Storia dell'Aquila

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1leftarrow blue.svgVoce principale: L'Aquila.

Pianta della città prima del terremoto del 1703
(volgare)

«Lo cunto serrà d'Aquila, magnifica citade
et de quilli che la ficero con grande sagacitade.
Per non esser vassali cercaro la libertade
et non volere signore set non la magestade»

(IT)

«Si racconterà dell'Aquila, magnifica città
e di quelli che la fecero con gran sagacità.
Per non esser vassalli cercaron la libertà
e non vollero signori se non la maestà»

(Buccio di Ranallo, Cronache dalla fondazione dell'Aquila, vv.9-12 (XIV secolo))

La storia dell'Aquila inizia con gli insediamenti dell'età del bronzo e la definitiva fondazione, a opera di Corrado IV[1] tra il 1254 e il 1266[1]. L'Aquila (allora nota semplicemente come Aquila) fu una delle grandi città del Regno di Napoli, poi Regno delle due Sicilie, successivamente passò al Regno d'Italia e quindi all'Italia. Capitale storica dell'Abruzzo ulteriore divenne, con l'unità d'Italia, capoluogo dell'Abruzzo-Molise, poi Abruzzo.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio dove sorge L'Aquila era abitato fin da tempi più antichi. Prima della conquista da parte di Roma, tutta la valle dell'Aterno è stata luogo di insediamento dei Sabini e dei Vestini, i cui territori confinavano proprio nel punto dove in futuro sorgerà la città. Testimonianza più antica di civiltà nell'aquilano è la cosiddetta Necropoli di Fossa, un insieme di tombe risalenti al X secolo a.C. situate a sud della città.

Rovine di Amiternum nella località San Vittorino.

Dopo la conquista da parte dei Romani avvenuta nel III secolo a.C., nella località che corrisponde all'odierna San Vittorino, pochi chilometri a ovest dell'Aquila, venne fondata la città sabina di Amiternum, di cui ancora oggi possiamo ammirare i resti: un teatro e un anfiteatro che testimoniano dell'importanza assunta nel tempo dalla città. La città diede i natali ad Appio Claudio Cieco, il console che fece edificare la via Appia antica, uno dei maggiori storici romani, Sallustio, di cui oggi è presente una statua in Piazza Palazzo, e fu sede di diocesi insieme alle vicine città di Forcona e Pitinum. Pur essendo sopravvissuta alla caduta dell'Impero romano, Amiternum visse un periodo di grande decadenza fino a scomparire completamente nel X secolo.
Altri villaggi dopo Amiternum erano la già citata Forcona (presso Civita di Bagno), Pitinum (Pettino), Aveia (Fossa), Foruli (Civitatomassa), e Campo di Pile.

La Diocesi Forconese e le invasioni barbariche[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Forcona.
Immagine delle rovine della Cattedrale di Forcona, da Georg Henrich Busse

La città di Forcona è la seconda realtà sabino-romana, dopo Amiternum ad essere sopravvissuta sino al 1254 circa, quando venne fondata la nuova città aquilana. Infatti ancora oggi vengono individuati, nel nucleo storico medievale, al livello toponomastico i Quattro Quarti aquilani classificati in "quarti forconesi" (Santa Maria e San Giorgio) ad est, e "quarti amiternini (San Pietro e San Marciano) ad ovest. Forcona era a guardia dell'altopiano delle Rocche, facente parte del gruppo degli Equi lungo la via Claudia Nova, insieme al villaggio di Foruli, oggi contrada Civitatomassa, che pre mezzo della torre di Bussi sul Tirino conduceva al porto di Ostia Aterni (Pescara). Presso Civita di Bagno, attuale località dove si trova Forcona, esisteva un altro villaggio detto "Frustenias", posto in modo da avere contatti con la fortezza di Alba Fucens nella Marsica e con Aveia (Fossa). Nel primo Medioevo, ossia dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, il tratturo usato dai pastori nell'epoca del dominio dell'Urbe era ancora meta di grandi traffici commerciali e di viandanti.
Aveia era un'altra città fiorente, dove nel III secolo d.C. visse San Massimo Levita, il quale subì il martirio per la sua fede, dopo che rifiutò di pentirsi dinanzi al questore locale, perfino con l'offerta allettante di sua figlia in matrimonio. San Massimo venne scaraventato dalla rupe più alta della città, più o meno dove oggi sorge il castello medievale di Fossa. Tuttavia il suo culto iniziò a diffondersi, nello stesso periodo in cui l'area della conca aquilana venne a svilupparsi l'evangelizzazione di San Benedetto di Norcia, per il quale fu molto attivo Sant'Equizio, e ancor prima di lui Vittorino di Amiterno, martirizzato sotto l'impero di Nerva.

Il Duomo di San Massimo

Quando Aveia fu distrutta dall'invasione dei Goti, le reliquie di San Massimo furono traslate nella chiesa di Forcona, che divenne sede della "diocesi Forconese" (VI secolo). Questa era operativa sul territorio insieme alla "diocesi di Amiterno", ossia nel territorio che aveva preso il nome di San Vittorino, dal nome del vescovo locale, sepolto nel VII secolo nella chiesa di San Michele, sede diocesana.
Della diocesi primaria aquilana si ricordano i nomi di Castorio, citato da Gregorio Magno, San Cetteo d'Amiterno, martirizzato dai longobardi di Ambone, e Leonzio, fratello di papa Stefano II. Per Forconio si ricordano i vescovi Ceso, che ospitò Giovanni XII e l'imperatore Ottone II, quando si recarono a Forcona per venerare il corpo di San Massimo nella cattedrale, poi San Ranieri, lodato da papa Alessandro II e Berardo da Padula, vescovo nel 1252, primo presule della nuova città fondata qualche anno dopo.

La diocesi amiternino-forconese terminò nel 1256, quando con bolla del 22 dicembre Alessandro IV concesse alla nuova città fondata la dignità episcopale, con trasferimento dalla vecchia sede di Forcona, nella nuova chiesa cattedrale che si stava fondando, dedicata ai Santi Massimo e Giorgio. I confini della diocesi nuova furono definitivamente descritti nella bolla del 20 febbraio 1257, sancendo così la fine della vecchia diocesi.
Tornando alle vicende dei "castelli" sabino-romani nell'epoca dell'alto Medioevo, Forcona era una piccola città, un "vicus2 di Aveia, fino alla sua distruzione. Dopo la guerra greco-gotica del 535-553 il territorio della regione Valeria (comprendente Furcona, Amiterno, Carsoli e Reate), venne saccheggiata e controllata dall'esarca di Ravenna.

I Longobardi[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo l'Italia assisteva all'arrivo dei Longobardi. Il territorio aquilano, inglobato nel Ducato di Spoleto, venne per la prima volta scisso dall'Abruzzo meridionale che era, invece, sotto il controllo di Benevento. Quando i Franchi batterono i Longobardi nell'VIII secolo riuscirono a occupare solo il Ducato di Spoleto, che segnava il limite meridionale delle loro conquiste in Italia, mentre il Ducato di Benevento restò ai Longobardi con numerose ripercussioni per quanto riguarda l'economia della zona. Una delle attività economiche principali delle terre che costituiranno la futura Aquila, era infatti l'allevamento degli ovini, che a sua volta si reggeva sulla transumanza, cioè sull'annuale spostamento delle greggi portate a svernare nel Tavoliere delle Puglie. Con la divisione dell'Abruzzo la transumanza tende perciò a scomparire provocando la decadenza economica del territorio. Nei secoli successivi l'Abruzzo è soggetto anche alle invasioni dei Saraceni. Nel placito del 776 il duca Ildeprando cita il gastaldato forconese "Majorano". Nell'843, con la creazione della Contea dei Marsi con sede amministrativa Celano (autonoma dal ducato di Spoleto entro cui erano finiti i confini aquilani), il territorio fu diviso in due tronchi (926): uno orientale, con Penne, Teate (Chieti) e Aprutium (Teramo), e l'altro occidentale con Forcona, Amiterno, Valva (Corfinio), la Marsica tutta, e Rieti. Con la visita di Ottone I ad Amiterno insieme al vescovo Tedorico di Metz, la città viene descritta in condizioni pietose "quae et ipsa ruinas tantum ostendit". Le testimonianze provengono dai registri del Chronicon Casauriense dell'abbazia di San Clemente a Casauria fondata nell'871 ai piedi della Majella lungo la "via degli Abruzzi", che parlano di strade completamente invase dalle erbe, e gli antichi villaggi distrutti in via di spopolamento.

Il Mille[modifica | modifica wikitesto]

La rinascita economica del territorio avverrà solo dopo l'anno mille con l'arrivo dei Normanni nell'XI secolo. Si assiste a una nuova stabilità alla zona e alla ripresa della transumanza, grazie anche alla riunificazione di tutto l'Abruzzo, conquistato da re Ruggero II tra il 1139 e il 1153. Durante il periodo normanno si assiste al fenomeno dell'incastellamento, di cui sono esempio e testimonianza ancora oggi visibile il castello di San Pio delle Camere e il castello di Ocre, che occupava una posizione strategica nella vallata dell'Aterno e che era proprietà dei conti dei Marsi. Il territorio aquilano rimase sotto il controllo dei nuovi signori insediatisi a Celano, nella persona del capostipite Conte Pietro (che fondò presso Navelli il castrum di "Collepietro"), e poi del suo successore Tommaso. La sua politica feudale era completamente contraria agli ideali del nuovo sovrano Federico II di Svevia, che intendeva riunire tutte le signori normanne in un unico impero. Ragion per cui la contea dei Marsi, dopo un feroce assedio, venne smantellata, Celano saccheggiata, e i domini dell'ex ducato di Spoleto riuniti nel "Giustizierato d'Abruzzo" (1233) con capoluogo Sulmona. Esattamente in questi anni iniziarono le trattative dei signori "castellani" dei vari borghi circostanti per la costruzione della nuova città.

Fondazione, ricostruzione e ascesa della città[modifica | modifica wikitesto]

La prima fondazione[modifica | modifica wikitesto]

L'origine del nome

Per la presenza di numerose sorgenti, il castello che diede nome alla città era chiamato Santa Maria de Aquilis, oppure de Acquilis, successivamente divenuto Acculum, poi Accula quindi Acquili mantenendo sempre la caratteristica di diminutivo latino di aqua. L'assonanza lo fece paragonare al nome del rapace che figurava sulle insegne imperiali di Federico II di Svevia e contribuì alla definitiva scelta di Aquila[2].

L'Aquila fu uno dei castelli che popolavano i monti e le colline circostanti la conca su cui poi nascerà la futura città. Era probabilmente più popolato e importante degli altri, tanto che nel 969 accolse papa Giovanni XIII e l'imperatore Ottone I[3].

Corrado IV, che stipulò il diploma di fondazione nel 1254

Nel 1229 gli abitanti di questi castelli decidono di ribellarsi al giogo vassallatico dei baronati normanno-svevi,[1]. Dopo essersi rivolti a papa Gregorio IX, ottennero il permesso di fondare la città ma l'iniziativa non si concretizzò[1]. Gli aquilani ottengono nuovamente il permesso della costruzione di una nuova grande città, in funzione anti-feudale[1], di cui è rimasta testimonianza nel cosiddetto Diploma di Federico II[1]: nel documento conservato, in duplice copia negli archivi cittadini, si esortano i castelli degli antichi contadi di Amiternum e Forcona a unirsi per formare un unico centro[4]. La trattativa fu avviata tra il 27 luglio e il 7 settembre 1229, con ambasciatori amiternini inviati al pontefice, i quali riferirono delle vessazioni a cui gli abitanti erano sottoposti dallo strapotere di Federico II, con tasse, imprigionamenti, condanne a morte e mutilazioni varie per chi disobbediva alla legge. Nelle lettere gli abitanti chiedevano a Gregorio, trovandosi nel demanio della Chiesa Romana, di riconoscere tale realtà di fatto, e anche di fondare una città nuova nella località di Acculi. Benché il progetto si sviluppò una trentina di anni più tardi, la fondazione della città è stata vista come un atto politico, e controversie sono sorte attorno al diploma di Federico II, visto come uno dei patrocinatori di tale nascita. Innegabile è che la fondazione fu a scopo politico-religioso, voluta o da Carlo I d'Angiò o da Federico II. La città nella prima fondazione fu allo stesso tempo papale, sveva, angioina; alcuni attribuiscono i precedenti dell'origine alla fondazione del monastero di Santo Spirito ad Ocre, nello stesso periodo in cui veniva fondata l'abbazia di Santa Maria di Casanova a Villa Celiera (Pescara) da parte di Margherita contessa di Loreto Aprutino (1191) insieme ad altri monasteri cistercensi abruzzesi di grande importanza nell'era angioino-sveva. Nella conca aquilana fu fondato il monastero di San Nicola presso Arischia, fuori il castello abitato, dipendente da Santo Spirito d'Ocre, mentre presso Campo Imperatore veniva eretto il monastero di Santa Maria del Monte (di cui oggi si vedono i resti cospicui). La fitta trama cistercense portava inevitabilmente denaro all'economia locale, con la produzione di olio, vino, saline, mulini, raccolti. I cistercensi insegnarono ai contadini di Forcona e Amiterno a sviluppare un nuovo sistema di coltivazione che non dovesse seguire per forza i dettami del vecchio feudalesimo longobardo. La centralizzazione dell'ordine cistercense nella zona non si sviluppò soltanto nel campo agricolo, ma anche in quello poetico e culturale, come dimostrano le prime composizioni poetiche provenienti dall'Aquila: la Lamentatio Beate Marie de Filio, trascritta in un codice di Celestino V, dove sono evidentissimi i segni del dialetto sabino-amiternino, ma anche un registro stilistico inedito in Abruzzo in quegli anni, che faceva riferimento senza dubbio alla scuola siciliana, e dunque di Federico II, e in parte a quella tosco-umbra.

Manfredi di Svevia distrusse la città nel 1259

Le vicende della fondazione dell'Aquila sono raccontate da Buccio di Ranallo da Poppleto (oggi Coppito, frazione dell'Aquila), autore di una Cronica rimata che narra la storia della città dal 1254 fino al 1362 (anno che precede la sua stessa morte). Come riporta lo storico Leopoldo Cassese, Buccio fu

«...il primo cronista che narrò con tono appassionato e con ritmo di epica solennità le vicende di quel comune rustico sorto tra le aspre montagne di Abruzzo da un potente sforzo di volontà compiuto dall'oppresso ceto contadinesco»

(Leopoldo Cassese[5])

La raccolta e la valorizzazione del corpus delle cronache aquilane si deve allo storico Anton Ludovico Antinori. Buccio parla di riunioni segrete presso San Vittorino e Santa Giusta di Bazzano, segno dei malumori dei cittadini per la mancata autorizzazione della fondazione della città. Tali riunioni sarebbero dovute terminare in un eccidio di massa, per scatenare una rivolta. A fatto compiuto, i cittadini mandarono un tal Jacopo de Senizo (o da Sinizzo) dal pontefice per richiedere nuovamente il permesso di fondazione della città, che fu accordato grazie anche alla mediazione di Corrado IV di Svevia. Dunque il diploma federiciano sarebbe quello firmato da Corrado (poiché Federico morì nel 1250), dove si sancisce la nascita della città nella località "Acculi" (o Aquila) al fine di impedire il passaggio dei predoni e dei saccheggiatori nella vasta area della conca controllata da alcuni castelli già esistenti, come Forcona e Amiterno. Vennero stabiliti i confini della città, confiscate le terre e i boschi, si dette la licenza di universitas, e dunque aboliti gli obblighi feudali, oltre all'abbattimento delle varie rocche feudali che si trovavano dentro il territorio, come ad esempio un certo castrum Cassari. Il racconto epico di Buccio di Ranallo è stato giudicato non completamente attendibile, poiché lo storico visse un centinaio di anni dopo la fondazione, e poiché la stessa materia della Cronaca è piena di patetismi e di commenti personali; non attendibile è stata giudicata la vicenda della congiura dei baroni e il successivo intervento di Jacopo da Sinizzo presso il Papa per far concedere a Corrado il diploma di fondazione. L'operazione di Corrado di Svevia di pacificare le lotte intestine dei baroni nel regno, ossia quella di creare una città simbolica per tale pacificazione, affinché fosse anche un punto di riferimento militare al confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio, sembra essere quella più plausibile.
Non si hanno molte notizie sulla prima città, poiché quella attuale è il frutto della ricostruzione dopo il 1259, quando venne distrutta da Manfredi di Svevia. Lo storico Anton Ludovico Antinori cita un documento che parla del 1255, quando la città era ancora in fase di popolamento.

«Non si cessava dall'edificare la città e già si cominciava ad abitare, né trascurava chiunque veniva a far valere il privilegio reale di Corrado, liberandosi con pagamento del vassallaggio del proprio Barone. Si trova un istrumento pubblico per mano di Gualtieri di Bazzano notaio e Maestro Donadeo Giudice della città dell'Aquila, fatto in quest'anno nella Città stessa presso la casa de' figlioli di Ruggieri da Sant'Eusanio, con cui Rinaldo ee Taddeo, figliuoli del fu Tommaso di Berardo di Gherardo di Rocca di Mezzo, ancor essi cittadini aquilani, liberarono ed assolverono Matteo e Domenico di Giovanni di Niccolò e i loro fratelli consobrini di essi e fatti pur cittadini dell'Aquila, per sé e i loro eredi in perpetuo, da ogni peso e vassallaggio riceverono sei libre e mezza di provvisini per la vigesima a tenor del diploma di re Corrado, in vigor del quale divenuti erano a tale liberazione.»

(Anton Ludovico Antinori)

La distruzione a opera di Manfredi e la ricostruzione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1259, colpevole di essere rimasta fedele alla Chiesa nella contesa tra papato e impero, fu punita e rasa al suolo da Manfredi. Con la morte di Corrado nel 1254, Manfredi assunse la reggenza del regno, il quale si scontrò con papa Innocenzo IV per il dominio temporale del Regno di Sicilia. A Innocenzo succedette papa Alessandro IV, che aveva rapporti con la diocesi di Forcona, e si impegnò a fondare un partito guelfo in Aquila, promuovendo una campagna bellica contro Manfredi, in una lettera al popolo del 1256, e in un'altra dell'anno successivo, quando venne trasferita da Forcona la cattedra episcopale. Interessante notare come in queste lettere la città veniva chiamata "Communi Aquilano". Manfredi nel 1258 si fece eleggere a Palermo re di Sicilia, e rafforzò la sua campagna di compressione delle autonomie concesse dai suoi predecessori. Buccio commenta:

La fontana delle 99 cannelle, che simboleggia il mito della nuova fondazione del 1265

«Benché lo re Manfredo poi venne in signoria / Et contra della Ecclesia con forza e tirannia / Colli mali regnicoly, che gran copia ne avia: / Quale era per offitio et quale per leccaria. / Tanto co re Mnafredo tucti se adoperaro / Con tucti quanti li altri che d'Abruzo camparo / Perché sconciasse l'Aquila jamai non refinaro, / Fi che, a lloro petetione tucta la deruparo.»

(Buccio di Ranallo, Cronaca rimata)

Re Manfredi si sbrigò ad attaccare la città neonata, poiché aveva ricevuto delle offerte di protezione dal pontefice e anche da Enrico III d'Inghilterra, come dimostrano i rapporti di Innocenzo IV nel 1253 con la corona inglese per la protezione del regno della Sicilia. La difesa della città dunque fu poca cosa, e Aquila fu rasa al suolo, tanto che Buccio commenta che non vi rimase casa su casa. Dopo questa prima fase, i villici tornarono nei loro antichi feudi nella conca, con nuovo trasferimento della diocesi a Forcona. Fu ricostruita nel 1265 per mano di Carlo I d'Angiò, cui L'Aquila si sottomise spontaneamente, riconquistando prestigio e preminenza. Nel 1276 vengono cominciati i lavori per la costruzione della cinta muraria mentre la città diviene sempre più vasta e popolosa arrivando, alla fine del Duecento, a contare circa 60.000 abitanti[3]. Sempre secondo Buccio, l'ambasciatore reale per la nuova riedificazione fu il cancelliere papale Jacopo da Sinizzo.

