Valvestino

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Valvestino
comune
Valvestino – Stemma Valvestino – Bandiera
Valvestino – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Lombardia-Stemma.svg Lombardia
ProvinciaProvincia di Brescia-Stemma.png Brescia
Amministrazione
SindacoDavide Pace (lista civica) dall'8-6-2009
Territorio
Coordinate45°46′N 10°36′E / 45.766667°N 10.6°E45.766667; 10.6 (Valvestino)Coordinate: 45°46′N 10°36′E / 45.766667°N 10.6°E45.766667; 10.6 (Valvestino)
Altitudine680 m s.l.m.
Superficie31,12 km²
Abitanti176[1] (30-4-2020)
Densità5,66 ab./km²
FrazioniArmo, Bollone, Droane, Moerna, Persone e Turano
Comuni confinantiBondone (TN), Capovalle, Gargnano, Idro, Magasa, Tignale
Altre informazioni
Cod. postale25080
Prefisso0365
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT017194
Cod. catastaleL468
TargaBS
Cl. sismicazona 2 (sismicità media)[2]
Cl. climaticazona F, 3 182 GG[3]
Nome abitantivalvestinesi
Patronosan Giovanni Battista
Giorno festivo29 agosto
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Valvestino
Valvestino
Valvestino – Mappa
Posizione del comune di Valvestino nella provincia di Brescia
Sito istituzionale

Valvestino (Val Vestì in dialetto bresciano) è un comune italiano sparso di 176 abitanti della provincia di Brescia in Lombardia.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Valvestino è situato nella valle omonima, tra la Valle Sabbia e il Lago di Garda. È composto dalle cinque frazioni di Armo, Bollone, Moerna, Persone e Turano. La sede municipale si trova nel paese di Turano. È uno dei nove comuni membri della Comunità Montana Parco Alto Garda Bresciano con sede a Gargnano e il suo territorio comprende la parte nord del lago di Valvestino.

Origini del nome[modifica | modifica wikitesto]

Sull'origine del toponimo Val Vestino esistono varie ipotesi interpretative e secondo il geografo trentino Ottone Brentari[4] la Val Vestino prenderebbe il nome dai monti Vesta[5] e Stino che la chiudono nella parte sud occidentale, mentre per lo storico bresciano monsignor Paolo Guerrini, concordando con Claudio Fossati di Maderno[6], la vuole da Vest: luogo scosceso e boscoso. Altri ricercatori invece sostengono la derivazione da Ve, ossia da quei prati posti di fronte a nord al Molino di Bollone[7] fino alla chiesetta di San Rocco a Moerna e Stino, il monte che sovrasta l'abitato di Moerna[8] e in linea diretta con Ve.

Secondo la linguista Claudia Marcato, il toponimo sarebbe un composto di valle più Vestino, nome locale confrontabile con l'oronimo Vesta, il poleonimo Vestone e altri toponimi lombardi simili, "che sono da ritenere di origine incerta" e richiamano alcuni nomi personali come Vestus, Vestius, Vestonius (e Vestino anche l'etnico Vestini, popolo italico del centro della penisola). Sono in effetti attestati i nomi personali di origine celtica Vistus, Vistalus, Vestonius, Vessonius[9].

Un'ultima ipotesi di Natale Bottazzi, asserisce che l'origine del nome Vestino è ascrivibile alla voce latina “vastus” che significa luogo desolato. Sembra che non vi sia nessuna somiglianza con l'antico popolo dei Vestini stanziati nell'Abruzzo e sottomessi dai Romani nell'89 a.C. anche se alcune analogie sono sorprendenti, tra queste il culto per la dea Vesta, il richiamo al nome del dio umbro Vestico[10], il "dio-libagione" associato al culto della terra dispensatrice di frutti e l'origine dell'etnonimo che secondo alcuni sarebbe formato dalle voci celtiche "Ves" che significa fiume o acqua e da "Tin" che significa paese indicando in tal modo un "paese delle acque", visto che il territorio abruzzese dell'area Vestina è particolarmente ricco di corsi d'acqua e sorgenti, come lo è anche la Val Vestino[11][12]. Curiosa rimane anche la somiglianza con il toponimo della Valle del Vestina sita in Toscana nel comune di Monte San Savino o del comune veronese di Vestenanova.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il leggendario passaggio di papa Alessandro III in Valle nel 1166[modifica | modifica wikitesto]

Un'antica leggenda nata sulla fine del Quattrocento inizio del Cinquecento[13] narra che sul finire del 1166, precisamente nel mese di ottobre, passò sui monti del Bresciano e in Val Vestino il papa Alessandro III, esule da Roma, incalzato dagli imperiali. Questo racconto è stato insistentemente riportato oralmente nei secoli dalla popolazione locale e trascritto, ma ritenuto inattendibile, dai più degli storici, tra questi Cipriano Gnesotti, ecclesiatico storese, nella sue "Memorie delle Giudicarie" del 1700[14].

A Turano di Valvestino si rievoca, nell'ultima domenica del mese, la Festa del Perdono ove ogni persona, pentita e confessata, che abbia visitato la chiesa di San Giovanni Battista, vengono rimesse completamente tutte le colpe, appunto istituita, secondo la tradizione, dal papa Alessandro III riconoscente dell'ospitalità e della protezione dei valligiani prima di riprendere il suo percorso in Val Sabbia. Secondo Attilio Mazza si può supporre che tale Festa del Perdono sia piuttosto da collegare al Perdono d'Assisi del 1216 che si celebra il 2 agosto[15] mentre Cipriano Gnesotti ipotizza che: "cadendo in quest'ultima domenica la Consacrazione della Chiesa Rettorale, nella quale in allora sia concessa una indulgenza per chiamarvi que' popolani a farne l'anniversaria adorazione, e questa si chiama ancora Perdono. Di certo il concorso è grande, e maggiore era tempo fa, quando vi concorreva la milizia nazionale. Bolla di indulgenza non si può mostrare perita, credo, nell'incendio della canonica di Turano"[16]

Del passaggio in Val Sabbia e Val Trompia di Alessandro III le cronache ricordano una lapide murata sulla parete della chiesa di Mura appartenete all'ex pieve di Savallo[17], mentre il 19 aprile 1545 mons. Donato Savallo, rettore di Marmentino ed arciprete della cattedrale di Brescia, ritrova le reliquie insigni che si ritenevano donate da papa Alessandro III transitante per Marmentino fuggendo dall'imperatore Federico Barbarossa, e le colloca devotissimamente sotto l'altar maggiore della chiesa parrocchiale dei SS.Cosma e Damiano. Il papa sembra donò alla Chiesa una ricca pianeta dorata[18][19].

1166, il transito dell'imperatore Federico I Barbarossa[modifica | modifica wikitesto]

Un'antica tradizione orale più volte riportata nei secoli dagli storici, tra questi Cipriano Gnesotti nella sue "Memorie delle Giudicarie" del 1700[20]. e nei rapporti segreti dei provveditori veneti di Salò inviati al Consiglio dei Dieci a Venezia nel 1600[21], racconta che nell'ottobre del 1166 l'imperatore di Germania, Federico I detto il Barbarossa, scese in Italia con il proprio esercito composto da circa 10.000 uomini per la quarta volta con l'intento di strappare all'Imperatore d'Oriente la base che egli manteneva nell'Italia centrale e assoggettare le città ribelli alla politica del Sacro romano impero. Costui, passato per Trento, dopo aver percorso la consueta Valle dell'Adige e vista l'impossibilità di raggiungere Milano data l'ostilità dei Veronesi e dei Castelbarco che avevano sbarrato con ingenti forze la Val Lagarina, espugnato i castelli ghibellini di Rivoli e Appendice, e quella delle città di Brescia e Bergamo, deviò sulla sponda orientale del lago di Garda e imbarcò a Garda i propri armati fino all'approdo di Toscolano.

