiche. Nel villaggio di Praso apprendiamo da un atto notarile del 30 maggio 1663 che Caterina Maia, sorella del defunto curato don Giovanni, cedette al beneficiato don Pietro Ferrari da Poia diversi beni appartenuti in passato ad una donna originaria di Magasa o moglie di un emigrante Magasino, tra cui la metà di un terreno ortivo in località detta al "Orto della Magasa" e una "Casa della Magasa che era di Vivaldo"[24].

Un'emigrazione stagionale come carbonai in Val di Fiemme è attestata invece il 29 maggio 1522 quando a Cavalese Bartolomeo Delvai, "scario", concede in locazione per un anno a Giovanni Zeni di Val Vestino il taglio del legname nei boschi di Scaleso, mentre a Tremosine nel microtoponimo di Aiàl del Magasì (spiazzo del Magasino, ossia di Magasa), luogo preposto alla produzione del carbone; nel 1569 a Mestriago in Val di Sole con Valdino fu Giovanni de Vianellis di Magasa[25]. Il 28 dicembre 1557, a Trento, il maestro Bernardo fu Giovanni "Tornari" di Magasa stipula con il "dominus" Giovanni Maria fu Antonio Consolati il contratto d'affitto perpetuo di una porzione di casa sita nella Contrada del Macello Grande al costo di una libbra di pepe e 9 carantani annui[26].

Tra il 1590 e il 1592, a Creto di Pieve di Bono-Prezzo, alla fiera di Santa Giustina di bestiame e prodotti caseari, la più grande delle Giudicarie, "forestieri" della Val Vestino operano sul mercato secondo quanto riportato dal registro del dazio vescovile[27]. Infine nel 1678, da Magasa, una certa famiglia Andreis emigra nel villaggio di Mignone di Costa di Gargnano; i suoi componenti erano soprannominati Magasì e Tadena. Nei secoli successivi i 140 discendenti Andreis risulteranno quasi tutti emigrati a Desenzano, Lumezzane, Tignale, Botticino, Milano e nella Svizzera.

La Valle delle streghe[modifica | modifica wikitesto]

A causa del suo stato selvaggio e del suo isolamento, nei secoli passati la Val Vestino era ritenuta dalla credenza popolare locale, ma anche forestiera, una dimora di streghe, stregoni e diavoli, presunti responsabili delle terribili grandinate, intemperie e malifici che periodicamente si abbattevano sui paesi e sui poveri abitanti. Sorsero così nei secoli numerose leggende che tramandate oralmente furono raccolte in loco dal maestro Vito Zeni e pubblicate in “Miti e leggende ed alcuni fatti storici di Magasa e della Valle di Vestino” nel 1985. A tal proposito a Magasa si conserva un toponimo a Cima Rest, lungo la mulattiera che scende a Cadria, consistente nella "fontana de la Stria", ove secondo i racconti arcaici si dissetava la strega, mentre un altro luogo stregato è il Büs de le Strie, presso Costa-Mignone in Val Vestino, un pozzo di 15 metri che sarà particolarmente temuto nel passato dagli abitanti della zona convinti che fosse abitato dalle streghe e risucchiasse i curiosi che, ignari del pericolo, si avvicinavano troppo alla bocca della cavità.

“Lares”, la più antica fra le riviste italiane di studi antropologici oggi esistenti, riportò in una sua ricerca del 1938, edita a Firenze, basandosi presumibilmente sugli studi un loco del linguista Carlo Battisti, che: “Ancora nella metà del XIX secolo in alcuni paesi delle nostre montagne (Val Vestino) durava ancora la credenza che intorno ad alcuni alberi distinti per la loro grandezza e vetustà, si tenessero durante la notte raduni di streghe e stregoni, ed alcuni di quegli alberi furono abbattuti onde rendere praticabile ed abitabile quel luogo” [28].

I protagonisti della stregoneria non esistevano solamente nell’immaginario collettivo ma erano persone reali, uomini e donne, che spesso venivano denunciati dai popolani alle autorità come fautori di riti e pratiche magiche. Le accuse cadevano di norma sulle fattucchiere, i guaritori o chi era affetto da malattie psichiche ma taluni per vendetta al fine di vendicarsi di torti subiti, indicavano questo o quell’altro individuo. Gli accusati venivano poi sottoposti al giudizio dei tribunali dell’inquisizione ma anche a quelli ordinari, che erano soliti utilizzare la tortura per fare confessare il presunto colpevole. Il processo terminava per lo più con la condanna a morte al rogo e per i reati più lievi erano previste pene pecuniarie o detentive.

Dal punto di vista storico non sono presenti negli archivi documenti riguardanti processi di stregoneria che abbiano coinvolto gente di Valle antecedentemente il XVII secolo, cosa peraltro riscontrabile nella Valle del Chiese, allora territorio del Principato vescovile di Trento o nella Serenissima Val Camonica con i noti processi celebrati tra il 1518 e il 1521 che si conclusero con 70 condanne a morte.

Oltre la Valle, sulla sponda veronese del lago di Garda, a Lazise, si narra in una leggenda che coinvolge le streghe valvestinesi e quelle del castello di Mondragone, che un barcaiolo lacisiense, in una notte di temporale, fu costretto da due streghe del castello di Mondragone a trasportale nel golfo di Salò. Qui, costoro si incontrarono con un’altra barca proveniente dalla sponda opposta, quella bresciana, con altre due streghe della Val Vestino. Così dopo un breve conciliabolo decisero di scatenare un terribile temporale che andasse a colpire le campagne dei lacisiensi, rei di aver importunato le due donne di Mondragone. Il piano fu ben presto realizzato quando le quattro streghe sbarcarono nel porto di Lazise, scatenando un tremendo temporale proveniente da occidente che causò danni immensi alla popolazione e si concluse con la stessa distruzione del castello di Mondragone, causata da un fulmine. Ancora oggi, quando i temporali provengono dalla Val Vestino, e si manifestano in modo piuttosto violento sulle terre orientali del lago di Garda è uso comune dire che “giungono dalla Val delle Strie”[29].

1833, la vendita dei marmi dell'antica chiesa curaziale del 1500[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1831 si provvide alla ristrutturazione della chiesa curaziale del comune di Ballino, oggi frazione di Fiavé, dedicata a Santa Lucia. I lavori prevedevano il rifacimento del coro e della sacrestia ma dati i costi esosi da sostenere e le scarse risorse in cassa, nulla si fece oltre all'edificazione dell'altare della navata laterale dedicata alla Madonna. I marmi necessari al suo abbellimento furono acquistati a Magasa presso la chiesa curaziale di Sant'Antonio abate e provenivano dalla sottostante primitiva chiesa cinquecentesca ormai abbandonata al culto da oltre un secolo.

I 22 pezzi di marmo lasciarono così Magasa nel mese di fine ottobre a dorso di muli verso il porto di Gargnano, caricati sul battello fino a quello di Riva del Garda, qui nuovamente messi a basto di muli furono inerpicati sui monti fino a raggiungere la destinazione finale di Ballino.

Il contratto di acquisto fu redatto il 29 ottobre a Magasa dal "fabbriciere" della parrocchia, Giovan Andrea Venturini, esattore, ex vicario della comunità e padre del dottor Giuliano, e il sindaco di Ballino, Giuseppe Fruner, che prevedeva il pagamento di una somma di 36 fiorini imperiali a saldo delle diverse lastre di marmo e del trasporto fino al porto di Gargnano[30].

1835-1856, l'indagine etnografica di Francesco Lunelli[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni che vanno dal 1835 al 1855 don Francesco Lunelli, insegnante di fisica all'Imperial Regio ginnasio liceale di Trento, compì un'indagine che permise una migliore conoscenza del Trentino attraverso lo studio delle tradizioni popolari e dei dialetti delle varie valli. Fu nell'Ottocento che nacquero all'estero e cominciarono a diffondersi anche in Italia gli studi etnografici anche se nel periodo napoleonico molti problemi erano rimasti esclusi. Praticamente l'indagine del Regno Italico aveva sfiorato il Trentino, senza penetrare in profondità nel suo tessuto. Il grande merito del Lunelli fu quello di riallacciarsi alle inchieste demologiche napoleoniche degli anni 1810-1811 e di raccogliere i dati che mancavano. Scriveva tra l'altro: "Val Vestina. Tal contrada è abbellita da sei villaggi che da occidente verso settentrione si succedono con questo ordine: Bolone, Moerna, Persone, Armo, Magasa e Turano che n'è la parrocchia. Il maggiore è Magasa che conta 485 abitanti e tutta la regione 1.430; un secolo e mezzo fa non ne aveva che 1.000. Da ciò risulta l'aspetto della valle essere veramente pittoresco; un variabilissimo quadro campestre in una cornice di monti verdissimi d'ogni sorta d'alberi a foglia ed a spine, solo sulle frane ombrose o sulle vette. A ciò si aggiunga, tanta ivi essere la salubrità dell'aria che i Valvestini credono di morir anzi tempo se muoiono sessagenari. Essi sono grandi di statura, ben fatti; fronte alta, faccia stretta, pallida, bruna, capelli e occhi scintillanti, profili greci, monumentali membra rotonde robustissime. Vestito semplice e simile a quelli di Val Bona e similmente semplici i costumi, ma di animo più intelligenti e perspicaci. Parlano un dialetto poco diverso da quei del Chiese" [31]. Questa di Lunelli fu la prima inchiesta etnografica fatta nel Trentino e in Val Vestino, estremamente ricca di dati e di particolari originali, un lavoro eccezionale per l'epoca, vista la mancanza di mezzi finanziari e di documentazione metodologica [32].