La torre del Palazzo Maargherita, con la campana "reatina", che ogni sera rintocca 99 volte

Tra i motivi della crescente importanza dell'Aquila nei primissimi anni di vita, è certamente la posizione strategica in cui venne costruita. La città trovò forma su di un colle posto al centro di un'ampia conca di origine lacustre, circondata e protetta dalle catene del Sirente, dai monti del Velino e dal massiccio del Gran Sasso e dei Monti della Laga. L'Aquila si trovò dunque in posizione pressoché baricentrica rispetto al suo contado e all'intera Valle dell'Aterno e divenne ben presto luogo d'incontro e di commercio, un ruolo appositamente studiato dalla Corona e per il quale Corrado IV destinò demanialmente alla città il territorio circostante. Tuttavia la fondazione, benché da una parte vedesse la diretta partecipazione popolare per ripetere il sogno di libertà dall'oppressione feudale, i baroni dei castelli si opposero e mandarono degli ambasciatori per bloccare la ricostruzione, come scrive Buccio. Carlo ricevette anche un'ambasciata dei popolani, al che il sovrano rispose Refayte l'Aquila ché io vollio in veritate! La moneta promessa per termene portate. La città dunque venne ricostruita, anche se durante l'edificazione si ebbero delle controversie, perché nel frattempo la diocesi forconese era stata assorbita dalla diocesi di Rieti, e sarebbe stato assurdo avere una città con due sedi vescovili. Infatti il papa Clemente IV si pose contro alla ricostruzione, appoggiando la causa dei baroni feudatari, poiché il territorio oltretutto si trovava nello Stato della Chiesa, compresa Rieti. Carlo tuttavia non tenne in considerazione le lamentele, e spinse fortemente per la ricostruzione. Nella Cronaca di Buccio si fa riferimento anche alla battaglia di Tagliacozzo nei Piani Palentini (1267), quando il re Carlo chiese aiuto agli aquilani contro Corradino di Svevia. Gli aquilani intervennero per ingraziarsi il re e per evitare un ritorno svevo, perché qualche anno prima si erano verificati disordini con la "liberazione" degli schiavi, rallentata dai baroni e da Rambotto, il loro rappresentate, che ucciso dagli schiavi stessi, e dall'abbattimento incontrollato delle rocche nel territorio della conca. La vittoria a Tagliacozzo di Carlo giovò molto alla città, con l'afflusso sempre più cospicuo di cittadini dai vari borghi circostanti e l'avvio di un florido mercato con traffici commerciali lungo le principali vie dei tratturi.

L'Aquila, città nuova, e la leggenda dei 99 castelli[modifica | modifica wikitesto]

Veduta di Piazza Duomo da ovest, punto d'incontro dei quattro Quarti Aquilani: seguendo l'asse dell'immagine, a nord Santa Giusta, a ovest Santa Maria, a sud San Pietro, con punto neutrale la Cattedrale, e ad est San Marciano

La fondazione dell'Aquila è quindi un caso particolare, unico nel Medioevo italiano. La città nacque secondo un disegno armonico ben preciso, la copia in pianta della città di Gerusalemme, che non trova precedenti nella storia dell'architettura urbana (un caso simile, nel 1703, fu la nascita di San Pietroburgo). La città venne suddivisa in locali che vennero donati ai castelli che contribuirono alla fondazione, proporzionalmente al numero dei loro abitanti originari[6]. Ogni gruppo familiare, dopo ave ottenuto il sito edificabile, poteva costruire una casa, pagando 12 carlini, e secondo Buccio le prime famiglie che popolarono la città furono 15000. La creazione dei quarti fu necessaria perché i castelli originari da cui immigravano i mercanti ed i signori non venivano distrutti, data l'idea di sfruttare più campi di pascolo, appoggiandosi alla clausola del diploma carolino, in cui i feudi erano proprietà demaniali. I villi specialmente diversificavano la loro attività in relazione alle offerte di lavoro della città, ma gli immigrati non volevano cedere i diritti di confocolieri nell'uso delle montagne; dunque occorreva mantenere una precisa identità del confocoliere nel crogiolo di attività della città.

Per facilitare l'opera di fondazione, Aquila venne suddivisa in quattro parti, due dei quali riconducibili al circondario occidentale della città (la zona dell'antica Amiternum) e i restanti due al circondario orientale (la zona dell'antica Forcona). La divisione storica del territorio aquilano in due parti è testimoniata anche dalle differenze linguistiche: nell'amiternino si parla il dialetto sabino mentre nel forconese il dialetto meridionale. I quarti amiternini ad oves t sono San Pietro e San Giovanni (oggi San Marciano), mentre quelli forconesi a est sono Santa Maria e San Giorgio (oggi Santa Giusta).

Chiesa di San Pietro a Coppito, la capoquartiere del quarto San Pietro
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Quarti dell'Aquila.

La particolarità dei Quarti dell'Aquila è quella di non limitare la suddivisione alla città intra moenia, ma di estenderla a tutto il contado circostante, il che accentuò e radicalizzò tra gli abitanti della nuova città il senso di appartenenza al vecchio castello di provenienza[7]. All'interno dello spazio urbano ogni comunità realizzò uno spazio simbolico collegato al vecchio castello di provenienza, generalmente una chiesa, consacrata allo stesso santo del castello, una piazza e una fontana[7]. Negli Statuta Civitatis dell'Aquila è spiegato molto bene lo schema dei locali dei quarti, divisi in quattro nel 1276, dove doveva costruirsi il palazzo del signore, e la chiesa soprattutto, da realizzarsi entro un anno dalla fondazione, e alle cui spese doveva contribuire tutto il clero. Le famiglie più influenti furono i Branconio di Collebrincioni (all'epoca Colle Branconio) per il quarto di Santa Maria, che finanziarono l'edificazione del palazzo di rappresentanza familiare, e la chiesa di San Silvestro, omonima della parrocchia di Collebrincioni; poi i Dragonetti, i Gaglioffi, i Porcinari,i De Nardis.

Immagine storica della chiesa di Santa Giusta, la capoquartiere del quarto San Giorgio

Ogni quarto aveva una chiesa di rappresentanza: per Santa Maria la chiesa di Santa Maria Paganica, fondata ovviamente prendendo il nome dalla chiesa dell'Assunta di Paganica, per San Giorgio la chiesa di Santa Giusta (precedentemente di San Giorgio), fondata dai castellani di Tione degli Abruzzi e di Bazzano in onore della santa locale martirizzata nel III secolo; per San Pietro la chiesa di San Pietro a Coppito dai castellano di Poppleto (oggi Coppito), e per San Giovanni d'Amiterno la chiesa di San Marciano, fondata dai castellani di Lucoli inizialmente con l'intitolazione a San Giovanni d'Acculi, in ripresa del nome dell'abbazia, e successivamente, dopo il XIV secolo prese tale intitolazione dalla chiesa di Roio.
Numerosissimi sono gli altri esempi di chiese che conservarono il nome dei castelli fondatori, come Santa Maria di Picenze, San Flaviano di Barisciano, San Vito di Tornimparte, San Pietro di Sassa, Santa Maria di Farfa, Santa Maria Assunta di Assergi (oggi chiesa del Carmine), Santa Maria Assunta di Vasto, San Paolo di Barete, San Biagio d'Amiterno, Santa Maria di Roio, San Marco di Preturo, Santa Chiara d'Assisi extra moenia (fondata dal convento delle Clarisse di Paganica) e il convento di San Michele intus (dove oggi sorge il Palazzo dell'Emiciclo. Molte altre chiese prima del 1703 e prima delle demolizioni d'inizio '800, dovevano esistere, aventi lo stesso nome delle parrocchie del castello fondante, ma oggi sono scomparse.

Mura medievali della zona di Costa Picenze: in vista in alto Porta Tione e a destra Porta Bazzano

Nella città sono ancora oggi identificabili le direttrici del cardo e dei decumani che separano i rispettivi quarti e le piccole vie e i piazzali dei vari locali fondati dai confocolieri. Ciò è dovuto all'edificazione lenta che comportò vari anni per il suo completamento: l'edificazione della chiesa davanti a un piazzale, e il palazzo di rappresentanza della famiglia colonizzante, insieme a un gruppo di abitazioni dei castellani trasferitisi dall'originario borgo nel sobborgo di Quarto. Lo schema ben preciso a scacchiera si conformò nel XV secolo, come dimostrano anche le carte dell'ingegnere rinascimentale Girolamo Pico Fonticulano.

Porta Leoni

Il cardo massimo era il corso maggiore (oggi corso Vittorio Emanuele, mentre il decumano corso Umberto I, seguito da via Bafile, e via San Bernardino, le cui linee intersecandosi con il corso maggiore, formano uno slargo, oggi detto i "Quattro Cantoni", il corso Vittorio Emanuele, procedendo verso sud, dopo lo sbocco in Piazza Duomo, continua mediante il corso Federico II fino alle mura di Porta Napoli. Le varie piazzette, dopo quella maggiore, luogo neutrale dal dominio dei quattro Quarti, d'amministrazione vescovile della Cattedrale dei Santi Massimo e Giorgio, sono Piazza Santa Maria Paganica, Piazza Santa Giusta, Piazza San Marciano, Piazza San Silvestro, Piazza Santa Maria di Roio, Piazza San Pietro, Piazza San Flaviano, Piazza San Marco, Piazza San Domenico; successivamente alla fondazione si aggiunsero Piazza San Bernardino, Piazza Santa Margherita, Piazza della Repubblica.

La cinta muraria è ancora oggi ben definita, con solo piccole parti demolite, poiché fino alla seconda metà dell'800 il territorio colonico cinto da fascia fortificata si trovava ben oltre l'area abitativa delle case, lasciando ampi spazi per orti e campi da coltivazione. Oggi, con l'espansione urbana degli anni '60, l'area di distanza verde è stata annientata, e alcune delle storiche porte di accesso sono state interrate, come Porta Romana (o Barete). La fascia muraria era munita di porte di accesso con torri di controllo, e altre piccole torri a scarpa, e abbraccia partendo da Nord, le attuali via Castello, via Atri, via Francesco del Greco, via Barbara Micarelli, via Fortebraccio, Costa Picenze, viale Collemaggio, viale XX Settembre, via Roma, viale San Giovanni Bosco, viale Duca degli Abruzzi, per tornare a nord al Piazzale Battaglione.

Porta Bazzano


Per quanto riguarda il feudi coltivabili dentro le mura, nella carta di Fonticulano presso Porta Barete esisteva lo Scapato, presso Porta Branconia, a nord il Porcinaro, presso il Forte spagnolo il Largo Castello, usato per il mercato del bestiame, e infine tra Porta Bagno e Porta Bazzano l'altura di Collemaggio, detto anche Campo di Fossa. Le principali porte erano e sono ancora Porta Bazzano (est) e Porta Barete (ovest), le più grandi della città, poi Porta Castello (nord-est, edificata nel XVI secolo), Porta Leoni (nord-est), Porta Tione (sud-est), Porta Bagno (sud), Porta Roiana (sud-ovest), Porta Lucoli (sud-ovest), Porta Rivera (sud-ovest), Porta Romana (ovest), Porta Pilese (ovest), Porta San Lorenzo (nord-ovest), Porta Branconia (nord-ovest), Porta San Basilio (nord). La Porta Reale, o Porta Napoli, fu aggiunta nella prima metà dell'800, al viale sud che immetteva al corso Federico II.

Controverse sono le notizie sul reale numero dei castelli che contribuirono alla fondazione: la tradizione vuole che fossero novantanove, ma è più probabile che il numero effettivo si attestasse sulla sessantina. Tuttavia, a ricordo della fondazione, la campana della Torre Civica batte ancora oggi 99 rintocchi e questa tradizione, insieme al primo grande monumento della città, la fontana delle 99 cannelle, contribuisce ad alimentare ancor oggi questa storia leggendaria. Le cannelle della fontana, realizzata da Tancredi da Pentima nel 1272, sono in tutto 93, mentre per i castelli, molti dei quali ancora oggi esistenti, esiste una dettagliata spiegazione di Bernardino Cirillo negli Annali della città dell'Aquila (1570). I borghi che fondarono la città, nella divisione amministrativa comunale e provinciale di oggi, sono distribuiti nella provincia dell'Aquila e nella provincia di Rieti, e molti di essi inoltre, sono frazioni del comune aquilano, mentre altri, come Fontecchio, Navelli, Barisciano, Lucoli, Barete, sono comuni autonomi. I castelli in tutto sono nella provincia reatina La Posta (oggi Posta), Borbona, Cittareale, Antrodoco, Vigliano, Castello di Corno, Vigliano, Rasino, Pessignuolo (oggi Piedimordenti), Macchinona, Cesura e Rocca di Corno. Quelli nella provincia aquilana:

Nonostante nei primi anni della ricostruzione fu massiccio l'afflusso dei villici, i baroni dei castelli ricostruirono le rocche, anche alle pendici del Gran Sasso d'Italia presso Assergi e Genca, per contrastare il flusso. In quest'epoca figurò il tribuno della plebe Niccolò dell'Isola, che prese dure posizioni contro le baronie dei castelli.

Manoscritto iriginale della "Volla del Perdono", conservato all'Aquila

«Uno jorno fece fare un grande adunamento
Lui se levò in popolo et fé quisto parlamento;
Dixe: «Signuri dicovi dello meo intendimento:
Queste rocche de intorno fao grande impedimento
-Levete le coragera et giamole a derrupare,
Et quello che è facto non avremo ad fare!
Nullio signore saccio che possa contrariare
Se facto è, collo re ben l'haveremo accordare!»»

(Buccio di Ranallo, Cronaca rimata)

L'indignazione di Carlo II crebbe, che mandò il figlio Carlo Martello con l'incaricò di uccidere Niccolò, che infatti morirà avvelenato in circostanze misteriose. Dopo i funerali celebrati con commossa partecipazione popolar,e scoppiò una guerra intestina tra i castellani, specialmente tra Paganica e Bazzano per i domini del quartiere di Santa Giusta, con sconfitta della prima (1293).

Nel 1299 venne fondata, nel Lazio odierno ma fino al 1927 negli Abruzzi, la cittadina di Posta da parte dei castellani di Borbona, Laculo, Villa, Sigillo, Pietrapiede e Foro Machilonese, con le stesse proposte di autonomia feudale, suscitando le ire immediate di Aquila. Infatti questa Posta andava completare una cintura protettiva fino allo Stato pontificio con Cittareale, Cittaducale e Leonessa fino a Norcia, e nonostante i risentimenti aquilani che lasciavano intendere ideali di autonomia completa dalla Corona di Napoli, il re Carlo acconsentì a questa nuova fondazione. Infatti Posta, per quanto più piccola rispetto ad Aquila, non era una città così grande e con la situazione della rivale amiternina, ossia con dei baroni a capo dei castelli fondanti, per cui gli aquilani stessi, senza il permesso del re, a capo di Niccolò dell'Isola, avevano osato distruggere le rocche.
Tuttavia quel che accadde segnò indelebilmente lo spirito aquilano, ossia d'orgoglio e ferocia, poiché l'abitato di Machilone, uno dei "leggendari" 99 castelli che fondò la città amiternina, venne distrutto il giorno di Santa Giusta da Bazzano nel 1299, e cancellato dagli scudi con le armi dei castello fondanti. La repressione aquilana dei castelli del circuito di Cittaducale che avevano fondato la città, che che ora l'avevano "tradita", fu molto dura, tanto che oggi borghi come appunto Machilone non esistono nemmeno in forma di ruderi.
Malgrado quest'ennesima azione di forza verso la Corona, data la posizione importante della città, al confine con il regno partenopeo e lo Stato della Chiesa, non vennero eseguite punizioni. Carlo II con diploma del 22 gennaio 1304 concesse addirittura il castello di Posta al dominio aquilano.

Lo stemma[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Stemma dell'Aquila e Immota manet.
Stemma civico

Lo stemma è costituito da uno scudo sannitico con aquila nera Sveva su campo d'argento, sormontata da una corona e dalla scritta "IMMOTA MANET", e dal trigramma PHS di San Bernardino da Siena. Nel gonfalone invece l'effigie è caricata su un drappo verde, accompagnata dagli stemmi dei Quarti dell'Aquila di Santa Giusta, San pietro, Santa Maria e San Marciano.

(LA)

«Providimus ut in loco qui dicitur Aquila inter Furconem et Amiternum (...) unius corporis civitas construatur quam ipsius loci vocabulo et a victricium nostrorum signorum auspiciis Aquilae nomine decernimus titulandam.»

(IT)

«Provvediamo a che nella località Aquila tra Forcona e Amiterno (…) sia costruita una città unitaria che dal nome del luogo, e per questo sotto gli auspici delle nostre vittoriose insegne, decretiamo che debba essere chiamata con il nome di Aquila.»

(Federico II di Svevia, Privilegium concessum de constructione Aquilae, XIII secolo[8])

Le origini dell'aquila risalgono indubbiamente alla nascita della città intorno al 1254 con il privilegio federiciano, emanato da Corrado IV di Svevia. Dopo la distruzione di Manfredi di Svevia nel 1259 e la sua successiva ricostruzione,. la città adottò i colori civici rosso-bianco, bicromia presente anche in specifici edifici storici, come la fontana delle 99 cannelle e la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, colori simbolo dell'indipendenza; i colori cambiarono dopo il disastroso terremoto dell'Aquila del 1703, in nero e verde, simbolo del lutto e della speranza.
Il motto Immota manet insieme al trigramma PHS è legato a un passo delle Georgiche di Virgilio, mentre il secondo è sciolto in Iesus Hominum Salvator, risalente circa al 1440, quando San Bernardino venne in Abruzzo, morendo in città.

Celestino V e il giubileo aquilano[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1288 l'eremita Pietro da Morrone decise di edificare proprio ad Aquila la basilica di Santa Maria di Collemaggio, capolavoro dell'arte romanica e monumento simbolo della città. Prima della costruzione della basilica, l'area di Collemaggio era occupata dalla Chiesa di Santa Maria dell'Assunzione; proprio in questa chiesa si narra che Pietro da Morrone trovò rifugio, nel 1275, incontrò in sogno la Vergine e con essa accordò la costruzione nel medesimo luogo di una nuova maestosa basilica[9]. In essa, l'eremita venne incoronato papa con il nome di Celestino V il 29 agosto 1294. Carlo II nell'elezione di Celestino si aspettava notevoli frutti politici, e lo prelevò dal romitorio di Sant'Onofrio a Sulmona per portarlo fino ad Aquila, benché la scelta iniziale fosse stata Perugia. Nella celebrazione dell'elezione, fu stipulata una concordia tra i "boni homini" della politica aquilana.

«Lo re raccomandòli che n'era molto irato,
Cha lo comune de Aquila li era ssay accusato:
Dui milia oncie de pena lo aveva condempanto!
Santo Pietro, sapendolo, ce abe reparato.
-Parlò con lo re Carlo et disse: «Figliolo mio,
Fra tucte l'altre terre l'Aquila amo io;
Et volliate pregare dalla parte de Dio
Che perdonare digi allo popolo tio».»

(Buccio di Ranallo, Cronaca rimata)

Tuttavia, dopo solo quattro mesi di mandato, Celestino V restituì le insegne pontificie e rinunciò alla carica, causando la furibonda reazione della chiesa. Venne catturato mentre stava per lasciare l'Italia, desideroso di tornare a fare l'eremita, e venne imprigionato nella rocca di Fumone, nel Sud dello Stato Pontificio (attualmente in Provincia di Frosinone), dove morì il 19 maggio 1296. Nel 1327 le sue spoglie furono traslate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove sono ancora oggi custodite nell'apposito mausoleo.

Ritratto di Celestino V ad opera di Giulio Cesare Bedeschini

Nell'agosto dello stesso anno, prima di rinunciare al suo incarico, Celestino V emanò una Bolla con la quale concedeva un'indulgenza plenaria e universale a tutta l'umanità, senza distinzioni: un evento eccezionale, che anticipò di 6 anni l'introduzione dell'anno santo, avvenuta per volere di papa Bonifacio VIII nel 1300 e può essere quindi considerato il primo giubileo della storia. La festa del Perdono fu occasione anche economica per l'afflusso copioso di mercanti, famosa in tutto il regno di Napoli, per cui Carlo concesse una sorta di "indulto", che riguardava specialmente il blocco di eventuali rappresaglie politiche durante la festa.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Perdonanza.

La Bolla di San Pietro Celestino, oggi nota come la Bolla della Perdonanza, poneva come condizioni per l'ottenimento del perdono l'ingresso nella basilica nell'arco di tempo compreso tra le sere del 28 e del 29 agosto di ogni anno e l'essere "veramente pentiti e confessati". La porta di Celestino V, situata sul lato settentrionale della basilica è dunque a tutti gli effetti una Porta Santa[10]. Questo giorno costituì un appuntamento fondamentale per i pellegrini e i mercanti che giungevano in città, punto di passaggio oramai obbligato sulla Via degli Abruzzi che da Firenze portava a Napoli[11].

La leggenda dei Templari[modifica | modifica wikitesto]

«Novantanove case messe 'nturnu
fecero 'na corona per' 'na rocca
, nascette 'na piazzetta e po' 'nu furnu
e repassò la voce p'ogni bocca.
E la campana sona novantanove,
novantanove din don, din don.
Novantanove piazze co 'lle chiese
pure novantanove le cannelle,
quattro riuni 'e populu cortese
e le quatrani quasi tutte belle.»