Qui, guidato dai fedeli conti di Lodrone, feudatari ghibellini, si inerpicò nella Valle del Toscolano, raggiunta la Val Vestino, da Turano salì alla Bocca Cocca e per la mulattiera del monte Cingolo Rosso discese a Lodrone, donde per Bagolino e passo di Croce Domini passò in Valcamonica a Breno e raggiunse così Milano nel mese di novembre. Per alcuni questo passaggio, per altri invece quello di papa Alessandro III avvenuto nello stesso anno nel mese di novembre, sarebbe ricordato da certe lettere incise "in macigno" vicino al luogo denominato Scaletta nel territorio di Bondone presso il monte Cingolo Rosso[22][23][24].

Altri storici non menzionano il fatto, invece, al contrario, tra questi Ludovico Antonio Muratori, sostengono che dalla Valle dell'Adige il Barbarossa ritornò sul suo cammino e puntò al passo del Tonale calando poi nella fedele Valcamonica[25]. Mentre per altri studiosi, i due fatti non sono in contrapposizione fra loro e anzi lecitamente si può supporre per Cipriano Gnesotti un transito breve dell'imperatore passando in Val Vestino con la sola scorta dei Lodron e di poche unità per raggiungere al più presto possibile e in gran segreto Breno, mentre il grosso dell'esercito, vista l'impossibilità di essere traghettato via lago dalle esigue imbarcazioni presenti, un passaggio più lungo a nord nella Valle di Non. delle Giudicarie disposte secondo l'ordine dei tempi, 1786. e nei rapporti segreti dei provveditori veneti di Salò inviati al Consiglio dei Dieci a Venezia nel 1600[21], racconta che nell'ottobre del 1166 l'imperatore di Germania, Federico I detto il Barbarossa, scese in Italia con il proprio esercito composto da circa 10.000 uomini per la quarta volta con l'intento di strappare all'Imperatore d'Oriente la base che egli manteneva nell'Italia centrale e assoggettare le città ribelli alla politica del Sacro romano impero.

Costui, passato per Trento, dopo aver percorso la consueta Valle dell'Adige e vista l'impossibilità di raggiungere Milano data l'ostilità dei Veronesi e dei Castelbarco che avevano sbarrato con ingenti forze la Val Lagarina, espugnato i castelli ghibellini di Rivoli e Appendice, e quella delle città di Brescia e Bergamo, deviò sulla sponda orientale del lago di Garda e imbarcò i propri armati fino all'approdo di Toscolano. Qui, guidato dai fedeli conti di Lodrone, feudatari ghibellini, si inerpicò nella Valle del Toscolano, raggiunta la Val Vestino, da Turano salì alla Bocca Cocca e per la mulattiera del monte Cingolo Rosso discese a Lodrone, donde per Bagolino e passo di Croce Domini passò in Valcamonica a Breno e raggiunse così Milano nel mese di novembre. Per alcuni questo passaggio, per altri invece quello di papa Alessandro III avvenuto nello stesso anno nel mese di novembre, sarebbe ricordato da certe lettere incise "in macigno" vicino al luogo denominato Scaletta nel territorio di Bondone[22][23][24].

Altri storici non menzionano il fatto, invece, al contrario, sostengono che dalla Valle dell'Adige il Barbarossa ritornò sul suo cammino e puntò al passo del Tonale calando poi nella fedele Valcamonica[25]. Quindi sempre per alcuni studiosi, i due fatti non sono in contrapposizione fra loro e anzi lecitamente si può supporre un transito breve dell'imperatore passando in Val Vestino con la scorta dei Lodron e di poche unità per raggiungere Breno, mentre il grosso dell'esercito, vista l'impossibilità di essere traghettato via lago dalle esigue imbarcazioni presenti, un passaggio più lungo a nord nella Valle di Non.

Antichi valvestinesi: testimoni e emigranti[modifica | modifica wikitesto]

L'emigrazione valvestinese nei territori del Principato vescovile di Trento è documentata in atti notarili, già a partire dal XIII secolo, ove i valligiani compaiono come testimoni in compravendite, nelle successioni ereditarie o nelle deliberazioni delle comunità che li ospitavano. Il nome del primo valligiano è attestato in una pergamena del 1202, quando, lunedì 18 novembre, ad Arco di Trento, in un terreno di proprietà dei sacerdoti della Pieve di Santa Maria, un certo diacono Laçari "de Vestino" presenzia come testimone alla vendita di "un fitto annuo di due gallette di frumento corrisposto da Otebono figlio di Marsilio arciere" e l'arciprete della stessa pieve e il presbitero Isacco[26]. Sempre ad Arco, il 21 novembre del 1257, un altro valvestinese, "Odorici de Valvestino" testimonia alla stesura delle ultime volontà di Zavata, figlio del fu Antonio da Caneve[26]. Una compravendita del 17 aprile 1277 avvenuta a Civezzano, nei pressi di Trento, rivela anche in quel luogo una presenza di emigranti di Valle, difatti una certa "domina Bonafemina", moglie del defunto notaio Martino "de Vestino", comprò per 4 lire veronesi un casale agricolo sito a Vallorchia[27].

Nella cittadina di Riva del Garda si stabilì una piccola ma operosa comunità di emigrati. Il 23 febbraio 1371, sotto il porticato del Comune, "Tonolo condam Iohannis de Vestino" riunito in pubblico consiglio con altri cittadini di Riva, su mandato del podestà Giovanni di Calavena per conto di Cansignorio della Scala, vicario imperiale di Verona, Vicenza e della stessa Riva, partecipa all'elezione dei procuratori della comunità. Altro caso è quello di "Antonii sartoris de Vestino condam Melchiorii" che il 12 febbraio 1417 è convocato per l'elezione dei procuratori della comunità rivana nella vertenza con gli uomini di Tenno che si oppongono al pagamento delle collette dei beni posseduti nel loro territorio[28]. Tra il 1400 e il 1500 una forte emigrazione di mano d'opera costituita da mastri muratori, falegnami e lapicidi proveniente dai laghi lombardi interessò Verona e la sua provincia e in special modo la Valpolicella; una parte di questi emigranti era originaria della Val Vestino ed alcuni operarono nell'edificazione di casa Capetti a Prognol di Marano di Valpolicella[29].

Via di Sopra a Magasa, in fondo a destra la Cà dei Pitùr (Casa dei Pittori) probabile domicilio della famiglia d'artisti

A Venezia compare un certo Antonio di Domenico, pittore a tra il 1590 e il 1615. Attestato tra i pittori della Fraglia di Venezia, imparò i primi rudimenti dell'arte pittorica dal padre Domenico detto "Magasa" con il quale si trasferì dapprima nella Riviera di Salò e successivamente nella città lagunare. Poche le notizie biografiche, sconosciuta la produzione artistica anche se è lecito supporre che abbia partecipato ai vari cantieri decorativi dell'edilizia civile di Venezia. Sconosciuto pure è il cognome anche se nei documenti del tempo viene indicato come figlio di Domenico Magasa onde evidenziare l'origine di provenienza della famiglia[30], mentre è ancora oggi visibile la presunta abitazione della famiglia dell'artista, sita in via di Sopra, soprannominata "Casa dei pittori".