1840. La ricerca del geografo Attilio Zuccagni-Orlandini e l'economia di Valle[modifica | modifica wikitesto]

Il geografo e cartografo Attilio Zuccagni-Orlandini nei decenni antecedenti il 1840 fu tra i primi ricercatori ad avventurarsi in Valle salendo da Bondone la disastrosa mulattiera del monte Cingolo Rosso, così la definì, intento all'apprendimento di quelle conoscenze necessarie per completare il suo studio del territorio trentino anche dal punto di vista statistico, che poi descrisse dettagliatamente nella sua nota e monumentale pubblicazione riguardante l'Italia corografica edita nel 1840 a Firenze, scrisse: "Quell'ultimo angolo meridionale del Trentino che giace tra i due laghi d'Idro e di Garda, è formato dalla Valle di Vestina, cui traversa il Toscolano tributante le sue acque al Benaco presso la terra omonima: questa valletta è di figura quasi circolare, coronata dai monti Stino, Cingolorosso, Alpo, Gazza o Tombea, Puria e Vesta, dall'ultimo dei quali essa prende il nome: il di lei bacino contiene piccoli piani, poggetti e colline, bagnate alle falde dai rivi Personcino, Armarolo e Magasino, primi tributario del Toscolano..."[33].

Orlandi non macò di riportare la composizione politica e statistica del Distretto di Condino anticipando quella di Agostino Perini del 1852: "Appartiene a questa Giudicatura di Distretto l'estrema punta meridionale del Trentino situata a ponente del Benaco e denominata Valle Vestina, cui irriga il Toscolano. Vi si giunge da Bondone, per un sentiero che passando pel Monte Cingolo Rosso, guida alla cima dello Stino e quindi a Moerna dopo due ore circa di ascensioni e discese disastrose assai, e non praticabili che da pedoni. L'angusta e montuosa vallicella è abbellita da sei soli villaggi, denominati Bollone, Moerna, Persone, Armo, Magasa e Turano. Il più popoloso di essi è Magasa che conta 485 abitanti, sopra i 1430 della vallata: la parrocchia però è in Turano: in generale le abitazioni sono d'aspetto assai decente e fabbricate con molta intelligenza d'arte".

Orlandi terminò il suo studio con l'esposizione dell'economia della Val Vestino: "Gli abitanti della vallata coltivano parte delle loro terre a grano, ma in maggior estensione a fieno. Si danno alla pastorizia: allevano pecore capre e particolarmente vacche che vi riescono bellissime, ed impiegano il rimanente del tempo nel far carbone; anzi molti di essi vanno a farne in estate nelle valli limitrofe di Ledro, di Bono e di Brescia; non ritornando a casa che nel tempo necessario a segare i prati e mettere al coperto i fieni. Raccolgono granaglie per circa sei mesi dell'anno, e sono al tutto mancanti di vigne e di gelsi. Vendono fuori del territorio gran quantità di carbone, burro, formaggio, vitelli, capretti, vacche e miele; di quegli oggetti trovano smercio principalmente a Gargnano, a Toscolano, a Maderno e a Salò ove poi si procacciano i generi mancanti ai consumi. Tra i prodotti naturali di questa vallicella merita particolar menzione una specie di squisitissime piccole trote che si pescano nell'Armarolo e che chiamano miniate, a cagione delle macchie aureo-argentine che abbelliscono il loro corpo; dicesi che di quella specie non se ne trovino che in quel fiume e nella riviera Salodiana. Come gli abitanti di Val di Ledro traggono profitto dalla caccia degli uccelli, moltissimi prendendone per poi mandarli a vender fino a Brescia, cosi questi di Val Vestina trovano nella caccia e lucro e passatempo"[34].

I danni dell'alluvione del 1850 in Val Vestino[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 maggio prima e il 18 giugno 1850 poi furono giornate di piogge torrenziali e insistenti in tutta Italia. Nel bresciano tutti i torrenti uscirono dall’alveo, invasero campi e strade, rovinarono case e stalle, ma fu in agosto che una forte perturbazione atmosferica si abbatté nuovamente sul nord Italia causando danni ulteriori in Friuli, in Alto Adige e in Lombardia.

Le cronache di Carlo Cocchetti pubblicate in "Brescia e la sua provincia" e edite a Milano nel 1858, riportano che la sera del 14 agosto un violento nubifragio colpì anche la Valle Trompia; le piogge, copiose e ininterrotte, caddero per l’intera notte facendo tracimare in più punti il Mella e i torrenti affluenti. Gli attuali comuni di Tavernole, Marcheno, Gardone, Sarezzo e Collebeato furono allagati, danneggiati, travolti; pure altri centri subirono vittime e danni consistenti. A Gardone 14 officine armiere furono spazzate via dalla furia delle acque, compromettendo seriamente l’economia locale. A Sarezzo il torrente Redocla, che percorre una breve ma irta valle laterale, cancellò un vigneto presso la chiesa parrocchiale e, interrandosi, riportò alla luce arche di pietre e ossa.

Anche la Val Vestino fu duramente percossa da temporali e pioggia, la comunicazione stradale con la Riviera di Salò fu devastata, i ponti in legno del Pegòl, della Stretta, del mulino di Turano, della Fucina o di Nangù e dell'Hanèc che scavalcano il torrente Armarolo, il Toscolano e l'Hanèc, tutti siti nel territorio comunale di Turano, furono distrutti o severamente danneggiati. "La terribile alluvione qui avvenuta nell’agosto pp. atterrò i vari ponti in legno sul torrente Toscolano del comune di Turano, ponti questi che non solo mantengono la comunicazione di questo Comune con gli altri paesi della Valle di Vestino, ma eziandio colla Riviera limitrofa di Salò, con cui questi abitanti praticano il loro commercio, e da cui ritraggono i generi di prima necessità, ed altri occorribili ai comodi e bisogni della vita. Pella mancanza adunque di questi ponti al minimo ingrossare delle acque di quel fiume rimane interrotta la detta comunicazione con notabile pregiudizio di questi abitanti".

Il giovane podestà di Magasa, il dottor Giuliano Venturini, così chiese, con questa lettera datata 21 ottobre 1850, al Capitano Distrettuale di Tione di intervenire al più presto. Ma il Capocomune di Turano rispondeva però il 21 novembre che non era tenuto alla concorrenza nella ricostruzione dei ponti sul Toscolano perché nessun atto antico lo prevedeva anzi, precisava che "da uno statuto di valle si raccoglie il seguente tenore che non poco giova a spalleggiare la ragione di questo comune nel particolare di cui trattasi ed eccone i senso: Tutte le Terre di questa Valle di Vestino sono tenute, ed obbligate ad accomodare, e mantenere le strade, ed i ponti sopra i fiumi, ognuna cioè quelle o quelli che si ritrovano nel proprio tenere dalla cima al fondo di essa Valle, a spese, e danni particolari delle terre dove occorreranno acconciarsi, e mantenersi dette strade e ponti".

Il Capitano a questo punto ordinò "un comizio de’ due comuni locali, onde stabilire quanto è di comune utilità" affinché la spesa non rimanesse solo a carico dell’uno o dell’altro comune ma venisse stabilito bene l’uso e quindi l’onere a carico di entrambi.

Nei mesi successivi la strada fu riattata alla meno peggio, i ponti furono ricostruiti in legno ma rimarranno in stato precario fino a fine Ottocento quando si mise mano a un rifacimento sostanziale in pietra dei manufatti e della viabilità.

1862. La caccia ai soldati disertori napoletani e ai loro complici contrabbandieri[modifica | modifica wikitesto]

Un episodio accaduto nell'inverno del 1862 sulle sponde del lago di Garda riguardante la caccia a dei disertori napoletani, si inserisce nel contesto nazionale del diffuso fenomeno della diserzione di giovani meridionali chiamati al servizio militare obbligatorio nel nord Italia, che si manifestò come risposta politica di dissenso al nuovo governo del Regno, ritenuto colpevole di una condotta autoritaria e repressiva nel meridione[35][36].

Difatti il 9 gennaio del 1862 la notizia diffusa della diserzione di alcuni soldati di origine napoletana di stanza in un reparto del Regio esercito a Salò, ex appartenenti alla disciolta armata borbonica, mise in allarme l'apparato di polizia della Guardia Nazionale innescando la caccia ai fuggitivi e ai loro complici, due contrabbandieri di Valle, lungo la linea di confine nella valle del torrente Toscolano. La notizia dell'evento fu pubblicata da il giornale "Il Faro" di Livorno in un articolo dell'11 gennaio: "Gargnano, 11 Gennaio. Scrivono al medesimo giornale: La sera del 9 corrente disertavano dal distaccamento di Salò dieci soldati napoletani, e quella R. Intendenza ne trasmetteva tosto l'avviso nell'istessa sera a mezzo di un Carabiniere a cavallo alle nostre autorità. Non sappiamo per qual motivo, solo questa mattina circa alle 7 1/2 venisse comunicato il fatto alla nostra Guardia Nazionale, sebbene tre pattuglie dirette dal luogotenente sig. Chignola si portassero tosto a perlustrare i monti e strade del confine onde precludere ed arrestare i fuggenti, ebbero la malaugurata delusione di sapere che poco prima i detti disertori avevano varcato il confine diretti da certo Salvadori Antonio di Bollone suddito austriaco, che da una di esse veniva arrestato come cooperatore alla fuga in unione di certo Mazza di Magasa pure suddito austriaco. È noto che i disertori si fermarono a Camerate su quel di Toscolano ove vi è lo stabilimento di manifatture del sig. Visentini, e in quella stessa località è par noto che si fermarono altri disertori. Nel mentre la Guardia Nazionale si merita i dovuti encomi dimostrando come sia compresa dalla nobile missione e pronta in ogni incontro a tutelare l'ordine e reprimere ogni misfatto, avessino bramato che anche la Guardia Nazionale di Toscolano e Maderno avessero cooperato a tale arresto"[37].