(Canzone popolare Novantanove)

La leggenda aquilana dei Cavalieri Templari riguarda la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, insieme alla chiesa di Santa Maria ad Cryptas di Fossa. Il segreto delle numerologia templare aquilana sarebbe nel 99, che l'Arca dell'Alleanza templare attracca coordinate geografiche, latitudini e longitudini attraverso il disegno "occidentale" di una Gerusalemme riprogettata con i punti cardinali topograficamente invertiti. Una simbologia che nel numero 66, corrispondente alla parola "Dio" per l'Islam, assume le spoglie del 99. Ricostruendo la pianta che dal Tempio di Salomone, trova rifugio e sicura roccaforte nella Basilica di Collemaggio di Celestino V, L'Aquila rinascerebbe dalle ceneri dell'antica Gerusalemme: una città gemella, con il suo Monte degli Ulivi, con una geografia urbana ben delineata da assi longitudinale e latitudinali, che dal Borgo Rivera con la fontana delle 99 cannelle si espande sino ai borghi circostanti. Ciò che combacia maggiormente con Gerusalemme è la mappa catastale della città.

Facciata di Santa Maria di Collemaggio

L'impianto urbano della città combacia con Gerusalemme, e come evidenziano gli studi di Luca Ceccarelli e Paolo Cautilli, le due città sorgono su colline: L'Aquila a 731 mt. di altitudine, e Gerusalemme 750 mt., e ponendo le due mappe della città una sopra l'altra si ottiene una sovrapposizione quasi precisa, che vede corrispondere il sud dell'Aquila al nord di Gerusalemme. Analogie si hanno anche tra i quarti dell'Aquila e i quattro quartieri storici di Gerusalemme: quello cristiano, il musulmano, l'ebraico e l'armeno; analoga è la disposizione dei rispettivi fiumi: l'Aterno aquilano e il Cedron gerosolimitano, così come simili sono la fontana della Rivera e la piscina di Silo, adiacenti a una porta delle mura nella parte bassa della città.

Affresco dell'"Ultima Cena" nella chiesa di Santa Maria ad Cryptas di Fossa

Simbolico è il numero 99: 9 sono le lampade nelle Grotte vaticane, 9 erano i Templari che scavarono per 9 anni nel tempio di Salomone, la stanza dove si trovava l'Arca dell'Alleanza misurava 9x9 mt., l'ordine dei Templari fu istituito nell'anno 1099, 99.16 il numero delle lunazioni che si verificano nel corso di 8 anni alla latitudine dell'Aquila; le coordinate della città sono latitudine 42",21' (la cui somma 4 + 2 + 2 + = 9), longitudine 13"23' (somma 1+3+2+3=9). Gerusalemme ha come numero 66, il valore numero corrispondente alla parola di Dio.
Per quanto riguarda papa Celestino V, nel momento in cui fondò l'Ordine dei Celestini nella Badia Morronese di Sulmona, per evitare che l'ordine fosse sciolto, si recò nel 1274 a Lione dove si sarebbe svolto il concilio di papa Gregorio X. Lungo il viaggio Pietro da Morrone incontrò i Templari e con il gran maestro Giacomo di Bejau, e grazie a cui probabilmente Gregorio concesse con bolla la conferma dell'istituzione dell'Ordine 46 giorni prima dell'inizio del concilio. Nella Basilica di Collemaggio c'è un affresco che ritrae Celestino con un angelo e lo stemma della croce rossa dei Templari, e sempre secondo la leggenda Pietro, tornando sulla Majella, si fermò all'Aquila presso il romitorio di Santa Maria che sorgeva sul Collemaggio, parlando con il vescovo Niccolò da Sinistro di un sogno dove gli apparve la Madonna, che esigeva la costruzione di una grande abbazia.
Degli scavi presso la basilica di Collemaggio, nelle mura del piano inferiore, hanno testimoniato la presenza di stanze sotterranee, dove erano custodite delle preziose reliquie: una spian della Sacra corona, l'indice della mano destra di San Giovanni Battista, presenze confermate dal documento Schiffman del 1775, con l'elenco delle reliquie dei Templari.

Nella chiesa di Santa Maria ad Cryptas di Fossa del XIII secolo, poco distante dal capoluogo, si troverebbero tracce del passaggio dei Templari in Abruzzo. Nel ciclo di affreschi interno si trovano il gruppo della Crocifissione e della Flagellazione - Deposizione di Cristo, che hanno elementi in comune con la Sacra Sindone. L'immagine di Gesù ha il pollice piegato verso il palmo della mano destra, dettaglio che si ripete in tutte le raffigurazioni della chiesa. Nelle figure più in basso ci sono i ritratti di San Giorgio e San Martino con elementi che ricordano la divisa templare, ritratti a grandezza minore rispetto all'immagine sproporzionata del Cristo. Vicino Fossa si trova anche la chiesa della Madonna Nera, o della Vergine di Loreto, dove gli affreschi mostrano il miracolo della traslazione della "casa di Maria" presso Fossa, i cui angeli sono vestiti come i Templari.

Il Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

L'organizzazione della città[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Filippo principe di Taranto

Gestita da un podestà e da un libero consiglio, durante il Medioevo la città ebbe organizzazione autonoma e propri statuti[4]. Il primo consiglio cittadino fu composto dai sindaci dei vari villaggi e la città non ebbe una propria esistenza giuridica riconosciuta fino al regno di Carlo II di Napoli, che nominò un Camerlengo quale responsabile dei tributi, che, da allora in poi, furono pagati da tutta la città in quanto tale, mentre, in precedenza, erano pagati dai singoli villaggi, ognuno dei quali comprendeva il quartiere realizzato in città.

Successivamente, il Camerlengo acquisì anche il potere politico, divenendo presidente del consiglio cittadino (che ebbe vari nomi e composizione nel corso dei secoli). La città, autonoma, anche se sotto la sovranità del regno di Sicilia prima e del regno di Napoli poi, salvo un breve periodo in cui fece parte dello Stato Pontificio, fu governata da una diarchia composta dal consiglio e dal capitano regio, cui si aggiunse, nel XIV secolo, il conte Pietro Camponeschi, detto Lalle che, da privato cittadino, divenne il terzo lato di una nuova triarchia.

Già in precedenza, la città era divenuta una quasi signoria sotto Niccolò dell'Isola, nominato Cavaliere del Popolo, ma poi massacrato dal popolo stesso quando il suo potere cominciava a diventare troppo grande. Anche Camponeschi, Gran Cancelliere del regno di Napoli, oltre che conte feudale di Montorio al Vomano e quasi "signore" dell'Aquila, finì ucciso, ma, questa volta, per ordine del principe Luigi di Taranto. Il terzo e ultimo "signore" della città fu Ludovico Franchi, che sfidò anche i papi ospitando Alfonso I d'Este, cacciato da Ferrara, e i figli di Giampaolo Baglioni, l'ultimo signore di Perugia. Tuttavia, quando il suo potere cominciò a diventare troppo grande, gli Aquilani, sempre gelosi della loro libertà, si lamentarono presso il re di Napoli, che lo fece deporre e imprigionare.

Facciata della chiesa di Santa Giusta, nell'aspetto tardo romanico del dopo-sisma 1349

Per quanto riguarda i commerci i le Arti, queste ultime erano sorte già prima del 1331, come scrive Buccio di Ranallo, poiché le cita nel momento della traslazione del corpo di Celestino V a Collemaggio: Tutte le Arti annarovi, chiascuna con gran gente / Ciascheduna Arte fé ad Santo Pietro presente. Nel 1355 Aquila si dette un reggimento delle Arti simile a quelle degli altri comuni. In quest'epoca in città scoppia anche una lotta commerciale tra i borghesi commercianti e i nobili possidenti, che video coinvolta la famiglia Camponeschi e Filippo da Taranto, dove l'elemento che fece esplodere la guerra fu un tentato ritorno nostalgico al feudalesimo. Le famiglie che si scontrarono furono i Pretatti e i Camponeschi, i primi esponenti del vecchio feudalesimo e molto vicini al governo di Napoli, gli ultimi promotori della nuova politica "comunale", ed amati dai ceti meno abbienti. I Camponeschi, specialmente nella persona del cavaliere Pietro Lalle Maggiore (da non confondere con Pietro Lalle Camponeschi), promossero il libro commercio, lo sviluppo delle arti,l della cultura, insomma di una politica che mirava a integrare il concetto di città-territorio; Lalle I, approfittando di una guerra di successione tra famiglie, nel momento in cui fu assassinato Andrea di Carloberto d'Ungheria, marito di Giovanna I di Napoli, e nipote di Roberto I d'Angiò.
Il matrimonio era stato celebrato nel 1345, ma Andrea venne ucciso dalla moglie, scatenando l'ira del fratello Ludovico, anche perché Giovanna s'era sposata nuovamente con Ludovico di Taranto, figlio di Filippo, Lalle Camponeschi, nelle lotte di Tarantino e dell'Ungaro, parteggiò per quest'ultimo, anche perché sperava di bloccare un ritorno al potere dei Pretatti. Nel 1347 Ludovico d'Ungheria passò in città, e Lalle credette di veder definitivamente consolidata la sua presenza al potere cittadino, poiché venne nominato Conestabile del Regno e comandante delle milizie, e seguì Ludovico a Napoli Con il successivo accomodamento dell'Ungaro con Giovanna di Napoli, venne nominato Filippo di Taranto governatore degli Abruzzi, che permise il rientro in città dei Pretatti. Camponeschi, comportandosi similmente come Cola di Rienzo, sollevò i populares contro la famiglia rappresentante della vecchia tirannia feudale, e nella città si susseguono numerosi scontri, con l'incendio e la distruzione del Palazzo del Capitano. Filippo acquartierò l'esercito alle porte della città, ma poi decise di tornare a Napoli, seguito da Lalle, il quale tentò una pacificazione. Buccio scrisse:

«Cavalcò tanto presto come chi in prescia ha da gire
Lu conte nostro Lalle lu volse pur seguire
Fine de là ad Bazzano non se volse partire
-Quando fo tra le forme: et lui se adcomiatone
All'hora Misser Filippo ad lui se voltone;
Preselo per le braccia, de poi così parlone:
Non te porrà partire con me verrai prescione.»

(Buccio di Ranallo)

La cattura e l'uccisione di Pietro Primo suscitò indignazione tra i cittadini tanto che il palazzo venne nuovamente assaltato, il capitano regio costretto alla fuga. Dopo la rivolta però gli aquilani subirono la vendetta della Corona di Napoli, con il ritorno dei Pretatti, e il rischio della perdita della demanalità. Buccio descrive che venne istituito in città un consiglio straordinario di 68 magistrati, che avrebbero amministrato la cosa pubblica, questi Sessantotto inviarono ambascerie di pace a Filippo, fecero rientrare il capitano, e mandarono altri legati ai sovrani di Napoli. Il sovrano angioino, per l'amore del suo avo Carlo che rifondò la città, concesse il perdono e nuovi benefici, come il diploma di Giovanna del 22 ottobre 1371, dove si concedeva la libertà d'elezione dei rappresentanti delle Arti. Tuttavia questa carta non concedeva la piena libertà, poiché ogni due anni occorreva rieleggere i rappresentanti, impedendo così la costituzione di vere e proprie dinastie economiche, come volevano gli aquilani; ad esempio nel 1368 Giovanna rifiutò una proposta dei cittadini di aumentare i membri del consiglio comunale a 100 uomini, ripartiti tra i maggiori esponenti dei quattro quartieri, ristabilendo semplicemente gli antichi privilegi concessi di Carlo I e II, di città demaniale esente dalla tassazione reale, ma soprattutto l'ufficializzazione delle Arti come parte dell'organismo amministrativo della città, ripartite in precise categorie le une dalle altre. Il governo dei Sessantotto fu sciolto e rieletto un nuovo governo dei rappresentanti artigiani e commercianti delle Arti, sotto la giurisdizione del Capitano regio

«Uscemmo dallo Palazzo tucta la gente intanno,
Et collo capetano laude al re gridammo,
Et le campane nostre dello communo sonammo,
Gennone allo vescovato, collo capitano annammo.
Staemmo alla messa, et lo episcopio predicao,
Et multo devotamente la gente lo scoltao;
La pace generale che se faccia pregao,
Et qualcunqua vi sse opera, quaranta di donao
In quello de li artifici le pontiche inserraro
Si che per quillo jorno le Arti non laboraro.»

(Buccio di Ranallo)
Il Palazzo Margherita, o Palazzo del Capitano, sede comunale sin dalla fondazione della città (foto risalente al 2011)

Il capitano fece giurare ai Cinque banderari di innalzare le bandiere presso il comune: il gruppo del "cinque" delle Arti era costituito dalle categorie del Quinque Litteratus - Quinque Mercator - Quinque Pellaminis - Quinque Metallorum - Quinque Nobilis. Tra i mercanti che ebbero una nuova vita dai castelli nella città, facendo grande fortuna, ci fu Giacomo di Tommaso da San Vittorino, detto "Gaglioffo", nomignolo che alla fine diventerà il simbolo di questa famiglia, che costruirà due abitazioni oggi superstiti nel centro storico, nel quarto di San Pietro. Altri mercanti toscani che ebbero contatti con Aquila, nel registro dell'Antinori, furono Ser Bindo di Viviano da Firenze (1326), Baldino d'Engariano (1317). Giacomo Gaglioffi morì nel 1335, e nel suo testamento si può comprendere come fosse strutturata la sua economia, basata sul credito con altri signori, come il conte di Loreto Aprutino o signori della Puglia, mentre in città aveva concesso larghe somme per il restauro e la costruzione di chiese, San Biagio di San Vittorino (oggi San Giuseppe Artigiano, dove vi costruì la cappella funebre), Santa Chiara, Santa Croce, Santa Maria a Graiano, di Sant'Antonio abate, delle due chiese di San Giovanni del Campo, e delle torri sacre di Santo Spirito e San Matteo.
L'esempio dei Gaglioffi, ma anche di altri famiglie aquilane della società delle Arti, permise l'accaparramento del commercio della lana, poiché le estensioni pascolative nella conca erano enormi, sia fuori le mura che dentro, e pressi gli antichi castelli. I costi erano molto vantaggiosi, tanto che nella conca giunsero numerosi mercanti fiorentini, come appunto la compagnia dei Bonaccorsi, debitrice del Gaglioffi nel suo testamento. La città, per la sua posizione vantaggiosa sugli Appennini, costituiva la direttrice di una cerniera commerciale con Firenze per mezzo di Rieti, Spoleto, Perugia e Arezzo a nord, mentre a sud con Napoli per mezzo di Sulmona, il Piano delle Cinquemiglia e Castel di Sangro. Il mercato delle spezie, dello zafferano, e del bestiame si intensificò soprattutto nel Quattrocento, quando ad esempio Giovanni Marino da Pizzoli nel 1476 costituì una "società" con altri uomini che si dividevano i compiti di compravendita delle pecore. Nel centro cittadini fiorivano invece le botteghe, varie di cui alcuni esempi oggi sono ancora superstiti, come l'edifico più noto delle Cancelle (prezzo Piazza Duomo nel quartiere San Marciano), il mercato del pesce, i cui archi sono stati rimontati in un edificio diverso dall'originale negli anni '20; mentre sempre in questi anni l'antica via del mattatoio veniva sventrata e modificata in via Teofilo Patini, poiché il mattatoio fu trasferito nel Borgo Rivera.
Negli anni finali del Quattrocento i cardatori fecero richiesta al comune di costituire una sub-società per l'acquisto dei cardi vegetali: data la richiesta sempre più forte di panni, venivano usati cardi metallici, e non vegetali; dunque tale situazione fece costituire una delle prime corporazioni storiche nell'ambito economico-commerciale della città.

I terremoti del Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

L'Aquila sorge in uno dei territori a maggiore sismicità della penisola e fin dalla sua fondazione è stata funestata molte volte da eventi tellurici. Il primo terremoto di cui si abbia notizia in tempi storici risale al 13 dicembre 1315. La prima scossa si era manifestata il 1º febbraio[12] ma i maggiori danni si ebbero in dicembre, con le scosse che si ripeterono per le successive quattro settimane dal sisma principale. Tra i danni segnalati vi fu il consistente danneggiamento della chiesa di San Francesco.

Porta Leoni, dove vennero accumulate le macerie del terremoto del 1315, che ne contribuirono una prima chiusura

Tuttavia, il primo terremoto distruttivo per la nuova città si verificò il 9 settembre 1349. Si stima che il sisma abbia avuto una magnitudo 6,5 della Scala Richter e che abbia prodotto danni valutabili nel X grado della Scala Mercalli. Furono sbrecciati e atterrati ampi tratti delle mura cittadine e crollarono moltissime case e chiese. I decessi furono ottocento[13] e, poiché all'epoca gli abitanti dell'Aquila erano meno di diecimila, raggiunsero quasi il 10% della popolazione. La gran polvere che si alzò gravò sulla città per molto tempo, impedendo il salvataggio repentino di coloro che erano stati travolti dalle macerie[14].

A causa del sisma crollò la chiesa di Santa Maria Paganica e rimase completamente distrutta anche la chiesa di San Francesco, che già aveva subito gravi danni nel terremoto del 1315 e che dovette essere completamente rasa al suolo. Le macerie furono accumulate nel piazzale antistante una delle entrate alla città, la cosiddetta Porta dei Leoni che in tal modo rimase chiusa. La porta non fu più liberata e, successivamente, fu definitivamente murata[15]. La difficile e laboriosa ricostruzione scoraggiò una parte della popolazione, che preferì tornare ai villaggi e castelli dai quali erano venuti i loro avi. Di fronte all'esodo massiccio della popolazione e alla conseguente prospettiva di veder cancellata L'Aquila tra le città del Regno di Napoli, Camponeschi fece chiudere con tavoloni di legno le brecce delle mura cittadine, facendole presidiare[13].

L'assedio di Fortebraccio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra dell'Aquila.

Contemporaneamente le vicende politiche stavano trascinando L'Aquila verso una sanguinosa guerra. La città era infatti rimasta fedele alla casa angioina e venne quindi individuata come obiettivo sensibile durante la guerra tra gli Angiò e gli aragonesi. Questi ultimi assoldarono il condottiero Andrea Fortebraccio, promettendogli la signoria della città in caso di conquista.

Andrea Fortebraccio

Per la successione di Giovanna II di Napoli, poiché il trono spettò ad Alfonso d'Aragona per mancanza di figli, venne nominato Andrea Fortebraccio (o Braccio) governatore degli Abruzzi, con l'appoggio militare di Muzio Attendolo Sforza, al servizio di Luigi III d'Angiò. La regina Giovanna nel corso degli eventi non ebbe un comportamento univoco, rifiutò Alfonso e designò alla successione Luigi III, mentre Andrea Fortebraccio progettata un piano personale di conquista di gran parte del Regno di Napoli, già profondamente allettato dalla grande provincia degli Abruzzi; e la situazione precipitò quando gli aquilani, da secoli fedeli agli Angiò, rifiutò il governo di Braccio, e schierandosi apertamente contro il casato degli Aragona.

Il castello di Barisciano oggi, con gli evidenti segni di distruzione apportati da Braccio

Nel 1423 Fortebraccio arriva in Abruzzo conquistando facilmente in pochi giorni l'intera Valle dell'Aterno, da Pizzoli a Navelli, escluso il capoluogo che alza le barricate contro l'invasore[16]. Lo sfregio di Braccio fu di prendere d'assedio i castelli che fondarono la città nel 1265, affinché la città restasse senza viveri e uomini per combattere: uno ad uno i castelli furono presi e caddero, mentre altri, come Navelli, Rocca di Mezzo, Fontecchio, opposero fiera resistenza. Nei Cantari di un anonimo aquilano, viene descritta la guerra di Braccio: Presto fo cassu lo seu capetano / che in primamente li fò factu honore, ossia che inizialmente Braccio tentò una mediazione, ma i piani di sabotaggio politico degli aquilani, che cercavano lo scontro vero e proprio, delinearono il crollo della diplomazia. A Napoli un intrigo di Alfonso d'Aragona portò all'arresto di Giovanni Caracciolo, fedelissimo di Giovanna II, e poi al tentato arresto della regina stessa, che chiamò in aiuto Muzio Sforza, che presso Villa Celiera (Pescara), che sconfisse gli aragonesi il 30 maggio 1423, giungendo poi a Napoli. Una forte coalizione della regina Giovanna, papa Martino V, il duca di Milano Filippo Maria Visconti e Aquila stessa oppose resistenza alle mire espansioniste di Braccio.
Il duca di Milano appoggiò Giovanna che scelse il condottiero Jacopo Caldora con i suoi 300 fanti, Francesco Sforza con 800 cavalli, e Muzio Attendolo, che si scontrarono contro Braccio nella battaglia il 2 giugno 1424, prezzo Bazzano. Il 7 maggio 1423 il condottiero tenta l'assalto all'Aquila, prendendo i castelli, ma viene respinto dai castelli roccolani dell'altopiano delle Rocche. La città viene allora sottoposta a un lungo e logorante assedio che durerà fino alla battaglia del 2 giugno 1424 che gli aquilani vinsero anche grazie all'arrivo di un nuovo esercito inviato dagli angioini[17].