Nella Valle del Chiese, a Storo, altri valvestinesi compaiono come testimoni in tre occasioni: il 5 settembre 1356 quando, Pietro fu Bacchino da Moerna, a nome delle comunità di Val Vestino, Bollone e Magasa si accorda con Giovanni fu "Gualengo" e Frugerio fu "Casdole", in qualità di consoli della comunità di Storo, e con altri uomini della suddetta comunità, in merito ai diritti di pascolo sulla cima del monte Tombea; il 3 aprile 1486 Giovanni di Pietro da Moerna e i fratelli Antonio e Zeno Zeni di Magasa sono presenti sulla pubblica piazza quando gli storesi riuniti in pubblica regola costituiscono i loro procuratori pressi il principe vescovo di Trento in relazione a delle decime su terreni incolti; l'8 dicembre del 1491 Antonio di PietroBono e Pietro Porta, ambedue di Moerna, presenziano all'elezione dei procuratori sempre di quella comunità presso il vescovo trentino Uldarico Frundsberg in seguito all'assassinio del capellano Giacomo[31]. Nel piccolo villaggio di Agrone di Pieve di Bono troviamo invece nel giugno del 1536 un certo Cristoforo da Turano che presenzia ad una compravendita tra un privato e il Comune mentre, il 25 marzo del 1591, Domenico Zuaboni di Armo funge da testimone alla "regola" di quella comunità che elabora cinque nuovi regolamenti in materia di pascolo e di uso delle acque in diverse località periferiche. Nel villaggio di Praso apprendiamo da un atto notarile del 30 maggio 1663 che Caterina Maia, sorella del defunto curato don Giovanni, cedette al beneficiato don Pietro Ferrari da Poia diversi beni appartenuti in passato ad una donna originaria di Magasa o moglie di un emigrante Magasino, tra cui la metà di un terreno ortivo in località detta al "Orto della Magasa" e una "Casa della Magasa che era di Vivaldo"[32].

Un'emigrazione stagionale come carbonai in Val di Fiemme è attestata invece il 29 maggio 1522 quando a Cavalese Bartolomeo Delvai, "scario", concede in locazione per un anno a Giovanni Zeni di Val Vestino il taglio del legname nei boschi di Scaleso, mentre a Tremosine nel microtoponimo di Aiàl del Magasì (spiazzo del Magasino, ossia di Magasa), luogo preposto alla produzione del carbone; nel 1569 a Mestriago in Val di Sole con Valdino fu Giovanni de Vianellis di Magasa[33]. Il 28 dicembre 1557, a Trento, il maestro Bernardo fu Giovanni "Tornari" di Magasa stipula con il "dominus" Giovanni Maria fu Antonio Consolati il contratto d'affitto perpetuo di una porzione di casa sita nella Contrada del Macello Grande al costo di una libbra di pepe e 9 carantani annui[34].

Tra il 1590 e il 1592, a Creto di Pieve di Bono-Prezzo, alla fiera di Santa Giustina di bestiame e prodotti caseari, la più grande delle Giudicarie, "forestieri" della Val Vestino operano sul mercato secondo quanto riportato dal registro del dazio vescovile[35]. Infine nel 1678, da Magasa, una certa famiglia Andreis emigra nel villaggio di Mignone di Costa di Gargnano; i suoi componenti erano soprannominati Magasì e Tadena. Nei secoli successivi i 140 discendenti Andreis risulteranno quasi tutti emigrati a Desenzano, Lumezzane, Tignale, Botticino, Milano e nella Svizzera.

La Valle delle streghe[modifica | modifica wikitesto]

A causa del suo stato selvaggio e del suo isolamento, nei secoli passati la Val Vestino era ritenuta dalla credenza popolare locale, ma anche forestiera, una dimora di streghe, stregoni e diavoli, presunti responsabili delle terribili grandinate, intemperie e malifici che periodicamente si abbattevano sui paesi e sui poveri abitanti. Sorsero così nei secoli numerose leggende che tramandate oralmente furono raccolte in loco dal maestro Vito Zeni e pubblicate in “Miti e leggende ed alcuni fatti storici di Magasa e della Valle di Vestino” nel 1985. A tal proposito a Magasa si conserva un toponimo a Cima Rest, lungo la mulattiera che scende a Cadria, consistente nella "fontana de la Stria", ove secondo i racconti arcaici si dissetava la strega, mentre un altro luogo stregato è il Büs de le Strie, presso Costa-Mignone in Val Vestino, un pozzo di 15 metri che sarà particolarmente temuto nel passato dagli abitanti della zona convinti che fosse abitato dalle streghe e risucchiasse i curiosi che, ignari del pericolo, si avvicinavano troppo alla bocca della cavità.

“Lares”, la più antica fra le riviste italiane di studi antropologici oggi esistenti, riportò in una sua ricerca del 1938, edita a Firenze, basandosi presumibilmente sugli studi un loco del linguista Carlo Battisti, che: “Ancora nella metà del XIX secolo in alcuni paesi delle nostre montagne (Val Vestino) durava ancora la credenza che intorno ad alcuni alberi distinti per la loro grandezza e vetustà, si tenessero durante la notte raduni di streghe e stregoni, ed alcuni di quegli alberi furono abbattuti onde rendere praticabile ed abitabile quel luogo” [36].

I protagonisti della stregoneria non esistevano solamente nell’immaginario collettivo ma erano persone reali, uomini e donne, che spesso venivano denunciati dai popolani alle autorità come fautori di riti e pratiche magiche. Le accuse cadevano di norma sulle fattucchiere, i guaritori o chi era affetto da malattie psichiche ma taluni per vendetta al fine di vendicarsi di torti subiti, indicavano questo o quell’altro individuo. Gli accusati venivano poi sottoposti al giudizio dei tribunali dell’inquisizione ma anche a quelli ordinari, che erano soliti utilizzare la tortura per fare confessare il presunto colpevole. Il processo terminava per lo più con la condanna a morte al rogo e per i reati più lievi erano previste pene pecuniarie o detentive.

Dal punto di vista storico non sono presenti negli archivi documenti riguardanti processi di stregoneria che abbiano coinvolto gente di Valle antecedentemente il XVII secolo, cosa peraltro riscontrabile nella Valle del Chiese, allora territorio del Principato vescovile di Trento o nella Serenissima Val Camonica con i noti processi celebrati tra il 1518 e il 1521 che si conclusero con 70 condanne a morte.

Oltre la Valle, sulla sponda veronese del lago di Garda, a Lazise, si narra in una leggenda che coinvolge le streghe valvestinesi e quelle del castello di Mondragone, che un barcaiolo lacisiense, in una notte di temporale, fu costretto da due streghe del castello di Mondragone a trasportale nel golfo di Salò. Qui, costoro si incontrarono con un’altra barca proveniente dalla sponda opposta, quella bresciana, con altre due streghe della Val Vestino. Così dopo un breve conciliabolo decisero di scatenare un terribile temporale che andasse a colpire le campagne dei lacisiensi, rei di aver importunato le due donne di Mondragone. Il piano fu ben presto realizzato quando le quattro streghe sbarcarono nel porto di Lazise, scatenando un tremendo temporale proveniente da occidente che causò danni immensi alla popolazione e si concluse con la stessa distruzione del castello di Mondragone, causata da un fulmine. Ancora oggi, quando i temporali provengono dalla Val Vestino, e si manifestano in modo piuttosto violento sulle terre orientali del lago di Garda è uso comune dire che “giungono dalla Val delle Strie”[37].

I danni dell'alluvione 1850 in Val Vestino[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 maggio prima e il 18 giugno 1850 poi furono giornate di piogge torrenziali e insistenti in tutta Italia. Nel bresciano tutti i torrenti uscirono dall’alveo, invasero campi e strade, rovinarono case e stalle, ma fu in agosto che una forte perturbazione atmosferica si abbatté nuovamente sul nord Italia causando danni ulteriori in Friuli, in Alto Adige e in Lombardia.

Le cronache di Carlo Cocchetti pubblicate in "Brescia e la sua provincia" e edite a Milano nel 1858, riportano che la sera del 14 agosto un violento nubifragio colpì anche la Valle Trompia; le piogge, copiose e ininterrotte, caddero per l’intera notte facendo tracimare in più punti il Mella e i torrenti affluenti. Gli attuali comuni di Tavernole, Marcheno, Gardone, Sarezzo e Collebeato furono allagati, danneggiati, travolti; pure altri centri subirono vittime e danni consistenti. A Gardone 14 officine armiere furono spazzate via dalla furia delle acque, compromettendo seriamente l’economia locale. A Sarezzo il torrente Redocla, che percorre una breve ma irta valle laterale, cancellò un vigneto presso la chiesa parrocchiale e, interrandosi, riportò alla luce arche di pietre e ossa.