In quell'anno si registrarono nel nord Italia, tra l'altro a Monza, Cremona, Casalmaggiore, Lucca, Santa Maria sul confine svizzero, numerose diserzioni, ma anche atti di sedizione e insubordinazione, per motivi politici, di soldati di origine napoletana arruolati nel Regio esercito, consistenti in ex appartenenti all'esercito borbonico, sconfitto nel 1860 da Giuseppe Garibaldi. I giornali di Milano, di quell'anno, accennavano verso la fine di aprile, alla scoperta di un grave complotto militare reazionario tra i soldati napoletani accasermati negli ospedali di Sant'Ambrogio, e del Monastero maggiore che armati di coltelli e pistole erano pronti a scatenare la rivolta [38]. Tra i disertori vi era la convinzione che oltrepassato il confine di stato con l'Austria vi era la possibilità di raggiungere il porto di Trieste, imbarcarsi per il sud Italia e affiliarsi al brigantaggio continuando la lotta contro i Piemontesi[39]. La fuga per i più, si dimostrò di breve durata e arrestati in Trentino, costoro venivano reclusi nella fortezza di Verona e riconsegnati alle autorità militari italiane [40].

La pratica dell'arte venatoria[modifica | modifica wikitesto]

Delle prime notizie sulla pratica della caccia in Valle, le apprendiamo da uno scritto del lontano 1840 del geografo Attilio Zuccagni-Orlandini, che scriveva riguardo l'economia locale: "Come gli abitanti di Val di Ledro, quelli di Val Vestina, traggono profitto dalla caccia degli uccelli, moltissimi prendendone per poi mandarli a vender fino a Brescia, cosi questi di Val Vestina trovano nella caccia e lucro e passatempo"[41]. La montagna di Camiolo fu sempre tra i luoghi di caccia preferiti dei conti Bettoni, famiglia nobile originaria di Gargnano. Difatti il conte Ludovico Bettoni Cazzago, nativo di Brescia e vissuto nel corso dell'Ottocento, politico e senatore del Regno, è riportato dalle cronache di famiglia che preferiva la caccia vagante a beccacce, lepri, galli cedroni in Val Vestino o sulle montagne di Tremosine, ove si recava con grandi mute di cani, in compagnia dei suoi contadini e di molti amici, fra cui, Agostino Conter.

Più tardi, nel 1896, scriveva da Rasone di Gargnano su una rivista della caccia, una cacciatore a riguardo della pochezza di numeri della selvaggina e dei mezzi illegali praticati per cacciarla comprese anche nelle montagne della Val Vestino. La firma dell'articolo è anonima, ma visto che il luogo era la residenza di montagna dei conti Bettoni, forse l'articolista apparteneva a quella nobile famiglia e si può supporre che fosse lo stesso conte Ludovico Bettoni: "Rasone di Gargnano, 11 ottobre. Oggi abbiamo un tempo indiavolato, acqua, vento e nebbia ei tengono odiosa compagnia. Di fringuelli e di altri uccelli in genere se ne è fatto una ecatombe nei giorni scorsi, ma di beccaccie qui non abbiamo avuto il bene di vedere una fino ad ora. Il dispiacere viene lenito però da qualche pernice, coturna e lepre, ma in massima caccia magra. Non vi tenni parola della mia gita in Valle di Vestino, perchè ebbi una quasi disillusione, quantonque sia stato più fortunato di tanti altri. Dalle risultanze debbo conchiudere che se non viene provveduto per tempo, la selvaggina stazionaria andrà presto a scomparire causa molteplici mezzi illegali che vengono impiegati per l'aucupio della medesima. Dalle relazioni che leggo posso con sicurezza ritenere che anche i cacciatori della pianura ottengono tisici risultati dalle loro cinegetiche escursioni, per cui si può ripetere che: "Se Messena piange, Sparta non ride". Miss". Aggiungeva il nostro al riguardo del fenomeno del bracconaggio: "La caccia in montagna praticata nei territori di Tignale, Tremosine, Cadria, Val Vestino, Bagolino, nella Valsesia ed in parte dell'alta Valle Camonica, fatta eccezione alla regina del bosco, ha lasciato grati ricordi, pel fatto che di pernici, coturnici, pernici bianche, galli di monte e lepri se ne son fatte soddisfacenti prese, ad onta del crescente bracconaggio, che per non vedersi represso, va ogni giorno aumentando in audacia" [42].

Nel 1940, il prefetto di Trento ritenuta l'opportunità di disporre fino nuovo ordine il divieto assoluto di caccia e di uccellagione nel territorio della provincia di Brescia costituente la riserva di caccia di Valvestino, "la cui concessione è stata disposta con decreto del Prefetto di Trento in data 19 agosto 1931-IX, numero 23881/TII B, decretò ai sensi dell'articolo 23 del ricordato testo unico viene disposta, fino a nuovo ordine, il divieto assoluto di caccia e di uccellagione nella riserva di caccia di Valvestino, la concessione è stata disposta con decreto del Prefetto di Trento in data 19 a posta 11-1X, n. 3881/111 B. Il Comitato provinciale della caccia di Brescia è incaricato della esecuzione del presente decreto. Il presente decreto sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno. Roma, ddl 22 dicembre 1940-XIX. Il ministro Tassinari"[43].

Il collegamento con Storo e la Valle del Chiese[modifica | modifica wikitesto]

Fra il 1897 e il 1898 il governo austriaco, la provincia di Trento e i Comuni valvestinesi dopo la grande alluvione del 1892 che aveva compromesso la viabilità di Valle, diedero il via ai lavori di rifacimento della storica mulattiera che dal casello di confine con il Regno d'Italia della Patòala, lungo il torrente Toscolano, univa i sei paese con otto ponti di cui sei in pietra, proseguendo da Turano, passando per Persone e Bocca Valle fino a Baitoni di Bondone sul lago d'Idro[44].

Ma è agli inizi 1900 che i comuni si impegnarono per migliorare definitivamente il loro collegamento con Storo poiché risultava che la Valle: "...è come tagliata fuori dal rimanente della Provincia di Trento, ed oggi per accedervi, evitando sentieri da capre, dalla Valle del Chiese conviene toccare il suolo del finitimo Regno [d'Italia]. Negli ultimi tempi, a quanto informarono quei Comuni, ebbero luogo trattative per una strada che li congiungesse con Storo e sarebbero anche loro stati in prospettiva dei contributi della Provincia e dello Stato [Austria]. L'importanza della strada è manifesta. I Comuni rinserrati in questa Valle alpestre sono Armo, Bollone, Magasa, Persone e Turano con 1.433 abitanti (1.000 capi di bestiame), impossibilitati gran parte dell'anno ad accedere al loro centro politico, privi di congiunzione, lontani da ogni consorzio, di maniera che essi non valgono i dazi e le monete che vigono in Austria. A questi Comuni dovrebbe aggiungersi quale interessato alla strada anche Bondone con 762 abitanti e Storo, ove farebbe capo, con 1.724 abitanti. La strada dovrebbe partire da Storo (409 m) e con un percorso di kil. 5.600 spingersi fino a Baitoni (m. 400) mettendosi, poco su poco giù, a livello. Da Baitoni, toccato Bondone, andrebbe in kil. 10 di sviluppo a puntare alla Bocca di Valle (1392 m. vincendo uno slivello di 992 m.) con una pendenza media del 10%. Dal valico Bocca di Valle fino a Magasa (972 m) la distanza è di kil. 4 e mezzo con una pendenza media del 9.33%. Il Comune di Magasa però osserva che più opportuna ed adattata sarebbe la comunicazione per la strada di Valle [per il Garda]."[45].

La strada carrozzabile non sarà mai costruita, rimarrà sempre una mulattiera, e nel 1908 si presentava così mal manutenuta che Cesare Battisti, in visita alla Valle, percorrendola a piedi, la definì nella sua "Guida alle Giudicarie": "assai disagevole".

Il contrabbando del 1800[modifica | modifica wikitesto]

Il contrabbando delle merci per evitare i dazi di importazione fu un problema secolare per quegli stati confinanti con la Val Vestino. Già nel 1615 il provveditore veneto di Salò, Marco Barbarigo, riferiva che "non si ha potuto usare tanta diligenza che non se sia passato sempre qualcuno per quei sentieri scavezzando i monti per la Val di Vestino et con proprij barchetti traghettando il lago d'Idro et anco per terra, entrando nella Val di Sabbio nel bresciano andarsene al suo viaggio". In tal modo allertava il Consiglio dei Dieci sulla permeabilità dei confini di stato nelle zone montane con la stessa Repubblica di Venezia che poteva ovviamente diventare particolarmente pericolosa nel casi di passaggi di banditi, contrabbandieri o per persone che violavano le misure sanitarie eccezionali, la nota "quarantena", che veniva applicata ai viaggiatori provenienti da luoghi dove erano scoppiate [46].

