Valle di Scalve

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Valle di Scalve
VDScalve01.JPG
I quattro paesi bergamaschi della valle di Scalve visti dalla Presolana
StatiItalia Italia
RegioniLombardia Lombardia
ProvinceBergamo Bergamo
Brescia Brescia
Località principaliAngolo Terme, Azzone, Colere, Schilpario, Vilminore di Scalve
Comunità montanaComunità montana di Scalve
FiumeDezzo
Superficie171,45 km²
Abitanti6.483 (2019)
Altitudine1508-427 m s.l.m.
Nome abitantiscalvini
Cartografia
Mappa della Valle
Sito web

Coordinate: 46°00′45″N 10°10′48″E / 46.0125°N 10.18°E46.0125; 10.18

La Valle di Scalve è la valle del torrente Dezzo (Vallis Decia in latino e Al de Scalf in bergamasco), tributaria laterale occidentale della Val Camonica. Vilminore è il centro principale della valle; Colere e Schilpario sono famose stazioni di sport invernali.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

È situata nella parte nord-orientale della Provincia di Bergamo (comuni di Azzone, Colere, Schilpario e Vilminore di Scalve) ed in quella nord-occidentale di quella di Brescia (comune di Angolo Terme). A nord essa confina con la Provincia di Sondrio, a nord ovest con la provincia di Brescia attraverso il passo del Vivione al confine col comune di Breno.

Il settore facente parte del comune di Angolo Terme, separato dal resto della falle da una forra, è denominato anche Val d'Angolo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Antichità[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Camuni.

La valle venne colonizzata anticamente dagli antichi Camuni[1], dai quali deriva l'attuale nome.

Come asserito infatti da studiosi quali Daniele Raineri e Michele Grammatica, il termine Scalve deriverebbe dal celtico Skalf, traducibile in fessura, caratteristica riconducibile alla natura della valle stessa che si presenta, a chi risale dalla valle Camonica tramite il corso del torrente Dezzo, come un'angusta fessura tra i monti. A suffragare tale ipotesi vi è il dialetto locale, nel quale la valle è detta Al de Scalf[2].

Dai romani era conosciuta come Vallis Decia (nome derivante dal torrente che la solca, il Dezzo, che nella parlata locale viene chiamato Decc) e veniva sfruttata per le numerose miniere di ferro[1].

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vicinie della Valcamonica.

I secoli successivi videro la zona passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l'intera zona ai monaci di Tours.

La Val di Scalve storicamente fu guelfa grazie a due nobili famiglie locali: i Capitaneo e gli Albrici.[3]

Nel VII secolo inizia la contesa del monte Negrino contro i vicini di Borno. Si concluderà nel XVII secolo.[4]

Nel 1026 i terreni della val di Scalve erano del Vescovo di Bergamo, grazie allo scambio di territori da parte di Ambrogio II.[1]

Nel 1047 Enrico III elegge Darfo a Corte Regia, e permette che gli abitanti della Val di Scalve continuino l'antica usanza di commerciare il ferro dietro pagamento annuale alla corte reale di Darfo di 1000 libbre di ferro, con la pena per i trasgressori di 100 libbre di oro. In tal modo dovette essere residenza di un rappresentante o vicario imperiale.

«In nome della santa ed individua trinità. Enrico (III) con l'aiuto della clemenza divina augusto imperatore dei Romani.

Sia noto all'intelletto dei fedeli della santa chiesa di Dio e nostri, presenti e futuri, che noi, per amore di Dio e per la salvezza dell'anima nostra, concediamo con quest'atto dispositivo ed elargiamo, per quanto è in nostro potere, secondo la giustizia e la legge, a tutti gli uomini che abitano sui monti di Scalve il diritto e la concessione di commerciare e vendere il loro ferro o qualsiasi altra cosa nei territori del nostro impero fino al monte Croce e al monte Bondone.

(Vogliamo che esercitino i loro commerci) senza che nessuno li contrasti o provochi loro molestia e senza il pagamento di nessuna imposta, tranne le mille libbre di ferro che hanno finora portato, secondo il patto, l'usanza e la consuetudine dei loro primi antenati e predecessori, nella nostra reale corte di Darfo e che, conformemente alla legge, devono dare ogni anno.

Nessun duca, marchese, vescovo, conte e nessuna altra persona di alta o bassa condizione del nostro regno osi fare agli abitanti del detto monte di Scalve nessuna violenza e nessuna molestia o osi imporre sovrattasse, o tasse sul commercio o fodro, o osi esigere da loro o dai loro eredi una qualche pubblica imposta diversa da quanto sopra stabilito.

Se qualcuno tuttavia oserà violare in qualsiasi modo gli ordini dovrà pagare 100 libbre di oro fino: metà al tesoro regio e metà agli uomini suddetti o ai loro eredi. Perché questo ordine sia ritenuto veramente autentico e sia osservato da tutti con la dovuta diligenza, mentre lo firmiamo di nostro pugno, diamo ordine che sia contrassegnato con l'impronta del nostro sigillo [...]»