Anche la Val Vestino fu duramente percossa da temporali e pioggia, la comunicazione stradale con la Riviera di Salò fu devastata, i ponti in legno del Pegòl, della Stretta, del mulino di Turano, della Fucina o di Nangù e dell'Hanèc che scavalcano il torrente Armarolo, il Toscolano e l'Hanèc, tutti siti nel territorio comunale di Turano, furono distrutti o severamente danneggiati. "La terribile alluvione qui avvenuta nell’agosto pp. atterrò i vari ponti in legno sul torrente Toscolano del comune di Turano, ponti questi che non solo mantengono la comunicazione di questo Comune con gli altri paesi della Valle di Vestino, ma eziandio colla Riviera limitrofa di Salò, con cui questi abitanti praticano il loro commercio, e da cui ritraggono i generi di prima necessità, ed altri occorribili ai comodi e bisogni della vita. Pella mancanza adunque di questi ponti al minimo ingrossare delle acque di quel fiume rimane interrotta la detta comunicazione con notabile pregiudizio di questi abitanti".

Il giovane podestà di Magasa, il dottor Giuliano Venturini, così chiese, con questa lettera datata 21 ottobre 1850, al Capitano Distrettuale di Tione di intervenire al più presto. Ma il Capocomune di Turano rispondeva però il 21 novembre che non era tenuto alla concorrenza nella ricostruzione dei ponti sul Toscolano perché nessun atto antico lo prevedeva anzi, precisava che "da uno statuto di valle si raccoglie il seguente tenore che non poco giova a spalleggiare la ragione di questo comune nel particolare di cui trattasi ed eccone i senso: Tutte le Terre di questa Valle di Vestino sono tenute, ed obbligate ad accomodare, e mantenere le strade, ed i ponti sopra i fiumi, ognuna cioè quelle o quelli che si ritrovano nel proprio tenere dalla cima al fondo di essa Valle, a spese, e danni particolari delle terre dove occorreranno acconciarsi, e mantenersi dette strade e ponti".

Il Capitano a questo punto ordinò "un comizio de’ due comuni locali, onde stabilire quanto è di comune utilità" affinché la spesa non rimanesse solo a carico dell’uno o dell’altro comune ma venisse stabilito bene l’uso e quindi l’onere a carico di entrambi.

Nei mesi successivi la strada fu riattata alla meno peggio, i ponti furono ricostruiti in legno ma rimarranno in stato precario fino a fine Ottocento quando si mise mano a un rifacimento sostanziale in pietra dei manufatti e della viabilità.

Il vecchio confine di Stato di Lignago. Il Casello di Dogana di Gargnano detto della Patoàla e le sue due sezioni[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio della Val Vestino divenne italiano ufficialmente il 10 settembre 1919 con il trattato di pace di Saint Germain: verso il 1934 fu posizionata per volontà dell'allora segretario comunale di Turano, Tosetti, una targa lapidea all'inizio della Valle del Droanello presso l'ex strada provinciale che correva lungo il greto del torrente Toscolano, nella località Lignago. Essa indicava il vecchio confine esistente tra il Regno d'Italia e l'Impero d'Austria-Ungheria dal 1802 fino al termine della Grande Guerra, nel 1918. Questa lapide fu poi ricollocata con la costruzione dell'invaso artificiale nel 1962 nella posizione attuale, sempre in località Lignago, presso il terzo ponte del lago di Valvestino mentre a poca distanza da questa l'edificio della vecchia caserma della Patoàla della Regia Guardia di Finanza è oggi sommerso dalle acque della diga. Questo era stato costruito nel XIX° secolo, quando ancora il lago non c’era, serviva a controllare il transito delle merci attraverso il confine. Fu poi dismesso dopo la fine della guerra e delle ostilità, esattamente nel 1919.

Un Casello di Dogana esisteva originariamente al Ponte Cola, già a partire dal 1859 a seguito della cessione da parte dell'Austria, sconfitta, della Lombardia al Regno d'Italia, precisamente sul Dosso di Vincerì, ove sorge l'attuale diga del lago di Valvestino; difatti la circolare del 20 febbraio 1860 n.1098-117 della Regia Prefettura delle Finanze inviata alle Intendenze di Finanza del Regno emanava le prime disposizioni a riguardo della vigilanza sulla linea di confine di Stato e prevedeva che: "Nella Provincia di Brescia e sotto la dipendenza di quell' Intendenza delle Finanze si stabilirà un'altra Sezione della Guardia di finanza che avrà il N. XIII ed il cui Comando risiederà a Salò, per la Dirigenza dei Commissariati di Salò e di Vestone, e inoltre di un Distretto di Capo indipendente a Tremosine incaricato della sorveglianza del territorio al disopra di Gargnano [38]".

Nel 1874 con il riordino delle dogane fu spostato più a nord in località Patoàla e chiamato nei documenti ufficiali Casello di Gargnano con due sezioni di Dogana: a Bocca di Paolone e a Hano, oggi Capovalle in località Comione. Secondo la legge doganale Italiana del 21 dicembre 1862, i tre Caselli essendo classificati di II ordine classe 4^, avevano facoltà di compiere operazioni di esportazione, circolazione e importazione limitata, e III classe per l'importanza delle operazioni eseguite, era previsto che al comando di ognuno vi fosse un sottufficiale, un brigadiere. I militari della Regia Guardia di Finanza dipendevano gerarchicamente dalla tenenza del Circolo di Salò per il Casello di Gargnano (Patoàla), la sezione di Bocca di Paolone e la caserma di monte Vesta, la sezione di Hano (Comione) dalla tenenza di Vesio di Tremosine, mentre le Dogane dalla sede della Direzione di Verona.

La caserma sul monte Vesta e quella di Bocca Paolone furono costruite nel 1882, quest'ultima fu ampliata nel 1902 ed era considerata una sezione della Dogana, come quella di Hano a Comione i cui lavori di rifacimento terminarono nel 1896, in quanto collocata in un luogo distante dalla linea doganale, classificato come un posto di osservazione per vigilare ed accettare l'entrata e l'uscita delle merci. Le casermette dette demaniali di monte Vesta con quelle di Coccaveglie a Treviso Bresciano e più a sud del Passo dello Spino a Toscolano Maderno e della Costa di Gargnano completavano la cinturazione della Val Vestino con lo scopo principale del controllo dei traffici e dei pedoni sui passi montani. Le merci non potevano attraversare di notte la linea doganale, ossia mezz'ora prima del sorgere del sole e mezz'ora dopo il tramonto dello stesso. Era previsto dalle disposizioni legislative che la "Via doganale" fosse "la strada che dalla valle Vestino mette nel regno costeggiando a diritta il fiume Toscolano : rasenta quindi la cascina Rosane e di scende al fiume Her, ove si dirama in due tronchi, uno dei quali costeggiando sempre il detto fiume conduce a Maderno e l'altro per la via dei monti discende a Gargnano".

A seguito del trattato commerciale tra il Regno e l'Austria Ungheria del 1878 e del 1887 furono consentite particolari agevolezze ad alcuni prodotti pastorali importati dalla Val Vestino qualora fossero accompagnati dal certificato d'origine. Era previsto che la Dogana di Casello della Patoàla nel comune di Gargnano, della sezione di Casello di Bocca di Paolone a Tignale o della sezione di Casello di Comione a Capovalle dovessero ammettere, come una riduzione del 50 per cento sul dazio: 25 quintali di formaggio, 65 di burro e 30 di carne fresca.