Jacopo Caldora

Braccio piazzò il suo quartier generale a Sant'Anza, prendendo gli altri castelli di Paganica, Poggio Picenze, Fagnano Alto, Ocre, San Demetrio ne' Vestini, Barisciano. Per ridurre alla fame la città, assaltò il mulino della Riviera, e i centri agricoli di Roio e Rocca di Cambio, mentre cadevano Tussio, San Pio delle Camere, Caporciano.

«E prese Fossa, prese Sanctu Sanu
In quel medesmo jorno veramente;
Poy se nne annò a campi a Bariscianu
E quattro jorni stecte, el dir non mente;
Forniti quattro jorni, per certanu
Al volere de Braccio ongiù consente;
Leporaneche in via se lly dé a lluy,
Fangianus'arrenneo al jorny duy.»

(Cantari della guerra di Braccio)

Dopo ciò, Braccio assediò il castello di Stiffe, nel comune di San Demetrio ne' Vestini, che era governato da Antonuccio de Simone, che riuscì a fermare l'avanzata grazie a dei collegamenti militari con Rocca di Mezzo, i quali con rapide incursioni e imboscate brevi, sfiancarono l'esercito braccesco. Braccio rinnovò l'assalto, e l'aquilano Pietro Navarrino andò a chiedere aiuto agli armati di Fontecchio. Braccio, che nel frattempo era acquartierato presso Campo di Pile, decise di comandare personalmente l'assalto a Stiffe per raderla al suolo. Gli aquilani allora si prodigarono in un'azione di sfottò vero e proprio contro Braccio, facendo uscire dalle mura 3 mila cavalieri da Porta Barete per poi rientrare a Porta Rivera: l'armata era composta dai migliori uomini dei quarti, e l'azione ebbe effetto, poiché Braccio si concentrò nel cingere d'assedio le mura di Aquila, constatando la sua sconfitta nel cercare di distruggere Stiffe.
Muzio Attendolo giunse con 4 mila uomini in città, cinta d'assedio, ma morì annegando nel fiume Aterno il 3 gennaio 1424, mentre alcuni castelli si ribellavano alle guarnigioni braccesche: Tussio, San Pio, Barisciano, e insieme al condottiero Jacopo Caldora intervennero in un nuovo grande scontro prezzo Bazzano

Fortebraccio, che nello scontro rimase gravemente ferito, fu fatto prigioniero e morì poco dopo. L'Aquila, uscita stremata ed esausta dallo scontro, si affrancò così dal potere regio e rafforzò il suo ordinamento sociale che venne liberato dai vincoli feudali, preparandosi così a un periodo di rinascita.

Il periodo aragonese[modifica | modifica wikitesto]

Mausoleo di Pietro Camponeschi nella Basilica di San Giuseppe Artigiano

Nel 1442 Napoli andò in mano ad Alfonso V d'Aragona, che immediatamente si concentrò sulla riduzione della semi-autonomia dell'Aquila. Infatti la città nel 1436 con a capo delle milizie Jacopo Caldora, si era resa protagonista di una campagna di assoggettamento dei feudi che si erano ribellati alla corona angioina, come Sulmona e Caramanico Terme. La città di Penne si era appropriata indebitamente del castello di Farindola, il che suscitò la rabbia aquilana, che attaccò e saccheggiò la città vescovile vestina, riprendendo il castello, e costituendo insieme ad altri feudi una lega antiaragonese, composta da Sulmona, Castel di Sangro, Amatrice, Barisciano, Collepietro, San Benedetto in Perillis, San Pio e Navelli. Alfonso cercò di smantellare questo cordone di alleanze, minacciando la città stessa, stazionando le truppe presso Pentima, ma alla fine concedendo privilegi mediante i signori Camponeschi, nella persona del cavaliere Pietro Lalle, per allettare i cittadini e avere un controllo indiretto maggiore.
La città sarebbe stata governata dal capitano regio, con due uomini vicesindaci, l'impossibilità di rendere vitalizi agli uffici comunali, il riconoscimento della personalità giuridica dell'Arte della Lana, la ratifica degli statuti e dei privilegi, gli sgravi fiscali, e riconoscimenti al casato Camponeschi. Tuttavia nel 1443 Alfonso propose di riscuotere le tasse basandosi su una periodica numerazione dei fuochi delle città, e ciò scatenò l'ira degli aquilani, con conseguenza di una riduzione al di sotto dei 200 i fuochi civici da tassare, venne regolata con legge la transumanza lungo i tratturi, poiché presso Collemaggio partiva il più grande tratturo del centro-sud del Paese, il tratturo L'Aquila-Foggia, che portava fino alla dogana del bestiame della città pugliese, istituita dallo stesso re Alfonso (1447). Nel 1451 il re convalidò alla città il possesso di Farindola e Montebello di Bertona, ponendo fine alla disputa con Penne, concesse le due fiere di maggio per le festività del compianto San Bernardino da Siena, morto da poco in città, e già ritenuto santo con tanto di costruzione di basilica e sepolcro, concesse il diritto di commercio con i fiorentini e la facoltà di poter comperare il sale da qualunque parte del regno.

Ferrante I d'Aragona

Tuttavia alla morte di Alfonso, l'dio aquilano per gli aragonesi riesplose, nel momento della successione con Ferrante I d'Aragona, ma ugualmente il sovrano con delle mirate concessioni risanò in parte i rapporti, concessioni ratificate a San Valentino in Abruzzo Citeriore, come l'indulto per chi non aveva pagato i tributi, la concessione del comune di Antrodoco e favori a Pietro Lalle. Nel 1458 Giovanni d'Angiò tentò di riconquistare il regno di Napoli, e la città immediatamente si schierò a favore dello storico protettore contro Ferrante; i cittadini pensavano di contare sull'appoggio papale di Callisto III, favorevole al ritorno dei dominatori francesi, e dato che il controllo del Tavoliere spettava agli aragonesi, gli aquilani mandarono i transumanti a Roma nell'agosto 1458, quando però il pontefice morì, e gli successe Pio II, favorevole alla causa aragonese, che bloccò le greggi, e infine le rilasciò con una severa ammonizione agli aquilani, costretti ad accettare definitivamente il potere aragonese, dato che Ferrante aveva sconfitto Giovanni.
Visto che anche questa volta gli aragonesi non compirono vendette contro la città, data la sua importanza economica, la politica aquilana optò per il camaleontismo, decidendo per il bene economico di adeguarsi al nuovo signore del regno partenopeo. Malgrado le varie concessioni, non mancarono momenti di tensione, perché Ferrante mirava ad un progetto di centralizzazione statale dell'economia, senza lasciare casi anomali di semi-autonomia come Aquila, concentrandosi su una politica di favori fiscali, ma anche di censimenti e controlli dei ceti più ricchi, come quello del 1473. La città era passata ad oltre 5000 fuochi, divenuta una sorta di "paradiso fiscale" per i mercanti capace di attrarre la popolazione, vista la grande facilità con cui si poteva commerciare la lana, oppure per i pastori attraversare il tratturo fino alla Puglia senza dover pagare le tasse: la stessa barriera di Popoli amministrata dai Cantelmo venne meno, con le leggi aragonesi. Nel 1473 Ferrante convocò a Napoli i rappresentanti delle Arti per il suo progetto di unificazione globale dell'economia reale, la città però non li inviò; per questo il re iniziò a usare la mano pesante contro la città, togliendo la demanialità dei castelli di Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio e Citrtareale per infeudarli, restituiti solo nel 1484. Venne tolta all'amministrazione cittadina anche la vasta contea di Celano, infeudata nel 1463 al duca di Amalfi Antonio Piccolomini, genero di Ferrante, insieme alla baronia di Carapelle Calvisio e al marchesato di Capestrano, insieme a Santo Stefano di Sessanio, qualche trentennio più tardi passati alla mano dei Medici fiorentini.

Palazzetto dei Nobili all'Aquia, sede della Congregazione delle Arti

Ferrante scelse quest'azione di controllo giocando anche sul favore dei desideri scissionisti degli storici castelli aquilani, viste le imposizioni troppo pesanti da parte della municipalità amiternina, e il controllo restò stabile fino alla sua morte. Il governo della città era in mano al mecenate e combattente Pietro Lalle, rivali con il casato dei Gaglioffi, economicamente più potente. Dato che una nuova guerra civile rischiava di esplodere, Ferrante nel 1476 inviò ad Aquila Antonio Cicinello, con l'ordine di sconvolgere gli equilibri politici, e soprattutto il legame di rapporti di Pietro Lalle con i mercanti e le famiglie più ricche.

Il tratturo dei transumanti, un disegno del 1875 che mostra il santuario della Madonna d'Appari presso Paganica

La missione funzionò in parte, poiché il potere rimase al Camerlengo, ai Cinque rappresentanti delle Arti di durata quadriennale, e non più semestrale: la novità fu la creazione di un ristretto Consiglio dei Dodici, e non più dei Quaranta, per cui esiste ancora oggi il Palazzetto dei Nobili dietro il Palazzo del Capitano, e accanto la chiesa di Santa Margherita. Con la riforma la corona aragonese mirava ad incidere lo strapotere economico delle Arti, determinando l'immissione nel contado. Ratificati gli accordi nel 1481 in cui questi pagamenti si trasformavano in universali tasse per il regno, si ebbero vari tumulti, fagocitati dal Camponeschi, conte di Montorio al Vomano, che venne arrestato, rimanendo però comunque un grande punto di riferimento per la politica aquilana. La corona di Napoli iniziò a guardare con timore i desideri sempre più autonomisti della città, che non si piegava al governo centrale di Napoli, e venne inviato nuovamente il Cicinello come provvisorio camerlengo, ma in realtà con l'intento dei modificare la costituzione. La risposta aquilana ci fu il 27 settembre 1485, con l'eccidio delle truppe regie, tra le quali Antonio Cicinello, episodio che si pone nel contesto della rivolta dei baroni contro Ferrante, appoggiata da papa Innocenzo VIII. La città decise di affidarsi allo Stato della Chiesa il 18 ottobre, e le greggi del contado vennero fatte sfilare simbolicamente verso Roma. Pietro Camponeschi venne liberato, e si unì al Gaglioffi nel partito papale guelfo, marciando contro Cittareale, roccaforte aragonese, per saccheggiarla, ma si ritirò immediatamente, autoesiliandosi nel castello di Fontecchio. Questo ennesimo tentativo di autonomia cessò quasi subito, la pace tra papato e casato aragonese ci fu nel 1486 e la città rientrò nel potere di Ferrante mediante il controllo del duca di Calabria, che fece rientrare Pietro Camponeschi in città.

Da questo momento la città guardò come simbolo di speranza, alle mire espansioniste di Carlo VIII di Francia, specialmente quando nel 1490 morì senza eredi il Camponeschi, che almeno era riuscito con varie mediazioni a bloccare qualsiasi atto di vendetta di Ferrante, grazie alle sue amicizie con Innocenzo VIII. Nel 1494 Carlo VIII raggiunse la Lombardia, sul finire dell'anno scese fino a Roma, e inviò un araldo all'Aquila per chiederne l'obbedienza, e in città ci furono tumulti nel quartiere di San Pietro, roccaforte dei Gaglioffi, ma i magistrati tennero segreta la risposta fino al rientro dalle Puglie delle greggi, affinché non venissero bloccate e sequestrate per sospetto tradimento. Il tentativo di negoziato fu travolto da Fabrizio Colonna e suo fratello Prospero, che irruppero nella città e innalzarono le bandiere della Francia presso il palazzo comunale: immediatamente tra i ricchi signori scoppiarono rivolte e schermaglie per il partito filofrancese e l'antifrancese e i due quartieri di San Pietro e Santa Maria si scontrarono con distruzioni delle botteghe e degli ipogei; tuttavia la città, malgrado quest'azione inaspettata di forza, rimase fedele al casato francese. Tuttavia nel 1496 a Montpellier Ferrante II d'Aragona sconfisse Carlo VIII, e Fabrizio Colonna, per non perdere la città, mediò una vantaggiosa clausola di pace con gli aragonesi. Fu l'ultima vittoria d'ispirazione autonomistica della città, prima dell'arrivo degli Spagnoli di Carlo V.

Dal periodo d'oro alla decadenza[modifica | modifica wikitesto]

La rinascenza aquilana[modifica | modifica wikitesto]

Facciata della Basilica di San Bernardino nella ricostruzione dopo il 1461.

Il Quattrocento corrisponde a un'età d'oro per Aquila. Dopo la ricostruzione, la città prosperò per i suoi commerci, specialmente lana e zafferano, estendendo le proprie relazioni fino a Firenze, Genova e Venezia, nonché in Francia, Olanda e Germania diventando in breve tempo la città più importante del Regno dopo Napoli. Politicamente infatti, il governo del viceré Raimondo de Cardona lasciò il reggimento municipale relativamente libero di condurre le sue scelte e di amministrare il contado[11].

La Resurrezione di Andrea della Robbia presso San Bernardino

Nel 1428 ricevette da Ferdinando I d'Aragona il privilegio della Zecca, e con questa il permesso di battere moneta, mentre è del 1458 l'istituzione della Università destinata a conseguire rinomanza non inferiore a quella di altre sedi già famose come Bologna, Siena e Perugia. Nel 1482 Adamo da Rottweil, allievo di Johann Gutenberg, vi impiantò una delle prime tipografie, assicurando larga diffusione di opere preziose[18].

In questo tempo la città fu famosa anche per la prolungata dimora di tre grandi santi francescani: San Bernardino da Siena, San Giovanni da Capestrano e San Giacomo della Marca. Alla morte di San Bernardino, avvenuta il 20 maggio 1444 proprio nel capoluogo abruzzese, la cittadinanza chiese e ottenne da papa Eugenio IV il permesso di custodirne le spoglie. Venne così edificata la monumentale Basilica di San Bernardino per volontà dell'amico San Giovanni da Capestrano. Sul finire del secolo le guerre con Rieti, le lotte intestine tra famiglie e i continui terremoti determinarono l'inizio della decadenza. San Giovanni di Capestrano fondò il convento di San Giuliano fuori le mura, mentre San Bernardino giunse a predicare in città verso la fine della sua vita, e intrecciò rapporti con la ricca famiglia dei Notari, ossia i fratelli Jacopo e Nicola di Nanni del quartiere Santa Maria, che finanziarono la costruzione della chiesa di Santa Maria del Soccorso presso il cimitero, e successivamente la costruzione della Basilica di San Bernardino, la cui facciata fu realizzata da Cola dell'Amatrice, che firmerà altre opere aquilane, del ricco mausoleo di Silvestro dell'Aquila (1489). Silvestro fu scultore e intagliatore, e realizzò dei mirabili monumenti ancora oggi presenti, ispirandosi ai modelli toscani, ma il ricettacolo d'arte di San Bernardino ospita anche la Resurrezione di Andrea della Robbia (1500 ca). Valenti artisti come Raffaello Sanzio intrecciarono rapporti con la ricca famiglia Branconio, che dipinse la Visitazione per la chiesa di San Silvestro, dove la famiglia aveva la cappella privata, e un Ritratto con amico, probabilmente il nobile Giovanni Battista Branconio. Nell'ambito pittorico si distinsero l'aquilano Saturnino Gatti (XV sec) con il ciclo di affreschi di Collemaggio e quello molto più elaborato di Tornimparte, Andrea De Litio della Marsica con alcuni affreschi di lunette e pale dipinte oggi conservate nel Museo Nazionale d'Abruzzo, e infine nel Cinquecento Francesco da Montereale.

Nel campo culturale la città si sviluppò nella corrente del Rinascimento esattamente nella seconda metà del '400, con il simbolico arrivo di Adamo di Rotweill, discepolo di Guthemberg, nell'ottobre 1481, dove stampò alcuni lubri, mentre nel 1525 ufficialmente le stamperie aquilane tesseranno rapporti con Fabriano per l'acquisto della carta. Nel 1484 si costituì la società degli Stampatori Aquilani beneficiata dal conte Giovanni di Montorio. Tra i promotori della cultura ci fu la famiglia Gaglioffi, che commerciò con il fiorentino Niccolò Acciaiuoli, per cui in una lettera si menziona un codice stampato del Decameron di Boccaccio, dunque esempio di una grande circolazione della letteratura toscana negli Abruzzi, tra le due principali città di Sulmona e quella amiternina. In questo periodo la letteratura aquilana fiorì con dei "Laudari" religiosi e con l'erudizione storica sulla scia della Cronaca di Buccio di Ranallo; altri autori furono Francesco Angeluccio di Bazzano che compose la Cronaca delle cose dell'Aquila dall'anno 1436 al 1488. Altri promotori della cultura, dopo Camponeschi, furono Jacopo della Marca, legato di Ferrante, e il cardinale Amico Agnifili, mentre l'attività storica proseguiva con Niccolò da Borbona (Cronaca della guerra dell'Aquila) e con Bernardino da Fossa (Cronaca aquilana del 1423). Altri autori, di cui oggi non si ha nulla se non testimonianze indirette, furono Angelo Fonticulano, che scrisse un De bello Bracciano, edito all'Aquila dall'editore Vivio nel 1582, Biagio Pico che scrisse una Regola di grammatica speculativa sulle parti declinabili del discorso (dunque un esempio di studio linguistico), e Girolamo Pico Fonticulano che scrisse una Geometria, oltre che a proporre interventi di ordine urbanistico nella città. Battista Alessandro Jaconelli tradusse in volgare le Vite parallele di Plutarco, ispirandosi ai tentativi di volgarizzamento di Antonio di Todi. L'ultimo incunabolo di Rotweill sarà la Grammatica di Giovanni Suplizio da Veroli, e nella società degli stampatori succederà Eusanio Stella con Giovanni Picardi de Hamell e Luigi Francigna.

Il terremoto del 1461[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Aquila del 1461.
La Geometria di Girolamo Pico Fonticulano, stampata all'Aquila

Anche nel quattrocento L'Aquila non fu risparmiata dai terremoti. Il 3 aprile 1398 un'intensa ma breve scossa causò lievi danni. Lo stesso accadde qualche anno più tardi, il 10 novembre 1423, mentre il 5 dicembre 1456 un violento terremoto venne registrato in tutto il territorio del Regno di Napoli: la scossa, verificatasi alle dieci di sera, distrusse quasi integralmente Carsoli e Castel di Sangro. L'Aquila, al confronto, fu colpita in modo tutto sommato marginale, se si esclude la rottura delle colonne della tribuna e testudine della nuova Basilica di San Bernardino.

Uno dei sismi di maggiore intensità della storia cittadina si verificò invece il 26 novembre 1461. La magnitudo stimata è di 6.4 della Scala Richter e l'intensità pari al X grado della Scala Mercalli. Successivamente alla scossa principale, seguì una sequenza di eventi sismici che si protrasse per circa due mesi, con alcune forti scosse il 4 dicembre, il 17 dicembre, e il 3 e il 4 gennaio dell'anno successivo, il 1462. Le fonti storiche riportano della pressoché totale distruzione di Onna, Poggio Picenze, Castelnuovo e Sant'Eusanio Forconese.