Verso il 1882 il Regno d'Italia completò la cinturazione dei confini di Stato della Val Vestino con la costruzione dei tre citati Caselli di Dogana presidiati dai militi della Regia Guardia di Finanza. Le cronache narrano che presso il Casello di Dogana di Gargnano, della Patoàla, il professor Bartolomeo Venturini era solito nascondere il tabacco nel cappello per sfuggire ai controlli e alla tassazione.

Nel 1886 una relazione dell'amministrazione delle gabelle del Regio ministero delle Finanze affermava che il contrabbando era favorito dall'aggravamento delle tasse di produzione del Regno, dei dazi di confine e del prezzo dei tabacchi. La frontiera dell'austria-ungheria, presidiata da pochi agenti era particolarmente estesa e costoro non erano in grado di contenere "la fiumana di contrabbando irrompente con sfrontata audacia su tutti i punti di questa estesissima linea"[47]. Così furono instituite nuove Brigate di Finanza tra cui a Idro e Gargnano considerati "punti esposti". Bollone come Moerna, ma in generale tutti gli abitati di Valle e dell'Alto Garda Trentino e Bresciano, terre prossime alla linea di confine, diventarono così un crocevia strategico per il contrabbando di merci tra il territorio della Riviera di Salò e il Trentino attraverso la zona montuosa del monte Vesta, del monte Stino e dei monti della Puria. Lo storico toscolanese Claudio Fossati (1838-1895) scriveva nel 1894 che il contrabbando dei valvestinesi era l'unico stimolo a violare le leggi in quanto era fomentato dalle ingiuste tariffe doganali, dai facili guadagni e dalla povertà degli abitanti[48].

Nel 1894 è documentato il contrasto al fenomeno: l'Intendenza di Brescia comunicava che il brigadiere Rambelli Giovanni in servizio al Casello di Gargnano ottenne il sequestro di chilogrammi 93 di zucchero e chilogrammi 1.500 di tabacco di contrabbando e fu premiato con lire 25[49]. La guardia Bacchilega Luigi in servizio alla sezione di Dogana di Bocca di Paolone ottenne il sequestro di chilogrammi 47 di zucchero con l'arresto di un contrabbandiere e l'identificazione di un'altra persona, fu premiato con lire 15[50]. Lo stesso Bacchilega Luigi e la guardia Carta Giuseppe ottennero il sequestro di chilogrammi 70 di zuccherocon l'arresto di un contrabbandiere e furono premiati con lire 30 per la pima operazione e con lire 20 per la seconda[51]. Nello stesso anno il comandante della Regia Guardia di Finanza del Circolo di Salò ispezionò la sede di Gargnano, il Casello di Gargnano e la sezione di Hano.

Donato Fossati (1870-1949), il nipote, raccolse la testimonianza di Giacomo Zucchetti detto "Astrologo" di Gaino, un ex milite sessantenne della Regia Guardia di Finanza, pure soprannominato per la sua appartenenza al Corpo, "Spadì", in servizio nella zona di confine tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Novecento[52], il quale affermava che "i contrabbandieri due volte la settimana in poche ore, sorpassata la montagna di Vesta allora linea di confine coll'Austria e calati a Bollone, ritornavano carichi di tabacco, di zucchero e specialmente di alcool, che rivendevano ai produttori d'acqua di cedro specialmente" della Riviera di Salò.[53]. Al contrario per importare merci di contrabbando dal basso lago di Garda, i contrabbandieri di Val Vestino si avvalevano dell'approdo isolato della "Casa degli Spiriti" a Toscolano Maderno. Qui sbarcate le merci e caricatele a basto di mulo, salivano per il ripido sentiero di Cecina inoltrandosi furtivamente oltre la linea doganale eludendo così la vigilanza della Regia Guardia di Finanza. Noto è pure il caso a fine secolo, del brigadiere del Casello di Gargnano che recandosi, senza armi e in abiti civili, a Bollone per compiere le indagini sul traffico illecito di confine, creò un caso diplomatico tra i due Paesi[54].

Nel 1903 una forte scossa di terremoto fu avvertita al Casello di Gargnano passata la mezzanotte del 30 al 31 maggio producendo dei danni lievi alla struttura senza pregiudicarne l'operatività mentre riferirono i militari che passò inosservata la scossa principale delle 8 e trenta del 29 maggio[55].

L'alpinista austriaco Hans Reinl e il Campanile Caplone[modifica | modifica wikitesto]

Hans Reinl è stato uno dei più dotati alpinisti austriaci della sua epoca per tecnica, numero e qualità delle vette scalate. Nato il 26 agosto 1880 a Franzensbad in Boemia, figlio di un medico termale, compì i suoi studi ginnasiali e l'università a Leoben laureandosi in ingegneria mineraria e metallurgia, successivamente per motivi professionali risiedette a Bad Ischl. Espletato il servizio militare obbligatorio si impiegò nelle miniere di sale di Hallstatt e nel 1907 sposò Ida Schedlováe, dalla quale il 9 luglio 1908, ebbe due gemelli: Harald, che diventò un noto regista cinematografico, e Kurt.

"Fin dalla giovinezza Hans fu attratto dalle montagne, era forte fisicamente e testardo, aveva una personalità energica e dotato di coraggio", così lo descrisse la nipote Roswitha Oberwalder in una biografia del nonno. I suoi compagni di roccia furono i talentuosi Paul Preuss, detto la "meraviglia dell'arrampicata", Günther von Saar, Wolf von Glanwell, Leo Petritsch, Karl Greenitz, E.T. Comton, Georg ("Irg") Steiner, il primo a salire il muro sud del Hoher Dachstein all'inizio del XX secolo.

Furono quelli dei primi Novecento gli anni delle sfide orgogliose tra questi giovani rocciatori, della continua ricerca di una nuova tecnica di scalata e di un miglior approccio mentale con la montagna, più rispettoso della natura dei luoghi incontrati senza l'impiego e l'abbandono sulle pareti di chiodi, corde o staffe. Reinl scalò nella sua carriera sportiva oltre 600 vette o torrioni in tutte le Alpi orientali austriache, nelle Dolomiti trentine e nel massiccio del Brenta, nelle montagne a cornice del Lago di Garda e di Ledro, le Alpi Giulie, l'Ötztaler, Alti Tauri, le Alpi di Berchtesgaden, Tennengebirge, Gesäuse, Höllengebirge e Dachstein.

Il giovane Hans Reinl, in Italia, nella zona del lago di Garda, fu il primo alpinista che il 12 aprile del 1903 scalò in solitaria uno degli speroni rocciosi del Caplone, nominandolo Campanile Caplone, e che consiste probabilmente nel torrione detto Cima Büs de Balì alto 1736 m., dandone poi notizia in una relazione ai Club alpini austriaci e tedeschi nel 1904. Hans Reinl, in questo tipo di scalate, in solitaria e con pochi ausili di salita e discesa, trovò ulteriore stimolo alla sua attività, infatti apparteneva a quella ristretta cerchia di alpinisti sportivi, tra questi il noto Paul Preuss, che cercava la difficoltà, la via più ripida e più elegante per raggiungere la cima; non era più importante raggiungere la vetta ma diveniva importante anche come veniva raggiunta e si discendeva da essa.

Dotato "di una penna agile e un talento per il disegno", scrisse dettagliati rapporti sulle sue imprese che furono pubblicati sulle principali riviste alpine. Come pioniere dello scialpinismo, fondò la nel 1907 il “Goisern Ski and Toboggan Club”.

Hans Reinl, specialista anche dell'arrampicata libera, il 21 agosto del 1904 con S. Bischoff, K. Greenitz scalò la Cima Ceda Orientale (2757 m), cima Alta, nel Massiccio della Tosa per la parete nord-est e il mese successivo, il 21 settembre, scalò il Campanile di Val Montanaia, detto "L'Urlo di pietra", nelle Dolomiti friulane, mentre nel 1906 apri la "via tedesca" sul monte Triglav con Felix König e Karl Domenigg. Il Triglav, "Tricorno" è la vetta più elevata delle Alpi Giulie (2863 m) e della Slovenia. La sua cupola sommitale, che si erge elegante sopra l'ampia parete nord, domina imponente la Val Vrata. A lungo tentata invano, fu scalata il 26 agosto 1778 da Lorenz Willonitzer, Stefan Rožič, Matthäus Kos e Lukas Korošek. La parete nord, larga 3 km. e alta oltre 2000 m., è una delle più grandiose delle Alpi Orientali. Hans Reinl si arrampicò sulle maggiori vette che circondano il lago di Garda e documentò le imprese in un articolo del bollettino del Club alpino di Vienna del 1909[56].

Il 15 giugno 1913 con i fratelli Felix e Anton Steinmaier di Lauffen salì ufficialmente per la prima volta il monte Freyaturm mentre nel settembre con Paul Preuss, il più stimato alpinista dell'epoca, e Günter von Saar aprì alcune vie nella catena del monte Gosaukamm nelle Alpi settentrionali.

Dal 1912 al 1915 fu eletto presidente della sezione di Hallstatt del Club alpino tedesco e austriaco uniti. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, dal 1915 al 1918, prestò servizio come tenente sul fronte dolomitico e fu decorato con la "Gran Croce al Merito della Corona". Alla fine del conflitto riprese il proprio lavoro di ingegnere presso le saline.

Morì il 3 aprile del 1957 per arresto cardiaco.