Nel 1892 le esenzioni fiscali fin lì praticate non furono bene accolte da alcuni politici del parlamento del Regno, che sottolinearono negli atti parlamentari: "Nè vogliamo passare sotto silenzio i pensieri che hanno destato in noi le nuove clausole per la magnesia della Valle di Ledro e i prodotti pastorali di Val Vestino. Con queste clausole si aumenta, a favore dell'Austria, il numero, già abbastanza ragguardevole, delle eccezioni, mediante le quali le due parti contraenti accordano favori ristretti ai prodotti di determinate provincie. Vivi e non sempre ingiusti sono i reclami sollevati in varie parti del Regno da questa parzialità di trattamento e sarebbe stato desiderabile che, come fu fatto nel 1878 rispetto ai vini comuni, si tentasse di estendere i patti dei quali si discorre a tutte le provincie. Non dubitiamo che il Governo italiano si sia adoperato a tal fine con intelligente sollecitudine, ma dobbiamo rammaricarci che non ha ottenuto l'intento"[39]. Nello stesso anno, l'Intendenza di Finanza di Brescia rendeva noto che con decreto regio del 25 settembre, la sezione di Hano della Dogana di Gargnano veniva elevata a Dogana di II ordine e III classe[40].

Nel 1894 apprendiamo che l'importazione consisteva in: "Carne fresca della Valle di Vestino importata per la Dogana di Casello, totale 196 q. Burro fresco della Valle Vestino importato per la Dogana di Casello, totale 2.048 q. Formaggio della Valle Vestino importato per la Dogana di Casello, totale 63.773 q."[41].

Nel 1897 l'Annuario Genovese chiariva le nuove disposizioni riguardanti la fiscalità dei prodotti importati: "Per effetto del trattato con l'Austria-Ungheria, il burro di Valle Vestino, importato per la dogana di Casello con certificati di origine, rilasciati dalle autorità competenti, è ammesso al dazio di lire 6.25 il quintale se fresco, ed al dazio di lire 8,75 il quintale, se salato, fino alla concorrenza di 65 quintali per ogni anno. Per effetto del trattato con l'Austria-Ungheria, il brindsa, specie di formaggio di pecora o di capra, di pasta poco consistente, e ammesso al dazio di lire 3 il quintale, fino alla concorrenza di 800 quintali al massimo per ogni anno, a condizione che l'origine di questo prodotto dell' Austria-Ungheria sia provata con certificati rilasciati dalle autorità competenti. Per effetto dello stesso trattato,il formaggio (escluso il brindza) della Valle Vestino, importato per la dogana di Casello con certificati di origione rilasciati dalle autorità competenti, e am messo al dazio di lire 5.50 il quintale fino alla concorrenza di 25 quintali per ogni anno"[42].

Nel 1909 la a Direzione delle Dogane e imposte indirette del Regno precisava che i Caselli doganali della Val Vestino erano due, quello della Patoàla e l'altro quello del Dosso Comione a Capovalle e la via doganale era: "La strada mulattiera, che dalla Val Vestino mette nel Regno per il ponte Her, ove si dirama in due tronchi che mettono l'uno al Casello, Maderno a Gargnano, e l'altro, seguendo le falde del monte Stino, ad Hano ed Idro, costituisce la via doganale di terra poi transito delle merci in entrata e uscita. Autorizzata all'attestazione dell'uscita in transito delle derrate coloniali, del petrolio ed altri generi di consumo, compreso il sale, trasportati per la dogana di Riva di Trento e destinati ai bisogni degli abitanti in Val Vestino"[43].

Tra i vari avvicendamenti di servizio presso il Casello Doganale si ricorda nel 1911 quello del brigadiere scelto Aiuto Stefano assegnato, a domanda, alla reggenza della Dogana di Stromboli che venne sostituito, a domanda, dal brigadiere Aurelio Calva della Dogana di Luino[44].

Il contrabbando del 1800[modifica | modifica wikitesto]

Il contrabbando delle merci per evitare i dazi di importazione fu un problema secolare per quegli stati confinanti con la Val Vestino. Già nel 1615 il provveditore veneto di Salò, Marco Barbarigo, riferiva che "non si ha potuto usare tanta diligenza che non se sia passato sempre qualcuno per quei sentieri scavezzando i monti per la Val di Vestino et con proprij barchetti traghettando il lago d'Idro et anco per terra, entrando nella Val di Sabbio nel bresciano andarsene al suo viaggio". In tal modo allertava il Consiglio dei Dieci sulla permeabilità dei confini di stato nelle zone montane con la stessa Repubblica di Venezia che poteva ovviamente diventare particolarmente pericolosa nel casi di passaggi di banditi, contrabbandieri o per persone che violavano le misure sanitarie eccezionali, la nota "quarantena", che veniva applicata ai viaggiatori provenienti da luoghi dove erano scoppiate [45].

Verso il 1882 il Regno d'Italia completò la cinturazione dei confini di Stato della Val Vestino con la costruzione dei tre citati Caselli di Dogana presidiati dai militi della Regia Guardia di Finanza. Le cronache narrano che presso il Casello di Dogana di Gargnano, della Patoàla, il professor Bartolomeo Venturini era solito nascondere il tabacco nel cappello per sfuggire ai controlli e alla tassazione.

Nel 1886 una relazione dell'amministrazione delle gabelle del Regio ministero delle Finanze affermava che il contrabbando era favorito dall'aggravamento delle tasse di produzione del Regno, dei dazi di confine e del prezzo dei tabacchi. La frontiera dell'austria-ungheria, presidiata da pochi agenti era particolarmente estesa e costoro non erano in grado di contenere "la fiumana di contrabbando irrompente con sfrontata audacia su tutti i punti di questa estesissima linea"[46]. Così furono instituite nuove Brigate di Finanza tra cui a Idro e Gargnano considerati "punti esposti". Bollone come Moerna, ma in generale tutti gli abitati di Valle e dell'Alto Garda Trentino e Bresciano, terre prossime alla linea di confine, diventarono così un crocevia strategico per il contrabbando di merci tra il territorio della Riviera di Salò e il Trentino attraverso la zona montuosa del monte Vesta, del monte Stino e dei monti della Puria. Lo storico toscolanese Claudio Fossati (1838-1895) scriveva nel 1894 che il contrabbando dei valvestinesi era l'unico stimolo a violare le leggi in quanto era fomentato dalle ingiuste tariffe doganali, dai facili guadagni e dalla povertà degli abitanti[47].

Nel 1894 è documentato il contrasto al fenomeno: l'Intendenza di Brescia comunicava che il brigadiere Rambelli Giovanni in servizio al Casello di Gargnano ottenne il sequestro di chilogrammi 93 di zucchero e chilogrammi 1.500 di tabacco di contrabbando e fu premiato con lire 25[48]. La guardia Bacchilega Luigi in servizio alla sezione di Dogana di Bocca di Paolone ottenne il sequestro di chilogrammi 47 di zucchero con l'arresto di un contrabbandiere e l'identificazione di un'altra persona, fu premiato con lire 15[49]. Lo stesso Bacchilega Luigi e la guardia Carta Giuseppe ottennero il sequestro di chilogrammi 70 di zuccherocon l'arresto di un contrabbandiere e furono premiati con lire 30 per la pima operazione e con lire 20 per la seconda[50]. Nello stesso anno il comandante della Regia Guardia di Finanza del Circolo di Salò ispezionò la sede di Gargnano, il Casello di Gargnano e la sezione di Hano.

Donato Fossati (1870-1949), il nipote, raccolse la testimonianza di Giacomo Zucchetti detto "Astrologo" di Gaino, un ex milite sessantenne della Regia Guardia di Finanza, pure soprannominato per la sua appartenenza al Corpo, "Spadì", in servizio nella zona di confine tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Novecento[51], il quale affermava che "i contrabbandieri due volte la settimana in poche ore, sorpassata la montagna di Vesta allora linea di confine coll'Austria e calati a Bollone, ritornavano carichi di tabacco, di zucchero e specialmente di alcool, che rivendevano ai produttori d'acqua di cedro specialmente" della Riviera di Salò.[52]. Al contrario per importare merci di contrabbando dal basso lago di Garda, i contrabbandieri di Val Vestino si avvalevano dell'approdo isolato della "Casa degli Spiriti" a Toscolano Maderno. Qui sbarcate le merci e caricatele a basto di mulo, salivano per il ripido sentiero di Cecina inoltrandosi furtivamente oltre la linea doganale eludendo così la vigilanza della Regia Guardia di Finanza.