«(...) allo stato funesto della Città rovinata in tante parti, e guaste in tutte le altre, talché la quarta parte di essa restò adeguata al suolo, e le altre tre rotte, e lesionate, si aggiunse il non meno funesto del contado. In esso fu il danno ineguale giacché ne toccò il maggiore ai castelli di Sant'Eusanio, di Castelnuovo, di Onda, e del Poggio presso Picenza. Questo cadde quasi del tutto, nell'altro di Sant'Eusanio rovinarono tutte le case, e le chiese sicché non rimasero neppure le mura laterali in piedi né chiesa alcuna e vi morirono persone in più gran numero che altrove onde lo scrissero totalmente rovinato. Eguali furono i danni di Castelnuovo divenuto un mucchio di sassi, caduti anche i torrioni delle mura comuni colla morte di 28 persone, tutte native del luogo (...) Nella Villa di Onda né tampoco restò casa impiedi (...)»

scriverà Anton Ludovico Antinori nei suoi Annales

Urbanistica della città di Fonticulano[modifica | modifica wikitesto]

Costa Masciarelli

Nel 1575 Pico Fonticulano pubblicò la Pianta dell'Aquila, confrontandola con la Pianta di Napoli. La città è vista ribaltando l'ordine degli assi: il Nord corrisponde all'Est, e il Sud corrisponde all'Ovest, insomma la pianta è ruotata di 90° a destra, in modo che il Forte spagnolo, edificato nella prima metà del Cinquecento, si trovi a Nord-Ovest, e il Borgo Rivera con la fontana delle 99 cannelle ad Est. Nella pianta è ben delineala la cinta muraria con le porte di accesso: dal Forte compiendo un giro ci sono Porta Castello, Porta Leoni, Porta Bazzano, Porta Tione, Porta Bagno posta presso il Campo di Fossa, Porta Roiana, Porta Rivera, Porta Romana, Porta Pilese, Porta Barete, Porta San Lorenzo, Porta Branconia. L'interno della città è scandito da linee perpendicolari che compongo o i cardi e i decumani, con al centro dell'area tutti, leggermente tendente a Sud, verso il quartiere San Marciano, la Piazza del Duomo, a impianto rettangolare. I due decumani massimi sono il Corso Maggiore (oggi Corso Vittorio Emanuele) e via Cardinale (oggi composta da via Cardinale, via Cesura, via Annunziata, via Cascina, via del Gusto, che attraversa l'area estrema da Porta Roiana fino a Santa Maria della Misericordia; i tre cardi sono invece via Roio, che sfocia in Piazza Duomo accanto la Cattedrale, e che oltre la piazza si collega con la Costa Masciarelli, il Corso Occidentale che attraversa i quarti di San Pietro e Santa Maria (oggi via Roma, via Andrea Bafile, Corso Umberto, e poi all'incrocio dei "quattro cantoni" si trasforma in via San Bernardino fino a Porta Leoni), e infine l'asse di via Porcinari, via Garibaldi, che all'intersezione con il corso Vittorio diventa via Castello, fino alla porta omonima.
La Piazza del Duomo è vista in maniera leggermente diversa, con due fontane monumentali molto più grandi e diverse di aspetto dalle due attuali che compongono il gruppo di "Fontana Vecchia". Prima del 1703 probabilmente la piazza era dotata anche di un monumentale obelisco centrale, come dimostrano alcune stampe, e l'asse della Cattedrale era ruotato rispetto a quello odierno del dopo-sisma 1703.
Presso Porta Bazzano si vedono chiaramente tre strade che non rispettano affatto l'ordine preciso dei cardi e decumani, ma compongono un triangolo con vertice appunto la porta: le tre coste di Picenze, Masciarelli e di via Fortebraccio. Queste strade che rispettano il pendio del colle orientale di Campo di Fossa, furono progettate dal Fonticulano per agevolare il passaggio fino a Piazza Duomo, insieme ad altri piccoli interventi urbani oggi scomparsi, come la realizzazione del monumentale campanile della Cattedrale, distrutto nel 1703.

Inoltre è da notare come la pianta del Fonticulano seguisse lo schematismo preciso degli impianti rettangolari e quadrati delle case coloniche, che componevano con i cardi e decumani la scacchiera dell'area. Gran parte dei palazzi e delle case, dopo il 1703, furono ricostruite ex novo, non variando particolarmente il sistema gli assi, ma dando alcune modifiche all'aspetto urbano, modifiche accentuate ancora di più dagli interventi urbanistici del primo '900 e del fascismo.

La dominazione spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1503 gli spagnoli conquistarono il Regno di Napoli ponendovi a capo un viceré di loro fiducia e occupando tutti i posti di comando. All'Aquila, la nomina del conte Ludovico Franchi a Signore della Città segnò il definitivo tramonto di ogni forma di autonomia cittadina e contribuì alla decadenza della città, fino ad allora una delle più fiorenti del Regno.

Vista aerea del Forte spagnolo.

Prima ancora nel 1501, quando Fabrizio Colonna conquistò la città, pose a capo il magistrato Ludovico Franchi, successivamente confermato capitano della Città da Consalvo de Cordova e conte di Montorio. Presso il palazzo vennero erette le insegne di Luigi XII di Francia, mentre Geronimo Gaglioffi cercò di rovesciare il governo. Grazie ai francesi, Aquila annetté i feudi di Ofena, Castel del Monte, Penne, Vittorito, Città Sant'Angelo, arrivando a ridisegnare i confini del comitatus, ora di proporzioni enormi per la regione degli Abruzzi. Tuttavia la felicità dei cittadini fu breve, perché nel 1503 appunto Fabrizio Colonna rientrò in città, mettendo a capo del governo nuovamente il Franchi. Ci fu un periodo di pace ventennale, anche se la politica di Ludovico Franchi era tutta votata all'intreccio di rapporti di servilismo con il nuovo governo spagnolo.

«Con tutto ciò si vivea allegramente et si facevano feste dai quartieri rappresentandosi dalla gioventù varie sorti di spettacoli di cose antiche di molta ricreazione delle compagnie dei Confrati, oltre quelle dei giovani particolari et fra l'altre furon rappresentate dalla Compagnia di San Leonardo i misterii di S. Paolo et dai confrati di S. Massimo quei di Moise nella legge vecchia, ridotte amendue Historie in verso volgare, l'una di Giannantonio di Mastro Melchiorre et l'altra da Tommaso di Martino, giovani di bell'ingegno amendui.»

(Bernardino Cirillo, Annali della città dell'Aquila)

Ludovico Franci confiscò beni alle potenti famiglie Camponeschi-Gaglioffi, e il clima di pace durò qualche decennio, quando alla sua morte Gaspare de Simoni, favorito di Lorenzo de' Medici nelle armi si propose come contraltare della dinastia Franchi. Alcuni esili vengono emanati, e a Napoli si decide di intervenire contro una città che aveva dato rifugio ai figli di Giampaolo Baglioni, un funzionario bandito da Leone X, e che intendeva darlo anche ad Alfonso I d'Este, nemico di papa Giulio II. Ludovico Franchi venne arrestato e rinchiuso nel fortino di Castelnuovo di San Pio, mentre un sovrintendente, tal Ludovico Montalto, venne mandato da Napoli ad Aquila nel 1521. Il commissario regio andò ad ispezionare i metodi con cui si eleggevano i membri della Camera del Consiglio, e soppresse momentaneamente il plebiscito, eleggendo lui personalmente per due anni i membri del Consiglio, un aspetto di "normalizzazione" secondo la Corona ispanico-napoletana, della vita cittadina, intendendo togliere definitivamente il privilegio di semi-autonomia.
Un fatto singolare e sospetto accadde dopo la confisca dei beni dei Franchi, quando il bandito Giovanni Aquilano venne assoldato per attaccare il palazzo di Annibale Pica, uccidendo il fratello Lorenzo. Il sicario Giovanni però alla fine fu catturato, processato pubblicamente davanti il Palazzo del Capitano, impiccato e squartato. La città visse circa tre anni di semi-indigenza a causa delle leggi del Montalto, una delle quali prevedeva il foraggiamento delle truppe militari di passaggio per gli Appennini, come quelle del viceré Carlo di Lanois in marcia per la Lombardia. Successivamente ci fu la peste, che decimò la popolazione, e fece spostare la sede del governo a Paganica.

Carlo V

Gli aquilani approfittarono dello scontro tra Carlo V e Francesco I di Francia, nelle persone dei figli di Ludovico Franchi, che scelsero il partito francese seguendo gli Orsini. Nella speranza di riconquistare libertà e privilegi perduti, gli aquilani si unirono alla lega antispagnola capeggiata dai francesi, cui vennero nel 1527 aperte le porte della città, che tuttavia venne sconfitta nel 1529. L'Aquila venne occupata militarmente da Filiberto d'Orange[19], viceré e luogotenente del Regno di Napoli, saccheggiata e costretta a versare nelle casse spagnole una esosa tassa. Inoltre la città venne distaccata dal suo contado, che venne spartito in feudi e dato in possesso a capitani dell'esercito imperiale, infliggendo un colpo durissimo alla sua economia[20].

«Nell'Abruzzi il viceré liberò di prigione il conte vecchio di Montorio, perché ricuperasse l'Aquila, fu fatto prigione dai figliuoli [...] Ma l'Aquila i figlioli del Conte di Montorio diffidando di potervi stare sicuri altrimenti liberarono il Padre, il quale subito col favore della fattione imperiale ne scacciò i figliuoli e la fattione avversa [...] Succedette la cosa dell'Aquila felicemente: perché come Pietro Navarra vi s'accostò, il Principe di Melfi se ne partì e v'entrò in nome del Re di Francia di Vescovo di Città, figliolo del Conte di Montorio. [...] Aggiungesi a questi movimenti, che nell'Abruzzi Gianjacopo Franco entrò per il Re di Francia nella Matrice, che è vicina all'Aquila, per il che tutto il Paese era sollevato; e nell'Aquila si stava con sospetto, dove era Sciarra Colonna con seicento fanti [...] Dettesi nella fine dell'anno [1528] l'Aquila alla Lega per opera del Vescovo di quella città e del Conte di Montorio e d'altri fuoriusciti e che dette causa l'essere malte trattata dagli Imperiali.»

(Francesco Guicciardini, Storia d'Italia)

La rivolta del 1527 a favore dei francesi, si dimostrò un abile pretesto colto dagli spagnoli per condannare la città a sostenere totalmente le spese della costruzione di un nuovo castello, versando 100.000 ducati annui. La costruzione del Forte spagnolo, che necessitava di enorme spazio, comportò la distruzione di un intero quartiere[21]. Addirittura, per la realizzazione degli enormi cannoni posti a difesa della fortezza vennero fuse le campane della città, tra cui la grande Campana della Giustizia posta sulla Torre Civica[21]. Nelle intenzioni del viceré, il Forte doveva assolvere una duplice funzione: quella di baluardo difensivo nell'estremo confine settentrionale del regno di Carlo V, e quella di punto di controllo per il traffico della lana lungo l'asse che collegava Napoli a Firenze. Ma ciò che prostrò definitivamente il desiderio di autonomia della città fu l'annullamento di tutti i privilegi storici risalenti alla casa D'Angiò, e ovviamente il successivo infeudamento con tutti i territori dei castelli circostanti. Gli aquilani però cercarono di riparare alla sventura inviando da Carlo V il sindaco Mariangelo Accursio, con la proposta di pagare 90.000 ducati per una reintegra dei privilegi storici, ma il sovrano rimise la vicenda al viceré Pietro de Toledo, che il 15 marzo 1452, dopo una lunga controversia stabilì "teoricamente" la reintegrazione dei beni, ossia dei castelli circostanti. Ma i baroni e signori si opposero rivendicando sempre il motivo dei privilegi dei feudi ora divenuti autonomi, rifiutando la proposta di un nuovo giogo dei mercanti della città. Addirittura queste varie universitates pretesero che i beni dei vari castelli dentro le mura dell'Aquila non fossero più registrati nel catasto civico, ma in quello del rispettivo castello.
Si accese una lunga controversia che durò fino al '700, dove i possidenti delle terre dentro le mura dovevano pagare le tasse alla città, mentre la questione dell'autonomia dei vari castelli si trascinò fino alla prima metà del Novecento, quando nel 1927 venne ridisegnata l'unità amministrativa della città.

Pietro de Toledo delegò Ettore Gesualdo di riesaminare le esazioni, il quale si recò il 23 dicembre 1549 in città per la registrazione catastale dei beni fuori e dentro le mura. I castelli di Civitaretenga e Tussio si ribellarono nel 1561, mandando una contro notifica, e ne nacque un'odissea giudiziaria protrattasi fino al Settecento. La vertenza fu firmata nel 1578 anche da altri castelli, e per la Regia camera venne mandato un commissario nel maggio 1601: Pietro Valcarel, che prese in esame i documenti risalenti sin al periodo di Federico II, alla presenza del magistrato Giovanbattista De Rosa. Il commissario si recò anche a Collemaggio, esaminando una carta del 1524 dove si intimava ai castelli l'obbligo di fornire la cera, poi andò a Santa Maria Paganica, dove il parroco confermò l'amministrazione del castello di Paganica, testimonianza data anche dai preti di Santa Maria del Poggio e San Pietro di Sassa, aggiungendo che le sepolture venivano effettuate nelle chiese relative ai castelli originari. Altri commissariamenti e controlli dei catasti ci furono fino al 1653, dove si prese visione del fatto che la città dell'Aquila fosse un caso unico nel Regno di Napoli, dove gran parte dei beni erano spartiti secondo un preciso ordine, e che gran parte di essi erano amministrati dagli arcipreti delle chiese, in relazione con le originarie parrocchie dei castelli.

Il governo di Margherita d'Austria[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Margherita d'Austria.

«Intanto Margarita d'Austria che da tempo aveva cercato dal re suo fratello la città dell'Aquila per sua dimora la ottenne in quest'anno [1572]; fatta governatrice perpetua di essa sgregando il Re la città dal Governo del Preside d'Abruzzi, riservate le terze cause e le seconde appellazioni alla gran corte della Vicaria, concedette alla Governatrice le prime e le seconde cause per tutto il tempo della vita di lei.»

(Anton Ludovico Antinori, Libri reformationum)

Paradossalmente, fu la figlia di Carlo V, Margherita d'Austria, a donare alla città un nuovo momento di particolare splendore alla fine del Cinquecento. La sovrana, già governatrice dei Paesi Bassi, fece ritorno in Italia nel 1568 per dedicarsi all'amministrazione dei feudi abruzzesi del Regno dimostrando notevoli capacità, dando impulso all'economia locale e alla cultura e risolvendo delicate questioni territoriali. Dunque non c'è da stupirsi se, dopo aver alloggiato per un breve periodo a Cittaducale, al suo primo ingresso all'Aquila nel maggio del 1569 fu accolta trionfalmente dalla cittadinanza[22].

Margherita d'Austria

Margherita d'Austria tuttavia si stabilì ufficialmente nel capoluogo solo nel 1572, una volta ottenuto dal fratello Filippo II il governo della città. Nel suo periodo aquilano, la Madama, come soleva farsi chiamare, trovò dimora nel Palazzo del Capitano che per l'occasione venne sottoposto ad un gravoso restauro che lo porterà a diventare un piccolo ma prestigioso palazzo rinascimentale. Furono proprio i grandi ricevimenti, le opere urbanistiche e le innovazioni di tipo economico che si svolsero nel suo periodo di governo a donare alla città una caratteristica atmosfera cortigiana[11].

La città fece parte dello Stato Farnesiano degli Abruzzi insieme a Penne, Farindola, Montorio al Vomano, San Valentino in Abruzzo Citeriore, ma non fu "infeudata", benché gestita come una magistratura atipica, che ovviamente non concedeva spazi di progetti di ritorno all'autonomia. I feudi della conca amiternina vennero venduti mediante compravendita, segnando la frammentazione di quell'unico contado aquilano che dette ricchezze alla città. Per questo la politica di Margherita fu ben accetta dagli aquilani dopo anni di carestie, depauperamenti e sconvolgimenti politici da parte degli Spagnoli.

Il Palazzo del Capitano, sede della corte di Madama Margherita

La "corte aquilana" si riuniva presso il Palazzo del Capitano, dove Margherita chiamò vari ufficiali come il notaio Bernardino Porzio, i nobili Sebastiano Romano, Pietro Yvagnes, Ferdinando da Pile, l'arcidiacono don Vincenzo Colantoni, l'arciprete Ascanio Vetusti di San Biagio d'Amiterno, don Giovanni Agnifili di Lucoli, il protonotaio Carlo Alifero, insieme ad altri notai ed eminenti personalità provenienti dai vari castelli della conca, per garantire un legame diplomatico di pace e riunificazione simbolica. Tra di essi figurò anche il bolognese Francesco De Marchi, il primo scalatore ufficiale del Gran Sasso d'Italia nel 1573, passando per Campo Imperatore di Assergi.
Benché Margherita non avesse i pieni poteri delle corti attigue di Napoli, di Ferrara e di Firenze, fece di tutto per ritagliarsi un piccolo spazio che somigliasse in tutto e per tutto a una corte nobiliare, e andò avanti con la sua politica di modifiche e ammodernamenti della città, come la creazione di una moderna fattoria "la Cascina" a Campo di Pile, sul modello delle fattorie di Fiandra, che negli anni si arricchì grazie ai pascoli e alle acque del Vetoio.

Nel 1583 Margherita tornò in Abruzzo, interessandosi al feudo marittimo di Ortona, dove costruirà il suo Palazzo Farnese, e tracciando un cordone commerciale con Sulmona ed Aquila, quest'ultima nel frattempo rappresentata in sua vece dai cortigiani di fiducia. Nel 1584 l'Aquila fu amministrata da don Ottavio Zugnica, concentrandosi sulla micro-attività imprenditoriale della Cascina di Pile. In questi anni i documenti testimoniano anche l'insanabile decadenza della Compagnia dell Arti, che nel Medioevo era tra i primi posti nell'amministrazione pubblica della città. Soltanto i viaggi della transumanza nella Puglia foggiana non conobbero crisi, ed anzi i capi di bestiame aumentarono a dismisura nei registri della Dogana di Foggia. Con la morte di Margherita nel 1586 ad Ortona, si concluse un breve periodo idillico in cui la città amiternina, benché non tornata agli antichi fasti, ebbe modo di farsi conoscere al livello europeo come piccolo ricettacolo d'arte e di cultura, e spazio fecondo dove instaurare una parvenza di governo di corte. Tuttavia per la città fu una sconfitta per quanto riguardava il desiderio della riunione del comitatus della conca e dei castelli, ormai definitivamente separati dall'autonomia cittadina, e destinati ad essere feudi di vari signori e baroni cadetti.

I Gesuiti all'Aquila ed avvenimenti del Seicento[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di Santa Margherita, sede della Confraternita dei Gesuiti

Nel 1562 la Compagnia del Gesù all'Aquila, ispirandosi al disegno di Ferrante I del 1458 di aprire una scuola a Siena e Bologna, anche nella città abruzzese aprirono un collegio personale. Mediatore del progetto fu promosso dal vescovo aquilano Ioào de Acunha, consacrato nel 1561, e facente parte dell'entourage di Filippo II di Spagna, progetto di per sé irrilevante data l'esistenza di altri collegi nell'Italia e nel Regno di Napoli, ma scelta usata come messaggio di resistenza, e di volere di mantenersi in rapporti di interlocuzione con i principali centri della Penisola. Travagliata fu l'installazione dei Gesuiti all'Aquila, che riuscirono ad accedere solo nel 1596, sotto la rappresentanza di Sertorio Caputo, che dovette lottare contro le resistenze dei facoltosi cittadini aquilani, contrari all'istituzione di una scuola religiosa ex novo, poiché esistevano già tanti altri monasteri in città che vedevano la cosa come una minaccia.<br/<Dapprima furono avanzate richieste dei Gesuiti al duca Giangirolamo Acquaviva di Atri, nello stesso momento in cui a Roma si avanzavano le richieste dei Beneventani ed a Napoli i religiosi di Chieti.Nella seduta della Camera del 1 maggio 1564 si decise di versare ai Gesuiti 300 ducati annui, somma irrisoria davanti a soli 500 ducati stanziati ad esempio dal Collegio dei Nobili per l'attività della stampa e di una possibile ripresa delle Arti, segno che il progetto dell'istituzione di una sede autonoma dei Gesuiti non figurava tra i piani comunali. Solo alla fine del secolo con l'interesse del Cardinale Bellarmino e del collegio di Napoli i Gesuiti aquilani riuscirono ad avere una loro sede nell'antica chiesa di Santa Margherita. Con i fondi molto più cospicui ora, che ricevettero i Gesuiti, la vecchia chiesa venne demolita e ricostruita ex novo, malgrado varie lungaggine che non permisero il totale completamento, anche se dopo il terremoto del 1703 ci furono varie offerte per un progetto molto più ambizioso. Il Collegio oggi è il Palazzo Camponeschi, posto accanto la chiesa, e davanti la piazzetta dove si affaccia il Palazzetto dei Nobili.