I patrioti Cesare Battisti e Tullio Marchetti[modifica | modifica wikitesto]

Cesare Battisti, spinto dai suoi studi geografici e sociologici ma probabile anche per fini spionistici a sostegno dell'Italia[57], visitò la Val Vestino nel 1908. Da Bondone sali la mulattiera fino a Bocca di Valle per poi scendere a Persone, Turano e Moerna. Nella sua «Guida delle Giudicarie» del 1909, dopo aver raccolto informazioni tra gli anziani del posto, scrive tra l'altro: «Valvestino è una Valle che fa parte del Trentino e, quindi, dell’Austria. Allorché, nel 1860, si venne alla delimitazione dei confini fra Austria e Italia, la prima lasciò ai paesi della Valvestino il diritto d’opzione; ed essi dichiararono fedeltà al governo austriaco». Battisti definì tra l'altro la posizione di Armo la migliore della Valle e contribuì ulteriormente allo studio sociologico sulla Val Vestino con uno scritto sull'attività tipica dei carbonari e la loro migrazione temporanea in Alta Italia e in Europa edita da «Il Popolo» a Trento nell'aprile del 1913[58].

La zona, come tutto il Trentino sud occidentale, suscitò in quegli anni una notevole e particolare curiosità investigativa da parte delle autorità militari italiane e, così nel 1911, fu nuovamente percorsa e scrutata, sotto le mentite vesti di un alpinista per ovviare alla naturale diffidenza dei locali agli estranei o a quella della gendarmeria, dall'ufficiale degli alpini e agente del servizio segreto, Tullio Marchetti, trentino di Bolbeno, con l'intento di documentarsi sulla morfologia dei luoghi, lo sviluppo delle strade di comunicazioni tra la riviera gardesana e le Giudicarie, la logistica, la tattica e attivare una possibile rete informativa lungo la linea di operazioni in vista di un probabile conflitto con l'Austria. Così predispose negli anni una serie di monografie a carattere geografico-militare, su varie aree montuose e sulle linee delle possibili operazioni militari anche la Val di Sole, di Non, le Giudicarie e il basso Sarca con schizzi annessi, che vennero trasmesse al Comando del Corpo di Stato Maggiore di Roma. In uno scritto privato degli anni '50 del secolo scorso defenì ironicamente Magasa "una metropoli" vista la sua esigua popolazione.

Sulla base di queste informative, nei mesi precedenti lo scoppio della prima guerra mondiale del 1915, lo Stato maggiore del Regio esercito in due riunioni tenute a Verona e a Brescia confermò l'intenzione di "eliminare il saliente della Val Vestino" dalla presenza di truppe austriache. Difatti con l'inizio del conflitto, il 25 maggio, Moerna fu prontamente occupata dalla fanteria del Regio Esercito italiano proveniente dal monte Manos e da Capovalle. Al seguito della truppa vi era il noto scrittore Mario Mariani, corrispondente di guerra del quotidiano Il Secolo che scriveva: "Quando il sole era già alto la batteria raggiungeva la frontiera. I pali austriaci erano già stati rovesciati. Un bersagliere ciclista che tornana d'oltre confine gridava passando e pedalando a rotta di collo per salite ripide e voltate al ginocchio: "Il mio plotone è a Moerna, gli austriaci scappano". La colonna rispondeva: "Viva l'Italia!"[59]. Nel dicembre 1916 vi transitò, proveniente da Capovalle, anche il re Vittorio Emanuele III in ispezione alle linee fortificate della Val Vestino.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Stemma di Magasa

Il Comune di Magasa dal 1990 circa si è dotato di uno stemma non ufficiale, ossia non approvato dall'Ufficio Onorificenze e Araldica pubblica del Dipartimento del Cerimoniale di Stato della Presidenza del Consiglio dei ministri. In esso è rappresentato un edificio caratteristico del luogo, il fienile con copertura in paglia di frumento di Cima Rest e la testa di un capriolo.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Incoronazione della Vergine con San Giovanni Battista, Sant'Antonio abate e San Lorenzo di Francesco Savanni, 1763, Chiesa di Sant'Antonio Abate
Processione del Corpus Domini nel 2007
  • Chiesa di Sant'Antonio Abate, fu edificata su una chiesa preesistente nel XVI secolo circa e vi si festeggia il Santo Patrono il 17 gennaio. L'altare maggiore ha una pregevole pala dedicata all'Incoronazione della Vergine con San Giovanni Battista, Sant'Antonio abate e San Lorenzo ed è opera del pittore bresciano Francesco Savanni che la eseguì nel 1763 per incarico dell'abate magasino don Giovanni Maria Zeni. Un'altra pala presenta la "Madonna del Rosario" e fu dipinta dal pittore veronese Bartolomeo Zeni di Bardolino. Altro dipinto è quello raffigurante la "Madonna delle Grazie" che fu donata alla comunità di Magasa dal conte Carlo Ferdinando Lodron che, nel 1714, la fece dipingere a Roma copiando da un quadro di San Luca. La cantoria dell'altare maggiore è in legno intagliato, dorato e dipinto. L'autore intagliatore è valsabbino, seconda metà del XVIII secolo ed è attribuita ai Boscaì da Panteghini[60]. Sopra la cantoria vi è un affresco del 1926 opera del pittore trentino Metodio Ottolini di Aldeno. L'organo ha diciassette registri, è di autore ignoto, fu comperato circa un secolo fa dalla chiesa di S. Martino di Gargnano.
  • La chiesa di San Lorenzo a Cadria festeggia il patrono il 10 agosto. Per alcuni fu edificata dai Longobardi sicuramente fu restaurata nel 1547.
  • La chiesetta alpina di Cima Rest consacrata alla Madonna della Neve, patrona della Val Vestino. È stata inaugurata il 7 agosto del 1982 e si festeggia la prima domenica di agosto.
Altopiano di Denai e sullo sfondo il Monte Tombea