Nel 1903 una forte scossa di terremoto fu avvertita al Casello di Gargnano passata la mezzanotte del 30 al 31 maggio producendo dei danni lievi alla struttura senza pregiudicarne l'operatività mentre riferirono i militari che passò inosservata la scossa principale delle 8 e trenta del 29 maggio[53].

Il collegamento con Storo e la Valle del Chiese[modifica | modifica wikitesto]

Fra il 1897 e il 1898 il governo austriaco, la provincia di Trento e i Comuni valvestinesi diedero il via ai lavori di rifacimento della mulattiera che dal casello di confine con il Regno d'Italia della Patòala, lungo il torrente Toscolano, univa i sei paese con otto ponti di cui sei in pietra, proseguendo da Turano, passando per Persone e Bocca Valle fino a Baitoni di Bondone sul lago d'Idro[54].

Ma è agli inizi 1900 che I Comuni si impegnarono per migliorare definitivamente il loro collegamento con Storo poiché risultava che la Valle: "...è come tagliata fuori dal rimanente della Provincia di Trento, ed oggi per accedervi, evitando sentieri da capre, dalla Valle del Chiese conviene toccare il suolo del finitimo Regno [d'Italia]. Negli ultimi tempi, a quanto informarono quei Comuni, ebbero luogo trattative per una strada che li congiungesse con Storo e sarebbero anche loro stati in prospettiva dei contributi della Provincia e dello Stato [Austria]. L'importanza della strada è manifesta. I Comuni rinserrati in questa Valle alpestre sono Armo, Bollone, Magasa, Persone e Turano con 1.433 abitanti (1.000 capi di bestiame), impossibilitati gran parte dell'anno ad accedere al loro centro politico, privi di congiunzione, lontani da ogni consorzio, di maniera che essi non valgono i dazi e le monete che vigono in Austria. A questi Comuni dovrebbe aggiungersi quale interessato alla strada anche Bondone con 762 abitanti e Storo, ove farebbe capo, con 1.724 abitanti. La strada dovrebbe partire da Storo (409 m) e con un percorso di kil. 5.600 spingersi fino a Baitoni (m. 400) mettendosi, poco su poco giù, a livello. Da Baitoni, toccato Bondone, andrebbe in kil. 10 di sviluppo a puntare alla Bocca di Valle (1392 m. vincendo uno slivello di 992 m.) con una pendenza media del 10%. Dal valico Bocca di Valle fino a Magasa (972 m) la distanza è di kil. 4 e mezzo con una pendenza media del 9.33%. Il Comune di Magasa però osserva che più opportuna ed adattata sarebbe la comunicazione per la strada di Valle [per il Garda]."[55].

La strada carrozzabile non sarà mai costruita, rimarrà sempre una mulattiera, e nel 1908 si presentava così mal manutenuta che Cesare Battisti, in visita alla Valle, percorrendola a piedi, la definì nella sua "Guida alle Giudicarie": "assai disagevole".

I patrioti Cesare Battisti e Tullio Marchetti[modifica | modifica wikitesto]

Cesare Battisti, spinto dai suoi studi geografici e sociologici ma probabile anche per fini spionistici a sostegno dell'Italia, visitò la Val Vestino nel 1908 e nella sua «Guida delle Giudicarie» del 1909, dopo aver raccolto informazioni tra gli anziani del posto, scrive tra l'altro: «Valvestino è una Valle che fa parte del Trentino e, quindi, dell’Austria. Allorché, nel 1860, si venne alla delimitazione dei confini fra Austria e Italia, la prima lasciò ai paesi della Valvestino il diritto d’opzione; ed essi dichiararono fedeltà al governo austriaco». Battisti definì tra l'altro la posizione di Armo la migliore della Valle e contribuì ulteriormente allo studio sociologico sulla Val Vestino con uno scritto sull'attività tipica dei carbonari e la loro migrazione temporanea in Alta Italia e in Europa edita da «Il Popolo» a Trento nell'aprile del 1913[56].

La zona, come tutto il Trentino sud occidentale, suscitò in quegli anni una notevole e particolare curiosità investigativa da parte delle autorità militari italiane e, così nel 1911, fu nuovamente percorsa e scrutata, sotto le mentite vesti di un alpinista per ovviare alla naturale diffidenza dei locali agli estranei o a quella della gendarmeria, dall'ufficiale degli alpini e agente del servizio segreto, Tullio Marchetti, romano con i genitori originari di Bolbeno, con l'intento di documentarsi sulla morfologia dei luoghi, lo sviluppo delle strade di comunicazioni tra la riviera gardesana e le Giudicarie, la logistica, la tattica e attivare una possibile rete informativa lungo la linea di operazioni in vista di un probabile conflitto con l'Austria. Così predispose negli anni una serie di monografie a carattere geografico-militare, su varie aree montuose e sulle linee delle possibili operazioni militari anche la Val di Sole, di Non, le Giudicarie e il basso Sarca con schizzi annessi, che vennero trasmesse al Comando del Corpo di Stato Maggiore di Roma. In uno scritto privato degli anni '50 del secolo scorso defenì ironicamente Magasa "una metropoli" vista la sua esigua popolazione e questo documento testimonia la sua presenza in loco.

Sulla base di queste informative, nei mesi precedenti lo scoppio della prima guerra mondiale del 1915, lo Stato maggiore del Regio esercito in due riunioni tenute a Verona e a Brescia confermò l'intenzione di "eliminare il saliente della Val Vestino" dalla presenza di truppe austriache. Difatti con l'inizio del conflitto, il 25 maggio, Moerna fu prontamente occupata dalla fanteria del Regio Esercito italiano proveniente dal monte Manos e da Capovalle. Al seguito della truppa vi era il noto scrittore Mario Mariani, corrispondente di guerra del quotidiano Il Secolo che scriveva: "Quando il sole era già alto la batteria raggiungeva la frontiera. I pali austriaci erano già stati rovesciati. Un bersagliere ciclista che tornana d'oltre confine gridava passando e pedalando a rotta di collo per salite ripide e voltate al ginocchio: "Il mio plotone è a Moerna, gli austriaci scappano". La colonna rispondeva: "Viva l'Italia!"[57]. Nel dicembre 1916 vi transitò, proveniente da Capovalle, anche il re Vittorio Emanuele III in ispezione alle linee fortificate della Val Vestino.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Valvestino-Stemma.png

Lo Stemma Comunale è stato concesso con Decreto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in data 28 settembre 2007[58]. Descrizione araldica dello Stemma:

«Partito: il primo, di azzurro, alla torre campanaria di argento, murata di nero, coperta di rosso, con grande apertura ad arco sotto il tetto, di nero, essa torre fondata in punta; il secondo, di rosso, al leone d'oro, allumato e linguato di rosso, con la coda intrecciata a nodo d'amore; il tutto sotto il capo di verde, caricato da cinque stelle di otto raggi, d'oro. Sotto lo scudo, su lista bifida e svolazzante di azzurro, il motto, in lettere maiuscole di nero, ALEXANDRO TERTIO PONTIFICI GRATIAS AGIMUS. Ornamenti esteriori da Comune[59]»

Simbologia: nella prima partizione è raffigurata la torre campanaria della Pieve di San Giovanni Battista a Turano, nella seconda il leone rampante simbolo araldico dei conti Lodron feudatari della Val Vestino per circa otto secoli.

Monumenti e luoghi di interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di San Giovanni Battista[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Giovanni Battista (Valvestino).