Nel 1664 cessò di esistere la Compagnia della Lana, una costola delle Arti più antiche della città, per il processo di crisi irreversibile, e per l'incapacità della città di stare al passo con le grandi produzioni che ora non riguardavano più solo l'ambito di Napoli, ma anche il resto della Penisola e dell'Europa, come si dimostrò anche durante il governo di Margherita d'Austria. Dunque l'antico convento dove si produceva maggiormente la lana, quello di Santa Maria delle Buone Novelle a Porta Roiana, oggi chiesa di Sant'Apollonia, fu chiuso. Benché il settore della Lana non fosse completamente morto, ma semplicemente ridimensionato a vezzo nobile per alcuni sparuti traffici con Firenze, la produzione continuò a sopravvivere fino ad oggi, così come il commercio dello zafferano di Navelli, esportato anche nelle fiere annuali della città, e di Lanciano, famosa per i mercati di settembre. Tuttavia proprio Lanciano, per il tranquillo e stabile clima politico, e per la vicinanza al mare, soppiantò in breve tempo come centro fieristico la città amiternina.
Le cause di questo ripiegamento economico e culturale aquilano si devono alla scarsa considerazione per le Arti che iniziarono ad essere bistrattate, e rappresentate da nuove famiglie: i Colantoni, gli Antonelli, i Rivera e gli Alfieri, nomi presenti anche in diversi palazzi di rappresentanza aquilani, uomini nuovi, che finanzieranno la ricostruzione della città dopo il 1703.
Da parte sua, la politica municipale e i vari signori che avevano i beni ed i capitali presso le terre, si dimostrarono simili ai baroni contro cui i mercanti presentarono il progetto di fondazione della città nel 1254, e la goccia che fece traboccare il vaso nei rapporti tesissimi tra signori e contadini fu l'istituzione delle "gabelle" da pagare presso le porte delle mura, e il 25 luglio 1647, sulla scia di Masaniello, dei plebei si andarono a lamentare dal preside, ma tutto degenerò in una rivolta, e come ai tempi di Niccolò dell'Isola, fu scelto un tribuno della plebe, come mediatore tra volgo e ricchi, ossia Francesco Gentileschi, detto "Marco di Sciarra", voluto dal casato dei Quinzi del quarto San Pietro. Inutile dire che Gentileschi venne ucciso, e in città scoppiò una sorta di guerra civile contro il governo spagnolo, dove il Capitano fu rinchiuso nel palazzo, mentre Giovanni e Concezio Pica, Filippo Alfieri, Giacinto Porcinari e Antonio Pasquali inviavano a Napoli il frate di San Bernardino Giuseppe della Grascia per avanzare varie richieste, tra le quali l'ennesima di veder riunito il contado della conca aquilana sotto l'amministrazione cittadina, con la minaccia di far defezionare tutti i castelli e i comuni della provincia Aquilana contro la Corona spagnola.

Palazzo Pica Alfieri
Palazzo Camponeschi, sede storica del Collegio dei Gesuiti

Il procuratore degli Abruzzi Pignatelli intervenne prontamente contro questa colazione aristocratica, entrando il 15 settembre in città, e non trovando i diretti responsabili perché fuggiti, e raccoltisi a capo di Antonio Quinzi, che richiese al sovrano di Francia di intervenire con l'esercito contro la Spagna. Nella città regnava l'anarchia e un clima fuorilegge di banditismo, sotto il governo fantoccio di Giulio Pezzola, che non appena vide arrivare le truppe di Antonio Quinzi si lasciò andare al saccheggio del contado aquilano. La città fu presidiata dal Pignatelli, che ordinò lo sfratto di presunti affiliati alla colazione del Quinzi, sfratto che riguardò soprattutto i castelli, dove acquartierò le truppe spagnole. Il clima teso di Pignatelli contro le truppe franco-aquilane comandate da Pallavicino si protrasse fino alla firma della pace a Napoli di Giovanni d'Austria per la ribellione dei napoletani di Masaniello. L'Aquila dunque tornò, senza gravi saccheggi, in mano agli Spagnoli. Nel frattempo nel 1656 anche la città fu colpita dalla peste nera, e i castelli del contado ne approfittarono per vedersi riconosciuta l'autonomia e il diritto di riscossione delle imposte sui campi lavorati del contado. Le lamentele furono rivolte al tesoriere Giovanni Aliprandi in una relazione del 29 agosto 1653, dove si parlava specialmente della tassa della "gabella" delle porte, grazie a cui L'Aquila finalmente era riuscita a mettersi in regola con le tasse della Corona, dopo la conquista spagnola un secolo prima.
Per contrastare la peste, furono istituiti dei lazzaretti speciali nella chiesa di Sant'Antimo a Tempèra, nel casino Micheletti di Preturo, e nel casino Colantoni fuori le mura, presso una palude, mentre presso la città nel borgo Rivera fu istituito l'ospedale Buonfratelli della chiesa di San Vito, mentre le porte delle mura venivano chiuse ermeticamente.

Dopo il termine del flagello, la città si risollevò non più seguendo il sistema delle Arti, ma con una politica sempre più influenzata dal fiorire di varie confraternite religiose, come scrisse Gaspare De Simeonibus nell' Italia sacra. Un nuovo appalto per la regolamentazione della gabella delle porte fu stimata di 2.500 ducati per un totale di circa 7.000 durati annui da restituire come tassa alla Corona. Dal campo si vista culturale in città figurò l'Accademia dei Velati, che sulla scia della Colonia Tegea di Chieti, dell'Arcadia romana, e delle accademie di Vasto, stimolava la vita cittadina dal punto di vista dell'erudizione. Nel 1675 ci fu l'episodio singolare di erigere in onore di Carlo II d'Asburgo una statua presso il Palazzetto dei Nobili, probabilmente un tentativo di captatio benevolentiae per scopi terzi. Nel 1697 il fisco mise in dubbio la liceità del passaggio di introiti da alcuni storici castelli, ormai ridotti in macerie, come le roccaforti del Gran Sasso d'Italia dal versante di Assergi, per cui avrebbe dovuto pagare il fisco stesso, e non la città, poiché, secondo una denuncia di tal Vincenzo Ticca, tali territori dovevano essere incorporati al demanio della corte, e non più essere terra di nessuno.
Dunque ci fu un caso particolare di natura giuridica che riguardava anche il possesso di un gran pezzo di montagna, il versante occidentale del Gran Sasso (la piana di Campo Imperatore), i cui storici nobili possidenti dal XVI secolo si erano estinti.

Il settecento[modifica | modifica wikitesto]

Il terremoto del 1703[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Aquila del 1703.
Interno barocco della Basilica di San Bernardino, con il prezioso soffitto in legno intagliato di Ferdinando Mosca, realizzato dopo il 1703

Ad osteggiare la ripresa politica ed economica della città furono, ancora una volta, gli eventi tellurici. Sul finire del Seicento alcune violenti scosse tornarono a tormentare Aquila; in particolare si ricorda il terremoto dell'aprile 1646, raccontato nel Trattato di Filippo da Secinara e di intensità stimata nel VII grado della Scala Mercalli, e quello del giugno 1672 avvertito anche ad Amatrice e Montereale.

Il Duomo dell'Aquila nella ricostruzione classicheggianti tardobarocca dopo il terremoto del 1706

Quello del 1703, conosciuto come il Grande Terremoto è, probabilmente, il terremoto di maggiore gravità della storia cittadina recente. La prima scossa della sequenza sismica si verificò il 14 ottobre 1702 ma la maggiore venne registrata il 2 febbraio del 1703, giorno della Candelora, e si stima che abbia avuto una magnitudo 6,7 della Scala Richter causando devastazioni stimate nel X grado della Scala Mercalli.

L'Aquila venne completamente rasa al suolo. Quasi tutte le chiese e gli edifici pubblici crollarono o riportarono gravissimi danni[23]. Si stima che nelle varie scosse che colpirono la città quell'anno siano morte in tutto oltre 6.000 persone[24]. Le chiese di San Bernardino (rimase in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali), San Filippo, la Cattedrale di San Massimo, San Francesco, Sant'Agostino e tutti i palazzi della città risultarono o rasi al suolo oppure pesantemente danneggiati[25].

La ricostruzione barocca[modifica | modifica wikitesto]

Il disastroso terremoto del 1703 fu però l'occasione per attuare alcuni interventi edilizi ed urbanistici che stavano prendendo piede in molte città europee. Dalle macerie d'inizio secolo nacque, dunque, una nuova città fatta da costruzioni imponenti e ricca di decorazioni e ornamenti che consacreranno anche all'Aquila la nuova veste stilistica corrente, il barocco.

Sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle nuove famiglie aquilane, (è il caso dei Romanelli, dei Bonanni, dei Pica e degli Oliva[11]) mentre molte tra le principali chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto. L'interno della Basilica di San Bernardino venne completamente ricostruito ad opera di tre celebri architetti dell'epoca, Cipriani, Contini e Biarigioni, e poco più tardi, nel 1724 Ferdinando Mosca vi realizzò uno splendido soffitto in legno. La stessa Basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche che successivamente sono state eliminate nel restauro del 1972. Le chiese di Sant'Agostino, San Marciano, Santa Maria Paganica e la Cattedrale di San Massimo vennero praticamente riedificate ricorrendo, in alcuni casi, a modifiche dell'assetto urbanistico preesistente con la rotazione degli ingressi e la creazione di nuove facciate.

I cambiamenti riguardarono anche la vita sociale ed economica dell'Aquila che venne ripopolata grazie soprattutto all'immigrazione dal contado. Il terremoto, infatti, favorì il trasferimento delle famiglie più povere dalla campagna alla città e l'insediamento di ricchi proprietari terrieri interessati ad accrescere la loro posizione sociale[21].

Dalla ricostruzione al 1799[modifica | modifica wikitesto]

Per la ricostruzione s'impiegò circa mezzo secolo, e informazioni importanti si trovano nei Libri reformationum, dove si evidenziano i problemi di costruzione del nuovo ospedale, dell'abbattimento di case pericolanti, del risanamento delle mura, dell'acquedotto, del Palazzo civico. Una programmazione effettiva della ricostruzione fu bandita il 13 giugno 1715, quando i Signori della Camera deliberarono 60 ducati annui per i lavori di Collemaggio, mentre i commercianti della città e del contado chiedevano l'esenzione dal pagamento delle tasse, la cosiddetta "aggregazione". Il terremoto della Maiella del 1706, con epicentro presso Sulmona, rallentò ulteriormente i lavori di ricostruzione, tanto che nei primi momenti i cittadini pensarono addirittura di abbandonare la città. Nella ricostruzione vennero espropriate anche molte terre dei monaci per l'edificazione di nuovi fabbricati, e soprattutto di piccoli ospizi, mentre i nobili approfittarono dell'aggregazione per contendersi la fetta del Gran Sasso del versante di Assergi, dato che con il d'Orange era rimasta infeudata a chi ne chiedeva l'uso. Tra questi ci fu la famiglia Cappelli che acquistò il villaggio della Genca (oggi San Pietro della Jenca), sostituendosi alla dinastia secolare dei confocolieri del castello, ormai estinta. Nella famiglia figurò Carlo Cappelli, una sorta di homo novus per aver sperimentato le prime tecniche del modernismo imprenditoriale agricolo, basandosi sugli ideali dell'illuminismo.
Nel 1764 fu visitata da Ferdinando IV di Borbone, e della visita non proprio felice si ricordano gli episodi dell'abolizione dell processione del Cristo Morto per le continue lotte tra confraternite per l'organizzazione del rito, e la scena pietosa del mercato del pesce delle cosiddette "Cancelle", che vennero traslate dietro la Piazza Maggiore.

L'occupazione francese[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda metà del Settecento la città era in gran parte ricostruita, e la collaborazione per la ricostruzione favorì la riunione tra signori e gli armentari, come si vide durante l'invasione francese del 1799, quando saranno proprio i ceti medio-bassi a insorgere per la difesa dell'antico regime. La pace di Vienna del 1738 pose fine alla dominazione austriaca seguita alla spagnola e sul finire del secolo il Regno di Napoli venne invaso dai francesi. I francesi nel 1798 giunsero in Sabina, sconfiggendo Viterbo, e penetrarono negli Abruzzi, giungendo in dicembre all'Aquila. Le campane della città suonarono in allarme nel momento in cui i francesi arrivarono a Cittareale, e la popolazione chiamata alle armi si riunì in Piazza Maggiore: il patrizio Giovanni Pica, il Marchese de Torres e il barone Francesco Rivera convocarono il parlamento per istituire un corpo civico di guardia con a capo Gaspare Antoniani. Anche nei comuni circostanti fu fatto così, e il capo supremo delle masse era Giovanni Salomone di Arischia, mentre il generale Championnet divideva per l'Abruzzo due corpi d'armata, quello dell'ala destra di Duhesme e l'altro di Lemoine, quest'ultima venuta all'Aquila, mentre l'altra discendeva attraverso le Marche verso Teramo, per ricongiungersi con la prima a Sulmona.

Mappa dell'Aquila del 1753


Il primo scontro tra il corpo civico aquilano e le truppe francesi avvenne al Borghetto, presso Borgo Velino (RI), il 9 dicembre 1798, onde evitare che le milizie raggiungessero Antrodoco. Tuttavia l'inesperienza militare delle masse non riuscì a frenare a lungo le truppe, tanto che giunsero sotto le mura il 16 dicembre, mandando un emissario ad intimare la resa. Il generale Lemoine con il capo delle milizie Pluncket, attese 5 ore la risposta negativa della città, e al calare della notte gli aquilani iniziarono a sparare contro l'esercito dalle finestre, dalle torri dei campanili, e dai cannoni del Castello spagnolo, dove era acquartierato il comandante Pluncket. Nonostante gli sforzi aquilani, la città fu occupata militarmente, mentre il grosso dell'esercito scendeva a Sulmona via Popoli. I due generali borbonici Tschoudi e de Gambis imitarono Pluncket, rifugiandosi nella fortezza spagnola, mentre l'esercito francese saccheggiò il possibile, fucilando i campanari e fondendo i bronzi delle chiese, per impedire eventuali richiami di rinforzi. Gli abruzzesi allora si avvalsero dei corni dei pastori, e il 24 gennaio 1799 lo riconobbe anche il generale Championnet in una lettera dove definiva codesti "lazzaroni" come "eroi". Nonostante L'Aquila fosse stata occupata, il generale Salomone imperversava come un bandito per i villaggi circostanti, per distribuire armi e incitare la popolazione a scacciare il nemico, con continue guerriglie e imboscate brevi, che tennero occupati i francesi, finché le masse approfittarono dello sfinimento del nemico per assaltare L'Aquila e liberarla, non prima di un grave massacro civile, con ritiro provvisorio a Roio, Bazzano e Barete. Nel febbraio 1799 i francesi massacrarono i prigionieri, e ciò servì alle masse come nuova spinta di coraggio e vendetta. Infatti Salomone convocò il parlamento nella chiesa della Madonna di Roio Poggio, dove 70 caporali giurarono fedeltà.

«Quanno fu alla 'Mpretatora
Oh! che passu! alla malora!
Quanno fùruru a Viglianu,
ne se ìano pianu pianu.
Quanno fu alla Colonnella,
li pigliò la trimarella.
Quanno fu a Rocca 'e Cornu,
circondati 'ntornu 'ntornu.
Quanno furono alle Rutti,
gli annu fatti quasci tutti.
Quanno furono 'Ntreocu
'gni montagna facea focu.
Quanno furo a lu Borghittu
li buttéano l'ogghiu frittu!»

(Canto popolare aquilano del 1799)

La città amiternina fu nuovamente messa sotto assedio, e i francesi furono costretti a rinchiudersi nel castello spagnolo; l'assedio durò 20 giorni, e la vittoria tardò a venire poiché un drappello francese giunse da Antrodoco. Tuttavia i francesi aquilani, nonostante fossero riusciti a scappare dal castello, si trovarono bloccati tra due fronti, e capitolarono, abbandonando la città nel giorno di Pasqua. Nel ritiro non esitarono a compiere l'ennesima scellerata vendetta contro gli aquilani, irrompendo nel convento di San Bernardino, trucidando 27 frati e un buon numero di cittadini inermi, profanarono la tomba del santo di Siena per rubarne l'argento, insieme ai calici ed altri oggetti metallici per fonderli.
Non appena i francesi lasciarono la città alla volta di Rieti, con i cannoni e gli ori sacri, vennero assaltati dalle truppe del Salomone e trucidati, di 300 soldati se ne salvarono 80, e gli stessi comandanti furono massacrati, cosicché il rubato potesse essere riconsegnato alla città.
Inoltre dato che per il resto dei prigionieri francesi si paventava un eccidio di massa per rappresaglia della popolazione, il generale Lemoine richiamò le truppe attorno L'Aquila, dove passarono il 2 maggio, senza però attaccarla. Salomone provvide a un nuovo attacco a sorpresa presso il passo di Rocca di Corno, e li attaccò alle porte di Antrodoco. Ma non appena le truppe passarono per il paese, furono attaccati dagli stessi civili e massacrati in ricordo degli eccidi del dicembre 1798, perirono in tutto circa 500 uomini. Nella relazione che Salomone mandò il 29 luglio a Ferdinando I delle Due Sicilie, si parlò di 3500 francesi che la mattina del 2 maggio erano passati a L'Aquila, tornati al punto di controllo di Rieti in soli 1000, spogliati, feriti, disarmati e abbattuti nell'animo. Intanto nella rappresaglia aquilana contro i francesi, il comandante Pluncket che si era nascosto insieme ad altri caporali nel castello, fu catturato e ucciso.

Dalla Repubblica Partenopea al 1806[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Repubblica Partenopea.

A Napoli nel 1799 fu proclamata la Repubblica Partenopea sulla base dei principi egualitari della Rivoluzione francese.

La Repubblica Partenopea ebbe vita breve, ma solo qualche anno più tardi le truppe napoleoniche si rimpossessarono del Regno di Napoli. Le amministrazioni cittadine furono riorganizzate e modernizzate: all'Aquila venne eliminata la storica suddivisione in Quarti e fece la sua comparsa, per la prima volta, la figura del "Sindaco"[21]. Successivamente, il Congresso di Vienna ristabilì gli ordinamenti precedenti e L'Aquila tornò sotto il controllo dei Borboni.

Il Gran Sasso nel 1899

Nel 1805 con le truppe di Gioacchino Murat, il Regno di Napoli e di conseguenza anche gli Abruzzi furono riconquistati dai francesi, e stavolta L'Aquila sarà pienamente acquiescente. Nel memoriale di Angelo Piccioli Barone di Carapelle Calvisio, che aderì al partito francese, si descrive l'ingresso delle truppe in città. Mentre sul Corso si trovava in una spezieria con il Marchese Quinzi, giunse un araldo a cavallo, gridando che i francesi da Cittareale erano arrivati alle porte delle mura, mentre il veterano Salomone di acquartierava con le truppe presso il Castello, mentre Francesco II di Napoli mandava un dispaccio di attaccare soltanto se in estrema necessità, poiché stavolta le truppe erano molte di più. Dato che nel dispaccio si leggeva anche il trasferimento immediato dello Stato Partenopeo in Sicilia, gli aquilani preferirono appoggiare i francesi, nel 1806 si costituì la guardia civica, anche con vigilanza dei nobili, nella speranza che al primo momento le sorti potessero volgere a loro favore come nel 1799. Alcuni fenomeni di resistenza ai francesi ci furono, ma si trattò soltanto di alcune semplici imboscate di gente allo sbando, essendo venuto meno l'appoggio dei nobili, completamente asserviti al nuovo governo di matrice napoleonica, anche perché l'unica riforma drastica che ci fu con questo governo fu l'eversione dal feudalesimo, accolto con grande giubilo per il ceto medio. La questione del Gran Sasso fu risolta in breve con la compravendita degli appezzamenti di Monte San Franco, Assergi e Genca, mentre un primo tentativo di quotizzazione del transito delle pecore sul Tavoliere fu scelto il 21 maggio 1806, con l'eliminazione dei privilegi aragonesi. Del resto la legge non minacciava granché il pascolo e la transumanza, poiché nella relazione del 1833 del De Augustinis l'Abruzzo Ultra con le sue 500.000 pecore lungo il Tavoliere primeggiava su tutta l'Italia.

Durante il dominio francese, venne costituito il Distretto di Aquila, sciolto nel 1860, avente sede di capoluogo nell'unità amministrativa dell'Abruzzo Ultra II, mentre il I era governato da Teramo, e il Citra da Chieti.

L'Aquila in Italia e in Abruzzo[modifica | modifica wikitesto]

Il risorgimento aquilano[modifica | modifica wikitesto]

La Basilica di San Bernardino in una incisione di Strafforello Gustavo (1899)

Benché negli anni '20 dell'800 in Abruzzo ci siano state cellule della "carboneria" e moti mazziniani capeggiati da Clemente De Caesaris a Penne (1827), o incontri segreti a Chieti o a Vasto, la nobiltà aquilana e l'amministrazione municipale accettarono sempre più senza opporre resistenza gli eventi politici di Napoli. Nel 1821 presso la città si combatté la battaglia di Antrodoco degli insorti mazziniani, mentre intorno al 1841 circolava un giornale detto "Riforma della Giovine Italia", ispirato ai principi di Mazzini. Nel 1833, come a Penne, ci fu un tentativo di sollevazione armata popolare capeggiato dal patrizio Luigi Falconi, immediatamente soffocato.
Dopo il 1841 si costituì una coalizione di gentiluomini quali Giacomo Dragonetti, Giuseppe Cappa e Pietro Marelli, che più che il desiderio di riunire l'Italia, intendevano modificare delle riforme come l'abolizione dei pesi fiscali o la diminuzione del prezzo del sale. La sommossa fagocitata dai loro promotori scoppiò l'8 settembre 1841. La rivolta però fu subito sedata, e mentre i nobili che vi parteciparono furono sanzionati con una pena di denaro da pagare, gli insorti popolari furono imprigionati o uccisi.