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

  • Fienili di Cima Rest. Caratteristica principale di Magasa sono i fienili in pietra con tetto a struttura lignea, aguzzo e con falde molto acclivi, ricoperto con fasci sovrapposti di steli di frumento coltivato in altura (la paglia del grano coltivato in pianura marcisce). Queste tipiche architetture rurali sono ancor oggi visibili sugli altipiani di Cima Rest e di Denai. I fienili sono i tipici edifici rustici dei contadini valvestinesi. Sono utilizzati al primo piano come ricovero degli animali, per la lavorazione del formaggio e la relativa momentanea conservazione, al secondo piano come deposito del foraggio. Secondo alcuni ricercatori questo metodo costruttivo è molto antico: per il prof. Brogiolo, noto archeologo, esso può essere fatto risalire alla dominazione romana, mentre per il prof. Alwin Seifert, architetto tedesco, fu introdotto dai Goti o dai Longobardi. Fatta eccezione per alcune vaghe rassomiglianze riscontrate negli anni sessanta del secolo scorso nel nord Italia e in Ungheria, non si ha notizia di costruzioni uguali o simili nelle Alpi[61].
  • Osservatorio astronomico. L'osservatorio è situato in località Corva a Cima Rest ad una altezza di circa 1300 metri. Fu edificato verso l'anno 2000 su iniziativa dell'Associazione Astrofili di Salò e del Comune di Magasa che mise a disposizione i primi fondi e il terreno.
  • Museo etnografico della Valvestino. Il museo della civiltà contadina di proprietà del Comune di Magasa è allestito nell'antico fienile del defunto Americo Stefani, contadino nativo di Magasa vissuto nel XX secolo. Conserva al suo interno in un'ordinata, semplice ma esaustiva esposizione vetusti attrezzi di lavoro agricoli, adoperati fino a pochi decenni fa nei campi e nei prati di Magasa e Cadria. Così ingegnose slitte per il trasporto del fieno, falci fienaie, strumenti caseari e per la lavorazione del legno, testimoniano la vita dura e operosa di molte generazioni di agricoltori e boscaioli.
Magasa e altipiano di monte Denai visti dalla Rocca Pagana
Mulino ad acqua di Magasa
  • Mulino ad acqua del Somalàf e la "calderöla". Il mulino si trova nei pressi del corso del torrente Magasino in località Somalàf posto al di sotto dell'abitato di Magasa. Oggi è stato trasformato in una abitazione rustica, ma in passato funzionò al servizio della Comunità per la macina del frumento che veniva coltivato nella campagna circostante il paese. Il movimento della ruota in legno era generato la forza dell'acqua del ruscello denominato "Acqua delle Febbre". Ultimo mugnaio è stato Angelo Mazza Scarpèt che poi, verso il 1970, vendette l'edificio ad un acquirente della Riviera gardesana. Nei pressi del mulino a poche centinaia di metri si trova la marmitta dei giganti chiamata localmente "calderöla" formata dallo scorrimento erosivo del torrente Magasino. A causa dell'erosione del terreno circostante, non è più possibile avvicinarsi alla marmitta.
  • La vecchia "Calchèra". Il semicerchio di sassi biancastri, in parte crollati, incassato nel terreno ed aperto su di un lato, è quanto rimane di questa vecchia "calchèra", cioè una fornace per la produzione della calce costruita in località Calsine nel secolo scorso dalla famiglia Venturini lungo la mulattiera che sale dall'abitato di Magasa. Per la sua costruzione sono stati usati soprattutto blocchi di roccia calcarea, resistenti alle alte temperature (900 gradi) che si raggiungevano durante la "cottura" dei sassi. Ogni ciclo di produzione richiedeva molte tonnellate di sassi di calcare escavati nelle vicinanze, altrettante di fascine di legna per il fuoco e di acqua. In fondo, in corrispondenza del foro da cui sarebbe stata continuamente alimentata, veniva posta la legna. Sopra venivano poi accumulati i sassi calcarei per tutta l'altezza della calchèra. Il tutto era infine ricoperto da uno strato di argilla o terra con fori di sfiato. La cottura durava circa una settimana ed era controllata notte e giorno: una volta conclusa, si attendeva per alcuni giorni, il raffreddamento del materiale. Scoperchiando la calchèra, i sassi ormai trasformati in calce viva, venivano estratti con spessi guanti o con il badile. Il processo di lenta cottura in assenza di ossigeno, aveva trasformato il carbonato di calcio in ossido di calcio, estremamente caustico, la calce viva. Quest'ultima mescolata con l'acqua derivata in canale dal vicino rio, si sarebbe trasformata nella "calce spenta", che un tempo aveva molteplici utilizzi. Innanzi tutto mescolata alla sabbia come legante in edilizia, ma anche, aspersa sulle pareti di case e delle stalle, come imbiancante dalle proprietà fortemente disinfettanti.
  • La pratica delle carbonaie. Sul montagne del Comune sono presenti numerose e antiche aie carbonili simbolo di una professione ormai scomparsa da decenni. Quella della carbonaia, pojat in dialetto locale, era una tecnica molto usata in passato in gran parte del territorio alpino, subalpino e appenninico, per trasformare la legna, preferibilmente di faggio, ma anche di abete, carpino, larice, frassino, castagno, cerro, pino e pino mugo, in carbone vegetale. I valvestinesi erano considerati degli esperti carbonai, carbonèr così venivano chiamati, come risulta anche dagli scritti di Cesare Battisti[63][64]. I primi documenti relativi a questa professione risalgono al XVII secolo, quando uomini di Val Vestino richiedevano alle autorità della Serenissima i permessi sanitari per potersi recare a Firenze e a Venezia. Essi esercitarono il loro lavoro non solo in Italia ma anche nei territori dell'ex impero austro-ungarico, in special modo in Bosnia Erzegovina, e negli Stati Uniti d'America di fine Ottocento a Syracuse-Solvay[65]. Nonostante questa tecnica abbia subito piccoli cambiamenti nel corso dei secoli, la carbonaia ha sempre mantenuto una forma di montagnola conica, formata da un camino centrale e altri cunicoli di sfogo laterali, usati con lo scopo di regolare il tiraggio dell'aria. Il procedimento di produzione del carbone sfrutta una combustione imperfetta del legno, che avviene in condizioni di scarsa ossigenazione per 13 o 14 giorni[66]. Queste piccole aie, dette localmente ajal, jal o gial, erano disseminate nei boschi a distanze abbastanza regolari e collegate da fitte reti di sentieri. Dovevano trovarsi lontane da correnti d'aria ed essere costituite da un terreno sabbioso e permeabile. Molto spesso, visto il terreno scosceso dei boschi, erano sostenute da muri a secco in pietra e nei pressi il carbonaio vi costruiva una capanna di legno per riparo a sé e alla famiglia. In queste piazzole si ritrovano ancor oggi dei piccoli pezzi di legna ancora carbonizzata. Esse venivano ripulite accuratamente durante la preparazione del legname[67]. A cottura ultimata si iniziava la fase della scarbonizzazione che richiedeva 1-2 giorni di lavoro. Per prima cosa si doveva raffreddare il carbone con numerose palate di terra. Si procedeva quindi all'estrazione spegnendo con l'acqua eventuali braci rimaste accese. La qualità del carbone ottenuto variava a seconda della bravura ed esperienza del carbonaio, ma anche dal legname usato. Il carbone di ottima qualità doveva "cantare bene", cioè fare un bel rumore. Infine il carbone, quando era ben raffreddato, veniva insaccato e trasportato dai mulattieri verso la Riviera del Garda per essere venduto ai committenti. Di questo carbone si faceva uso sia domestico che industriale e la pratica cadde in disuso in Valle poco dopo la seconda guerra mondiale soppiantato dall'uso dell'energia elettrica, del gasolio e suoi derivati [68].

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[69]

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Magasa
Il campanile di Magasa del 1700

Manifestazioni[modifica | modifica wikitesto]

Festa del Formaggio[modifica | modifica wikitesto]

La Festa del Formaggio fu istituita dal Comune di Magasa nel 1979 con lo scopo di promuovere la produzione e la vendita del formaggio d'alpeggio, il rinomato "Tombea". La festa si tiene la seconda domenica del mese di settembre, in concomitanza con la fine della stagione dell'alpeggio, sull'altipiano di Cima Rest.

Festa alpina[modifica | modifica wikitesto]

Si tiene la prima domenica di agosto: a Cima Rest per la messa presso la chiesetta alpina, a Magasa presso la Sede in località Pià per il convivio fra iscritti alla sezione e ospiti.

Festa patronale di San Lorenzo[modifica | modifica wikitesto]

Si tiene a Cadria il 10 agosto: messa, distribuzione, secondo l'antico Legato Pio, di un quarto di vino e un pane a tutti i presenti e pranzo in piazza.

Distribuzione del sale[modifica | modifica wikitesto]

10 agosto 2004. Il cardinale Crescenzio Sepe celebra la messa nella chiesa di San Lorenzo

La distribuzione di un chilogrammo di sale ad ogni abitante maggiorenne residente di Magasa e Cadria avviene nel mese di febbraio e trae la sua origine dalle disposizioni contenute nel Legato Dispensa Sale fondato, in un anno imprecisato di secoli fa, da benefattori Magasini. Questi, in punto di morte, spinti da uno spirito cristiano, misero a disposizione della collettività i propri averi, consistenti in beni immobili da affittare o somme di denaro da investire, per finanziare l'acquisto del sale, bene allora preziosissimo e di difficile reperimento, da distribuirsi poi, gratuitamente, ad ogni residente della comunità. In compenso gli abitanti dopo la scomparsa del benefattore dovevano onorare la sua memoria con la recita di preghiere e la celebrazione di Sante Messe.

Sacri Tridui[modifica | modifica wikitesto]

L'apparato dei Tridui nella chiesa di Magasa

I Tridui sono una festa religiosa consistente in tre giorni del mese di gennaio dedicati alla celebrazione dei morti della comunità. Secondo lo storico bresciano mons. Paolo Guerrini, le origini di questa tradizionale commemorazione nella provincia di Brescia risalgono al 1727, quando i frati francescani Osservanti del convento di San Giuseppe di Brescia celebrarono tre giorni a suffragio delle vittime della guerra di successione spagnola che furono numerose nelle battaglie di Chiari[70] (1701) e di Calcinato[71] (1706). A Magasa i Tridui furono introdotti, in un anno imprecisato collocabile tra il 1744 e il 1755, dal sacerdote magasino don Giovanni Bertola (1722-1794) che fu per circa vent'anni parroco di Capriano del Colle e dal noto professor Pietro Angelo Stefani direttore del seminario Lodron di Salò. Oggi, i Tridui, con l'apparato di candele detto "Macchina" si celebrano nel bresciano solamente a Vesio di Tremosine, Borno, Castenedolo, Gussago, Lonato, Mura, Ome, Tavernole sul Mella, Rodengo-Saiano e Borgo Poncarale.

Canto della Stella[modifica | modifica wikitesto]

Il canto della Stella è un'antica tradizione tipica non solo di Magasa ma anche di molte zone dell'Italia settentrionale e, più generalmente, dell'arco alpino. La sera del 5 gennaio, nel giorno della festa dell'Epifania, dopo la santa messa, un coro di paesani, una ventina di persone circa, preceduto dai raffiguranti i tre re magi e il portatore della stella, un manufatto di legno rivestito di carta raffigurante appunto la stella cometa, si avvia dalla piazzetta antistante la chiesa e attraversando quasi tutte le stradine del centro storico canta le tradizionali canzoni natalizie del luogo annunciando alla popolazione l'arrivo dei re magi alla grotta di Betlemme. Per alcuni tale tradizione sembra risalire alla metà del Cinquecento, nel pieno della Controriforma.

Biblioteca comunale "Dottor Giuliano Venturini"[modifica | modifica wikitesto]

La biblioteca comunale di Magasa è dedicata alla memoria di Giuliano Venturini, vissuto nel corso dell'Ottocento che fu medico, patriota, scrittore e sindaco di Magasa.

Gruppo degli alpini[modifica | modifica wikitesto]

Il gruppo ANA di Magasa-Valvestino fu costituito il 21 novembre 1937 dal sottufficiale della Divisione alpina "Julia", Ermenegildo Venturini, caduto nella ritirata di Russia nel gennaio del 1943.

Sciolto, fu ricostituito nel 1950. Nel 1951 fu benedetto il secondo gagliardetto e nel 1966 si inaugurò in piazza Valle il monumento dedicato a tutti i Caduti della prima e seconda guerra mondiale. L'opera migliore, oltre al circolo degli Alpini in località Pià, resta senza dubbio la chiesetta alpina a Cima Rest inaugurata il 1º agosto 1982 e dedicata "A chi sofferse per la Libertà". Questa costruita in granito è l'orgoglio degli alpini di Magasa e del gruppo di Valvestino che contribuirono volontariamente alla sua edificazione.