La chiesa di San Giovanni Battista è situata a Turano. Le prime notizie risalgono al 15 novembre 928 e sono contenute nel famoso testamento del vescovo veronese Nokterio, ove viene citata come la chiesa di Santa Maria. Filiale della chiesa di Tignale divenne pure pieve della Val Vestino, rettoria e parrocchia. Conserva un dipinto raffigurante la decollazione di San Giovanni Battista opera del pittore gardesano Giovanni Andrea Bertanza di Padenghe sul Garda. Sulla torre del campanile è visibile ancor oggi scolpito nella pietra lo stemma Scaligero, ossia una scala a cinque pioli in palo. Al riguardo un anonimo di Bagolino lasciò scritto che la Valle fu concessa in feudo ai conti di Lodrone in permuta del feudo di Bagolino il 6 aprile 1452, e allorquando nel 1579 i Commissari dell'Arciduca d'Austria pretesero il giuramento di fedeltà dai Valvestinesi, questi si rifiutarono perché il loro feudo non faceva parte del principato di Trento[60]. Tale notizia è priva di veridicità storica e fu smentita da Bartolomeo Corsetti, presbitero benacense, storico e latinista, nel suo scritto “Memorie dell'antica Casa di Lodrone” edito nel 1693.

Vi si celebra la festa del santo patrono della Valle il 29 agosto, la festività di Nostra Signora della Neve il 5 agosto alla quale era anticamente consacrata e l'ultima domenica di agosto la "Festa del Perdono" che secondo la tradizione locale fu istituita da papa Alessandro III nel 1166 che transitò nella zona.

Il prato antistante l'entrata della Chiesa anticamente era chiamato "Prato della Pica"[61] in quanto in antico venivano lette o sentenziate le condanne capitali emanate dai conti di Lodrone, feudatari della Valle[62].

Tra la fine del Cinquecento e primi anni del Seicento la Pieve fu retta da sacerdoti dalla condotta discutibile: don Lorenzo Bartelli nel giugno 1600 inviava una supplica a papa Clemente VIII per essere assolto dalla colpa dell'omicidio del cognato Stefano Zuaboni commesso nel 1592 per difendere la sorella angustiata dalle continue angherie domestiche[63], mentre don Giovanni Antonio Marzadri, rivale della banda di Giovanni Beatrice, fu giustiziato a Salò nel 1609 per ordine della magistratura della Serenissima in quanto ritenuto colpevole di omicidi e nefandezze varie.

Siti naturali[modifica | modifica wikitesto]

Il Monte Stino[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Monte Stino.

Con la sua imponenza, il Monte Stino, sovrasta l'abitato di Moerna. È un sito botanico di grande importanza e fu erbotrizzato dai più grandi botanici europeì. Nei secoli passati, data la sua posizione strategica di frontiera tra l'impero d'Austria e il regno d'Italia, assunse un ruolo importante nel controllo dei passaggi tra il Trentino e la Valle Sabbia o il Lago di Garda.

Cùel Zanzanù[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cùel Zanzanù.

Il Cùel Zanzanù situato in località Martelletto nella parte meridionale della Valle del Droanello, fu un noto rifugio di briganti del '600.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[64]

Struttura della popolazione dal 2002 al 2019[modifica | modifica wikitesto]

L'analisi della struttura per età di una popolazione considera tre fasce di età: giovani 0-14 anni, adulti 15-64 anni e anziani 65 anni ed oltre. In base alle diverse proporzioni fra tali fasce di età, la struttura di una popolazione viene definita di tipo progressiva, stazionaria o regressiva a seconda che la popolazione giovane sia maggiore, equivalente o minore di quella anziana.

Lo studio di tali rapporti è importante per valutare alcuni impatti sul sistema sociale, ad esempio sul sistema lavorativo o su quello sanitario.

Anno

1º gennaio

0-14 anni 15-64 anni 65+ anni Totale

residenti

Età media
2002 29 163 98 290 49,4
2003 26 160 94 280 50,3
2004 23 141 90 254 50,9
2005 24 135 90 249 50,9
2006 19 131 90 240 51,9
2007 18 128 87 233 52,6
2008 17 126 82 225 53,1
2009 15 126 80 221 53,5
2010 14 123 78 215 53,7
2011 12 118 84 214 54,8
2012 9 112 91 212 55,9
2013 7 110 91 208 57,2
2014 6 110 86 202 56,9
2015 4 106 84 194 57,4
2016 2 100 82 184 58,1
2017 2 102 82 186 58,0
2018 5 102 78 185 57,4
2019 5 99 75 179 57,3

Indicatori demografici[modifica | modifica wikitesto]

Principali indici demografici calcolati sulla popolazione residente a Valvestino.

Anno Indice di

vecchiaia

Indice di

dipendenza strutturale

Indice di

ricambio della popolazione attiva

Indice di

struttura della popolazione attiva

Indice di

carico di figli per donna feconda

Indice di

natalità (x 1.000 ab.)

Indice di

mortalità (x 1.000 ab.)

1º gennaio 1º gennaio 1º gennaio 1º gennaio 1º gennaio 1 gen-31 dic 1 gen-31 dic
2002 337,9 77,9 181,8 123,3 16,0 0,0 10,5
2003 361,5 75,0 200,0 135,3 14,0 0,0 41,2
2004 391,3 80,1 145,5 143,1 11,4 4,0 19,9
2005 375,0 84,4 166,7 159,6 11,4 0,0 8,2
2006 473,7 83,2 130,8 156,9 4,7 0,0 -
2007 483,3 82,0 255,6 166,7 2,6 0,0 17,5
2008 482,4 78,6 328,6 173,9 2,9 0,0 22,4
2009 533,3 75,4 300,0 173,9 2,8 4,6 22,9
2010 557,1 74,8 230,0 167,4 2,7 0,0 -
2011 700,0 81,4 222,2 151,1 2,7 0,0 4,7
2012 1.011,1 89,3 160,0 160,5 2,8 0,0 9,5
2013 1.300,0 89,1 150,0 168,3 0,0 0,0 48,8
2014 1.433,3 83,6 166,7 189,5 0,0 0,0 35,4
2015 2.100,0 83,0 155,6 186,5 0,0 5,3 37,0
2016 4.100,0 84,0 162,5 177,8 0,0 0,0 32,4
2017 4.100,0 82,4 233,3 175,7 0,0 16,2 -
2018 1.560,0 81,4 380,0 183,3 10,3 0,0 27,5
2019 1.500,0 80,8 500,0 175,0 10,7 - -

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Fino al 1934 esso faceva parte del Trentino e, quindi, dell'Impero austro-ungarico fino al 1918. A memoria di ciò rimane il curioso fatto che Valvestino, assieme al Comune di Magasa, pur essendo in provincia di Brescia, è sottoposto al catasto (e al collegato sistema tavolare) vigente in Trentino e alla competenza giudiziaria del Tribunale di Rovereto. Il Comune di Valvestino fu creato nel 1931 dalla soppressione di quello di Turano e con l'unione degli antichi ex municipi di Armo, Bollone, Moerna, Magasa e Persone. Magasa nel 1947 si separò, tornando ad essere comune autonomo. La città di Roma ha dedicato una strada al comune di Valvestino, che si trova nella frazione di Palmarola, regione Municipio Roma XIV con il CAP 00135 e così pure la città di Brescia.

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
1979 1980 Giuseppe Iseppi ? Sindaco
Aldo Corsetti Lista civica Sindaco
1982 1990 Fernando Pace Lista civica Sindaco
1990 1999 Mario Rizzi Lista civica Sindaco
1999 2009 Angelo Andreoli Lista civica Sindaco
2009 in carica Davide Pace Lista civica Sindaco

Proposta di riaggregazione al Trentino-Alto Adige[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Progetti di aggregazione di comuni italiani ad altra regione e Progetti di aggregazione di comuni al Trentino-Alto Adige.
Eventuale posizione del comune di Valvestino nella provincia autonoma di Trento

Insieme a numerosi altri comuni in situazioni simili, la popolazione di Valvestino ha richiesto in seguito di essere nuovamente annessa alla provincia di Trento[65]. Nel 2005 il comune ha aderito all'"Associazione dei comuni confinanti" e dal 2007 i due comuni di Valvestino e di Magasa, con l'appoggio di comitati spontanei di cittadini, si sono attivati per l'indizione di un referendum[66].

