Vescovo titolare

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Vescovi o arcivescovi titolari sono quei vescovi della Chiesa cattolica ai quali non è stata affidata la cura di una diocesi esistente.[1]

Diritto canonico[modifica | modifica wikitesto]

La loro nomina spetta alla Santa Sede. Viene loro assegnata una diocesi storica ma non più attiva, o perché gli abitanti sono stati islamizzati sotto la dominazione musulmana (Cartagine, Antiochia di Pisidia) – ragione per cui in passato tali diocesi erano denominate sedi in partibus infidelium – o perché soppressa per altri motivi (Bitetto, Oderzo, Equilio): a norma del diritto canonico, infatti, a ogni vescovo deve essere assegnata una distinta sede episcopale.

Pur non avendo alcuna giurisdizione sulla chiesa titolare, godono di tutti i privilegi e gli onori dei vescovi diocesani ed hanno il diritto e il dovere di partecipare ad un concilio ecumenico.[2] Quelli che esercitano una funzione equivalente a quella di un vescovo diocesano (per esempio, un vicario apostolico) e i vescovi ausiliari prendono parte con voto deliberativo ai concili particolari, ai quali "possono" essere chiamati anche gli altri vescovi titolari presenti nel territorio, che allora godono anch'essi di un voto deliberativo.[3] Similmente, solo quei vescovi titolari che "devono" essere convocati ai concili particolari appartengono per diritto alla Conferenza Episcopale del territorio dove svolgono il loro incarico.[4].

Sono vescovi titolari: gli alti funzionari della Curia Romana, i nunzi apostolici hanno il titolo di arcivescovi (Giovanni XXIII, quale nunzio in Francia, ebbe il titolo di Mesembria); i vescovi ausiliari (Beniamino Pizziol, quale ausiliare di Venezia, è stato titolare di Cittanova); gli ordinari di alcuni tipi di circoscrizioni ecclesiastiche, come i vicariati apostolici o gli esarcati apostolici. Inoltre, nel 2001, Giuseppe Betori è stato nominato allo stesso tempo segretario della CEI e vescovo titolare di Falerone.

I coadiutori, attualmente, assumono il titolo della diocesi o arcidiocesi a cui sono destinati, così come i vescovi emeriti di diocesi residenziali, che mantengono il titolo della diocesi che hanno governato, e anche gli ordinari militari e i vescovi di prelature territoriali; in passato, tuttavia, a tutti questi prelati era assegnata una sede titolare.

La nomina a cardinale comporta la perdita della sede titolare. Al neo cardinale viene, invece, assegnato un titolo cardinalizio, corrispondente ad una diaconia o una chiesa di Roma o, per i cardinali dell'ordine dei vescovi, una diocesi suburbicaria.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'origine dei vescovi titolari risale al IV secolo, quando nel Concilio di Nicea (325) si concesse ai vescovi novaziani convertitisi all'ortodossia di mantenere i privilegi e gli onori derivanti dall'ordine episcopale pur perdendo ogni giurisdizione sulla chiesa titolare.

A partire dal VII secolo, con l'occupazione araba del Medio Oriente e dell'Africa settentrionale, numerosi vescovi espulsi da quelle regioni trovarono ospitalità in Occidente e vennero accolti dai vescovi locali come ausiliari: dopo la loro morte altri vennero consacrati come loro successori, perfino quando era sparita ogni speranza realistica di poter ricuperare, durante la vita dei nuovi vescovi, il possesso delle terre perdute.

Il canonista Prospero Fagnani Boni (1588 – 1678) afferma che la nomina di vescovi meramente titolari ha avuto origine solo al tempo del Concilio Lateranense V (1512 – 1517), come concessione a favore unicamente dei cardinali.[5] Fra i decreti di tale concilio ecumenico si trova infatti la rinnovata proibizione (motivata dal desiderio di proteggere la dignità episcopale) di provvedere alle sedi episcopali prive dei necessari beni temporali e senza popolo cristiano, ma si prevedono eccezioni per causa giusta approvata in concistoro.[6] Il papa Pio V poi estese il privilegio a quelle sedi dove era consuetudine avere vescovi ausiliari e l'usanza si estese poi più ampiamente.[5]

Per designare tali vescovi, si usava l'espressione in partibus infidelium (nelle regioni degli infedeli, cioè dei musulmani), spesso abbreviata come in partibus. Questa espressione è stata abrogata dalla Congregazione di Propaganda Fide con lettera del 3 marzo 1882. "Abolita del tutto questa formula, la Congregazione suggerì di sostituirla o con il nome della sede titolare, più la regione dove si trova la sede (per es., Archiepiscopus Corinthius in Achaia), o col solo nome della sede (per es., Archiep. Corinthius), o infine con l'appellativo semplice di "titolare" (per es., Archiep. titularis, e relativamente Ecclesia titularis)".[7] Il motivo dell'abrogazione pare che sia stato la protesta dei governanti di stati cristiani che nel XIX secolo avevano ottenuto l'indipendenza dall'Impero turco e non volevano essere designati come regioni degli infedeli.[8]

Nella lettera In suprema del 10 giugno 1882, il papa Leone XIII personalmente adopera la nuova terminologia "vescovi titolari".[9] Da allora, tutte le sedi che prima venivano chiamate sedi in partibus infidelium sono ufficialmente denominate sedi titolari.