Nel 1848 fu mandato in città l'intendente Mariano d'Ayala, accolto festosamente dai cittadini, al grido di "Viva il Re! Abbasso la costituzione!". Il malcontento popolare era reso soprattutto dal fatto della mancata quotizzazione delle terre, per via della resistenza dei baroni, dopo l'eversione dal feudalesimo, con privatizzazione di intere montagne della conca aquilana. Il commissario d'Ayala represse dei moti di Pratola Peligna, e garantì un breve periodo di pace nel clima politico cittadino, fino al 27 maggio, quando il Ministro degli Interni Bozzelli inviò al commissario un dispaccio con l'ordine di rieleggere i deputati del Municipio. Il d'Ayala si ribellò, volendo egli stessi assumere il comando del governo, e chiamò a raccolta alcuni nobili che aspiravano alla carica di deputati, ma il tutto finì con la repressione dell'esercito borbonico.
Da questo momento in poi, la parola d'ordine dei i cittadini più in vista fu la gattopardesca acquiescenza per la stabilità amministrativa ed economica. Nel campo letterario culturale in questo periodo si distinse il filosofo d'ispirazione murattiana Giacinto Dragonetti, che istituì una personale biblioteca pubblica, dove si conservava la prima edizione dell' Enciclopedia di Diderot.

Durante il Risorgimento gli aquilani parteciparono attivamente ai moti rivoluzionari sotto la guida di Pietro Marrelli che il 20 novembre del 1860 ospitò in città, nel Convento di San Giuseppe, Giuseppe Mazzini in persona. L'Aquila per la sua posizione di frontiera rivestì un'importanza strategica notevole per le rivendicazioni unitarie e venne definita, dallo stesso Mazzini "nostro punto vitale"[4].

La città con l'articolo

Fino all'unità d'Italia la città era conosciuta come Aquila nonostante fossero d'uso comune espressioni come "andare all'Aquila" e "dell'Aquila" che testimoniano la presenza, in età moderna, dell'articolo antecedente il nome[26]. Per risolvere ogni disputa su centinaia di casi d'omonimia, nel 1863 fu stabilito il nome di Aquila degli Abruzzi[27], ufficializzando dunque la rimozione dell'articolo, che tuttavia continuava ad essere utilizzato saltuariamente dalla popolazione. Nell'ambito dell'ambizioso rinnovamento della città avvenuto durante il fascismo fu poi preferita una forma più monumentale in cui trovava spazio l'uso tradizionale dell'articolo. Nel 1939 viene stabilito il nome definitivo, L'Aquila[28].

Corpo centrale del Palazzo dell'Emiciclo, dapprima sede dell'Esposizione, e poi del Consiglio Regionale dell'Abruzzo

Le conseguenze dell'unità d'Italia e, soprattutto, dell'annessione con Roma, sono molteplici. La città fino ad allora costituiva una gradevole eccezione all'interno del Regno di Napoli, sia per la sua posizione "settentrionale", sia per il suo rapporto diretto con la città eterna[11]. Ma nonostante la nuova centralità all'interno del Regno d'Italia e l'accentuarsi del rapporto con Roma, Aquila degli Abruzzi (come si chiamò in quel periodo) si trovò ben presto a fare i conti con gli svantaggi di un isolamento culturale, sociale e morfologico che fino ad allora aveva rivestito un'accezione positiva ed ora invece costituiva un pesante fardello. Un ulteriore colpo alle ambizioni della città e alle sue possibilità di sviluppo venne poi, dalla scelta del tracciato ferroviario tra Roma e l'Adriatico che tagliò fuori per lungo tempo il capoluogo dalla rete delle grandi comunicazioni nazionali. La prima direttrice fu la ferrovia che da Terni portava a Sulmona via L'Aquila, mentre altri progetti furono la Sulmona-Avezzano-Roma, o L'Aquila-Tornimparte-Carsoli-Roma. Nel 1884 si proseguì con un tracciato che da L'Aquila portava a Rieti, mentre venne completato anche il tracciato L'Aquila-Pescara (1875), con binario di cambio alla stazione di Sulmona, non seguendo una direttrice unica.

Ciò nonostante L'Aquila riuscì a raccogliere gli aspetti positivi derivanti dalla nuova stabilità politica ed, a cavallo tra Ottocento e Novecento, vennero realizzate in città grandi opere urbanistiche che ne modernizzarono l'aspetto. A questo periodo è da riferirsi, ad esempio, la riqualificazione dell'area meridionale della città con la creazione dei giardini della Villa Comunale e del viadotto per Collemaggio, oltre che il Teatro Comunale, il Palazzo dell'Esposizione (l'Emiciclo), il Palazzo della Provincia (sede della Biblioteca Provinciale e del Convitto) e, soprattutto, i Portici. Tra i più grandi progetti di cultura in città, ci fu la "ricostruzione" del Palazzo del Convitto presso l'antico monastero di San Francesco d'Assisi, divenuto Real Liceo degli Abruzzi.
Se da un punto di vista la città si modernizzò, con l'entrata nel nuovo regno, quell'insieme di gruppi economici storici che avevano caratterizzato la vitalità sin dal Medioevo, ossia gli artigiani, i mercanti di spezie, di lana e di cotone, subirono una drastica decadenza, per la commercializzazione centralizzata dei prodotti, ora acquistabili anche da latri punti del regno in modo più facile, per la chiusura dei tratturi con l'abolizione delle leggi di privilegio per i pastori, per la costruzione di vari impianti industriali sui campi della conca. Il prosciugamento del lago Fucino ad Avezzano nel 1876, e la crisi economica, determinarono uno spopolamento delle masse contadine, l'emigrazione al Nord, o l'emigrazione stessa verso la Marsica per coltivare i campi.
Nella seconda metà dell'800 in città Michele Iacobucci fondò la sezione aquilana del CAI, mentre nel 1898 scoppiò uno scandalo nella sede della Provincia per un ammanco di 429.000 lire, che si risolse in una transazione. Nel primo Novecento in città non si registrarono fatti di rilevante importanza, se non il miglioramento dei servizi di trasporto, come l'istituzione della filovia di via XX Settembre, e il miglioramento dell'accesso del viale di Collemaggio. Tuttavia un fatto rilevante fu il catastrofico terremoto di Avezzano del 1915, che benché si sviluppò ad oltre 70 km dal capoluogo, arrecò numerosi danni, con crolli e lesioni degli edifici, delle case civili, per cui la popolazione fu sfollata in baraccamento di fortuna presso la villa comunale e il Castello spagnolo. Esistono delle fotografie storiche che testimoniano questo evento storico, il sui cui simbolo della distruzione fu il parziale crollo della facciata di Collemaggio, ricostruita minuziosamente nello stile originario.
Se a L'Aquila i danni furono contenuti, lo stesso non fu per Avezzano e i comuni limitrofi marsicani, rasi completamente al suolo, con migliaia di vittime e sfollati.

Il fascismo e la Grande Aquila[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo fascista porta una serie di trasformazioni politiche ed urbanistiche destinate a segnare per sempre il volto della città. Il riordino delle circoscrizioni provinciali comporta l'istituzione della Provincia di Rieti ottenuta tramite la riduzione dei limiti territoriali dell'Umbria e degli Abruzzi. Ma, agirono nel rimaneggiamento amministrativo abruzzese le lotte campanilistiche all'interno delle Federazioni provinciali fasciste e che il governo mussoliniano intese sopire, mutando l'assetto regionale. Nel 1927 vengono trasferiti nel Lazio i comuni di Accumoli, Amatrice, Antrodoco, Borbona, Borgocollefegato, Borgo Velino, Cantalice, Castel Sant'Angelo, Cittaducale, Cittareale, Fiamignano, Lugnano di villa Traiana (ora Vazia, frazione di Rieti), Leonessa, Micigliano, Pescorocchiano, Petrella Salto e Posta per un totale di 1362 km² e 70.000 abitanti circa[29]. La perdita del cosiddetto Circondario di Cittaducale dimezza l'hinterland dell'Aquila e ne scalfisce l'egemonia regionale. Anche dal versante orientale alcuni comuni vengono assegnati alla neonata provincia di Pescara.

Parallelamente, sul piano locale, prende forza l'idea di legare alla città capoluogo i numerosi paesi e villaggi che ne fanno da contorno, accentrando le istituzioni e realizzando finalmente l'unione politica tra L'Aquila e il suo contado.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Grande Aquila.

Similmente a quanto accade in altre importanti città del Regno viene dunque ideato il concetto di Grande Aquila. Nel 1927 il territorio comunale amplia notevolmente i propri confini, in quanto vengono aggregati i comuni di Arischia, Bagno, Camarda, Lucoli[30], Paganica, Preturo, Roio Piano e Sassa. Questo rafforzamento, demografico ed economico, pose le basi per un complesso piano di trasformazione architettonica ed urbanistica della città che scoprirà, per la prima volta nella sua storia, una vocazione turistica.

Fontana Luminosa di Nicola D'Antino

L'inattendibilità della lettura sulla nascita delle province di Pescara e Rieti nel gennaio 1927, ascrivibili da un lato al ras Tito Acerbo e al vate Gabriele d'Annunzio, dall'altro al reatino principe Potenziani, talora si sono riverberate per la spiegazione della Grande Aquila. Fermo nel primo dopoguerra aquilano, la prevalenza reducista e nazionalistica sulle forze popolari, le tradizionali classi dirigenti con l'arrivo del podestà Adelchi Sardi, si confrontavano sugli ambiti regionali e provinciali, nel 1926 la podestatura di Serena, di contro al sottosegretario Alessandro Sardi di Sulmona, sanzionava il ristabilimento delle "giuste gerarchie" di provincia. La delibera del 4 marzo 1927 si chiese al governo di ingrandire la città fondendo 8 comuni limitrofi, in richiamo all'unità tra le città del contado che ci fu sino al XVI secolo: proposta da un lato sulla spinta del tipico nazionalismo fascista veicolato alla storia medievale aquilana, dall'altro metodo usato per arginare il campanilismo del nuovo polo pescarese, in rapida crescita, per cui gli aquilani, insieme a Chieti, dalla costituzione del nuovo comune nel 1927, avevano iniziato a nutrire un serio timore, dato che il comune si trovava felicemente in una vasta piana, presso il mare, dove sarebbe stato molto semplice espandersi demograficamente.
L'annessione degli 8 comuni fu ufficializzata il 5 settembre.

Il villaggio di Fonte Cerreto sopra Assergi

La decisione fu severamente osteggiata dagli altri comuni che volevano l'autonomia, per cui nel 1947 solo Lucoli riuscì a riottenerla, mentre dopo il terremoto del 2009 addirittura ci sono stati progetti di possibile riunificazione all'Abruzzo del circondario di Cittaducale.
Il fascismo aquilano, nel suo progetto di "grande città" nel cuore degli Appennini, ancora oggi mostra le sue tracce, poiché una serie di cambiamenti e monumenti pubblici furono realizzati dalla metà degli anni '20 sino ai primi anni '30. Lo scultore Nicola D'Antino di Caramanico venne chiamato a realizzare nel 1928 il Monumento ai Caduti presso la villa comuna,e e successivamente nel 1934 realizzerà la Fontana luminosa all'ingresso del corso Vittorio Emanuele e le due fontane capopiazza del gruppo "Fontana vecchia". La Piazza del Duomo fu modificata con il completamento dell'esterno della Cattedrale, rifatto in stile neoclassico, la demolizione di fabbricati accanto la chiesa delle Anime Sante per realizzare il Palazzo delle Poste in stile eclettico, e un palazzo che dalla Piazza collega al lato nord del Corso, fu demolito per la costruzione della Camera di Commercio. I due assi del Corso Vittorio e del Corso Federico II furono assai modificati con la costruzione di vari palazzi, come la Cassa di Risparmio, la Banca di Roma, l'Istituto INAIL in tipico stile razionalista, che su via San Bernardino mediante dei moderni portici si collega con il Palazzo delle Corporazioni, sede provvisoria della Giunta Regionale dopo il 2009; il Corso Federico invece sub' le modifiche più drastiche tanto che il suo aspetto di semplice stradone di palazzi storici è stato completamente stravolto con la costruzione di grandi e monumentali edifici di rappresentanza in stile littorio, come il Palazzo della Banca d'Italia, il Palazzo della Provincia (sede provvisoria dopo il crollo del Palazzo del Governo di Sant'Agostino), il Palazzo dei Portici, il Teatro-cinema Massimo, il Palazzo Istituto INPS, che funge da quinta di accesso al corso dalla villa comunale, insieme al Grande Albergo "L'Aquila", realizzato negli anni '40 in puro stile razionalista.
Altre costruzioni furono realizzate presso il moderno viale Duca degli Abruzzi, a nord-ovest del Castello, per cui altri luoghi storici furono sventrati, con la demolizione anche di chiese, come quella di Santa Maria del Vasto, la cui facciata fu rimontata nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, presso Porta Napoli, o la chiesa dei Santi Martino e Giustino di via Garibaldi, demolita per creare Piazza Chiarino, o la chiesa di Santa Maria di Forfona, semi-demolita e arretrata, ricostruita secondo l'antico stile presso Porta Leoni, nel nuovo quartiere di Piazza Matteotti, mentre veniva restaurata la facciata incompiuta della chiesa di San Marciano in stile neoromanico.

Istituto INPS

Altri interventi furono la costruzione della piscina comunale, oggi dedicata a Ondina Valla, l'ingresso dal Castello al Corso mediante i due palazzi della Casa del Combattente e Palazzo Leone, poi presso la villa comunale venne fondata la Casa della Giova ne Italian (oggi scuola speciale del Gran Sasso Science Institute), il Palazzo ex GIL, oggi rettorato del "Gran Sasso Science Institute), e la chiesa di Cristo Re sopra i resti dell'antica chiesa di Santa Maria di Cascina. Venne modificato l'impianto dell'antica Piazzetta Fontesecco, che oggi sta sotto il ponte Belvedere, e creata la moderna via Sallustio, non senza altri sventramenti e modifiche drastiche all'aspetto del centro storico, con l'arretramento ad esempio del convento della chiesa della Beata Antonia, e la costruzione accanto di un moderno e anonimo edificio per ospitare le suore dell'Ordine di Santa Caterina, mentre presso il monastero di San Basilio veniva fondata la scuola di Ostetriche dell'ospedale San Salvatore. Nel circondario importantissima fu la realizzazione della zona degli impianti sportivi, tra le più innovative dell'epoca, e soprattutto l'intervento sul Gran Sasso, con la realizzazione di un moderno impianto di risalita in funzione ancora oggi e la costruzione di una zona ricettiva nell'area di Campo Imperatore. Assergi fu il centro principale di tale sviluppo turistico, con la creazione ex novo del villaggio invernale di Fonte Cerreto, e più sopra dell'Hotel Campo Imperatore (1934), dove nel 1943 verrà tenuto prigioniero Benito Mussolini.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Hotel di Campo Imperatore in una foto del 1943, dove venne imprigionato Mussolini, poi liberato dai tedeschi nell'Operazione Quercia

Nel luglio 1943, caduto il governo fascista, Benito Mussolini venne imprigionato nell'Hotel Campo Imperatore di Assergi, e successivamente liberato dai tedeschi nell'Operazione Quercia. Nell'ottobre di quell'anno Adolf Hitler decise di trasformare L'Aquila nel suo "forziere" per la guerra in Italia, con produzione della zecca in ogni 4 giornate della settimana, con capitale da trasferire successivamente a Verona, per finanziare le forze armate. L'8 dicembre 1943 L'Aquila fu colpita da un violento bombardamento da parte degli alleati che distrusse la stazione ferroviaria, l'officina della Banca d'Italia e l'aeroporto allora localizzato in Piazza d'Armi[senza fonte] causando numerosi morti e feriti[31]. La città non venne rasa al suolo solo a causa della permanente instabilità meteorologica nel periodo previsto.[senza fonte]

Nell'inverno 1944 il paese marsicano di Sante Marie subì un bombardamento alleato senza avvertimento, con numerose vittime. Il 20 gennaio alle ore 10 una formazione di aerei sorvolò il borgo, scaricando una gran quantità di ordigni, e distruggendo metà del comune, e dato che anche Avezzano non fu risparmiata, ci furono numerosi sfollati a L'Aquila

Il 23 settembre 1943 un manipolo di dieci giovani venne catturato nelle montagne sopra Collebrincioni: nove di loro vennero giustiziati in quello che è noto come l'eccidio dei IX Martiri, mentre il decimo si salvò sia in virtù della sua condizione d'invalidità sia grazie all'intervento di un'autorità fascista.

Il 2 giugno 1944, in seguito all'uccisione di un ufficiale tedesco ad Onna venne compiuta una tremenda rappresaglia che portò all'uccisione immediata di una ragazza e, qualche giorno più tardi, al sequestro di 24 persone di cui 16 vennero mitragliate e fatte saltare in aria. Il 7 giugno 1944 l'ennesimo assalto ai tedeschi causò l'uccisione di 17 innocenti a Filetto, vicino a Paganica.

La querelle regionale[modifica | modifica wikitesto]

La Camera di Commercio dell'Aquila

Nel dopoguerra L'Aquila visse un momento di crescita demografica che ha portato, per la prima volta, l'espansione edilizia superare la cinta muraria con la costruzione, non sempre esemplare, di nuovi quartieri a ridosso del centro storico. Politicamente ed economicamente, invece, il declino dell'entroterra abruzzese andava ponendo le basi per una annosa battaglia per l'egemonia regionale, amplificata, sul finire degli anni cinquanta, dalla scelta della RAI di insediarsi a Pescara e non nel capoluogo[32]. La città aquilana si dotò di nuove strutture, palazzi di rappresentanza, moderne vie di comunicazione, tanto che l'edilizia civile andò a raggiungere finalmente i confini delle mura, come a Porta Napoli, Porta Barete, Porta Leoni. Tuttavia questo iniziale clima di positivismo edilizio verrà distrutto nel 2009 dal terremoto, dove si evincerà che i palazzi vennero realizzati senza criterio antisismico, così come altre strutture costruite fuori il centro storico. I punti principali dell'espansionismo edilizio furono Bazzano Scalo, oggi il nucleo industriale, Paganica, Roio e Campo di Pile ad ovest, ai piedi di Coppito, dove furono creati il quartiere di Pettino, Santa Barbara, San Sisto, e a nord del Torrione-San Giacomo, mentre a sud-est i quartieri di Sant'Elia e della Torretta.
Ci furono anche campagne di scavo, come quella degli anni '50 che ritrovò a Scoppito l'esemplare di mammut conservato nel Museo Nazionale, mentre dagli anni '60 ai '70 l'architetto Mario Moretti mise in atto una serie di interventi, alcuni discutibili, di restauro in stile medievale delle chiese storiche aquilane, come la Basilica di Collemaggio, le chiese di San Pietro, San Silvestro, San Marciano, dove sì vennero scoperti importanti manufatti come cicli di affreschi del rinascimento aquilano, ma altresì, come a Collemaggio, vennero distrutti importantissimi arredi del Settecento, come il soffitto cassettonato di Panfilo Ranalli del 1721.

Tuttavia ciò non bastava a far competere seriamente L'Aquila, grande realtà storica della montagna, contro la nuova città di Pescara, favorita dal mare e dal collegamento con l'autostrada A14, per cui venne aperto già negli anni '60 un casello speciale, mentre per L'Aquila con l'Autostrada dei Parchi e il traforo del Gran Sasso bisognerà attendere il 1984, e dal mare. Lo scontro vero e proprio si ebbe però, negli anni sessanta e settanta con la regionalizzazione dell'Italia e la conseguente necessità di collocare il capoluogo in Abruzzo. L'Aquila, che fino a quel momento era stata il centro storico e culturale della regione, poteva vantare un miglior rapporto con Roma ma l'appoggio dello Stato alla causa aquilana provocò a Pescara nel 1970 numerose insurrezioni, che prenderanno il nome di Notti dei fuochi e che riapriranno le trattative[11]. A quel punto anche L'Aquila si mobilita in manifestazioni che culmineranno, ad una apparente apertura alle pretese pescaresi nel 1971, in una vera e propria rivolta durata 3 giorni con la devastazione delle sedi di tutti i partiti, delle istituzioni e delle abitazioni di alcuni politici.