Nel comune di Valvestino, il 21 e 22 settembre 2008, contemporaneamente al comune di Magasa si è tenuto il referendum per chiedere alla popolazione di far parte integrante della regione Trentino-Alto Adige sotto la provincia di Trento. Il risultato è stato positivo nonostante l'elevato quorum richiesto dal referendum (maggioranza degli aventi diritto al voto).

Il 7 ottobre 2009 il senatore Claudio Molinari, del Partito Democratico, ha presentato un disegno di legge per il ritorno del Comune di Valvestino e Magasa nella Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Il 18 maggio 2010 il Consiglio regionale Trentino-Alto Adige approvava quasi all'unanimità dei votanti una mozione per l'aggregazione alla Regione dei comuni di Magasa, Valvestino e Pedemonte attivando la Giunta per "sollecitare nelle sedi competenti, il tempestivo e positivo esame dei Disegni di legge costituzionale" depositati in Parlamento a Roma[67] e il 14 aprile del 2015 il Consiglio regionale della Lombardia si esprimeva allo stesso modo approvando la mozione che esprimeva parere favorevole al passaggio al Trentino dei due comuni[68].

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 30 aprile 2020
  2. ^ Classificazione sismica (XLS), su rischi.protezionecivile.gov.it.
  3. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2017).
  4. ^ Ottone Brentari, Guida del Trentino, pubblicato da Premiato stabil. tipogr. Sante Pozzato, 1902
  5. ^ Il monte Vesta svetta nei pressi del villaggio di Bollone e per alcuni prende il nome dalla dea della mitologia romana Vesta.
  6. ^ Claudio Fossati, Peregrinazioni estive -Valle di Vestino, in "La Sentinella Bresciana", Brescia 1894.
  7. ^ Località del comune di Valvestino
  8. ^ Frazione del comune di Valvestino
  9. ^ C. Marcato, Dizionario di Toponomastica, Torino, 1990.
  10. ^ Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, p. 126.
  11. ^ Devoto, p. 233.
  12. ^ G. Alessio e M. De Giovanni, Preistoria e protostoria linguistica dell'Abruzzo, Edizioni itinerari, 1983.
  13. ^ Paolo Guerrini, Santuari, chiese, conventi, Volume 2,Edizioni del Moretto, 1986.
  14. ^ Cipriano Gnesotti nelle Memorie per servire alla storia delle Giudicarie disposte secondo l'ordine dei tempi, 1786 che a pagina 64 scrive:"Io non do del passaggio per vero, solamente riferisco nel suo essere quel che trovo: ed il umile per altro passaggio per Val Sabbia, o Val di Vestino di Alessandro III papa, di cui ci ricorda la tradizione una iscrizione sulla parete esteriore della parrocchiale e pievana Chiesa di Savallo in Val Sabbia, ed in Val di Vestino si vocifera che quello papa vi concedesse l'indulgenza del Perdono bella ultima Domenica d'agosto. La verità crederei piuttosto che fosse questa: che cadendo in quest'ultima domenica la Consacrazione della Chiesa Rettorale, nella quale in allora sia concessa una indulgenza per chiamarvi que' popolani a farne l'anniversaria adorazione, e questa si chiama ancora Perdono. Di certo il concorso è grande, e maggiore era tempo fa, quando vi concorreva la milizia nazionale. Bolla di indulgenza non si può mostrare perita, credo, nell'incendio della canonica di Turano.
  15. ^ A. Mazza, Tradizioni bresciane, i santi, i riti, il folclore, i privilegi, Brescia, 2002.
  16. ^ Cipriano Gnesotti, Memorie per servire alla storia delle Giudicarie disposte secondo l'ordine dei tempi, 1786, pag.66.
  17. ^ Il testo della lapide recita:"Alex III papa a feder/imper vexatus ha transisse Fer. hanq/ plebem benedixisse / ut stia de sacello/ et fonte hic parum/ dissetate dicitura".
  18. ^ Il Cinquecento, in Valtrompia nella storia, p. 175.
  19. ^ La memoria epigrafica intorno ad una strana leggenda sulla fuga del papa Alessandro III ai tempi di Federico Barbarossa, murata dietro l'altar maggiore, della parrocchia dice così: HAS.SVB. ALTARE.RELIQVIAS / QVAS. VT. FERTVR. ALEX. PONT. MAX. / SEVITIAM. FEDERICI. IMPER.FVGIENS / HVIC.DONAVERAT.ECCLAE. NVNC. DONATVS / SAVALLVS. CIVI.BRIX.ET.HVIVS.RECTOR. / CVM.POPVLO.PSVIT.DEVOTISS. / P.KAL.MAII / MDXIV.
  20. ^ Cipriano Gnesotti nelle Memorie per servire alla storia delle Giudicarie disposte secondo l'ordine dei tempi, 1786, scrive a pagina 87 e 88: "Il passo per Trento e Verona non era sicuro, dovendo attraversare il paese de' ribelli, scrive il Muratori, che da Trento nel 1166 passò per la Valcamonica e Brescia. Un principe coraggioso, e tollerante della fatica poté porsi in un viaggio si disastroso. Quale strada tenesse non so accettare. Sembra, che dall'Adige al Garda, da Garda a Toscolano, Val di Vestino, Lodrone, o da Roveredo, Torbole, Limone, Tremosine, Tignale, terra annessa allora al Principato, e vescovo di Trento, Val di Vestino. Ciò accenno perché vi è tradizione (se non è favolosa invenzione) che venisse su per la Val di Vestino, e passando per Cingolo Rosso calasse giù in Lodrone, i di cui signori si crede costantemente, che gli fossero ben affetti, per indi nelle strade di Bagolino e Crux Domini o sia Crusdomine accostarsi a Valcamonica. Veramente si pretende la tradizione assistita da alcune lettere mal incise, e fuori ordine l'un dall'altra in macigno vicino al luogo cosiddetta della Scaletta, ma sulle pertinenze di Bondone, sulle strade di Cingolo Rosso ove, all'altezza di un mezzo uomo a stare sulla strada, si rilevano come AE, S, G, C, ma dissi, fuori ordine e linea; in poca distanza poscia sotto la strada si rilevano su un termine le divisioni delle Comunità, non si sa per altro intendere come tenesse quella strada, se non, veggendosi lungo l'Adige difficoltato il viaggio intrapreso, con poco esercito per affrettare e con segretezza il suo intento attraversasse quei monti".
  21. ^ a b Provveditorato di Salò, Provveditorato di Peschiera Di Salò, Provveditorato, 1978, pag.107.
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  64. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  65. ^ A sostegno della richiesta si considerano la prima bozza dello Statuto provinciale del Trentino, del 1945, nella quale nei confini della costituenda "regione Tridentina" sarebbero stati ricompresi anche i comuni di Valvestino e di Magasa. I due comuni sono inoltre sottoposti alla giurisdizione trentina per il catasto e per i procedimenti giudiziari.
  66. ^ "Via libera al referendum", articolo del Corriere della Sera del 14 giugno 2008; Bruno Festa, Passaggio al Trentino? Via libera al referendum, articolo del quotidiano "Bresciaoggi" del 14 giugno 2008; Magda Biglia, Provincia di Brescia addio: due comuni al referendum per tornare sotto Trento e "La fuga in massa frenata dalla Regione", articoli del quotidiano "Il Resto del Carlino" del 14 giugno 2008; decreto del Presidente della Repubblica.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Bruno Festa, Valvestino, uniti per il referendum. IL CASO. Ieri in Consiglio comunale il «sì» unanime alla consultazione. Manca ormai soltanto la data del voto per l'annessione del Comune al Trentino, articolo di "BresciaOggi", 3 febbraio 2008.
  • Silvia Ghilardi, Valvestino dirotta sul Trentino, il Consiglio dice sì al referendum, articolo del quotidiano "Il Brescia", 5 febbraio 2008, pag. 20.
  • "Fistarol attacca sulla "annessione" dei ladini", articolo del Gazzettino, 27 gennaio 2008.
  • Guardini Laura, Da Brescia al Trentino. Via libera al referendum, articolo del Corriere della Sera, 14 giugno 2008.
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