(Enrico III, Monumenta Germaniae Historica[5])

Nel 1109 imperversava in Val di Scalve una banda di saccheggiatori guidata da Alboino degli Alboini di Lozio.[6]

Nel 1179 gli uomini di Scalve ottengono dal vescovo di Bergamo Guala la libertà di ricerca e di estrazione dalle miniere.[7]

Nel 1195 il console di Scalve e il rappresentante delle vicinie, nominati per la prima volta, si recano a Bergamo per richiedere ad un console della città di trasferirsi a Scalve (Vilmaggiore e Vilminore) per delinearne i confini.[7]

Il 6 novembre 1222 la valle è ceduta dal vescovo di Bergamo Giovanni Tornielli e affidata ai Capitaneo. Gli scalvini non accettano l'infeudazione e si ribellano. Il 29 marzo 1231 si ha un accordo nel quale i Capitanei avrebbero ceduto i diritti feudali alla Valle (con alcune eccezioni) la quale non avrebbe imposto fodro, gabelle o dazi ai signori e ai loro discendenti, e avrebbe versato un riscatto di 2.400 lire imperiali, più il canone che i Capitanei dovevano al vescovo di Bergamo.[1]

La Comunità di Scalve aveva due consigli, quello Generale e quello di Credenza, più tutte le vicinie dei vari abitati.

Nel 1372 vennero stilati per ordine dei Visconti di Milano degli statuti di valle.[1]

La valle in prossimità di Schilpario. Sullo sfondo il Monte Sossino e il Pizzo Camino.

Nel 1428 la Comunità di Scalve chiese ed ottenne l'annessione alla Repubblica di Venezia. Per questo ottenne come ricompensa una grande autonomia amministrativa e l'esenzione dalla milizia.[1]

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Capitoli per la riforma del foro ed altri ordini ministeriali per la spettabile Valle di Scalve, 1783

Nel 1586 si riporta che la valle fosse abitata da 13.000 "anime" in 778 famiglie (fuochi), ma le cifre si ritengono gonfiate.[1]

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l'avvento della Repubblica Cisalpina, la comunità venne di fatto smembrata, ed i borghi principali acquisirono la propria autonomia comunale.

Età contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Disastro del Gleno.

Successive modifiche, operate dai vari regimi che si susseguivano nella valle, cambiarono i confini territoriali, ma non intaccarono l'autonomia comunale dei paesi.

Nel 1858 si contavano circa 4000 abitanti.[1]

In epoca recente la prosperità della zona fu garantita dalle sopra citate miniere (le ultime furono chiuse negli anni sessanta del XX secolo e sono oggi visitabili dai turisti): basti dire che nel 1586 la popolazione della Comunità grande di Scalve era stimata in 13000 persone, ovvero oltre il doppio di quella attuale.

Nella storia recente il fatto più importante della storia scalvina è sicuramente il crollo della Diga del Gleno, una tragedia avvenuta il 1º dicembre 1923 e che uccise un gran numero degli abitanti dei comuni della valle.

Trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Accessi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Passo del Vivione e Passo della Presolana.

La Valle di Scalve è interamente percorsa dalla Strada statale 294 della Val di Scalve, che parte da Darfo Boario Terme, in Val Camonica, e risale il corso del torrente Dezzo fino ad arrivare al Passo del Vivione, che la mette in comunicazione con il comune di Paisco Loveno, situato in un'altra valle laterale della Val Camonica; di questa strada è particolarmente notevole la cosiddetta Via Mala bergamasca, ovvero un tratto di circa 8 chilometri (fra Angolo Terme e la località Dezzo di Scalve) in cui essa è stata scavata nella viva roccia di una forra, percorsa da un impetuoso torrente e serrata tra due pareti rocciose dalle quali scendono numerose cascate.

Alla valle si accede anche da Borno (SP 59, che porta nuovamente in Val Camonica) e dal Passo della Presolana (SS 671, che porta in Val Seriana e che costituisce la via più rapida per Bergamo).

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Pattinaggio[modifica | modifica wikitesto]

Schilpario dispone di una pista di pattinaggio nei pressi della pista degli abeti.

Sci di discesa[modifica | modifica wikitesto]

Colere e, in misura minore, Schilpario ospitano delle seggiove e piste di sci di discesa.

Le piste di Colere partono dal monte Ferrante fino alla frazione di Carbonera.

Sci di fondo[modifica | modifica wikitesto]

Schilpario ospita la pista degli abeti, abilitato per competizioni internazionali che si sviluppa per 12 km e dispone d'impianti d'innevamento artificiale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h Storia della Val di Scalve, su scalve.it. URL consultato il 22 aprile 2020.
  2. ^ Ettore Bonaldi, Antica repubblica di Scalve, Clusone, Cesare Ferrari, 1982, p. 19.
  3. ^ Giacomo Goldaniga, La secolare contesa del Monte Negrino tra Scalvini e Bornesi, Artogne, M. Quetti, 1989, p. 30.
  4. ^ Giacomo Goldaniga, La secolare contesa del Monte Negrino tra Scalvini e Bornesi, Artogne, M. Quetti, 1989, p. 7.
  5. ^ Roberto Andrea Lorenzi, Medioevo camuno - proprietà classi società, Brescia, Grafo, 1979.
  6. ^ Giacomo Goldaniga, La secolare contesa del Monte Negrino tra Scalvini e Bornesi, Artogne, M. Quetti, 1989, p. 24.
  7. ^ a b Comune di Scalve, su lombardiabeniculturali.it. URL consultato il 22 aprile 2020.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Approfondimenti

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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