Diocesi di Amiterno

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Amiterno
Sede vescovile titolare
Dioecesis Amiternina
Chiesa latina
Sede titolare di Amiterno
Resti di un colonnato in una villa romana ad Amiternum
Arcivescovo titolare Luciano Suriani
Istituita 1966
Stato Italia
Regione Abruzzo
Diocesi soppressa di Amiterno
Eretta ?
Soppressa ?
Dati dall'annuario pontificio
Sedi titolari cattoliche
L'antica ecclesia sancti Victorini di Amiterno, oggi chiesa di San Michele Arcangelo nella frazione di San Vittorino del comune dell'Aquila.

La diocesi di Amiterno (in latino: Dioecesis Amiternina) è una sede soppressa e sede titolare della Chiesa cattolica.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La diocesi di Amiterno, l'odierna frazione di San Vittorino nel comune dell'Aquila, nasce attorno alla tomba e al culto del martire san Vittorino, morto durante le persecuzioni all'epoca dell'imperatore Nerva, e ritenuto protovescovo della diocesi nel I secolo.

Probabilmente la diffusione del cristianesimo nel territorio di Amiternum si deve far risalire alla seconda metà del IV secolo, quando le reliquie del martire vennero deposte nella catacomba di origine pagana, e che oggi porta il nome di San Vittorino.[1] Recenti scavi condotti dall'archeologo Fabio Redi tra il 2012 e il 2013, nel sito noto con il nome di Campo Santa Maria, presso l'anfiteatro di Amiternum, hanno portato alla luce i resti di una basilica a tre navate, con abside semicircolare, risalente all'epoca longobarda; si ipotizza che possa trattarsi dell'antica cattedrale amiternina.[2]

Il primo vescovo di Amiterno storicamente documento è Quodvultdeus, probabilmente di origini africane[1], noto per una iscrizione, databile al V secolo, proveniente dall'abitato di San Vittorino, in base alla quale Quodvultdeus aveva a sue spese predisposto un altare in una cripta delle catacombe di San Vittorino nei pressi della tomba del martire.[3]

Segue il vescovo Valentino, documentato in diverse occasioni tra la fine del V e gli inizi del VI secolo. Prese parte ai tre concili celebrati nei primi anni di pontificato di papa Simmaco, tra marzo 499 e novembre 502. Inoltre un vescovo Valentino, indicato senza la sede di appartenenza, appare anche nel concilio celebrato da papa Gelasio I nel 495 e in una lettera del medesimo pontefice scritta tra il 492 e il 496; potrebbe trattarsi dello stesso vescovo di Amiterno.[4]

I Dialoghi di Gregorio Magno rivelano l'esistenza di un altro vescovo di Amiterno, Castorio, vissuto probabilmente nel 510/511. Papa Gregorio racconta che il senatore Basilio, accusato di magia, era fuggito da Roma e, vestito da monaco, si era presentato al vescovo Castorius di Amiterno per chiedere il suo aiuto, domandandogli di essere inviato in un monastero per una cura spirituale.[5]

Verso la metà del VI secolo abbiamo il vescovo Marcellino, destinatario di una lettera di papa Pelagio I a marzo/aprile 559, che lo incarica di esaminare, assieme a Catello di Rieti, il caso della monaca Tucza, fuggita dal suo monastero, che avrebbe fatto causa a un tale Massimino, suo presunto marito, per riavere una parte della dote del suo fidanzamento.[6]

Contemporaneo di san Gregorio Magno (590-604) è l'ultimo vescovo conosciuto di Amiterno, san Cetteo che, secondo la sua Passio, sarebbe stato messo a morte dai Longobardi. Il racconto leggendario potrebbe nascondere il ricordo di un autentico vescovo di Amiterno, che si trovò a pagare con la vita i combattimenti che videro opporsi in quel periodo Longobardi e Bizantini.[7] Alcuni studi tuttavia ritengono che Cetteo non sia stato vescovo di Amiternum, ma di Aternum, l'odierna Pescara.[8]

Nicola Coletti, continuatore e curatore della seconda edizione dell'Italia sacra di Ferdinando Ughelli, aggiunge altri due vescovi di Amiterno,[9] che tuttavia devono essere eliminati dalla cronotassi di questa diocesi.[8] Al concilio romano del 761 avrebbe preso parte il vescovo Leonzio; tuttavia l'edizione critica degli atti del concilio riporta la lezione Leontulus episcopus Aletrinae, che Baronio, nei suoi Annales Ecclesiastici, aveva corretto in Leontius Amiterninae; questo vescovo apparteneva alla diocesi di Alatri e non di Amiterno.[10] Al concilio del 1059 partecipò il vescovo Ludovico, assegnato erroneamente ad Amiterno; infatti l'unico Ludovico presente era vescovo di Nocera in Umbria.[11]

Incerta è la sorte della diocesi dopo il VII secolo, che scomparve ai tempi dei Longobardi. Probabilmente già nel X secolo il territorio dell'antica sede episcopale faceva parte della diocesi di Rieti[12]; di certo nel XII secolo la chiesa di San Vittorino di Amiterno era retta da un arciprete dipendente dai vescovi reatini; con la fondazione della diocesi dell'Aquila tra il 1256 e il 1257 la chiesa di San Vittorino e il suo territorio entrarono a far parte della nuova diocesi.[8]

Dal 1966 Amiterno è annoverata tra le sedi vescovili titolari della Chiesa cattolica; l'attuale arcivescovo, titolo personale, titolare è Luciano Suriani, nunzio apostolico in Serbia.

Cronotassi dei vescovi[modifica | modifica wikitesto]

Cronotassi dei vescovi titolari[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Fabio Redi e Francesca Savini, Luoghi di culto e cimiteri fra Tarda Antichità e Medioevo nell'alta valle dell'Aterno. Un aggiornamento delle ricerche, in «Territorio, insediamento e necropoli fra Tarda Antichità e Alto Medioevo», a cura di Carlo Ebanista e Marcello Rotili, Napoli 2016, pp. 4 e seguenti.
  2. ^ Fabio Redi, Alfonso Forgione, Francesca Savini, Enrico Siena, Alessia de Iure, Erika Ciammetti, Amiternum (AQ). "Campo Santa Maria", rapporto preliminare 2012, in Archeologia Medievale 40 (2013), pp. 267-285.
  3. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne, vol. II, p. 1875.
  4. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne, vol. II, pp. 2229-2230.
  5. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne, vol. I, pp. 412-413.
  6. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne, vol. II, p. 1373.
  7. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne, vol. I, pp. 430-431.
  8. ^ a b c Kehr, Italia pontificia, IV, p. 238.
  9. ^ Italia sacra, vol. X, col. 13.
  10. ^ Monumenta Germaniae Historica, Concilia aevi Karolini (742-842), prima parte (742-817), a cura di Albert Werminghoff, Hannover e Lipsia 1906, p. 71,1.
  11. ^ Monumenta Germaniae Historica, Die Konzilien Deutschlands und Reichsitaliens 1023-1059, a cura di Detlev Jasper, Hannover 2010, p. 390,12.
  12. ^ Dal sito beweb - Beni ecclesiastici in web.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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