Nell'agosto del 1993, durante la tradizionale "Festa degli alpini", fu conferito con una solenne cerimonia a Cima Rest il premio nazionale "Fedeltà alla Montagna" all'artigliere da montagna Silvio Tedeschi di Droane del gruppo di Valvestino. Questo premio è la più importante e significativa manifestazione associativa dell'ANA inferiore solamente all'Adunata Nazionale e viene assegnato a quegli ex alpini che vivono e lavorano in montagna con dedizione e fedeltà.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
1948 1960 Giuseppe Zeni lista civica Sindaco
1960 1964 Angelo Gamba lista civica Sindaco
1964 1965 Andrea De Rossi Commissario prefettizio
1965 1972 Fioravante Gottardi lista civica Sindaco
1972 1975 Dino Venturini lista civica Sindaco
1975 1980 Antonio Zeni lista civica Sindaco
1980 1991 Evaristo Venturini lista civica Sindaco
1991 1999 Giorgio Venturini lista civica Sindaco [72]
1999 2000 Zaira Romano Commissario prefettizio
2000 2010 Ermenegildo Venturini lista civica Sindaco
2010 in carica Federico Venturini lista civica Sindaco

Proposta di riaggregazione al Trentino-Alto Adige[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Progetti di aggregazione di comuni italiani ad altra regione e Progetti di aggregazione di comuni al Trentino-Alto Adige.
Eventuale posizione del comune di Magasa nella provincia autonoma di Trento

Insieme a numerosi altri comuni in situazioni simili ha richiesto in seguito di essere nuovamente annesso alla provincia di Trento[73]. Nel 2005 il comune ha aderito all'"Associazione dei comuni confinanti" e dal 2007 i due comuni di Valvestino e di Magasa, con l'appoggio di comitati spontanei di cittadini, si sono attivati per l'indizione di un referendum[74].

Nel comune di Valvestino, il 21 e 22 settembre 2008, contemporaneamente al comune di Magasa si è tenuto il referendum per chiedere alla popolazione di far parte integrante della regione Trentino-Alto Adige sotto la provincia autonoma di Trento. Il risultato è stato positivo nonostante l'elevato quorum richiesto dal referendum (maggioranza degli aventi diritto al voto).

Il 7 ottobre 2009 il senatore Claudio Molinari, del Partito Democratico, ha presentato un disegno di legge per il ritorno del Comune di Valvestino e Magasa nella Regione Trentino-Alto Adige.

Il 18 maggio 2010 il Consiglio regionale Trentino-Alto Adige approvava quasi all'unanimità dei votanti una mozione per l'aggregazione alla Regione dei comuni di Magasa, Valvestino e Pedemonte attivando la Giunta per "sollecitare nelle sedi competenti, il tempestivo e positivo esame dei Disegni di legge costituzionale" depositati in Parlamento a Roma[75] e il 14 aprile del 2015 il Consiglio regionale della Lombardia deliberava allo stesso modo approvando la mozione che esprimeva parere favorevole al passaggio al Trentino dei due comuni[76].