A partire dal 1969, la lista delle sedi titolari nell'Annuario Pontificio include diocesi quali Acquaviva ("pr. Lazio"), assegnata il 3 agosto 1968 a Vicente Faustino Zazpe, arcivescovo coadiutore dell'Arcidiocesi di Santa Fe de la Vera Cruz, esempio delle moltissime sedi episcopali attualmente prive di territorio proprio e mai poste sotto il dominio turco che, dopo il Concilio Vaticano II, sono state inserite nell'elenco ufficiale delle sedi titolari.[10] Al 31 dicembre 1963 le sedi titolari erano in totale 1.734,[11] un aumento di solo 22 in relazione alla situazione del 1933, tre decenni prima.[12] Il successivo quinquennio ha registrato un aumento di 114 sedi per un totale di 1.848,[13] fra le quali quella italiana di Acquaviva. Si è verificato un ulteriore aumento di 108 in solo due anni, dando un totale il 31 dicembre 1970 di 1.956 sedi titolari, a motivo dell'aggiunta di sedi quali quella irlandese di Cluain Iraird.[14] Nel 1997 sono state ammesse sedi nordamericane quali Oregon City e il totale è di 2.042, 86 di più rispetto alla situazione del 1970.[15] Il ritmo degli aumenti si è poi rallentato raggiungendo 2.085 alla fine del 2011,[16] cifra rimasta invariata un anno dopo,[17] Al 31 dicembre 2014 le sedi titolari della Chiesa cattolica erano 2.087.[18] Fra le 45 sedi aggiunte fra il 1997 e il 2014 c'è quella tanzaniana di Rutabo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ C.I.C. 1983 can. 376
  2. ^ C.I.C. 1983 can. 339
  3. ^ C.I.C. 1983 can. 443, § 3
  4. ^ C.I.C. 1983 can. 450, § 1 e 2
  5. ^ a b Auguste Boudhinon, "In Partibus Infidelium" in Catholic Encyclopedia (New York 1910)
  6. ^ "Et cum constitutione in concilio Viennensi edita quae incipit in plerisque ut pontificiae dignitatis honor servaretur statutum fuerit ne ecclesiis cathedralibus bonis temporalibus sine quibus spiritualia diu esse non possunt privatis ac clero et populo christiano carentibus de aliquibus personis praesertim religiosis provideretur constitutionem ipsam innovamus illam que inviolabiliter observari debere volumus atque mandamus nisi aliqua iusta causa in consistorio nostro secreto approbanda aliter duxerimus faciendum" (Concilium Lateranense V: documenta).
  7. ^ Enciclopedia italiana (1933), voce "In partibus infidelium"
  8. ^ Owen B. Corrigan, "Titular sees of the American Hierarchy" in The Catholic Historical Review, vol. 6, n. 3 (ottobre 1920), p. 323. L'articolo si trova anche in JSTOR, sito considerato forse insicuro all'inizio di marzo 2017.
  9. ^ Acta Sanctae Sedis, 1881, p. 535; cfr. René Metz, "Une innovation dans le statut des évêques démissionaires?" in Revue des sciences religieuses 1967, vol. 41, n. 4, p. 351, e John P. Beal, A New Commentary on the Code of Canon Law, p. 513
  10. ^ Annuario Pontificio 1969 (Tipografia Poliglotta Vaticana 1969), p. 538
  11. ^ Annuario Pontificio 1964, p. 1405.
  12. ^ Siméon (Matthieu) VAILHE - 1873-1960
  13. ^ Annuario Pontificio 1969, p. 1286
  14. ^ Annuario Pontificio 1971, p. 1277
  15. ^ Annuario Pontificio 1998, p. 1163
  16. ^ Annuario Pontificio 2012, p. 1143
  17. ^ Annuario Pontificio 2013, p. 1141
  18. ^ Annuario Pontificio 2015, p. 1141.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Index sedium titularium archiepiscopalium et episcopalium, Typis polyglottis vaticanis, 1933
  • Annuario pontificio per l'anno 1998, Libreria editrice Vaticana, 1998, pp. 802–1028; 1818-1819

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità GND: (DE7793255-9
Cristianesimo Portale Cristianesimo: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cristianesimo