Veduta della zona di Porta Napoli, con in vista il moderno edificio della Giounta Regionale, dietro l'ottocentesco Emiciclo del Palazzo della Regione

Lo sciovinismo pescarese era ben noto agli aquilani, così come a Chieti e Teramo, la città adriatica si imponeva nell'ambito culturale, politico, economico e turistico con sempre maggior velocità nel periodo del boom economico, quando negli anni '50 ad esempio la RAI decise di impiantare la sua prima antenna d'Abruzzo proprio a Pescara. Il vantaggio delle situazioni relative, sfruttato naturalmente con rapacità vorace dalla politica costiera, e con spregio nei confronti delle altre realtà abruzzesi, con obiettivo soltanto lo sviluppo economico a proprio tornaconto, scatenò insomma la rivolta del 26, 27 e 28 febbraio 1971, quando il primo presidente Emilio Mattucci della Regione Abruzzo, costituitasi definitivamente nel 1963, approvò un testo di legge che prevedeva il trasferimento del titolo di capoluogo, e delle relative sedi amministrative, a Pescara. Secondo alcuni Mattucci nel leggere il testo, disse: "il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L'Aquila e Pescara", nel tentativo di istituire un compromesso storico abruzzese tra le due città. Il consigliere Francesco Benucci s'infuriò gridando "O! O! O!", vedendo l'ennesimo favore captato da Pescara, mettendosi a lanciare monetine contro la giunta, insieme alla popolazione civile. Il giornale L'Aquilasette uscì con il titolo di prima pagina "Vergogna!", mentre Pescara rispose con un untuoso e compiaciuto titolo "L'Aquila deve rassegnarsi al ruolo di comprimaria".
Nei giorni della rivolta le strade del centro aquilano furono invase dalla popolazione, le sedi dei partiti incendiate, il Pci a via Paganica, la Dc del Palazzo Ciolina, mentre l'unico partito non assaltato fu il Msi, poiché l'esponente Feliciano Ferir non votò a favore dello statuto. L'accordo finale riconoscerà alla città il ruolo di capoluogo unico dell'Abruzzo[33] consentendo però alla Giunta e al Consiglio regionali la possibilità di riunirsi anche a Pescara. Benché si sia raggiunto questo obiettivo, il divario tra le due città oggi è ancora enorme, riacutizzatosi molto dopo il terremoto del 2009, poiché da una parte L'Aquila, sebbene non in netta espansione economica come la rivale, sapeva che un riduttivo ruolo di comprimaria nelle vicende politiche abruzzesi sarebbe stato il tracollo amministrativo-economico-sociale, mentre per Pescara l'ennesimo premio per la sua felice posizione territoriale.

Le vicende attuali[modifica | modifica wikitesto]

Il terremoto del 2009[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Terremoto dell'Aquila del 2009.
Il Palazzo del Governo dopo il sisma, simbolo della distruzione

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, dopo diversi mesi di lievi scosse localizzate e percepite in tutta la zona, L'Aquila è stata colpita da un terremoto di magnitudo 6,3 e intensità parì al IX-X grado della Scala Mercalli[34]. Nell'area colpita dal sisma si sono contate 308 vittime ed oltre 1.500 feriti, mentre la quasi totale evacuazione della città ha portato a 65.000 il numero degli sfollati.

Il sisma ha riversato la sua forza sull'abitato e sui paesi limitrofi, tra i quali Onna, Villa Sant'Angelo, Castelnuovo, Tempera, San Gregorio e Paganica. Il capoluogo stesso presenta crolli anche totali in molte zone e gravissimi danni alla maggior parte degli edifici di valore storico e culturale. Le chiese principali risultano gravemente danneggiate o quasi completamente crollate. Particolare rilevanza ha avuto la mancata resistenza e quindi il danneggiamento talvolta irreversibile della maggioranza degli edifici pubblici, sia antichi che moderni: ad esempio il Palazzo del Governo (sede della Prefettura), la Casa dello studente, il Convitto Nazionale, l'Ospedale San Salvatore e molti palazzi signorili del Settecento e dell'Ottocento.

Avvenimenti post-terremoto[modifica | modifica wikitesto]

Processo della Commissione Grandi Rischi

Il 25 maggio 2011 la procura stessa rinvia a giudizio con l'accusa di "omicidio colposo plurimo e lesioni" sette membri della Commissione Grandi Rischi: tra essi figurano anche Enzo Boschi e Franco Barberi.[35]. Nel capo di imputazione si legge la motivazione dell'accusa:[...] "per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia in violazione altresì della normativa generale della Legge n. 150 del 7 giugno 2000 in materia di disciplina delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni effettuando, in occasione della detta riunione, una 'valutazione dei rischi connessi' all'attività sismica in corso sul territorio aquilano dal dicembre 2008 approssimativa, generica ed inefficace in relazione alle attività e ai doveri di 'previsione e prevenzione'; e fornendo informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell'attività sismica in esame venendo così meno ai doveri di valutazione del rischio connessi alla loro qualità e alla loro funzione e tesi alla previsione e alla prevenzione e ai doveri di informazione chiara, corretta, completa cagionavano in occasione della violenta scossa di terremoto (magnitudo momento MW = 6.3, magnitudo locale ML = 5.9) del 06.04.2009 ore 3,32, la morte di 32 persone [segue elenco]".[36]

Con sentenza[37] in primo grado di giudizio il 22 ottobre 2012 il Tribunale dell'Aquila ha condannato tutti gli imputati alla pena di 6 anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici.

In campo internazionale molti scienziati, prima ancora che fossero rese note le motivazioni, hanno espresso perplessità di fronte a questa sentenza.[38] La rivista Nature ha pubblicato un editoriale in cui si afferma che "il verdetto è perverso e la sentenza ridicola".[39] Uno scienziato britannico, Malcolm Sperrin, ha dichiarato: "se la comunità scientifica deve essere penalizzata per aver fatto predizioni poi risultate non corrette, o per non aver predetto accuratamente eventi poi accaduti, allora l'operare della scienza dovrà essere limitato alle sole certezze, e i benefici associati alle scoperte, dalla medicina alla fisica, scompariranno".[38]

Il Ministro dell'ambiente Corrado Clini, pure critico verso questa sentenza, ha affermato: "Hanno ragione quelli che dicono che l'unico precedente a questa sentenza è quello di Galileo Galilei".[40]

Il testo delle motivazioni della sentenza, pubblicato alcuni mesi più tardi,[41], smentisce però queste affermazioni, dichiarando che il processo «non è volto alla verifica della fondatezza, della correttezza e della validità sul piano scientifico delle conoscenze in tema di terremoti. Non è sottoposta a giudizio la scienza per non essere riuscita a prevedere il terremoto del 6 aprile 2009».[37] La rivista Scientific American ha corretto la tesi del "processo contro la scienza", definendolo "un giudizio non contro la scienza, ma contro un fallimento della comunicazione scientifica".[42]

Altri scienziati, durante il processo, hanno contestato l'operato scientifico della commissione. Il professor Francesco Giovanni Maria Stoppa, che fece parte della commissione Grande rischi fino al 2003, disse: «Avrebbero dovuto dare una informazione proporzionata alle nostre conoscenze, che nel 2009 mettevano in luce una criticità all'Aquila. Nelle condizioni che c'erano 5 - 6 giorni prima del terremoto bisognava dare informazioni e questo non vuol dire prevedere i terremoti».[43]

G8 L'Aquila
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: G8 dell'Aquila.
L'Aquila: i leader del G8 dialogano durante il vertice.

L'evento sismico ha modificato i piani politico-economici del Governo: tra gli eventi che hanno subito modifiche c'è stato il G8 del 2009 originariamente già assegnato all'Italia come nazione ospitante. Inizialmente previsto nella città sarda della Maddalena, fu spostato all'Aquila con decisione del Consiglio dei Ministri del 23 aprile 2009, sia per motivi economici (risparmio di circa € 220.000.000 da destinare alla ricostruzione) che per opportunità politica (il G8 avrebbe discusso anche di catastrofi naturali)[44] che perché si tratta di un forte segnale per il rilancio di zone così duramente colpite[45].

Di fronte alle macerie del terremoto, USA, Francia, Germania, Regno Unito, Russia, Canada e Giappone promisero di sponsorizzare ognuno il restauro di uno dei monumenti aquilani danneggiati dal sisma[46]. In particolare agli ampi e svariati aiuti promessi dal Presidente USA Barack Obama si aggiungono il francese Nicolas Sarkozy che promette 3 milioni di euro per la ricostruzione della Chiesa delle Anime Sante, la tedesca Angela Merkel che si impegna per la ricostruzione della chiesa di Onna.

Il summit si è svolto nella Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza di Coppito, già centro operativo della Protezione Civile durante l'emergenza sismica. L'evento porta con sé la riqualificazione dell'intera periferia ovest della Città di L'Aquila, proseguita anche dopo l'evento in prossimità dei nuovi insediamenti post-sisma (Progetto C.A.S.E.), con costruzione di diverse strade, il riammodernamento del vicino Aeroporto dei Parchi e la sistemazione della caserma ospitante dando così un primitivo avvio alla ricostruzione stessa. Con tutte le opere realizzate si assiste ad una vera e propria "esplosione" della periferia aquilana, sia ad ovest che ad est, in forte contrapposizione al centro storico rimasto vuoto, interdetto e sommerso dalle macerie.

Basilica di San Bernardino, ricostruita e riaperta al pubblico nell'aprile 2015
La ricostruzione

Immediatamente il governo Berlusconi, assieme a Guido Bertolaso, provvide alla costruzione di casette antisismiche provvisorie, veri e propri villaggi, da sistemare fuori i centri colpiti, per non causare l'esodo della popolazione. Tali "New Towns" furono costruite in pochi mesi presso Roio di L'Aquila, Coppito, Preturo, Sassa, Barisciano, Ocre, San Pio delle Camere e Montereale. Poche settimane dopo l'inaugurazione delle casette, il crollo di un balcone alla contrada di Bagno sollevò vivaci polemiche sulla staticità delle casette.

Nel frattempo furono stanziati miliardi per la ricostruzione del centro storico, con donazioni pubbliche del numero della Protezione Civile. Tuttavia la maggior parte dei monumenti storici furono affidati a gestioni private, ritenute "più sicure", mentre molti fondi pubblici andarono perduti o congelati. Nel 2010 fu riaperta la Fontana delle 99 cannelle, e nel 2013 la chiesa di San Biagio d'Amiterno, riconsacrata da papa Francesco col nome di "Basilica di San Giuseppe Artigiano", dove venne traslato il corpo di Celestino V in attesa della ricostruzione della Basilica di Collemaggio. A causa di processi per mafia e della commissione Grandi Rischi, e della lentezza grave della burocrazia romana, soltanto nel 2015 con il governo Renzi i lavori di ricostruzione riebbero un nuovo deciso avvio. Allora era stato inaugurato nel 2012 il nuovo Auditorium del Parco presso il Forte spagnolo, moderna costruzione pubblica in legno. Era stata restaurata la Fontana Luminosa, malgrado alcuni ritocchi che le impedivano la fuoriuscita dell'acqua. Era stata ricostruita la facciata della Chiesa di San Pietro a Coppito, meno il campanile. Nei dintorni, alla data dicembre 2015, erano stati ricostruiti quasi tutti i centri limitrofi colpiti, mentre alcuni erano ancora puntellati, come Castelnuovo di San Pio delle Camere e Navelli. Centri invece come Barisciano, Poggio Picenze, Campotosto, Capitignano, Roio e San Pio delle Camere risultavano quasi completamente restaurati. La frazione di Onna è stata completamente ricostruita grazie alla gestione privata tedesca, mentre lavori, seppur a lento procedimento, sono partiti a Paganica, una delle frazioni più grandi del capoluogo. Allo stato del 2015, era agibile soltanto il Santuario della Madonna d'Appari.

Nell'aprile 2015ebbe grande risonanza in campo mediatico l'annuncio della riapertura al pubblico dell'ormai restaurata Basilica di San Bernardino, e della futura riapertura, circa nel 2017 della Basilica di Collemaggio, e di parte del centro storico e del corso Vittorio Emanuele, restaurato soltanto dall'accesso dal piazzale della Fontana luminosa. Nell'aprile 2016 è stata annunciata l'apertura del cantiere di numerosi palazzi storici, tra i quali il Palazzo Margherita assieme alla Torre Civica. Nel maggio 2015 la città è stata omaggiata della 88esima Adunanza degli Alpini, celebrazione avvenuta nuovamente nell'ottobre 2016. Nella periferia furono costruita nuove abitazioni, specialmente nello scalo di Roio e nella zona Torrione-cimitero, con nuovi palazzi antisismici, che hanno favorito l'apertura di nuove attività commerciali e industriali. Nel dicembre 2015 il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha inaugurato l'apertura della nuova sede del MUNDA (Museo Nazionale d'Abruzzo), prima nel Castello Cinquecentesco, nell'ex mattatoio comunale fascista nel borgo Rivera, vicino alla Fontana delle 99 cannelle. Il museo ha raccolto numerose opere antiche restaurate dopo il terremoto.
Il nuovo terremoto del Centro Italia del 2016, specialmente quello del 30 ottobre di Norcia, ha aperto nuove crepe presso la chiesa di Santa Giusta, e messo a rischio i territori di Campotosto e Montereale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Alessandro Clementi, L'Aquila, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  2. ^ L'Aquila e frazioni, pag.193 di Guida turistica della provincia dell'Aquila, Edigrafital, 1999
  3. ^ a b I caratteri dell'insediamento nella vicenda storica, pag.89 di L'Italia - Abruzzo e Molise, Touring Editore, 2005
  4. ^ a b c L'Aquila, la storia [collegamento interrotto], su tuttoabruzzo.it.
  5. ^ Leopoldo Cassese, Gli antichi cronisti aquilani, da Buccio di Ranallo ad Alessandro de Ritiis, in «Archivio storico per le provincie napoletane», n. s. anno XXVII, 1941, v. LXI
  6. ^ Breve storia dell'Aquila, su perdonanza-celestiniana.it.
  7. ^ a b La divisione in Quarti, su perdonanza-celestiniana.it.
  8. ^ Raffaele Colapietra, Mario Centofanti, pag.79
  9. ^ La fondazione di Collemaggio, su basilicadicollemaggio.it (archiviato dall'url originale il 12 aprile 2009).
  10. ^ cfr pag. 117, L'Italia - Abruzzo e Molise, Touring Editore, 2005
  11. ^ a b c d e f M.R. Berardi, U. Dante, S. Mantini, F. Redi, Breve storia dell'Aquila, Pacini Editore, 2008
  12. ^ R. Maccallini, Terremoti in Aquila, Rivista Abruzzese, XXX, 9, Teramo, 1915
  13. ^ a b Notizie riportate sulle "Cronache aquilane" di Buccio di Ranallo nei manoscritti di Anton Ludovico Antinori
  14. ^ G. Vittori, Stato dell'Aquila degli Abruzzi nei grandi periodi sismici del 1315, 1349 e 1461-62, in Bollettino della Società Abruzzese di Storia patria, VIII, L'Aternina, Aquila, 1896
  15. ^ Anton Ludovico Antinori, Memorie manoscritte, Biblioteca Provinciale dell'Aquila
  16. ^ Storia di Braccio da Montone, su condottieridiventura.it (archiviato dall'url originale l'8 febbraio 2007).
  17. ^ I caratteri dell'insediamento nella vicenda storica, pag.90 di L'Italia - Abruzzo e Molise, Touring Editore, 2005
  18. ^ La rinascenza aquilana [collegamento interrotto], su it.encarta.msn.com.
  19. ^ Chiamato "l'odioso a nome degl'aquilani", cfr. B. Cirillo, Annali della Città dell'Aquila con l'historie del suo tempo, Roma 1570, pag.128
  20. ^ Scriverà a tal proposito lo storico Anton Ludovico Antinori nei suoi Annales: "Col nome di Aquila è inteso fin qui la città e tutte le terre di suo vasto contado che con quella facevano un corpo solo, col nome d'Aquila in avanti non si intenderà che le mura stesse nelle quali è situata e recinta la città"
  21. ^ a b c d AA.VV., Sulle ali dell'Aquila - Storia della città, L'Aquila 1999
  22. ^ Notizie riportate nei manoscritti di Francesco Ciurci e confermate successivamente da molti cronachisti aquilani, compreso Anton Ludovico Antinori
  23. ^ Il terremoto del 1703, su urcanet.it (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2009).
  24. ^ Luigi Mammarella, L'Abruzzo ballerino: cronologia dei terremoti in Abruzzo dall'epoca romana al 1915, Adelmo Polla editore, 1990, pp. 77-83
  25. ^ Walter Capezzali, L'Aquila in L'Abruzzo nel settecento, Ediars
  26. ^ Si guardino, ad esempio, gli scritti Annali della Città dell'Aquila (Bernardino Cirillo, 1570), Dialogo della origine della città dell'Aquila (Salvatore Massonio, 1549), Istoria della origine e fondazione della Città dell'Aquila (Claudio Crispomonti, sec. XVII), Difesa per la fedelissima Città dell'Aquila (Carlo Franchi, 1752) e gli anonimi Annali della Città dell'Aquila (quest'ultima, dalle origini al 1424, a volte viene erroneamente attribuita ad Angelo Leosini che, invece, l'aveva solo trascritta da una fonte manoscritta. Suo nipote, Giuseppe Leosini, la pubblicò nel 1883, attribuendola, in buona fede, allo zio
  27. ^ Regio Decreto del 21 aprile 1863 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 1863)
  28. ^ Regio Decreto del 23 novembre 1939 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 27 dicembre 1939)
  29. ^ cfr pag. 78, L'Italia - Abruzzo e Molise, Touring Editore, 2005
  30. ^ Lucoli sarà l'unico tra i comuni soppressi a riconquistare, nel dopoguerra, la sua autonomia
  31. ^ Le officine della Banca d'Italia dopo il bombardamento, su bancaditalia.it (archiviato dall'url originale il 17 settembre 2010).
  32. ^ L'Aquila era stata già riconosciuta capoluogo degli Abruzzi nel 1948
  33. ^ Statuto regionale della Regione Abruzzo (PDF), su regione.abruzzo.it.
  34. ^ Il terremoto secondo l'INGV Archiviato il 26 novembre 2009 in Internet Archive.
  35. ^ Terremoto a L'Aquila, rinviata a giudizio la commissione Grandi Rischi - Corriere della Sera
  36. ^ Terremoto L'Aquila, rinvio a giudizio per commissione Grandi rischi | BlogLive Network - Notizie dall'Italia e dal Mondo
  37. ^ a b "La sentenza completa", www.abruzzo24ore.tv.
  38. ^ a b (EN) Alan Johnston, BBC News - L'Aquila quake: Italy scientists guilty of manslaughter, su bbc.co.uk, 2012 [last update]. URL consultato il 22 ottobre 2012. "If the scientific community is to be penalised for making predictions that turn out to be incorrect, or for not accurately predicting an event that subsequently occurs, then scientific endeavour will be restricted to certainties only, and the benefits that are associated with findings, from medicine to physics, will be stalled."
  39. ^ (EN) "Shock and Law" (editorial). URL consultato il 27 ottobre 2012. "verdict is perverse and the sentence ludicrous"
  40. ^ Terremoto, Clini attacca la sentenza: «Unico precedente è quello di Galileo», 24 ottobre 2012. URL consultato il 26 gennaio 2013.
  41. ^ Sisma L'Aquila, sentenza Grandi Rischi: «Affermazioni approssimative e inefficaci», 18 gennaio 2013. URL consultato il 20 gennaio 2013.
  42. ^ Scientific American The l'Aquila Verdict. A Judgment Not Against Science, but Against A Failure of Science Communication
  43. ^ Il Capoluogo Archiviato il 16 maggio 2013 in Internet Archive.
  44. ^ Comunicato ANSA del 23 aprile 2009
  45. ^ Comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 23 aprile 2009
  46. ^ Informativa del governo Italiano dell'8 luglio 2010

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Berardi Maria Rita, Dante U., Mantini S. e Redi F., Breve storia dell'Aquila, Pisa, Pacini, 2008.
  • Cecchini M. e Lopez L., L'Aquila città del novantanove, 1993.
  • Clementi A. e Piroddi E., L'Aquila, Roma, Bari, Laterza, 1986.
  • Dander M. e Moretti M., Architettura civile aquilana, L'Aquila, 1974.
  • Vincenzo Lazari: Zecche e monete degli Abruzzi: Aquila, Venezia, 1858.
  • F. Sabatini, L'Aquila e la provincia aquilana dal 1859 al 1920, 1993.
  • Touring Club Italiano, L'Italia - Abruzzo e Molise, Touring Editore, 2005.
  • Touring Club Italiano, Abruzzo: L'Aquila e il Gran Sasso, Chieti, Pescara, Teramo, i parchi e la costa adriatica, Touring Editore, 2005.
  • M. Vittorini, Struttura dell'Appennino Abruzzese - La provincia dell'Aquila e le comunicazioni dell'800, 1993.
  • M. Vittorini, Ricerca interdisciplinare per il recupero e riqualificazione dei Centri storici del Comitatus Aquilanus, 1999.
  • Alessandro Clementi, L'Aquila, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]