L'unico collegamento stradale con il Trentino è piccola mulattiera sterrata che collega le località di Denai, Tombea, Pràa e Bait con Bondone (in Provincia di Trento) ma è percorribile solo a piedi o con automezzi autorizzati. In progetto vi è un traforo stradale che unirà la Valle con quella del Chiese. Senza la costruzione di questo collegamento, il passaggio del comune al Trentino è considerato non attuabile.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Eligendo - Ministero dell'Interno
  2. ^ a b Dato Istat - Popolazione residente al 31 luglio 2021 (dato provvisorio).
  3. ^ Classificazione sismica (XLS), su rischi.protezionecivile.gov.it.
  4. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2017).
  5. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, GARZANTI, 1996, p. 369.
  6. ^ Effettivamente fino a circa il 1970, l'abitato di Magasa era completamente circondato da campi coltivati principalmente a frumento, granoturco e patate. Secondo Arnaldo Gnagna nel suo "Vocabolario topografico-toponomastico della provincia di Brescia", edito nel 1939, derivono pure dal termine "mago" anche due località chiamate Magon, una in Trentino e un podere sito a nord est di Lumezzane Pieve.
  7. ^ L'etimologia è sostenuta da Bartolomeo Venturini in "La leggenda del monte Tombea", conservata presso l'Archivio dell'Accademia degli Agiati di Rovereto, che ipotizza quindi un'origine come villaggio dei Cenomani
  8. ^ Nella provincia di Brescia esiste un luogo detto Prati di Magazzo e una pozza d'acqua piovana con lo stesso nome, siti nella frazione di Gombio appartenente al territorio comunale di Polaveno, e sono situato a 708 metri d'altezza, nelle vicinanze della chiesa dedicata a Santa Maria del Giogo, che è posta a cavallo tra il lago d'Iseo e la Val Trompia.
  9. ^ Renzo Ambrogio, Nomi d'Italia. Origine e significati dei nomi geografici e di tutti i comuni, 2006.
  10. ^ Mogetius era pure il nome di un dio gallico conosciuto tramite due iscrizioni una in Francia e l'altra in Austria. Egli sembra essere una divinità marziale, come dimostra il suo legame con il romano Marte.
  11. ^ C. Marcato, Dizionario di Toponomastica, Torino, 1990.
  12. ^ Da questo termine deriverebbe il toponimo delle città di Magonza, Nimega in Germania; Magenta, Maslianico, Magadino, Masnago, Musadino e Magada in Italia.
  13. ^ Mario Grammatica, Piemonte: genti e linguaggi antichi, Gorla Maggiore, 1974.
  14. ^ Gianpaolo Zeni, Al servizio dei Lodron, Comune e Biblioteca di Magasa, Bagnolo Mella, 2007.
  15. ^ Parrocchia di San Floriano in Storo. Inventario dell'archivio storico (1356-2004), a cura di Cooperativa Koinè, Provincia autonoma di Trento. Soprintendenza per i beni librari e archivistici, 2008.
  16. ^ Vito Zeni, La valle di Vestino - Appunti di storia locale, Fondazione Civiltà Bresciana 1993.
  17. ^ Alberto Pattini, La liberazione del popolo della Valli di Non e di Sole contro Napoleone nel 1796-1797, ed. Temi, 1997.
  18. ^ a b Domenico Gobbi, Pieve e capitolo di Santa Maria di Arco, codice diplomatico sec. XII-XV, Biblioteca Cappuccini di Trento, Trento 1985.
  19. ^ Maria Cristina Belloni, Negli archivi di Innsbruck (1145-1284), Provincia di Trento, 2004.
  20. ^ Archivio storico di Riva del Garda, Regesti-documenti, capsa III e IV.
  21. ^ Pierpaolo Brugnoli, Casa Capetti ora Borghetti a Prognol di Marano di Valpolicella, in Annuario Storico della Valpolicella, pp. 133-148, 2005.
  22. ^ Elena Favaro, L'Arte dei pittori in Venezia e i suoi statuti, 1975.
  23. ^ Giuseppe Ippoliti e Angelo Maria Zatelli, Archivi Principatus Tridentini regesta, sectio latina (1027-1777), pag.203-204, Trento 2001.
  24. ^ Franco Bianchini, Le pergamene dell'archivio parrocchiale di Praso, in Judicaria n. 88, pag. 128, Tione di Trento, aprile 2015.
  25. ^ Archivio Trentino, volume 27-29, pagina 71, Trento 1912.
  26. ^ Maria Odorizzi e Renata Tomasoni, in Famiglia Consolati e famiglia Guarienti. Inventario dell'archivio (1239-1956), Provincia autonoma di Trento. Soprintendenza per i beni culturali, Trento 2016.
  27. ^ Archivio del Principato vescovile di Trento, sezione latina, SLC08N042_01.
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  32. ^ U. Raffaelli, Tradizioni popolari e dialetti nel Trentino. L'inchiesta post-napoleonica di Francesco Lunelli (1835-1856), Edizioni U.C T. Trento, 1986.
  33. ^ A. Zuccagni Orlandini, Corografia fisica, storica e statistica dell'Italia e delle sue isole, corredata di un atlante, di mappe geografiche e topografiche, e di altre tavole illustrative di Attilio Zuccagni-Orlandini. Italia superiore o settentrionale. 3, Frazioni territoriali italiane incorporate nella Confederazione elvetica. Parte III, volume 7, Firenze, 1840, pp. 176 e 177.
  34. ^ A. Zuccagni Orlandini, Corografia fisica, storica e statistica dell'Italia e delle sue isole, corredata di un atlante, di mappe geografiche e topografiche, e di altre tavole illustrative di Attilio Zuccagni-Orlandini. Italia superiore o settentrionale. 3, Frazioni territoriali italiane incorporate nella Confederazione elvetica. Parte III, volume 7, Firenze, 1840, pp. 9, 176, 177, 223 e 224.
  35. ^ "Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862", 1863.
  36. ^ M. Cardillo, Onore al Soldato Napoletano, Vol.2, 2018.
  37. ^ Il Faro giornale politico, letterario e commerciale, gennaio 1862.
  38. ^ G. Bourelly, Il brigantaggio dal 1860 al 1865, 2013.
  39. ^ C. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno: Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, 2019
  40. ^ M. Cardillo, Gli sbandati delle due Sicili, 2019.
  41. ^ A. Zuccagni Orlandini, Corografia fisica, storica e statistica dell'Italia e delle sue isole, corredata di un atlante, di mappe geografiche e topografiche, e di altre tavole illustrative di Attilio Zuccagni-Orlandini. Italia superiore o settentrionale. 3, Frazioni territoriali italiane incorporate nella Confederazione elvetica. Parte III, volume 7, Firenze, 1840, pp. 223 e 224.
  42. ^ "Caccia e tiri", Milano 2 gennaio 1896.
  43. ^ Bollettino Ufficiale del Ministero Agricoltura e Foreste.
  44. ^ V. Zeni, "La Valle di Vestino, appunti di storia locale", a cura della Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia, 2003, pag. 55.
  45. ^ Camera di Commercio e Industria di Rovereto, ed. Grandi, pag. 8 e 9, 1902.
  46. ^ G. Boccingher, Palazzo Lodron-Montini a Concesio. La casa dove nacque San Paolo VI, 2020, pag.230.
  47. ^ Ministero delle Finanze, "Relazione sul servizio dell'amministrazione delle gabelle. Esercizio 1886-1887", Roma, 1888.
  48. ^ Claudio Fossati, Peregrinazioni estive -Valle di Vestino-, in "La Sentinella Bresciana", Brescia 1894.
  49. ^ "Bolettino ufficiale del Corpo della Regia Guardia di Finanza, Roma, 1994, pag. 50.
  50. ^ "Bolettino ufficiale del Corpo della Regia Guardia di Finanza, Roma, 1994, pag. 471.
  51. ^ "Bolettino ufficiale del Corpo della Regia Guardia di Finanza, Roma, 1994, pag. 470.
  52. ^ Donato Fossati, Storie e leggende, vol. I, Salò, 1944.
  53. ^ Andrea De Rossi, L'astrologo di Gaino, in "Periodico delle Parrocchie dell'Unità pastorale di Maderno, Monte Maderno, Toscolano", gennaio 2010.
  54. ^ Società italiana per l'organizzazione internazionale, La prassi italiana di diritto internazionale, 1979, pag. 1170.
  55. ^ Ufficio centrale di Mmteorologia e geofisica, Notizie sui terremoti osservati in Italia, Roma, 1903, pag. 286.
  56. ^ Rivista mensile, vol.28 e 29, 1909.
  57. ^ Cesare Battisti, deputato di Trento al Parlamento di Vienna entrò ufficialmente nel Servizio Informazioni Militari del Regio Esercito nell’aprile del 1913 quando il Regno d’Italia era legato all’Austria e Berlino dalla Triplice Alleanza. Lo ha scritto nel novembre del 1931, anno X dell’Era Fascista, il generale Tullio Marchetti di Bolbeno, uno dei fondatori del SIM, sulla rivista «Trentino» e lo ripubblicò tre anni più tardi nel libro «Luci nel Buio».
  58. ^ C. Battisti, I carbonari di Val Vestino, «Il Popolo», aprile 1913.
  59. ^ Mario Mariani, Giorni di sole. Ricordi della nostra avanzata in Trentino, in Il Secolo XX, 1915.
  60. ^ Marialisa Cargnoni, Boscaì: i Pialorsi di Levrange e l'arte dell'intaglio nella Valle Sabbia, 1997.
  61. ^ Articolo del Corriere della Sera del 28 settembre 1994
  62. ^ John Ball, The Alpine guide, 1866, pagina 485. John Ball sostò a Magasa poco prima del 1866 proveniente da Storo, Valle Lorina e diretto a Gargnano. Descrisse dettagliatamente questo percorso di importanza floristica nella sua celebre Guida Alpina.
  63. ^ C. Battisti, I carbonari di Val Vestino, «Il Popolo», aprile 1913.
  64. ^ Storia della lingua italiana, Volume 2, 1993.
  65. ^ G. Zeni, En Merica. L'emigrazione della gente di Magasa e Val Vestino in America, Cooperativa Il Chiese, Storo, 2005.
  66. ^ Studi trentini di scienze storiche, Sezione prima, volume 59, 1980.
  67. ^ A. Lazzarini, F. Vendramini, La montagna veneta in età contemporanea. Storia e ambiente. Uomini e risorse, 1991.
  68. ^ F. Fusco, Vacanze sui laghi italiani, 2014, pagina 169.
  69. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  70. ^ Il 1º settembre 1701 il principe Eugenio di Savoia al comando di truppe imperiali sconfisse i francesi del maresciallo Nicolas de Catinat de La Fauconnerie.
  71. ^ Il 17 aprile 1706 il generale francese Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme sconfisse il principe Eugenio di Savoia.
  72. ^ Primo sindaco ad elezione diretta.
  73. ^ A sostegno della richiesta si considerano la prima bozza dello Statuto provinciale del Trentino, del 1945, nella quale nei confini della costituenda "regione Tridentina" sarebbero stati ricompresi anche i comuni di Valvestino e di Magasa. I due comuni sono inoltre sottoposti alla giurisdizione trentina per il catasto e per i procedimenti giudiziari.
  74. ^ "Via libera al referendum", articolo del Corriere della Sera del 14 giugno 2008; Bruno Festa, Passaggio al Trentino? Via libera al referendum, articolo del quotidiano "Bresciaoggi" del 14 giugno 2008; Magda Biglia, Provincia di Brescia addio: due comuni al referendum per tornare sotto Trento e La fuga in massa frenata dalla Regione, articoli del quotidiano "Il Resto del Carlino" del 14 giugno 2008; decreto del Presidente della Repubblica.
  75. ^ Cristian Zurlo, Comuni veneti in Trentino, il confronto in Regione, articolo del quotidiano online "La voce del NordEst.it", 19 maggio 2010.
  76. ^ Valvestino e Magasa verso il Trentino, articolo online di "GardaPost.It del 15 aprile del 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bruno Festa, Boschi, fienili e malghe - Magasa tra il XVI e il XX secolo, Grafo edizioni, Brescia 1998.
  • Nicola Gallinaro ed Elio Della Ferrera, Terra tra due laghi, Consorzio Forestale della Valvestino, Sondrio 2004.
  • Grazia Maccarinelli, Voci di Valvestino - Le donne raccontano..., Biblioteche Comunali di Magasa e Valvestino, Arco 2003.
  • Gianpaolo Zeni, "En Merica!" - L'emigrazione della gente di Magasa e Val Vestino in America, Comune e Biblioteca di Magasa, Bagnolo Mella 2005.
  • Gianpaolo Zeni, La guerra delle Sette Settimane. La campagna garibaldina del 1866 sul fronte di Magasa e Val Vestino, Comune e Biblioteca di Magasa, Bagnolo Mella 2006.
  • Vito Zeni, La valle di Vestino - Appunti di storia locale, Fondazione Civiltà Bresciana 1993.
  • Gianpaolo Zeni, Al servizio dei Lodron. La storia di sei secoli di intensi rapporti tra le comunità di Magasa e Val Vestino e la nobile famiglia dei Conti di Lodrone, Comune e Biblioteca di Magasa, Bagnolo Mella 2007.
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  • Paolo Guerrini, Le origini dei Sacri Tridui, in "Brixia Sacra", anno X, 1919.
  • G. Lonati, L'opera benefica del Conte Sebastiano Paride di Lodrone nella Riviera di Salò, Tipografia Apollonio, Brescia 1933.
  • Claudio Fossati, Peregrinazioni estive -Valle di Vestino-, in "La Sentinella Bresciana", Brescia 1894.
  • Pietro Spinazzi, Ai miei amici, Genova 1867.
  • C. Festi, Genealogia e cenni storici, cronologici e critici della nobil Casa di Lodrone nel Trentino, Bari 1893.
  • I bresciani di Magasa vogliono Trento, articolo del giornale "L'Adige", 16 settembre 2007.
  • Vento di "secessione" sull'Alto Garda, articolo del "Giornale di Brescia", 4 settembre 2007.
  • Brescia, addio per sempre. Torniamo sotto Trento, articolo del giornale "Il Giorno", 30 settembre 2007.
  • Noi con il Trentino. Via al referendum, articolo del "BresciaOggi", 30 settembre 2007.
  • Tarcisio Grandi, Prima Magasa e Pedemonte, articolo di "L'Adige", 27 ottobre 2007.
  • Franco Panizza, I veneti stiano a casa loro. Prendiamo solo la Valvestino, articolo di "L'Adige", 1º novembre 2007.
  • Torniamo in Trentino. Sorto un comitato per il referendum in Valvestino, articolo del "Giornale di Brescia", 1º novembre 2007.
  • Bruno Festa, Un comitato per ritornare in Trentino, articolo di "BresciaOggi, 2 novembre 2007.
  • Bruno Festa, Valvestino, uniti per il referendum. IL CASO. Ieri in Consiglio comunale il «sì» unanime alla consultazione. Manca ormai soltanto la data del voto per l'annessione del Comune al Trentino, articolo di "BresciaOggi", 3 febbraio 2008.
  • Silvia Ghilardi, Valvestino dirotta sul Trentino, il Consiglio dice sì al referendum, articolo del quotidiano "Il Brescia", 5 febbraio 2008, pag. 20.
  • "Fistarol attacca sulla "annessione" dei ladini", articolo del Gazzettino, 27 gennaio 2008.
  • Guardini Laura, Da Brescia al Trentino. Via libera al referendum, articolo del Corriere della Sera, 14 giugno 2008.
  • Cesare Battisti, I carbonari di Val Vestino, in "Scritti politici e sociali", La Nuova Italia, 1966, pag. 397.
  • Cesare Battisti, Il Trentino, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1910.

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